lunedì 31 luglio 2017

Tomba di Rachele


CULTURA DELL’ANTICO EGITTO


CULTURA DELL’ANTICO EGITTO

Letteratura
Il vastissimo patrimonio letterario dell’Antico Egitto ci è pervenuto in gran parte su rotoli di papiro, spesso conservati in anfore, ma anche grazie a iscrizioni monumentali e decorative che abbellivano le tombe dei defunti. Di questo genere fanno parte opere come i Testi delle piramidi o il Libro dei morti, al quale si pensava che si potesse far riferimento per dimostrare ad Osiride l’innocenza del defunto, nel momento in cui la sua anima sarebbe stata pesata dal dio. Al di là di queste opere di carattere funerario o religioso, hanno avuto grande successo testi come la Satira dei mestieri, quindi una novella a sfondo satirico, nella quale si polemizza contro i privilegi dei nobili e Le istruzioni di Ptahotep, dove sono raccolti insegnamenti di tipo etico e filosofico da tramandare ai posteri. Veri e propri romanzi possono essere considerati Il racconto del naufrago e Le avventure di Sinuhe, che tanto influenzarono i successivi scrittori di racconti di avventure e di viaggi. Non mancarono opere di carattere spiccatamente poetico, come i Canti d’amore e i Canti dell’arpista; il primo è una raccolta di ritratti di coppie di innamorati, il secondo un vero e proprio poema della malinconia, emblema di quella crisi sociale che ha caratterizzato il primo periodo intermedio della storia dell’Antico Egitto. Infine non è da trascurare l’apporto delle fiabe, come la Storia dei due fratelli che risentono anche di elementi antichi trasmessi oralmente; nel caso specifico la fiaba in questione tende addirittura a diventare un mito. Sono presenti anche numerose fiabe sugli animali.
Matematica
La matematica egizia è il complesso delle tecniche matematiche che furono sviluppate presso la civiltà dell’Antico Egitto. Le prime testimonianze dell’utilizzo della matematica presso gli egizi risalgono al periodo dell’Antico Regno, con una iscrizione che registra le conquiste di una guerra, utilizzando il sistema di numerazione che sarà poi in uso per tutta la storia egizia. Inoltre già nella prima dinastia erano diffuse la pratica della misurazione del livello di acqua del Nilo, e il rituale del “tendere la corda” per la costruzione dei templi, a conferma dell’uso di nozioni geometriche. La matematica egizia classica, descritta nel resto dell’articolo, emerse soltanto nel Medio Regno, con la creazione di vere e proprie scuole di scribi, e la nascita del sistema di frazioni caratteristico della matematica egizia. I problemi affrontati hanno sia carattere numerico e astratto, sia un aspetto pratico, legato al lavoro svolto dagli scribi. Alla matematica veniva comunque riconosciuto il valore di speculazione astratta e di strumento per la conoscenza della natura, come recita l’intestazione del papiro matematico Rhind: «Metodo corretto di entrare nella natura, conoscere tutto ciò che esiste, ogni mistero, ogni segreto». Il Nuovo Regno non ha lasciato grandi testimonianze matematiche, ma dai documenti pervenuti è possibile dedurre che le tecniche matematiche non subirono variazioni. Nel periodo greco, i documenti in demotico rivelano l’influsso della cultura greca; in direzione inversa, anche la matematica greca assorbì le conoscenze di quella egizia, ed Erodoto stesso sostenne che i Greci impararono la geometria dai “tenditori di corde” egizi.
Medicina
Papiro medico di Smith
I numerosi papiri che ci sono pervenuti e lo studio sistematico delle mummie, con le moderne tecnologie mediche, consentono di fare un quadro preciso sulle patologie degli Egizi e le relative terapie.
Gli egizi non identificavano le malattie bensì cercavano le cause dei sintomi specifici, che secondo loro erano addebitabili, per lo più, ad agenti esterni che le loro cure tentavano di distruggere o di estromettere; questo modello eziologico era legato sia alla concezione dell’origine del mondo sia alle credenze sulle influenze delle forze superiori. L’esame delle mummie ha rivelato malattie quali arteriosclerosi, carie, artrite, vaiolo e tumore ma anche dalle raffigurazioni è possibile dedurre alcune patologie, come per esempio:
nello studio della figura del faraone Akhenaton si evidenziano arti allungati, cranio dolicocèfalo (cioè allungato nella parte posteriore), viso allungato, fianchi larghi e adiposi, sintomi riconducibili alla sindrome genetica di Marfan, escludendo così la prima ipotesi di Sindrome di Fröhlich (Hera – n.97 – Una sindrome per Akhenaton);
anche le figlie di Akhenaton avevano crani deformati e mentre in un primo momento si era ipotizzato che fosse una convenzione artistica, oggi è più accreditata la teoria della malattia genetica ereditaria (Hera- n.97 – Una sindrome per Akhenaton);
il sacerdote Rensi, nella stele, è raffigurato con una malformazione chiamata piede equino ed ha l’arto inferiore atrofizzato, tanto che doveva usare il bastone per camminare;
la regina Ity di Punt, raffigurata in un rilievo del tempio di Hatshepsut, doveva soffrire di lipodistrofia o steatosi, poiché era obesa e con i fianchi deformati.
è probabile che, in alcune ipotesi, Ramesse II sia morto, più che per la vecchiaia, per un’infezione provocata dalla scissione di un dente.
Le malattie più comuni erano:
cefalea e vene varicose, dovute spesso alla temperatura climatica elevata;
bilharziosi, per contatto con acqua infetta;
pneumoconiosi;
gobba, dovuta a tubercolosi vertebrale o malformazioni;
malnutrizione e rachitismo, patologie tipiche della popolazione più povera;
lebbra;
obesità;
poliomielite;
malattie del tratto gastrointestinale.
Papiro medico di Ebers
La sabbia del deserto, se inalata, causava malattie respiratorie e se masticata, insieme con gli alimenti, usurava i denti causando parecchie dolorose patologie. Anche gli occhi, tra sabbia e acqua del Nilo, andavano soggetti a congiuntiviti e il tracoma era molto diffuso, viste le numerose raffigurazioni di individui ciechi.
I medici egizi visitavano il malato accuratamente ed una volta fatta la diagnosi prescrivevano la terapia contro il dolore, come ci dice il testo del “Papiro Edwin Smith”.
La maggior parte dei testi è scritta in ieratico, come il “Papiro Chester Beatty”; altri in demotico ed alcuni sono scritti su ostraca. Molte medicine sono state identificate ed erano costituite per la maggior parte da vegetali quali sicomoro, ginepro, incenso, uva, alloro, e cocomero. Anche il salice, tkheret in egizio, secondo il “Papiro Ebers” era usato come analgesico mentre del loto veniva usato sia il fiore che la radice ed era somministrato come sonnifero. I frutti della palma servivano per curare le coliti, allora molto frequenti; con l’orzo, si faceva la birra che serviva come eccipiente, o diluente, e con il grano veniva fatta la diagnosi di gravidanza. Gli Egizi usavano anche elementi animali quali la carne per le ferite, il fegato e la bile per lenire il dolore agli occhi. Di quest’ultima è stata attestata l’efficacia anche di recente. Il latte, sia di mucca, sia di asina che di donna, era integrato come eccipiente e il principio attivo più usato era di sicuro il miele che per le sue tante proprietà serviva per le patologie respiratorie, ulcere e ustioni, come recita il “Papiro medico di Berlino”.
Tra i minerali, usati in medicina, troviamo il natron, chiamato neteri cioè il puro, il sale comune e la malachite che curava le infezioni agli occhi ed era usata sia come farmaco che come cosmetico nella profilassi.
Strumentario medico e chirurgico
Sempre dal “Papiro Ebers” apprendiamo che, come droga, si usava l’oppio, chiamato shepen e importato da Cipro, sia per il dolore che per il pianto dei bambini. In alcune raffigurazioni della tomba di Sennedjem, è stata riconosciuta la mandragola, in egizio rermet, usata come sonnifero e per le punture d’insetto. Esisteva anche la cannabis, shenshenet, che veniva somministrata, in particolare per via orale e per inalazione, ma anche per via rettale e vaginale, mentre l’elleboro era usato come vero e proprio anestetico, ma in maniera empirica e con dosaggi errati tanto che spesso il malato passava direttamente dalla narcosi alla morte.
Tra le terapie vi erano anche i massaggi, come rappresentato nella mastaba di Khnumhotep, che venivano usati per vene varicose e per lenire numerose patologie il cui sintomo principale era il dolore. Era conosciuta la tecnica delle inalazioni che erano composte da mirra, resine, datteri e altri ingredienti. Ma per i morsi velenosi dei serpenti, gli Egizi, non avevano altra cura se non quella di affidarsi alle dee Iside e Mertseger recitando le litanie magiche.
L’antico popolo della Valle del Nilo ci ha lasciato più di mille ricette ma di sicuro qualcuna è solo molto fantasiosa come quella che, per combattere l’incanutimento consigliava l’uso di un topo bollito nell’olio. Olio di palma, ovviamente, perché l’ulivo arriverà molto più tardi, con la dinastia tolemaica.
Nel tempio di Kôm Ombo, nell’Alto Egitto, vicino ad Assuan, sono raffigurati, sulla parte nord del recinto esterno, strumenti medici e chirurgici quali bendaggi, seghe, forbici, bisturi, forcipi e contenitori vari per medicamenti. Ma recentemente si è ipotizzato che fossero solo attrezzi rituali per cerimonie religiose. Accanto allo strumentario, vi sono alcune ricette mediche con tanto di componenti e dosi. Ma la chirurgia, non si sviluppò come la medicina. Forse per scarse conoscenze fisiologiche e per carenza di guerre. A conferma di ciò, sia il “Papiro Ebers” che il “Papiro Smith”, detto anche “Libro delle ferite”, citano solo dati clinici, pur molto precisi, ma non descrivono interventi chirurgici. Incredibilmente, vista la pratica religiosa di imbalsamare i morti, vi era scarsa conoscenza dell’anatomia e della chirurgia specialistica. Gli Egizi, infatti, intervenivano chirurgicamente solo in piccole patologie, come foruncoli o ascessi, o direttamente con l’amputazione di arti. Inoltre, pur avendo un’apparente rigorosità, tutte le pratiche mediche dovevano essere accompagnate da specifiche formule apotropaiche.
Gli Egizi avevano, comunque, capito l’importanza dell’igiene. Durante il giorno, si lavavano spesso le mani, e facevano la doccia giornaliera, con acqua versata dalle brocche, che erano anche parte integrante del corredo funerario. Non usavano mai acqua stagnante perché poteva contenere ogni genere di larve. Curavano l’igiene di bocca e denti che veniva effettuata con bicarbonato. Anche unghie e capelli erano lavati quotidianamente e poiché non esisteva il sapone venivano usati oli profumati e complessi unguenti che rendendo la pelle integra, e quindi non screpolata, impedivano l’introduzione, nell’organismo, di germi e batteri. Oltre alle brocche per la doccia, vi erano anche le vaschette per pediluvi raffigurate anche, come geroglifico vero e proprio, nella tomba di Rahotep.
Vi era l’usanza di togliere i sandali per entrare nei templi che nasceva dall’esigenza di non introdurre impurità dall’esterno. Questa regola valeva anche per il sovrano e nella Tavolozza di Narmer, un uomo porta in una mano i sandali del re e nell’altra una piccola brocca con acqua. Aveva il titolo di “Sandalaio”.
In Egizio il medico era detto sunu; il primo e più famoso fu di sicuro Imhotep e anche i sacerdoti potevano occuparsi di medicina come Sabni, che godeva del titolo di “Medico capo e scriba della parola del dio”. Troviamo anche Hesyra, il primo medico dentista con il titolo di “Capo dei dentisti e dei medici” nonché scriba, come scritto nella sua tomba a Saqqara.
E quando Ippocrate passeggiava con i suoi adepti nell’isola di Coo, disquisendo sui mali dell’umanità, altro non faceva che trasmettere il sapere degli Egizi che, con i loro papiri, hanno tramandato i primi fondamenti della medicina e chirurgia.
Lo staff del docente di antropologia Brunetto Chiarelli svolse un’accurata indagine sulle mummie per determinare il gruppo sanguigno e quindi una paleogenetica per gli antichi egizi, sfruttando il metodo Pickworth che ha consentito di rilevare tracce di emazie; la conclusione è stata che il sangue del 40 per cento delle mummie appartiene al gruppo A, mentre il 22 per cento al gruppo B e al gruppo 0 e solo un 17 per cento al gruppo AB.

Astronomia
L’astronomia nell’Antico Egitto ha rivestito un ruolo importante per fissare le date delle feste religiose e per determinare le ore della notte. Notevole importanza ebbero anche i sacerdoti dei templi che osservavano le stelle, le congiunzioni dei pianeti e del Sole e le fasi della Luna.Le conoscenze sull’astronomia egizia ci vengono soprattutto dai coperchi di sarcofagi dell’Antico regno (sui quali compaiono i decani, stelle singole o costellazioni, accompagnati da geroglifici di difficile decifrazione), coperchi di sarcofagi del Medio Regno (sui quali fanno la loro prima apparizione gli orologi stellari diagonali, vere e proprie effemeridi delle stelle), dagli orologi stellari (diversi dai precedenti in quanto erano indicate le culminazioni superiori delle stelle), orologi stellari perfezionati (nella XX dinastia), due papiri risalenti circa al 144 d.C. (il primo per quanto riguarda i decani e l’altro per quanto riguarda le fasi lunari), studi sull’orientazione delle piramidi e sviluppo degli strumenti (come ad esempio la clessidra ad acqua, il merkhet e gli orologi solari), zodiaci egizio-babilonesi (scolpiti sui soffitti dei templi a partire dal 300 a.C.).

Arte
L’arte egizia ha origini antichissime, precedenti al III millennio a.C., e si intrecciò nei secoli con quella delle culture vicine (siro-palestinese e fenicia). L’arte dell’Antico Egitto si può suddividere in due grandi periodi: l’arte predinastica o preistorica, e l’arte dinastica dell’Antico, Medio e Nuovo Regno. L’arte decorativa era completata da vasi costituiti inizialmente in terra del Nilo, in pietra e in un secondo tempo in argilla, statuette in terracotta e in avorio raffiguranti uomini e animali al lavoro, tavolette in scisto che col passare del tempo assunsero carattere votivo, con i temi ormai in rilievo. Tra le tavolette di questo periodo, conservate al Museo del Cairo, si annoveraro la Tavoletta della caccia, la Tavoletta della battaglia e la Tavoletta del re Narmer, che segnò, per le sue caratteristiche artistiche e culturali, il punto di passaggio fra il periodo preistorico e quello dinastico. In tutta l’arte predinastica notevole furono gli influssi provenienti dalla Mesopotamia. Complessivamente sono giunti sino ai nostri tempi pochi reperti artistici e architettonici riguardanti il periodo predinastico.
Musica
La musica dell’Antico Egitto ha origini molto remote. Fu tra le prime civiltà di cui si hanno testimonianze musicali. Per gli egizi la musica aveva un ruolo molto importante: la leggenda vuole che sia stato il dio Thot a donarla agli uomini. Intorno al V millennio a.C. vennero introdotti i primi strumenti musicali, quali bacchette, tavolette e sonagli, utilizzati in rituali totemici. Le danze erano soprattutto propiziatorie alla caccia, magiche, di fecondazione e di iniziazione. Nell’Antico Regno si creò l’usanza dell’orchestra composita, comprendente vari flauti, clarinetti e arpe arcuate, con un’ampia cassa armonica. Si trovano poi i crotali, il sistro, legato ad Hathor, la tromba, utilizzata in guerra e sacra ad Osiride, i tamburi, il liuto ed il flauto, sacro ad Amon. Durante il Medio Regno si introdussero il tamburo, la lira e alla danza rituale si aggiunse quella definibile professionale ed espressiva, in quanto aveva lo scopo di intrattenere lo spettatore. Il tipico strumento egizio, il sistro vide, in questa epoca, un allargamento del suo utilizzo. Strumenti più sofisticati dovettero attendere più a lungo. I primi ad apparire dopo le percussioni furono gli strumenti a fiato (flauto, corno) e a corde (lira e cetra), di cui esistono testimonianze greche, egizie e mesopotamiche anteriori al X secolo a.C. Queste civiltà conoscevano già i principali intervalli fra i suoni (quinte, quarte, ottave), che erano usate come base per alcuni sistemi di scale. Da uno studio di Curt Sachs sull’accordatura delle arpe è emerso che gli Egizi utilizzavano una scala pentafonica discendente e che conoscevano la scala eptafonica. Purtroppo non è stata rintracciata nessuna notazione musicale, quindi poco o nulla si sa sulle melodie dell’antichità egizia.

venerdì 28 luglio 2017

Vangelo domenica XVII T.O.


30 LUGLIO 2017 | 17A DOMENICA T. ORDINARIO - A | LECTIO DIVINA


30 LUGLIO 2017 | 17A DOMENICA T. ORDINARIO - A | LECTIO DIVINA

"Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto in un campo"
Delle tre parabole che ci vengono presentate dalla Liturgia odierna e concludono il cosiddetto "discorso parabolico" di san Matteo, quella della "rete gettata nel mare" e che "raccoglie ogni genere di pesci" è un po' marginale alla "globalità" del discorso che viene sviluppato dalle altre letture bibliche. Esso, infatti, è tutto concentrato sulla inestimabile preziosità del "regno" o della "parola" del Signore, per i quali conviene "rischiare" tutto quello che abbiamo e che siamo. La nostra "perdita" non sarebbe mai così grande come quella della perdita del "regno"!
Ciò nonostante, anche la parabola della rete assume un suo particolare rilievo in questa prospettiva di fondo. Pur assomigliando per il contenuto a quella della zizzania già esaminata (cf Mt 13,24-30.36-43), essa in realtà mette l'accento sulla fase escatologica di cernita e di separazione "definitiva" fra il bene e il male: "Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridori di denti" (Mt 13,49-50).
È un monito ai lettori del Vangelo perché facciano in tempo la loro scelta "radicale" per Cristo, prima che avvenga la cernita del giudizio ultimo e irreversibile.
"La legge della tua bocca è preziosa"
Abbiamo detto che la globalità del messaggio biblico è orientata sulla preziosità del "regno" di Dio o della "parola" del Signore, che, in fin dei conti, sono due realtà molto rassomiglianti, se non proprio identiche, nel senso che la "parola" non solo annuncia, ma produce anche il "regno": esattamente come si è verificato in Cristo.
Si vedano alcune espressioni bellissime riprese dal Salmo 119, il quale, come tutti sanno, è una commossa celebrazione della "legge" e dei "precetti" del Signore:
"La legge della tua bocca mi è preziosa
più di mille pezzi d'oro e d'argento
Perciò amo i tuoi comandamenti
più dell'oro, più dell'oro fino.
Per questo tengo cari i tuoi precetti
e odio ogni via di menzogna...
La tua parola nel rivelarsi illumina,
dona saggezza ai semplici" (Sal 119,72.127-128.130).
"Concedi al tuo servo un cuore docile, che sappia distinguere il bene dal male"
Anche la preghiera di Salomone, fatta proprio all'inizio del suo regno, dopo i tempestosi anni di Davide, mette in evidenza l'ansia verso ciò che nella vita di ogni uomo, ma soprattutto di chi ha responsabilità di guida per gli altri, vale di più, cioè la "ricerca" della "sapienza" e del "discernimento": la ricchezza e la potenza non fanno più stimabile chi governa o chi presiede, ma semmai lo rendono più detestabile, se insieme, e prima ancora, non ha sapienza e bontà che gli insegnino a usare bene del "potere". È la storia di sempre, nella società civile e, purtroppo, anche nella Chiesa.
Davanti, dunque, all'invito del Signore di "chiedergli" qualunque cosa desiderasse, Salomone così prega: "Signore Dio, tu hai fatto regnare il tuo servo al posto di Davide, mio padre. Ebbene, io sono un ragazzo; non so come regolarmi. Il tuo servo è in mezzo al tuo popolo che ti sei scelto, popolo così numeroso che non si può calcolare né contare. Concedi al tuo servo un cuore docile perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male, perché chi potrebbe governare questo tuo popolo così numeroso?" (1 Re 3,7-9).
Nei versi successivi Dio loderà Salomone perché non gli ha chiesto "né ricchezza, né lunga vita, né vittoria sui nemici" (v. 11), e perciò gli concederà, "un cuore saggio e intelligente", oltre alle numerose altre cose non richieste (vv. 12-13).
È una preghiera, quella di Salomone, che ha intuito l'essenziale non solo nella vita di un re, ma anche nella vita di ogni uomo: e cioè che tutto viene da Dio, in special modo la "docilità" del cuore per saper "distinguere il bene dal male" e scoprire quello che è utile o giovevole ai fratelli. In altre parole, la misura giusta per valutare i nostri comportamenti e le nostre azioni, soprattutto se abbiamo responsabilità nella Chiesa o fuori, a qualsiasi livello, è il rispetto, la crescita, il bene degli altri: è questo che Dio vuole soprattutto. Questo è il "primum" (cf Mt 6,33) indispensabile, da ricercare a tutti i costi; il resto non ha alcun senso, o può escludere addirittura dal regno di Dio.
Anche la Colletta iniziale si pone nello sfondo di queste considerazioni, quando ci fa chiedere a Dio di non perdere mai di vista, nelle fluttuazioni di questa vita, i "beni" che non tramontano mai: "O Dio, nostra forza e nostra speranza, senza di te nulla esiste di valido e di santo; effondi su di noi la tua misericordia perché, da te sorretti e guidati, usiamo saggiamente dei beni terreni, nella continua ricerca dei beni eterni".
Dio non vuole che, per ricercare lui, fuggiamo dal mondo o ci disinteressiamo degli altri: vuole soltanto che "usiamo saggiamente" delle cose create, scoprendo le sue tracce dovunque e aiutando i fratelli a camminare alla sua "ricerca", come Salomone aveva chiesto di fare per il suo popolo "così numeroso".
"Il regno dei cieli è simile a un mercante di perle preziose"
Ma veniamo adesso al brano di Vangelo, che ci presenta quella meravigliosa coppia di parabole che illuminano anche meglio quanto stiamo dicendo, cioè la parabola del tesoro nascosto e quella della perla preziosa (vv. 44-46).
Per comune ammissione, queste due parabole, esclusive di san Matteo, vogliono trasmettere un identico insegnamento, naturalmente accentuandone l'importanza proprio con la tecnica della ripetizione. In ciascuna di esse, infatti, troviamo un uomo che scopre improvvisamente un "tesoro" di inestimabile valore e che si sforza di acquistare al più presto, vendendo tutto ciò che possiede.
Ma qual è il preciso insegnamento delle due brevissime parabole? Qualcuno ha voluto insistere sul motivo della "gioia" con cui il protagonista, almeno quello della prima scena, compie la sua operazione rischiosissima: "Va, pieno di gioia, e vende i suoi averi e compra quel campo" (v. 44). "Il punto decisivo non è la vendita da parte dei due protagonisti delle parabole di quanto possedevano, bensì il motivo della loro decisione: l'essere stati sopraffatti dalla grandezza della loro scoperta. Così avviene del regno di Dio. La buona novella del suo avvento sopraffà, dona la grande letizia, orienta tutta la vita al compimento della comunità di Dio, effettua la più appassionante delle dedizioni".1
A nostro parere, pur tenendo conto di questo dato della "gioia", che compensa ampiamente il rischio dell'operazione compiuta, la "punta" della parabola sta precisamente nel "coraggio" del rischio e della decisione davanti a una scoperta di eccezionale valore: e la "scoperta" è proprio lui, il Cristo, che con la sua presenza, con le sue opere di salvezza, anche fisica, con la sua dottrina, con il suo invito a seguirlo, rappresenta ed è il "regno".2
Si può dunque attendere, ondeggiare, fare il calcolo di ciò che si perde o si guadagna, quando è evidente che nulla è paragonabile, in prezzo, a lui e al suo Vangelo? Neppure la vita si perde, se si gioca per lui! "Chi avrà trovato la sua via, la perderà; e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà" (Mt 10,39).
L'"esclusivismo" di Dio
E si noti che l'urgenza della decisione non è sollecitata dalla preoccupazione che "il momento propizio" (cf 2 Cor 6,2) scocchi adesso sul quadrante della storia e non ritorni più. È vero anche questo; ma è vero soprattutto che l'urgenza nasce dalla "densità" salvifica del momento, dalla "ricchezza" che io ho davanti, a portata di mano, e non oso afferrare proprio per paura di dovere lasciar cadere dalle mie mani gli stupidi giocattoli che me ne impediscono la presa coraggiosa e la tenuta robusta.
È già disprezzare il "regno" attendere un attimo solo per entrarci, o illudersi di poterci entrare portandoci anche qualcosa di nostro, pensando forse di poterci stare meglio.
"C'è un esclusivismo di Dio, che però non si esercita alla maniera di quelli umani. Dio non è una realtà creata che occupa, nell'ambito dell'essere, un posto da cui esclude, per la sua esistenza stessa, tutte le altre realtà create. La presenza di Dio non scaccia l'umano: essa lo penetra e lo trasforma. Ma l'umano deve lasciarsi penetrare interamente; deve, per così dire, lasciarsi togliere a se stesso. La presenza di Dio, nella sua esigenza esclusiva, è compatibile con tutto ciò che, nella creazione, non è affetto dal peccato. A condizione però di rinnovare tutto. 
Si arriva così alla questione dell'umanesimo: Dio è reperibile senza che l'uomo rinunzi a se stesso per lui? La ricchezza umana, non penetrata da Dio, esclude praticamente Dio. Il meglio diventa allora il peggio. Si arriva a professare o a vivere un umanesimo esclusivo, e il godimento indefinito della ricchezza umana fa perdere l'occasione di acquistare la perla unica. Si adora l'uomo al posto di Dio. Il regno è qualche cosa che si ottiene solamente rinunciando a tutto il resto" (Y. de Montcheuil).
Anche se non tutto è escluso dal regno, tutto vi deve però arrivare "rinnovato". Ed è proprio per questo che abbiamo tutti una terribile paura a "vendere quello che abbiamo" per comprare il campo con il tesoro nascosto o la perla preziosa di cui parla il Vangelo. 
Eppure questa è l'unica "saggezza" di cui deve dare prova il vero "discepolo" di Cristo, che al termine del brano viene paragonato, con un abbozzo di nuova piccola parabola, a "un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche" (v. 52). Gli esegeti leggono normalmente in questo versetto come una discreta annotazione autobiografica di Matteo, che descriverebbe così non solo la sua esperienza personale, ma anche il suo lavoro di composizione del primo Vangelo: un immenso "tesoro", in cui confluisce tutto il meglio dell'Antico Testamento ("le cose vecchie"), riletto e reinterpretato alla luce di quella "novità" radicale che è Cristo.
Applicato ad ogni discepolo del Signore, il proverbio potrebbe essere un invito non solo ad approfondire l'immensa "ricchezza" del Vangelo, lasciatoci in eredità da Gesù stesso e dalle prime generazioni cristiane, ma anche a "integrarlo" con le "nuove" esperienze di vita che la sua luce e la sua forza volta per volta ci suggeriranno. È anche questo un modo per scoprire e far scoprire la preziosità del "tesoro" che ogni generazione deve da capo dissotterrare e far risplendere davanti al mondo. È il famoso "quinto Evangelio", che deve essere riscritto ogni giorno dai cristiani: "E se tu mi domandi quale sia il quinto Evangelio, rispondo che è l'Evangelio eterno che costoro stanno scrivendo e non cesserà di essere scritto fino all'ultima salvezza".3
"Noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio" 
Anche la brevissima, ma densa lettura paolina ci invita a riflettere sulla "preziosità" della vita cristiana, che è esclusivo dono dell'amore di Dio in Cristo. Egli ci ha pensati da sempre in Cristo (cf Ef 1,3-14) e tutto ha ordinato e "preordinato" per il nostro "bene": la vita, la morte, le tristezze, le gioie, la salute, la malattia, il successo, l'insuccesso, ecc. L'importante è saper esprimere nella nostra vita "l'immagine del Figlio suo" (Rm 8,29). È in questa maniera che il "regno" di Dio si dilata e da Cristo si comunica anche a noi. "Noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio, che sono stati chiamati secondo il suo disegno. Poiché quelli che egli da sempre ha conosciuto li ha anche predestinati ad essere conformi all'immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli: quelli poi che ha predestinati, li ha anche chiamati; quelli che ha chiamati, li ha anche giustificati; quelli che ha giustificati li ha anche glorificati" (Rm 8,28-30).
Come si vede, nel disegno di Dio c'è già perfino la nostra "glorificazione" finale. A una condizione però: quella di "riamare" Colui che da sempre ci ha amati! 

Da: CIPRIANI Settimio,

mercoledì 26 luglio 2017

San Gioacchino ed Anna


SANT'ANNA E SAN GIOACCHINO - 26 LUGLIO


SANT'ANNA E SAN GIOACCHINO - 26 LUGLIO

Secondo un'antica tradizione che risale al II secolo, ebbero questo nome i genitori della beata Vergine Maria. È il protovangelo di Giacomo, a darne i nomi. Il culto di sant'Anna esisteva in oriente già nel secolo VI e si diffuse in occidente nel secolo X. Più recente è il culto di san Gioacchino.

Dai «Discorsi» di san Giovanni Damasceno, vescovo
Poiché doveva avvenire che la Vergine Madre di Dio nascesse da Anna, la natura non osò precedere il germe della grazia; ma rimase senza il proprio frutto perché la grazia producesse il suo. Doveva nascere infatti quella primogenita dalla quale sarebbe nato il primogenito di ogni creatura «nel quale tutte le cose sussistono» (Col 1, 17).  O felice coppia, Gioacchino ed Anna! A voi é debitrice ogni creatura, perché per voi la creatura ha offerto al Creatore il dono più gradito, ossia quella casta madre, che sola era degna del creatore. Rallégrati Anna, «sterile che non hai partorito, prorompi in grida di giubilo e di gioia, tu che non hai provato i dolori» (Is 54, 1). Esulta, o Gioacchino, poiché dalla tua figlia é nato per noi un bimbo, ci é stato dato un figlio, e il suo nome sarà Angelo di grande consiglio, di salvezza per tutto il mondo, Dio forte (cfr. Is 9, 6). Questo bambino é Dio.
O Gioacchino ed Anna, coppia beata, veramente senza macchia! Dal frutto del vostro seno voi siete conosciuti, come una volta disse il Signore: «Li conoscerete dai loro frutti» (Mt 7, 16). Voi informaste la condotta della vostra vita in modo gradito a Dio e degno di colei che da voi nacque. Infatti nella vostra casta e santa convivenza avete dato la vita a quella perla di verginità che fu vergine prima del parto, nel parto e dopo il parto. Quella, dico, che sola doveva conservare sempre la verginità e della mente e dell'anima e del corpo.
O Gioacchino ed Anna, coppia castissima! Voi, conservando la castità prescritta dalla legge naturale, avete conseguito, per divina virtù, ciò che supera la natura: avete donato al mondo la madre di Dio che non conobbe uomo. Voi, conducendo una vita pia e santa nella condizione umana, avete dato alla luce una figlia più grande degli angeli ed ora regina degli angeli stessi.
O vergine bellissima e dolcissima! O figlia di Adamo e Madre di Dio. Beato il seno, che ti ha dato la vita! Beate le braccia che ti strinsero e le labbra che ti impressero casti baci, quelle dei tuoi soli genitori, cosicché tu conservassi in tutto la verginità! «Acclami al Signore tutta le terra, gridate, esultate con canti di gioia» (Sal 97, 4). Alzate la vostra voce, gridate, non temete.

Natività di Maria
santa genitrice di Dio e gloriosissima madre di Gesù Cristo.

Così come viene narrata nei Vangeli “apocrifi”:
Protovangelo di Giacomo
Con integrazioni, in corsivo, dal cosiddetto Evangelo dello Pseudo-Matteo

[1, 1] Secondo le storie delle dodici tribù di Israele c'era un certo Gioacchino, uomo estremamente ricco. Le sue offerte le faceva doppie, dicendo: "Quanto per me è superfluo, sarà per tutto il popolo, e quanto è dovuto per la remissione dei miei peccati, sarà per il Signore, quale espiazione in mio favore".
[2] Mentre egli così agiva, il Signore gli moltiplicava i greggi, sicché nel popolo d'Israele non c' era uomo come lui. AvevaGiotto - Il bacio di Anna e Gioacchino iniziato a comportarsi così dall'età di quindici anni. A vent'anni, prese in moglie Anna, figlia di Achar della sua tribù, cioè della tribù di Giuda, della stirpe di Davide. Ma pur avendo convissuto con lei per vent'anni, da lei non ebbe figli, né figlie.
[2] Giunse il gran giorno del Signore e i figli di Israele offrivano le loro offerte. Davanti a lui si presentò Ruben, affermando: "Non tocca a te offrire per primo le tue offerte, poiché in Israele non hai avuto alcuna discendenza". [3] Gioacchino ne restò fortemente rattristato e andò ai registri delle dodici tribù del popolo, dicendo: "Voglio consultare i registri delle dodici tribù di Israele per vedere se sono io solo che non ho avuto posterità in Israele". Cercò, e trovò che, in Israele, tutti i giusti avevano avuto posterità. Si ricordò allora del patriarca Abramo al quale, nell'ultimo suo giorno, Dio aveva dato un figlio, Isacco.
[4] Gioacchino ne restò assai rattristato e non si fece più vedere da sua moglie. Si ritirò nel deserto, vi piantò la tenda e digiunò quaranta giorni e quaranta notti, dicendo tra sé: "Non scenderò né per cibo, né per bevanda, fino a quando il Signore non mi abbia visitato: la mia preghiera sarà per me cibo e bevanda".
[2, 1] Ma sua moglie innalzava due lamentazioni e si sfogava in due pianti, dicendo: "Piangerò la mia vedovanza e piangerò la mia sterilità". [2] Venne il gran giorno del Signore, e Giuditta, sua serva le disse: "Fino a quando avvilisci tu l'anima tua; Ecco, è giunto il gran giorno del Signore e non ti è lecito essere in cordoglio. Prendi invece questa fascia per il capo che mi ha dato la signora del lavoro: a me non è lecito cingerla perché io sono serva e perché ha un'impronta regale". [3] Ma Anna rispose: "Allontanati da me. Io non faccio queste cose. Dio mi ha umiliata molto. Forse è un maligno che te l'ha data, e tu sei venuta a farmi partecipare al tuo peccato". Replicò Giuditta: "Quale imprecazione potrò mai mandarti affinché il Signore che ha chiuso il tuo ventre, non ti dia frutto in Israele?". Anna si afflisse molto. [4] Si spogliò delle sue vesti di lutto, si lavò il capo, indossò le sue vesti di sposa e verso l'ora nona scese a passeggiare in giardino. Vedendo un alloro, si sedette ai suoi piedi e supplicò il Padrone, dicendo: "O Dio dei nostri padri, benedicimi e ascolta la mia preghiera, come hai benedetto il ventre di Sara, dandole un figlio, Isacco".
[3, 1] Guardando fisso verso il cielo, vide, nell'alloro, un nido di passeri, e compose in se stessa una lamentazione, dicendo: "Ahimè! chi mi ha generato? qual ventre mi ha partorito? Sono infatti diventata una maledizione davanti ai figli di Israele, sono stata insultata e mi hanno scacciata con scherno dal tempio del Signore. [2] Ahimè! a chi somiglio io mai? Non somiglio agli uccelli del cielo, poiché anche gli uccelli del cielo sono fecondi dinanzi a te, Signore. Ahimè! a chi somiglio io mai? Non somiglio alle bestie della terra, poiché anche le bestie della terra sono feconde dinanzi a te, Signore. Ahimè! a chi somiglio io mai? [3] Non somiglio a queste acque, poiché anche queste acque sono feconde dinanzi a te, o Signore. Ahimè! a chi somiglio io mai? Non somiglio certo a questa terra, poiché anche questa terra porta i suoi frutti secondo le stagioni e ti benedice, o Signore".
[4, 1] Ecco, un angelo del Signore le apparve, dicendole: "Anna, Anna! Il Signore ha esaudito la tua preghiera; tu concepirai e partorirai. Si parlerà in tutta la terra della tua discendenza". GIOTTO di Bondone (1267-1337)- Annunciazione a Sant’Anna - Cappella Scrovegni, Padova
Ciò detto, si allontanò dai suoi occhi. Tremante e timorosa per aver visto questa visione e udito il discorso, entrò in camera, si gettò sul letto mezza morta e rimase giorno e notte in gran timore e in preghiera.
Anna rispose: "(Com'è vero che) il Signore, mio Dio, vive, se io partorirò, si tratti di maschio o di femmina, l'offrirò in voto al Signore mio Dio, e lo servirà per tutti i giorni della sua vita". [2] Ed ecco che vennero due angeli per dirle: "Tuo marito Gioacchino sta tornando con i suoi armenti". Un angelo del Signore era infatti disceso da lui per dirgli: "Gioacchino, Gioacchino! Il Signore ha esaudito la tua insistente preghiera. Scendi di qui.
Ecco, infatti, che Anna, tua moglie, concepirà nel suo ventre".
"Io sono un angelo di Dio e oggi sono apparso a tua moglie piangente e orante, e l'ho consolata; sappi che dal tuo seme concepì una figlia e tu l'hai lasciata ignorandola. Questa starà nel tempio di Dio; su di lei riposerà lo Spirito santo; la sua beatitudine sarà superiore a quella di tutte le donne sante; nessuno potrà dire che prima di lei ce ne sia stata un'altra uguale: e in questo mondo, dopo di lei un'altra non ci sarà. Discendi perciò dai monti, ritorna dalla tua sposa e troverai che è in stato interessante. Dio infatti ha suscitato in lei un seme, del quale devi ringraziarlo. Il suo seme sarà benedetto, e lei stessa sarà benedetta e sarà costituita madre di una benedizione eterna".
[3] Dopo avere adorato l'angelo, Gioacchino gli disse: "Se ho trovato grazia davanti a te, siediti un po' nella mia tenda e benedici il tuo servo". L'angelo gli rispose: "Non dirti servo, ma conservo; siamo infatti servi di uno stesso Signore. Ma il mio cibo è invisibile e la mia bevanda non può essere vista da alcun mortale. Perciò non mi devi pregare di entrare nella tua tenda. Se hai intenzione di darmi qualcosa, offrila in olocausto al Signore".
Gioacchino prese allora un agnello immacolato e disse all'angelo: "Non avrei osato offrire un olocausto al Signore se il tuo ordine non mi avesse dato il potere sacerdotale per offrirlo". L'angelo gli rispose: "Non ti avrei invitato ad offrire, se non avessi conosciuto la volontà del Signore". Mentre Gioacchino offriva il sacrificio a Dio, salirono in cielo sia l'angelo sia il profumo del sacrificio.
 [3] Gioacchino scese, e mandò a chiamare i suoi pastori, dicendo: "Portatemi qui dieci agnelli senza macchia e senza difetto: saranno per il Signore, mio Dio. Portatemi anche dodici vitelli teneri: saranno per i sacerdoti e per il consiglio degli anziani; e anche cento capretti per tutto il popolo". [4] Ed ecco che Gioacchino giunse con i suoi armenti. Anna se ne stava sulla porta, e vedendo venire Gioacchino, gli corse incontro e gli si appese al collo, esclamando: "Ora so che il Signore Iddio mi ha benedetta molto. Ecco, infatti, la vedova non più vedova, e la sterile concepirà nel ventre". Il primo giorno Gioacchino si riposò in casa sua.
[5, 1] Il giorno seguente presentò le sue offerte, dicendo tra sé: "Se il Signore Iddio mi è propizio, me lo indicherà la lamina del sacerdote". Nel presentare le sue offerte, Gioacchino guardò la lamina del sacerdote. Quando questi salì sull'altare del Signore, Gioacchino non scorse in sé peccato alcuno, ed esclamò: "Ora so che il Signore mi è propizio e mi ha rimesso tutti i peccati". Scese dunque dal tempio del Signore giustificato, e tornò a casa sua. [2] Si compirono intanto i mesi di lei. Nel nono mese Anna partorì e domandò alla levatrice: "Che cosa ho partorito?". Questa rispose: "Una bambina". "In questo giorno", disse Anna, "è stata magnificata l'anima mia", e pose la bambina a giacere. Quando furono compiuti i giorni, Anna si purificò, diede poi la poppa alla bambina e le impose il nome Maria.
[6, 1] La bambina si fortificava di giorno in giorno e, quando raggiunse l'età di sei mesi, sua madre la pose per terra per provare se stava diritta. Ed essa, fatti sette passi, tornò in grembo a lei che la riprese, dicendo: "(Com'è vero che) vive il Signore mio Dio, non camminerai su questa terra fino a quando non ti condurrò nel tempio del Signore". Così, nella camera sua fece un santuario e attraverso le sue mani non lasciava passare nulla di profano e di impuro. A trastullarla chiamò le figlie senza macchia degli Ebrei. [2] Quando la bambina compì l'anno, Gioacchino fece un gran convito: invitò i sacerdoti, gli scribi, il consiglio degli anziani e tutto il popolo di Israele. Gioacchino presentò allora la bambina ai sacerdoti, i quali la benedissero, dicendo: "O Dio dei nostri padri, benedici questa bambina e dà a lei un nome rinomato in eterno in tutte le generazioni". E tutto il popolo esclamò: "Così sia, così sia! Amen". La presentò anche ai sommi sacerdoti, i quali la benedissero, dicendo: "O Dio delle sublimità, guarda questa bambina e benedicila con l'ultima benedizione, quella che non ha altre dopo di sé". [3] Poi la madre la portò via nel santuario della sua camera, e le diede la poppa. Anna innalzò quindi un cantico al Signore Iddio, dicendo: "Canterò un cantico al Signore, Dio mio, poiché mi ha visitato e ha tolto da me quello che per i miei nemici era un obbrobrio: il Signore, infatti, mi ha dato un frutto di giustizia, unico e molteplice dinanzi a lui. Chi mai annunzierà ai figli di Ruben che Anna allatta? Ascoltate, ascoltate, voi, dodici tribù di Israele: Anna allatta!". La pose a giacere nel santuario della sua camera e uscì per servire loro a tavola. Terminato il banchetto, se ne partirono pieni di allegria, glorificando il Dio di Israele. Educazione di Maria - Tiepolo
[7, 1] Per la bambina passavano intanto i mesi. Giunta che fu l'età di due anni, Gioacchino disse a Anna: "Per mantenere la promessa fatta, conduciamola al tempio del Signore, affinché il Padrone non mandi contro di noi e la nostra offerta riesca sgradita". Anna rispose: "Aspettiamo il terzo anno, affinché la bambina non cerchi poi il padre e la madre". Gioacchino rispose: "Aspettiamo". [2] Quando la bambina compì i tre anni, Gioacchino disse: "Chiamate le figlie senza macchia degli Ebrei: ognuna prenda una fiaccola accesa e la tenga accesa affinché la bambina non si volti indietro e il suo cuore non sia attratto fuori del tempio del Signore". Quelle fecero così fino a che furono salite nel tempio del Signore.
Maria salì velocemente i quindici gradini senza neppure voltarsi indietro né - come suole fare l'infanzia - darsi pensiero dei genitori. Perciò i genitori si affrettarono entrambi stupiti, e cercarono la bambina fino a quando la trovarono nel tempio. Anche i pontefici del tempio si erano meravigliati.
Il sacerdote l'accolse e, baciatala, la benedisse esclamando: "Il Signore ha magnificato il tuo nome in tutte le generazioni. Nell'ultimo giorno, il Signore manifesterà in te ai figli di Israele la sua redenzione". [3] La fece poi sedere sul terzo gradino dell'altare, e il Signore Iddio la rivestì di grazia; ed ella danzò con i suoi piedi e tutta la casa di Israele prese a volerle bene.
[1] Maria destava l'ammirazione di tutto il popolo di Israele. All'età di tre anni, camminava con un passo così maturo, parlava in un modo così perfetto, si applicava alle lodi di Dio così assiduamente che tutti ne restavano stupiti e si meravigliavano di lei. Essa non era considerata una bambinetta, ma una persona adulta; era tanto assidua nella preghiera, che sembrava una persona di trent'anni. Il suo volto era così grazioso e splendente che a stento la si poteva guardare. Era assidua nel lavoro della lana; e nella sua tenera età, spiegava quanto donne anziane non riuscivano a capire.
[2] Si era imposta questo regolamento: dalla mattina sino all'ora terza attendeva alla preghiera; dall'ora terza alla nona si occupava nel lavoro tessile; dalla nona in poi attendeva nuovamente alla preghiera. Non desisteva dalla preghiera fino a quando non le appariva l'angelo di Dio, dalla cui mano prendeva cibo: così sempre più e sempre meglio progrediva nel servizio di Dio. Inoltre, mentre le vergini più anziane si riposavano dalle lodi divine, essa non si riposava mai, al punto che nelle lodi e nelle vigilie non c'era alcuna prima di lei, nessuna più istruita nella conoscenza della Legge, nessuna più umile nell'umiltà, più aggraziata nei canti, più perfetta in ogni virtù. Era costante, salda, immutabile e progrediva in meglio ogni giorno.
[3] Nessuno la vide adirata né l'udì maledire. Ogni suo parlare era così pieno di grazia che si capiva come sulle sue labbra c'era Dio. Assidua nella preghiera e nella meditazione della Legge, nel parlare era attenta a non mancare verso le compagne. Vigilava inoltre a non mancare in alcun modo con il riso, con il tono della bella voce, con qualche ingiuria, con alterigia verso una sua pari. Benediceva Dio senza posa, e per non desistere dalle lodi a Dio neppure nel suo saluto, quando era salutata rispondeva: "Deo gratias". Quotidianamente si nutriva soltanto con il cibo che riceveva dalla mano dell'angelo; il cibo che le davano i pontefici lo distribuiva ai poveri. Frequentemente si vedevano gli angeli di Dio parlare con lei e obbedirle diligentemente. Se qualche malata la toccava, nello stesso istante se ne tornava a casa salva.
[8, 1] I suoi genitori scesero ammirati e lodarono il Padrone Iddio perché la bambina non s'era voltata indietro. Maria era allevata nel tempio del Signore come una colomba, e riceveva il vitto per mano di un angelo.

lunedì 24 luglio 2017

San Charbel (foto originale)


SAN CHARBEL: IL “PADRE PIO” LIBANESE (PRIMA PARTE) - IL 24 LUGLIO SI CELEBRA LA SUA FESTA LITURGICA


SAN CHARBEL: IL “PADRE PIO” LIBANESE (PRIMA PARTE) - IL 24 LUGLIO SI CELEBRA LA SUA FESTA LITURGICA

(c'è poco, quasi tutto in francese)

22 LUGLIO 2013
RENZO ALLEGRICHIESA E RELIGIONE

“Se fosse vivo oggi, catalizzerebbe l’attenzione dei mass media e sarebbe oggetto di studio della Nasa. Verrebbe sottoposto alla Tac come le mummie egizie e il suo Dna susciterebbe il massimo interesse. Si spenderebbero fiumi d’inchiostro e di parole sul mistero che lo circonda e anche i migliori detective impegnati a scoprire segreti del suo essere sarebbero costretti a gettare la spugna”.
Così dice Patrizia Cattaneo, scrittrice e giornalista, riferendosi a un monaco libanese, Charbel Makhlouf, appartenente alla Chiesa cattolico maronita, morto oltre un secolo fa, proclamato santo da Paolo VI nel 1977, la cui festa liturgica si celebra il 24 luglio.
“La esistenza terrena di San Charbel fu costellata di eventi e fenomeni inspiegabili straordinari, fenomeni che hanno continuato e continuano a manifestarsi intorno alla sua tomba”, dice ancora Patrizia Cattaneo. “ E sembra anche che, in questo periodo storico, assai doloroso per il Medio Oriente, tormentato da guerre, attentati, odi, San Charbel abbia intensificato la sua attività taumaturgica, quasi a voler richiamare l’attenzione della gente sui valori spirituali, sulle realtà soprannaturali che gli eventi delle guerre vorrebbero cancellare”.
Patrizia Cattaneo ha scritto diversi libri su San Charbel, ed è quindi una esperta in materia. Ha anche fondato una Associazione culturale legata al suo nome, che ha lo scopo di “promuovere tutto ciò che riguarda la conoscenza del santo libanese”. E sull’argomento cura un sito Internet: www.charbelcenter.com. 
Sinteticamente, chi è san Charbel?
Patrizia Cattaneo: “E’ un grande santo libanese, appartenente alla Chiesa cattolica maronita. E’ vissuto nel nascondimento  più assoluto e non ha lasciato nulla di scritto,  né lettere, né riflessioni e tanto meno un diario spirituale, che ci consenta di sollevare, anche di poco, il velo sul suo rapporto intimo con Dio.  Ma abbondano i “segni” della sua grandezza spirituale. La sua “biografia celeste” è  in continuo fermento.  Il santo vive e opera attivamente in Dio. Si può dire che, da morto, attraverso innumerevoli miracoli, parli moltissimo, e che lo faccia soprattutto in questo nostro tempo”. 
Che cosa si conosce della famiglia di San Charbel e della sua esistenza prima della sua entrata in monastero?
Patrizia Cattaneo: “Il santo è l’ultimo dei cinque figli di Antoun Makhlouf e Brigitta Al-Chidiac. Nacque l’8 maggio 1828, e gli venne dato il nome di Youssef. Nacque in Libano, a Bqaakafra, un villaggio che sorge a 1800 metri sopra la “Valle Santa”, così chiamata perché è il luogo dove si trovano i più antichi insediamenti monastici della regione. Numerosi eremiti abitavano nelle sue grotte, e lo spirito ascetico che si sprigionava da quelle grotte impregnava l’intera valle.
“I genitori di Youssef erano molto pii, in particolare la madre. Il padre lavorava la terra e allevava il bestiame. Nel 1831, l’esercito ottomano lo requisì con il suo asino, per trasportare i raccolti dell’emiro fino al porto di Byblos. Una febbre perniciosa lo stroncò sulla via del ritorno a casa e Youssef aveva solo tre anni, quando rimase orfano del papà.
“Due anni dopo, sua madre, si risposò con un piccolo possidente terriero che divenne sacerdote con il nome religioso di Abdel Ahad. Presso i maroniti, come presso altre comunità di rito orientale, anche uomini coniugati possono diventare sacerdoti ed esercitare il loro ministero. Abdel Ahad divenne il parroco di Bqaakafra, ed era anche il maestro della scuola del villaggio. Youssef fu allievo del “patrigno” sacerdote. Il quale era una persona molto colta e molto pia e fu la prima importante guida spirituale per il ragazzo”.
Quando Youssef decise di abbandonare il mondo per dedicarsi alla vita eremitica?
Patrizia Cattaneo: “A 23 anni. Fin da ragazzino era, per sua natura, incline alla contemplazione e alla solitudine. Si confessava e si comunicava spesso. Pregava di continuo e portava sempre con sé il libro di preghiere. Il suo compito giornaliero era quello di condurre la mucca al pascolo, ma amava isolarsi dai suoi coetanei che pascolavano il bestiame come lui, per dedicare il suo tempo alla preghiera. I suoi compagni lo chiamavano “il santo”. Alla sua mucca diceva:  “Aspetta che finisca di pregare, perché non posso parlare con te e con Dio allo stesso tempo. Lui ha la precedenza!” La sua vocazione fu favorita anche da due zii materni, eremiti nella Valle Santa. La madre di Youssef però, forse per grande affetto,  ostacolava quella inclinazione del figlio. E così, una notte, quando aveva 23 anni, Youssef, seguendo la voce del suo cuore, fuggì di casa ed entrò in noviziato al convento di Maifouq. La madre lo cercò e lo supplicò di tornare a casa, ma il giovane fu irremovibile”.
Quali furono le tappe più importanti della sua vita in  monastero?
Patrizia Cattaneo: “Dopo la sua fuga da casa, affrontò l’anno di noviziato, “anno di prova”, e per la sua nuova vita di religioso prese il nome di Charbel, in onore di un martire antiocheno, morto nel 121 e venerato dalla Chiesa orientale. Charbel, in siriaco, significa “storia di Dio”.
“Nel monastero di Maifouq, Fra Charbel apprese le regole della vita religiosa. Si distingueva dagli altri novizi per obbedienza esemplare. Ma quel monastero non corrispondeva alle sue aspettative di solitudine e silenzio. Chiese ai superiori di essere trasferito in un monastero più isolato e venne mandato nel convento San Marone di Annaya, dell’Ordine Libanese Maronita.
“Nel 1853, dopo i voti solenni, fu inviato all’istituto teologico di Kfifane, per prepararsi al sacerdozio. Qui, per cinque anni, fu allievo di un grande teologo, Nimatullah Al-Hardini, che fu anche un grande santo, elevato alla gloria degli altari nel 2004. Questo straordinario personaggio, che aveva una cultura teologica smisurata, trasmise a Charbel non solo l’amore profondo per la teologia, ma soprattutto l’amore per Dio e per la vita ascetica.
“Completati gli studi e ordinato sacerdote nel 1859, Charbel tornò al monastero di Annaya, dove trascorse 16 anni di vita monastica esemplare, guadagnandosi la fama di santo per le virtù eccelse e la sua leggendaria ubbidienza “più angelica che umana”. Nel 1875 ottenne il permesso di ritirarsi all’eremo dei Santi Pietro e Paolo, annesso al monastero di Annaya, dove trascorse gli anni più intensi della sua comunione con Dio e dove morì il 24 dicembre 1898”.
Nelle varie biografie di questo santo, e anche nei  libri che lei ha scritto, si parla molto di fenomeni carismatici, di prodigi, di miracoli.
Patrizia Cattaneo: “I prodigi iniziarono quando il santo era monaco ad Annaya. Un suo confratello ha dichiarato: “Tutto quello che si legge nelle biografie dei santi è inferiore a ciò che, con i miei occhi, ho visto compiere da padre Charbel”. La gente di ogni confessione religiosa ricorreva a lui per chiedergli di benedire i campi, le case, il bestiame, i malati e i prodigi piovevano abbondanti. Il santo conosceva gli eventi a distanza e aveva il dono di scrutare le coscienze. Il superiore un giorno gli ordinò di benedire la dispensa che scarseggiava di provviste e le giare subito si riempirono di grano e olio. Durante le frequenti invasioni di cavallette, causa di carestia e di morte, solo i campi benedetti dal santo sfuggivano alla devastazione. La sua benedizione scongiurò la morte di interi allevamenti di bachi da seta, che costituivano una fonte primaria di sostentamento per il convento e la popolazione. Sarebbero necessarie pagine per enumerare i prodigi attribuiti a San Charbel quando era ancora in vita.”

sabato 22 luglio 2017

Parabola del Seminatore


23 LUGLIO 2017 | 16A DOMENICA T. ORDINARIO - A | LECTIO DIVINA


23 LUGLIO 2017 | 16A DOMENICA T. ORDINARIO - A | LECTIO DIVINA

Non hai seminato del buon seme? Da dove viene la zizzania?"
C'è una certa rassomiglianza e continuità di sviluppo fra la parabola del seminatore (Mt 13,3-9) e quella della zizzania: nell'una e nell'altra c'è un seminatore, c'è un campo dove si semina, e c'è anche il Diavolo, o Maligno, che nella prima "ruba ciò che è stato seminato nel cuore" dell'ascoltatore distratto (Mt 13,19) e nella seconda "semina" la zizzania (Mt 13,39).
"La riserva escatologica" del cristiano
Però lo sfondo e il significato sono profondamente diversi: quello che conta non sono gli apparenti successi del male, ma il "giudizio" ultimo che Cristo pronunzierà sulle azioni degli uomini, quando avverrà la grande discriminazione (cf vv. 40-43).
È la "riserva escatologica" del cristiano che, per un verso, tiene accese tutte le sue speranze, anche quando sembra che la zizzania infesti l'immenso "campo del mondo" (cf v. 38) e minacci il magro raccolto che, nonostante tutto, l'agricoltore continua ad attendere; e, per un altro verso, gli impedisce di lanciare anatemi sul mondo, creando assurde divisioni fra gli uomini, quasi che gli uni fossero "già" salvi e gli altri "già" in anticipo condannati.
In tal modo la Chiesa si ridurrebbe a una setta di fanatici, di niente altro preoccupati che di premunire se stessi dal male, dimenticando invece che Cristo ha voluto che fossimo "fermento" che si perde e si aggrega alla insipida massa di farina fino a che "sia tutta fermentata" (v. 33). Fino a che si svilupperà il corso della storia, il gioco è ancora tutto da fare: i buoni possono diventare cattivi, e i cattivi possono diventare buoni. Non solo: ma i buoni devono impegnarsi a convertire i cattivi e a dilatare i rami del grande "albero" che è la Chiesa, perché tutti gli uccelli del cielo vi trovino rifugio (v. 32).
Per cui è bene per tutti che il Giudice "pazienti" fino all'ultimo!
"Lasciate che la zizzania e il grano crescano insieme sino alla mietitura" 
Il brano evangelico odierno è piuttosto lungo. Riporta prima la parabola della zizzania (vv. 24-30), seguita dalle due brevi parabole del granello di senape che diventa grande albero (vv. 31-32) e del pizzico di lievito (v. 33), che gli studiosi chiamano anche "parabole della crescita", perché preannunciano la misteriosa forza di dilatazione del "regno". Dopo una ripresa del motivo del "perché" Gesù parlava in parabole (vv. 34-35; cf vv. 10-17), abbiamo la spiegazione della parabola della zizzania, provocata anch'essa, al pari di quella del seminatore (cf vv. 18-23), dagli Apostoli che non ne avevano afferrato il significato. Come si vede, ci sono motivi di carattere strutturale, che Matteo segue molto abilmente nella composizione del suo Vangelo.
Data la lunghezza e l'importanza della parabola della zizzania, non possiamo intrattenerci sulle altre due (il granello di senapa e il lievito), che pur meriterebbero un discorso a parte.
Anche qui la scena è molto realistica. Un uomo ha seminato del buon grano nel suo campo; ma "di notte" un suo "nemico", per fargli dispetto, vi semina la zizzania, che appare solo al momento della fioritura. Non appena i servi se ne accorgono, si precipitano dal padrone e gli denunciano il fatto (vv. 27-30).
Ciò che viene detto a proposito della difficoltà di estirpare la zizzania dal campo di grano corrisponde a quanto era ancora possibile osservare una volta nei pressi del lago di Genesaret: il lolium temulentum non può essere distinto dal grano, in mezzo al quale cresce, prima che esso maturi e si faccia giallo. Ed è chiaro che in una situazione del genere sarebbe stato poco saggio tentare di estirpare il "loglio", pensando di poter lasciare intatto il buon seme. Meglio aspettare la "mietitura", quando l'operazione sarebbe stata più facile e anche senza molto rischio. Allora i fasci di zizzania venivano bruciati, oppure dati in cibo al pollame.
Dio "non ha mandato il Figlio per giudicare il mondo, ma per salvarlo"
Ma che cosa vuol dire Gesù con questa parabola? Molto probabilmente anche qui abbiamo una sovrapposizione di due significati, del resto collegati fra di loro, come abbiamo già visto per la parabola del seminatore: un significato "cristologico", e uno di carattere "esortativo". Il primo è quello direttamente inteso da Gesù; il secondo dovrebbe essere piuttosto frutto della riflessione della primitiva comunità cristiana.
Gesù con i suoi miracoli e l'annuncio del Vangelo aveva fatto nascere intorno a sé un grande senso di attesa messianica. Ora, secondo la parola dei Profeti, il Messia avrebbe dovuto radunare attorno a sé una comunità di santi e di puri. "Il tuo popolo sarà tutto di giusti, per sempre avranno in possesso la terra, germogli della piantagione del Signore, lavoro delle sue mani per mostrare la sua gloria": così preannunciava Isaia (60,21) la Gerusalemme ideale dei tempi ultimi.
Se non che nessuna comunità di "santi" si era costituita attorno a Gesù: perfino tra i suoi Apostoli c'era un traditore! Addirittura, sfidando tutti i "perbenismi" del tempo e del proprio ambiente sociale, sarà l'amico dei "pubblicani" e perfino delle prostitute. La spettacolare "separazione" degli empi dai giusti, come sognava gran parte della letteratura intertestamentaria per il tempo del Messia,1 non si era verificata.
Proprio contro questa attesa "giustizialistica", che considerava il male più come un fatto fisico che morale, e perciò può essere corretto, riparato, superato, addirittura cambiato in bene, Gesù racconta questa parabola.
È bensì vero che egli è il Messia: ma il tempo del Messia è tempo di salvezza e non di "giudizio", come si afferma in Giovanni: "Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui " (Gv 3,17). Perciò ci dovrà essere una possibilità concreta di salvezza offerta ad ogni uomo. In questo senso non è un male che la zizzania cresca insieme al buon grano: anzi, questo è il segno della "benevolenza" di Dio!
La "pazienza" di Dio e le "impazienze" dei cristiani
Perciò, oltre che essere realistica, la parabola è anche carica di "ottimismo".
E questo in un duplice senso: prima di tutto, nel senso che il male non è un'accusa contro Dio, ma se mai reclama la sua presenza proprio per essere vinto. Che Messia-Salvatore sarebbe stato Cristo se non avesse trovato peccatori e peccatrici da "redimere"? In secondo luogo, perché di fatto il male sarà anche vinto: però alla fine, "al momento della mietitura" (v. 31). Allora il Messia-Salvatore diventerà anche il Messia-Giudice, che "manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal regno tutti gli scandali e tutti gli operatori di iniquità e li getteranno nella fornace ardente dove sarà pianto e stridore di denti" (vv. 41-42).
È un monito, questo, alle "impazienze" dei cristiani troppo zelanti, che vorrebbero vedere subito il trionfo della causa di Dio. A leggerlo meglio, però, questo atteggiamento, più che zelo, manifesta paura ed insicurezza: non è comodo per nessuno rimanere in assetto di guerra contro il "nemico", che può fare le sue incursioni notturne ad ogni momento! Più che la gloria di Dio, è la propria tranquillità che si è tentati allora di ricercare.
Ed è anche un monito contro tutte le tentazioni di "manicheismo", per cui ognuno di noi è portato a vedere il bene e il male in certe strutture, o sistemi, o schieramenti ideologici e politici, diversi da quelli che noi vorremmo, per cui basterebbe recidere qualcosa, come consigliavano i servi della parabola, per sradicare il male. Al contrario, nel "medesimo" campo ci può essere il bene e il male; nel cuore dello stesso uomo, cioè nel cuore di ognuno di noi, Satana può seminare, non appena ci addormentiamo un poco, la sua viscida zizzania.
Perfino la Chiesa, che pure è "il germe e l'inizio" del regno di Dio sulla terra,2 può essere devastata e infestata dalla zizzania, come la storia ampiamente dimostra.
"Il Figlio dell'uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal regno tutti gli scandali"
Sembra essere precisamente questo il significato della spiegazione della parabola, richiesta dagli Apostoli, e che dovrebbe esprimere molto della esperienza della primitiva comunità cristiana alla quale si rivolge san Matteo (vv. 37-43).
Come è facile vedere, qui l'accento, più che sulla "attuale" convivenza del bene e del male, è tutto spostato sul "giudizio" finale, che è un tema assai caro al primo Evangelista (cf 25,31-46). Anche l'ultima espressione ("i giusti splenderanno come il sole"), ripresa da Daniele 12,3, rimanda a una prospettiva "escatologica".
Come mai questo spostamento d'accento? Probabilmente per una ragione molto semplice: la comunità, a cui si rivolge Matteo, ha perduto il primitivo fervore; non solo non si meraviglia più per la strana convivenza del bene e del male nel mondo, ma neppure per quella al proprio interno. Ci sono dei cristiani incoerenti con la loro fede, che danno addirittura "scandalo" agli altri.
Cosa fare per scuoterli? A costoro bisognava ricordare che l'appartenenza alla Chiesa non è garanzia di salvezza, se non porta con sé le "opere" della fede: verrà il momento in cui sarà disvelato il bene e il male che è in ognuno di noi.
E il disvelamento sarà inesorabile e imparziale: chiunque avrà operato "l'iniquità" (in greco anomía: v. 41), cioè sarà stato infedele alla "legge" di Cristo, che è soprattutto legge dell'amore, sia esso cristiano o no, sarà condannato; chiunque avrà operato la "giustizia", sia esso cristiano o no, sarà coronato di gloria "nel regno del Padre".
Come si vede, davanti al Cristo-Giudice non ci sono privilegi di sorta: neppure quello della fede! Tutto questo non poteva non far riflettere i cristiani, inducendoli a convertirsi e a "giudicarsi" da sé, prima che venisse il tempo del giudizio ultimo e inappellabile.
"Tu, padrone della forza, giudichi con mitezza"
Anche la prima lettura contiene una riflessione sul modo di agire di Dio, che sconcerta alcuni Giudei della Diaspora alessandrina: essi lo volevano più energico nel punire gli idolatri, così come i servi impazienti del Vangelo.
L'autore del libro della Sapienza, scritto all'incirca nel primo secolo a.C. ad Alessandria d'Egitto, ripercorrendo alcune tappe della storia dell'Antico Testamento, specialmente quelle dell'Esodo, si meraviglia perché Dio abbia usato una così grande moderazione verso l'Egitto e i popoli di Canaan, che non ha "distrutto all'istante" (12,9). Interrogandosi su questo problema, egli trova la ragione di tale moderazione nella "benevolenza" di Dio che, pur "potendo" tutto, "pazienta" per dar luogo agli uomini di "pentirsi" (Sap 12,18-19).
Siamo dunque, di nuovo, di fronte all'amore di Dio, che sopporta il male non per debolezza ma proprio perché ha la "forza" e vuole usarla per indurre gli uomini a penitenza. In tal modo egli dà un esempio anche a noi, che siamo il suo "popolo" (v. 19): è molto più bello che nel campo di Dio ci sia abbondanza di frumento, magari trasformatosi e diventato tale dalla zizzania, che solo "poche" spighe di buon grano! In questo caso ci sarebbe sempre carestia nel mondo: la carestia del bene che, anche per colpa nostra, ci poteva essere e invece non è riuscito a fiorire.
La misteriosa "preghiera" dello Spirito, che "intercede per noi con gemiti inesprimibili e viene in aiuto della nostra debolezza", come ci insegna san Paolo (Rm 8,26), ci ottenga la generosità del cuore e ci apra la mente a capire il senso della tragica presenza del male nel mondo: una sfida, offerta ai cristiani, per verificare la loro capacità di amare e il loro ottimismo pieno di speranza in un mondo che la potenza di Dio, favorita dalla nostra buona volontà, renderà certamente migliore, nonostante tutte le apparenze, almeno nella fase ultima della storia.

Da: CIPRIANI Settimio

mercoledì 19 luglio 2017

La creazione del mondo


TERZO COMANDAMENTO - RICORDATI DI SANTIFICARE LE FESTE


TERZO COMANDAMENTO - RICORDATI DI SANTIFICARE LE FESTE

(dal sito : novena it)

Questo comandamento viene motivato nei due testi biblici fondamentali in maniera sorprendentemente diversa. Il libro dell’Esodo ricorda che ogni uomo, anche lo schiavo e lo straniero, sono immagini di Dio e quindi è opportuno che riposino in giorno di sabato. Come il Creatore si riposò il settimo giorno, così deve fare l’uomo (Gen 2,2): Ricordati del giorno di sabato per santificarlo: sei giorni faticherai e farai ogni tuo lavoro; ma il settimo giorno è il sabato in onore del Signore, tuo Dio: tu non farai alcun lavoro, né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo schiavo, né la tua schiava, né il tuo bestiame, né il forestiero che dimora presso di te. Perché in sei giorni il Signore ha fatto il cielo e la terra e quanto è in essi, ma si è riposato il settimo giorno. Perciò il Signore ha benedetto il giorno di sabato e lo ha dichiarato sacro (Es 20,8-11).
Ben diversamente il terzo comandamento è motivato dal Deuteronomio. Il Signore ha liberato il suo popolo dalla schiavitù, di conseguenza tutti i membri del popolo, anche gli schiavi e gli stranieri al suo servizio, devono riposare il giorno di sabato come uomini liberi: Osserva il giorno di sabato per santificarlo, come il Signore Dio tuo ti ha comandato. Sei giorni faticherai e farai ogni lavoro, ma il settimo giorno è il sabato per il Signore tuo Dio: non fare lavoro alcuno, né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo schiavo, né la tua schiava, né il tuo bue, né il tuo asino, né alcuna delle tue bestie, né il forestiero che sta entro le tue porte, perché il tuo schiavo e la tua schiava si riposino come te. Ricordati che sei stato schiavo del paese d’Egitto e che il Signore tuo Dio ti ha fatto uscire di là con mano potente e braccio teso; perciò il Signore tuo Dio ti ordina di osservare il giorno di sabato (Dt 5,12-15).
I testi biblici citati lasciano trasparire chiaramente l’intenzione di questo comandamento: ogni settimo giorno gli uomini liberati da Dio devono prendere coscienza della libertà loro donata; devono partecipare al riposo di Dio creatore e rinnovarsi così costantemente nella loro qualità di immagini divine.
Ambedue le redazioni sottolineano con forza l’aspetto sociale. Gli ebrei, che sono degli ex schiavi, e tutti coloro che sono stati liberati dalla schiavitù, non devono dimenticare che il dono della libertà fatto ad essi, vieta radicalmente loro di ridurre altri in schiavitù. Il comandamento presuppone certamente ancora l’esistenza di schiavi, ma si appresta a scalzare le basi di una società schiavista, perché rifiuta appunto di riservare il lavoro e il riposo a gruppi diversi di uomini. Anzi fa ancora di più: fa balenare la liberazione degli schiavi. Ogni uomo deve avere la sua dose benefica di lavoro e di riposo.
Il terzo comandamento mira molto chiaramente a un’importante esperienza di libertà. Eppure nessun altro comandamento è stato così profanato per comprimere l’uomo sia nella realtà del sabato giudaico sia in quella della domenica cristiana.
Al tempo di Gesù il giudaismo cercava di regolare minuziosamente il sabato con prescrizioni complicate. Gesù si ribella intenzionalmente contro queste costrizioni, viola ostentatamente le prescrizioni umane riguardanti il precetto del sabato e afferma: Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato (Mc 2,27). Le sue affermazioni sul sabato sono giustamente considerate ardite e provocanti perché rappresentano una chiara ribellione contro le idee religiose dominanti in quel tempo. Egli mette in risalto la virtù liberante di questo giorno di riposo.
Anche nel cristianesimo comparvero continuamente tendenze legalistiche o oppressive che ebbero spesso il risultato di svisare la domenica come festa della libertà.
Oggi il tempo libero, il fine settimana è appannaggio di tutti, spesso i poveri lavorano meno dei ricchi, e i liberi professionisti ritengono di dover assolutamente lavorare anche di domenica e muoiono in buona percentuale prematuramente per eccesso di lavoro. Quindi lavoro a tutti i livelli della scala sociale e riposo assicurato per tutti quelli che lo vogliono. Ma il fine settimana molte volte e in molti casi non si lascia alle spalle uomini riposati, liberi e felici. Esistono la febbre del sabato sera, la nevrosi della domenica e l’esaurimento del lunedì.
Tante persone trovano il senso della loro esistenza solo nel lavoro, nell’attività professionale. Ma quando tale frenesia viene interrotta dalle feste o dalle ferie, emergono opprimenti e disperanti il vuoto dell’esistenza e la sua povertà di contenuti.
Perché la domenica riveli in maniera convincente il suo effetto positivo sull’uomo non basta che egli si astenga dal lavoro, ma deve vivere positivamente altri due momenti importanti: la santificazione e la comunione con altri uomini liberati. L’esperienza della domenica deve aiutare l’uomo a prendere le distanze da se stesso, affinché le sue tante e molteplici occupazioni non finiscano per sequestrarlo e inghiottirlo in maniera pericolosa. Santificare le feste significa allontanare la propria vita da orizzonti ristretti e inserirla in orizzonti più vasti e divini.
Santificare, celebrare e ringraziare sono tre atti che vanno strettamente uniti. Essi sono elementi fondamentali del nostro rapporto con Dio.
Una attività intensa e ininterrotta può, a lungo andare, esaurire l’uomo nella sua dimensione interiore e provocare in lui un vuoto inquietante.
L’uomo non conquista la sua identità solo mediante il lavoro. La sua esistenza non è giustificata solo da ciò che egli fa, ma anche e soprattutto da quanto riceve come dono di Dio. Da qui il grande significato della celebrazione e del ringraziamento: dell’eucaristia.
I cristiani ringraziano perché sono stati liberati dalla schiavitù per mezzo della morte e della risurrezione di Cristo. Tale azione liberatrice ha un valore così grande che non si finirà mai di celebrarla. La messa, che è la celebrazione del memoriale della morte e della risurrezione del Signore, tende necessariamente alla liberazione dell’uomo se viene celebrata come si deve. La possibilità di celebrare, libera l’uomo, e senza questa capacità la vita diventa, poco per volta, deserta, sconsolata e squallida. E siccome questo è molto importante per la nostra libertà interiore ed esteriore, Dio ce lo impone con un comandamento specifico. Per noi cristiani cattolici la messa della domenica è la celebrazione della festa della liberazione che ci è stata donata da Cristo mediante il suo sacrificio di morte e risurrezione.
Tuttavia né il riposo dal lavoro né il culto bastano a soddisfare pienamente il comandamento di santificare le feste. La sua osservanza include anche l’esperienza della comunione di uomini liberati. L’amore traboccante di Dio vuole promuovere gli uomini mediante la comunione con lui e la loro comunione reciproca. Nei giorni di festa perciò bisogna coltivare in modo particolare le relazioni personali che sono tanto importanti per la piena espansione del nostro essere. La capacità di saper passare il tempo libero in maniera non utilitaristica è espressione di libertà e di umanità. Educare a questo è un compito importante della Chiesa. La domenica deve diventare il giorno in cui ci si disintossica spiritualmente e fisicamente per poter riprendere la vita con gioia.