venerdì 7 luglio 2017

9 LUGLIO 2017 | 14A DOMENICA T. ORDINARIO - A | LECTIO DIVINA


9 LUGLIO 2017 | 14A DOMENICA T. ORDINARIO - A | LECTIO DIVINA

Hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli"
"L'inno di giubilo" (come viene chiamato dagli studiosi), con cui Gesù ringrazia il Padre per aver "tenuto nascosti" i misteri del regno ai "sapienti" e agli "intelligenti" e averli "rivelati ai piccoli" (Mt 11,25), dà il tono a tutta la Liturgia odierna e la tiene come sospesa in un paesaggio irreale.
Gesù ci delinea un mondo tutto suo, in cui vengono capovolti i rapporti degli uomini fra di loro e i criteri valutativi dei comportamenti, delle azioni, della gerarchia dei valori: davanti a Dio non conta la saggezza umana, che ha sempre una buona dose di presuntuosità, ma la "semplicità" del cuore; pur essendo il suo messaggio un "giogo", esso non opprime ma dà gioia e "ristoro" (v. 29) alle anime disorientate; Gesù, che dal Padre ha ricevuto "tutto" (v. 27), di fatto si presenta ai suoi discepoli senza alcuna ostentazione, ma come maestro "mite e umile di cuore" (v. 29). Già il profeta Zaccaria aveva preannunciato che il futuro re messianico sarebbe entrato in Gerusalemme non fra lo splendore rumoroso dei carri e dei cavalli, ma cavalcando un umile "asinello" (Zc 9,9-10).
È il mondo "nuovo" e diverso che dovrebbero costruire i cristiani seguendo e attuando il messaggio evangelico, che sconvolge tutte le categorie correnti, ma che ancora stenta a nascere. Davanti alla nostra fede e davanti alla storia abbiamo il dovere di non far rimanere sogno, o "utopia", quello che Cristo ha voluto diventasse, sia pure faticosamente, consolante realtà.

"Esulta, figlia di Sion! Ecco, a te viene il tuo re... Egli cavalca un asino"
Il brano, appena ricordato, del profeta Zaccaria, ci riferisce un noto oracolo messianico, che Matteo (21,5) vedrà realizzato proprio nel solenne ingresso di Gesù in Gerusalemme:
"Esulta grandemente, figlia di Sion,
giubila, figlia di Gerusalemme!
Ecco, a te viene il tuo re.
Egli è giusto e vittorioso,
umile, cavalca un asino,
un puledro figlio d'asina" (Zc 9,9).
L'invito alla "gioia", qui rivolto alla città santa, non è motivato soltanto dal fatto che essa avrà di nuovo un "re", dopo l'umiliazione e il disfacimento dell'esilio, ma anche dal fatto che tale re sarà vicino ai bisogni della gente: pur essendo potente e "vittorioso", egli sarà "umile" in mezzo ai suoi, ne condividerà i problemi e le sofferenze. Perciò rinuncerà all'apparato sfarzoso dei re storici,1 per riprendere l'antica e semplice cavalcatura dei principi.2
Il profeta Sofonia aveva preannunciato per gli ultimi tempi il sorgere di un popolo "umile e povero, "fiducioso" soltanto nel Signore (3,12-13); nel nostro passo si preannuncia che anche il futuro re di questo popolo sarà un "povero" ('anì) di Jahvè.

"Annunzierà la pace alle genti"
Ed egli darà anche i segni di questo nuovo stile di regalità "povera", che ripone tutta la sua fiducia nel Signore: per esempio, abolirà tutti gli strumenti di guerra e proporrà un messaggio di pace per gli uomini di tutta la terra. Ecco infatti come continua il testo: 
"Farà sparire i carri da Efraim 
e i cavalli da Gerusalemme,
l'arco di guerra sarà spezzato,
annunzierà la pace alle genti;
il suo dominio sarà da mare a mare 
e dal fiume ai confini della terra" (v. 10).
Il riferimento ad Efraim (che faceva parte del regno del Nord) e a Gerusalemme vuol dire che il Messia ristabilirà l'unione di "tutte" le tribù d'Israele, facendo pace fra di loro. Al di là dei confini d'Israele, richiamati nelle espressioni finali ("da mare a mare, e dal fiume ai confini della terra", cioè dal Mediterraneo al Mar Morto e dall'Eufrate all'estremo Sud), è però evidente il riferimento universalistico: a tutte le "genti" si estenderà il messaggio della pace, realizzata dal re "umile" e "giusto", che Gerusalemme esultante accoglierà nei segni della semplicità e della povertà.
Anche Isaia preannuncia per i tempi messianici un mondo di serenità e di pace: "Il lupo dimorerà insieme con l'agnello, la pantera si sdraierà accanto al capretto... Il lattante si trastullerà sulla buca dell'aspide; il bambino metterà la mano sul covo di serpenti velenosi" (Is 11,6.8). Però soltanto Zaccaria ci fa vedere come la "pace" nasca, di fatto, da un atteggiamento di esclusiva "fiducia" in Dio, che è l'atteggiamento tipico del "povero" di Jahvè. Non sono la forza e la potenza, sia delle armi che dell'accortezza diplomatica, che fanno la pace, ma il "disarmo" degli spiriti e la "fiducia" nell'unico Dio, Padre di tutti gli uomini.
Sono cose, queste, tanto semplici da apparire a molti addirittura infantili. Eppure contengono l'intuizione più profonda, che potrebbe davvero riassestare la storia: la "pace" non ha bisogno di essere protetta dalle armi, ma dalla fiducia reciproca degli uomini e da una immensa capacità di amore, che sola permetterà di trasformare, non metaforicamente ma letteralmente, "le spade in vomeri e le lance in falci", come già vaticinava Isaia (2,4).

"Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra"
La lettura evangelica si rifà al brano profetico, fin qui analizzato, sia per un sottofondo comune di pensieri, sia soprattutto per un rimando esplicito, là dove Gesù si presenta come "mite (in greco pra´ys) e umile di cuore" (v. 29). Infatti, soltanto qui e nel capitolo 21,5, dove si cita la profezia di Zaccaria a proposito della entrata in Gerusalemme, si trova applicato a Gesù l'appellativo di pra´ys (= mite). Segno evidente che Gesù stesso ha applicato a sé, in piena coscienza messianica, il testo profetico.
Analizziamo brevemente questo densissimo brano evangelico. Esso si compone di tre piccole unità letterarie, in origine disperse in contesti diversi e poi riunite qui da Matteo per particolari fini didattici: prima abbiamo il famoso "grido di giubilo", che è un ringraziamento a Dio perché svela i suoi "misteri" ai semplici (11,25-26); poi abbiamo una fortissima affermazione teologica sul rapporto unico di Gesù con il "Padre" (v. 27); infine una massima sapienziale, con invito a mettersi alla sua scuola che non impone a nessuno "gioghi" troppo pesanti (vv. 28-30).
Tutto questo si capisce anche meglio se si inserisce nello sfondo della più vasta tematica dei capitoli 11 e 12 di san Matteo, che vogliono mettere in luce l'incomprensione degli uomini nei riguardi del "mistero" di Cristo e l'ostilità che a poco a poco, insorge contro di lui: perfino Giovanni Battista è perplesso nei suoi riguardi (11,2-6).
Le città della Galilea, ove egli ha svolto a lungo il suo apostolato, lo hanno respinto: "Guai a te, Corazin! Guai te, Betsaida! Perché se a Tiro e a Sidone fossero stati compiuti i miracoli che sono stati fatti in mezzo a voi, già da tempo avrebbero fatto penitenza" (11,21). Tutti quelli della sua generazione vengono paragonati a "bambini" capricciosi, che respingono reciprocamente i giochi che vanno improvvisando: "Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato; abbiamo cantato un lamento e non avete pianto" (11,17).
In mezzo a questa ottusità di mente e di cuore si capisce l'esplosione della gioia di Cristo nello scoprire che c'è qualcuno che ha intuito qualcosa del suo mistero: è la "gioia" di chi si sente finalmente compreso dagli altri, che non è più solo con i suoi pensieri e la sua capacità di amore! "Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti, e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te" (vv. 25-26).
Quello che colpisce di più, in questa commossa preghiera di "ringraziamento" (exomologúmai = ti benedico), è la intimità di Cristo con Dio, che nello spazio di appena due versetti viene chiamato due volte "Padre".
Il motivo del ringraziamento, poi, non è tanto il fatto che Gesù ha finalmente trovato qualcuno che può comprenderlo, quanto il fatto che tutto questo viene come "dono" da Dio. È il Padre che apre il cuore a comprendere il mistero di Cristo, mentre quasi tutti si chiudono davanti a lui: "Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te" (v. 26). 
Il Padre gli dona dunque amici e fratelli, che però non provengono dai "sapienti" e dagli "intelligenti" di questo mondo, ma dai "semplici", quelli che Matteo chiama appunto i "piccoli" (népioi). Con tale nome vengono certamente designati i discepoli: ma per Matteo sono anche i lettori del suo Vangelo e i credenti di tutti i tempi, i quali non avanzano pretese né riserve davanti a Cristo, ma sono totalmente disponibili al suo messaggio, che è sempre "oltre" la saggezza e la intelligenza umana, quando addirittura non è "contro", perché tende a rovesciarne gli schemi e le presuntuose sicurezze.
Quando la misura del nostro cristianesimo, sia a livello di ricostruzione teologica sia a livello di esperienza di vita, rientra nei canoni della cosiddetta "ragionevolezza", vuol dire che lo abbiamo tradito, o stiamo per farlo!

"Nessuno conosce il Figlio se non il Padre"
L'affermazione teologica che segue è fortissima e apre uno spiraglio di luce sul mistero del rapporto "unico" ed esclusivo fra Padre e Figlio. Il che ci induce a ritenere che le "cose" nascoste ai sapienti e "rivelate" ai piccoli non sono tanto "i misteri del regno dei cieli" (cf Mt 3,11), come suggeriscono molti studiosi, quanto la realtà indicibile della reciproca relazione fra Padre e Figlio, cioè il vero "essere" di Cristo: "Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare" (v. 27).
Qualcuno ha definito questo versetto "un meteorite caduto dal cielo giovanneo nel terreno sinottico" (K. Hase), per dire che sembra provenire più da Giovanni e dalla sua teologia che non dai Sinottici. In realtà, esso sta benissimo nel nostro contesto, come è testimoniato anche da Luca (10,22).
Il "conoscere", di cui qui si parla, è il tipico "conoscere" biblico, che implica anche "l'amare". Fra Padre e Figlio c'è dunque una totale compenetrazione e una totale reciproca donazione conoscitivo-amorosa, che però non si chiude in loro, ma viene partecipata a chiunque "il Figlio lo voglia rivelare". Il mondo di Dio non è più, così, un mondo chiuso, ma aperto a chiunque abbia ricevuto grazia e volontà per avventurarsi in una esplorazione che non conosce limiti né di tempo né di spazio: il credente, ormai, ha la possibilità di immergersi in Dio e di vivere la sua stessa vita per mezzo di Cristo fin da questo momento.

"Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi"
Gli ultimi tre versetti, pieni di profondissima umanità, sono di carattere "sapienziale" e contengono un invito a "seguire" Gesù Maestro, perché egli è l'unico che sa attrarre a sé anche i più deboli, senza schiacciarli con pesi "insopportabili" come facevano i farisei con i loro discepoli (cf 23,4): "Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero" (vv. 28-30).
Il "giogo della legge" è una metafora che ricorre frequentemente presso i rabbini, ed è in parte già utilizzata dall'Antico Testamento per esprimere l'impegno che esige la "sapienza" dai suoi discepoli. Si legga il seguente testo del Siracide: "Avvicinatevi, voi che siete senza istruzione, prendete dimora alla mia scuola... Sottoponete il collo al mio giogo, accogliete l'istruzione. Essa è vicina e si può trovare..." (51,23.26).
Con questa immagine Gesù vuol dire che il suo insegnamento è molto esigente; egli non inganna i suoi ascoltatori, facendo apparire facile ciò che è difficile: si pone alla pari dei suoi discepoli, vivendo per primo la dottrina che loro propone, in piena "umiltà" e semplicità di cuore. E se qualcuno dei suoi discepoli è lento ad apprendere, o cade, o è tentato di tornare indietro, egli lo rianima ("vi ristorerò") con la pazienza e la "mitezza" tipiche del grande Maestro, che non si sovrappone ai suoi alunni ma si sforza di farli crescere fino alla sua statura.
Il messaggio cristiano viene così spogliato di ogni parvenza e anche di ogni tentazione "legalistica", per essere solo una offerta di salvezza che Cristo ci annuncia e si impegna a vivere insieme a noi, dandoci forze sempre nuove per non venir meno lungo la strada della nostra maturazione spirituale.

"Voi non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito"
In tal modo Gesù si fa "maestro" e "legge" nello stesso tempo: non è tanto il nuovo Mosè, che detta la sua legge fra i bagliori del Sinai, quanto la "sapienza" di Dio che si interiorizza nel cuore di ogni uomo per prendere tutti per mano, facendosi così "norma" vivente per ognuno che accetta, nella semplicità del cuore, la "rivelazione" del suo mistero.
Lo stupendo brano paolino, ripreso dalla Lettera ai Romani, approfondisce questo pensiero quando ci dice che il cristiano deve farsi "guidare" dallo "Spirito di Cristo" e non dalle seduzioni della carne: "Voi non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in noi. Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene" (8,9). Soltanto nella "legge dello Spirito" (8,2) c'è vita e libertà: le "opere della carne", invece, producono morte e schiavitù (8,12-13).
Paradossalmente, di nuovo, solo il "giogo" di Cristo porta alla autentica "libertà", che gli uomini sognano da sempre ma non riescono mai a realizzare, né per sé né per gli altri..

Da: CIPRIANI Settimio

Nessun commento:

Posta un commento

se mi scrivete mi fate piacere