giovedì 31 agosto 2017

Le donne del Vangelo


MEDITAZIONE SULLA PAZIENZA


MEDITAZIONE SULLA PAZIENZA

di José Maria Cabodevillla

La vita è milizia, la vita è seminagione, la vita è teatro, la vita è sogno, la vita è compravendita. Sono molte, infatti, le definizioni della vita umana che si potrebbero trarre, direttamente o indirettamente, dai nostri testi sacri. La vita è pianto, la vita è liturgia, la vita è un fiume che sfocia nel mare. Vivere è tessere una tunica, negoziare col prestito ricevuto, lavorare in una vigna, costruire una casa. Si tratta di un'esistenza così fugace che il nostro vivere equivale all'apparire e allo sparire del fiore di campo; un'esistenza, allo stesso tempo. così lenta e dilatata che i servi hanno il tempo di darsi ad ogni genere di disordine perché il padrone tarda a tornare. Nell'ambito della riflessione cristiana sull'uomo sono molti, ripeto, i modi di definire la nostra vita mortale, capaci tutti di offrire le sfumature più diverse e ricche. Però nessuno tanto comune e tanto fecondo come quello che descrive lo svolgersi della vita umana mediante l'immagine del cammino. Immagine certo presente in tutte le religioni (il dhammapada indù, i muhajjiroun musulmani, il tao come un sentiero), e perfino nel linguaggio più comune, dove la metafora del cammino soggiace a tante etimologie: condotta, metodo, corso e discorso, transito, ingresso, progresso, disgressione, trasgressione... Certamente la american way of life difetta di qualsiasi originalità anche letteraria.
Tuttavia esiste per noi un modo molto particolare di intendere la vita come cammino ed è di intenderla come esodo. Questo generale percorso fra la cattività e il regno ebbe la sua più famosa e plastica rappresentazione storica in quel lungo cammino degli ebrei dall'Egitto fino Canaan; non solo lungo, ma anche umanamente assurdo. Cominciò già in modo assurdo, dirigendosi verso il sud alla ricerca di una meta che si trovava a nord-est; durò quarant'anni il percorso che un viandante ragionevole avrebbe largamente coperto in un paio di settimane. Nella parte superiore della carta geografica, dominando con lo sguardo il labirinto di un simile itinerario, stamperemmo oggi un lemma biblico: «I miei cammini non sono i vostri cammini», dice il Signore (Is 55, 8).
Si tratta—ora come allora—di andare alla Terra Promessa attraverso ciò che Dio vorrà e al passo che egli vorrà: guidati da una colonna di nubi, durante il giorno, e di fuoco durante la notte. Camminando così sempre senza attardarci né affrettarci. Il che diviene quasi una nozione tecnica della virtù della pazienza.

Succede che l'homo viator si sente doppiamente tentato: o desistere dall'andare, perché il cammino risulta troppo faticoso, o anticipare l'arrivo alla meta perché si presume che il cammino sia troppo lungo. E, malgrado sembri strano, queste due decisioni così diverse sarebbero due forme del peccare contro una medesima virtù, contro la pazienza. In fondo costituiscono due peccati molto simili, non più diversi ti quanto possano esserlo la disperazione e la presunzione quali peccati contro la speranza e certamente molto vincolati ad esse.
Perché la pazienza è una virtù che ha due volti e in essa vi è tanto di attività quanto di passività. Da una parte si oppone a quella fretta e ansietà che abitualmente chiamiamo impazienza, la quale altro non è che un comportamento dettato dall'ignoranza o il rifiuto della nostra condizione di creature soggette al tempo, dall'altra suppone, nel medesimo tempo, una decisa volontà di vincere tutte le difficoltà che potrebbero ritardare il nostro andare di creature incalzate dal tempo.
E’ interessante accentuare per ultimo, questo: come l'uomo paziente non sia un uomo semplicemente passivo. Il suo atteggiamento ha molti punti di contatto con la non-violenza la quale, come ben sappiamo, significa distinguersi da una mera e rassegnata passività; l’opposto consiste nel resistere attivamente, con tutti i mezzi non violenti, a qualsiasi forma di violenza. Per essere non-violento non basta non essere violento, bisogna essere anche temerari e battaglieri. La non-violenza è dire no alla violenza e dirlo con la massima energia.
In questo modo la pazienza oltre che una docile sottomissione al ritmo del tempo, diventa una vittoria positiva sul trascorso e sul logorio del tempo. Non possiamo allungare lo stelo di una pianta per accelerarne la crescita, ma neppure possiamo esimerci dal realizzare per essa tutti i lavori agricoli necessari. Ogni cosa ha il suo tempo. Non perché ci si alzi presto, si fa giorno prima e neanche, è chiaro, annotterà più tardi per permetterci di fare il tratto di cammino che avremmo dovuto già percorrere. Si configura così la pazienza come fedeltà alla volontà divina, ai misteriosi disegni del Dio dell'Esodo, misteriosi anche se nel contempo rivelati giorno per giorno; essa esige da noi tanta attività quanto sottomessa accettazione. Di fronte a questa pazienza, in senso basilare e globale, anche l'impazienza ammette un'ampia definizione, e non più ampia che profonda, che arriva a identificarla col peccato umano in generale.
«Sarete come Dio» (Gn 2,5). Questa promessa del serpente avrà la sua replica più giusta e letterale in quell'altra dell'apostolo San Giovanni: «Saremo come lui» (1Gv 3, 2). Perché era peccaminosa, perché era fallace la prima promessa? Perché prometteva di compiersi prima del tempo, perché proponeva una scorciatoia proibita per arrivare alla meta. La somiglianza dell'uomo con Dio può solo aver luogo all'ora debita e nella debita forma; non per mezzo di una divinizzazione ottenuta dall'uomo, ma mediante una divinizzazione concessa da Dio. Sperare Deum a Deo: bisogna attendere che ciò avvenga e bisogna attenderlo da Dio. Solo alla fine e solo dalle mani divine, la creatura potrà mangiare il frutto dell'albero del Paradiso (Ap 2,7). I nostri padri peccarono per impazienza. Quel peccato originale, quell'impazienza che anticipava l'Apocalisse nel momento prematuro della Genesi, si ripeterà, più o meno, in ognuno dei nostri peccati personali. Perché la volontà non cerca mai il male bensì il bene; il male si basa nel cercare male quel bene, nel voler strappare o con le proprie forze o prima del tempo, nel mangiare un frutto acerbo. Il male è l'impazienza del bene, 1'aborto del bene.
All’inizio delle sue famose Considerazioni, conosciute poi col nome di I quaderni blu in ottavo, Kafka scrisse qualcosa che con piacere avrebbero sottoscritto i Padri greci: «Esistono due peccati capitali nell'uomo, dai quali si originano tutti gli altri: impazienza e indolenza. L'impazienza lo fece scacciare dal Paradiso e non fu per colpa dell'indolenza. Ma forse non esiste che un solo peccato capitale: l’impazienza. A causa dell'impazienza lo scacciarono, a causa dell'impazienza egli non torna».

Per redimere la pretesa divinizzazione dell'uomo, il Figlio di Dio si fa uomo, cioè si assoggetta a tutte le limitazioni proprie di un'esistenza temporale, sottomesso allo spazio e al tempo. Per compensare l'impazienza dell'uomo egli sarà paziente. «Gesù cresceva» (Lc 2,52): ecco una frase che non solo loda il suo progresso interiore, ma rivela anche la sua totale dipendenza rispetto al tempo.
Anch'egli doveva percorrere un cammino e anche questo sarebbe consistito, lungo tutta la sua esistenza, in un penoso viaggio fino alla terra promessa ai suoi padri: una costante «salita a Gerusalemme» (At 20,18). Vivrà sempre dipendente da quella che il Vangelo chiama la sua ora, tante volte da lui stesso menzionata (Mt 26, 45; Lc l4, 35.41; Gv 12,27; 17,1...). E’ l'ora del passaggio al Padre, l’ultimo tratto del suo cammino, l'ora verso la quale sono orientate tutte le ore e tutti i passi che la precedettero. Poiché ancora non era suonata la sua ora, fugge e si nasconde quando vogliono ucciderlo (Gv 8, 59; l0, 39; 12, 36). Ma una volta giunta quell'ora, «disse ai suoi discepoli: andiamo un'altra volta in Giudea». I discepoli gli risposero: «Rabbì, poco fa i giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?» (Gv 11, 8). Andò e difatti lo uccisero. Così concluse il suo lungo viaggio, quella salita che aveva iniziato il giorno della sua incarnazione. Salita coraggiosa e intrepida, ininterrotta, contro le dilazioni che ispirerebbe all'uomo indolente e codardo il cammino verso la morte. Salita però lenta, diligente e ponderata contro la fretta e le scorciatoie, che all’uomo impaziente, suggerirebbe un viaggio destinato a porre fine alle sue sofferenze, a concedergli l'accesso ai Paradiso.
La sua ora lo protegge dagli intenti omicidi dei giudei, che non potevano ucciderlo proprio «perché non era ancora giunta la sua ora» (Gv 7,30; 3,20). Però, nel contempo, costituisce per lui un limite, un mandato del Padre a data fissa, una scadenza che non è in suo potere prorogare e nemmeno abbreviare. Non ha alcun potere su quell'ora e nemmeno la conosce (Mc 13, 32). Conoscerla avrebbe significato una forma di potere su di essa, una anticipata notizia relativa agli occulti disegni del Dio dell'Esodo e ciò avrebbe reso psicologicamente impossibile una normale vivibilità umana del tempo. Solo per la generosità e la spontaneità del suo consegnarsi potrà dire: «... io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso» (Gv 10,18). Per quanto concerne la passività e il mistero di quest'immolazione, fu condotto «come un agnello al macello» (Is 53,7). Nei due sensi egli dimostrò pazienza.
Ogni uomo ha la sua ora e davanti ad essa dovrà osservare un comportamento simile: «Abbiate pazienza finché arriverà il giorno del Signore» (Gc 5, 7).
E’ chiaro che l'evocazione di Gesù paziente non è qui un aiuto superfluo o meramente illustrativo. Dopotutto, come qualsiasi altra virtù cristiana, la nostra pazienza si può solo intendere come imitazione e sequela di Cristo. In nessun modo la si potrebbe spiegare senza un espresso riferimento a lui e semplicemente come una condotta imperturbabile e stoica: la condotta di quei pellegrini che nessuna molestia trattiene nel loro cammino e nessuna ansietà sprona. Fra questo genere di pazienza, per quanto perfetta possiamo immaginarla, e la pazienza cristiana ci sarà sempre una differenza essenziale, una distinzione di piani, inclusa un'esigenza di conversione. Anche le persone più pazienti e rassegnate sono obbligate a «nascere di nuovo» (Gv 3,8).
Per quanto riguarda la passività propria della pazienza cristiana, debbo dire che non si tratta precisamente di rassegnazione bensì di abbandono: ci rassegniamo a qualcosa, ci abbandoniamo a qualcuno. Questa nota caratteristica imprescindibile di fiducia nel Padre, suggerisce già un elemento attivo della pazienza: più che sperare in qualcosa speriamo in qualcuno.

Anche nel campo dell'impazienza, nel senso più ristretto, vi sono notevoli differenze qualitative. Alle volte l'impazienza arriva a trasformarsi in un'insolente sfida contro Dio, la volontà sacrilega di forzare o frastornare i suoi piani. «Coloro che dicono che faccia presto, acceleri pure l'opera sua perché la vediamo» (Is 5, 19). Al contrario, altre volte, quello che sembrerebbe impazienza è solo una modalità più ardente della speranza. Quell’esortazione di Giacomo «pazientare finché arrivi il giorno del Signore», non è enunciata senza una certa impazienza tanto incolpevole che può essere santa, tanto accettabile da Dio che può «affrettare l'arrivo del giorno del Signore» (2 Pt 3,12).
Non è raro che l'impazienza del credente faccia sì che la preghiera tenda a trasformarsi in una supplica ansiosa e assillante: «Fino a quando, Signore, implorerò e non ascolti?» (Ab 1,2). Ha tutta l'apparenza di una provocazione arrogante, altezzosa, ma forse ciò è solo dovuto alla difettosa formulazione di un sentimento molto più sensibile, all'espressione di una necessità più perentoria o, semplicemente una mancanza di conoscenza e di attenzione alle cose spirituali. Infatti colui che così si lamenta della trascuratezza di Dio, ignora che non è Dio che deve ascoltare l'uomo bensì l'uomo che deve ascoltare Dio. Quell'anima, che, come confessa, va da tanto tempo supplicando invano, non sa ancora che la preghiera deve prolungarsi precisamente non fino a quando Dio ascolti le suppliche dell'uomo, ma fino a quando l'uomo scopra e accolga e accetti la volontà di Dio; lungo tutta quella preghiera infruttuosa è stato Dio a dimostrarsi paziente alla sordità di un'anima che a forza di parlare, si rendeva incapace di udire. Infatti la comunione di più volontà alla quale tende ogni vera preghiera deve realizzarsi verso l'alto e non verso il basso. Dio esaudirà tutte le sue promesse, ma non è tenuto a soddisfare tutti i nostri desideri. Mai dà una pietra a chi gli chiede un pane, ma neanche dà un coltello al bambino che gli chiede un coltello. Se l'uomo, invece di lamentarsi che Dio non lo ascolta, si immergesse nel silenzio per ascoltare Dio, finirebbe per capire e il suo cuore potrebbe così evolvere dal desiderio all'annientamento, dall'esigenza fino al distacco, dall'impazienza fino alla pazienza.
Ogni volta che chiediamo qualcosa, è giusto e necessario, è nostro dovere e nostra salvezza aggiungere - esplicitamente e implicitamente - quelle parole indispensabili: «Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra». In principio probabilmente la nostra volontà non coinciderà con la sua. Perfino Cristo stesso nel Getsemani distingueva fra «ciò che io voglio» e «ciò che tu vuoi» (Mt 26, 39). Ma seppe anteporre la volontà del Padre alla propria.
E avviene che alla fine i nostri desideri più profondi si realizzano e si realizzano largamente; quei desideri che Dio stesso seminò in noi sono stati però soffocati da altri desideri futili o sbagliati, poiché l'impazienza ci fa vivere alla superficie di noi stessi, nell'inganno e nella meschinità dell'immediato. La nostra aspirazione essenziale è di arrivare felicemente alla Terra Promessa, l'inquietudine del cuore ci induce a prendere scorciatoie che sono solo smarrimenti. Ma alla fine, per grazia di Dio, il viaggio si concluderà positivamente, perché i desideri retti si saranno imposti su quelli distorti, i profondi su quelli superficiali, i più ambiziosi sui più meschini. Alla fine avverrà ciò che avvenne con Gesù Cristo stesso, i cui desideri così, secondo la preghiera del Getsemani, furono ampiamente soddisfatti e nel contempo incompiuti; colui che chiedeva che gli fosse risparmiato il calice della morte, morì; ma dopo la morte fu risuscitato.
Dio infatti ascoltò la preghiera del figlio. Ma lo fece «al terzo giorno».
Questi tre giorni sono per tutti noi la parentesi ineluttabile imposta dalla fede, le giornate o le tappe della nostra peregrinazione, il tempo necessario per l'esercizio della pazienza. 

Come ho detto prima, c'è nella pazienza un elemento di passività e un altro di attività. Dato che questa virtù ci è tanto necessaria per attendere saldi l'arrivo dello Sposo, quanto per sostenere, da concorrenti, la prova per la quale siamo stati tutti convocati: ecco due immagini sacre che descrivono in modo diverso la vita temporale del cristiano, mettendo nel contempo in rilievo quei due differenti aspetti della pazienza. Spicq ha insistito nel tradurre: «corriamo con pazienza» il noto testo di Eb 12, 1, sostituendo pazienza alla precedente perseveranza. Questa sfumatura risulta molto eloquente se ricordiamo che si tratta di una corsa agli ostacoli e una corsa di fondo, in contrasto con quelli chiamati concorsi di velocità. Quello che importa è superare finalmente la prova (Atti 20, 24), raggiungere la meta (2 Tim 4, 7), e per riuscirvi bisogna evitare l'esaurimento prematuro causato da un'indebita accelerazione.
Ma il contrasto con l'impazienza si fa più evidente in quell'elemento di passività, di obbedienza, di fermezza impavida, che si manifestò nel tragitto dell'Esodo, costringendoci a trattenere ad ogni momento i nostri passi alla presenza e alla direzione della colonna di nubi. Perché, date le speciali caratteristiche di questo nostro viaggio a Canaan, la sua scabrosità, l'incertezza dell'itinerario, la fame e la sete, la frequente ostilità di tanti Etei, Ferusei, Gebusei, si potrebbe dire che l'impazienza assuma quasi sempre l'immagine di una fuga, «una fuga in avanti».
In ogni pretesa anticipazione del futuro, si rivela un vile abbandono del presente, un’evasione dalla dura situazione propria del presente. L'uomo impaziente pretende di sottrarsi alla realtà. Poiché «tutto il vero è brutto», secondo la famosa dichiarazione del Leopardi, propendiamo a rifugiarci anticipatamente nel futuro; non importa che questi non esista ancora: precisamente, essendo illusorio, possiamo modellarlo del tutto a nostro piacimento. L'immaginazione infatti risulta il mezzo più economico per farci evadere da un presente inospitale.
Ma fuggire dove? Questo è il meno. Ogni fuggitivo più che andare a, viene da. Succede così che l'impaziente se ne va a Gredos solo per venir via da Madrid; adotta l'ideologia più progressista per liberarsi dalla dottrina tradizionale; oppure diviene conservatore per fuggire l'intemperie e la perplessità proprie di ogni situazione innovatrice; si sposa solo per abbandonare la casa paterna; inizia un nuovo amore solo per meglio dimenticare il suo precedente fallimento. Amore? «Divertitevi, non amate» consiglia il marchese de Sade. Il vero amore comporterebbe un impegno grave, un dovere di fedeltà e consenso: quanto di meno appropriato alla figura di un fuggitivo.
Non ha importanza il luogo dove ci dirigiamo. Solo importa fuggire dal luogo dove ci troviamo. In definitiva la verità è che fuggiamo sempre da noi stessi.
Fuggendo dalla propria interiorità, l'uomo impaziente vive a fior di pelle, scivola sulla superficie delle cose e degli avvenimenti. Invece d'immergersi in un amore serio, moltiplicherà i contatti occasionali, invece di amare si divertirà. Mi viene in mente il pascaliano senso del divertissement, nella sua totale riprovazione. In effetti invece di convertirci e di rivolgerci alla nostra intimità, siamo portati a «divertirci», invece di concentrarci ci disperdiamo. Preferiamo leggere male cinque libri piuttosto che leggerne bene uno solo. Preferiamo divagare piuttosto che sintetizzare. Preferiamo parlare piuttosto che pensare. Recitiamo innumerevoli preghiere invece di tacere, quieti e attoniti. Invece di pregare scriviamo un trattato sull'orazione. Preferiamo la velocità e il rumore. E quando il rumore arriva ad opprimerci e ci immergiamo nel silenzio, immediatamente riempiamo questo silenzio di altri rumori, di letture evasive, di vani progetti, di inutili chiamate telefoniche. Pecchiamo d'impazienza.
Anche il lavoro quotidiano può trasformarsi in una forma di evasione. Ricordo che alcuni anni fa, negli Stati Uniti, ebbe larga diffusione un certo disegno che appariva insistentemente negli spots della TV, negli spazi pubblicitari, nelle riviste, sulle scatole di fiammiferi. Raffigurava il noto uomo di affari sempre affaticato, il cittadino impaziente per antonomasia: con una borsa sotto braccio e consultando l'orologio, dalle sue spalle emergeva una grande chiave a forma di farfalla, di quelle che servono per caricare un meccanismo e metterlo in moto. Sotto al disegno un suggerimento: «Vada a riposare in un albergo Sheraton». Se non sapessimo che quella frase pubblicitaria proponeva un genere di riposo assai diverso dalla lettura dei «Pensieri» di Pascal, si direbbe che fosse stata ispirata precisamente da uno di essi: «Ogni disgrazia degli uomini proviene del non essere capaci di starsene seduti in una camera».

L'uomo impaziente passa la sua vita fuggendo da una città all'altra, da un progetto all'altro, da una chimera all'altra, da un equivoco all'altro. L'importante è non fermarsi. Quando già esisteva la navigazione, egli inventò la circumnavigazione. Odisseo mi chiamo e l'Odissea adoro. La potenza locomotrice è causa e, nel contempo, effetto del movimento. Lo scoiattolo muove la gabbia, la gabbia muove lo scoiattolo. L'uomo impaziente ha inventato il moto continuo, l'inquietudine perpetua e la velocità accelerata senza uniformità.

Sono seduto al margine della strada
il conducente cambia la ruota.
Non mi piace il luogo da dove provengo.
Non mi piace il luogo dove vado.
Perché guardo il cambio della ruota
con impazienza?
(Bertold Brecht)

Perché l'unica cosa cui aneliamo è il movimento come tale, lo spostamento in se stesso, la fuga da un luogo che non ci piace verso un altro che, precisamente perché neanche ci piacerà, ci spingerà subito a continuare la fuga. Per quello ci contraria tanto doverci fermare, non fosse altro che il tempo necessario per cambiare una ruota, tempo durante il quale non abbiamo altro rimedio che porci inevitabilmente, la domanda più ovvia e più terribile: Perché tanta impazienza?
Muoverci, non star quieti, non permettere che quell'immobilità e quel silenzio si prolunghino al punto da renderci conto che la nostra fuga non ha alcun senso, come il correre sopra coperta in direzione opposta a quella che segue il bastimento. Bisogna di nuovo citare Pascal: all'uomo non interessa la preda, ma la caccia; non cerca le cose, ma la ricerca delle cose. Ripeto, l'importante è non fermarsi. E quanto più in fretta andiamo, tanto meglio è. Perché? Siamo come un pattinatore che scivoli a gran velocità, sapendo più o meno oscuramente che lo strato ghiacciato è troppo debole per sopportare il nostro peso, se solo ci pensassimo; il ghiaccio si romperebbe e cadremmo dentro: dentro noi stessi, dentro il nostro proprio vuoto. Ecco come l'impazienza, che è causa di tanto stordimento, è pure effetto della nostra volontà di stordimento, della nostra diserzione: in definitiva, della nostra paura cosciente e incosciente. L'uomo è come un cane con una latta legata alla coda.
E cosa otteniamo fuggendo? Ricordiamo il famoso passo di Sartre: «Fuggo per ignorare, ma non posso ignorare che fuggo; e la fuga dall’angoscia non è altro che un modo di rendersi coscienti dell'angoscia».
La disperazione sarebbe una soluzione ispirata da quella paradossale legge della vertigine, secondo la quale vi è chi si getta giù dalla torre per paura di caderne. Si tratta di una presunzione alla rovescia, l’altra modalità dell'impazienza: invece di precipitarsi verso la meta, invece di ritenerla già acquistata, l'impaziente mette fine immantinente alla sua corsa, negando che esista alcuna meta per lui, avanzando l'argomento che tutti i numeri possibili si trovano alla stessa distanza, dall'infinito, dall'inarrivabile. 

Di fronte a questi due peccati di presunzione e di disperazione, la pazienza dell'Esodo, sempre attiva e passiva, ci si rivela essenzialmente associata alla speranza. (In una stazione ferroviaria del Marocco spagnolo, Gide vide un cartello con la scritta «Sala de espera» e si meravigliò che la lingua castigliana non facesse differenza fra speranza e attesa. Certamente noi conosciamo la differenza fra questi due elementi della speranza, solo che esitiamo a dissociarli).
Secondo san Paolo, la pazienza genera speranza (Rm 5,4). Apparentemente bisognerebbe esprimerlo al contrario, poiché solitamente è la speranza che ci incita ad essere pazienti. Ma la parola dell'apostolo contiene una verità più profonda, e cioè che solo con la pazienza si costruisce la speranza in quanto virtù, come nell'amore matrimoniale, che necessita del tempo e delle difficoltà inerenti al tempo, per essere qualcosa di più di un innamoramento passeggero. Il superamento di queste difficoltà genera la pazienza, rende ardua la nostra speranza, la consolida e la rivaluta fino a giungere a «sperare contro ogni speranza» (Rm 4,18), pratica questa non meno dura, non meno paziente, di quella di credere contro ogni evidenza, di amare il nemico come noi stessi.
Solo la pazienza ci permette di sperare veramente e secondo la volontà di Dio. Poiché sperare significa propriamente continuare a sperare, sperare con ostinazione, sperare quando ogni ragionevole aspettativa si è dissipata e si è fatto buio. Della speranza Bacone soleva dire che è una buona colazione ma una cattiva cena.

Nota biografica
Giuseppe Maria Cabodevilla (1928) si è laureato in Teologia nell’università Gregoriana a Roma. Ha pubblicato più di venti libri fra i quali i più noti: Cristo vivo, Uomo e donna, Discorso del padrenostro, L’impazienza di Giobbe, 12 dicembre, Parole sono amori, Fiera di utopie, La cuccagna della libertà, Il demonio retorico, Lettera della carità, Consolazione della brevità della vita, Le forme di felicità sono otto.

mercoledì 30 agosto 2017

dal libro dell' Apocalisse, Gesù in cielo


PAPA FRANCESCO - LA SPERANZA CRISTIANA - 30. IL PERDONO DIVINO: MOTORE DI SPERANZA


PAPA FRANCESCO - LA SPERANZA CRISTIANA - 30. IL PERDONO DIVINO: MOTORE DI SPERANZA

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI

Mercoledì, 9 agosto 2017 

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Abbiamo sentito la reazione dei commensali di Simone il fariseo: «Chi è costui che perdona anche i peccati?» (Lc 7,49). Gesù ha appena compiuto un gesto scandaloso. Una donna della città, conosciuta da tutti come una peccatrice, è entrata in casa di Simone, si è chinata ai piedi di Gesù e ha versato sui suoi piedi olio profumato. Tutti quelli che erano lì a tavola mormorano: se Gesù è un profeta, non dovrebbe accettare gesti del genere da una donna come quella. Quelle donne, poverette, che servivano solo per essere incontrate di nascosto, anche dai capi, o per essere lapidate. Secondo la mentalità del tempo, tra il santo e il peccatore, tra il puro e l’impuro, la separazione doveva essere netta.
Ma l’atteggiamento di Gesù è diverso. Fin dagli inizi del suo ministero di Galilea, Egli avvicina i lebbrosi, gli indemoniati, tutti i malati e gli emarginati. Un comportamento del genere non era per nulla abituale, tant’è vero che questa simpatia di Gesù per gli esclusi, gli “intoccabili”, sarà una delle cose che più sconcerteranno i suoi contemporanei. Laddove c’è una persona che soffre, Gesù se ne fa carico, e quella sofferenza diventa sua. Gesù non predica che la condizione di pena dev’essere sopportata con eroismo, alla maniera dei filosofi stoici. Gesù condivide il dolore umano, e quando lo incrocia, dal suo intimo prorompe quell’atteggiamento che caratterizza il cristianesimo: la misericordia. Gesù, davanti al dolore umano sente misericordia; il cuore di Gesù è misericordioso. Gesù prova compassione. Letteralmente: Gesù sente fremere le sue viscere. Quante volte nei vangeli incontriamo reazioni del genere. Il cuore di Cristo incarna e rivela il cuore di Dio, che laddove c’è un uomo o una donna che soffre, vuole la sua guarigione, la sua liberazione, la sua vita piena.
È per questo che Gesù spalanca le braccia ai peccatori. Quanta gente perdura anche oggi in una vita sbagliata perché non trova nessuno disponibile a guardarlo o guardarla in modo diverso, con gli occhi, meglio, con il cuore di Dio, cioè guardarli con speranza. Gesù invece vede una possibilità di risurrezione anche in chi ha accumulato tante scelte sbagliate. Gesù sempre è lì, con il cuore aperto; spalanca quella misericordia che ha nel cuore; perdona, abbraccia, capisce, si avvicina: così è Gesù!
A volte dimentichiamo che per Gesù non si è trattato di un amore facile, a poco prezzo. I vangeli registrano le prime reazioni negative nei confronti di Gesù proprio quando lui perdonò i peccati di un uomo (cfr Mc 2,1-12). Era un uomo che soffriva doppiamente: perché non poteva camminare e perché si sentiva “sbagliato”. E Gesù capisce che il secondo dolore è più grande del primo, tanto che lo accoglie subito con un annuncio di liberazione: «Figlio, ti sono perdonati i peccati!» (v. 5). Libera quel senso di oppressione di sentirsi sbagliato. È allora che alcuni scribi – quelli che si credono perfetti: io penso a tanti cattolici che si credono perfetti e disprezzano gli altri … è triste, questo … - alcuni scribi lì presenti sono scandalizzati da quelle parole di Gesù, che suonano come una bestemmia, perché solo Dio può perdonare i peccati.
Noi che siamo abituati a sperimentare il perdono dei peccati, forse troppo “a buon mercato”, dovremmo qualche volta ricordarci di quanto siamo costati all’amore di Dio. Ognuno di noi è costato abbastanza: la vita di Gesù! Lui l’avrebbe data anche solo per uno di noi. Gesù non va in croce perché sana i malati, perché predica la carità, perché proclama le beatitudini. Il Figlio di Dio va in croce soprattutto perché perdona i peccati, perché vuole la liberazione totale, definitiva del cuore dell’uomo. Perché non accetta che l’essere umano consumi tutta la sua esistenza con questo “tatuaggio” incancellabile, con il pensiero di non poter essere accolto dal cuore misericordioso di Dio. E con questi sentimenti Gesù va incontro ai peccatori,  quali tutti noi siamo.
Così i peccatori sono perdonati. Non solamente vengono rasserenati a livello psicologico, perché liberati dal senso di colpa. Gesù fa molto di più: offre alle persone che hanno sbagliato la speranza di una vita nuova. “Ma, Signore, io sono uno straccio” – “Guarda avanti e ti faccio un cuore nuovo”. Questa è la speranza che ci dà Gesù. Una vita segnata dall’amore. Matteo il pubblicano diventa apostolo di Cristo: Matteo, che è un traditore della patria, uno sfruttatore della gente. Zaccheo, ricco corrotto - questo sicuramente aveva una laurea in tangenti - di Gerico, si trasforma in un benefattore dei poveri. La donna di Samaria, che ha avuto cinque mariti e ora convive con un altro, si sente promettere un’“acqua viva” che potrà sgorgare per sempre dentro di lei (cfr Gv 4,14). Così Gesù cambia il cuore; fa così con tutti noi.
Ci fa bene pensare che Dio non ha scelto come primo impasto per formare la sua Chiesa le persone che non sbagliavano mai. La Chiesa è un popolo di peccatori che sperimentano la misericordia e il perdono di Dio. Pietro ha capito più verità di sé stesso al canto del gallo, piuttosto che dai suoi slanci di generosità, che gli gonfiavano il petto, facendolo sentire superiore agli altri.
Fratelli e sorelle, siamo tutti poveri peccatori, bisognosi della misericordia di Dio che ha la forza di trasformarci e ridarci speranza, e questo ogni giorno. E lo fa! E alla gente che ha capito questa verità basilare, Dio regala la missione più bella del mondo, vale a dire l’amore per i fratelli e le sorelle, e l’annuncio di una misericordia che Lui non nega a nessuno. E questa è la nostra speranza. Andiamo avanti con questa fiducia nel perdono, nell’amore misericordioso di Gesù.

martedì 29 agosto 2017

Sant'Agostino


BENEDETTO XVI - SANT’AGOSTINO, LA DOTTRINA. FEDE E RAGIONE


BENEDETTO XVI - SANT’AGOSTINO, LA DOTTRINA. FEDE E RAGIONE

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI

Mercoledì, 30 gennaio 2008 

Cari amici,

dopo la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani ritorniamo oggi alla grande figura di sant’Agostino. Il mio caro Predecessore Giovanni Paolo II gli ha dedicato nel 1986, cioè nel sedicesimo centenario della sua conversione, un lungo e denso documento, la Lettera apostolica Augustinum Hipponensem. Il Papa stesso volle definire questo testo «un ringraziamento a Dio per il dono fatto alla Chiesa, e per essa all’umanità intera, con quella mirabile conversione» (AAS, 74, 1982, p. 802). Sul tema della conversione vorrei tornare in una prossima Udienza. È un tema fondamentale non solo per la sua vita personale, ma anche per la nostra. Nel Vangelo di domenica scorsa il Signore stesso ha riassunto la sua predicazione con la parola: «Convertitevi». Seguendo il cammino di sant’Agostino, potremmo meditare su che cosa sia questa conversione: è una cosa definitiva, decisiva, ma la decisione fondamentale deve svilupparsi, deve realizzarsi in tutta la nostra vita.
La catechesi oggi è dedicata invece al tema fede e ragione, che è un tema determinante, o meglio, il tema determinante per la biografia di sant’Agostino. Da bambino aveva imparato da sua madre Monica la fede cattolica. Ma da adolescente aveva abbandonato questa fede, perché non poteva più vederne la ragionevolezza e non voleva una religione che non fosse anche per lui espressione della ragione, cioè della verità. La sua sete di verità era radicale e lo ha condotto quindi ad allontanarsi dalla fede cattolica. Ma la sua radicalità era tale che egli non poteva accontentarsi di filosofie che non arrivassero alla verità stessa, che non arrivassero fino a Dio. E a un Dio che non fosse soltanto un’ultima ipotesi cosmologica, ma che fosse il vero Dio, il Dio che dà la vita e che entra nella nostra stessa vita. Così tutto l’itinerario intellettuale e spirituale di sant’Agostino costituisce un modello valido anche oggi nel rapporto tra fede e ragione, tema non solo per uomini credenti, ma per ogni uomo che cerca la verità, tema centrale per l’equilibrio e il destino di ogni essere umano. Queste due dimensioni, fede e ragione, non sono da separare né da contrapporre, ma piuttosto devono sempre andare insieme. Come ha scritto Agostino stesso dopo la sua conversione, fede e ragione sono «le due forze che ci portano a conoscere» (Contro gli Accademici III,20,43). A questo proposito rimangono giustamente celebri le due formule agostiniane (Sermoni 43,9) che esprimono questa coerente sintesi tra fede e ragione: crede ut intelligas («credi per comprendere») – il credere apre la strada per varcare la porta della verità –, ma anche, e inseparabilmente, intellige ut credas («comprendi per credere») – scruta la verità per poter trovare Dio e credere.
Le due affermazioni di Agostino esprimono con efficace immediatezza e con altrettanta profondità la sintesi di questo problema, nella quale la Chiesa cattolica vede espresso il proprio cammino. Storicamente questa sintesi va formandosi, prima ancora della venuta di Cristo, nell’incontro tra fede ebraica e pensiero greco nel giudaismo ellenistico. Successivamente nella storia questa sintesi è stata ripresa e sviluppata da molti pensatori cristiani. L’armonia tra fede e ragione significa soprattutto che Dio non è lontano: non è lontano dalla nostra ragione e dalla nostra vita; è vicino ad ogni essere umano, vicino al nostro cuore e vicino alla nostra ragione, se realmente ci mettiamo in cammino.
Proprio questa vicinanza di Dio all’uomo fu avvertita con straordinaria intensità da Agostino. La presenza di Dio nell’uomo è profonda e nello stesso tempo misteriosa, ma può essere riconosciuta e scoperta nel proprio intimo: non andare fuori – afferma il convertito – ma «torna in te stesso; nell’uomo interiore abita la verità; e se troverai che la tua natura è mutabile, trascendi te stesso. Ma ricordati, quando trascendi te stesso, che tu trascendi un’anima che ragiona. Tendi dunque là dove si accende la luce della ragione» (La vera religione 39,72). Proprio come egli stesso sottolinea, con un’affermazione famosissima, all’inizio delle Confessioni, autobiografia spirituale scritta a lode di Dio: «Ci hai fatti per te e inquieto è il nostro cuore, finché non riposa in te» (I,1,1).
La lontananza di Dio equivale allora alla lontananza da se stessi: «Tu infatti – riconosce Agostino (Confessioni, III,6,11) rivolgendosi direttamente a Dio – eri all’interno di me più del mio intimo e più in alto della mia parte più alta», interior intimo meo et superior summo meo; tanto che – aggiunge in un altro passo ricordando il tempo antecedente la conversione – «tu eri davanti a me; e io invece mi ero allontanato da me stesso, e non mi ritrovavo; e ancora meno ritrovavo te» (Confessioni V,2,2). Proprio perché Agostino ha vissuto in prima persona questo itinerario intellettuale e spirituale, ha saputo renderlo nelle sue opere con tanta immediatezza, profondità e sapienza, riconoscendo in due altri celebri passi delle Confessioni (IV,4,9 e 14,22) che l’uomo è «un grande enigma» (magna quaestio) e «un grande abisso» (grande profundum), enigma e abisso che solo Cristo illumina e salva. Questo è importante: un uomo che è lontano da Dio è anche lontano da sé, alienato da se stesso, e può ritrovare se stesso solo incontrandosi con Dio. Così arriva anche a sé, al suo vero io, alla sua vera identità.
L’essere umano – sottolinea poi Agostino nel De civitate Dei (La città di Dio XII,27) – è sociale per natura ma antisociale per vizio, ed è salvato da Cristo, unico mediatore tra Dio e l’umanità e «via universale della libertà e della salvezza», come ha ripetuto il mio predecessore Giovanni Paolo II (Augustinum Hipponensem, 21): al di fuori di questa via, che mai è mancata al genere umano – afferma ancora Agostino nella stessa opera – «nessuno è stato mai liberato, nessuno viene liberato, nessuno sarà liberato» (La città di Dio X,32,2). In quanto unico mediatore della salvezza, Cristo è capo della Chiesa e ad essa è misticamente unito, al punto che Agostino può affermare: «Siamo diventati Cristo. Infatti se Egli è il capo, noi le sue membra, l’uomo totale è Lui e noi» (Commento al Vangelo di Giovanni 21,8).
Popolo di Dio e casa di Dio, la Chiesa nella visione agostiniana è dunque legata strettamente al concetto di Corpo di Cristo, fondata sulla rilettura cristologica dell’Antico Testamento e sulla vita sacramentale centrata sull’Eucaristia, nella quale il Signore ci dà il suo Corpo e ci trasforma in suo Corpo. È allora fondamentale che la Chiesa, popolo di Dio in senso cristologico e non in senso sociologico, sia davvero inserita in Cristo, il quale – afferma Agostino in una bellissima pagina – «prega per noi, prega in noi, è pregato da noi; prega per noi come nostro sacerdote, prega in noi come nostro capo, è pregato da noi come nostro Dio: riconosciamo pertanto in Lui la nostra voce e in noi la sua» (Esposizione sui Salmi 85,1).
Nella conclusione della Lettera apostolica Augustinum Hipponensem Giovanni Paolo II ha voluto chiedere allo stesso Santo che cosa abbia da dire agli uomini di oggi, e risponde anzitutto con le parole che Agostino affidò a una lettera dettata poco dopo la sua conversione: «A me sembra che si debbano ricondurre gli uomini alla speranza di trovare la verità» (Ep. 1,1); quella verità che è Cristo stesso, Dio vero, al quale è rivolta una delle preghiere più belle e più famose delle Confessioni (X,27,38): «Tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho amato! Ed ecco tu eri dentro e io fuori, e lì ti cercavo, e nelle bellezze che hai creato, deforme, mi gettavo. Eri con me, ma io non ero con te. Da te mi tenevano lontano quelle cose che, se non fossero in te, non esisterebbero. Hai chiamato e hai gridato e hai rotto la mia sordità, hai brillato, hai mostrato il tuo splendore e hai dissipato la mia cecità, hai sparso il tuo profumo e ho respirato e aspiro a te, ho gustato e ho fame e sete, mi hai toccato e mi sono infiammato nella tua pace».
Ecco, Agostino ha incontrato Dio e durante tutta la sua vita ne ha fatto esperienza, al punto che questa realtà – che è anzitutto incontro con una Persona, Gesù – ha cambiato la sua vita, come cambia quella di quanti, donne e uomini, in ogni tempo hanno la grazia di incontrarlo. Preghiamo che il Signore ci dia questa grazia e ci faccia trovare così la sua pace.

giovedì 24 agosto 2017

Tu es Petrus


27 AGOSTO 2017 | 21A DOMENICA T. ORDINARIO - A | LECTIO DIVINA


27 AGOSTO 2017 | 21A DOMENICA T. ORDINARIO - A | LECTIO DIVINA

"Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa"

Tutta la Liturgia odierna gravita verso la scena grandiosa del Vangelo, che è un po' come la "sintesi" di tutto il messaggio del Nuovo Testamento.
Ed è sintesi per un doppio motivo. Prima di tutto, per la solenne confessione di fede in Cristo come "Figlio di Dio" da parte di Pietro. È risaputo, infatti, che nell'architettura dei Vangeli sinottici, e in special modo di Marco (8,27-30), qui siamo al punto "critico" del processo rivelativo del mistero di Cristo: la gente, che pur lo ha seguito con entusiasmo e con simpatia, rimane sconcertata davanti alle sue affermazioni e lentamente lo abbandona. Soltanto gli Apostoli sono parzialmente capaci di accettarlo per quello che egli ormai sempre più chiaramente si manifesta, cioè come il Messia "sofferente" che dovrà morire per salvare il suo popolo. È proprio da questo momento, infatti, che si moltiplicano i suoi riferimenti alla imminente morte di croce.
In secondo luogo, perché in questo brano abbiamo la promessa di particolari "poteri" a Pietro sopra tutta la Chiesa, che Cristo farà nascere proprio come frutto del suo sacrificio sulla croce: in Pietro si avrà come la "sintesi" di tutti i servizi e di tutte le articolazioni "ministeriali" che sono indispensabili perché un organismo sociale, come è la Chiesa, possa sopravvivere a se stesso.

"Gli porrò sulla spalla la chiave della casa di Davide"
Che tutto graviti verso la ricchissima pagina di Vangelo, che tra poco commenteremo, lo dimostra già la prima lettura, che ci riferisce di un normale avvicendamento amministrativo alla corte del re Ezechia (716-687 a.C.): la sostituzione con Eliakim di un certo Sebnà, di cui non sappiamo quasi nulla (Is 22,19-23), nella carica di maggiordomo del re di Giuda.
Molto probabilmente questo Sebnà era un abile manovriero, arrivato, con l'arte dell'adulazione e del raggiro, a ricoprire la più alta carica dello Stato. Ora, Dio per mezzo del Profeta ordina di togliergli l'incarico, per conferirlo a persona più degna che, più che i propri, curi gli interessi dei sudditi (cf 2 Re 18,26.37; 19,2).
È un testo carico di immagini che significano sia il trapasso del potere ("lo rivestirò con la tua tunica", ecc.), sia l'esercizio del potere. Fra queste è caratteristica l'immagine della "chiave": l'"aprire" e il "chiudere" le porte della casa del re era una funzione del visir egiziano, di cui l'equivalente è in Israele il maggiordomo. L'immagine della "chiave", perciò, sta a significare una pienezza di poteri, delegata da uno che sta più in alto.
Nell'Apocalisse, Giovanni applicherà questa immagine a Cristo, in quanto è colui che ha ricevuto "ogni potere in cielo e sulla terra" (cf Mt 28,18): "Così parla il Santo, il Verace, Colui che ha la chiave di Davide: quando egli apre nessuno chiude e quando chiude nessuno apre" (Ap 3,7).
Un'altra cosa, però, vorrei far notare prima di passare al Vangelo: il "tipo" e la "qualità" del potere che, secondo Isaia, dovrà esercitare il nuovo maggiordomo sopra Israele. Ecco come si esprime il testo: "Sarà un padre per gli abitanti di Gerusalemme e per il casato di Giuda".
Si anticipa qui il senso dell'autorità, quale proporrà Gesù nel Nuovo Testamento: essa dovrà essere espressione e manifestazione non di potenza e neppure di superiorità, ma di "amore". L'amore, appunto, che un "padre" porta ai suoi figli. Del resto, proprio questa capacità di "amare" Cristo richiederà a Pietro prima di costituirlo "pastore" del suo gregge: "Simone di Giovanni, mi vuoi bene tu più di costoro?" (Gv 21,15-17). Un amore, quello di Pietro, rivolto non solo a Cristo ma, in lui, anche a tutte le pecore e agli agnelli del suo gregge.

"La gente chi dice che sia il Figlio dell'uomo?"
E così siamo arrivati al brano di Vangelo che più ci interessa e in cui protagonista assoluto è Pietro; forse si potrebbe dire, anche meglio, che protagonista è Cristo in quanto viene da Pietro pubblicamente confessato come "Figlio del Dio vivente" e in quanto da lui viene come continuato e "rappresentato" presso gli uomini di tutte le generazioni quale "vicario di Cristo", come la tradizione cristiana ben presto si è espressa.
È il noto episodio della confessione di Cesarea di Filippo, che crea non poche difficoltà agli studiosi perché le parole più impegnative riguardanti i "poteri" di Pietro sono ignorate dagli altri due Sinottici (cf Mc 8,27-30; Lc 9,18-21). Senza entrare nei dettagli della non facile questione, diciamo solamente che Matteo ha un accentuato interesse "ecclesiologico", oltre che "cristologico", e perciò riporta qui delle autentiche espressioni che Gesù ha forse detto in altro contesto storico, proprio per dare più rilievo non solo alla figura "storica" di Pietro, ma anche alla sua "funzione" di permanente "confessore" della fede nell'unica Chiesa di Cristo, che durerà sino alla fine del mondo.
L'interesse "cristologico" del brano è reso evidente proprio dalla domanda che Gesù pone ai suoi discepoli: "La gente chi dice che sia il Figlio dell'uomo?" (Mt 16,13). Ed è chiaro che Gesù la pone non tanto per sapere ciò che la "gente" pensa di lui, quanto per spingere gli Apostoli ad andare oltre, a penetrare più a fondo nel suo "mistero". È quanto risulta dal suo incalzare, dopo che gli viene riferito il pensiero della "gente" (v. 14): "Voi chi dite che io sia?" (v. 15). Ciò che dicono gli "altri" non coincide, dunque, con la vera "realtà" che lui porta e quasi nasconde in sé.
A questo punto interviene Pietro, che parla a nome di tutti e proclama: "Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente" (v. 16). In rapporto a quella degli altri due Sinottici, la confessione di fede di Pietro è doppia: egli non proclama soltanto Gesù come il Messia ("Cristo"), promesso dai Profeti e atteso dal popolo, come fanno anche Marco e Luca, ma anche come il "Figlio di Dio", che ha un rapporto unico ed esclusivo con il Padre.
Una confessione di fede completa, dunque, che afferra nella sua radicalità l'essere e l'agire di Cristo, e che vale anche per quando di Gesù sarà possibile credere tutto fuorché egli sia davvero il "Figlio del Dio vivente": si pensi al suo morire abbandonato da tutti sulla croce! Difatti, immediatamente dopo, Pietro si scandalizzerà proprio davanti al primo annuncio dell'imminente passione del Signore (Mt 16,21-23).

"Beato te, Simone, perché né la carne né il sangue te l'hanno rivelato"
Tutto questo sta a significare che un "credere" così non è facile e non può derivare dalle pure forze della ragione ("la carne e il sangue"): la fede è sempre un aprirsi a qualcosa che sta oltre e che non è verificabile da nessuna intelligenza, anche la più acuta. Essa è mero "dono" che viene dall'alto, come commenta subito Gesù: "Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l'hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli" (v. 17).
È evidente qui l'eco dell'inno di "giubilo" del Signore: "Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te" (Mt 11,25-26).
Si deve però osservare che la confessione di Pietro viene accettata da Cristo, non tanto e solo come un fatto personale (che già è degno di ammirazione), ma come espressione e simbolo di un "servizio" da rendere costantemente alla Chiesa: cioè Pietro è il "portavoce" della fede degli altri Apostoli e di tutti i credenti di tutti i tempi. Infatti, solo sulla fede nella divinità di Gesù "si fonda" la Chiesa: senza questa fede la Chiesa sarebbe un puro aggregato sociologico, non la comunità di coloro che Dio convoca e salva in Cristo suo Figlio. Si vede subito allora come l'interesse "cristologico" sfoci immediatamente in quello "ecclesiologico", tipico di Matteo, come abbiamo già più di una volta rilevato.

"E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherà la mia Chiesa"
È in questa luce che si possono comprendere, senza grandi difficoltà, le successive parole a Pietro e che sembrano fare di lui, pur così fragile, il punto di riferimento e di "sostegno" di tutta l'economia salvifica che Cristo è venuto a instaurare sulla terra. Qualcosa di troppo grande per essere affidato ad un uomo!
Eppure le parole di Gesù suonano troppo chiare e solenni, perché le possiamo interpretare diversamente: "Ed io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli" (vv. 18-19).
Pietro in quanto ha confessato, e nei suoi successori continuerà a confessare Cristo come "Figlio di Dio", costituisce la "pietra" di fondamento su cui Cristo "edificherà" senza fine la sua Chiesa. 
Le immagini qui adoperate ci richiamano facilmente a uno sfondo linguistico semitico, come riconoscono ormai tutti gli studiosi: segno, questo, evidente dell'antichità del brano. Già il cambiamento di nome si capisce molto meglio nel gioco di parole dell'originale aramaico, dove Kefa', al maschile, significa appunto "pietra, roccia": nelle nostre lingue, invece, e anche nel greco, "pietra" è femminile, e bisogna trasformarlo in maschile per farne un nome personale ("Pietro").
Ma, al di là del gioco di parole, a noi interessa rilevare la funzione di "roccia" che Cristo attribuisce a Pietro. L'immagine evidentemente è quella di una "costruzione", che rimane salda nella misura in cui è fondata sulla "roccia": si ricordi la parabola della casa costruita sulla "sabbia" e che ben presto la pioggia e i venti impetuosi abbattono (cf Mt 7,26-27). 
Pietro perciò nella Chiesa ha la funzione di "roccia", di fondamento e di coesione: questo egli fa, riproponendo sempre da capo e interpretando in maniera autentica l'unica fede nel Cristo, "Figlio del Dio vivente".
D'altra parte, è significativo il fatto che Gesù, mentre proclama che Pietro è già "roccia", al presente ("Tu sei Pietro", cioè "roccia"), per esprimerne la funzione e descriverne i poteri adopera i verbi al futuro: "Edificherò, darò le chiavi", ecc.
Che senso ha tutto questo? Forse vuole alludere ai poteri che di fatto Gesù conferirà a Pietro solo dopo la Risurrezione (cf Gv 21), oppure intende riferirsi a un "permanere" del "servizio" di Pietro anche al di là della figura "storica" di Pietro?
È certo che la tradizione cattolica ha interpretato il passo in questo secondo senso, che non esclude ovviamente il primo: finché la Chiesa verrà "costruita" dall'unico suo Signore che è Cristo, ci sarà bisogno di un uomo che, come Pietro e al posto di Pietro, faccia da "roccia" di fondamento di questo immenso "edificio" con la proclamazione incrollabile della fede in Cristo come "Figlio di Dio", morto e risorto per salvare gli uomini. Proprio per questo tutti gli assalti delle forze del male ("le porte degli inferi"), che tendono a bloccare l'opera della salvezza, facendo restare gli uomini prigionieri della "morte" spirituale e poi anche fisica, "non prevarranno contro la Chiesa", non riusciranno cioè a scuoterla e a farla rovinare: la "roccia" della fede di Pietro la sosterrà sino alla fine dei secoli!

"A te darò le chiavi del regno dei cieli "
D'altra parte, la "fede", pur essendo unica e invariabile, ha pur bisogno di essere non solo sviluppata e approfondita, ma anche "confrontata" con le situazioni culturali e sociali diverse, con i nuovi problemi che interrogano gli uomini. E sarà ancora Pietro che, in virtù dei poteri conferitigli da Cristo, in piena fedeltà al suo Signore, dovrà dire la parola definitiva che interpreta e adatta il Vangelo ai bisogni nuovi degli uomini: "A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli" (v. 19). 
Sappiamo già che cosa significa l'immagine della "chiave". Il "legare" poi e lo "sciogliere" è formula rabbinica per indicare la funzione interpretativa della legge divina, nel senso di dichiarare autoritativamente proibito ("legare") o permesso ("sciogliere") un determinato comportamento in rapporto alle esigenze divine espresse nella Scrittura. Sul piano disciplinare, poi, "legare" e "sciogliere" indicano il potere di escludere dalla comunità e di ammettere, o riammettere, nel suo seno. La cosa poi che sorprende di più non è il fatto che Cristo conferisca a Pietro poteri così eccezionali nell'ambito della fede e della sua interpretazione, ma soprattutto la ratificazione "celeste" di tutto quello che egli farà e dirà come "plenipotenziario" di Cristo.
È qui che si tocca, credo, il fondo del "mistero di Pietro": "non la carne ed il sangue" agiscono in lui, ma la "rivelazione" che viene dall'alto.

"O profondità della sapienza di Dio"
Perciò conveniamo anche noi con quanto affermato da un illustre teologo: "In quanto figura Pietro è una impossibilità, che ha la sua possibilità soltanto nella volontà dell'origine che l'istituisce".1
Solo la fede ci permette di accettare come "possibile" quello che la ragione potrebbe anche dirci "impossibile"!
In questo senso avvertiamo quanto sia vero anche per il nostro caso, oltre che per il "mistero" del rifiuto d'Israele, l'inno di stupore di Paolo davanti agli imperscrutabili disegni di Dio: "O profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio! Quanto sono imperscrutabili i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie... A lui la gloria nei secoli. Amen" (Rm 11,33-36).

Da: CIPRIANI Settimio, 

mercoledì 23 agosto 2017

Cesarea Marittima (il porto antico)


PAPA FRANCESCO -TOPOGRAFIA DELLO SPIRITO


PAPA FRANCESCO -TOPOGRAFIA DELLO SPIRITO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHA

Venerdì, 26 maggio 2017 

(da: L'Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVII, n.121, 27/05/2017)

Ci sono tre «luoghi referenziali» nella vita di ogni cristiano: la «Galilea», il «cielo» e il «mondo». A questi corrispondono altrettante «parole» — «memoria, preghiera e missione» — che identificano il cammino di ognuno. È questa la «topografia dello Spirito» delineata da Papa Francesco durante la messa celebrata a Santa Marta venerdì 26 maggio
Seguendo le letture liturgiche, il Pontefice ha innanzitutto sottolineato come Gesù, nei quaranta giorni intercorsi fra la risurrezione e l’ascensione, «si tratteneva con i discepoli: insegnava loro, li accompagnava, li preparava per ricevere lo Spirito Santo... dava loro la forza». E sono proprio le Scritture, ha detto, a indicare «tre luoghi referenziali del nostro cammino cristiano, tre parole che indicano sempre come deve essere il nostro cammino».
Il Papa è entrato subito nel dettaglio facendo emergere la «prima parola», ovvero: «Galilea». Venne detta «alla prima apostola, la Maddalena: “Dite ai discepoli che vadano in Galilea”». Si tratta, ha spiegato Francesco, di una parola «referenziale», densa di significati per i discepoli. In Galilea, infatti, «c’è stato il primo incontro con Gesù, è il posto dove Gesù ha incontrato loro, li ha scelti, ha insegnato loro dall’inizio, li ha invitati a seguirlo». Un “luogo” che ritorna anche nella vita di ogni cristiano: «Ognuno di noi ha la propria Galilea» ha sottolineato il Papa. È «il momento nel quale abbiamo incontrato Gesù, si è manifestato, lo abbiamo conosciuto, anche abbiamo avuto questa gioia, questo entusiasmo di seguirlo». Ognuno, quindi, ha la propria Galilea differente da quella degli altri: «Io ho incontrato il Signore così: questa famiglia con la mamma, la nonna, il catechista...” — “Invece io ho incontrato il Signore così...”».
La Galilea, in fin dei conti, indica per ognuno «la grazia della memoria», perché «per essere un buon cristiano è necessario sempre avere la memoria del primo incontro con Gesù o dei successivi incontri». Sarà questa «nel momento della prova» a dare la «certezza».
La «seconda parola» che s’incontra in questa ideale «topografia dello Spirito» è «cielo». La si incontra, ad esempio, nel brano in cui «si racconta l’ascensione del Signore»: gli apostoli, infatti, «avevano gli occhi fissi al cielo a tal punto che alcuni angeli sono andati a dire loro: “Ma, che state a guardare il cielo... Lui se n’è andato. È là. Tornerà, ma è là».
Il cielo, ha spiegato il Pontefice, è «dove adesso è Gesù, ma non staccato da noi; fisicamente sì, ma è sempre collegato con noi per intercedere per noi». Lì Gesù mostra al Padre «le piaghe, il prezzo che ha pagato per noi, per la nostra salvezza». Quindi, ha aggiunto, «come era necessario ricordare il primo incontro con la grazia della memoria, dobbiamo chiedere la grazia di contemplare il cielo, la grazia della preghiera, il rapporto con Gesù nella preghiera che in questo momento ci ascolta, è con noi». E come a Paolo, dice: «Non temere perché io sono con te». È quindi il cielo «il secondo luogo referenziale della vita».
Infine il terzo: il «mondo». Sempre nel vangelo dell’ascensione si legge che Gesù dice ai discepoli: «Andate nel mondo e fate discepoli». Da qui capiamo, ha detto Francesco, che «il posto del cristiano è il mondo per annunciare la parola di Gesù, per dire che siamo salvati, che lui è venuto per darci la grazia, per portarci tutti con lui davanti al Padre».
Ecco allora delineata la «topografia dello Spirito cristiano». Si tratta, ha spiegato di nuovo il Papa, di «tre luoghi referenziali della nostra vita: la memoria (la Galilea), la preghiera, l’intercessione (il cielo), e la missione, andare nel mondo». E ha aggiunto: «un cristiano deve muoversi in queste tre dimensioni e chiedere la grazia della memoria», dicendo, ad esempio: «Che non mi dimentichi del momento che tu mi hai eletto, che non mi dimentichi dei momenti che ci siamo incontrati». Poi, occorre «pregare, guardare il cielo perché lui è per intercedere, lì». E infine «andare in missione». Che non vuol dire, ha puntualizzato, «che tutti devono andare all’estero; andare in missione è vivere e dare testimonianza del Vangelo, è far sapere alla gente come è Gesù». Questo, ha spiegato, si fa «con la testimonianza e con la parola, perché se io dico come Gesù è, come è la vita cristiana e vivo come un pagano, quello non funziona. La missione non è efficace».
In sintesi: la «Galilea della memoria, il cielo dell’intercessione e della preghiera, la missione al mondo». E, ha concluso il Papa, «se noi viviamo così la vita cristiana, la nostra vita sarà bella, anche sarà gioiosa». Una conseguenza ripresa dall’ultima frase pronunciata da Gesù nel vangelo del giorno (Giovanni, 16, 20-23): «Quel giorno, il giorno nel quale voi vivrete la vita cristiana così, saprete tutto e nessuno potrà togliervi la vostra gioia». Parole applicabili a ogni cristiano: «Nessuno, perché io ho la memoria dell’incontro con Gesù, ho la certezza che Gesù è in cielo in questo momento e intercede per me, è con me, e io prego e ho il coraggio di dire, di uscire da me e dire agli altri e dare testimonianza con la mia vita che il Signore è risorto, è vivo». Quindi: «memoria, preghiera, missione».

venerdì 18 agosto 2017

la donna cananea


20 AGOSTO 2017 | 20A DOMENICA T. ORDINARIO - A | PER OMELIA


20 AGOSTO 2017 | 20A DOMENICA T. ORDINARIO - A | LECTIO DIVINA

"Non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cagnolini"

La prima impressione che ricaviamo, leggendo il vivace racconto della Cananea, è quello di un pressante invito alla "fede". Gesù stesso lo mette in evidenza ai presenti quando, al termine, acconsente di guarirle la figlia crudelmente tormentata da un demonio: "Donna, davvero grande è la tua fede! Ti sia fatto come desideri" (Mt 15,28).
La centralità della "fede"
In realtà, pur celebrando la fede e mettendola al centro dell'opera di salvezza compiuta da Gesù, l'intero episodio si colloca nello sfondo di una problematica molto più vasta, che ha agitato la vita della prima comunità cristiana e, del resto, impegna anche oggi sia la riflessione sia lo stile di azione della Chiesa: l'annuncio del Vangelo è destinato solo a pochi eletti, quali si ritenevano allora gli Ebrei, o è da portare anche ai pagani e ai "lontani" in genere? E nel caso che il Vangelo debba essere predicato a "tutte le genti", come ci dirà Matteo al termine del suo Vangelo (28,18), quali sono le tappe di questo passaggio ai pagani e quali anche le "metodologie" più adatte?
San Paolo si troverà proprio al centro di questa polemica violentissima, che riguardava non un aspetto marginale ma l'essenza stessa del Vangelo: è la "fede" che salva, come quella che dimostrava di avere la Cananea e può avere qualsiasi pagano, oppure la osservanza delle antiche tradizioni mosaiche, come sostenevano i suoi avversari?
Per risolvere questo problema bisognava riguardare indietro e vedere se, per caso, Gesù avesse dato indicazioni al riguardo. L'episodio della Cananea è da rileggere nello sfondo di questa problematica e di queste difficoltà pratiche, in cui si sono imbattuti i primi cristiani; e allora diventerà anche più significativo.
"Gli stranieri, che hanno aderito al Signore, li condurrò sul mio monte santo"
Del resto, mi sembra che anche la Liturgia ci orienti in questa direzione proponendoci due letture che, da posizioni diverse, illustrano lo stesso problema. 
La prima è ripresa dal Terzo Isaia il quale, scrivendo molto probabilmente dopo l'esilio e carico di quella esperienza, invita i suoi contemporanei a superare le angustie del nazionalismo e del legalismo per aprirsi all'universalismo della salvezza: Dio è più grande se, oltre che salvare gli Ebrei, salva anche gli "stranieri", qualora "aderiscano" alla sua rivelazione e alla sua legge. In tal modo Gerusalemme diventerà davvero la "patria" di tutti i popoli (cf Sal 87) e il suo tempio la "casa di preghiera" per tutti. "Gli stranieri, che hanno aderito al Signore per servirlo e per amare il nome del Signore, e per essere suoi servi, quanti si guardano dal profanare il sabato e restano fermi nella mia alleanza, li condurrò sul mio monte santo e li colmerò di gioia nella mia casa di preghiera per tutti i popoli" (Is 56,6-7).
Oltre all'universalismo della salvezza, estesa anche agli "stranieri" e a quelli che la legge mosaica escludeva come impuri, o menomati, dalle assemblee liturgiche, quali gli "eunuchi", espressamente ricordati poco prima dal Profeta (Is 56,4-5; cf Dt 23,2), il brano sottolinea il convergere di tutti nell'unica "casa di preghiera" che è il tempio (v. 7). Questo sta a significare che l'unità di tutti i popoli potrà farsi solo a condizione di riconoscere e "adorare" Dio come Padre comune degli uomini: al di fuori di questo unico punto di polarizzazione, essi avranno sempre fra di loro motivi di sospetto e di contesa, e l'unità del genere umano rimarrà sempre un bellissimo sogno, e niente più. È facile intravedere da tutto questo la dimensione anche "politica" della fede.
Sulla linea di questo universalismo salvifico, che trova il suo punto di unificazione nel riconoscimento dell'unico Dio d'Israele, si muove anche il Salmo responsoriale (Sal 66,2-3.5-6.8).
Ebrei e pagani:
"Dio ha rinchiuso tutti nella disobbedienza, per usare a tutti misericordia"
La seconda lettura, però, sembra creare come un intoppo e come uno "scandalo" in questo movimento di espansione universalistica del messaggio salvifico, già abbastanza chiaro nell'Antico Testamento: è lo "scandalo" d'Israele che, dopo aver atteso ansiosamente il Messia e dopo averlo donato al mondo, non lo ha riconosciuto in Gesù di Nazaret. Paolo, come abbiamo già accennato la Domenica scorsa (cf Rm 9,1-5), ha sentito in maniera cocente questo dramma del suo popolo, che ancora oggi è sotto i nostri occhi, e cerca di darne una spiegazione. 
Pur sapendo di muoversi nella "zona" del mistero, che Dio solo conosce (cf Rm 11,33-36), egli è tuttavia convinto che questo "temporaneo" rifiuto d'Israele, mentre per un verso ha giovato ai pagani che sono così entrati nella salvezza, per un altro finirà per giovare agli stessi Ebrei, nel senso che alla fine saranno come presi da "gelosia" per l'ingresso dei pagani e anche loro si decideranno ad entrare nel "regno". E allora ci sarà gioia grande per tutti, come per una misteriosa "risurrezione" dai morti.
Nel suo servizio di annunzio ai pagani, perciò, l'Apostolo intende aiutare anche i suoi fratelli di un tempo, eccitandoli a "gelosia" dei Gentili: "Come apostolo dei Gentili, io faccio onore al mio ministero, nella speranza di suscitare la gelosia di quelli del mio sangue e di salvarne alcuni. Se infatti il loro rifiuto ha segnato la riconciliazione del mondo, quale potrà mai essere la loro riammissione, se non una risurrezione dai morti? Perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili!" (Rm 11,13-15).
Il destino d'Israele diventa così "emblematico" per tutti: pur essendo la salvezza offerta a tutti gli uomini, ognuno corre il rischio di perderla, se si rifiuta alle iniziative sempre nuove di Dio. È quanto l'Apostolo scrive verso la fine (vv. 30-32).
Davanti a Dio non valgono, dunque, né privilegi di razza né, direi, privilegi di fede: vale solo la umiltà di riconoscersi "peccatori", rinchiusi appunto "nella disobbedienza" (v. 32), e perciò bisognosi del suo perdono e del suo amore. A questa condizione egli è disposto a salvare tutti, Ebrei e pagani, giusti (se mai ce ne sono!) e peccatori.
"Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa d'Israele"
In ultima analisi, è proprio questo il messaggio che intende affidarci l'episodio della Cananea che Matteo, pur riprendendolo da Marco (7,24-30), arricchisce, soprattutto a livello di dialogo, allo scopo di far vedere come Gesù vuole effettivamente infrangere le barriere del "particolarismo" religioso degli Ebrei (e indubbiamente anche dei primi cristiani provenienti dall'ebraismo!), per offrire la sua salvezza a tutti, sia pure con intelligente "gradualità". 
L'appellativo di "Cananea", dato alla donna, è di carattere religioso e non etnico: si vuol semplicemente dire che era pagana. Marco è anche più preciso: "Ora, quella donna che lo pregava di scacciare il demonio dalla figlia era greca, di origine siro-fenicia" (7,26).
In tutto il racconto, in cui prevale il dialogo con una precisa finalità didattica, mi sembra che l'Evangelista tenda a mettere in luce due atteggiamenti, solo in apparenza contrastanti, ma in realtà convergenti. 
Il primo è l'atteggiamento di Gesù, che sa quasi di estraneità, se non di disprezzo, verso la donna pagana, che pur lo prega così accoratamente. Dapprima egli "non le rivolse neppure una parola" (v. 23): tanto che gli Apostoli si sentirono quasi in dovere di intervenire in aiuto della povera donna.
È a questo punto che egli giustifica il suo atteggiamento di chiusura: "Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa d'Israele" (v. 24). Questa frase manca del tutto in Marco: essa avrebbe scandalizzato i suoi lettori ex-pagani, mentre non scandalizza, anzi sembra accarezzare, i lettori ex-giudei di Matteo che si sentono così ancora dei preferiti. Già precedentemente, inviando i suoi Apostoli in missione, egli aveva loro ordinato: "Non andate fra i pagani e non entrate nelle città di Samaria; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d'Israele" (10,5-6).
Dinanzi all'insistenza della donna, che continua a supplicarlo, Gesù usa una frase anche più dura: "Non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cagnolini" (v. 26), che nell'allusione parabolica sono certamente i pagani. "Il carattere tradizionale di questa immagine e la forma diminutiva impiegata (kynária) attenuano sulla bocca di Gesù ciò che l'epiteto aveva di spregiativo".1
"Donna, davvero grande è la tua fede!"
Però Gesù, alla fine, si lascia vincere dalla insistenza della donna Cananea, che dà prove sempre più convincenti di fede. Già il fatto che lei, pagana, si rivolge a Gesù per chiedergli di guarirle la figlia, dimostra che ha fiducia in lui. Anche i titoli con cui lo interpella, in un continuo crescendo, testimoniano la sua fede: "Pietà di me, Signore, figlio di Davide" (v. 22); "Signore, aiutami!" (v. 25). È chiaro però che qui interviene anche l'opera di redazione dell'Evangelista.
L'ultima replica poi della donna, così abile nel tirare dalla sua le affermazioni piuttosto scostanti di Gesù, dice in forma commossa la profondità del suo dolore e della sua fede: "È vero, Signore, ma anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni" (v. 27). L'importante per lei è di essere accettata nella "casa" del suo "padrone"; lì potrà star bene, anche accucciata ai suoi piedi!
È a questo punto che Gesù, preso da meraviglia per la sua "grande" fede (v. 28), le concede la grazia richiesta. D'altra parte, è stato lui che positivamente ha contribuito sia a provocare che a far crescere quella fede. In queste condizioni anche il più rigoroso giudaizzante non poteva più meravigliarsi se la salvezza passava anche ai pagani: una fede come quella della Cananea non poteva non introdurre di pieno diritto nel "regno"!
Ma ammessa una eccezione, era affermato anche un principio nuovo, rivoluzionario: quello che salva non è più l'appartenenza fisica alla razza di Abramo, ma la capacità di "credere" in Gesù come "Signore" ed erede della "promessa" fatta a Davide.
Riguardando a questo comportamento di Gesù, solo apparentemente contraddittorio, gli Apostoli e Paolo, in modo particolare, troveranno più tardi la forza per lanciarsi alla conquista del mondo pagano, dando il primato "decisionale" della salvezza all'unico valore universale annunciato da Cristo: il valore della "fede", che poi si basa su un valore anche più grande, quello della "parola", che Dio in Cristo ha detto per tutti gli uomini.

Da: CIPRIANI Settimio, 

lunedì 14 agosto 2017

Assunzione di Maria


15 AGOSTO 2017 | ASSUNZI0NE DI MV. - T. ORDINARIO - A | LECTIO DIVINA


15 AGOSTO 2017 | ASSUNZI0NE DI MV. - T. ORDINARIO - A | LECTIO DIVINA

"Un segno grande apparve nel cielo"

Tutta la Liturgia odierna è pervasa da un irrefrenabile senso di gioia, che esplode fin dall'antifona di ingresso: "Rallegriamoci tutti nel Signore, in questa solennità della Vergine Maria: della sua Assunzione gioiscono gli Angeli e lodano in coro il Figlio di Dio".
Una gioia, come si vede, che afferra il cielo e la terra. E a ragione, perché la festa dell'Assunta coinvolge nel suo significato teologico più profondo la "totalità" della creazione: un po' come la Risurrezione, che comunica la sua forza di rinnovamento a tutta la realtà cosmica, oltre che agli uomini e agli Angeli.
A questo sfondo di giubilazione e di coinvolgimento universale ci rimandano le tre letture bibliche, che vogliamo appunto meditare in questa prospettiva.

"Una donna vestita di sole... era incinta e gridava per le doglie del parto"
Incominciamo dalla prima, ripresa dall'Apocalisse, la quale ci descrive in colori smaglianti la misteriosa visione della donna e del dragone: "Si aprì il santuario di Dio nel cielo e apparve nel santuario l'arca dell'alleanza. Nel cielo apparve poi un segno grandioso: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle. Era incinta e gridava per le doglie e il travaglio del parto. Allora apparve un altro segno nel cielo: un enorme drago rosso con sette teste e dieci corna e sulle teste sette diademi; la sua coda trascinava giù un terzo delle stelle del cielo e le precipitava sulla terra" (Ap 11,19-12,4).
È evidente in questo quadro fantastico la dimensione "cosmica": il cielo, la luna, le stelle, la terra, gli uomini, le "nazioni" (12,5) sono coinvolte nel duello mortale che si svolge fra la donna e il dragone, e fanno da spettatori intimiditi e sorpresi, in attesa dell'esito della lotta. Per il fatto che ambedue i protagonisti vengono presentati come "segno" (seméion: 12,1.3), termine che in Giovanni allude a una realtà più profonda che sta oltre ciò che appare immediatamente, c'è da domandarsi che cosa essi veramente "significhino" al di là del "velame delli versi strani" (Dante).
Il "segno" della donna, adorna di tutto il suo splendore, espresso nei simboli classici del sole, della luna e delle stelle, dovrebbe rimandare a Israele. Si ricordi il famoso sogno di Giuseppe: "Ho fatto ancora un sogno, sentite: il sole, la luna e undici stelle si prostravano davanti a me" (Gn 37,9). Anche l'Israele dei tempi messianici viene presentato sotto l'immagine di una "donna" che deve diventare "madre" di molti figli: la Chiesa pertanto continua la funzione dell'antico Israele e può essere rappresentata dagli stessi simboli.
Che tutto il creato poi si chini alla Chiesa e le dia il suo splendore sta a significare che essa rappresenta il centro di tutto il disegno salvifico di Dio: come tutto è stato fatto per Cristo, così si può dire che tutto è stato fatto per la Chiesa, in quanto essa è il "corpo di Cristo".
Se questo è vero, rimane altrettanto vero che il testo descrive la "donna" in termini così realistici, che non possiamo negare che qui Giovanni abbia pensato più direttamente e concretamente a Maria, la madre di Gesù, facendone come l'immagine e il "tipo" della Chiesa: "Era incinta e gridava per le doglie e il travaglio del parto... Essa partorì un figlio maschio, destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro, e il figlio fu subito rapito verso Dio e verso il suo trono" (Ap 12,2.5). È fin troppo chiaro che qui si parla di Cristo che, in virtù della risurrezione e ascensione al cielo, si è assiso "alla destra di Dio" (Mc 16,19).
Per questo, a cominciare da S. Agostino, molti esegeti interpretano questo testo in chiave "mariologica". Così come ha fatto da tempo la Liturgia, che in modo particolarmente adatto ci fa leggere il brano per la festa dell'Assunta: la celebrazione della Assunzione di Maria in corpo e in anima al cielo è, infatti, la sua partecipazione più diretta alla gloria del Figlio. Con lui che "siede alla destra del Padre", anche lei è avvolta dallo stesso splendore di gloria.
Ma non dobbiamo dimenticare l'altro "segno" che contrasta e insidia il primo: il "dragone rosso" dalle sette teste e dalle dieci corna, simbolo di Satana e della potenza ostile a Dio e al suo popolo. Tutta la forza della visione allegorica sta in questo contrasto e nella "vittoria" definitiva di Cristo e del suo popolo su Satana: "Ora si è compiuta la salvezza, la forza e il regno del nostro Dio e la potenza del suo Cristo" (Ap 12,10). Ciò sta a significare che la Chiesa e Maria, che ne è la espressione più ricca, hanno raggiunto e raggiungeranno la gloria attraverso una grande lotta.

"Cristo è risuscitato, primizia di coloro che sono morti"
La festa di oggi mette appunto in evidenza la vittoria di Maria sulla morte, che "è entrata nel mondo per invidia del Diavolo" (Sap 2,24). Difatti nel mistero odierno crediamo "essere dogma da Dio rivelato che l'immacolata Madre di Dio, la sempre Vergine Maria, terminato il corso della vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo". Il nucleo del dogma sta nel credere che Maria ha "già" vinto la morte, come Cristo suo Figlio, e nella totalità del suo essere ("anima e corpo") già trionfa nella gloria celeste.
In questa direzione si muove la seconda lettura, relativa alla risurrezione dei morti, che S. Paolo afferma facendola derivare direttamente dalla risurrezione stessa di Cristo che appare perciò, nei nostri riguardi, come "primizia" di tutti i frutti di risurrezione che poi seguiranno: "Cristo è risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti. Poiché se a causa di un uomo venne la morte, a causa di un uomo verrà la risurrezione dei morti; e come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo... L'ultimo nemico a essere annientato sarà la morte" (1 Cor 15,20-22.26).
Il principio, qui ricordato da Paolo, è il principio, chiamiamolo così, di "incorporamento" (gli studiosi parlano di "personalità corporativa"): come "in Adamo" tutti muoiono, così "in Cristo" tutti "riceveremo" la vita. Mentre però questo avverrà per noi alla fine, quando sarà distrutto "l'ultimo nemico" (v. 26), cioè la morte, in Maria è avvenuto già "al termine" della sua vita terrena.
E questo ovviamente per il suo maggiore "incorporamento" a Cristo: chi più di Maria, infatti, è stato trascinato nel mistero di vita di Cristo? E questo non solo per la cooperazione "fisica" alla divina maternità ma anche, e direi soprattutto, per la cooperazione "spirituale" a tutta l'opera della Redenzione.

"Beata colei che ha creduto"
La terza lettura ci fa scoprire le radici ultime di questa prodigiosa e anticipata vittoria di Maria sulla morte: si tratta appunto della sua "fede", addirittura temeraria, nelle parole dell'Angelo e del suo completo abbandono all'iniziativa e all'azione di Dio in lei. Nell'obbedienza di Maria, come in quella di Cristo, è spezzato l'anello della maledizione che ci trascinava tutti nel peccato: Maria è l'antitesi perfetta di Eva, come Cristo lo è di Adamo! Maria è stata capace di vincere la morte, perché già prima aveva, con la grazia di Dio, vinto in sé il progenitore della "morte" che è il "peccato" (cf Rm 5,12).
È quanto possiamo cogliere nel racconto della visita di Maria a Elisabetta (Lc 1,39-56), che dà occasione alla parente di celebrare la grandezza spirituale di Maria, riconoscendone pubblicamente l'eccelsa missione nella storia della salvezza: "In quei giorni Maria si mise in viaggio verso la montagna e raggiunse in fretta una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta... che, ripiena di Spirito Santo, esclamò a gran voce: "Benedetta tu fra le donne, e benedetto il frutto del tuo grembo! A che debbo che la madre del mio Signore venga a me? Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell'adempimento delle parole del Signore"" (Lc 1,39-45).
Mi sembra che in queste parole veramente "ispirate" di Elisabetta ci siano tutti gli elementi del "mistero" di Maria: essa è "la madre del Signore", cioè di Cristo, che Dio ha scelto "fra tutte le donne" perché ha saputo "credere", come e più di Abramo, nell'incredibile. Maria è in anticipo sullo spirito delle "beatitudini", che Gesù proclamerà all'inizio della sua vita pubblica: perciò è per lei la "prima" beatitudine del N. Testamento ("Beata colei che ha creduto"), quasi a dire che essa ne incarna e ne esprime il senso più profondo e l'esigenza più radicale: quella del più completo abbandono a Dio, che solo così può manifestarsi a pieno nelle sue creature.

"Grandi cose ha fatto in me l'Onnipotente"
Mi sembra che in fondo sia questo tutto il senso del Magnificat, che l'Evangelista ci presenta come la risposta altrettanto "ispirata" di Maria alle parole di Elisabetta.
Nel cantico del Magnificat, infatti, Maria non intende tanto esprimere la sua gioia, quanto celebrare la grandezza e la bontà immensa di Dio che si esalta negli umili, in quelli che si fanno suoi "servi", cioè sono completamente aperti a lui, permettendogli così di operare "grandi cose" anche in deboli strumenti umani. È quanto egli ha fatto per il passato in tutta la storia di Israele; è quanto egli ha compiuto e sta compiendo in lei, la "povera di Jahvèh" per eccellenza.
Perciò quando Maria canta: "D'ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto in me l'Onnipotente e Santo è il suo nome..." (vv. 49-50), non esalta se stessa, ma il Signore che l'ha eletta a strumento del suo amore.
Questa è la più grande "vittoria" di Maria: essersi lasciata possedere tutta da Dio, perché egli manifestasse in lei la "potenza del suo braccio" (v. 51). Che per questa via ella sia diventata la Madre di Dio, sia stata concepita Immacolata, sia stata assunta "in corpo e anima" al cielo, non è che la conseguenza di quanto dice nel suo cantico: "Grandi cose ha fatto in me l'Onnipotente" (v. 49).
Noi che oggi celebriamo la sua Assunzione non dobbiamo distaccare questa festa dalla "totalità" del suo mistero: allora sentiremo davvero che in Maria sono i destini del mondo che si richiamano e si maturano, quello della vita e della morte, quelli della terra e quelli del cielo. Perciò ha ragione Giovanni, come ci ricorda la prima lettura (Ap 11,19; 12,1-10), nel far dipendere tutto da quella fatidica lotta fra la Donna e il Dragone!

Da: CIPRIANI Settimio, Convocati dalla Parola