venerdì 11 agosto 2017

13 AGOSTO 2017 | 19A DOMENICA T. ORDINARIO - A | LECTIO DIVINA


13 AGOSTO 2017 | 19A DOMENICA T. ORDINARIO - A | LECTIO DIVINA

"Signore, se sei tu, comanda che io venga da te sulle acque"
Mi sembra che ci siano due punti di collegamento fra le varie letture di questa XIX Domenica durante l'anno: il primo è dato dalla duplice "teofania", narrata nella prima e nella terza lettura; il secondo, poi, è dato dalla insistenza con cui, soprattutto nel Salmo responsoriale, si fa riferimento a Dio come a colui che "salva", che dona la "pace" e ogni bene. È bellissima la personificazione con cui il Salmista ci descrive alcuni fondamentali attributi divini, che in pratica instaurano il regno di Dio sulla terra e nel cuore degli uomini (Sal 84,10-12).
Anche l'antifona di ingresso esprime piena fiducia nel Dio che esercita la sua potenza in favore dei più poveri: "Ricordati, Signore, della tua alleanza; non dimenticare mai la vita dei tuoi poveri" (Sal 73,20.19).
I due aspetti, d'altra parte, non sono estranei l'uno all'altro, ma si richiamano reciprocamente: Dio o Cristo "si manifestano" per "salvare". Ogni teofania è un gesto di amore e di benevolenza, come ci dimostrano i passi che ci apprestiamo a commentare.

"Come l'udì, Elia si coprì il volto con il mantello"
Il primo racconto, ripreso dal "ciclo di Elia" (1 Re 17-2 Re 1), ci descrive una misteriosa manifestazione di Dio al Profeta sul monte Oreb, o Sinai, che qui viene chiamato "monte di Dio", proprio perché vi era già apparso a Mosè1 e ivi era stata conclusa l'alleanza con Israele.2
Perseguitato a morte dall'empia regina Gezabele, perché aveva fatto sgozzare tutti i profeti di Baal, da essa protetti (cf 1 Re 18,20-40), egli cerca rifugio lontano dalla sua terra e si incammina verso il Sinai, volendo con questo significare non solo la sua fedeltà ma anche la ispirazione di tutta la sua opera all'alleanza mosaica.
Dopo essere stato prodigiosamente rifocillato da Dio (1 Re 19,5-8), entrò in una caverna per passare la notte; quand'ecco che sentì la voce del Signore (1 Re 19,11-13).
Il vento impetuoso che "spacca le rocce", il terremoto e il fuoco sono tutti segni attraverso i quali Dio si manifesta agli uomini come il Dio forte e terribile, che incute timore; per cui gli Israeliti, proprio ai piedi del Sinai, supplicano Mosè di parlare lui invece che il Signore: "Parla tu a noi e noi ascolteremo; ma non ci parli Dio, altrimenti moriremo" (Es 20,19).
A Elia però Iddio vuol manifestarsi come intimo amico, come colui che parla nel segreto del cuore e nel lieve mormorio del "vento". Ci vuole un udito particolarmente raffinato, per percepire questo quasi inafferrabile e rapido passaggio di Dio: il Profeta però lo afferra e "si copre il volto con il mantello" in segno di riverenza.
Questa teofania ha qualcosa di simile a quella nella quale Dio appare a Mosè in mezzo alla nube in occasione del rinnovamento dell'alleanza e proclama solennemente il suo nome: "Il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all'ira e ricco di grazia e di fedeltà, che concede il suo favore per mille generazioni, che perdona la colpa, la trasgressione e il peccato..." (Es 34,6-7). È il Dio dell'amore e del perdono, che nei due casi si manifesta all'uomo.

Riscoprire Dio nella "ferialità" della vita
Di questo gli uomini hanno oggi particolarmente bisogno: riscoprire che Dio è presente non solo nei grandi eventi cosmici e storici, ma anche nei piccoli e quasi insignificanti fatti di ogni giorno. Ed è lì che Dio esige la mia fedeltà e il mio amore: nel mio lavoro quotidiano, nella mia famiglia, nei miei incontri con gli altri, nei miei gesti di amicizia, nelle mie gioie e anche nei miei dolori, nelle mie malattie, nelle mie amarezze, nelle mie preoccupazioni, perfino nel mio peccato, quando esso diventa occasione di pentimento e di rinascita spirituale.
È il Dio di tutti i giorni, della "ferialità" della vita quello di cui abbiamo bisogno: non il Dio delle grandi occasioni, che si manifesta solo raramente e perciò non diventa mai "amico" e, anzi, molto facilmente diventa "alienante", in quanto in esso si scaricano le nostre pene, i nostri bisogni o i desideri insoddisfatti del nostro cuore.
Questo però è possibile solo se l'uomo rientra in se stesso e si sente mendicante di Dio, mettendosi alla sua ricerca come Elia. Allora si creerà quell'intreccio di amore e di amicizia, di cui parla il Vangelo di Giovanni (c. 15).

"La barca intanto era agitata dalle onde" 
Anche il brano evangelico ci descrive una prodigiosa "manifestazione" di Cristo, che compone però i due aspetti della potenza e della benevolenza: il Dio amico e vicino a tutti i bisogni dell'uomo non cessa di essere il Dio potente, dominatore degli eventi cosmici e dei grandi fatti della storia. Si tratta dell'episodio di Gesù che cammina sulle acque, mentre gli Apostoli sono in difficoltà con la loro barca a causa del forte vento "contrario"; Matteo poi vi aggiunge, come materiale proprio, la richiesta di Pietro di imitare il Maestro nel camminare anche lui sulle acque.
Subito dopo la prima moltiplicazione dei pani, Gesù ordinò ai suoi discepoli di precederlo con la barca sull'altra sponda del lago. Quindi, "congedata la folla, salì sul monte, solo, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava ancora solo lassù. La barca intanto distava già qualche miglio da terra ed era agitata dalle onde, a causa del vento contrario. Verso la fine della notte egli venne verso di loro camminando sul mare. I discepoli, a vederlo camminare sul mare, furono turbati e dissero: "È un fantasma" e si misero a gridare dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro: "Coraggio, sono io, non abbiate paura"" (Mt 14,23-27).
Fin qui il racconto di Matteo coincide con quello di Marco (6,46-52), salvo l'unica variante che in Matteo è la barca che "era agitata dalle onde" (v. 24), mentre nel secondo Evangelista sono i discepoli che provano difficoltà nel "remare" (Mc 6,48). Un piccolo particolare questo, come vedremo, che insieme alla scena suggestiva sposta l'accento sulla dimensione "ecclesiologica" dell'avvenimento. 
Per il momento ci interessa mettere in evidenza due cose, che rappresentano un po' come i due poli antitetici della realtà: da una parte, Gesù che sale sulla montagna "solo, a pregare" durante la notte (v. 23); dall'altra, i discepoli sopraffatti dalla tempesta e tutti intenti a remigare per salvarsi. Soltanto quando Gesù salirà sulla barca, cesserà la tempesta (v. 32). L'azione degli uomini sarà sempre incerta e traballante, se non sarà sorretta dalla presenza di Dio, che si realizza e si propizia soprattutto attraverso la preghiera.
L'esempio di Cristo, che si ritira "solo a pregare", e poi interviene per dare consistenza all'agire degli Apostoli, è significativo di quello che dovrebbe essere l'atteggiamento di ogni cristiano e specialmente della Chiesa.

"Uomo di poca fede, perché hai dubitato?"
Abbiamo detto però che Matteo aggiunge all'episodio la strana richiesta di Pietro di potere pure lui camminare sulle acque (vv. 28-33).
Con l'introduzione di questo particolare è evidente l'intonazione "ecclesiale" che Matteo ha voluto dare all'intero racconto. È risaputo, del resto, che il primo Evangelista ha uno spiccato interesse ecclesiologico, soprattutto in questa sezione (13,53-16,20).
Vedendo il Maestro camminare sulle acque e volendo rassomigliargli più degli altri, Pietro, preso dall'entusiasmo, chiede di poter fare anche lui lo stesso: "Signore, se sei tu, comanda che io venga da te sulle acque" (v. 28). La sua fede, però, non è così salda come a lui sembrava nel primo entusiasmo: già quel condizionale ("se sei tu"), con cui presenta la sua richiesta, ci fa pensare più a una presunzione, sia pur generosa, che a un sentimento di fede profonda. Sta di fatto comunque che, se anche ci fu, svanì ben presto davanti all'infuriare del vento: uno strano miscuglio di fiducia e di paura lo afferrò ancora quando si accorse che incominciava ad "affondare" nell'acqua (v. 30). Gesù lo aveva preso sul serio; il prodigio sarebbe certamente avvenuto, qualora Pietro avesse avuto fede fino in fondo: "Uomo di poca fede, perché hai dubitato?" (v. 31).
Pietro ha vissuto nello spazio di pochi secondi la esaltazione della fede più intensa e il morso lacerante e pauroso del dubbio: due cose che, se anche psicologicamente si possono comprendere, non costituiscono certo l'esempio del vero discepolo di Cristo!

"Coraggio, sono io, non abbiate paura" 
Eppure, tutto questo episodio ha una sua "esemplarità" per ogni discepolo del Signore, ma soprattutto per la Chiesa, che Matteo vede rappresentata sia nella barca "agitata dalle onde", sia nella figura di Pietro, a cui Cristo affiderà tra poco un compito di particolare servizio in mezzo ad essa (16,18-19).
"La comunità cristiana vive nella storia confrontata con forze avverse. E sembra che il suo Signore sia assente. Chiamata a una coraggiosa fiducia in lui, in realtà è una comunità con poca fede. Ben presto si trova afferrata dal timor panico di venire sommersa e abbattuta. Ma Cristo è presente per salvarla. Dunque nessun timore. Egli ha la potenza divina di sottomettere a sé anche le forze più temibili. Affidarsi a lui è la condizione indispensabile per non essere travolti. Come si vede, Matteo ha trasformato il racconto tradizionale, incentrato sulla rivelazione gloriosa di Gesù, in un insegnamento catechistico impartito alla Chiesa del suo tempo, perché assuma un atteggiamento di fiducia coraggiosa e supplicante in colui che è il Figlio di Dio. La sua interpretazione si muove chiaramente nella direzione ecclesiologica e soteriologica".3
Ma è altrettanto chiaro che questo messaggio di "fiducia coraggiosa e supplicante" vale anche per la Chiesa di oggi, che si trova a fronteggiare problemi di ordine religioso, morale ed umano mai prima profilatisi: la società nuova che emerge interpella in maniera drammatica e accorata la Chiesa la quale, proprio per la vastità e l'indilazionabilità dei problemi medesimi, può anche avere, come i discepoli, la sensazione di essere come sopraffatta e spazzata via dalla tempesta. Ma è proprio in questi momenti che Cristo urla ai suoi: "Coraggio, sono io, non abbiate paura" (v. 27).
Le "manifestazioni" dell'amore, della benevolenza, ma anche della potenza di Dio e di Cristo non cessano mai nella storia: anche oggi ne abbiamo bisogno, e certamente non verranno meno, se avremo il "coraggio" della fiducia.

"Vorrei essere io stesso anàtema a vantaggio dei miei fratelli"
Quel "coraggio" che non mancò a Paolo neppure davanti alla situazione drammatica in cui venne a trovarsi Israele dopo la venuta di Cristo: il popolo, che lo aveva atteso e annunciato per mezzo dei Profeti, lo appese al legno della croce e non lo riconobbe come il Messia! Paolo sente tutta la gravità e la sofferenza di questo dramma: "Vorrei infatti essere io stesso anàtema, separato da Cristo a vantaggio dei miei fratelli, miei consanguinei secondo la carne" (Rm 9,3). Comunque, egli è sicuro che Dio in qualche maniera potrà ancora "salvare" Israele (Rm 11,26), sia pure alla fine dei tempi.
Di nuovo, le "manifestazioni" dell'amore di Dio continuano per tutto il corso della storia.

Da: CIPRIANI Settimio, 

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