lunedì 14 agosto 2017

15 AGOSTO 2017 | ASSUNZI0NE DI MV. - T. ORDINARIO - A | LECTIO DIVINA


15 AGOSTO 2017 | ASSUNZI0NE DI MV. - T. ORDINARIO - A | LECTIO DIVINA

"Un segno grande apparve nel cielo"

Tutta la Liturgia odierna è pervasa da un irrefrenabile senso di gioia, che esplode fin dall'antifona di ingresso: "Rallegriamoci tutti nel Signore, in questa solennità della Vergine Maria: della sua Assunzione gioiscono gli Angeli e lodano in coro il Figlio di Dio".
Una gioia, come si vede, che afferra il cielo e la terra. E a ragione, perché la festa dell'Assunta coinvolge nel suo significato teologico più profondo la "totalità" della creazione: un po' come la Risurrezione, che comunica la sua forza di rinnovamento a tutta la realtà cosmica, oltre che agli uomini e agli Angeli.
A questo sfondo di giubilazione e di coinvolgimento universale ci rimandano le tre letture bibliche, che vogliamo appunto meditare in questa prospettiva.

"Una donna vestita di sole... era incinta e gridava per le doglie del parto"
Incominciamo dalla prima, ripresa dall'Apocalisse, la quale ci descrive in colori smaglianti la misteriosa visione della donna e del dragone: "Si aprì il santuario di Dio nel cielo e apparve nel santuario l'arca dell'alleanza. Nel cielo apparve poi un segno grandioso: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle. Era incinta e gridava per le doglie e il travaglio del parto. Allora apparve un altro segno nel cielo: un enorme drago rosso con sette teste e dieci corna e sulle teste sette diademi; la sua coda trascinava giù un terzo delle stelle del cielo e le precipitava sulla terra" (Ap 11,19-12,4).
È evidente in questo quadro fantastico la dimensione "cosmica": il cielo, la luna, le stelle, la terra, gli uomini, le "nazioni" (12,5) sono coinvolte nel duello mortale che si svolge fra la donna e il dragone, e fanno da spettatori intimiditi e sorpresi, in attesa dell'esito della lotta. Per il fatto che ambedue i protagonisti vengono presentati come "segno" (seméion: 12,1.3), termine che in Giovanni allude a una realtà più profonda che sta oltre ciò che appare immediatamente, c'è da domandarsi che cosa essi veramente "significhino" al di là del "velame delli versi strani" (Dante).
Il "segno" della donna, adorna di tutto il suo splendore, espresso nei simboli classici del sole, della luna e delle stelle, dovrebbe rimandare a Israele. Si ricordi il famoso sogno di Giuseppe: "Ho fatto ancora un sogno, sentite: il sole, la luna e undici stelle si prostravano davanti a me" (Gn 37,9). Anche l'Israele dei tempi messianici viene presentato sotto l'immagine di una "donna" che deve diventare "madre" di molti figli: la Chiesa pertanto continua la funzione dell'antico Israele e può essere rappresentata dagli stessi simboli.
Che tutto il creato poi si chini alla Chiesa e le dia il suo splendore sta a significare che essa rappresenta il centro di tutto il disegno salvifico di Dio: come tutto è stato fatto per Cristo, così si può dire che tutto è stato fatto per la Chiesa, in quanto essa è il "corpo di Cristo".
Se questo è vero, rimane altrettanto vero che il testo descrive la "donna" in termini così realistici, che non possiamo negare che qui Giovanni abbia pensato più direttamente e concretamente a Maria, la madre di Gesù, facendone come l'immagine e il "tipo" della Chiesa: "Era incinta e gridava per le doglie e il travaglio del parto... Essa partorì un figlio maschio, destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro, e il figlio fu subito rapito verso Dio e verso il suo trono" (Ap 12,2.5). È fin troppo chiaro che qui si parla di Cristo che, in virtù della risurrezione e ascensione al cielo, si è assiso "alla destra di Dio" (Mc 16,19).
Per questo, a cominciare da S. Agostino, molti esegeti interpretano questo testo in chiave "mariologica". Così come ha fatto da tempo la Liturgia, che in modo particolarmente adatto ci fa leggere il brano per la festa dell'Assunta: la celebrazione della Assunzione di Maria in corpo e in anima al cielo è, infatti, la sua partecipazione più diretta alla gloria del Figlio. Con lui che "siede alla destra del Padre", anche lei è avvolta dallo stesso splendore di gloria.
Ma non dobbiamo dimenticare l'altro "segno" che contrasta e insidia il primo: il "dragone rosso" dalle sette teste e dalle dieci corna, simbolo di Satana e della potenza ostile a Dio e al suo popolo. Tutta la forza della visione allegorica sta in questo contrasto e nella "vittoria" definitiva di Cristo e del suo popolo su Satana: "Ora si è compiuta la salvezza, la forza e il regno del nostro Dio e la potenza del suo Cristo" (Ap 12,10). Ciò sta a significare che la Chiesa e Maria, che ne è la espressione più ricca, hanno raggiunto e raggiungeranno la gloria attraverso una grande lotta.

"Cristo è risuscitato, primizia di coloro che sono morti"
La festa di oggi mette appunto in evidenza la vittoria di Maria sulla morte, che "è entrata nel mondo per invidia del Diavolo" (Sap 2,24). Difatti nel mistero odierno crediamo "essere dogma da Dio rivelato che l'immacolata Madre di Dio, la sempre Vergine Maria, terminato il corso della vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo". Il nucleo del dogma sta nel credere che Maria ha "già" vinto la morte, come Cristo suo Figlio, e nella totalità del suo essere ("anima e corpo") già trionfa nella gloria celeste.
In questa direzione si muove la seconda lettura, relativa alla risurrezione dei morti, che S. Paolo afferma facendola derivare direttamente dalla risurrezione stessa di Cristo che appare perciò, nei nostri riguardi, come "primizia" di tutti i frutti di risurrezione che poi seguiranno: "Cristo è risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti. Poiché se a causa di un uomo venne la morte, a causa di un uomo verrà la risurrezione dei morti; e come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo... L'ultimo nemico a essere annientato sarà la morte" (1 Cor 15,20-22.26).
Il principio, qui ricordato da Paolo, è il principio, chiamiamolo così, di "incorporamento" (gli studiosi parlano di "personalità corporativa"): come "in Adamo" tutti muoiono, così "in Cristo" tutti "riceveremo" la vita. Mentre però questo avverrà per noi alla fine, quando sarà distrutto "l'ultimo nemico" (v. 26), cioè la morte, in Maria è avvenuto già "al termine" della sua vita terrena.
E questo ovviamente per il suo maggiore "incorporamento" a Cristo: chi più di Maria, infatti, è stato trascinato nel mistero di vita di Cristo? E questo non solo per la cooperazione "fisica" alla divina maternità ma anche, e direi soprattutto, per la cooperazione "spirituale" a tutta l'opera della Redenzione.

"Beata colei che ha creduto"
La terza lettura ci fa scoprire le radici ultime di questa prodigiosa e anticipata vittoria di Maria sulla morte: si tratta appunto della sua "fede", addirittura temeraria, nelle parole dell'Angelo e del suo completo abbandono all'iniziativa e all'azione di Dio in lei. Nell'obbedienza di Maria, come in quella di Cristo, è spezzato l'anello della maledizione che ci trascinava tutti nel peccato: Maria è l'antitesi perfetta di Eva, come Cristo lo è di Adamo! Maria è stata capace di vincere la morte, perché già prima aveva, con la grazia di Dio, vinto in sé il progenitore della "morte" che è il "peccato" (cf Rm 5,12).
È quanto possiamo cogliere nel racconto della visita di Maria a Elisabetta (Lc 1,39-56), che dà occasione alla parente di celebrare la grandezza spirituale di Maria, riconoscendone pubblicamente l'eccelsa missione nella storia della salvezza: "In quei giorni Maria si mise in viaggio verso la montagna e raggiunse in fretta una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta... che, ripiena di Spirito Santo, esclamò a gran voce: "Benedetta tu fra le donne, e benedetto il frutto del tuo grembo! A che debbo che la madre del mio Signore venga a me? Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell'adempimento delle parole del Signore"" (Lc 1,39-45).
Mi sembra che in queste parole veramente "ispirate" di Elisabetta ci siano tutti gli elementi del "mistero" di Maria: essa è "la madre del Signore", cioè di Cristo, che Dio ha scelto "fra tutte le donne" perché ha saputo "credere", come e più di Abramo, nell'incredibile. Maria è in anticipo sullo spirito delle "beatitudini", che Gesù proclamerà all'inizio della sua vita pubblica: perciò è per lei la "prima" beatitudine del N. Testamento ("Beata colei che ha creduto"), quasi a dire che essa ne incarna e ne esprime il senso più profondo e l'esigenza più radicale: quella del più completo abbandono a Dio, che solo così può manifestarsi a pieno nelle sue creature.

"Grandi cose ha fatto in me l'Onnipotente"
Mi sembra che in fondo sia questo tutto il senso del Magnificat, che l'Evangelista ci presenta come la risposta altrettanto "ispirata" di Maria alle parole di Elisabetta.
Nel cantico del Magnificat, infatti, Maria non intende tanto esprimere la sua gioia, quanto celebrare la grandezza e la bontà immensa di Dio che si esalta negli umili, in quelli che si fanno suoi "servi", cioè sono completamente aperti a lui, permettendogli così di operare "grandi cose" anche in deboli strumenti umani. È quanto egli ha fatto per il passato in tutta la storia di Israele; è quanto egli ha compiuto e sta compiendo in lei, la "povera di Jahvèh" per eccellenza.
Perciò quando Maria canta: "D'ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto in me l'Onnipotente e Santo è il suo nome..." (vv. 49-50), non esalta se stessa, ma il Signore che l'ha eletta a strumento del suo amore.
Questa è la più grande "vittoria" di Maria: essersi lasciata possedere tutta da Dio, perché egli manifestasse in lei la "potenza del suo braccio" (v. 51). Che per questa via ella sia diventata la Madre di Dio, sia stata concepita Immacolata, sia stata assunta "in corpo e anima" al cielo, non è che la conseguenza di quanto dice nel suo cantico: "Grandi cose ha fatto in me l'Onnipotente" (v. 49).
Noi che oggi celebriamo la sua Assunzione non dobbiamo distaccare questa festa dalla "totalità" del suo mistero: allora sentiremo davvero che in Maria sono i destini del mondo che si richiamano e si maturano, quello della vita e della morte, quelli della terra e quelli del cielo. Perciò ha ragione Giovanni, come ci ricorda la prima lettura (Ap 11,19; 12,1-10), nel far dipendere tutto da quella fatidica lotta fra la Donna e il Dragone!

Da: CIPRIANI Settimio, Convocati dalla Parola

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