venerdì 29 settembre 2017

Matteo 21, 28-32


1 OTTOBRE 2017 | 26A DOMENICA T. ORDINARIO - A | LECTIO DIVINA


1 OTTOBRE 2017 | 26A DOMENICA T. ORDINARIO - A | LECTIO DIVINA

"Chi dei due ha compiuto la volontà del padre? Dicono: "L'ultimo"

Non è facile vedere un legame fra le varie letture di questa Domenica. La prima, infatti, è ripresa da un contesto di Ezechiele, in cui il Profeta, proprio per demolire un certo senso di fatalità e di scoraggiamento degli Ebrei in esilio, che davano la colpa dei loro mali attuali alle mancanze dei "padri" esalta la responsabilità "personale": "Perché andate ripetendo questo proverbio sul paese d'Israele: I padri hanno mangiato l'uva acerba e i denti dei figli si sono allegati? Come è vero che io vivo, dice il Signore Dio, voi non ripeterete più questo proverbio in Israele. Ecco, tutte le vite sono mie; la vita del padre e quella del figlio è mia: chi pecca morirà" (Ez 18,2-4).
Questo sentirsi coinvolti e, più ancora, travolti dalle colpe dei padri, poteva costituire un facile alibi per il disimpegno morale degli Ebrei: tutto avviene per colpa degli altri, oggi si direbbe per colpa della società, o delle "strutture" ingiuste. Oltre a ciò, un tale sentimento quasi fatalmente provocava anche una forma di ribellione verso Dio, che veniva avvertito più come un alleato della "conservazione", che non l'amico dei poveri e degli oppressi, capace di creare situazioni di "novità" per tutti.

"Non è retta la mia condotta, o piuttosto non è retta la vostra?"
Per bocca del Profeta, invece, il Signore ribalta l'accusa di immobilismo contro Israele. Sono gli Ebrei che, per non volersi convertire e rinnovare spiritualmente, accusano Dio di non trattarli secondo i loro meriti (Ez 18,25-28).
Sono dunque gli Israeliti attuali, con le loro colpe e i loro peccati, responsabili del disastro nazionale che ancora li opprime e della desolazione dell'esilio. "Si allontanino dalle loro colpe" (v. 28), "riflettano" sui loro comportamenti, si convertano al Signore, ed egli li farà "vivere" di nuovo spiritualmente, e anche materialmente. 
Era un deteriore "sociologismo" quello che portava gli Ebrei a "fatalizzare" il loro destino; dietro, però, stava la viltà del loro spirito: che non voleva affrontare il faticoso cammino della "conversione", che si opera soltanto se si capovolgono i sentimenti del cuore. Lo stesso "sociologismo" che anche oggi tende a colpevolizzare più le "strutture" che non i veri responsabili, che siamo un po' tutti noi, sia nell'ambito civile che in quello più propriamente ecclesiale.

"Un uomo aveva due figli"
Partendo da questa tentazione, forse connaturata alla psicologia umana, di trovare appoggio o fuga dalle proprie responsabilità nel dato sociale più che nell'interno del proprio cuore, è però possibile un raccordo anche con la pagina del Vangelo, che, di fatti, è una contestazione di Gesù contro gli Ebrei del suo tempo, i quali, in nome della Legge e della loro tradizione religiosa, non sanno né vogliono vedere in lui il Messia lungamente atteso. 
Egli non rientrava negli schemi che si erano fatti di lui. Soprattutto la sua azione di "pulizia" nel Tempio, cacciando i venditori che lo profanavano e rivendicando un suo particolare dominio su quel luogo di preghiera ("la mia casa sarà chiamata casa di preghiera": cf Is 56,7), aveva suscitato violente reazioni contro di lui (cf Mt 21,12-27). Il Messia avrebbe dovuto tener più conto delle convinzioni religiose e "sociali" del suo tempo! E invece egli buttava all'aria tutto. Ma chi ha mai detto che ciò che fanno tutti, o pensano tutti, sia vero, o giusto, o buono? 
Rispondendo a questo atteggiamento di chiusura puntigliosa e ostile nei suoi riguardi, Gesù in tre successive parabole (dei due figli, dei vignaioli omicidi e degli invitati a nozze) mette sotto accusa Israele, facendo vedere come esso, in nome della fedeltà alla Legge, tradisca di fatto il progetto di Dio che si sta attuando in Cristo. 
Fare la "volontà" di Dio era il cardine su cui ruotava tutta la religione dell'Antico Testamento e del giudaismo. E la Legge ne era l'espressione più chiara e più convincente. Ora però che Dio si manifestava in Cristo, non si poteva pensare di dire di "sì" alla Legge dicendo di "no" al Cristo, solo perché egli non rientrava negli schemi prestabiliti e addirittura cambiava, "completandola", qualcosa di quella Legge. Solo accettando Cristo gli Ebrei, come del resto tutti gli uomini, potevano ormai compiere la "volontà di Dio". 
La parabola dei due figli vuol descrivere precisamente questo dramma in cui è venuto ad impigliarsi Israele quando ha respinto Cristo, pensando in tal modo di rendere "onore" a Dio (cf Gv 16,2) e di salvaguardare la dignità della Legge. "Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Rivoltosi al primo, disse: "Figlio, va' oggi a lavorare nella vigna". Ed egli rispose: "Sì, signore", ma non andò. Rivoltosi al secondo, gli disse lo stesso. Ed egli rispose: "Non ne ho voglia", ma poi, pentitosi, ci andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre? Dicono: "L'ultimo". E Gesù disse loro: "In verità vi dico: I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio"" (Mt 21,28-31).
Esclusiva di Matteo, la parabola punta direttamente a provocare una presa di coscienza e anche una decisione con il doppio interrogativo: quello iniziale ("Che ve ne pare?": v. 28), e soprattutto quello conclusivo ("Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?": v. 31). Saranno così gli stessi suoi ascoltatori ad autocondannarsi: se sanno così bene distinguere quale dei due figli ha fatto la "volontà" del padre, perché non si comportano alla stessa maniera? 
I due figli stanno a significare due tipi diversi di risposta che gli uomini possono dare all'invito, che Dio rivolge a tutti, di andare a "lavorare nella vigna". C'è l'adesione formale, piena di rispetto, del primo, che dice "sì" e poi elude di fatto l'impegno assuntosi; c'è l'adesione contrastata, e come ripensata, del secondo figlio che, dopo un iniziale diniego, passa all'azione. Quest'ultimo, pur essendo stato scortese verso il padre, di fatto è quello che ne compie la "volontà". 
Potremmo dire che essi esprimono due tipi diversi di religione: la religione "formalistica" del mero e astratto assenso di fede, che non costa molto all'intelligenza e tanto meno alla volontà, e lascia le cose così come sono; e la religione delle opere, che attuano le esigenze della fede, e perciò costano fatica: di qui il primo impulso a dire di "no", che poi viene riassorbito dalla faticosa riflessione su se stessi e dal cambiamento di mentalità ("pentitosi, ci andò": v. 30).

"I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio"
In concreto, questi due tipi di religione Gesù li ha incontrati lungo la sua strada: i farisei, i dottori della Legge, i capi del popolo, che professavano la più rigorosa ortodossia e osservavano scrupolosamente tutte le prescrizioni ritualistiche (cf Mt 23,13-32) sono gli uomini del "sì" facile e rispettoso finché la "volontà" di Dio si identifica con la loro. Quando però il disegno di Dio cammina fuori della loro strada, gli si oppongono in tutti i modi, anche con la violenza fisica: proprio come è capitato con Gesù. La volontà di Dio non era più buona quando hanno scoperto o sospettato che si identificava nella missione rinnovatrice e contestatrice di Cristo! 
Accanto a loro vi erano anche gli uomini del "no", cioè tutti coloro che non osservavano la Legge, come i ladri, i pubblicani, le prostitute, ecc. Si capisce come per gente simile l'annuncio di Cristo fosse anche più duro, proprio perché esigeva un cambiamento radicale: però, nello stesso tempo, era un messaggio "liberatore", che non tendeva a emarginarli, ma li reinseriva di pieno diritto nella casa del Padre. Rinnovandoli, il Vangelo restituiva loro tutta la loro dignità, così come era avvenuto con il figlio prodigo, della cui storia la nostra parabola riecheggia alcuni spunti. 
Proprio per questo essi hanno accettato il messaggio di Cristo, a differenza dei presuntuosi, impeccabili farisei, ai quali Gesù lancia un'ultima, spietata minaccia: "In verità vi dico: I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio" (v. 31). Uno studioso, ricorrendo all'originale aramaico che starebbe dietro al testo greco, aggrava la sentenza traducendo così: "I pubblicani e le prostitute entreranno nel regno di Dio, invece voi no".1 La cosa è probabile: ma già il sentirsi paragonati a simile gente doveva essere per i farisei un'offesa mortale; peggio ancora il sentirsi dire che essi vengono dopo! 
Insistendo su questo confronto, Gesù esaspera la situazione dicendo che la loro sordità ai disegni di Dio risale già ai tempi di Giovanni il Battista: "È venuto a voi Giovanni nella via della giustizia e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, pur avendo visto queste cose, non vi siete nemmeno pentiti per credergli" (v. 32). 
Il problema è tutto qui: la capacità di lasciare spazio alla iniziativa di Dio, "pentendosi" della propria durezza di cuore. La gente perduta è stata capace di "pentirsi"; i "giusti", invece, proprio perché osservavano la Legge, ritenevano di non averne bisogno e sono rimasti chiusi davanti al nuovo disegno di salvezza che passava per Cristo. Anche qui abbiamo un capovolgimento di situazioni: in forma diversa ci viene detto che coloro, i quali sembrano essere i "primi" secondo la valutazione corrente, possono diventare gli "ultimi" alla luce del regno (Mt 19,30; 20,16).

"Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù"
La seconda lettura ci dà, quasi per contrasto all'atteggiamento del primo e anche del secondo figlio, un esempio di radicale adesione alla volontà di Dio, che è quello di Cristo, per noi "fattosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce" (Fil 2,8). 
Paolo sta parlando, in questo contesto, dell'unità dei "sentimenti" e degli "spiriti" che dovrebbe regnare nella comunità di Filippi: probabilmente alcune divisioni intestine, a livello di contrapposizioni di interessi personali, dovevano minacciare la pace di quella Chiesa a lui tanto cara.2 La ragione principale di tutto questo egli la vedeva nei sentimenti di orgoglio e di egoismo da cui alcuni si erano lasciati prendere. 
Di qui, la raccomandazione accorata, in nome dell'affetto che lo legava a ciascuno di loro, a vincere questo stato di disagio spirituale, che rischiava di rendere infruttuoso il suo lavoro (Fil 2,1-4).
A questo punto, per essere più incisivo, l'Apostolo porta l'esempio stesso di Cristo che "pur essendo di natura divina... spogliò se stesso, assumendo una condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce" (vv. 6-8). Proprio per questo, però, Dio lo ha "esaltato" facendolo risorgere da morte e costituendolo "Signore" dell'universo (vv. 9-11). 
Non è possibile qui commentare questo densissimo "inno cristologico" che, oltre tutto, ci viene presentato anche in altre circostanze liturgiche (Domenica delle Palme ed Esaltazione della santa Croce). Vogliamo solo notare che l'Apostolo lo introduce con l'invito ai cristiani ad "avere gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù" (v. 5), cioè ad assumere lo stesso atteggiamento di "obbedienza" totale davanti a Dio, anche là dove il suo disegno poteva sembrare pura "follia". 
Gesù non è stato l'uomo del "no" e neppure del "sì" pigro e inerte: egli è stato l'uomo del "sì" radicale, senza dubbi o ripensamenti. "Il Figlio di Dio, Gesù Cristo, che abbiamo predicato tra voi, io, Silvano e Timoteo, non fu sì e no; ma in lui c'è stato il sì. E in realtà tutte le promesse di Dio in lui sono divenute sì" (2 Cor 1,19-20). 
La parabola dei due figli è stata superata dalla realtà immensamente più grande che si è verificata in lui.

Da: CIPRIANI Settimio, Convocati dalla Parola.

giovedì 28 settembre 2017

Santi Arcangeli


29 SETTEMBRE. SANTI ARCANGELI MICHELE, GABRIELE E RAFFAELE


29 SETTEMBRE. SANTI ARCANGELI MICHELE, GABRIELE E RAFFAELE

Giacobbe, quando il Signore risplendeva su di lui in alto 
ed egli in basso unse la pietra,
 vide angeli che salivano e scendevano: 
a significare, cioè, che i veri predicatori 
non solo anelano verso l’alto con la contemplazione, 
al Capo santo della Chiesa, cioè al Signore, 
ma nella loro misericordia scendono pure in basso, alle sue membra. 
San Gregorio Magno

Dal Vangelo secondo Giovanni 1,47-51

In quel tempo, Gesù, visto Natanaèle che gli veniva incontro, disse di lui: «Ecco davvero un Israelita in cui non c'è falsità». Natanaèle gli domandò: «Come mi conosci?». Gli rispose Gesù: «Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto il fico».
Gli replicò Natanaèle: «Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d'Israele!» . Gli rispose Gesù: «Perché ti ho detto che ti avevo visto sotto il fico, credi? Vedrai cose maggiori di queste!».
Poi gli disse: «In verità, in verità vi dico: vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sul Figlio dell'uomo»
*
Vedere il cielo aperto è il desiderio più intimo di ogni uomo. Anche a noi oggi, così simili a Giacobbe in quella notte di angoscia, impaurito, solo, ramingo e in fuga dalla storia, appare una scala. È la Croce di Cristo, ben piantata nella nostra vita e che ci schiude il Cielo, garanzia di un fondamento sicuro e di un orizzonte certo. La storia non scorre senza senso, ma "guarda" in alto; ogni avvenimento è "contemporaneo" del Cielo, mentre lo viviamo qui sulla terra è "trascritto" lassù come una primizia della vita beata. Per questo Gesù ci dice che vedremo cose "più grandi": non dobbiamo cercarle chissà dove, esse sono le nostre cose di ogni giorno, impregnate dell'amore di Dio che le strappa alla corruzione e le incastona come gemme nel Cielo. Non manca nulla alla nostra vita. Potremmo morire ora, sazi di giorni e di beni, esattamente come siamo e con quello che abbiamo vissuto, perché Lui, come con Natanaele, ci ha "conosciuto" da sempre, e solo lui ci ha "visto" senza malizia anche se peccatori, in uno sguardo di eterna misericordia che tutto riveste di santità. Ogni cosa che ci appartiene infatti è un frammento di Cielo, una primizia di quella che sarà la vita beata nella sua intimità. E, con la fede che Dio ci dona nella Chiesa, possiamo vedere ora, in questo istante, che tutto è già compiuto: non manca nulla a nessun secondo della nostra vita. Potremmo morire ora, in questo istante, sazi di giorni e di beni, esattamente come siamo e con quello che abbiamo vissuto. Anche se ci sembra di non aver concluso nulla, di essere ancora dispersi nella precarietà degli affetti, del lavoro, della salute: in Lui ogni lembo di terra che calpestiamo è uno spicchio di Cielo, ogni fallimento diviene un successo, ogni debolezza una forza da trasportare le montagne, ogni morte è trasformata in vita. La fede ci apre gli occhi sulla grandezza della nostra vita, perché in essa è stata deposta la scala che svela il destino autentico, la comunione e l'intimità con Colui che è disceso dal Cielo per raggiungere il nostro presente e, attraverso la Parola e i sacramenti, farlo contemporaneo del Cielo, per prenderci ora, e sederci accanto a Lui alla destra del Padre. 
Non c'è bisogno di sforzarsi e inventarsi cose speciali; non si tratta di esperienze da mozzare il fiato. La "cosa più grande", infatti, è restare nella volontà di Dio. Giacobbe dormiva quando ha contemplato il Cielo aperto, Natanaele era seduto sotto il fico quando è stato visto da Gesù. L'incontro tra questi due sguardi che uniscono il Cielo alla terra si dà quindi nella semplicità della gratuità. Quando si entra nei fatti concreti e forse insignificanti della propria storia. Perché il miracolo più grande è vivere in pienezza, come un pezzo di Cielo le cose che ci umiliano, i momenti in cui ci sembra di sprecare la vita, senza sussulti. E' più grande stare nel Getsemani con Gesù e offrirsi con Lui al Padre mentre vorremmo altro, che qualsiasi altra cosa. E' più grande restare crocifissi in una situazione, o un tempo di aridità, di grigiore e impotenza che qualunque altro servizio si potrebbe fare. E' la cosa più grande perché solo chi ha scoperto che Gesù, nonostante i propri peccati, lo ha visto senza malizia, può adagiarsi in pace nella storia crocifissa che la carne rifiuta.E' questa la notizia che gli Arcangeli annunciano salendo e scendendo la scala del Cielo. La loro missione definisce quella della Chiesa, e anticamente i vescovi erano chiamati angeli. Come Michele, per combattere il drago e distruggere le sue menzogne; come Gabriele, per annunciare la notizia che Dio si è fatto carne per salvare ogni carne; come Raffaele, per sanare ogni rapporto nella comunione strappata alla concupiscenza. Anche noi siamo chiamati ad essere angeli che mettono a disposizione la propria carne perché Cristo giunga sulla soglia di ogni uomo; come quella di Santo Stefano, consegnata alla tempesta di pietre dei nemici, mentre il suo volto diveniva proprio come quello di un angelo, sul quale risplendeva la bellezza dell'amore di Cristo. Come sul nostro, mentre consegniamo la vita e perdoniamo, nel martirio quotidiano che offre a tutti la scala che conduce al paradiso. Nell'iconografia Gesù è raffigurato anche mentre sale su una scala per lasciarsi crocifiggere; la Chiesa suo corpo vive allo stesso modo: contemplando la scala che giunge sino al Cielo, vi sale ogni giorno per distendere le braccia dei suoi figli sulla Croce. Nel marito che sale questa scala per la moglie, nella madre che vi ascende per accogliere suo figlio, in ogni cristiano che vive amando così Dio si fa prossimo ad ogni sofferenza, prende carne umana per far santa ogni vita. 

martedì 26 settembre 2017

City of David - Arp


IL RABBINO ED IL PROFETA ELIA (ebraismo)


IL RABBINO ED IL PROFETA ELIA (ebraismo)

Raccontò allora il Tannà Rabbì Yossì.

Stavo camminando per le strade di Yerushalàyim, quando arrivato il tempo di pregare, capii che non avrei trovato un miniàn di dieci persone per pregare assieme. Decisi allora di entrare in un palazzo in rovina.
Venne allora il profeta Eliàhu che attese alla porta la fine della mia preghiera. Con gran sorpresa lo trovai che mi aspettava.
"Shalòm a te, Rabbì" mi salutò.
"Shalòm a te, mio rabbino e maestro" gli risposi.
"Dimmi, figlio mio — continuò — perché sei entrato in questo palazzo in rovina? Non lo sai che è un posto pericoloso?"
"Sono entrato per pregare" risposi.
"Ma avresti dovuto pregare per strada piuttosto che esporti a un pericolo!"
"Certo, ma temevo che i passanti mi avrebbero interrotto" risposi.
"Questa non è una ragione sufficiente per entrare in un posto così pericoloso — disse Eliàhu — avresti dovuto dire una preghiera corta (un riassunto che al giorno d’oggi non si usa più, n.d.R.) per strada piuttosto che entrare in questo palazzo in rovina."
Fui dunque grato al profeta Eliàhu per avermi insegnato tre regole: 1) Che non si entra in un posto pericoloso; 2) che in determinate circostanze si può pregare per strada e 3) chi prega per strada deve recitare una preghiera corta per non essere interrotto dai passanti.
Elia mi domandò poi però incuriosito: "Ma che cosa hai sentito in quel palazzo in rovina?"
Risposi: "Ho sentito una voce come una colomba che tubava. Diceva: ‘Guai ai miei figli, che hanno fatto sì che distruggessi il Mio Tempio a causa dei loro peccati, il Bet Hamikdàsh e che li esiliassi tra gli altri popoli!"
"Sappi — mi disse allora Eliàhu — che la divina Shekhinà (la presenza divina) si lamenta e si addolora tre volte al giorno, quando gli ebrei pregano Shacharìt, Minchà e ‘Arvìt. E quando questi rispondono amèn al kaddìsh nel Bet Hakkenèset, Dio risponde ‘Fortunato è il re che viene onorato nella sua casa. Guai al padre che ha scacciato i suoi figli per farli vivere in esilio. Amara è la sorte dei figli esiliati dalla tavola paterna.’

Per i più piccoli — Che cosa impariamo dal Midràsh?
Che i grandi Chakhamìm avevano, tramite i loro meriti, la possibilità di poter "dialogare" anche con il profeta Elia.
Che anche il profeta Elia, pur non essendo d’accordo con il comportamento del Maestro, aspetta che quest’ultimo termini la preghiera prima di parlargli. Anzi lo saluta per primo, rispettandone la sapienza.
Che talvolta un grande Maestro riesce a instaurare un rapporto con Dio di cui nemmeno un grande profeta è capace (sente infatti le voci nelle rovine).
Che salutare con "Shalòm" — pace, che è uno dei nomi divini, vuol dire invocare la protezione divina sulla persona che si sta salutando (Elia vuole proteggere il Maestro in pericolo).
Che Dio, pur avendo punito il proprio popolo con la distruzione del Tempio di Gerusalemme e l’esilio, in un certo modo "soffre" di questo ed è pronto a salvarlo.
Che le preghiere degli uomini, e in particolare dei Giusti, possono accelerare il perdono divino e quindi la fine della Diaspora.
Per i più grandi - Oltre il Peshàt (significato letterale)
I nostri Maestri nella raccolta ‘En Ya’akòv hanno cercato di superare il significato letterale del racconto. Nel Talmùd il midràsh si inserisce dopo una affermazione di R. Eli’èzer che sostiene che la preghiera di ‘Arvìt detta su questa terra ha una corrispondenza, come tutte le altre preghiere della giornata, a quello che avviene nell’alto dei cieli. Secondo la concezione ebraica dunque, Dio partecipa alle preghiere degli esseri umani.
Il Maestro che si avventura nel palazzo in rovina è un discepolo di rabbì Akivà, che una generazione prima aveva creduto di poter vedere ai suoi tempi l’avvento messianico, durante la rivolta di Bar Kokhvà. Le rovine potrebbero dunque essere quelle del Bet Hamikdàsh distrutto. Entra dunque con la speranza di poter accelerare, con la sua preghiera, la venuta del Mashìach: i passanti che lo disturbano in strada, che raffigura la diaspora, sono le nazioni della Terra con le loro persecuzioni.
Appare dunque Eliàhu, il profeta che in effetti, secondo la tradizione, annuncerà l’avvento. Questi però, con le sue domande vuole sincerarsi delle intenzioni del rabbino. Vuole pregare per lamentarsi con Dio che ancora non ha portato il Mashìach, oppure vuole con la sua tefillà di tzaddìk influenzare il decreto divino? La preghiera corta di cui si parla, in realtà sarebbe la tefillà diminuita di valore che rimane al popolo ebraico nel tremendo esilio della Golà. A R. Yossì viene dunque fortemente rimproverato il suo tentativo di accelerare l’evento messianico e viene però ribadito il ruolo che la preghiera umana, di tutti gli uomini, può avere, per accelerare tale evento.
Il Kaddìsh in effetti è la preghiera fondamentale che santifica e fa grande il nome di Dio tra le nazioni, che riconoscendolo permetteranno l’evento messianico. Nel Talmùd (TB Shabbàt 119b) è scritto che vengono aperte le porte del Gan Eden nel mondo futuro a chi risponde amèn al Kaddìsh. Secondo altri a.mè.n. sono le iniziali di El Mèlekh Neemàn, ovvero Dio Re Fedele. Fedele al suo patto di mandare la redenzione finale, nonostante il millenario esilio.

T.B. Berakhòt 3a

David Piazza

sabato 23 settembre 2017

Matteo 20, 1-16 (mi sembra Van Gogh)


24 SETTEMBRE 2017 | 25A DOMENICA T. ORDINARIO - A | LECTIO DIVINA


AMICO, IO NON TI FACCIO TORTO... NON POSSO FARE DELLE MIE COSE QUELLO CHE VOGLIO?"

24 SETTEMBRE 2017 | 25A DOMENICA T. ORDINARIO - A | LECTIO DIVINA

I conti con il Signore non tornano mai! Non appena ci sembra di averlo afferrato nel suo mistero o nei suoi atteggiamenti, ci sfugge di mano, ci pone problemi nuovi, diventa ancora indefinibile: egli sta sempre al di là e al di sopra dell'immagine, anche più alta, che possiamo farci di lui.

"I miei pensieri non sono i vostri pensieri"
È quanto ci ricorda il Secondo Isaia quando esortava i suoi contemporanei, che forse nell'euforia del ritorno imminente dall'esilio facevano progetti di ricostruzione, di prestigio politico, magari anche di vendetta sul nemico babilonese, a correggere i loro calcoli e i loro sentimenti:
"Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri,
le vostre vie non sono le mie vie...
Quanto il cielo sovrasta la terra,
tanto le mie vie sovrastano le vostre vie,
i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri" (Is 55,8-9).

Le "vie" e i "pensieri" di Dio stanno a rappresentare i suoi comportamenti e i suoi progetti salvifici, che eccedono all'infinito, come il cielo "sovrasta" la terra, i miopi progetti umani.
Così, nel caso concreto, nel ritorno degli Ebrei dall'esilio Iddio voleva che si vedesse il "segno" del suo amore verso il suo popolo, esigendo però da lui la "conversione" del cuore: il "ritorno" nella propria terra doveva esprimere soprattutto un "ritorno" a Dio. Non si trattava tanto di un evento politico, quanto di un evento religioso, che doveva trovare la sua manifestazione concreta nella "ricerca" faticosa, ma costante, di ciò che piace a Dio: "Cercate il Signore, mentre si fa trovare, / invocatelo mentre è vicino. L'empio abbandoni la sua via / e l'uomo iniquo i suoi pensieri; / ritorni al Signore che avrà misericordia di lui / e al nostro Dio che largamente perdona" (Is 55,6-7).
La "conversione" viene qui descritta nel suo duplice aspetto: positivo, che è quello di "cercare il Signore" (v. 6);1 e negativo, che è quello di "abbandonare" il peccato (v. 7).
Israele però sembra non aver capito il piano di Dio: gli stava sfuggendo la dimensione "spirituale" dell'evento storico che viveva. In tal modo l'esperienza dell'esilio non gli avrebbe insegnato niente per l'avvenire: sarebbe rimasto sempre il popolo dal "cuore incirconciso"! Ecco perché il Signore, per mezzo del Profeta, lo invita a "capovolgere" il suo modo di pensare e di vivere: "Le vostre vie non sono le mie vie" (v. 8).
"Il regno dei cieli è simile a un padrone che uscì a prendere a giornata lavoratori per la sua vigna" 
Che Dio "capovolga" i nostri più comuni modi di giudicare, di valutare e anche di comportarci è dimostrato, in forma assai pittoresca, dalla vivacissima parabola degli operai invitati, a ore diverse, a lavorare nella vigna, e che è esclusiva di Matteo: segno evidente, questo, che essa si inseriva molto bene nella sua prospettiva teologica, come diremo tra poco. Contravvenendo a tutte le attese degli operai che avevano lavorato di più e anche alle norme di "giustizia" corrente, il padrone dà a tutti lo stesso stipendio, provocando disagio e "mormorazione" tra quelli che avevano lavorato più a lungo e più duramente degli altri. 
La prima parte della parabola ci descrive l'invito, ad ore diverse, per andare a lavorare nella vigna (Mt 20,1-4). Lo stesso fece verso mezzogiorno, verso le tre, e anche verso le cinque (vv. 5-7), cioè quando mancava appena un'ora alla fine del lavoro.
Fin qui niente di strano nel comportamento del padrone, salvo questo invito fatto all'ultimo momento della giornata. Ma anche questo poteva avere una sua spiegazione, nel senso che il lavoro era urgente (si pensi alla vendemmia) e bisognava utilizzare tutte le energie disponibili. In ogni modo, è chiara l'intenzione del parabolista di rilevare la notevole differenza di tempo nelle prestazioni dei lavoratori: c'è chi ha lavorato appena "un'ora", e c'è chi ha davvero "sopportato il peso della giornata e il caldo" (v. 12).
In tal modo egli prepara, molto abilmente, la reazione e la sorpresa che ci coglie tutti davanti allo strano comportamento del "padrone" descrittoci nella seconda parte della parabola (vv. 8-16).
Letterariamente, anche qui c'è da notare l'accorgimento di far incominciare la riscossione proprio dagli "ultimi": si prepara così il terreno sia al crescere del desiderio dei "primi" di aver di più del pattuito, sia alla loro delusione e alla aperta contestazione quando si vedono trattati alla stessa maniera degli altri.
Determinanti, per capire il senso della parabola, rimangono le parole del padrone, con cui egli si giustifica davanti ai contestatori: "Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse convenuto con me per un denaro?... Non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?" (vv. 13.15). Per un verso, dunque, il padrone è "giusto", perché osserva le condizioni del contratto; per un altro verso, invece, va "al di là" della giustizia, dando a qualcuno di più e attingendo solo alla sua "bontà" e "generosità". 
Una "bontà" però, quella del padrone, che suscita la "gelosia" di quelli che avevano lavorato di più, i quali, ovviamente, si lamentano perché non viene offerta anche a loro che, oltre tutto, hanno qualche merito più degli altri. Una "bontà" che discrimina non è forse, in qualche modo, anch'essa una forma di "ingiustizia"? Dove va allora a finire la stessa decantata "giustizia" del padrone, che dichiara di non volere "far torto" a nessuno, pur usando particolare benevolenza verso alcuni?

Uno squarcio di "autobiografia" di Gesù
Certo è che la parabola non è facile a spiegarsi, se la interpretiamo in forma rigida e al di fuori dei vari "livelli" di significato in cui è stata collocata da Gesù quando l'ha detta la prima volta, e poi dall'Evangelista quando l'ha riadattata per i suoi lettori.
Al di là dei rigidi schematismi di "giustizia", o anche di "bontà" che sembrerebbe non estendersi in eguale misura a tutti, mi sembra che l'idea di fondo è che l'agire di Dio è imprevedibile, rompe tutti gli argini, è completamente gratuito; più che esigere, offre sempre qualcosa. Anche con gli operai della prima ora, in realtà, è stata solamente sua l'iniziativa dell'invito: se essi hanno lavorato di più, è già sua "grazia", è già sua benevolenza. Non ha senso, perciò, la loro recriminazione.
Situata in questa prospettiva, la parabola diventa uno squarcio di "autobiografia" da parte di Gesù. Andando controcorrente, egli aveva accolto tutti i reietti e gli emarginati del suo tempo: pubblicani come Matteo e Zaccheo, peccatori e peccatrici, malati, lebbrosi, storpi, gente umile e semplice. I farisei, che per la loro rigorosa osservanza della Legge pensavano di dover essere privilegiati, si erano visti invece mettere da parte. Di qui la loro reazione e le accuse contro Gesù, il quale si difende dimostrando come in lui si riveli il volto nuovo di Dio: un Dio che "accetta" tutti, anche gli "ultimi", perché non vuole discriminare nessuno e vuole offrire davvero la salvezza a tutti, facendo tutti entrare nella sua "vigna" a qualsiasi "ora" della giornata.
Accettando però gli ultimi, non escludeva i primi: soltanto voleva togliere loro la presunzione di particolari meriti o privilegi davanti a lui.
Se un privilegio ci dev'essere, è quello dell'amore più grande che va riservato a chi più ne ha bisogno, come è appunto chi viene da lontano, o ha sofferto o soffre di più. È l'attenzione delicatissima che il padre ha verso il figlio prodigo e che non sottrae nulla all'amore che egli continua ad avere verso il maggiore, che però pensa, anche lui, di essere fatto oggetto di ingiustizia: "Figlio, tu sei sempre con me, e tutto quello che io ho è tuo. Era ben giusto far festa e darsi alla gioia, perché questo tuo fratello era morto ed è ritornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato" (Lc 15,31-32).
Perché rattristarsi o ingelosirsi, se l'amore di Dio si dona con eguale generosità a tutti? Gesù ci insegna con questa parabola ad avere il cuore grande, ad accettare gli altri, anche se essi ridimensionano i nostri privilegi o i nostri vantaggi, a non contare sui nostri "diritti" davanti a Dio (perché nessuno ce li ha!), ma solo sulla sua benevolenza e sul suo amore.

"Così gli ultimi saranno i primi..."
Quando poi Matteo ha messo per iscritto il suo Vangelo, c'era nella Chiesa primitiva il grosso dibattito dell'ammissione dei pagani alla fede cristiana: dovevano essi passare per le pratiche giudaiche, come sostenevano quelli della fazione più rigorista; o era sufficiente la fede in Cristo, espressa nel Battesimo, come insegnava e praticava Paolo nelle comunità da lui fondate fuori della Palestina? La Lettera ai Galati e il cap. 15 degli Atti degli Apostoli sono una testimonianza del durissimo confronto sorto all'interno della Chiesa e risolto in favore della "libertà" dalla Legge mosaica: "In Cristo Gesù né la circoncisione vale alcunché né la incirconcisione, ma la nuova creatura" (Gal 6,15).
La nostra parabola si pone al centro di questa controversia. Rivolta non più agli avversari storici di Gesù ma ai credenti, essa prende un significato accentuatamente "ecclesiologico". Non si tratta più, ora, di giustificare l'atteggiamento del Maestro, bensì la condotta della Chiesa di fronte al mondo pagano: i lavoratori dell'ultima "ora" sono appunto gli incirconcisi, mentre i Giudei rappresentano quelli della prima ora, che rivendicano per sé qualche cosa "di più", privilegi appunto.
L'Evangelista intende demolire queste pretese, e anzi afferma un capovolgimento anche più radicale nei rapporti di Dio con gli uomini: non soltanto egli non fa distinzione o preferenze tra pagani e Giudei, perché tutti hanno bisogno di essere salvati; ma quelli che avanzano pretese davanti a lui, come facevano appunto i Giudei, saranno collocati all'ultimo posto. È il senso drammatico della sentenza che chiude la parabola: "Così gli ultimi saranno i primi e i primi gli ultimi" (v. 16).
Anche nella Chiesa tutto è gratuito: è gratuita l'innocenza e la verginità di Lucia o di santa Teresa di Lisieux, la testimonianza fino al martirio di Pietro o di Paolo, la conversione di Agostino o di Charles de Foucauld, la scienza teologica di Tommaso d'Aquino o di Antonio Rosmini, la carità immensa di Madre Teresa di Calcutta, proprio perché nessuno avanzi meriti o pretese davanti a Dio. È lui soltanto che ci invita a "lavorare" nella sua vigna: non è il più o meno di lavoro o di prestazioni che conta, ma l'amore e la fiducia che egli dimostra verso ognuno di noi in "ogni" momento della nostra esistenza.
Se avremo messo a frutto il suo "amore" gratuito, avremo espresso anche il massimo del nostro rendimento, che però lasciamo solo a lui, in piena umiltà e fiducia, di giudicare e valutare: nella misura, infatti, in cui pretendessimo qualche riconoscimento al nostro lavoro, diventeremmo "mercenari" e cesseremmo di essere "figli"! Fuggiremmo dal Vangelo, che è grazia, per ritornare sotto il giogo della Legge, che Cristo ha condannato perché incapace di riscattare l'uomo dalla sua "autosufficienza".

"Per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno"
La seconda lettura ci apre uno spiraglio sulla fisionomia spirituale dell'apostolo Paolo: arrivato anche lui in ritardo a "lavorare" nella vigna del Signore, ha sperimentato più di qualsiasi altro che la salvezza "non dipende dalla volontà né dagli sforzi dell'uomo, ma da Dio che usa misericordia" (Rm 9,16). 
Immerso fino al collo nel suo lavoro apostolico e posto davanti al problema della morte, che doveva apparirgli molto probabile da qualche segno premonitore (la prigionia, qualche acuta sofferenza fisica, ecc.), egli si dichiara completamente disponibile a fare la volontà del Signore, qualunque essa sia. Se continuerà a "vivere", è il Cristo che egli dilaterà nell'annunzio evangelico e nella esperienza della propria vita; se "morirà", sarà anche "meglio", perché incontrerà più pienamente il Signore.
L'importante è che si faccia in lui ciò che piace a Dio, perché è lui che l'ha chiamato ad essere Apostolo. Il cristiano, infatti, si realizza soltanto nella misura in cui si lascia possedere da Cristo, cioè si lascia "gratificare" dall'amore sovrabbondante del suo Signore. Non ha senso l'essere primo o essere l'ultimo, continuare a vivere o morire: ha senso solamente sentirsi oggetto dell'amore di Dio, che non è limitato da alcuna barriera, neppure da quella della morte.
Dovendo però esprimere un desiderio, l'Apostolo chiede che si faccia di lui quello che è più "utile" ai fratelli, magari anche il rimanere in vita per essere di "aiuto" e di conforto agli altri (Fil 1,20-27).
La gratuità dell'amore di Cristo spinge l'Apostolo a spendersi totalmente per i fratelli. Non c'è bisogno di chiedere un premio speciale anche per chi, come Paolo, ha lavorato "più abbondantemente" di tutti gli altri (cf 1 Cor 15,10): il premio è già nella stessa possibilità di amare, che ci viene concessa solo da Dio.

Da: CIPRIANI Settimio, Convocati dalla Parola

giovedì 21 settembre 2017

Caravaggio, San Matteo e l'Angelo


LA FESTA DI SAN MATTEO HA UN REGISTA: IL CARAVAGGIO (21 SETTEMBRE)


LA FESTA DI SAN MATTEO HA UN REGISTA: IL CARAVAGGIO (21 SETTEMBRE)

Una nuova lettura del più celebre dei suoi capolavori: quello della vocazione dell'apostolo. Dipinto con una maestria comunicativa che l'arte cristiana di oggi ha perduto 

di Sandro Magister

ROMA, 21 settembre 2010 – L'apostolo Matteo, di cui la Chiesa cattolica e la Comunione anglicana celebrano oggi la festa, è famoso non solo come autore del primo dei quattro Vangeli, ma anche come protagonista di un capolavoro tra i più ammirati di ogni tempo, che lo raffigura nel momento in cui Gesù lo chiama.
L'autore del dipinto è a sua volta uno degli artisti più conosciuti e apprezzati al mondo: Michelangelo Merisi detto il Caravaggio, di cui nel 2010 ricorre il quattrocentesimo anniversario della morte, ricordato con importanti mostre e convegni.
La "Vocazione di san Matteo", dipinta dal Caravaggio nel 1599, è conservata a Roma nella chiesa di San Luigi dei Francesi.
Matteo, esattore delle tasse imperiali, sta maneggiando dei soldi quando Gesù gli chiede di seguirlo. Deve scegliere tra lui o "Mammona", il denaro dell'iniquità, proprio come nel brano del Vangelo letto in tutte le chiese cattoliche domenica scorsa.
Il Caravaggio ebbe una vita burrascosa. Ma era profondamente religioso, partecipe della riforma cattolica seguita al Concilio di Trento. Il realismo delle immagini sacre era voluto da tale riforma per ammaestrare i fedeli.
Ma qual è il messaggio che il dipinto vuole trasmettere, nel suo insieme e nei particolari?
Il testo che segue è un'analisi tra le più acute e innovative del celebre dipinto. Tanto più avvincente da leggersi in un'epoca come l'attuale, in cui l'arte sacra ha smarrito la sua capacità di comunicare non vaghi sentimenti, ma "quello che era da principio, quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita" (1 Giovanni 1, 1).

L'analisi è apparsa su "L'Osservatore Romano" del 28 marzo 2010.
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LA "VOCAZIONE DI SAN MATTEO" DI CARAVAGGIO.
DA UN MICHELANGELO ALL'ALTRO

di Giorgio Alessandrini 

Nella poetica di Michelangelo Merisi, il Caravaggio, la ricerca degli effetti di luce e di ombre, ben più che virtuosismo pittorico, è mezzo per far passare messaggi simbolici.
Nella "Vocazione di san Matteo" della cappella Contarelli della chiesa di San Luigi dei Francesi a Roma il pittore traduce in immagini un tema dell'evangelista Giovanni: Cristo, il Verbo incarnato, luce del mondo, si espone all'accettazione o al rifiuto degli uomini, l'accettazione di chi nella fede gli si consegna, il rifiuto di chi preferisce le tenebre alla luce. Dice il prologo del quarto Vangelo: "Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Venne tra i suoi, ma i suoi non l'hanno accolto. A quanti però l'hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio" (1, 9-12).
Nel quadro, la contrapposizione risulta dall'atteggiamento dei personaggi ritratti sotto il raggio che taglia di netto l'oscurità dell'ambiente.
L'oscura bottega del pubblicano Matteo è il luogo consacrato al culto del "Mammona di iniquità". Questo nome, evocativo del dio della ricchezza nel pantheon degli antichi fenici, designa nel Vangelo l'idolatria del denaro. Gesù ne fa uso quando ammonisce: "Non potete servire due padroni, Dio e Mammona" (Matteo 6, 24). Il bancone funge da altare di un culto che raccoglie una piccola assemblea di "devoti" impegnati nel conteggio delle monete. Al centro è Matteo che sembra officiare la peculiare liturgia di cui si è fatto ministro.
L'irruzione di Gesù accompagnato da Pietro provoca reazioni diverse. Le due figure a sinistra sono talmente assorbite nelle operazioni di conteggio da non fare il minimo caso all'intervento e, meno che mai all'invito di Cristo a Matteo. Al contrario, la luce improvvisa non fa che acuire l'attenzione alle monete scrutate perfino con l'ausilio di un paio di occhiali.
Sul medesimo tavolo, davanti all'"officiante" Matteo è in bella evidenza il libro delle scritture dove la penna del pubblicano annota con diligenza i movimenti d'andare e venire di quel "signore" fino a quel momento padrone della sua vita e dei suoi pensieri e progetti. Ben altre saranno in un tempo a venire – ma che già si annuncia col visitatore che si affaccia alla porta – le scritture che Levi Matteo consegnerà col suo Vangelo alla memoria del popolo di Dio e a quella di ogni uomo di fede.
Accanto al libro la borsa delle monete richiama per contrasto la prescrizione di Cristo: "Non procuratevi oro né argento né rame nelle vostre cinture..." (Matteo 10, 9). Non è estranea alla "liturgia" in corso la presenza di armigeri; anche la spada di quello seduto di spalle parrebbe un attrezzo che ha parte nel rituale. Non per nulla Francesco d'Assisi farà a suo tempo notare al vescovo Guido: "Se possedessimo beni dovremmo provvederci di armi per poterli difendere!".
Diversamente dai primi due personaggi, Matteo e i giovani armigeri si lasciano scuotere dall'irruzione dei due nuovi venuti; lo dice il movimento degli occhi, dei volti e la torsione dei corpi. Le mani del pubblicano segnalano un evidente contrasto. La destra è irrigidita sul banco e sulle monete, mentre la sinistra si porta vivacemente sul petto. La faccia interroga il volto di Cristo come per chiedere: "Per me sei venuto? Proprio qui dove non si fa che negoziare e trattare denaro?" La mano tesa di Cristo e quella di Pietro non lasciano adito a dubbi: "I tuoi affari e il tuo denaro sono per te una prigione, viene a te il Regno di Dio, si fa presente con me alla porta della tua vita e ti richiede".
Il resto, che riguarda lo stile di vita legato alla nuova avventura, lo dice l'abbigliamento dimesso ed essenziale dei due nuovi venuti, in contrasto evidente coi ricchi abiti dei presenti, ricercati nella foggia secondo gusti contemporanei al pittore. Il tratto anacronistico rimanda alla perenne attualità di un dilemma, che non muta coi tempi o con un cambio d'abito, tra il culto di Dio e l'idolatria del denaro.
Osservando la scena con maggiore attenzione si nota un particolare che va ulteriormente indagato: la mano di Gesù, nel gesto e nella posizione delle dita ricalca con sorprendente esattezza il gesto fissato sulla volta affrescata della Sistina, dove un altro Michelangelo aveva ritratto la creazione dell'uomo.
La mano dell'Adamo della Sistina che per il tocco del dito di Dio si desta alla vita, la ritroviamo nel quadro di San Luigi dei Francesi, ed è quella di Gesù che, secondo la teologia di san Paolo, è il nuovo Adamo venuto a infondere nell'uomo la vita divina secondo lo Spirito.
Quella mano tesa verso il peccatore Matteo da parte del Figlio dell'Uomo in cui ha sede in pienezza la grazia divina, viene a colmare la distanza tra Dio e l'uomo, l'abisso scavato dal peccato del nostro comune progenitore, a danno proprio e della sua discendenza. Sarà attraverso la mano del Figlio, nuovo Adamo, che il Padre potrà generare a sé altri figli secondo lo Spirito, affrancati dal potere invincibile che li assoggetta alla schiavitù della morte. Con lui e per lui potrà avere inizio di un nuovo esodo di liberazione verso la vita. È proprio in vista di quel nuovo esodo che al pubblicano Matteo è chiesto di lasciar tutto per aver parte tra i dodici che più da vicino seguiranno il Signore.
Il particolare della mano pone tra l'altro una domanda relativa all'affresco della Sistina: perché mai Michelangelo nell'interpretare il racconto della Genesi si è discostato dall'immagine biblica (Genesi 2, 7): "Dio soffiò nelle narici [dell'uomo] e divenne l'uomo un'anima vivente"?  È solo per una scelta formale che il pittore ha evitato di ritrarre il Creatore nell'atto esteticamente meno gradevole di soffiare sul volto di Adamo e ha preferito la movenza armoniosa delle due mani protese? La risposta si trova nell'inno notissimo della liturgia romana, il "Veni Creator" che designa lo Spirito Santo col titolo di "digitus paternae dexterae", dito della destra del Padre. Nei versetti seguenti troviamo poi invocazioni del tutto in carattere col tema della vita divina infusa nell'uomo: "Accende lumen sensibus, infunde amorem cordibus", accendi di luce i sensi, infondi l'amore nei cuori.
La folgorazione di luce e le risonanze interiori opera dello Spirito, sono ancora più chiaramente figurate dal raggio che irrompe nel luogo, simultaneamente all'ingresso di Gesù e di Pietro, e che dà vita al contrasto di colori, di ombre e di espressioni, nelle figure e nei volti della piccola corte adunata.
È proprio all'ingresso di Cristo che la buia stanza si illumina. Infatti, dalla finestra nessun barlume traluce a vincere l'ombra incombente. Invece, nel vano di quella finestra oscurata, sopra la mano di Gesù protesa in avanti, è profilata una croce spoglia di ogni apparenza gloriosa, ma collocata in posizione eminente rispetto alla scena, con più che probabile significato simbolico.
Un'ultima osservazione concerne un fatto fuori norma rispetto all'iconografia classica: la figura di Cristo è collocata in secondo piano mentre in primo piano, ritratta di spalle, sta la figura di Pietro. Se il primo degli apostoli – che con la mano replica a suo modo, quasi con timidezza, il gesto di Cristo – è nell'intenzione figura simbolica della Chiesa, il pittore ci sta mettendo di fronte a una indicazione precisa: l'invito a seguire Cristo passa per una Chiesa che unisce grandezze e miserie, slanci di fede e rinnegamenti.
L'obbedienza da parte di una fede matura comporta spesso l'accettazione del limite storico che sempre condiziona la Chiesa in cammino e che bisogna poter trascendere. È proprio passando e soffrendo per le molte contraddizioni avvertite che spesso alla gente di fede è chiesto di cercare l'incontro con Cristo, fino a ritrovare la nobiltà del volto di lui e l'autorevolezza del gesto con cui ci chiama a seguirlo.

martedì 19 settembre 2017

Crocifisso attribuito a Michelangelo


SANTA MESSA PER LA CANONIZZAZIONE DI 103 MARTIRI COREANI - OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II


VIAGGIO APOSTOLICO IN COREA, PAPUA NUOVA GUINEA, ISOLE SALOMONE E THAILANDIA

SANTA MESSA PER LA CANONIZZAZIONE DI 103 MARTIRI COREANI

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Piazza Youido - Seoul

Domenica, 6 maggio 1984 

“Non doveva forse il Messia patire tali cose e così entrare nella sua gloria?” (Lc 24, 26).

1. Queste parole, tratte dal Vangelo odierno, sono state pronunciate da Gesù mentre andava da Gerusalemme a Emmaus in compagnia dei suoi discepoli. Essi non lo riconobbero, e gli descrissero come a uno sconosciuto quanto era avvenuto a Gerusalemme in quegli ultimi giorni. Parlarono della passione e della morte di Gesù. Parlarono anche delle loro speranze svanite: “Noi speravamo che egli fosse Colui che deve liberare Israele” (Lc 24, 21). Queste speranze vennero sepolte con la morte di Gesù.
I due discepoli erano scoraggiati. Nonostante avessero sentito dire che le donne e gli stessi apostoli non avevano più trovato - nel terzo giorno dopo la sua morte - il corpo di Gesù nella tomba, non sapevano che egli era stato visto vivo. I discepoli non sapevano neanche che in quel preciso istante stavano guardando proprio lui, che camminavano in sua compagnia, che parlavano con lui. In verità, i loro occhi non potevano conoscerlo (Lc 24, 16).
2. Allora Gesù iniziò a spiegare loro, partendo dalle Sacre Scritture, che proprio attraverso la sofferenza il Messia doveva raggiungere la gloria della risurrezione. Le sole parole, però, non ottennero il loro effetto. Anche se il loro cuore bruciava mentre ascoltavano le parole di questo sconosciuto, egli continuava a rimanere per loro tale, uno sconosciuto. Solo durante la cena, quando egli prese il pane, lo benedisse, lo spezzò e lo diede loro, “allora si aprirono i loro occhi e lo riconobbero” (Lc 24,31), ma allora egli scomparve dalla loro vista. Avendo riconosciuto il Signore risorto, essi divennero testimoni per tutti i tempi della risurrezione di Gesù Cristo.
Attraverso loro, tutti gli apostoli, attraverso gli uomini e le donne che hanno testimoniato la vita e la morte di Gesù Cristo, il suo Vangelo e la sua risurrezione, la verità su di lui si è diffusa prima a Gerusalemme, in tutta la Giudea e quindi in tutti i Paesi e tra tutti i popoli. È entrata nella storia dell’umanità.
3. La verità su Gesù Cristo raggiunse anche la terra di Corea. Arrivò per mezzo di libri portati dalla Cina. E per una via meravigliosa, la grazia divina spinse presto i vostri dotti antenati prima ad una ricerca intellettuale sulla verità e la parola di Dio, e quindi ad una fede viva nel Salvatore risorto.
Desiderando ardentemente una maggiore partecipazione alla fede cristiana, i vostri antenati inviarono, nel 1874, uno di loro a Pechino, e là egli fu battezzato. Da questo seme buono nacque la prima comunità cristiana in Corea, una comunità unica nella storia della Chiesa, perché essa fu fondata unicamente da laici. Questa Chiesa inesperta, così giovane e già così forte nella sua fede, ha resistito a diverse ondate di feroci persecuzioni. Fu così che, in meno di un secolo, essa già poteva vantare alcune decine di migliaia di martiri. Gli anni 1791, 1801, 1827, 1839, 1846 e 1866 portano per sempre il marchio di sangue dei vostri martiri, e sono impressi per sempre nel vostro cuore.
I primi cristiani nei primi cinquant’anni furono assistiti soltanto da due sacerdoti, venuti dalla Cina, e solo per un breve periodo di tempo; nonostante ciò essi approfondirono la loro unità in Cristo attraverso la preghiera e l’amore fraterno. Essi non fecero distinzione di classe e incoraggiarono le vocazioni religiose, e cercarono un’unione sempre più stretta con il loro vescovo a Pechino e il Papa nella lontana Roma.
Dopo aver invocato per anni l’invio di un maggior numero di sacerdoti, i vostri antenati diedero il benvenuto ai primi missionari francesi nel 1836. Anche alcuni di loro figurano tra quei martiri, che hanno donato la loro vita per la causa del Vangelo, e che saranno canonizzati oggi nel corso di questa celebrazione storica.
La splendida fioritura della Chiesa di oggi in Corea è realmente frutto della testimonianza eroica dei martiri. Anche oggi il loro spirito immortale sostiene i cristiani della Chiesa del silenzio nel Nord di questo Paese tragicamente diviso.
4. Oggi mi è dato - come Vescovo di Roma e successore di Pietro nella Sede Apostolica - di partecipare al Giubileo della presenza della Chiesa in terra di Corea. Già da alcuni giorni mi trovo tra di voi in qualità di pellegrino, rendendo, come Vescovo e Papa, il mio servizio ai figli e alle figlie dell’amata nazione coreana. La liturgia odierna rappresenta il momento culminante di questo servizio pastorale.
Osservate, infatti: mediante questa liturgia di canonizzazione i beati martiri coreani vengono iscritti nell’elenco dei santi della Chiesa cattolica. Questi sono veri figli e figlie della vostra nazione, unitamente a tanti missionari di altri Paesi. Sono i vostri avi per discendenza, lingua e cultura. E contemporaneamente sono i vostri padri e le vostre madri nella fede, una fede che essi hanno testimoniato con lo spargimento del loro stesso sangue.
Dal tredicenne Peter Yu al settantaduenne Mark Chong, uomini e donne, clero e laicato, ricchi e poveri, gente del popolo e nobili, e molti di loro discendenti di martiri sconosciuti di epoche precedenti, tutti sono morti con gioia per la causa di Cristo.
Ascoltate le ultime parole di Teresa Kwon, una delle prime martiri: “Dato che il Signore del cielo è il Padre di tutta l’umanità e Signore di tutto il creato, come potete chiedermi di tradirlo? Perfino in questo mondo colui che tradisce il proprio padre o la propria madre non sarà perdonato. A maggior ragione io non posso tradire colui che è il Padre di noi tutti”.
Una generazione più tardi, il padre di Peter Yu, Agostino, dichiarava decisamente: “Ora che io ho conosciuto Dio, non mi è possibile tradirlo”. Peter Cho va ancora oltre e dice: “Supponendo anche che il proprio padre commettesse un crimine, nessuno ha il diritto di ripudiarlo e di non riconoscerlo più come il padre. Come posso dunque sostenere di non conoscere il celeste Padre e Signore, che è tanto buono?”.
E cosa rispose la diciassettenne Agatha Yi, quando a lei e al fratello minore venne riferita la falsa notizia secondo cui i genitori avrebbero rinnegato la fede? “Il fatto che i miei genitori abbiano tradito o meno è cosa loro. Per quanto ci riguarda, noi non possiamo tradire il Signore del cielo che abbiamo sempre servito”. A queste parole, altri sei cristiani adulti si consegnarono volontariamente nella mani dei magistrati per affrontare il martirio. Agatha, i suoi genitori e gli altri sei saranno canonizzati oggi. Inoltre, ancora moltissimi umili martiri sconosciuti hanno servito con eguale fede e coraggio il Signore.
5. I martiri coreani hanno portato la loro testimonianza al Cristo crocifisso e risorto. Attraverso il sacrificio della propria vita essi sono diventati simili a Cristo in un modo molto speciale. Essi avrebbero, in verità, potuto far proprie le parole di san Paolo: “Sempre portiamo nel nostro corpo i patimenti di Gesù morente, affinché anche la vita di Gesù sia manifesta nel nostro corpo . . . siamo dati di continuo in preda della morte, a causa di Gesù, affinché anche la vita di Gesù si manifesti nella nostra carne mortale” (2 Cor 4, 10-11).
La morte dei martiri è simile alla morte di Cristo sulla croce, perché, come la sua morte, così anche la loro è divenuta l’inizio di una nuova vita. Questa nuova vita non si è manifestata unicamente in loro stessi - cioè in coloro che hanno patito la morte di Cristo ma è stata estesa ad altri. È diventata il lievito della Chiesa come comunità viva di discepoli e testimoni di Gesù Cristo. “Il sangue dei martiri è seme dei cristiani”: queste parole del primo secolo del cristianesimo trovano conferma ora davanti ai nostri occhi.
Oggi la Chiesa che si trova in terra di Corea desidera ringraziare nel modo più solenne la Santissima Trinità per il dono della redenzione. Di questo dono san Pietro ha scritto: “Sapete bene che non a prezzo di beni corruttibili, con oro e argento, foste riscattati, ma a prezzo del sangue prezioso dell’agnello illibato e immacolato, Cristo” (1 Pt 1, 18-19). A questo alto prezzo, a questo prezzo della redenzione, la vostra Chiesa desidera, sulla base della testimonianza dei martiri coreani, aggiungere una testimonianza duratura di fede, speranza e carità.
Possa, attraverso questa testimonianza, Gesù Cristo essere sempre più conosciuto nel vostro Paese: il Cristo crocifisso e risorto, Cristo, la via e la verità e la vita, Cristo, vero Dio: Figlio del Dio vivente. Cristo, vero uomo: Figlio della Vergine Maria.
Quella volta, ad Emmaus, due discepoli riconobbero Gesù “nell’atto di spezzare il pane” (Lc 24, 35). In terra di Corea, possano sempre nuovi discepoli riconoscerlo nell’Eucaristia. Accogliete il suo corpo e il suo sangue sotto le specie del pane e del vino, e possa il Redentore del mondo accogliervi nell’unione del suo corpo, per mezzo della potenza dello Spirito Santo.
Possa questo giorno solenne divenire pegno di vita e di santità per le generazioni future. Gesù Cristo è risorto dai morti e oggi vive nella sua Chiesa. “Realmente è risorto il Signore” (Lc 24, 34). Amen. Alleluia.
Successivamente, deposti i paramenti liturgici, il Papa, desiderando manifestare ancora la sua profonda gioia per il meraviglioso momento vissuto in comunione con i fedeli, torna nuovamente a parlare, questa volta in italiano.
Si è parlato in inglese, si è parlato in francese, ora  vorrei dire alcune parole in italiano che padre Chang vi tradurrà in lingua coreana.
Sono profondamente commosso. Ho sentito questi due secoli della fede, del martirio, della Chiesa che oggi ho potuto coronare, con questa solennità stupenda! Come sono grato a Dio che mi ha permesso di venire qui in Corea per questa solennità! Come sono grato al vostro Cardinale che mi ha invitato, già da anni, a venire qui, per prendere parte alla vostra celebrazione bicentenaria!
Ma questo ringraziamento mio personale è soltanto una piccola parte del ringraziamento comune: ecco, la Chiesa in Corea ha ringraziato la Santissima Trinità per le “mirabilia Dei”. Ha ringraziato non da sola, ma nell’unione profonda con la Chiesa di Roma e con la Chiesa universale di Cristo che vive in tutto il mondo. Come sono grato a Dio per avermi dato la gioia di essere io il ministro, il servitore, di questo ringraziamento, insieme con i miei fratelli vescovi, coreani e ospiti di diverse nazioni! Come sono grato per questo ministero sacerdotale episcopale e papale che mi è stato dato di compiere oggi, qui, nella vostra terra, a Seoul.
Carissimi miei fratelli e sorelle coreani, durante questi giorni della mia visita apostolica ho potuto ammirare la vostra Chiesa cresciuta sul fondamento di un secolare martirio e ho potuto ammirare questa vostra Chiesa odierna, costruita giorno per giorno da voi tutti.
Voglio allora ringraziare voi tutti, presenti e assenti; voglio ringraziare i vostri sacerdoti zelanti e laboriosi, le vostre famiglie religiose, e le sorelle coreane, i fratelli, voglio ringraziare tutti coloro che prendono parte all’apostolato dei laici: tutto questo rientra nell’insieme di questa nostra odierna concelebrazione. Tutto questo è un frutto di due secoli, un frutto di questo stupendo martirio dei martiri coreani.
Voglio aggiungere una parola di ringraziamento per tutti coloro che hanno preso parte all’organizzazione della vista del Papa e specialmente di questa celebrazione odierna. Ringrazio tutti, ringrazio di cuore: è stata un’organizzazione perfetta. Ma “organizzazione” è parola troppo laica: è un apostolato, una testimonianza, e di questo vi ringrazio.
Mi sia permesso ancora di aggiungere una parola di ringraziamento a tutti coloro che appartengono al servizio pubblico, al servizio delle comunicazioni, al servizio dell’ordine pubblico, di sicurezza pubblica. Io sono grato come vostro ospite e riporto da questa visita in Corea una buona impressione: un Paese ordinato e maturo.
Devo ancora aggiungere una parola per mese stesso. Dico a me steso che devo già fermarmi e non parlare più perché questa gente sta qui da ore ed ore ed è stanca, affaticata: “Tu, Papa, ti devi fermare e devi dire solamente grazie!”.


lunedì 18 settembre 2017

Mount Sinai


DIO AL SINAI: L'ESSERE COME COMPAGNIA

DIO AL SINAI: L'ESSERE COME COMPAGNIA

(Letture di riferimento Deuteronomio26, 1-11 e di Esodo 3 e 6)

La Bibbia non può essere sostituita da un "Credo2. Il cammino che abbiamo intrapreso attraverso la Scrittura , a apertire dalla creazione, ci ha consentito di unire i grandi temi della professione di fede cristiana: la proclamazione della potenza creatrice di Dio e di quella redentrice di Gesù Cristo. Ma ci ha anche fatto toccare con mano che tali temi stanno insieme solo all’interno di una più articolata visione d’insieme della rivelazione di Dio, rivelazione che passa attraverso l’elezione di Israele, la sua lunga esperienza storica e religiosa e l’attesa escatologica del Regno.
La Bibbia articola sapientemente tali temi tra loro, il Credo no. Ne privilegia alcuni e ne tace altri, non senza qualche pericolo per i successivi sviluppi spirituali e teologici della fede stessa.
E questo non è tutto. La Bibbia ci mette a contatto con un atteggiamento di fede e con un linguaggio problematico e aperto, che ha poco a che fare col carattere dottrinario e spesso polemico dei prontuari teologici, nati per segnare confini e custodirli. La Bibbia cerca di favorire il dialogo e la riflessione, si propone come testo che unifica più che dividere, mira a coinvolgere più che a contrapporre, a promuovere identità più che a difenderle. Proprio per questo, benchè sia un libro che conserva e trasmette memoria, non si preoccupa di tradurla in formule e di imporla come un dato acquisito da conservare inalterato, ma la propone nella sua varietà molteplice e soprattutto ne sottolinea la vitalità creativa, suscettibile di sviluppo. Anzi si costruisce e vive come proposta e sviluppo dei suoi grandi temi di fede e come invito ad una crescita umana con essi coerente.
Lo abbiamo visto a proposito delle peripezie del tema della creazione e lo rivedremo in merito alle analoghe avventure di quello dell’elezione. La Bibbia è un libro che vive col lettore e che con lui progredisce. E’ un libro in perenne formazione, ed è tale perché tali sono i suoi protagonisti: le creature, certo, ma anche il Creatore; gli uomini, sicuramente, ma anche il loro Dio.

Le radici storiche del credo ebraico
E’ uso comune tra gli esegeti sottolineare (e anche noi lo abbiamo fatto) che una vera e propria teologia della creazione è assente negli strati più antichi della fede biblica e che ad essa si arriva tardi, passando attraverso la continua rielaborazione di una teologia della storia, che ha al centro i temi dell’elezione abramitica e della liberazione mosaica.
E’ sostanzialmente corretto, a patto che si accetti di considerare tardiva, frutto di lenta e complessa rielaborazione, anche quest’ ultima; vale a dire che si riconosca che tale teologia, assunta dall’esegesi degli anni sessanta a chiave di volta della spiritualità anticotestamentaria, è qualcosa di diverso da una dottrina evoluzionista della natura e da una concezione neo-hegeliana della storia. E’ una tra le tante proposte di lettura che la Bibbia ci offre della propria trama narrativa e per di più una proposta ricca di toni e sottotoni, passibile di molteplici sfumature interpretative.
Il che è evidente fin dall’esame del più classico dei testi citati a dimostrazione della valenza storica della fede di Israele, il cosidetto Credo ebraico del Deuteronomio 26, 1-11.
"Mio padre era un arameo errante. Scese in Egitto. Visse là forestiero. Divenne numeroso. Gli Egiziani ci imposero una dura schiavitù. Gridammo a Jhvh, Dio dei nostri padri, e Jhvh ascoltò il nostro grido. Ci condusse fuori dall’Egitto con mano potente e braccio teso e ci diede questa terra dove scorre latte e miele. Ed ecco, ora presento qui le primizie dei frutti del paese…" (Dt 26, 5-10)
La prima cosa che salta agli occhi è che il testo non ci parla di eventi strutturati all’interno di un piano storico-teologico guidato e voluto da Dio, ma ci presenta l’agire divino come l’intervento di un gohèl, di una potenza parentale protettrice e vindice, che si muove secondo lo schema: "oppressione, grido d’aiuto, soccorso, liberazione". La seconda cosa è che tutto ciò non si risolve nella restaurazione dello stato precedente, ma crea una trasformazione inattesa nel destino degli uomini in gioco, li fa passare da figli di un senza patria, da schiavi, a liberi beneficiari di una terra. Li trasforma in un popolo cosciente dei suoi debiti verso il suo Dio e dei propri doveri di ospitalità e di ripetto verso deboli e stranieri (Dt 26. 11) (N.Lohfink, Le nostre grandi parole, Paideia 1989).
Un credo storico, quindi, ma non una teologia della storia, e soprattutto un credo storico che interpreta l’agire di Dio secondo un modello d’intervento diverso da altri possibili modelli biblici, del tipo: promessa-adempimento, rispetto o infrazione dell’alleanza. Nulla di tutto questo e nulla che dia appiglio per una qualsiasi visione provvidenzialista della realtà e della storia.
Scritto negli anni della risistemazione deuteronomista delle antiche tradizioni, quindi al tempo dei re post-davidici, in prossimità della catastrofe dell’esilio babilonese, questo antico credo affronta la questione del radicamento storico della propria fede e lo fa riconoscendo che le vicende umane sono un fenomeno confuso, condeterminato da una serie di cause difficili da ricondurre ad un disegno unitario, anzi, per lo più, incomprensibili. Al tempo stesso, però, convinto che entro tale storia si possa scorgere una forza divina in grado di darle senso, cerca di evidenziarne la presenza all’interno della propria esperienza di popolo e la vede disegnarsi, non come un piano preordinato, ma come uno slancio liberatore ed edificatore di bene. Uno slancio che si manifesta attraverso la protezione generosa dei deboli e la loro costituzione in comunità altettanto generosa e protettiva.
Non ci sono d’altra parte ragioni per cui gli elementi cositutivi di questo passo non possano essere sottoposti ad una reintepretazione contestuale più ampia, ad una rilettura che li colleghi ad una visone della storia più articolata, comprensiva del tema creativo e di quello elettivo. Anzi l’evocazione di Jhvh come Dio dei padri e la sottolineatura della fecondità della terra, da Lui donata, ci indirizzano verso l’uno e l’altro di questi orizzonti. Ma sono cenni, che è giusto lasciare tali, per riconoscere che qui il tema è un altro. E’ il tema del Dio liberatore e promotore di una comunità capace di libera equità ed è tema che emerge singolo e giganteggia, come proclamazione di un evento che, meraviglia inaudita, accende una luce nel caos della storia e rende possibile indirizzarla su strade diverse dal puro e semplice affermarsi del brutale dominio della forza..

Jhvh, un Dio di uomini
E’ su questo tema che cercheremo di soffermarci prendendo in esame il testo, che senza essere esplicitamente citato, è qui talmente essenziale da fare corpo col credo stesso, vale a dire quella teofania sianitica in cui per la prima volta compaiono insieme tutti gli elementi che costituiscono il climax teologico del nostro passo: il Dio dei padri, il grido d’invocazione, l’intervento liberatore e la rivelazione del nome di Jhvh, come Dio di Israele.
Ho evocato un testo, credo ben conosciuto, e ancora una volta mi trovo di fronte a qualcosa di più complesso. La nota teofania del roveto ardente non ci è pervenuta infatti in una sola versione ma in due: cap. 3 e cap. 6 dell’Esodo; anzi in tre, dato che il cap. 3 è frutto della fusione di due tradizioni diverse. Del resto, sapendo che tutto il Pentateuco è nato dall’unione di Jahvista, Elohista e Sacerdotale, dovevamo aspettarcelo. Nulla è univoco nella Bibbia. Poteva esserlo la rivelazione del Santo nome di Dio, del suo impronunciabile e storico tetragramma?
Poteva, ma così non è. Eccoci allora a dover rendere conto, con un cenno almeno, di questa varietà, che non incide molto sulla questione della storicità della fede ebraica, ma contribuisce a segnalarcene la complessità e a farci sentire più pressante l’invito a non dogmatizzarla.
E cominciamo dallo Jahvista che può essere individuato nei versetti 1-5, 7-8a, 16-20 del capitolo 3. Rispetto all’Elohista (vv. 1b "monte di Dio", 4 b "Mosè,Mosè…eccomi", 6, 9-14) egli non ha il problema della rivelazione del nome di Dio, perché ne fa uso fin dalla prima pagina. In compenso ha praticamente in comune tutto il resto, in particolare il tema gohelico del suo legame coi padri, dell’ascolto del grido e della volontà salvatrice, compresa la promessa del dono di una terra stillante latte e miele.
Tutto jahvista è, però, il roveto e sarà proprio l’unione dell’immagine di questo spinoso cespuglio di fuoco con la narrazione Elohista della rivelazione del tetragramma, compresiva dell’etimologia ("Io sono colui che sono"), a decretare la straordinaria fortuna di questo capitolo dell’Esodo, a farne la chiave di volta della teologia anticotestamentaria.
E sul racconto così costituito al tempo della redazione deuteronomistica che ci fermeremo. Non prima però di aver dato un’occhiata alla prospettiva tutta diversa della versione sacerdotale, che non solo risolve elegantemente la questione del nome, facendo dichiarare a Dio: "Io son Jhvh, ma ad Abramo e figli mi sono rivelato come El Shaddai (Dio onnipotente)" (6, 2), ma anche articola la decisione dell’intervento liberatore in base allo schema: promessa-compimento (6, 4-8).
E’ chiaramente una prospettiva teologica, una chiave di lettura della storia e dell’evento sinaitico, totalmente diversa da quella fatta propria dai testi che hanno ispirato il credo deuteronomistico, ma non è una prospettiva che la delegittimi. Se mai diremmo che l’una e l’altra convivono relativizzandosi in ciò che le differenzia ed enfatizzandosi in ciò che hanno in comune.
In particolare è degno di nota il fatto che in tutti i passi citati emergano due motivi teologici, che è importante sottolineare prima di vederne la confluenza nell’interpretazione del santo nome, perché ne fanno parte inscindibile. Sono la capacità d’ascolto e d’attenzione rispetto alla condizione degli ultimi con cui Dio si autopresenta e la sottolineatura, anch’essa a tutti comune, del legame strettissimo che Dio pone tra il proprio essere e l’essere di uomini storicamente concreti, come Abramo, Isacco e Giacobbe.
La centralità della rivelazione implica, infatti, non di risalire dal mondo a Dio, bensì la discesa di Dio nel mondo; così che Egli si leghi inevitabilmente al posto, al luogo, ai testimoni della sua presenza nella storia. Il Signore stesso viene perciò a qualificarsi attraverso il suo rapporto coi nomi propri di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, di Mosè, di Israele, di Gesù.. Il suo nome è impronunciabile, perché Egli si colloca sempre al di là della sua stessa rivelazione; eppure è proprio legandosi a nomi propri di uomini, alla loro esperienza e presenza storica, che Dio acquista a sua volta un nome proprio, capace di risuonare nei tempi e nei luoghi in cui è a noi e agli altri possibile incontrarlo (P. Stefani, Il nome e la domanda, Morcelliana, 1988, pp. 22-23).

ehjeh asher ehjeh
E siamo al cuore della nostra riflessione, al tema della rivelazione del Nome come evento, non di portata metafisica, ma di rilievo storico-salvifico. Già tutto ciò che abbiamo detto sul contesto dell’episodio narrato in Esodo 3, 13-14 è eloquente. Dal punto di vista strettamente letterario verrebbe da aggiungere che questo straordinario snodo dialogico tra Mosè e il suo Dio è presente nell’Elohista, prima che per ragioni teologiche, per ragioni narrative. Egli ha finora parlato di Dio sempre come Elohim, ora deve motivare il fatto che questo Elohim (Dio) si chiama Jhvh, deve cioè enfatizzare la rivelazione del nome e lo fa con un dialogo essenziale ed efficacissimo.
Non è osservazione da poco. Ci dice che anche qui, come in tutto il resto della Bibbia, l’Ipsissimum Verbum Dei, la più pura parola di Dio è parola d’uomo. Nel caso parola di un dotto narratore-teologo, che cerca di spiegare cosa mai possa voler dire il nome proprio del Dio del suo popolo, e che lo fa giocando su una sua possibile etimologia teologicamente pregnante. I filologi e i teologi di oggi, che sanno che quel nome non è nato da Mosè, anche se forse può essere legato al Sinai, seguono altre strade, che non portano altrove, ma ruotano intorno a suoni di mistico riconoscimento, vicini a: "Eccolo", "E’ Lui" " Oh, Egli!" (M. Buber, Mosè, Marietti 1983, p. 50).
Noi diamo ormai per scontato che l’antica interpretazione patristica che leggeva l’"io sono" come l’affermazione di un "Essere, infinito e perfetto, trascendente ogni storica determinazione", si regge più sulla visione greca della realtà che su quella ebraica. Quest’ultima, anche nella lingua, non conosce l’uso di "essere" in senso assoluto e sostanzialistico. "Sono" è poi qui un "ero, sono e sarò" in senso di vicinanza costante, non di essenza immutabile. E’ la promessa di una prossimità, di un’amicizia fedele. di un’assistenza vigile. Dio cioè dichiara di voler essere il Dio di Israele e di volerlo essere nei termini in cui si sta rivelando, come Dio dei padri, attento al grido del popolo, vindice delle sue miserie, artefice della sua liberazione e della sua prosperità futura.
Chi vuole può anche leggere l’io sono colui che sono come rifiuto di rivelare un nome indicibile. Ma l’uso che il testo ne fa, aggiungendo:"Dirai agli Israeliti: Io-Sono mi ha mandato", ci fa capire che è un rifiuto che va in una certa direzione. Nega il nome affermando una presenza.
Le due cose non possono essere separate, né nel commento del nostro passo, né nella riflessione su un’eventuale teologia della storia. Sono il proprio dell’esserci trascendente di Dio tra noi. Un esserci che non è uno stare, ma un agire e che non si esaurisce in nessun evento presente, passato e futuro, perché è più che essere e che evento. E’ compagnia. 

Aldo Bodrato