martedì 31 ottobre 2017

1 novembre Solennità di Tutti i Santi


01 NOVEMBRE 2017 | TUTTI I SANTI - T. ORDINARIO - A | LECTIO DIVINA


01 NOVEMBRE 2017 | TUTTI I SANTI - T. ORDINARIO - A | LECTIO DIVINA

Dopo ciò apparve una moltitudine immensa 
che nessuno poteva contare..."
C'è una sola tristezza al mondo, "quella di non essere santi" (Léon Bloy, La femme pauvre). Se questo è vero, è altrettanto vero che la festa di oggi è fatta apposta per fugare tale tristezza, mostrandoci appunto come tanti nostri fratelli e tante nostre sorelle la santità l'hanno raggiunta. E se loro questo itinerario l'hanno percorso, perché non potremmo e non dovremmo percorrerlo anche noi?
La tristezza allora diventa gioia, esaltazione dello spirito, fiducia nell'amore benevolente del Padre, impegno generoso di fedeltà a Cristo, volontà di imitazione, sicurezza di aiuto e di intercessione non di uno solo ma di "tutti i Santi", piccoli e grandi, di ieri e di oggi, perché anche noi realizziamo fino in fondo il "disegno" di Dio sulla nostra vita. Perché, in realtà, questa è la "santità": permettere a Dio di portare a compimento in noi il suo progetto di amore.
Una festa, dunque, quella di oggi, dai molti significati: un richiamo pressante alla santità, un invito alla gioia come per una festa di famiglia, una nostalgia verso la città celeste, un bisogno di supplica presso chi può aiutarci a raggiungere la mèta altissima della nostra assimilazione a Cristo, un desiderio di contemplare e di imitare dei "modelli" in cui Dio stesso sembra essersi rispecchiato ed anche compiaciuto.
È quanto, almeno in parte, mette in evidenza il bellissimo Prefazio odierno: "Oggi ci dài la gioia di contemplare la città del cielo, la santa Gerusalemme che è nostra madre, dove l'assemblea festosa dei nostri fratelli glorifica in eterno il tuo nome. Verso la patria comune noi, pellegrini sulla terra, affrettiamo nella speranza il nostro cammino, lieti per la sorte gloriosa di questi nostri membri eletti della Chiesa, che ci hai dato come amici e modelli di vita".
Anche la orazione dopo la comunione riecheggia tutti questi motivi, collegandoli con il mistero dell'Eucaristia quale "fonte" di ogni santità: "O Padre, unica fonte di ogni santità, mirabile in tutti i tuoi santi, fa' che raggiungiamo anche noi la pienezza del tuo amore, per passare da questa mensa eucaristica, che ci sostiene nel pellegrinaggio terreno, al festoso banchetto del cielo".
"Poi udii il numero di coloro che furono segnati con il sigillo"
Particolarmente significative sono poi le letture bibliche, che chiariscono ciascuna aspetti, contenuti, motivazioni e anche itinerari della santità.
Prendiamo, ad esempio, la prima lettura, che costituisce l'intermezzo della sezione così detta dei "sette sigilli", la quale dà come l'avvio a tutto il dramma divino-umano, storico ed escatologico, nello stesso tempo, descrittoci dall'Apocalisse. Prima che l'Agnello "immolato" apra l'ultimo sigillo, simbolo della collera e della "giustizia" di Dio, vincitore e dominatore della storia, vengono "segnati" gli eletti, i "servi" del Signore, coloro che otterranno in maniera definitiva la "salvezza".
È San Giovanni che ci descrive in prima persona la grande visione: "Vidi allora un angelo che saliva dall'oriente e aveva il sigillo del Dio vivente. E gridò a gran voce ai quattro angeli, ai quali era stato concesso il potere di devastare la terra e il mare: "Non devastate né la terra, né il mare, né le piante, finché non abbiamo impresso il sigillo del nostro Dio sulla fronte dei suoi servi". Poi udii il numero di coloro che furono segnati con il sigillo: centoquarantaquattromila da ogni tribù dei figli di Israele" (Ap 7,2-4).
Il "sigillo" sta ad esprimere la speciale appartenenza a Dio dell'Israele ideale, composto dai numerosi membri delle dodici tribù: il numero 144.000, infatti, si ottiene moltiplicando "dodici", elevato al quadrato, per mille. Dunque un numero immenso di "eletti" facenti parte ormai della Chiesa, nuovo Israele, che Dio preserverà dalla perdizione ultima, di cui gli esecutori saranno i suoi "angeli".
Questo numero, già così grande, si infittisce ancora nella visione successiva di Giovanni: "Dopo ciò apparve una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all'Agnello, avvolti in vesti candide e portavano palme nelle mani. E gridavano a gran voce: "La salvezza appartiene al nostro Dio, seduto sul trono, e all'Agnello"" (vv. 9-10).
Le "palme" sono segno di trionfo dopo una grande "lotta": quella lotta, che verrà evocata esplicitamenle verso la fine della visione, quando uno dei 24 vegliardi, che circondano il trono dell'Altissimo, domanderà all'Evangelista: ""Quelli che sono vestiti di bianco, chi sono e donde vengono?". Gli risposi: "Signore mio, tu lo sai". E lui: "Essi sono coloro che sono passati attraverso la grande tribolazione e hanno lavato le loro vesti rendendole candide col sangue dell'Agnello"" (vv. 13-14).
In questa visione fantastica, così ricca di simboli e di allegorie, mi sembra che siano individuabili alcuni "elementi" rappresentativi e costitutivi della santità.
Prima di tutto, essa non è il risultato dei soli sforzi umani, sia pur nobili e generosi. È Dio che la dona e la porta a maturazione per mezzo di Cristo, come una manifestazione gratuita della sua bontà e del suo amore. È per questo che la moltitudine immensa dei salvati grida con voce possente: "La salvezza appartiene al nostro Dio, seduto sul trono, e all'Agnello" (v. 10). E ad essa fanno coro gli angeli, i vegliardi e i quattro esseri viventi: "Amen! Lode, gloria, sapienza, azione di grazie, onore, potenza e forza al nostro Dio nei secoli dei secoli. Amen!" (v. 12). E del resto, il "sigillo" impresso sui salvati, per preservarli dalla grande "devastazione", sta a dire in forma anche più plastica che la salvezza è opera esclusiva dell'Altissimo, come già abbiamo accennato.
La via, però, attraverso la quale passa la salvezza, non è facile: è la via della "grande tribolazione" (v. 14), che non designa soltanto la "persecuzione", ma tutte le prove che i fedeli devono affrontare per entrare nel regno. La santità vera è sempre una forma di martirio!
Per questo uno dei vegliardi risponde che i redenti "hanno lavato le loro vesti rendendole candide col sangue dell'Agnello" (v. 14). Il "sangue" sta a rappresentare l'efficacia della "morte" di Gesù, che ogni cristiano deve "portare" e come riprodurre nel proprio corpo, per essere degno del suo Maestro. E questa è la parte che tutti noi dobbiamo saper mettere nell'opera della santità: in questa neppure Dio può sostituirsi a noi!
"Carissimi, noi fin d'ora siamo figli di Dio"
La seconda lettura, ripresa dalla prima lettera di Giovanni (3,1-3), ci insegna che la santità non è una realtà da attendere per la fine della vita, quasi che essa rappresenti un traguardo sempre al di là di noi. È vero anche questo: e ciò crea un continuo "dinamismo" nel nostro vivere cristiano, che non ci lascia mai tregua.
Ma se fosse solo questo, la santità sarebbe più frutto dei nostri sforzi, che non "dono" dell'amore del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, come abbiamo detto sopra. Essa è piuttosto una realtà già presente ed operante nella nostra vita, nella nostra mente, nel nostro cuore, nel nostro stesso corpo, perché si identifica con il fatto di essere noi, fin dal presente, "figli di Dio".
È l'annunzio giubilante che ci dà San Giovanni nei brevi, ma stupendi versetti della Liturgia odierna: "Quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!..." (1 Gv 3,1).
Per San Giovanni, dunque, la nostra santità si identifica con la stessa "filiazione" divina, che è una realtà già presente ed operante, anche se in continuo sviluppo. Più che dalla immagine di un traguardo perciò essa può essere rappresentata dalla immagine della vita, o, se si vuole, del "seme": qualcosa che già è, ma, nello stesso tempo, deve ancora crescere, dilatarsi, arricchirsi, maturarsi.
E questo è collegato con il pieno rivelarsi di Dio: "Carissimi, noi fin d'ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è" (v. 2). D'altra parte, Dio ci si svelerà nella misura in cui noi ci saremo resi sempre più "somiglianti" a lui.
La santità è un reciproco "rincorrersi" di Dio e dell'uomo per rendere sempre più trasparente la presenza del divino nella nostra vita. Proprio per questo essa è un impegno di sempre, e non il fortunato accadere di certi gesti eroici durante l'arco della nostra esistenza. Mi sembra che sia questo il significato delle ultime parole dell'Apostolo: "Chiunque ha questa speranza in lui, purifica se stesso come egli è puro" (v. 3).
"Beati i poveri in spirito..."
Un discorso anche più lungo dovremmo farlo sulla bellissima pagina del Vangelo di Matteo, che ci ripropone lo stupefacente annuncio delle "beatitudini". Ma non ne abbiamo più il tempo e, d'altra parte, l'abbiamo già commentato (4ª Domenica del Tempo Ordinario A). Ci preme piuttosto di cogliere alcune indicazioni di un "itinerario" di santità, che qui è ridotto alle cose veramente essenziali.
E prima di tutto questa: la santità si realizza soltanto là dove l'uomo non ha nulla da far valere davanti a Dio, se non la propria debolezza e l'estremo "bisogno" che ha di lui. È questo il significato fondamentale di tutte e nove le "beatitudini" riportateci da San Matteo (le ultime due, però, sono parzialmente identiche).
Ad esempio, "i poveri in spirito" non solo non confidano nelle ricchezze, ma neppure in se stessi, nelle loro capacità, nella loro intelligenza e neppure nella loro bontà; i "miti" non cercano di far valere i loro diritti con la prepotenza o con la forza; gli "operatori di pace" non la costruiscono con la guerra, ma con la benevolenza, l'amore e il perdono; i "perseguitati per causa della giustizia" affidano soltanto a Dio la difesa della loro innocenza.
Questo affidarsi totalmente a Dio è espresso soprattutto nella quarta beatitudine: "Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati" (v. 6). Non basta "desiderare" il regno di Dio e la sua giustizia, bisogna addirittura "averne fame e sete", cioè sentirne il bisogno vitale. Come senza cibo l'uomo muore, così senza la "ricerca" ansiosa e spasimante di Dio egli è nella delusione e nella tristezza, e non può realizzarsi neppure come uomo. È per questo che gli unici uomini "veri" sono i santi!
Una seconda indicazione la cercherei in quest'alternarsi di tempo presente e di tempo futuro per esprimere le diverse motivazioni della "beatitudine", che fondamentalmente è unica, ed è la "gioia" di sapersi protetti e come vigilati dal Signore: "Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli; beati gli afflitti, perché saranno consolati...".
Non è priva di significato questa variazione grammaticale: essa sta a dire che la santità, pur attendendo il premio "futuro", è già premio a se stessa. È rinunciando a me stesso e ad ogni desiderio di ricchezza, che già possiedo "il regno dei cieli": anzi, esso sta proprio in questa rinuncia! Se gli uomini vivessero lo spirito delle "beatitudini", il mondo già sarebbe diventato un "paradiso", cioè la patria dei santi.
La "universale" vocazione alla santità
Un'ultima segnalazione, infine, vorrei fare: dal testo di Matteo è chiaro che Gesù propone l'ideale delle beatitudini, cioè l'ideale della santità, a tutti i suoi discepoli indistintamente: "Gesù, vedendo le folle, salì sulla montagna... Prendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo..." (Mt 5,1-2).
Anche se nella Chiesa c'è diversità di compiti e di missione, c'è però "identica" chiamata alla santità. A ragione perciò il Concilio Vaticano II dedica l'intero capitolo V della Costituzione Lumen Gentium a trattare della "universale vocazione alla santità nella Chiesa": "Tutti i fedeli quindi sono invitati e tenuti a perseguire la santità e la perfezione del proprio stato. Perciò tutti si sforzino di rettamente dirigere i propri affetti, affinché dall'uso delle cose di questo mondo e dall'attaccamento alle ricchezze, contrariamente allo spirito della povertà evangelica, non siano impediti di tendere alla carità perfetta; ammonisce infatti l'Apostolo: "Quelli che si servono di questo mondo, lo facciano come se non ne godessero; poiché passa la scena di questo mondo" (cf 1 Cor 7,31)". 
È quello che diceva in altre e più sferzanti parole un grintoso nostro grande scrittore nella prefazione ad un arditissimo libro, uscito postumo a 21 anni dalla morte (1956): "Questo libro è il poema dell'occhio chiaro e della speranza disperata. Far manifesto che tutti siamo bestie e colpevoli, ma nello stesso tempo che c'è in ognuno di noi un genio intristito, un santo soffocato, un angelo prigioniero e che da noi soltanto dipende risuscitarli e liberarli". 

Da: CIPRIANI Settimio,

lunedì 30 ottobre 2017

all seeing eye


L'IMMENSITÀ DELL'AMORE DI DIO

http://www.aiutobiblico.org/chisiamo.html

L'IMMENSITÀ DELL'AMORE DI DIO

Sermone di Marco deFelice, Pastore

Che cosa può cambiare drasticamente per il meglio la tua vita cristiana? Che cosa può darti gioia in mezzo alle prove più profonde? Che cosa può fortificare la tua fede, permettendo di superare le tentazioni più forti? Che cosa può illuminarti nella notte più buia?
La risposta a tutte queste domande, e per altre simili, è conoscere sempre di più l'amore di Dio per noi in Gesù Cristo. Conoscere veramente l'amore di Dio, e c'è sempre più da conoscere, trasforma la vita. Conoscere veramente l'amore di Dio riempie il nostro cuore con una gioia immensa e duratura. Conoscere l'amore di Dio sempre di più è quello che rende i comandamenti di Dio leggeri, ed è quello che ci fortifica nelle prove.
Conoscere sempre di più l'amore di Dio per noi in Gesù Cristo è così immenso che richiede un'opera divina da parte di Dio. Conosciamo la preghiera che l'apostolo Paolo fa per i credenti di Efeso, e quindi anche per noi, in Efesini 3:14-21. Mentre leggo questo brano, considerate quanto deve essere immenso l'amore di Dio per noi, che richiede un'opera divina così potente per potercelo far conoscere.
“14 Per questa ragione, io piego le mie ginocchia davanti al Padre del Signor nostro Gesù Cristo, 15 dal quale prende nome ogni famiglia nei cieli e sulla terra, 16 perché vi dia, secondo le ricchezze della sua gloria, di essere fortificati con potenza per mezzo del suo Spirito nell’uomo interiore, 17 perché Cristo abiti nei vostri cuori per mezzo della fede, affinché, radicati e fondati nell’amore, 18 possiate comprendere con tutti i santi quale sia la larghezza, la lunghezza, la profondità e l’altezza, 19 e conoscere l’amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza, affinché siate ripieni di tutta la pienezza di Dio. 20 Or a colui che può, secondo la potenza che opera in noi, fare smisuratamente al di là di quanto chiediamo o pensiamo, 21 a lui sia la gloria nella chiesa in Cristo Gesù per tutte le generazioni, nei secoli dei secoli. Amen.” (Efesini 3:14-21 LND)
L'amore di Dio per noi è così immenso che non possiamo comprenderlo senza un'opera divina di Dio nei nostri cuori.
E allora, prendiamo del tempo oggi per capire di più l'amore di Dio per noi in Cristo Gesù.
Non solo voglio capire che Dio ci ama, ma vogliamo capire meglio la profondità dell'amore di Dio per noi in Cristo.
Io prego che Dio ci aiuti ad afferrare di più qualcosa dell'immensità di questo amore che Dio ha per noi.
L'Amore si Misura con il Sacrificio
Come possiamo capire di più l'amore di Dio per noi in Cristo? Più di ogni altra cosa, vediamo l'amore di Dio per noi nel sacrificio di Gesù Cristo.
Infatti, per capire meglio l'amore di Cristo, ricordiamo che l'amore si misura con la profondità del sacrificio che uno fa per amare. Il vero amore si sacrifica per il bene di chi è amato. Più uno è pronto a soffrire per il bene di altri, più grande è il suo amore.
Allora, cerchiamo a capire la verità che Gesù Cristo, l'uomo-Dio, ha sofferto più di qualsiasi altra persona nella storia del mondo. E ha sofferto per amore di noi, per salvarci.
Gesù Conosceva la Sua Sofferenza Prima
C'è un aspetto della sofferenza di Cristo che è più grande di qualsiasi altra sofferenza. Questo aspetto è il fatto che Gesù conosceva pienamente le sue sofferenze prima di venire al mondo. Infatti, Gesù sapeva delle sue sofferenze prima di aver creato il mondo. Il suo sacrificio fu stabilito prima della creazione del mondo, e poi è stato manifestato nel tempo. Cristo viene chiamato “l'Agnello immolato prima della fondazione del mondo”.
Voglio leggere due brani che ci aiutano a capire questo. Prima di tutto, leggo 1Pietro 1:18-20. In questo brano, leggiamo che Cristo fu conosciuto come Agnello, cioè come colui che dava la sua vita sulla croce, prima della fondazione del mondo. Fu manifestato nel tempo, ma fu conosciuto così da sempre. Leggo 1Pietro 1:18-20.
“18 sapendo che non con cose corruttibili, come argento od oro, siete stati riscattati dal vostro vano modo di vivere tramandatovi dai padri, 19 ma col prezioso sangue di Cristo, come di Agnello senza difetto e senza macchia, 20 preconosciuto prima della fondazione del mondo, ma manifestato negli ultimi tempi per voi,” (1Pietro 1:18-20 LND)
Gesù Cristo fu preconosciuto da Dio nel suo ruolo come Agnello che diede la sua vita per salvarci dai nostri peccati, fu preconosciuto in quel ruolo prima della fondazione del mondo.
Fermiamoci a considerare questo. Questo significa che per tutti i secoli prima che il Figlio di Dio venisse alla terra come uomo, Egli aveva secoli per pensare alle sofferenze che avrebbe subito. Eppure, è venuto alla terra! Questo è incredibile! È incredibile che Gesù, sebbene sapesse pienamente delle sue sofferenze, è venuto comunque! In questo vediamo il suo amore per noi.
Leggiamo una cosa simile in Apocalisse 13:8, che descrive Gesù Cristo in cielo. Leggo questo brano, e notate ciò che dicono di Cristo in cielo, che sarà ciò che diranno per tutta l'eternità.
“E lo adoreranno tutti gli abitanti della terra, i cui nomi non sono scritti nel libro della vita dell’Agnello, che è stato immolato fin dalla fondazione del mondo.” (Apocalisse 13:8 LND)
Questo versetto dichiara che in cielo, Gesù è conosciuto come l'Agnello che è stato immolato fin dalla fondazione del mondo. Letteralmente, da quando mondo è mondo, in cielo Gesù è riconosciuto come “Colui che e stato immolato”. Il suo sacrificio sulla croce è stato il piano di Dio da sempre! E quindi, Cristo è sempre stato pienamente cosciente del suo sacrificio sulla croce. Essendo Dio, Cristo conosceva a fondo le sue sofferenze.
Quello che per me è difficile capire è il fatto che nonostante che Gesù capisse a fondo le sue sofferenze, fu comunque disposto a venire e pagare per noi peccatori.
Quanto grande è il suo amore, che poteva pensare a quella sofferenza secolo dopo secolo, e comunque essere disposto a venire per soffrire così! Che amore e questo? La sofferenza che si sa in anticipo è molto peggio. E Cristo Gesù, essendo Dio, sapeva pienamente della sua sofferenza da prima di aver fondato il mondo!
Gesù Cristo fu preordinato a soffrire l'ira di Dio per poter salvare uomini peccatori. Leggo Romani 3:25, che parla proprio dal fatto che fu preordinato a questo.
“Lui ha Dio preordinato per essere il propiziatorio mediante la fede nel suo sangue, per dimostrare così la sua giustizia per il perdono dei peccati, che sono stati precedentemente commessi durante il tempo della pazienza di Dio,” (Romani 3:25 LND).
Dio ha preordinato Gesù ad essere il propiziatorio. In altre parole, prima di aver creato il mondo Dio Padre aveva già preordinato Gesù come sacrificio, ovvero, era prestabilito per Gesù di subire l'ira di Dio, perché il significato di propiziatorio è “colui che placa l'ira di Dio”. É stato da sempre il piano di Dio di mandare Cristo a soffrire per poterci salvare!
Fermatevi a pensare cosa abbia significato per Gesù Cristo. Per migliaia di anni, prima di venire alla terra, essendo Dio, Gesù sapeva pienamente delle sofferenze che avrebbe subito venendo alla terra per andare alla croce. In qualunque momento Gesù avrebbe potuto rifiutare di venire alla terra. Ma per amore, Dio Padre lo mandò, e il Figlio accettò di venire in terra per compiere la nostra salvezza. Prego che possiamo comprendere di più le immensità dell'amore di Dio Padre e di Cristo Gesù in questo atto. Non era immensa solo la sofferenza in sé, per quanto era infinita, ma era il fatto che Gesù sapeva tutto. Quanto grande deve essere l'amore di Gesù Cristo per te, tu che sei un figlio di Dio, che conosceva quella sofferenza prima dalla fondazione del mondo, e comunque è venuto alla terra per soffrire per te e per me. Prego che Dio ci farà capire di più l'immensità del suo amore per noi.
Per aiutarci a capire che Gesù capiva a fondo la profondità delle sue sofferenze già da sempre, vi leggo 1Pietro 1:9-12. In questo brano, impariamo che è stato lo Spirito di Cristo stesso che ha guidato i profeti dell'Antico Testamento, rivelando loro quello che dovevano scrivere, e specificamente delle sue sofferenze. Cristo conosceva le sue sofferenze da sempre. Leggo 1Pietro 1:9-12.
“9 ottenendo il compimento della vostra fede, la salvezza delle anime. 10Intorno a questa salvezza ricercarono e investigarono i profeti che profetizzarono della grazia destinata a voi, 11 cercando di conoscere il tempo e le circostanze che erano indicate dallo Spirito di Cristo che era in loro, e che attestava anticipatamente delle sofferenze che sarebbero toccate a Cristo e delle glorie che le avrebbero seguite. 12 A loro fu rivelato che, non per se stessi ma per noi, amministravano quelle cose che ora vi sono state annunziate da coloro che vi hanno predicato l’evangelo, mediante lo Spirito Santo mandato dal cielo; cose nelle quali gli angeli desiderano guardare addentro.” (1Pietro 1:9-12 LND)
Tenete in mente questa verità. Fu proprio lo spirito di Cristo stesso che era dentro i profeti, che dichiarò loro anticipatamente le sofferenze che sarebbero toccate a lui, a Cristo!
Conoscere una sofferenza in anticipo aumenta quella sofferenza. Pensate ad un piccolo bambino che sta per ricevere una sculacciata. Solo il pensiero lo fa piangere.
In realtà, noi uomini non possiamo capire fino in fondo le nostre sofferenze in anticipo. Possiamo capirne qualcosa, ma non fino in fondo. È una grazia da Dio che non conosciamo le nostre sofferenze prima. Se un uomo potesse conoscere le sofferenze dell'inferno durante questa vita, letteralmente non potrebbe vivere per lo spavento. Sarebbe totalmente bloccato. Questo è vero in generale. Perciò, è una grazia da Dio che non conosciamo in anticipo le nostre sofferenze. Invece, Gesù Cristo conosceva appieno le sue sofferenze da sempre. Nonostante questo, a causa del suo immenso amore per noi, venne in terra comunque per adempiere la nostra salvezza per mezzo di quelle sofferenze.
Esempi di quello che Cristo rivelò prima
Quando noi sappiamo in anticipo di una nostra sofferenza, non la conosciamo mai pienamente. Invece, Cristo, essendo Dio, sapeva esattamente quanto e come avrebbe sofferto. Era come se vivesse pienamente in anticipo quelle sofferenze nella sua mente. Questo è totalmente diverso da ciò che può fare un uomo. Una persona può sapere in anticipo che ci saranno delle sofferenze, ma non conosce a fondo quelle sofferenze. La mente umana ci protegge da quella conoscenza. Ma la mente divina di Cristo poteva prevedere appieno ciò che avrebbe sofferto per poterci salvare.
Sapendo quanto terribili sarebbero state le sue sofferenze, il fatto di essere abbandonato dal Padre, il fatto di subire l'ira di Dio e l'odio degli uomini, perché scelse di venire comunque alla terra?
Gesù Cristo venne, pur sapendo tutto, per il suo grande amore per te, tu che sei un figlio di Dio!
Per aiutarci a capire che Cristo conosceva appieno le sue sofferenze da sempre, trovate con me il Salmo 22. Questo è un esempio di una profezia che lo Spirito di Cristo diede ad uno dei profeti, in questo caso, a Davide. Notiamo alcuni versetti che ci aiutano a capire quanto Gesù conosceva già le sofferenze che aveva davanti a sé.
Mentre leggo vari versetti di questo brano, riconoscerete che ciò che è scritto qua è stato adempiuto precisamente quando Gesù fu sulla croce. Quindi, Gesù conosceva appieno le sue sofferenze prima ancora di venire al mondo, ma è venuto comunque, a causa del suo grande amore per noi.
Inizio leggendo i versetti da 1 a 6. In questi versetti notate che, mentre Dio non abbandona mai uno che ha fede in lui, abbandonò Gesù Cristo quando fu sulla croce. Fra tutte le sofferenze di Cristo, questa è stata la peggiore. Seguite mentre leggo questi versetti:
“1Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Perché sei così lontano e non vieni a liberarmi, dando ascolto alle parole del mio gemito? 2 O DIO mio, io grido di giorno, ma tu non rispondi, e anche di notte non sto in silenzio. 3 Eppure tu sei il Santo, che dimori nelle lodi d’Israele. 4 I nostri padri hanno confidato in te hanno confidato in te e tu li hai liberati. 5 Gridarono a te e furono liberati, confidarono in te e non furono delusi. 6 Ma io sono un verme e non un uomo; il vituperio degli uomini e disprezzato dal popolo.” (Salmo 22:1-6 LND)
Gesù, il Figlio di Dio, avevo sempre goduto una piena e assoluta comunione con Dio Padre. La loro comunione è perfetta, e assoluta, ed è eterna. Perciò, il fatto che Gesù sapesse in anticipo che sulla croce sarebbe stato abbandonato dal Padre è stato un dolore che ci è inconcepibile solo pensarlo. E Gesù avrebbe potuto evitare questo dolore se avesse rifiutato di venire alla terra per andare alla croce. Invece, l'amore di Cristo per noi lo spinse a venire al mondo, pur sapendo che sarebbe stato abbandonato dal Padre!
Leggo ora i versetti 7 e 8. Qua, Gesù descrive il disprezzo doloroso degli uomini che conosceva appieno prima di venire al mondo. Leggo.
“7 Tutti quelli che mi vedono si fanno beffe di me, allungano il labbro e scuotono il capo, 8 dicendo: "Egli si è affidato all’Eterno; lo liberi dunque, lo soccorra, poiché lo gradisce".” (Salmo 22:7-8 LND)
Per Gesù è stata una sofferenza terribile il modo in cui gli uomini lo disprezzavano, mettendo in dubbio che fosse amato da Dio, visto che Dio non lo curava. Infatti, mentre era appeso sulla croce, Dio non lo curava. Quindi, queste accuse, questo disprezzo, era un dolore profondo, ma per poterci salvare, Gesù non poté in alcun modo difendersi. Gesù conosceva appieno questa sofferenza prima di venire alla terra, ma per amore nostro venne comunque. Quanto è grande l'amore di Dio per noi!
Nel versetto 11, Cristo implora al Padre di non allontanarsi, eppure, Dio Padre si è allontanato da Cristo, ed è per questo che Cristo gridò “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Leggo il versetto 11. Pensate alla sofferenza di Cristo mentre stava dettando queste parole a Davide circa 1000 anni prima di venire alla terra e di vivere quest'esperienza.
“Non allontanarti da me perché l’angoscia è vicina, e non c’è nessuno che mi aiuti.” (Salmo 22:11 LND).
Cristo sapeva pienamente che sulla croce sarebbe stato abbandonato da tutti, e che quando avrebbe gridato al Padre, il Padre non gli avrebbe risposto. Eppure, è venuto comunque al mondo per andare alla croce. Perché lo ha fatto? Gesù Cristo è venuto a causa del suo amore per noi. Voleva salvarci dalla condanna eterna, e sapeva che questo era l'unico modo possibile. Quanto ti ama Dio? Questo è un esempio di quanto ci ama in Gesù Cristo.
Leggo qualche altro versetto per aiutarci a capire quanto Gesù conosceva a fondo le sofferenze che avrebbe subito sulla croce. Leggo i versetti da 14 a 18. Questi versetti descrivono precisamente ciò che Gesù ha subito sulla croce. Di nuovo vediamo che Gesù conosceva pienamente le sue sofferenze prima di venire al mondo. Leggo:
“14 Sono versato come acqua, e tutte le mie ossa sono slogate, il mio cuore è come cera che si scioglie in mezzo alle mie viscere. 15 Il mio vigore si è inaridito come un coccio d’argilla e la mia lingua è attaccata al mio palato; tu mi hai posto nella polvere della morte. 16 Poiché cani mi hanno circondato; uno stuolo di malfattori mi ha attorniato; mi hanno forato le mani e i piedi. 17 posso contare tutte le mie ossa; essi mi guardano e mi osservano. 18 Spartiscono fra loro le mie vesti e tirano a sorte la mia tunica.” (Salmo 22:14-18 LND)
Con questo, vediamo chiaramente che Gesù conosceva appieno la sua sofferenza, prima di venire alla terra. Ripeto la domanda: Allora, perché è venuto? È venuto per amore di te e di me. Quanto è grande l'amore di Dio per noi in Gesù Cristo! Medita su questo.
Gesù Parlava Spesso di questo
Ci sono tanti altri brani nell'Antico Testamento in cui troviamo profezie delle sofferenze di Cristo. Però adesso, andiamo nel Nuovo Testamento e guardiamo alcune delle volte in cui, mentre Gesù era sulla terra, parlò con i suoi discepoli delle sue sofferenze. Gesù parlava spesso delle sue sofferenze, perché è venuto alla terra proprio per soffrire in modo da comprarci la salvezza.
Leggo solo alcuni esempi di brani che possono mostrarci quanto Gesù parlava di questo. Inizio leggendo Matteo 20:28, in cui Gesù si identifica con il titolo Figlio dell'uomo. Ricordate che Gesù è Dio, e quindi è glorioso, ed è degno di essere servito da tutti. Vi leggo questo brano:
“Poiché anche il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e per dare la sua vita come prezzo di riscatto per molti".” (Matteo 20:28)
Ripetutamente, Gesù annunciò ai suoi discepoli che era venuto per dare la sua vita come prezzo di riscatto. Gesù stava parlando della sofferenza sulla croce, delle sofferenze che avrebbe subito dagli uomini, e soprattutto, della sofferenza che avrebbe subita da Dio in quanto avrebbe pagato la colpa per i peccati di tutti coloro che avrebbe salvato.
In Giovanni 10, Gesù parla di se stesso come il buon pastore. Notate quello che dichiara di se stesso nei versetti 11, e poi 17 e 18. Ve li leggo:
“Io sono il buon pastore; il buon pastore depone la sua vita per le pecore.” (Giovanni 10:11 LND)
“17 Per questo mi ama il Padre, perché io depongo la mia vita per prenderla di nuovo. 18 Nessuno me la toglie, ma la depongo da me stesso; io ho il potere di deporla e il potere di prenderla di nuovo; questo comando ho ricevuto dal Padre mio".” (Giovanni 10:17-18 LND)
Il messaggio di Gesù era sempre lo stesso. È venuto alla terra per compiere quello che era stabilito prima della fondazione del mondo. È venuto per deporre la sua vita, è venuto per soffrire. Gesù conosceva a fondo la profondità delle sue sofferenze. Allora, perché è venuto? Avrebbe potuto evitare quelle sofferenze. Ma Gesù voleva salvarci! Gesù è stato spinto dal suo amore. Dio ha tanto amato il mondo che ha dato il suo unigenito Figlio, lo ha dato alla morte sulla croce. Questo è l'amore di Dio per te che sei un figlio di Dio!
Tanti altri brani ci ricordano che Gesù è morto per pagare la nostra condanna. Gesù è morto per le nostre offese. Gesù è morto per pagare la nostra empietà. Leggo alcuni di questi versetti, iniziando con Romani 4:25, e poi Romani 5:6-10.
“il quale è stato dato a causa delle nostre offese ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione.” (Romani 4:25 LND)
“6 Perché, mentre eravamo ancora senza forza, Cristo a suo tempo è morto per gli empi. 7 Difficilmente infatti qualcuno muore per un giusto; forse qualcuno ardirebbe morire per un uomo dabbene. 8 Ma Dio manifesta il suo amore verso di noi in questo che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi. 9 Molto più dunque, essendo ora giustificati nel suo sangue, saremo salvati dall’ira per mezzo di lui. 10 Infatti, se mentre eravamo nemici siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del suo Figlio, molto più ora, che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita.” (Romani 5:6-10 LND)
Ciò che voglio notare è che Gesù è morto per le nostre offese, ovvero per la nostra malvagità, ovvero, per i nostri peccati! Poi, in Romani 5 abbiamo letto che questo è dovuto all'amore di Dio per noi. Gesù è morto per noi come atto di amore da parte di Dio. Non è stato per alcun merito nostro, perché meriti non ne abbiamo. È stato per amore.
E allora, quanto è grande l'amore di di Dio per te, tu che sei un figlio di Dio?
Uno dei titoli di Gesù è: “il Santo di Dio”. Gesù è assolutamente e totalmente ed eternamente santo. Essendo così santo, toccare il peccato è la cosa più terribile che potrebbe succedere a Gesù. Cioè, essere macchiato con il nostro peccato anche in una minima parte sarebbe una cosa terribile per Gesù. Eppure, Gesù non solo è stato macchiato un pochettino, Gesù è stato fatto peccato, il nostro peccato, per poterci salvare. Questo suo sacrificio totale ha fatto sì che noi fossimo fatti giustizia di Dio in lui. Leggiamo di questo scambio, il nostro peccato per la sua giustizia, in 2Corinzi 5:21.
“Poiché egli ha fatto essere peccato per noi colui che non ha conosciuto peccato, affinché noi fossimo fatti giustizia di Dio in lui.” (2Corinzi 5:21 LND)
Il mio punto in tutto questo è di aiutarci a comprendere di più l'immensità dell'amore di Dio per noi, vedendo la profondità del sacrificio di Gesù Cristo per pagare la condanna per il nostro peccato.
Il sacrificio di Gesù per noi è stato un'offerta a Dio che è stata accettata come un profumo di odore soave. Questo perché Gesù era senza peccato, e quindi il suo sacrificio è stato un sacrificio perfetto, è stato gradito a Dio. Gesù Cristo ha fatto questo per amore di noi. In Efesini 5:2, leggiamo di questo suo amore manifestato con il suo sacrificio. Questo brano ci esorta a camminare nell'amore, imitando l'amore di Cristo per noi. Ve lo leggo:
“e camminate nell’Amore, come anche Cristo ci ha amati e ha dato se stesso per noi, in offerta e sacrificio a Dio come un profumo di odore soave.” (Efesini 5:2 LND)
Gesù Cristo ha scelto di soffrire per noi, per noi peccatori, il giusto per gli ingiusti, come atto di amore, per condurci a Dio. Se tu sei un figlio di Dio, è importantissimo che ti fermi, non solo adesso, ma giorno per giorno, per riflettere sul fatto che Gesù Cristo ha lasciato la sua gloria per venire alla terra, per soffrire per te. Gesù è stato spinto dal suo amore per te, di scegliere, insieme al Padre, prima della fondazione del mondo, di venire e soffrire, pagando la colpa dei tuoi peccati, e questo per poterti giustificare e condurre alla vita eterna con Dio!
Questa verità dovrebbe darci grande gioia. Leggiamo di questo in 1 Pietro 3:18. Ve lo leggo:
“perché anche Cristo ha sofferto una volta per i peccati, il giusto per gli ingiusti, per condurci a Dio. Fu messo a morte nella carne, ma vivificato dallo Spirito,” (1Pietro 3:18 LND)
La nostra salvezza, la mia salvezza, la tua salvezza, è basata sul sacrificio di Gesù Cristo per noi sulla croce. Gesù Cristo ci ama così tanto che fu disposto a subire l'ira di Dio che sarebbe dovuta ricadere su di noi, liberandoci così dalla nostra colpa, salvandoci per la sua giustizia. Siamo stati guariti dalla malattia del nostro peccato per mezzo della sua sofferenza. Quanto grande è l'amore di Gesù Cristo per noi. Leggo di nuovo di ciò che Gesù ha fatto per noi per amore in 1Pietro 2:24.
“Egli stesso portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce, affinché noi, morti al peccato, viviamo per la giustizia; e per le sue lividure siete stati guariti.” (1Pietro 2:24 LND)
Conclusione
E allora, come dovremmo vivere, alla luce di questo?
Prima di tutto, dobbiamo impegnarci e pregare per conoscere sempre di più l'amore di Dio per noi.
Nulla può stimolarci di più nel cammino cristiano che conoscere sempre di più l'amore di Dio per noi in Cristo Gesù. Non sarà un senso di dovere che ci spingerà ad ubbidire di più, sarà conoscere di più l'amore di Dio per noi.
La Bibbia dichiara:
Noi amiamo perché Dio ci ha amato per primo.
E poi, Cristo dichiara:
se mi amate, osserverete i miei comandamenti.
Conoscere di più l'amore di Dio per noi in Cristo è quello che ci aiuterà più di qualsiasi altra cosa.
Quindi, vogliamo incoraggiare ognuno che è un figlio di Dio a meditare molto sull'immensità della amore di Dio per noi. Preghiamo gli uni per gli altri, che possiamo conoscere di più questo amore. Parliamo gli uni con gli altri di questo amore.
E poi, impegniamoci ad amare Dio come conseguenza. Infatti, veramente capire l'amore di Dio per noi crea in noi un amore per Dio, che si manifesta in ubbidienza, e una vita vissuta per la sua gloria.
E se tu NON sei un figlio di Dio? Dio ti comanda a ravvederti, riconoscendo il tuo stato di peccato davanti a Dio. Ravvediti, e credi in Gesù Cristo, e, allora, anche tu conoscerai l'amore di Dio per te.
Grazie a Dio per il suo amore per noi, che vediamo soprattutto nel sacrificio di Gesù Cristo per noi. Gesù ha dato tutto, per poter salvarci. Oh che questa verità possa riempire i nostri cuori sempre di più.

venerdì 27 ottobre 2017

Matteo 34-40


29 OTTOBRE 2017 | 30A DOMENICA T. ORDINARIO - A | LECTIO DIVINA


29 OTTOBRE 2017 | 30A DOMENICA T. ORDINARIO - A | LECTIO DIVINA

"Da questi due comandamenti dipende tutta la Legge e i Profeti"
La Liturgia odierna contiene la celebrazione più alta dell'amore di Dio, che deve essere posto al vertice della scala dei valori e deve essere amato "con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutta la mente" (cf Mt 22,37), cioè con la totalità del proprio essere, precisamente perché lui soltanto è la "fonte" del nostro esistere sia come uomini che come cristiani.
Però, nello stesso tempo, essa esalta l'amore del prossimo quale contrassegno e verifica dell'amore verso Dio, facendo così dell'uomo come un "riflesso" della grandezza di Dio: per il cristiano, Dio e l'uomo sono due realtà "indissociabili" fra di loro, perché l'una rimanda necessariamente all'altra.
Per cui cade l'assurda accusa, che soprattutto la cultura materialistica dei nostri tempi ha rivolto al cristianesimo, di "alienare" l'uomo predicandogli Dio e le sue esigenze morali e spirituali. Basterebbe rileggere alcune affermazioni di Feuerbach, per rendersi conto di certi infantilismi culturali: "Per arricchire Dio, l'uomo deve impoverirsi; affinché Dio sia tutto, l'uomo deve essere nulla... Dio è l'auto-compiacimento dell'egoismo, invidioso di ciò che è altro da lui".1
Gesù, invece, insegna che il comandamento di amare il prossimo "come se stessi" è "simile" al primo comandamento: il che equivale a dire che l'amore di Dio e del prossimo sono come due facce di una stessa medaglia.
Dio non "impoverisce" l'uomo, ma lo esalta fino al punto da farne come "l'immagine" di se stesso.

"Maestro, qual è il più grande comandamento della legge?" 
Incominciamo dunque dal brano del Vangelo (Mt 22,34-40), che rappresenta davvero uno dei punti essenziali e più qualificanti di tutto il messaggio cristiano. In pochissime, ma dense espressioni, Gesù riesce a sintetizzare tutta la novità e la originalità della sua rivelazione.
Il brano è riportato da tutti e tre i Sinottici, ma non allo stesso modo. In Luca (10,25-28) è inserito nell'ampia sezione del famoso "viaggio" di Gesù verso Gerusalemme (9,51-19,28), prima e fuori del contesto delle "controversie" gerosolimitane, e serve da introduzione alla parabola del buon Samaritano. In Marco (12,28-34), invece, il contesto è simile a quello di Matteo: però vi è assente ogni punta polemica. Infatti, al termine, lo scriba che lo aveva interrogato loderà Gesù per la risposta: "Hai detto bene, Maestro" (12,32); e Gesù, a sua volta, gli dirà: "Non sei lontano dal regno di Dio" (12,34).
In Matteo, come abbiamo già accennato, il brano si trova nel contesto delle accese "controversie" gerosolimitane (22,15-46) ed è carico di tensione polemica, come risulta dalla formula introduttoria che non si trova negli altri Sinottici: "Allora i farisei, udito che egli aveva chiuso la bocca ai sadducei, si riunirono insieme e uno di loro... lo interrogò per metterlo alla prova" (vv. 34-35). La cosa più strana e paradossale è che i farisei si avvicinano a Gesù pieni di livore e tuttavia, per camuffare le loro intenzioni rancorose, fingono di essere interessati a una discettazione sull'amore!
A prescindere però da questa interiore contraddizione, c'è da chiedersi perché i farisei vedessero una possibilità di "tranello" nel porre a Cristo una domanda del genere: "Maestro, qual è il più grande comandamento della legge?" (v. 36). A tale domanda, infatti, qualsiasi buon Ebreo non avrebbe risposto se non rifacendosi alle solenni parole con cui inizia la famosa preghiera dello Shemà':2 "Ascolta, Israele: Il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze" (Dt 6,4-5). È il compendio di tutta la fede e di tutta la pietà giudaica, da sempre. Tant'è vero che in Luca è il dottore stesso della legge a dare la risposta (10,27), e Gesù lo approva in pieno.
Dov'è allora la "insidiosità" della domanda? A mio parere, essa consiste precisamente nel sospetto che gli Ebrei dovevano nutrire nei riguardi di Gesù che, presentandosi come "Figlio di Dio" (si pensi solo alle parabole dei vignaioli omicidi e del banchetto nuziale, immediatamente precedenti), ponesse anche se stesso "al posto" di Dio, sovvertendo così radicalmente il primo comandamento.

"Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore..." 
Gesù, invece, lasciando impregiudicata la questione che lo riguardava, afferma l'assoluta priorità dell'amore di Dio su tutti gli altri comandamenti, con le parole stesse del Deuteronomio: "Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente" (Mt 22,37). E aggiunge quasi a suggello: "Questo è il primo dei comandamenti" (v. 38).
Gesù, dunque, non rifiuta o altera la "legge" di Mosè, ma la ribadisce e le dà maggior vigore. E questo soprattutto con la testimonianza della propria vita, quale risulterà in modo speciale dalla sua morte di croce, che egli accetta come atto di "obbedienza" verso il Padre (cf Fil 2,8).
A questa testimonianza di Gesù, che "radicalizza" ancora di più le esigenze dell'amore verso Dio sopra ogni cosa, rimanda la bellissima antifona alla Comunione: "Cristo ci ha amati: per noi ha sacrificato se stesso, offrendosi a Dio in sacrificio di soave profumo" (Ef 5,2). Anche nella seconda lettura, Paolo ricorda ai Tessalonicesi che essi si sono "convertiti" dagli idoli "per servire al Dio vivo e vero" (1 Ts 1,2).
È certo, quindi, che questo comandamento nella sua radicalità "totalizzante" è più chiaro per noi, discepoli del Nuovo Testamento, che non per gli Ebrei. Non è detto, però, che sia più facile!
"Finché siamo pellegrini, non possediamo mai questo amore. Chi può dire, infatti, di amare Dio e il prossimo con tutto il cuore? I moralisti, è vero, fanno al proposito sottili distinzioni, per riuscire a concludere che si possa sin d'ora, in un determinato momento della esistenza ancora in via di maturazione, amare Dio come l'Evangelo esige: con tutto il cuore. Ma, comunque siano da giudicare queste distinzioni, la morale integrale, d'impostazione molto oggettiva, non può non ammettere che non vi sarebbe più affatto amore là ove taluno si rifiutasse, per principio e in seguito a riflessione, d'essere pronto e di aspirare ad amare Dio più di quanto faccia in quel momento. I moralisti esprimono per lo più questa ammissione dicendo oggi abbastanza comunemente che l'aspirazione alla perfezione è un dovere assoluto imposto ad ogni uomo, e non solo a determinate categorie... E che cosa è dunque il rigoroso dovere di aspirare alla perfezione, se non il dovere di un amore più grande di quello che in effetti già si possiede? Che cosa, se non l'ammissione che possediamo l'amore che ora dobbiamo possedere solo ammettendo di non possedere ancora quello che è un obbligo rigoroso?".3

"Amerai il prossimo tuo come te stesso" 
Però l'originalità della risposta di Gesù non sta tanto nella riaffermata priorità dell'amore di Dio su tutte le cose, quanto nell'avergli messo accanto, per un'intrinseca "affinità", l'amore del prossimo: "Il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso" (v. 39). Qui certamente Gesù si rifà al Levitico 19,18, allargandone però il significato ed estendendolo ad ogni uomo, e non soltanto al proprio connazionale come era per gli Ebrei.
Gesù mantiene la scala dei valori: c'è un "primo" comandamento, che è anche "il più grande" di tutti, ed è quello che prescrive l'amore di Dio sopra ogni cosa; e c'è un "secondo" comandamento, che impone l'amore verso ogni uomo, fosse pure il proprio nemico (cf Mt 5,43-48). Però, nello stesso tempo, tende a bloccare quasi in unità i due comandamenti per un "intrinseco" rapporto di "complementarità" e di convergenza.
Perché questa "complementarità" dei due comandamenti? Credo che nella prospettiva di Gesù il motivo sia duplice. Primo, non si può amare veramente Dio se non amando ciò che egli ama: ora, afferma la tradizione biblica, l'uomo è stato fatto "a immagine e somiglianza" di Dio (cf Gn 1,26-27) e in esso più che in qualsiasi opera della creazione egli si è compiaciuto (cf Gn 1,31). Secondo, dopo l'Incarnazione, "l'immagine" di Dio nel volto e nel cuore dell'uomo si è anche più approfondita: in Cristo, l'uomo si è talmente avvicinato a Dio da diventargli "figlio", da immergersi nel flusso stesso del mistero trinitario.
Come non amare allora l'uomo di un amore "simile", della stessa struttura cioè, anche se non identico, a quello con cui amiamo Dio?
Tanto più che, normalmente, il nostro itinerario verso Dio incomincia proprio dal nostro incontro con i fratelli. Per questo san Giovanni ci ammonisce molto saggiamente: "Se uno dicesse: "Io amo Dio", e odiasse il suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. Questo è il comandamento che abbiamo da lui: Chi ama Dio, ami anche il suo fratello" (1 Gv 4,20-21; cf anche Gv 14,15.21; 15,17).
Significativa poi è la conclusione di tutto il brano, esclusiva di Matteo: "Da questi due comandamenti dipende tutta la Legge e i Profeti" (v. 40). Essa ribadisce non solo l'unità e l'omogeneità dei due precetti, ma afferma anche che in essi si ha come la "sintesi" di tutta la rivelazione: Legge e Profeti. Una "sintesi" che, però, adesso spetta ai discepoli di Cristo di rendere viva e operante nella propria vita.

"Non molesterai il forestiero né lo opprimerai"
La prima lettura, ripresa dal così detto "codice dell'Alleanza" (Es 20,22-26; cc. 21-23), ci fa vedere come già l'Antico Testamento sentisse fortissima l'esigenza dell'amore del prossimo, soprattutto quello più bisognoso (il forestiero, l'orfano, la vedova, ecc.), quale necessaria manifestazione della "fedeltà" a Dio che ha "liberato" Israele dalla schiavitù egiziana (Es 22,20-26).
Quello che caratterizza tutte queste prescrizioni non è tanto e solo lo spirito "umanitario", che già ci sorprende se pensiamo alla durezza dei costumi di quei tempi e di quegli ambienti sociali, quanto piuttosto la loro ispirazione religiosa: se non sono gli Israeliti ad ascoltare il grido dei loro fratelli bisognosi, sarà Dio stesso ad "ascoltarli", perché lui è "pietoso" (v. 26). Quasi a dire che ciò che di bene o di male viene fatto ai fratelli, viene fatto a lui stesso (cf Mt 25), che punirà severamente coloro che mancano al dovere della carità: "Se tu lo maltratti (l'orfano), quando invocherà da me l'aiuto, io ascolterò il suo grido, la mia collera si accenderà e vi farò morire di spada..." (vv. 22-23). Siamo già sulla via del Vangelo, anche se non si è ancora giunti alla sua perfezione.
Un "umanesimo", come si vede, nettamente "teocentrico" che noi cristiani dobbiamo saper ricuperare, fuggendo la tentazione tipicamente moderna della "umanicistizzazione" a tutti i costi del Vangelo, mettendo in parentesi il discorso su Dio. L'amore all'uomo, invece, per noi nasce dall'amore di Dio: quanto più grande sarà questo, tanto più generoso e impegnativo sarà anche il servizio che sapremo rendere ai nostri fratelli, credenti o non credenti che siano.
Non è vero perciò, come qualcuno ha detto, che "se Dio esiste, l'uomo è nulla" (J.P. Sartre); è piuttosto vero che se non riscopriamo Dio e non gli restituiamo il "primo" posto nella vita privata e in quella sociale, l'uomo da solo si vanifica, o diviene schiavo degli altri uomini e perfino delle cose costruite dalle sue stesse mani.
Di qui l'urgenza, per tutti noi, di rifare la "sintesi" dei due comandamenti come ci ha insegnato Gesù: "Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente... E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso" (Mt 22,37.39).

Da: CIPRIANI Settimio, 

giovedì 26 ottobre 2017

La creazione del mondo


LO DICE IL PAPA TEOLOGO: LA PROVA DI DIO È LA BELLEZZA


LO DICE IL PAPA TEOLOGO: LA PROVA DI DIO È LA BELLEZZA

La bellezza dell'arte e della musica. Le meraviglie della santità. Lo splendore del creato. Così Benedetto XVI difende la verità del cristianesimo, in un botta e risposta con i preti di Bressanone 

di Sandro Magister

ROMA, 11 agosto 2008 – Come ogni estate anche quest'anno Benedetto XVI ha incontrato i sacerdoti della regione nella quale si è recato in vacanza. Per un libero colloquio a domanda e risposta. 

L'incontro è avvenuto la mattina di mercoledì 6 agosto nella cattedrale di Bressanone, ai piedi delle Alpi, a pochi chilometri dal confine con l'Austria. Il papa ha risposto a sei domande, parlando in parte in tedesco e in parte in italiano, le due lingue ufficiali della regione. L'incontro era a porte chiuse, senza la presenza di giornalisti. La trascrizione integrale del colloquio è stata diffusa due giorni dopo dalla sala stampa vaticana. 
I temi proposti al papa sono stati i più vari. Talora anche scottanti. Un sacerdote ha chiesto se è giusto continuare ad amministrare i sacramenti anche a chi si mostra lontano dalla fede. E il papa, nel rispondergli, ha confessato che da giovane era "piuttosto severo", ma poi ha capito che "dobbiamo seguire piuttosto l’esempio del Signore, che era un Signore della misericordia, molto aperto con i peccatori". 
Un altro ha chiesto se la scarsità di preti non impone di affrontare le questioni del celibato, dell'ordinazione di "viri probati", dell'ammissione delle donne ai ministeri. E il papa ha difeso con forza il celibato come segno del "mettersi a disposizione del Signore nella completezza del proprio essere e quindi totalmente a disposizione degli uomini". 
Qui di seguito sono riprodotte due delle sei domande e risposte. La prima sul nesso tra ragione e bellezza, con suggestivi riferimenti all'arte, alla musica, alla liturgia. La seconda sulla tutela del creato.

1. "Tutte le grandi opere d'arte sono una epifania di Dio" 
D. – Santo Padre, mi chiamo Willibald Hopfgartner, sono francescano. Nel suo discorso di Ratisbona Lei ha sottolineato il legame sostanziale tra lo Spirito divino e la ragione umana. Dall’altro canto, Lei ha anche sempre sottolineato l’importanza dell’arte e della bellezza. Allora, accanto al dialogo concettuale su Dio, in teologia, non dovrebbe essere sempre di nuovo ribadita l’esperienza estetica della fede nell’ambito della Chiesa, per l’annuncio e la liturgia? 
R. – Sì, penso che le due cose vadano insieme: la ragione, la precisione, l’onestà della riflessione sulla verità, e la bellezza. Una ragione che in qualche modo volesse spogliarsi della bellezza, sarebbe dimezzata, sarebbe una ragione accecata. Soltanto le due cose unite formano l’insieme, e proprio per la fede questa unione è importante. La fede deve continuamente affrontare le sfide del pensiero di questa epoca, affinché essa non sembri una sorta di leggenda irrazionale che noi manteniamo in vita, ma sia veramente una risposta alle grandi domande; affinché non sia solo abitudine ma verità, come ebbe a dire una volta Tertulliano. 
San Pietro, nella sua prima lettera, aveva scritto quella frase che i teologi del medioevo avevano preso come legittimazione, quasi come incarico per il loro lavoro teologico: "Siate pronti in ogni momento a rendere conto del senso della speranza che è in voi" – apologia del "logos" della speranza, un trasformare cioè il "logos", la ragione della speranza, in apologia, in risposta agli uomini. Evidentemente, egli era convinto del fatto che la fede fosse "logos", che essa fosse una ragione, una luce che proviene dalla Ragione creatrice, e non un bel miscuglio, frutto del nostro pensiero. Ed ecco perché è universale, per questo può essere comunicata a tutti. 
Ma proprio questo "Logos" creatore non è soltanto un "logos" tecnico. È più ampio, è un "logos" che è amore e quindi tale da esprimersi nella bellezza e nel bene. E, in realtà, per me l’arte e i santi sono la più grande apologia della nostra fede. 
Gli argomenti portati dalla ragione sono assolutamente importanti ed irrinunciabili, ma poi da qualche parte rimane sempre il dissenso. Invece, se guardiamo i santi, questa grande scia luminosa con la quale Iddio ha attraversato la storia, vediamo che lì veramente c’è una forza del bene che resiste ai millenni, lì c’è veramente la luce dalla luce. 
E nello stesso modo, se contempliamo le bellezze create dalla fede, ecco, sono semplicemente, direi, la prova vivente della fede. Se guardo questa bella cattedrale: è un annuncio vivente! Essa stessa ci parla, e partendo dalla bellezza della cattedrale riusciamo ad annunciare visivamente Dio, Cristo e tutti i suoi misteri: qui essi hanno preso forma e ci guardano. Tutte le grandi opere d’arte, le cattedrali – le cattedrali gotiche e le splendide chiese barocche – tutte sono un segno luminoso di Dio e quindi veramente una manifestazione, un’epifania di Dio. 
Nel cristianesimo si tratta proprio di questa epifania: che Dio è diventato una velata Epifania, appare e risplende. Abbiamo appena ascoltato il suono dell’organo in tutto il suo splendore e io penso che la grande musica nata nella Chiesa sia un rendere udibile e percepibile la verità della nostra fede: dal Gregoriano alla musica delle cattedrali fino a Palestrina e alla sua epoca, fino a Bach e quindi a Mozart e Bruckner e così via... Ascoltando tutte queste opere – le Passioni di Bach, la sua Messa in si minore e le grandi composizioni spirituali della polifonia del XVI secolo, della scuola viennese, di tutta la musica, anche quella di compositori minori – improvvisamente sentiamo: è vero! Dove nascono cose del genere, c’è la Verità. 
Senza un’intuizione che scopra il vero centro creativo del mondo, non può nascere tale bellezza. Per questo penso che dovremmo sempre fare in modo che le due cose siano insieme, portarle insieme. Quando, in questa nostra epoca, discutiamo della ragionevolezza della fede, discutiamo proprio del fatto che la ragione non finisce dove finiscono le scoperte sperimentali, essa non finisce nel positivismo; la teoria dell’evoluzione vede la verità, ma ne vede soltanto metà: non vede che dietro c’è lo Spirito della creazione. Noi stiamo lottando per l’allargamento della ragione e quindi per una ragione che, appunto, sia aperta anche al bello e non debba lasciarlo da parte come qualcosa di totalmente diverso e irragionevole. 
L’arte cristiana è un’arte razionale – pensiamo all’arte del gotico o alla grande musica o anche, appunto, alla nostra arte barocca – ma è espressione artistica di una ragione molto più ampia, nella quale cuore e ragione si incontrano. Questo è il punto. Questo, penso, è in qualche modo la prova della verità del cristianesimo: cuore e ragione si incontrano, bellezza e verità si toccano. E quanto più noi stessi riusciamo a vivere nella bellezza della verità, tanto più la fede potrà tornare ad essere creativa anche nel nostro tempo e ad esprimersi in una forma artistica convincente. 

2. "La terra attende uomini che se ne prendano cura come opera del Creatore" 
D. – Santo Padre, mi chiamo Karl Golser, sono professore di teologia morale a Bressanone e anche direttore dell’Istituto per la giustizia, la pace e la tutela della creazione. Mi piace ricordare il periodo in cui ho potuto lavorare con Lei alla congregazione per la dottrina della fede. [...] Cosa possiamo fare per portare maggiormente nella vita delle comunità cristiane il senso di responsabilità nei riguardi del creato? Come possiamo arrivare a vedere sempre più insieme la creazione e la redenzione? 
R.– Anch'io penso che il legame inscindibile tra creazione e redenzione debba ricevere nuovo rilievo. Negli ultimi decenni la dottrina della creazione era quasi scomparsa in teologia, era quasi impercettibile. Ora ci accorgiamo dei danni che ne derivano. Il Redentore è il Creatore e se noi non annunciamo Dio in questa sua totale grandezza – di Creatore e di Redentore – togliamo valore anche alla redenzione. Infatti, se Dio non ha nulla da dire nella creazione, se viene relegato semplicemente in un ambito della storia, come può realmente comprendere tutta la nostra vita? Come potrà portare veramente la salvezza per l’uomo nella sua interezza e per il mondo nella sua totalità? 
Ecco perché, per me, il rinnovamento della dottrina della creazione e una nuova comprensione dell’inscindibilità di creazione e redenzione rivestono una grandissima importanza. Dobbiamo riconoscere nuovamente: Lui è il "Creator Spiritus", la Ragione che è in principio e dalla quale tutto nasce e di cui la nostra ragione non è che una scintilla. Ed è Lui, il Creatore stesso, che è pure entrato nella storia e può entrare nella storia ed operare in essa proprio perché Egli è il Dio dell’insieme e non solo di una parte. Se riconosceremo questo, ne conseguirà ovviamente che la redenzione, l’essere cristiani, o semplicemente la fede cristiana significano sempre e comunque anche responsabilità nei riguardi della creazione. 
Venti, trenta anni fa si accusavano i cristiani – non so se questa accusa sia ancora sostenuta – di essere i veri responsabili della distruzione della creazione, perché la parola contenuta nella Genesi – "Soggiogate la terra" – avrebbe portato a quella arroganza nei riguardi del creato di cui noi oggi sperimentiamo le conseguenze. Penso che dobbiamo nuovamente imparare a capire questa accusa in tutta la sua falsità: fino a quando la terra è stata considerata creazione di Dio, il compito di "soggiogarla" non è mai stato inteso come un ordine di renderla schiava, ma piuttosto come compito di essere custodi della creazione e di svilupparne i doni; di collaborare noi stessi in modo attivo all’opera di Dio, all’evoluzione che Egli ha posto nel mondo, così che i doni della creazione siano valorizzati e non calpestati e distrutti. 
Se osserviamo quello che è nato intorno ai monasteri, come in quei luoghi siano nati e continuino a nascere piccoli paradisi, oasi della creazione, si rende evidente che tutto ciò non sono soltanto parole, ma dove la Parola del Creatore è stata compresa nella maniera corretta, dove c’è stata vita con il Creatore e Redentore, lì ci si è impegnati a salvare la creazione e non a distruggerla. 
In questo contesto rientra anche il capitolo 8 della lettera ai Romani, dove si dice che la creazione soffre e geme per la sottomissione in cui si trova e che attende la rivelazione dei figli di Dio: si sentirà liberata quando verranno delle creature, degli uomini che sono figli di Dio e che la tratteranno a partire da Dio. 
Io credo che sia proprio questo che noi oggi possiamo constatare come realtà: il creato geme – lo percepiamo, quasi lo sentiamo – e attende persone umane che lo guardino a partire da Dio. Il consumo brutale della creazione inizia dove non c’è Dio, dove la materia è ormai soltanto materiale per noi, dove noi stessi siamo le ultime istanze, dove l’insieme è semplicemente proprietà nostra e lo consumiamo solo per noi stessi. E lo spreco della creazione inizia dove non riconosciamo più alcuna istanza sopra di noi, ma vediamo soltanto noi stessi; inizia dove non esiste più alcuna dimensione della vita al di là della morte, dove in questa vita dobbiamo accaparrarci il tutto e possedere la vita nella massima intensità possibile, dove dobbiamo possedere tutto ciò che è possibile possedere. 
Io credo, quindi, che istanze vere ed efficienti contro lo spreco e la distruzione del creato possono essere realizzate e sviluppate, comprese e vissute soltanto là, dove la creazione è considerata a partire da Dio; dove la vita è considerata a partire da Dio e ha dimensioni maggiori – nella responsabilità davanti a Dio – e un giorno ci sarà donata da Dio in pienezza e mai tolta: donando la vita, noi la riceviamo. 
Così, credo, dobbiamo tentare con tutti i mezzi che abbiamo di presentare la fede in pubblico, specialmente là dove riguardo ad essa c’è già sensibilità. E penso che la sensazione che il mondo forse ci stia scivolando via – perché siamo noi stessi a cacciarlo via – e il sentirci oppressi dai problemi della creazione, proprio questo ci dia l’occasione adatta in cui la nostra fede può parlare pubblicamente e può farsi valere come istanza propositiva. 
Infatti, non si tratta soltanto di trovare tecniche che prevengano i danni, anche se è importante trovare energie alternative ed altro. Tutto questo non sarà sufficiente se noi stessi non troveremo un nuovo stile di vita, una disciplina fatta anche di rinunce, una disciplina del riconoscimento degli altri, ai quali il creato appartiene tanto quanto a noi che più facilmente possiamo disporne; una disciplina della responsabilità nei riguardi del futuro degli altri e del nostro stesso futuro, perché è responsabilità davanti a Colui che è nostro Giudice e in quanto Giudice è Redentore ma, appunto è anche veramente nostro Giudice. 
Penso quindi che sia necessario mettere in ogni caso insieme le due dimensioni – creazione e redenzione, vita terrena e vita eterna, responsabilità nei riguardi del creato e responsabilità nei riguardi degli altri e del futuro – e che sia nostro compito intervenire così in maniera chiara e decisa nell’opinione pubblica. 
Per essere ascoltati dobbiamo contemporaneamente dimostrare con il nostro stesso esempio, con il nostro proprio stile di vita, che stiamo parlando di un messaggio in cui noi stessi crediamo e secondo il quale è possibile vivere. E vogliamo chiedere al Signore che aiuti noi tutti a vivere la fede, la responsabilità della fede in maniera tale che il nostro stile di vita diventi testimonianza e poi a parlare in maniera tale che le nostre parole portino in modo credibile la fede come orientamento in questo nostro tempo. 

mercoledì 25 ottobre 2017

Lazzaro (morte e resurrezione)


L'UOMO DELLA BIBBIA DI FRONTE ALLA MORTE di Giuseppe Barbaglio


L'UOMO DELLA BIBBIA DI FRONTE ALLA MORTE

sintesi della relazione di Giuseppe Barbaglio
Verbania Pallanza, 12-13 dicembre 1981

Premessa
Piuttosto che soffermarci su alcune pagine tipiche della Bibbia riguardanti la morte, vedremo, attraverso una carrellata, come gli uomini della Bibbia, uomini distanti da noi per cultura, sensibilità, religiosità, ecc., hanno vissuto questo problema in prima persona, come si sono comportati, quali reazioni hanno avuto di fronte alla realtà della morte, alla propria morte e alla morte in generale nelle sue diverse forme; come si sono atteggiati di fronte alla morte e inevitabilmente di fronte alla vita, perchè vita e morte sono due realtà correlate. 
La prima parte sarà dedicata all'Antico Testamento; nella seconda parte vedremo come Gesù ha reagito davanti alla sua morte e anche alla morte degli altri. 
Emergerà il vissuto e anche la meditazione sulla morte e sulla vita. Non c'è altro tema nella Bibbia in cui il vissuto sia così coinvolto. Si intende la morte non come fatto puramente biologico o come morte fisica, ma come realtà che intacca e coinvolge profondamente l'esistenza umana; non come realtà tranquilla e serena, ma come realtà violenta, fallimento, recisione dei vincoli umani.
1. La morte nell'Antico Testamento
Scorrendo la Bibbia dall'inizio, abbiamo una prima pagina, quella di Caino ed Abele (Gen 4) che mostra come il popolo di Israele reagisce di fronte alla morte.
la morte di Abele (Gen 4): la morte violenta
La morte di Abele causata da Caino è violenta, è morte di un innocente, morte con spargimento di sangue, fratricidio. Israele ha avvertito la criminalità di questa morte violenta, dello spargimento del sangue, dell'uomo che diventa lupo davanti all'uomo. Questo senso di orrore provato di fronte alla morte violenta, Israele lo manifesta presentando Dio che, al contrario, si pone come il difensore della vita. 
Il sangue dell'innocente Abele grida e la sua voce giunge a Dio, il quale condanna la morte violenta e si pone sul versante della vita. Caino ed Abele hanno un significato rappresentativo, prototipico per la cultura Israelitica: Abele è il prototipo dei pastori e Caino il prototipo degli agricoltori. Israele, popolo di pastori, era sopraggiunto ad occupare una zona abitata da agricoltori (i Cananei). Le violenze tra gruppi socialmente diversi, che ricordavano Israele e le sue origini, fa in modo che, nella fede di Israele, Caino ed Abele diventino due grandi simboli: dell'innocente violentato e dell'oppressore, del prepotente violento. Israele, dunque, da una parte ha riconosciuto il dramma delle morti violente, dall'altra parte ha percepito che Dio è schierato sul fronte della vita, contro la violenza omicida. Questo primo quadro, pertanto, riguarda la morte violenta, quella causata dall'odio del fratello, dell'uomo che uccide l'uomo.
il diluvio (Gen 6-9): la morte come minaccia cosmica
Una seconda pagina dell'Antico Testamento riguarda il diluvio. Questo racconto ha alle spalle il ricordo delle inondazioni delle pianure mesopotamiche. La morte diventa esperienza di gruppo, di popolo, di umanità. E' ancora una morte tragica, drammatica, non più causata dall'odio del fratello, ma dallo scatenamento degli elementi della natura (le acque, forze terribili per la mentalità biblica). In queste pagine del diluvio si fa viva la coscienza del popolo di Israele per cui la storia è minacciata dalle forze della morte, del caos. 
Dio fece questo mondo, costituì il primogenito dell'umanità, Adamo, ma le acque del diluvio riportarono il mondo allo stato primitivo, dove tutto era caotico. Notiamo la sensibilità che Israele aveva di fronte a queste tragedie in cui le forze della morte invadono la storia. 
Come motivo di speranza c'è l'alleanza tra Dio e Noè e, per suo tramite, l'umanità tutta. Dio promette di erigere un argine di fronte alle forze terrificanti del caos e della morte. Questa umanità si sente così piccola per cui attribuisce a Dio quello che noi oggi diremmo che è il compito dell'umanità. 
Noi, che viviamo in un'età nucleare, una età in cui le forze del caos e della morte possono travolgere l'umanità, possiamo sentire l'ansia e l'angoscia di fronte al pericolo incombente, ma possiamo sentire anche la speranza, nonostante tutto, che un argine si possa erigere di fronte alle forze del caos e della morte. Questo secondo quadro riguarda dunque la morte come minaccia cosmica, contro l'umanità.
la morte di Abramo (Gen 25,7-11): la morte serena
Un terza pagina è la notizia della morte di Abramo. E' una piccola annotazione redazionale, in cui si pone termine al ciclo narrativo riguardante Abramo. E' la morte fisica di un individuo il quale, al tempo stesso, ha valore rappresentativo, in quanto è Padre del popolo. Questa morte è una realtà vissuta con tranquillità e serenità estreme, come la cosa più normale, perchè è una morte che coglie un uomo in una vecchiaia felice ("vecchio e sazio di giorni"). Abramo ha potuto compiere la sua missione, o meglio, il disegno di Dio su di lui si è compiuto. La sua morte è una realtà pacifica, scontata, che giunge al termine di una vita di pienezza. Non c'è nulla di problematico: Abramo, adempiuto il suo compito, esce di scena tranquillamente, tra gli applausi e l'encomio dell'autore. La storia va avanti attraverso il figlio Isacco. Il popolo di Israele non ha visto niente di angoscioso e di drammatico in una morte che oggi possiamo definire "da patriarca".
l'annuncio della morte di Giuseppe (Gen 37)
In una quarta pagina torna il senso drammatico della realtà della morte: la morte di Giuseppe annunciata al padre Giacobbe. Giacobbe, ormai anziano, viene a sapere che il figlio prediletto è stato divorato (non era vero, ma questo non ha importanza) e reagisce dicendo: "Non ha più senso per me continuare a vivere. Voglio raggiungere il mio figlio prediletto nello Sheol". 
Lo Sheol era una fossa sotterranea in cui andavano a finire tutti i morti: essi sopravvivevano, ma come larve, senza vita, in un luogo pieno di polvere senza movimento. La Bibbia distingue tra sopravvivenza e vita: nello Sheol non c'è vita, ma solo una sopravvivenza, un'esistenza umbratile, statica. Per la Bibbia vita è movimento (è un concetto dinamico, qualitativo). 
Nello Sheol non si può lodare Dio, avere rapporti né con Dio, né con gli uomini. Manca la vita come relazione, come rapporto, comunicazione, partecipazione, scambio affettivo. 
Nelle religioni primitive esistevano culti per i morti, il cui regno era governato da una divinità. Israele non ha nessun culto per i morti; non c'è Dio nel regno dei morti: la realtà di Dio è antitetica alla realtà della morte; la morte è l'anti Dio. Il regno dei morti è il regno della non vita, della non relazione, della non comunicazione. E' l'esito fatale di tutti gli uomini, tanto di chi muore sazio di giorni come di chi muore lacerato nella sua esistenza. La morte non ha niente di positivo: può essere desiderata solo da un uomo, come è Giacobbe, che non ha più ragione di vivere, la cui vita è già spenta.
la storia di Giuseppe
La quinta pagina è la storia di Giuseppe, come storia globale. Giuseppe va in Egitto, dove, dopo diverse peripezie, diventa governatore. In un periodo di carestia, Giuseppe, per progetto di Dio, salva il suo popolo dalla fame. E' uno strumento di vita in mano a Dio per un popolo minacciato dalla morte, dalla carestia.
l'epopea dell'esodo
Abbiamo poi un'epopea costruita sul binomio vita-morte: l'epopea dell'esodo, quando gli ebrei in Egitto sono esposti allo sterminio come popolo, come unità etnica, culturale, religiosa. Nei libri dell'Esodo e dei Numeri troviamo i momenti significativi di questa epopea. Innanzitutto c'è la presa di posizione del Faraone che ordina che tutti i figli maschi degli ebrei siano affogati. Ma Dio prende le difese di questo popolo condannato alla morte. Poiché il Faraone non permette ad Israele di uscire dall'Egitto e di costituirsi come popolo con una sua terra, con una sua autonomia, con una sua identità, Dio manda il flagello della morte; la morte dei primogeniti. Il momento più drammatico si ha quando il popolo si incammina per uscire dall'Egitto: nella notte dell'uccisione dei primogeniti si trova davanti alle acque, nuova minaccia di morte per il popolo di Israele. Ma ecco che le acque si aprono e il popolo scampa alla morte, mentre gli inseguitori soccombono. Le pagine del deserto vogliono significare questo: tutta la vita del popolo è minacciata dalla morte, ma esso è sostenuto dal Dio protettore della vita. La storia del popolo di Israele è la storia di un popolo in pericolo, minacciato, attaccato dalle forze della morte; alla quali sfugge grazie alla protezione del Dio alleato, del Dio della vita. 
La grande epopea è epopea di un popolo tra la morte e la vita.
i racconti della creazione (Genesi 2-3): come conciliare morte violenta e Dio della vita?
Questo popolo incomincia a riflettere sulle grandi esperienze che ha vissuto. Non vive solo di ricordi, di tradizioni, di esperienze, ma rimedita sulle realtà essenziali della vita e della morte, inquadrandole nel contesto della sua fede, nella fede nel Dio dell'Alleanza. Nei racconti delle creazione l'uomo (cioè l'umanità) è collocato nell'Eden, in una situazione di vita. Dall'albero della vita coglie tranquillamente i frutti della vita. L'Eden rappresenta il mondo secondo il disegno di Dio, una situazione di vita dove la vita è a portata di mano. Ma ecco il dramma: l'uomo, messo in una situazione di vita, cerca e si procura la morte, l'uscita dall'Eden, dal luogo della vita, perchè ha progetti orgogliosi di autosufficienza, perché non riconosce i suoi limiti creaturali, non riconosce di essere debitore di Dio, di ricevere il dono (i frutti della vita sono il dono di Dio). In questa ricerca di orgogliosa autosufficienza, l'uomo trova la morte. 
Queste pagine sono una riflessione teologica per spiegare come mai c'è un mondo in cui coesiste la morte come dramma, la morte violenta, la morte come tragedia cosmica, la morte come fallimento, la morte come tragedia di intere popolazioni, insomma la morte dal volto disumano, con un Dio che vuole la vita (poiché il popolo ha sperimentato che Dio è dalla parte della vita: è dalla parte di Abramo, è colui che pone le chiuse alle acque nel diluvio, è dalla parte della vita in Egitto...). Come mettere insieme dato di fede (il Dio della vita) e l'esperienza drammatica? 
La soluzione dell'uomo biblico è che non possiamo attribuire a Dio la responsabilità delle morti violente. Dio è per la vita e pertanto la responsabilità delle morti disumane spetta all'uomo. E' una soluzione teorica per spiegare un dato di fede e un dato di esperienza. E' una spiegazione che lascia spazio ad una speranza: che Dio sia più forte dell'uomo che ama la morte e che sia capace di portare l'uomo ad amare la vita. 
Le pagine drammatiche dell'uomo che si separa dall'albero della vita mantengono però un barlume di luce, quello della promessa di Dio, che riuscirà a piantare nel cuore dell'uomo l'albero della vita, l'amore alla vita e a sradi 
care l'albero malefico della morte violenta.
originalità di Israele rispetto alle culture circostanti
Questo schema teologico raffinato, Israele l'ha elaborato in antitesi con altri schemi teologici esistenti a quel tempo. Tutti i popoli si sono interrogati sul perché della morte orrenda nella propria storia, nella storia dell'umanità, nelle famiglie e si sono dati delle spiegazioni. 
La cultura sumera elaborò l'epopea di Gilgamesh (attorno al 3000 a.C.), con la quale si voleva dare una risposta ai grandi problemi dell'umanità, in questo caso ai problemi della morte o della vita poema di Gilgamesh. L'uomo, l'Adamo di questo poema, è Gilgamesh stesso, re di Uruc, il quale, di fronte alla morte improvvisa dell'amico Enkidu, è preso dall'angoscia, dal terrore e vuole sapere il perché della morte. Perciò va dagli dei, da coloro cioè che possono dare una risposta. E la spiegazione è questa: gli dei hanno riservato a sé la vita e hanno dato all'uomo la morte. La spiegazione è nella volontà malvagia degli dei o nel potere degli dei di riservare a se stessi la vita e dare all'uomo la morte. Contro la volontà degli dei non si può andare: è fatale che sia così. Ma Gilgamesh non si rassegna; e allora il dio a cui Gilgamesh si è rivolto, preso da compassione, gli dà la piantina della vita. Gilgamesh torna verso la sua città. Giunto in vista degli spalti si ferma ad una fontana per dissetarsi: ma ecco che dalla fontana esce un serpente che afferra la piantina e la porta via. Gilgamesh piange e si rassegna alla spiegazione fornitagli dagli dei. All'uomo rimane un'unica possibilità perché il suo ricordo rimanga sulla terra, quella di compiere grandi imprese, imprese eroiche. E' una soluzione disperata e anche di tipo aristocratico, perché è riservata solo a quelle persone che possono compiere imprese eroiche. La plebe, che non può compiere imprese eroiche, muore senza la consolazione dell'immortalità del ricordo. 
Al contrario la soluzione biblica è una soluzione che riguarda tutto il popolo, chiunque: è una soluzione che alimenta grandi speranze. In Israele nasce la speranza che Dio possa far germinare, far crescere nel cuore degli uomini l'amore alla vita e distruggere l'odio per la morte.
la riflessione del deuteronomista: scegliere tra la vita e la morte
C'è poi un altro teologo, il Deuteronomista, che riflette sul problema del bene e del male, della vita e della morte. Il popolo di Israele, scampato al pericolo di morte in Egitto e nel deserto, è di nuovo ripiombato nella morte, cioè nell'esilio, grazie alla disobbedienza, alla ribellione a Dio, al non tener conto della Parola di Dio. 
Ma il Deuteronomista dice che c'è una possibilità perchè possa rivivere (e rivivere vuol dire tornare nella terra, avere un futuro davanti, essere in un progetto storico, a differenza della situazione di soppravvivenza larvale propria dell'esilio), una possibilità che dipende dall'obbedienza a Dio. La vita del popolo, una vita felice, di soddisfazioni, è possibile solo nell'obbedienza a Dio. Dunque, le possibilità della vita sono condizionate. 
In Deut 30, 15-16 Mosè dice: "Oggi porgo davanti a te, o popolo, il bene e il male, la vita e la morte". La vita è una scelta, non è un destino. Così la morte non è un fato brutale. Vita e morte non sono fatti biologici ma frutto di scelta. Si sceglie la vita come si sceglie la morte. Il popolo, che ha scelto la morte, è chiamato a rovesciare le sue deisioni, a scegliere la vita nell'obbedienza a Dio, nella fedeltà alla Parola di Dio. Il Dio della vita dà la vita a condizione che l'uomo ami Dio "con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutte le forze". 
La vita è condizionata a questa fedeltà, a questa adesione a Dio, fonte di vita.
Ezechiele: rianimare la speranza nel Dio risuscitatore
Una sesta pagina la troviamo in Ezechiele, profeta dell'esilio. E' un teologo che riflette sulla realtà di questo popolo. Nel cap. 18 si mostra molto vicino alla visione deuteronomista. Si batte contro la concezione collettivistica della morale tradizionale, che sosteneva che i figli possono portare le conseguenze deleterie del peccato nei padri. La vita e la morte, sostiene invece Ezechiele, sono scelte della persona, che decide positivamente o negativamente: non si portano le conseguenze del peccato degli antenati.
Nel capitolo 37 non affronta il problema della vita e della morte delle persone singole, ma il problema del popolo che è morto nell'esilio (abbiamo le due immagini della valle di ossa aride e del deserto riempito di sepolcri con dentro cadaveri). Il deuteronomista diceva che la condizione per tornare alla vita era di tornare a Dio, di obbedirgli; Ezechiele invece non fa problema di condizioni. Si trova davanti a un popolo rassegnato, che dice: siamo ridotti a ossa aride, siamo finiti come popolo di Dio, siamo senza un futuro, destinati a sopravvivere come un'entità qualsiasi nella storia dell'impero mesopotamico. 
Il deuteronomista aveva un problema più morale: voleva mobilitare la reazione del popolo per poter rivivere (quindi voleva indicare le possibilità concrete per passare dalla morte alla vita); Ezechiele invece vuole rianimare una speranza, con l'annuncio di un messaggio di speranza contro ogni speranza. C'è una possibilità nuova: Dio risusciterà questo popolo (un popolo, non singoli individui). E' Dio che si pone come il creatore, il risuscitatore. 
In Ezechiele ci sono due momenti. nel primo momento il profeta annuncia la Parola di Dio e le ossa aride si ricompongono. Si ergono in piedi, ma restano immobili. Allora Dio chiama Ezechiele e gli dice di invocare lo Spirito. Ezechiele lo invoca, i corpi si muovono. La forza creatrice di vita è lo Spirito, il nuovo dinamismo che crea vita dove c'è morte.
Giobbe: alla ricerca di un Dio amico
Il problema della vita e della morte è al centro della esperienza travagliata di Giobbe. Giobbe è l'uomo che vive una vita di privazione, è l'uomo piagato, l'uomo che, vivendo una vita così martoriata, desidera morire, addirittura dice: "Fossi mai io nato!". E' una delle affermazioni più impressionanti che abbiamo nella tradizione biblica perché l'uomo biblico era attacattissimo alla vita: tranne la morte serena di chi giunge a compimento di una vita di pienezza (come quella di Abramo), tutte le altre morti erano troncamento, fallimento, tenebra. Il vero problema teologico di Giobbe è trovare, in un difficile e quasi eroica ricerca, un volto amico di Dio in questa vita martoriata, segnata di croci. Come si spiega un Dio amico in un mondo nemico? Il Dio della vita come può sopportare una vita umana così travagliata? 
E' interessante vedere come questi uomini della Bibbia che avevano fede e avevano una teologia, non chiudevano gli occhi di fronte alla realtà senza paura di vedere le contraddizioni violente tra la loro fede e la realtà che vivevano. 
La risposta al problema di Giobbe non c'è. Dio gli dice: "Tu sei uomo e io sono Dio, tu sei creatura e io creatore": viene rimarcata cioè la distanza fra l'uomo e Dio. Come a dire: sono interrogativi che tu uomo hai; sei chiamato ad avere fede in Dio nonostante un mondo nemico. Giobbe è chiamato a un silenzio di attesa. Non dice più che Dio è cattivo, non bestemmia più: ma non può dire che Dio è un Dio amico per questo o per quest'altro motivo. C'è in Giobbe un desiderio enorme di ritrovare un Dio amico ma la realtà pesantissima del mondo e della sua esistenza gli impediscono una facile risposta. I toni più violenti di tutto il discorso biblico sul problema dell'esistenza umana li troviamo senz'altro in Giobbe. 
In un tempo in cui le vecchie certezze sono crollate e le nuove non ci sono ancora, Giobbe potrebbe rappresentare il cammino di noi, che siamo alla ricerca di un volto amico in un mondo così nemico com'è il nostro, in una vita così nemica.
Qoelet: tutto è vanità
Altro libro controcorrente è il Qoelet, ancor più scettico di Giobbe. Giobbe ha una passione enorme che lo porta alla ricerca del volto amico di Dio. Qoelet invece è un saggio un po' cinico, che si batte con estremismo impressionante contro l'ottimismo un po' superficiale della corrente israelitica della sapienza, per la quale, dato che esiste un porto della felicità e ci sono dei sentieri, è sufficiente che l'uomo si affidi all'insegnamento della sapienza. Il grande slogan del Qoelet invece è: "Vanità, tutto è vanità" (migliore è un'altra traduzione:"tutto è vuoto, immenso vuoto": il vuoto è morte; la vita è pienezza). In 3, 13 ss. Qoelet giunge a dire che tra l'uomo e la bestia non c'è nessuna differenza perché entrambi muoiono. L'estrema equiparazione è la morte come troncamento della vita, come fine di un'esistenza incompiuta. Qoelet vede tutta l'esistenza sotto il segno della morte. La sua soluzione è: "non coltiviamo sogni troppo elevati, progetti troppo ambiziosi. Accontentiamoci dei piccoli doni di ogni giorno" (non è del tutto scettico). 
Si tratta di una visione parziale, che affronta però importanti problemi che riguardano ciascuno di noi.
Sapienza (2-3): un destino differenziato
Col libro della Sapienza (70 a.C.) siamo nell'ambiente ellenistico di Alessandria, dove viveva una diaspora ebraica molto numerosa (gli ebrei erano un quinto della popolazione), molto vivace intellettualmente, che parlava greco e dialogava con la cultura greca. In quest'ambiente si ripropone il problema della morte e della vita e si raggiunge un punto d'arrivo di una lunga riflessione del popolo d'Israele, riuscendo a superare la barriera della morte. La morte, che finora, sia quella tranquilla sia quella drammatica, era intesa come un finire nello Sheol, diventa ora un destino differenziato. Non tutti allo stesso modo vanno a finire nello stesso Sheol: i giusti, i fedeli, quelli che hanno amato la vita, nel senso di pienezza, entreranno nella comunione con Dio. Se lo Sheol era il troncamento di ogni relazione e sopratutto di quella con Dio, ora i giusti, nella morte, non avranno alcun troncamento, ma entreranno nella comunione con Dio e con gli altri; mentre i persecutori, i malvagi avranno un destino di morte. 
Alla fine del cap. 2 e all'inizio del cap. 3, si dice che la morte è il destino non di tutti, ma di quelli che solidarizzano col diavolo (una scelta, dunque); gli altri, quelli che solidarizzano con Dio, avranno la vita. 
Solo nell'ambiente di Alessandria, per merito dell'antropologia greca che distingue corpo e anima, gli ebrei riescono a dare questa soluzione al problema: le anime dei giusti sono immortali, il loro destino è pieno di pace, di comunione con Dio, di fratellanza, mentre i malvagi sono destinati al castigo. L'interesse è sull'individuo: per questo si riesce a superare il problema della morte. La soluzione è la differenziazione del destino dopo la morte, secondo però l'agire di questa vita; è in base a come l'uomo vive che si costruisce un destino. Vita e morte sono vita e morte eterne, al di là della morte fisica.
Maccabei: la speranza della risurrezione
In Palestina, nello stesso periodo, (II secolo, fino al 100), abbiamo l'era dei martiri (175 a.C.), cioè di quelli che non rinunciano alla propria fede e cadono così sotto i colpi degli oppressori. In questo periodo, per la prima volta, Israele si pone appunto il problema dei martiri (vedi i Maccabei): come è possibile che il martire, che dà la vita, cioè quanto di più prezioso ha, per Dio, vada a finire nello Sheol con l'oppressore? Attraverso l'esperienza del martirio, nasce la speranza della resurrezione, della resurrezione di tutto l'uomo. Per la concezione antropologica biblica l'uomo è una unità psicofisica e perciò muore tutto, finisce tutto (mentre per la concezione greca l'uomo è sopratutto anima, che abita forzatamente in un corpo, da cui si libera finalmente con la morte). 
La resurrezione è la risposta del Dio della vita ai martiri. Israele ha sempre vissuto la morte come violenza, annientamento, fallimento del popolo, della persona, dell'umanità; per secoli ha coabitato in questo problema enorme: Dio fonte della vita in un mondo votato alla morte. Solo alla fine, attraverso un lungo cammino, arriva a sperare in un Dio che dà l'immortalità beata alle anime dei giusti e in un Dio che risuscita i martiri. 
Una prova di come la fede di Israele fosse vissuta nell'angoscia l'abbiamo leggendo Geremia, profeta giusto; subisce la persecuzione malevola di casa sua; deve annunciare un Dio forte e invece sperimenta che Dio è assente dalla sua vita. La fede non la si vive tranquillamente con un mare di risposte e un fiume di interrogativi, ma la sivive con un mare di interrogativi e pochissime o nulle risposte. 
Come far coabitare nella nostra vita questo Dio amico e la morte che ci assedia come persona, come gruppo, come popolo, come umanità? Alla fine c'è questa speranza estrema dettata da una situazione estrema, quella dei martiri. La speranza è un'uscita estrema da un problema drammatico, uno slancio enorme in un momento di emergenza.
Alcune precisazioni
sperare l'impensabile
Secondo la concezione antropologica della tradizione greca, l'uomo è anima immortale in un corpo mortale; secondo la concezione antropologica della tradizione biblica, l'uomo è unità psicofisica, sia pure complessa, sfaccettata. 
A seconda che si abbia una determinata concezione antropologica, la speranza è concepita in un modo piuttosto che in un altro, poiché la speranza riguarda l'uomo; perciò a seconda delle antropologie, la speranza si declina culturalmente in modo diverso. 
Per chi dice: l'uomo è anima, la speranza è l'immortalità delle anime; in Palestina, dove l'uomo è unità, la speranza sarà la resurrezione, che riguarda tutto, anima e corpo (risorge tutto l'uomo, in quanto essere relazionale). La concezione antropologica predetermina le soluzioni teologiche. 
Nella Bibbia troviamo due culture antropologiche o due modi di esprimere la speranza: quella della immortalità delle anime e quella della resurrezione. La speranza non è una cosa scontata. La speranza è una scommessa terribile che facciamo sulla fede in Gesù morto e risorto. Non poggia su un destino; l'uomo non ha in sé una scintilla di immortalità: è un essere mortale, è finito, è morto, va nello Sheol. 
La resurrezione è ricreare la vita dove c'è morte: sta alla morte come frattura, come rottura. Tra speranza ed esperienza è una scommessa spaventosa. La speranza è una possibilità difficilissima. E' un prodigio enorme quello che noi speriamo, è l'impensabile quello che noi pensiamo. Noi siamo le ossa aride. Tutto direbbe di no. 
Il problema che più angustiava Israele era la vita e morte del popolo. L'attenzione è sul popolo, non sulla persona. Israele risente di un influsso culturale. Ogni israelita si sentiva tale, persona, nel popolo: fuori dal popolo si riteneva morto. Israele è nato come popolo. La sua era una cultura dove il gruppo, la solidarietà contavano enormemente. Tutto ciò spiega perchè gli israeliti siano arrivati tardi alla soluzione del superamento della morte relativamente alla persona. 
Israele giudicava la morte tranquilla, serena, quale quella di Abramo, come la cosa più normale, mentre le morti premature, di innocenti, di sangue, facevano problemi immensi. 
In Israele c'è una varietà enorme di modi di vita, di modi di pensare, da parte di vari gruppi. E' una realtà molto complessa. C'è una pluralità di concezioni. Per esempio, con la concezione dello Sheol coesisteva un'altra concezione, forse ancora più arcaica, quella del ricongiungimento nella morte con i propri antenati.
la speranza nel Dio della vita
Quello che resta è il cammino di fede che Israele ha fatto. Alla fine, l'era dei martiri e il dialogo con l'ellenismo portano Israele alla speranza nella resurrezione. L'esperienza dei martiri fa scattare la soluzione al problema della morte fisica dell'individuo. Non si riesce più a mettere anche i martiri nello Sheol e nasce la spinta a dire che Dio li prenderà con sé. Ma cosa vuol dire: "Dio li prenderà con sé?" Per quelli di Alessandria, che avevano una concezione antropologica per cui l'uomo è anima, vuol dire che Dio prende con sé le anime; per Israele, la cui concezione antropologica è unitaria, che Dio prende con sé l'uomo nella sua totalità: è la resurrezione dell'anima e del corpo. 
La speranza si costruisce per prima cosa sulla fede in Dio fonte di vita, secondariamente a contatto con un'esperienza di emergenza quale è quella dei martiri, la quale fa scattare appunto la speranza: Dio li prenderà con sé. La costante del cammino di fede percorso da Israele è data dalla fede nel Dio della vita, Dio donatore e protettore della vita. E per vita non si intendeva mai il problema biologico ma la qualità della vita; non il vivacchiare, l'esserci in qualche modo, ma il vivere nella pienezza, nella felicità. 
Allo stesso modo per morte non s'intendeva la dimensione biologica biologico, ma quella di uno scadimento qualitativo della vita. Morte è là dove non c'è relazione. 
L'anima profonda dell'esistenza di Israele è dunque la fede nel Dio dell'Esodo, un Dio che non ha nulla da spartire con la morte, perché è il Dio della vita. Israele è giunto molto tardi a dare una spiegazione ai problema dei destini degli individui proprio perché ha sempre visto il mondo della morte fuori da ogni sfera di Dio. Non è mai arrivato a dire che Dio avesse qualche compromissione con la morte. E' sulla fede in questo Dio che Israele costruirà la speranza.
2. Gesù nei confronti della morte
Vediamo come reagì Gesù davanti alla morte altrui (poiché ciò è rilevante dal punto di vista teologico), ma soprattutto di fronte alla sua morte (questo ci permette di cogliere il suo vissuto).
a. reazioni di Gesù di fronte alle morti altrui
Per vedere la reazione di Gesù di fronte alla morte degli altri, il Vangelo ci presenta le pagine della morte del figlio della vedova di Naim, della morte della figlioletta di Giairo, della morte di Lazzaro. Gesù reagisce resuscitando questi morti con la sua parola. 
Il significato di questi gesti singolari di Gesù è in Giovanni (11, 24-25) "Io sono la resurrezione e la vita: chi crede in me, anche se morto vivrà e chi non crede in me morirà della morte eterna". Cioè: Gesù è la Vita degli uomini; chi crede in lui patirà la morte fisica ma non quella eterna, cioè la morte che riguarda il mondo nuovo, il mondo del Regno di Dio. Queste pagine della resurrezione di Lazzaro evidenziano il motivo della speranza cristiana: Gesù è la resurrezione e la vita, soprattutto alla luce della sua resurrezione; Gesù è fonte della resurrezione per chi crede in lui, per chi è solidale con lui. 
Queste sono alcune reazioni singolari di Gesù di fronte alla morte altrui, ma certo Gesù ha sperimentato tante altre morti senza resurrezione: tutta l'esperienza comune, quotidiana il Vangelo non ce lo dice.
b. reazioni di Gesù di fronte alla propria morte
Quanto alla reazione di Gesù di fronte alla sua morte, possiamo cogliere nei vangeli diversi momenti significativi.
Luca 13, 31-33: un tempo limitato
Innanzi tutto in Luca (13, 31-33) si dice che Erode ha in progetto di uccidere Gesù dopo aver fatto uccidere Giovanni Battista. Gesù è sotto una precisa minaccia di morte; e che Erode non scherzasse lo dimostra la morte di Giovanni Battista. Gesù reagisce dicendo cha ha davanti a sé un periodo limitato di vita (oggi e domani) e che nessuno può impedirgli di portare a compimento la sua missione. "Il terzo giorno sarò finito". 
L'esistenza di Gesù, quindi, non è un tempo indeterminato, ma è determinata, i giorni sono contati, perché sono giorni segnati da una missione che deve compiere, sono giorni pieni. 
"Da oggi, domani e dopodomani devo proseguire la mia strada": è una necessità morale, non una fatalità, quella che Gesù prende su di sé responsabilmente. Gesù ha una lucida consapevolezza di avere una missione precisa da portare a termine e dalla quale nessuno lo può distogliere. Qui riusciamo a cogliere il vissuto di Gesù, i suoi progetti.
Giovanni 11,8-9: coscienza lucida
Una seconda pagina significativa è in Giovanni (11,8-9): Gesù si trova in Transgiordania, nascosto, perchè a Gerusalemme i Giudei minacciano la sua vita. Nel frattempo, Lazzaro sta male: Gesù, allora, fa i preparativi per tornare a Gerusalemme. Gli Apostoli, che sanno che c'è un pericolo vicino, tentano di farlo recedere dal suo proposito, ma Gesù non si lascia intimorire, nonostante il pericolo. Non va con fatalismo, ma con una coscienza vigile, lucida. Dice: "ho ancora 12 ore da spendere nella mia vita per compiere la mia missione; poi verrà la notte" (della morte).
i preannunci della passione: fedele alla propria missione
La terza pagina è rappresentata da tre preannunci della passione, morte e resurrezione di Gesù. Soprattutto il preannuncio della resurrezione fa parte dell'esplicitazione fatta dalla comunità cristiana; ma che Gesù abbia preannunciato la sua morte vicina, è un fatto incontestabile. 
Gesù non si è trovato inaspettatamente di fronte alla morte (è una morte non pacifica, ma violenta); è lucidamente cosciente di ciò che lo aspetta. I preannunci li troviamo in Marco (8,31-33; 9, 30-32; 10, 32-34). 
Il primo preannuncio Marco lo colloca dopo la confessione messianica di Pietro: perciò provoca uno choc nei suoi discepoli. 
Gesù sa ciò che l'aspetta e lo dice ai suoi discepoli. Ciò che lo aspetta è una necessità (deve) del progetto di Dio, che Gesù accoglie responsabilmente, facendolo proprio. Il progetto di Dio è che Gesù percorra la sua strada a qualsiasi prezzo. La morte è stata vissuta da Gesù Cristo come gesto di obbedienza, non nel senso che Dio volesse la sua morte, ma che percorresse fin in fondo, a qualsiasi prezzo, la sua strada. 
In questo brano di Marco emerge Pietro come l'uomo comune, pauroso, che si paralizza di fronte a questi prezzi da pagare. Per essere fedele alla sua missione, Gesù deve resistere alle pressioni dell'ambiente, che lo voleva Messia. La fedeltà al progetto di Dio è una fedeltà conquistata, frutto di una lotta. Le altre predizioni sono più o meno sullo stesso tono.
Marco 10, 45: il dono della vita
Abbiamo qui il motivo del servizio e della diaconia. Il servizio in opposizione al signoreggiare. Gesù offre il suo esempio, l'esempio del suo vissuto. "Il Figlio dell'uomo non è venuto per farsi servire, ma per servire e per dare la sua vita in riscatto dei peccati della moltitudine". Per la prima volta vediamo che per Gesù la morte ha significato oblativo, è un dare la sua vita, fare dono della sua vita agli altri per riscattarli dal peccato; non è solo segno di obbedienza al Padre, ma è amore per noi, è gesto di amore oblativo, di amore, di dedizione. 
Bisogna, a questo proposito, citare tre testi di Giovanni. 
Giovanni 10, 11: "Io sono il buon pastore, che dà la vita per le sue pecore": è amore oblativo. 
Giovanni 12, 24-25: Gesù si paragona al seme di grano, che "se non cade a terra e non muore, rimane solo; se invece muore porta molto frutto". Gesù non ama la morte per la morte: la vita, per lui, è una moneta da spendere, non è un valore assoluto; l'assoluto, per Gesù, è il progetto di Dio, è la moltitudine degli uomini: la vita è funzionale. E', quello di Gesù, un amore alla vita in senso più ampio, per cui spende volentieri la vita che ha. 
Giovanni 15, 13: nel discorso di addio, Gesù dice: "Nessuno ha amore più grande di questo, di dare la propria vita per i suoi amici". La vita viene spesa da Gesù volentieri, con amore, per gli amici. E' ciò per cui si spende che legittima la spesa fatta. C'è un valore più grande dell'esistenza, per cui Gesù spende volentieri la vita, pur preziosa; ma più prezioso è ciò per cui lui dà la sua vita.
la cena dell'addio: una vita condivisa e donata
Una quinta pagina che mostra il vissuto di Gesù, è la cena dell'addio. La troviamo in Marco (14, 22-25), Matteo (26, 26-29), Luca (22, 15-20), Paolo 1 Corinzi (11,23). Il mangiare insieme è un segno di grande amicizia, di comunione con i suoi. Lo spezzare il pane è il gesto che compie il Padre di famiglia nei pranzi solenni. Nell'ultima cena Gesù compie un gesto e pronuncia delle parole uniche: "Questo è il mio corpo, questo pane significa me"; "Questo è il calice di me, il cui sangue viene versato". C'è questa sottolineatura della persona di Gesù, che viene meglio raffigurata nel gesto del pane e del vino in Luca e in Paolo, i quali dicono: "dato", "sparso". 
Il pane spezzato significa: la mia vita spezzata; il vino bevuto significa: il mio sangue versato per voi: c'è ancora questa oblatività. Pane e vino stanno come segno, come preannuncio della morte violenta di Gesù, che egli vive con gesto di donazione nei confronti dei suoi discepoli, dei suoi amici, della moltitudine degli uomini, più cari a Lui che la sua vita.
Getsemani:la paura della morte violenta e la fedeltà estrema alla missione
Un sesto spiraglio è la scena del Getsemani, in Marco (14, 32-36). E' questa una pagina molto importante. Ci dice che Gesù, davanti alla morte violenta, è preso dal panico, ha paura (c'è questo spessore umano di Gesù); poiché è terrorizzato, prega Dio di liberarlo da questa eventualità così spaventosa. Appare chiaro che Gesù ha paura della sua morte violenta, ma non si lascia paralizzare da essa, nel senso di scappare di fronte alle responsabilità. Accetta di portare fin in fondo la sua missione.
Gesù libero di fronte alla morte per liberarci dalla paura della morte
Vediamo le conclusioni su Gesù, che rappresenta la norma, la legge, il metro di confronto per noi, nella misura in cui tentiamo di essere cristiani (poiché la fede cristiana è fede in questa persona, è richiamo a Gesù di Nazareth). 
Gesù è un uomo libero di fronte alla morte, alla sua morte violenta. La morte non è un'ossessione, un fato che lo schiavizzi, che si imponga di forza. 
E' un uomo che, però, ha paura della morte, non è un eroe. Non è libero di fronte alla morte perchè incosciente di cosa significa. Ha paura della morte ma non se ne lascia paralizzare nel progetto della sua vita. 
Paura, angoscia, timore, panico, tristezza sono i segni della nostra umanità; lasciarsene paralizzare, invece, è più frutto di una debolezza colpevole. Gesù supera la paura paralizzante. 
Per Gesù c'è qualcosa che vale molto di più della sua vita biologica: il compimento della sua missione, a qualsiasi prezzo, l'amicizia con i discepoli, il riscatto dell'umanità peccatrice. Gesù, libero di fronte alla morte, vuol liberare l'uomo di fronte alla morte; 
La vita per Gesù è un bene, vi è attaccato, vorrebbe non perderlo, ma accetta la morte, la accetta però per un valore superiore. La sua vita non è un assoluto a cui sacrificare tutto e tutti: c'è qualcosa di molto più importante. (relativizzazione della vita di Gesù) 
La vita è una moneta da spendere, un talento da impiegare. Non è una fortezza da difendere a qualsiasi costo, ma va spesa per qualcosa di molto più importante. Non va spesa come una merce vile; è una merce preziosissima, da spendere per ottenere qualcosa di molto più prezioso, da spendere per amore oblativo, per obbedienza. Ha valore funzionale.
3. Paolo e la morte
Vediamo come Paolo si mette di fronte alla morte o alla vita.
pronto a dare la vita per i Tessalonicesi
Nella prima lettera ai Tessalonicesi (2, 8), Paolo si dice pronto a dare la sua vita per amore dei Tessalonicesi, divenuti cari al suo cuore. L'amore è la cosa più importante. Dare la vita per Paolo e per Gesù non è un gesto eroico, ostentatorio o masochistico. Ci sono dei valori così importanti, per i quali è giusto dare la vita.
al centro l'utilità della comunità
Nel 57 Paolo è prigioniero. C'è un processo contro di lui: ci sarà o una sentenza capitale o un'assoluzione. Nella prima lettera ai Filippesi (1, 23-26) vediamo come Paolo vive questa situazione davanti a queste due possibilità. Dice di essere scisso, preso in un dilemma: la prima voglia è morire, per essere sempre con il Signore (il desiderio della morte, quindi, non è per sé stessa, come una liberazione dei mali, ma come possibilità di essere in comunione definitiva con Cristo); la seconda voglia è "essere ancora con voi, perché voi avete ancora bisogno di me". E' scisso, cioè, tra il suo bene e l'utilità delle comunità. 
Alla fine decide per la seconda alternativa.
dedizione disinteressata
Nella seconda lettera ai Corinzi (12, 14-15) appare il verbo "spendere" e "spendersi": "io spenderò molto volentieri e spenderò me stesso tutto intero per la vostra vita". Paolo è disposto a spendere tutto quello che ha, a spendersi tutto per la vita di quelli di Corinto. Questa comunità non era così vicina a Paolo: "Vorrei avere tanta parte nel vostro cuore, scrive, quanta voi l'avete dentro di me". E' impressionante questa dedizione disinteressata alla comunità di Corinto. 
Non sono un assoluto né la vita fisica, né la morte come liberazione da essa: la vita è una moneta da spendere bene, comperando ciò che vale (la vita degli altri, l'amicizia, la missione); è un talento da mettere a frutto. 
Nell'Antico Testamento le forze della morte minacciano la vita delle persone, dei popoli, dell'umanità: il messaggio della Bibbia è quello di mobilitarsi, di battersi contro di esse, che operano dentro e fuori di noi. Ed è un battersi con possibilità, grazie alle speranze nel Dio della vita. E' una speranza da rilanciare di continuo, nonostante le sconfitte, rincarando sempre più la dose della posta in gioco, non diminuendola nei suoi contenuti. La speranza da rilanciare di continuo, è la speranza dei martiri, della resurrezione, di chi ha lottato per la vita fino a dare la sua morte.