giovedì 30 novembre 2017

Sant'Adreaapostoloe martire


FESTA DI SANT'ANDREA APOSTOLO - BENEDETTO XVI IN TURCHIA -


VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI
IN TURCHIA - (28 NOVEMBRE - 1° DICEMBRE 2006)

DIVINA LITURGIA DI SAN GIOVANNI CRISOSTOMO 
NELLA FESTA DI SANT'ANDREA APOSTOLO

OMELIA DEL SANTO PADRE

Chiesa Patriarcale di San Giorgio al Fanar, Istanbul
Giovedì, 30 novembre 2006 

Questa Divina Liturgia celebrata nella festa di sant'Andrea Apostolo, santo Patrono della Chiesa di Costantinopoli, ci porta indietro alla Chiesa primitiva, all'epoca degli Apostoli. I Vangeli di Marco e di Matteo riferiscono su come Gesù chiamò i due fratelli, Simone, a cui Gesù attribuì il nome di Cefa o Pietro, e Andrea: "Seguitemi, vi farò pescatori di uomini" (Mt 4,19; Mc 1,17). Il quarto Vangelo, inoltre, presenta Andrea come il primo chiamato, "ho protoklitos", come egli è conosciuto nella tradizione bizantina. È Andrea che porta da Gesù il proprio fratello Simone (cfr Gv 1, 40 ss).
Oggi, in questa Chiesa Patriarcale di san Giorgio, siamo in grado di sperimentare ancora una volta la comunione e la chiamata dei due fratelli, Simon Pietro e Andrea, nell'incontro fra il Successore di Pietro e il suo Fratello nel ministero episcopale, il capo di questa Chiesa, fondata secondo la tradizione dall'apostolo Andrea. Il nostro incontro fraterno sottolinea la relazione speciale che unisce le Chiese di Roma e di Costantinopoli quali Chiese Sorelle.
Con gioia cordiale ringraziamo Dio perché dà nuova vitalità alla relazione sviluppatasi sin dal memorabile incontro a Gerusalemme, nel gennaio del 1964, fra i nostri predecessori, il Papa Paolo VI e il Patriarca Atenagora. Il loro scambio di lettere, pubblicato nel volume intitolato Tomos Agapis, testimonia la profondità dei legami che crebbero fra di loro, legami che si rispecchiano nella relazione fra le Chiese Sorelle di Roma e di Costantinopoli.
Il 7 dicembre del 1965, alla vigila della sessione finale del Concilio Vaticano II, i nostri venerati predecessori intrapresero un passo nuovo ed unico e indimenticabile rispettivamente nella Chiesa Patriarcale di san Giorgio e nella Basilica di san Pietro in Vaticano: essi rimossero dalla memoria della Chiesa le tragiche scomuniche del 1054. In tal modo essi confermarono un cambiamento decisivo nei nostri rapporti. Da allora, molti altri passi importanti sono stati intrapresi lungo il cammino del reciproco riavvicinamento. Ricordo in particolare la visita del mio predecessore, Papa Giovanni Paolo II, a Costantinopoli nel 1979 e le visite a Roma del Patriarca Ecumenico Bartolomeo I.
In quello stesso spirito, la mia presenza qui oggi è destinata a rinnovare il comune impegno per proseguire sulla strada verso il ristabilimento – con la grazia di Dio – della piena comunione fra la Chiesa di Roma e la Chiesa di Costantinopoli. Posso assicurarvi che la Chiesa Cattolica è pronta a fare tutto il possibile per superare gli ostacoli e per ricercare, insieme con i nostri fratelli e sorelle ortodossi, mezzi sempre più efficaci di collaborazione pastorale a tale scopo.
I due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea, erano dei pescatori che Gesù chiamò a diventare pescatori di uomini. Il Signore Risorto, prima della sua Ascensione, li inviò insieme agli altri Apostoli con la missione di fare discepole tutte le nazioni, battezzandole e proclamando i suoi insegnamenti (cfr Mt 28,19 ss; Lc 24,47; At 1,8).
Questo incarico lasciatoci dai santi fratelli Pietro e Paolo è lungi dall'essere compiuto. Al contrario, oggi esso è ancora più urgente e necessario. Esso infatti riguarda  non soltanto le culture toccate marginalmente dal messaggio del Vangelo, ma anche le culture europee da lunga data profondamente radicate nella tradizione cristiana. Il processo di secolarizzazione ha indebolita la tenuta di quella tradizione; essa anzi è posta in questione e persino rigettata. Di fronte a questa realtà, siamo chiamati, insieme con tutte le altre comunità cristiane, a rinnovare la consapevolezza dell'Europa circa le proprie radici, tradizioni e valori cristiani, ridando loro nuova vitalità.
I nostri sforzi per edificare legami più stretti fra la Chiesa Cattolica e le Chiese Ortodosse sono parte di questo compito missionario. Le divisioni esistenti fra i cristiani sono uno scandalo per il mondo ed un ostacolo per la proclamazione del Vangelo. Alla vigilia della propria passione e morte, il Signore, attorniato dai discepoli, pregò con fervore che essi fossero uno, così che il mondo possa credere (cfr Gv 17,21). È solo attraverso la comunione fraterna tra i cristiani e attraverso il reciproco amore che il messaggio dell'amore di Dio per ogni uomo e donna diverrà credibile. Chiunque getti uno sguardo realistico al mondo cristiano oggi scoprirà l'urgenza di tale testimonianza.
Simon Pietro e Andrea furono chiamati insieme a diventare pescatori di uomini. Ma lo stesso impegno prese forme differenti per ciascuno dei due fratelli. Simone, nonostante la sua personale fragilità, fu chiamato "Pietro", la "roccia" sulla quale sarebbe stata edificata la Chiesa; a lui in maniera particolare furono affidate le chiavi del Regno dei Cieli (cfr Mt 16,18). Il suo itinerario lo avrebbe condotto da Gerusalemme ad Antiochia, e da Antiochia a Roma, così che in quella città egli potesse esercitare una responsabilità universale. Il tema del servizio universale di Pietro e dei suoi Successori ha sfortunatamente dato origine alle nostre differenze di opinione, che speriamo di superare, grazie anche al dialogo teologico, ripreso di recente.
Il mio venerato predecessore, il Servo di Dio Papa Giovanni Paolo II, parlò della misericordia che caratterizza il servizio all'unità di Pietro, una misericordia che Pietro stesso sperimentò per primo (Enciclica Ut unum sint, 91). Su questa base il Papa Giovanni Paolo fece l'invito ad entrare in dialogo fraterno, con lo scopo di identificare vie nelle quali il ministero petrino potrebbe essere oggi esercitato, pur rispettandone la natura e l'essenza, così da "realizzare un servizio di amore riconosciuto dagli uni e dagli altri" (ibid., 95). È mio desiderio oggi richiamare e rinnovare tale invito.
Andrea, il fratello di Simon Pietro, ricevette un altro incarico dal Signore, un incarico che il suo stesso nome suggeriva. Essendo in grado di parlare greco, divenne – insieme a Filippo – l'Apostolo dell'incontro con i Greci venuti da Gesù (cfr Gv 12,20 ss). La tradizione ci racconta che fu missionario non soltanto nell'Asia Minore e nei territori a sud del Mar Nero, cioè in questa stessa regione, ma anche in Grecia, dove patì il martirio.
Pertanto, l'apostolo Andrea rappresenta l'incontro fra la cristianità primitiva e la cultura greca. Questo incontro, particolarmente nell'Asia Minore, divenne possibile grazie specialmente ai grandi Padri della Cappadocia, che arricchirono la liturgia, la teologia e la spiritualità sia delle Chiese Orientali sia di quelle Occidentali. Il messaggio cristiano, come il chicco di grano (cfr Gv 12,24), è caduto su questa terra e ha portato molto frutto. Dobbiamo essere profondamente grati per l'eredità che è derivata dal fruttuoso incontro fra il messaggio cristiano e la cultura ellenica. Ciò ha avuto un impatto duraturo sulle Chiese dell'Oriente e dell'Occidente. I Padri Greci ci hanno lasciato un prezioso tesoro dal quale la Chiesa continua ad attingere ricchezze antiche e nuove (cfr Mt 13,52).
La lezione del chicco di grano che muore per portare frutto ha pure un riscontro nella vita di sant'Andrea. La tradizione ci racconta che egli seguì il destino del suo Signore e Maestro, finendo i propri giorni a Patrasso, in Grecia. Come Pietro, egli subì il martirio su una croce, quella diagonale che veneriamo oggi come la croce di sant'Andrea. Dal suo esempio apprendiamo che il cammino di ogni singolo cristiano, come quello della Chiesa tutta intera, porta a vita nuova, alla vita eterna, attraverso l'imitazione di Cristo e l'esperienza della croce.
Nel corso della storia, entrambe le Chiese di Roma e di Costantinopoli hanno spesso sperimentato la lezione del chicco di grano. Insieme noi veneriamo molti dei medesimi martiri il cui sangue, secondo le celebri parole di Tertulliano, è divenuto seme di nuovi cristiani (Apologeticum 50,13). Con loro, condividiamo la stessa speranza che obbliga la Chiesa a proseguire "il suo pellegrinaggio fra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio" (Lumen gentium 8; cfr s. Agostino, De Civitate Dei, XVIII, 51,2). Per parte sua, anche il secolo appena trascorso ha visto coraggiosi testimoni della fede, sia in Oriente sia in Occidente. Anche oggi vi sono molti di tali testimoni in diverse parti del mondo. Li ricordiamo nella nostra preghiera e, in ogni modo possibile, offriamo loro il nostro sostegno, mentre chiediamo con insistenza a tutti i leader del mondo di rispettare la libertà religiosa come diritto umano fondamentale.
La Divina Liturgia alla quale abbiamo partecipato è stata celebrata secondo il rito di san Giovanni Crisostomo. La croce e la risurrezione di Gesù Cristo sono state rese misticamente presenti. Per noi cristiani questo è sorgente e segno di una speranza costantemente rinnovata. Troviamo tale speranza magnificamente espressa nell'antico testo conosciuto come Passione di sant'Andrea: "Ti saluto, o Croce, consacrata dal Corpo di Cristo e adorna delle sue membra come di pietre preziose... Che i fedeli conoscano la tua gioia, e i doni che in te sono conservati...".
Questa fede nella morte redentrice di Gesù sulla croce e questa speranza che Cristo risorto offre all'intera famiglia umana, sono da noi tutti condivise, Ortodossi e Cattolici. Che la nostra preghiera ed attività quotidiane siano ispirate dal fervente desiderio non soltanto di essere presenti alla Divina Liturgia, ma di essere in grado di celebrarla insieme, per prendere parte all'unica mensa del Signore, condividendo il medesimo pane e lo stesso calice. Che il nostro incontro odierno serva come spinta e gioiosa anticipazione del dono della piena comunione. E che lo Spirito di Dio ci accompagni nel nostro cammino!


martedì 28 novembre 2017

Battistero, Museo del Bardo, Yunisi


MEDITAZIONE SULL’AVVENTO


Meditazioni sull’Avvento di don Tonino Bello

MEDITAZIONE SULL’AVVENTO

«Santa Maria, Vergine dell'attesa, donaci del tuo olio perché le nostre lampade si spengono. Vedi: le riserve si sono consumate. Non ci mandare ad altri venditori. Riaccendi nelle nostre anime gli antichi fervori che ci bruciavano dentro, quando bastava un nonnulla per farci trasalire di gioia: l'arrivo di un amico lontano, il rosso di sera dopo un temporale, il crepitare del ceppo che d'inverno sorvegliava i rientri in casa, le campane a stormo nei giorni di festa, il sopraggiungere delle rondini in primavera, l'acre odore che si sprigionava dalla stretta dei frantoi, le cantilene autunnali che giungevano dai palmenti, l'incurvarsi tenero e misterioso del grembo materno, il profumo di spigo che irrompeva quando si preparava una culla.
Se oggi non sappiamo attendere più è perché siamo a corto di speranza. Se ne sono disseccate le sorgenti. Soffriamo una profonda crisi di desiderio. E, ormai paghi dei mille surrogati che ci assediano, rischiamo di non aspettarci più nulla neppure da quelle promesse ultraterrene che sono state firmate col sangue dal Dio dell'alleanza.
Santa Maria, donna dell'attesa, conforta il dolore delle madri per i loro figli che, usciti un giorno di casa, non ci son tornati mai più, perché uccisi da un incidente stradale o perché sedotti dai richiami della giungla. Perché dispersi dalla furia della guerra o perché risucchiati dal turbine delle passioni. Perché travolti dalla tempesta del mare o perché travolti dalle tempeste della vita.
Riempi i silenzi di Antonella, che non sa che farsene dei suoi giovani anni, dopo che lui se n'è andato con un'altra. Colma di pace il vuoto interiore di Massimo, che nella vita le ha sbagliate tutte, e l'unica attesa che ora lo lusinga è quella della morte. Asciuga le lacrime di Patrizia, che ha coltivato tanti sogni a occhi aperti, e per la cattiveria della gente se li è visti così svanire a uno a uno, che ormai teme anche di sognare a occhi chiusi.
Santa Maria, vergine dell'attesa, donaci un'anima vigiliare. Giunti alle soglie del terzo millennio, ci sentiamo purtroppo più figli del crepuscolo che profeti dell'avvento. Sentinella del mattino, ridestaci nel cuore la passione di giovani annunci da portare al mondo, che si sente già vecchio. Portaci, finalmente, arpa e cetra, perché con te mattiniera possiamo svegliare l'aurora.
Di fronte ai cambi che scuotono la storia, donaci di sentire sulla pelle i brividi dei cominciamenti. Facci capire che non basta accogliere: bisogna attendere. Accogliere talvolta è segno di rassegnazione. Attendere è sempre segno di speranza. Rendici, perciò, ministri dell'attesa. E il Signore che viene, vergine dell'Avvento, ci sorprenda, anche per la tua materna complicità, con la lampada in mano».
Avvento

Dio viene dal futuro
C'è nella storia, una continuità secondo ragione, che è il futurum.
E' la continuità di ciò che si incastra armonicamente, secondo la logica del prima e del poi. Secondo le categorie di causa ed effetto. Secondo gli schemi dei bilanci, in cui, alle voci di uscita, si cercano i riscontri corrispondenti nelle voci di entrata: finche tutto non quadra.
E c'è una continuità secondo lo Spirito, che è l'adventus.
E' il totalmente nuovo, il futuro che viene come mutamento imprevedibile, il sopraggiungere gaudioso e repentino di ciò che non si aveva neppure il coraggio di attendere.
In un canto che viene eseguito nelle nostre chiese e che è tratto dai salmi si dice: "Grandi cose ha fatto il Signore per noi: ha fatto germogliare i fiori tra le rocce!". Ecco, adventus è questo germogliare dei fiori carichi di rugiada tra le rocce del deserto battute dal sole meridiano.
Promuovere l'avvento, allora, è optare per l'inedito, accogliere la diversità come gemma di un fiore nuovo. Cantare, accennandolo appena, il ritornello di una canzone che non è stata ancora scritta, ma che si sa rimarrà per sempre in testa all'hit-parade della storia.
Mettere al centro delle attenzioni pastorali il povero, è avvento. E' avvento, per una madre, amare il figlio handicappato più di ogni altro. E' avvento, per una coppia felice e con figli, mettere in forse la propria tranquillità, avventurandosi in operazioni di "affidamento", con tutte le incertezze che tale ulteriore fecondità si porta dietro, anzi, si porta avanti.
E' avvento, per un giovane, affidare il futuro alla non garanzia di un volontariato, alla non copertura di un impegno sociale in terre lontane, alla gratuità e "inutilità" della preghiera perché la sua testimonianza sia forte in questi tempi di confusione.
E' avvento, per una comunità, condividere l'esistenza del terzo mondiale e sfidare i benpensanti che si chiudono davanti al diverso, per non permettere infiltrazioni inquinanti al proprio patrimonio culturale e religioso.
E' avvento, per una congregazione religiosa o per un presbitero Diocesano, allentare le cautele della circospezione mondana per tutelarsi il sostentamento, facendo affidamento sulla "insostenibile leggerezza" della Provvidenza di Dio.
Per Antonella, mia amica, è avvento abbandonare le lusinghe della carriera sportiva e, dopo aver frequentato l'Isef, farsi suora di clausura.
Per Karol Tarantelli è avvento perdonare l'assassino di suo marito.
Per Madre Teresa di Calcutta avvento è abbandonare la clausura e "farsi prossimo" sulle strade del mondo.
"Ecco come è avvenuta la nascita di Gesù": per promuovere l'avvento, Dio è partito dal futuro.
Dio ci dona il suo tempo
Iniziamo oggi, con la prima Domenica di Avvento, un nuovo Anno liturgico. Questo fatto ci invita a riflettere sulla dimensione del tempo, che esercita sempre su di noi un grande fascino.
Tutti diciamo che "ci manca il tempo", perché il ritmo della vita quotidiana è diventato per tutti frenetico. Anche a tale riguardo la Chiesa ha una "buona notizia" da portare: Dio ci dona il suo tempo. Noi abbiamo sempre poco tempo; specialmente per il Signore non sappiamo o, talvolta, non vogliamo trovarlo. Ebbene, Dio ha tempo per noi! Questa è la prima cosa che l’inizio di un anno liturgico ci fa riscoprire con meraviglia sempre nuova. Sì: Dio ci dona il suo tempo, perché è entrato nella storia con la sua parola e le sue opere di salvezza, per aprirla all’eterno, per farla diventare storia di alleanza. In questa prospettiva, il tempo è già in se stesso un segno fondamentale dell’amore di Dio: un dono che l’uomo, come ogni altra cosa, è in grado di valorizzare o, al contrario, di sciupare; di cogliere nel suo significato, o di trascurare con ottusa superficialità.
Tre poi sono i grandi "cardini" del tempo, che scandiscono la storia della salvezza: all’inizio la creazione, al centro l’incarnazione-redenzione e al termine la "parusia", la venuta finale che comprende anche il giudizio universale. Questi tre momenti però non sono da intendersi semplicemente in successione cronologica. Infatti, la creazione è sì all’origine di tutto, ma è anche continua e si attua lungo l’intero arco del divenire cosmico, fino alla fine dei tempi. Così pure l’incarnazione-redenzione, se è avvenuta in un determinato momento storico, il periodo del passaggio di Gesù sulla terra, tuttavia estende il suo raggio d’azione a tutto il tempo precedente e a tutto quello seguente. E a loro volta l’ultima venuta e il giudizio finale, che proprio nella Croce di Cristo hanno avuto un decisivo anticipo, esercitano il loro influsso sulla condotta degli uomini di ogni epoca.
Il tempo liturgico dell’Avvento celebra la venuta di Dio, nei suoi due momenti: dapprima ci invita a risvegliare l’attesa del ritorno glorioso di Cristo; quindi, avvicinandosi il Natale, ci chiama ad accogliere il Verbo fatto uomo per la nostra salvezza. Ma il Signore viene continuamente nella nostra vita. Quanto mai opportuno è quindi l’appello di Gesù, che in questa prima Domenica ci viene riproposto con forza: "Vegliate!" (Mc 13,33.35.37). E’ rivolto ai discepoli, ma anche "a tutti", perché ciascuno, nell’ora che solo Dio conosce, sarà chiamato a rendere conto della propria esistenza. Questo comporta un giusto distacco dai beni terreni, un sincero pentimento dei propri errori, una carità operosa verso il prossimo e soprattutto un umile e fiducioso affidamento alle mani di Dio, nostro Padre tenero e misericordioso. Icona dell’Avvento è la Vergine Maria, la Madre di Gesù.
InvochiamoLa perché aiuti anche noi a diventare un prolungamento di umanità per il Signore che viene.
Maria, vergine dell’attesa
Se andiamo alla ricerca di un motivo esemplare che possa ispirare i nostri passi, e dare agilità alle cadenze del nostro cammino in questo periodo che ci separa dal Natale, dobbiamo assolutamente rifarci alla Madonna. Lei è la Vergine dell'attesa, la Vergine dell'Avvento, la Madre dell'attesa.
Lo sapete che nel Vangelo, prima ancora che ci venga detto il suo nome, viene riferito un fremito d'attesa che ardeva nella sua anima? San Luca, prima ancora di dirci che «il suo nome era Maria» (Lc 1, 26), ci dice un'altra cosa: «In quel tempo l'angelo Gabriele venne mandato ad una ragazza promessa sposa ad un uomo di nome Giuseppe, della casa di Davide» (Lc 1, 26-27).
«Promessa sposa», cioè fidanzata! Noi sappiamo che la parola fidanzata viene vissuta da ogni donna come un preludio di tenerezze misteriose, di attese. Fidanzata è colei che attende. Anche Maria ha atteso; era in attesa, in ascolto: ma di chi? Di lui, di Giuseppe! Era in ascolto del frusciare dei suoi sandali sulla polvere, la sera, quando lui, profumato di vernice e di resina dei legni che trattava con le mani, andava da lei e le parlava dei suoi sogni.
Maria viene presentata come la donna che attende. Fidanzata, cioè. Solo dopo ci viene detto il suo nome. L'attesa è la prima pennellata con cui san Luca dipinge Maria, ma è anche l'ultima. E infatti sempre san Luca il pittore che, negli Atti degli apostoli, dipinge l'ultimo tratto con cui Maria si congeda dalla Scrittura. Anche qui Maria è in attesa, al piano superiore, insieme con gli apostoli; in attesa dello Spirito (At 1, 13-14); anche qui è in ascolto di lui, in attesa del suo frusciare: prima dei sandali di Giuseppe, adesso dell'ala dello Spirito Santo, profumato di santità e di sogni.
Attendeva che sarebbe sceso sugli apostoli, sulla chiesa nascente per indicarle il tracciato della sua missione.
Maria, Vergine e Madre dell'attesa
Vedete allora che Maria, nel Vangelo, si presenta come la Vergine dell'attesa e si congeda dalla Scrittura come la Madre dell'attesa: si presenta in attesa di Giuseppe, si congeda in attesa dello Spirito. Vergine in attesa, all'inizio. Madre in attesa, alla fine. E nell'arcata sorretta da queste due trepidazioni, una così umana e l'altra cosi divina, cento altre attese struggenti. L'attesa di lui, per nove lunghissimi mesi. L'attesa di adempimenti legali festeggiati con frustoli di povertà e gaudi di parentele. L'attesa del giorno, l'unico che lei avrebbe voluto di volta in volta rimandare, in cui suo figlio sarebbe uscito di casa senza farvi ritorno mai più. L'attesa dell'«ora»: l'unica per la quale non avrebbe saputo frenare l'impazienza e di cui, prima del tempo, avrebbe fatto traboccare il carico di grazia sulla mensa degli uomini. L'attesa dell'ultimo rantolo dell'unigenito inchiodato sul legno. L'attesa del terzo giorno, vissuta in veglia solitaria, davanti alla roccia. Attendere: infinito del verbo amare. Anzi, nel vocabolario di Maria, amare all'infinito.
Con la lampada accesa
E noi oggi di che cosa parliamo se non di Avvento, di attesa? Voi promettete fede al Signore e con i vostri sospiri, con i vostri sentimenti, con le vostre attese, ricevete le tenerezze misteriose che vi riserva: vigilanti, così come si vive il periodo del fidanzamento, con il tripudio interiore.
Un giorno le nozze dell'Agnello le celebreremo tutti quanti. Saremo tutti invitati, tutti protagonisti. Verrà questo giorno!
Nei tempi gelidi che stiamo vivendo, nell'appannamento dei nostri entusiasmi e nella tristezza dei nostri peccati, non possiamo sentirci mancare il coraggio, al punto da non annunciarvi queste cose con forza, per quanto possano sembrare lontane, utopiche. No, non sono utopie, sono invece i luoghi dove noi realizzeremo veramente la nostra felicità, il nostro bene. Questo vi annunciamo oggi!
Le ragazze che sono davanti a me, sono anche un po' l'icona di quello che dovremmo essere: con l'abito bianco, con la lampada accesa, in attesa; disponibili non soltanto a tenere la lampada accesa, ma anche a conservare una riserva sufficiente di olio nei recipienti, al punto che quando qualcuno ci rivolge quella preghiera così implorante e così umana che dice: «Dateci del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono!», noi possiamo rispondere non come le vergini prudenti: «No, perché non basta ne a noi ne a voi» (Mt 25, 9), ma: «Sì, vogliamo correre il rischio che non basti ne a noi ne a voi».
A voi che oggi non fuggite per la tangente dell'irreale, ma fate una scelta di concretezza, vorrei dire: «Amate il mondo e siate disponibili a dare l'olio alle lampade del mondo, perché anche il mondo possa attendere e possa vivere l'attesa».
La vera tristezza
Oggi non si attende più. La vera tristezza non è quando ti ritiri a casa la sera e non sei atteso da nessuno, ma quando tu non attendi più nulla dalla vita. E la solitudine più nera la soffri non quando trovi il focolare spento, ma quando non lo vuoi accendere più: neppure per un eventuale ospite di passaggio. Quando pensi, insomma, che per te la musica è finita. E ormai i giochi sono fatti. E nessun'anima viva verrà a bussare alla tua porta. E non ci saranno più ne soprassalti di gioia per una buona notizia, ne trasalimenti di stupore per una improvvisata. E neppure fremiti di dolore per una tragedia umana: tanto, non ti resta più nessuno per il quale tu debba temere. La vita, allora, scorre piatta verso un epilogo che non arriva mai, come un nastro magnetico che ha finito troppo presto una canzone, e si srotola interminabile, senza dire più nulla, verso il suo ultimo stacco. Attendere: ovvero sperimentare il gusto di vivere. Hanno detto addirittura che la santità di una persona si commisura dallo spessore delle attese. E forse è vero.
Oggi abbiamo preso, invece, una direzione un tantino barbara: il nostro vissuto ci sta conducendo a non aspettare più, a non avere neppure il fremito di quelle attese che ci riempivano la vita un tempo: quando, non so, aspettavi profumi di mosti, o il cigolare dei frantoi o il grembo di tua madre che si incurvava sotto il peso di una nuova vita, o i profumi dei pampini, degli ulivi, o il profumo di spigo, di mele cotogne. Forse sto scappando anch'io per le tangenti del sogno, però – dite la verità – è così standardizzata la nostra vita, è così incastrata nei diagrammi cartesiani che c'imprigionano e ci stringono all'angolo, che non sappiamo più aspettare. Intuiamo tutti che abbiamo una vita prefabbricata, per cui ci lasciamo vivere, invece di vivere.
Una «pro-vocazione»
Oggi l'Avvento c'impegna invece a prendere la storia in mano, a mettere le mani sul timone della storia attraverso la preghiera, l'impegno e starei per dire anche l'indignazione: indignatevi un po', fratelli e sorelle! Indignatevi, perché abbiamo perso questa capacità; anche noi sacerdoti, anche noi vescovi, non ci sappiamo più indignare per tanti soprusi, tante ingiustizie, tante violenze… Tutto quello che viviamo ora, qui, non è solo una simbologia. Vorrei dirvi, cari fratelli, che questi ragazzi, Antonio e Stefano e poi Barbara e Francesca e Lorella e Miriam, devono diventare per noi una provocazione, uno scrupolo, una spina di inappagamento, messa nel fianco della nostra vita, un'icona, una «pro-vocazione», una chiamata da parte di chi sta un po' più avanti. Con i gesti anche paradossali delle scelte audaci, ci stimolano ad essere uomini dell'attesa come Maria; ci spingono a non diffidare mai dei sogni, per essere capaci sempre di annunciare al mondo rovesciamenti da troni e innalzamenti dello stereo, come Maria, donna dell'attesa, che ha aspettato questa ricollocazione sui troni della giustizia per tutti coloro che, invece, vivono nel fetore delle stalle e nel sopruso degli egemoni, che schiacciano sempre la gente.
Attesa, attesa, ma di che? Che cosa aspettiamo?
Aspettiamo prima di tutto un cambio per noi, per la nostra vita spirituale, interiore, e poi avvertiamo che stiamo camminando su speroni pericolosi, su rocce che possono farci ruzzolare da un momento all'altro. Forse abbiamo assunto un modo non proprio allineato alla logica delle beatitudini.
Attesa quindi di rinnovamento per noi, attesa di rinnovamento per la storia dell'umanità. Attesa di cambi interiori della nostra mentalità: non siamo ancora capaci di pronunciare una parola forte per dire che la guerra è iniqua, che ogni guerra è iniqua! Ancora ci stiamo trastullando con i concetti della guerra giusta o ingiusta, o della difesa…
Abbiamo nelle mani il Vangelo della non violenza attiva, il codice del perdono, ma siamo ancora cristiani irresoluti, che camminano secondo le logiche della prudenza carnale e non della prudenza dello Spirito. Siamo gente che riesce a dormire con molta tranquillità, pur sapendo che nel mondo ci sono tante sofferenze. Sopportiamo facilmente che, all'interno della nostra città, col freddo che fa, le stazioni siano assediate da terzomondiali o da persone che vivono allo sbando, che non hanno più progetti.
Macché fidanzamento, che sogni, che attese di sandali, che profumi di vernice o di santità! Molta gente odora soltanto della tristezza dei propri sudari.
Fratelli e sorelle, vergini fidanzate, provocate questa gente! Oggi ci sono tante fotografie per voi, tanti lampeggiamenti di flash; sarebbe molto bello che ognuno di voi, con il suo obiettivo allargato, imprimesse la provocazione di un'attesa di cieli nuovi e terre nuove. Anche tu, Stefano, che ti accingi ad entrare nel consesso presbiterale; e tu, Antonio, che ci sei già entrato, che sei già lettore e annunci la parola di Dio e da oggi tocchi anche le patene, le pissidi: tocchi quello che sarà il corpo vivente del Signore. Questo contatto con i vasi sacri, col grano fatto pane, con l'uva fatta vino, ti mette in rapporto con il cosmo, con questa realtà materiale, toccabile, perché il regno di Dio viene costruito non con i fumi delle nostre utopie ma con le pietre che vengono scavate nelle cave della storia, della terra. Scommetto che anche il pane che si mangia nel cielo è intriso delle acque della nostra terra e del grano che viene prodotto dai nostri campi!
Buona attesa, dunque. Il Signore ci dia la grazia di essere continuamente in allerta, in attesa di qualcuno che arrivi, che irrompa nelle nostre case e ci dia da portare un lieto annuncio!

Don Tonino Bello

lunedì 27 novembre 2017

corner prayer


BENEDETTO XVI - ARTE E PREGHIERA (2011)


BENEDETTO XVI - ARTE E PREGHIERA (2011)

UDIENZA GENERALE

Piazza della Libertà, Castel Gandolfo

Mercoledì, 31 agosto 2011

Cari fratelli e sorelle,

più volte ho richiamato, in questo periodo, la necessità per ogni cristiano di trovare tempo per Dio, per la preghiera, in mezzo alle tante occupazioni delle nostre giornate. Il Signore stesso ci offre molte occasioni perché ci ricordiamo di Lui. Oggi vorrei soffermarmi brevemente su uno di questi canali che possono condurci a Dio ed essere anche di aiuto nell’incontro con Lui: è la via delle espressioni artistiche, parte di quella “via pulchritudinis” – “via della bellezza” - di cui ho parlato più volte e che l’uomo d’oggi dovrebbe recuperare nel suo significato più profondo.
Forse vi è capitato qualche volta davanti ad una scultura, ad un quadro, ad alcuni versi di una poesia, o ad un brano musicale, di provare un’intima emozione, un senso di gioia, di percepire, cioè, chiaramente che di fronte a voi non c’era soltanto materia, un pezzo di marmo o di bronzo, una tela dipinta, un insieme di lettere o un cumulo di suoni, ma qualcosa di più grande, qualcosa che “parla”, capace di toccare il cuore, di comunicare un messaggio, di elevare l’animo. Un’opera d’arte è frutto della capacità creativa dell’essere umano, che si interroga davanti alla realtà visibile, cerca di scoprirne il senso profondo e di comunicarlo attraverso il linguaggio delle forme, dei colori, dei suoni. L’arte è capace di esprimere e rendere visibile il bisogno dell’uomo di andare oltre ciò che si vede, manifesta la sete e la ricerca dell’infinito. Anzi, è come una porta aperta verso l’infinito, verso una bellezza e una verità che vanno al di là del quotidiano. E un’opera d’arte può aprire gli occhi della mente e del cuore, sospingendoci verso l’alto.
Ma ci sono espressioni artistiche che sono vere strade verso Dio, la Bellezza suprema, anzi sono un aiuto a crescere nel rapporto con Lui, nella preghiera. Si tratta delle opere che nascono dalla fede e che esprimono la fede. Un esempio lo possiamo avere quando visitiamo una cattedrale gotica: siamo rapiti dalle linee verticali che si stagliano verso il cielo ed attirano in alto il nostro sguardo e il nostro spirito, mentre, in pari tempo, ci sentiamo piccoli, eppure desiderosi di pienezza… O quando entriamo in una chiesa romanica: siamo invitati in modo spontaneo al raccoglimento e alla preghiera. Percepiamo che in questi splendidi edifici è come racchiusa la fede di generazioni. Oppure, quando ascoltiamo un brano di musica sacra che fa vibrare le corde del nostro cuore, il nostro animo viene come dilatato ed è aiutato a rivolgersi a Dio. Mi torna in mente un concerto di musiche di Johann Sebastian Bach, a Monaco di Baviera, diretto da Leonard Bernstein. Al termine dell’ultimo brano, una delle Cantate, sentii, non per ragionamento, ma nel profondo del cuore, che ciò che avevo ascoltato mi aveva trasmesso verità, verità del sommo compositore, e mi spingeva a ringraziare Dio. Accanto a me c'era il vescovo luterano di Monaco e spontaneamente gli dissi: “Sentendo questo si capisce: è vero; è vera la fede così forte, e la bellezza che esprime irresistibilmente la presenza della verità di Dio. Ma quante volte quadri o affreschi, frutto della fede dell’artista, nelle loro forme, nei loro colori, nella loro luce, ci spingono a rivolgere il pensiero a Dio e fanno crescere in noi il desiderio di attingere alla sorgente di ogni bellezza. Rimane profondamente vero quanto ha scritto un grande artista, Marc Chagall, che i pittori per secoli hanno intinto il loro pennello in quell’alfabeto colorato che è la Bibbia. Quante volte allora le espressioni artistiche possono essere occasioni per ricordarci di Dio, per aiutare la nostra preghiera o anche la conversione del cuore! Paul Claudel, famoso poeta, drammaturgo e diplomatico francese, nella Basilica di Notre Dame a Parigi, nel 1886, proprio ascoltando il canto del Magnificat durante la Messa di Natale, avvertì la presenza di Dio. Non era entrato in chiesa per motivi di fede, era entrato proprio per cercare argomenti contro i cristiani, e invece la grazia di Dio operò nel suo cuore.
Cari amici, vi invito a riscoprire l’importanza di questa via anche per la preghiera, per la nostra relazione viva con Dio. Le città e i paesi in tutto il mondo racchiudono tesori d’arte che esprimono la fede e ci richiamano al rapporto con Dio. La visita ai luoghi d’arte, allora, non sia solo occasione di arricchimento culturale - anche questo - ma soprattutto possa diventare un momento di grazia, di stimolo per rafforzare il nostro legame e il nostro dialogo con il Signore, per fermarsi a contemplare - nel passaggio dalla semplice realtà esteriore alla realtà più profonda che esprime - il raggio di bellezza che ci colpisce, che quasi ci “ferisce” nell’intimo e ci invita a salire verso Dio. Finisco con una preghiera di un Salmo, il Salmo 27: “Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita, per contemplare la bellezza del Signore e ammirare il suo santuario” (v. 4). Speriamo che il Signore ci aiuti a contemplare la sua bellezza, sia nella natura che nelle opere d'arte, così da essere toccati dalla luce del suo volto, perché anche noi possiamo essere luci per il nostro prossimo. Grazie.

venerdì 24 novembre 2017

Cristo Re


26 NOVEMBRE 2017 | 34A DOMENICA. CRISTO RE - T. ORDINARIO - A | LECTIO DIVINA


26 NOVEMBRE 2017 | 34A DOMENICA. CRISTO RE - T. ORDINARIO - A | LECTIO DIVINA

"Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra..."
La Liturgia chiude oggi il suo ciclo con gli splendori della festa di Cristo "Re dell'universo".
L'istituzione di questa festa è recente: la proclamò Pio XI con la enciclica Quas primas, alla fine dell'Anno Santo del 1925.1 La sua origine, però, è molto più lontana. Risale a Cristo stesso che, alla domanda di Pilato se davvero egli fosse re, rispose: "Tu lo dici: Io sono re" (Gv 18,37), anche se si affrettò a precisare che "il suo regno non è di questo mondo" (v. 36). Nell'Apocalisse, a Giovanni appare un misterioso personaggio che cavalca un cavallo bianco e "porta scritto sul mantello e sul femore un nome: "Re dei re e Signore dei signori" (Ap 19,16).
Se la Chiesa ce la ripropone a conclusione dell'anno liturgico, si è perché "la regalità di Cristo sintetizza liturgicamente e spiritualmente il ciclo del nostro culto annuale, e propone alla nostra vita religiosa una meditazione globale stupenda e sconfinata. La nostra cristologia si fa cristocentrica... Essa è la chiave per comprendere il Vangelo, se davvero il Vangelo è, come sappiamo, l'annuncio e l'inaugurazione nel tempo, nell'umanità, nella vita della Chiesa del regno di Dio; la regalità è la veste che ci aiuta a penetrare il mistero di Cristo nella sua profondità ineffabile (cf Ap 1,12ss), nella sua estensione cosmica,2 nella sua formulazione teologica... Troveremo nella celebrazione della regalità di Cristo i motivi per adorarlo nella sua divinità, per avvicinarlo nella sua umanità; troveremo, sì, la sua maestà e la sua potestà, ma altresì la sua centralità effusiva dello Spirito santificante e attrattiva d'ogni umano destino; troveremo il Capo, il Maestro, il Salvatore, il Verbo incarnato, l'Agnello di Dio, Sacerdote e Vittima d'infinita bontà".3
Come si vede, una festa che di fatto sintetizza tutta la nostra fede e anche la nostra vita quale espressione della fedeltà e dell'amore dovuti a Cristo, che per noi è "tutto".

"Susciterò per loro un pastore che le pascerà, Davide mio servo"
Le letture bibliche odierne sono state scelte con fine sensibilità e contribuiscono a darci un quadro abbastanza completo del "senso" della "regalità" di Cristo, che non è pura affermazione della sua sovranità e del suo dominio sugli uomini e sulle cose: essa è anche questo, ma è soprattutto affermazione del suo "amore", della sua premura verso di noi, è volontà di "associarci" alla sua gloria. In altre parole: la sua regalità è una regalità "partecipativa", a cui egli invita tutti i credenti.
È quanto vediamo nella prima lettura, in cui il profeta Ezechiele, dopo aver rimproverato aspramente i re di Giuda e i capi del popolo, che invece di "pascere" Israele "nutrono" col latte delle pecore se stessi (34,3), preannuncia che Dio toglierà dalle loro mani il suo gregge e lo pascolerà da se stesso con animo di vero "pastore", riportandolo dalla terra d'esilio.
Non si dimentichi che l'immagine del "pastore", nel patrimonio letterario dell'antico Oriente e della Grecia antica, viene adoperata per esprimere la dignità "regale". Anche qui Dio si presenta come Re-Pastore, diverso però da tutti gli altri: un Re che non domina, ma "serve" il suo gregge. Perciò va alla ricerca della pecora smarrita, cura quelle più deboli e ferite, di tutte si prende cura. Una "regalità di amore", dunque, non di dominio e tanto meno di sfruttamento.
Interessante però è notare che verso la fine del capitolo Jahvè, che pur si è presentato come pastore, promette di inviare uno che ne faccia come le "veci" e che egli chiama col nome simbolico di Davide: "Susciterò per loro un pastore che le pascerà, Davide mio servo. Egli le condurrà al pascolo, sarà il loro pastore..." (Ez 34,23). È una evidente allusione al Messia; e noi sappiamo come di fatto Gesù si sia presentato come "il buon pastore" (Gv 10,11-18), che va alla ricerca della pecorella smarrita.4
Non è perciò nel torto la Liturgia che, pur facendoci leggere un brano in cui si parla di Jahvè, ci invita a intravedere al di là di lui il volto stesso di Cristo, che ha esercitato la sua "regalità" nell'amore e nella donazione, fino alla morte, per il suo gregge.
Se è una regalità nell'amore, quella di Cristo, non cessa per questo di essere anche una regalità di "giudizio". È quanto troviamo affermato nell'ultimo versetto: "A te, mio gregge, dice il Signore Dio: Ecco, io giudicherò fra pecora e pecora, fra montoni e capri" (34,17). Tutto il grandioso scenario del giudizio finale, descrittoci da Matteo (25,31-46), si trova in embrione in questo testo di Ezechiele. La regalità di Cristo salva, ma può anche condannare!

"Bisogna che egli regni finché non abbia posto tutti i suoi nemici sotto i suoi piedi"
Anche il testo di Paolo, propostoci come seconda lettura, celebra la regalità di Cristo, che si afferma però nella tensione e nella lotta: il "regno", che Cristo si sarà conquistato, sarà finalmente consegnato al Padre, "dopo aver ridotto al nulla ogni principato e ogni potestà e potenza" (1 Cor 15,24). Si tratta certamente di tutte le "potenze" ostili al regno di Dio, celesti e terrestri nello stesso tempo.5
Nel contesto, da cui è ripreso il nostro brano, Paolo sta trattando della risurrezione dei morti, che per lui è implicita e come reclamata dalla risurrezione di Cristo: "Se infatti i morti non risorgono, neanche Cristo è risorto" (1 Cor 15,16). Nella risurrezione di Cristo, però, Paolo vede un gesto di potenza, di regalità sovrana, che si pone al di sopra della stessa inesorabile legge della morte. Cristo dunque è "re" soprattutto perché ha vinto la "morte", presa qui nel suo significato più vasto di devastazione, di fallimento radicale dell'uomo, non solo nella sua fisicità ma anche nella sua spiritualità, e come segno del dominio incontrollato di Satana nel mondo e sugli uomini.
Cristo, però, associa tutti noi a questa vittoria quale "nuovo" Adamo, cioè quale capo spirituale della "nuova" umanità: "Poiché se a causa di un uomo venne la morte, a causa di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti; e come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo" (1 Cor 15, 21-22).
Si noti l'ultima espressione al futuro ("riceveranno la vita"): è una realtà, quella della nostra risurrezione corporea, che dovrà verificarsi nel tempo avvenire. Ma non per questo è meno sicura! L'immagine della "primizia" (vv. 20-23), applicata al Cristo risorto, vuole infatti dire che come i "primi" frutti della terra sono la "garanzia" del raccolto che seguirà più tardi, così avverrà per la nostra risurrezione: Cristo, risorto per primo, ci trascinerà quasi fatalmente nel suo trionfo regale (vv. 20.23-26).
Il regno di Cristo, dunque, non è ancora completo: "l'ultimo nemico", infatti, non è stato "annientato", perché ancora la morte, nel senso ampio che abbiamo sopra detto, continua a devastare gli spiriti e i corpi.
Questo sta a significare che il regno ha una sua essenziale componente "escatologica", che trascende tutte le possibili tappe o realizzazioni storiche che di esso si possono verificare, anche all'interno della Chiesa.
Anzi c'è di più! Il regno stesso di Cristo, secondo Paolo, sarà in un certo senso trasceso da una realtà più grande, cioè dalla "sovranità" diretta e immediata del Padre su tutta la realtà cosmica, ivi incluso Cristo: "E quando tutto gli sarà stato sottomesso, anche lui, il Figlio, sarà sottomesso a Colui che gli ha sottomesso ogni cosa perché Dio sia tutto in tutti" (v. 28).
L'ultima espressione dà veramente il senso dell'infinito, anche per la quasi impossibilità in cui si trovano i traduttori di renderla in tutta la sua pregnanza: "Perché Dio sia tutto in tutti". Non è certo una forma di "panteizzazione" che insegna qui Paolo; ma è altrettanto vero che Dio si renderà presente e trasparente nello spirito e nel corpo di tutti i redenti, così come in tutta la realtà creata, ad analogia di quanto è avvenuto in Cristo.
Questa sovranità ultima e definitiva di Dio passa dunque ancora per Cristo: è lui che offrirà noi, insieme a se stesso, al Padre. Senza di noi egli non avrebbe un "regno" da offrire a Dio, il che significa che non siamo soltanto "sudditi", ma anche "conregnanti" insieme a lui.

"Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare"
Lo stesso concetto affiora anche nella meravigliosa pagina del Vangelo che conclude il "discorso escatologico" di Gesù, in cui egli ci si presenta come "re" e "giudice" nello stesso tempo. A quelli che avranno la fortuna di trovarsi alla sua destra dirà: "Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo" (Mt 25,34).
Il "regno" qui non può essere se non la piena partecipazione alla sua "regalità", che Cristo offre ai suoi eletti come ricompensa per il loro fedele servizio. Qualcosa di analogo all'"autorità" concessa a coloro che hanno ben trafficato i talenti: "Bene, servo buono e fedele, ...sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone" (Mt 25,21.23).
Più che regnare, Cristo vuole "con-regnare" con i suoi. E questo non soltanto nella fase escatologica, ma anche nello svolgimento della storia, proprio perché essa sia preparazione, faticosa ma costante, della sua definitiva "sovranità" su tutto e su tutti.
Il "giudizio" ultimo, infatti, che Cristo pronuncerà sulle azioni degli uomini, sarà relativo allo spazio di amore che essi avranno fatto alla sua "persona" nel corpo e nel cuore affranto dei fratelli. La sua "regalità" non esplode all'improvviso: si prepara lentamente nelle azioni di ogni giorno. "Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi... In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me" (Mt 25,35-36.40).
Gli studiosi disputano sulla identità di quei "fratelli più piccoli", nei quali gli altri uomini hanno saputo conoscere, o meno, il Cristo presente. Per alcuni si tratterebbe dei missionari cristiani, che anche altrove Gesù chiama "piccoli" e "fratelli" (cf Mt 18), osteggiati oppure bene accolti dai "pagani", che sarebbero rappresentati appunto da "tutte le genti" (in greco pánta éthne) che egli "raduna davanti a sé" (25,32) per il giudizio ultimo. Nonostante alcune buone ragioni, siamo però del parere che si tratti piuttosto dei "poveri", dei bisognosi, degli abbandonati o emarginati in genere, a prescindere che siano cristiani o meno. Quello che li accomuna è la loro situazione di miseria e di abbandono da parte degli altri.

"Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli..."
L'elenco che enumera affamati, assetati, forestieri, nudi, ecc., ripete gli schemi tradizionali delle opere di misericordia previste dalla Bibbia.6 Quello che è nuovo, invece, è il motivo che dà valore al gesto di carità o ne rende estremamente grave il rifiuto, e cioè la "presenza di Cristo" nei poveri e nei bisognosi: "Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere?... Rispondendo il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me... Ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l'avete fatto a me" (vv. 37.40.45).
Come spiegare questa misteriosa quasi identificazione di Cristo con quelli che egli chiama i suoi "fratelli più piccoli", perché più deboli, più trascurati, respinti al margine della società?
Prima di tutto per una specie di connaturalità di destino: anch'egli infatti è stato povero; peggio ancora, è stato conculcato, oppresso, respinto, emarginato dalla società del suo tempo e da quelle di tutti i tempi, anche il nostro. In secondo luogo, perché dovunque c'è una ingiustizia, una miseria, una sofferenza, un rigetto, c'è anche una situazione di peccato, di dissoluzione morale: ed egli è venuto precisamente per "togliere il peccato del mondo" (Gv 1,29), denunciando e condannando il male dovunque si trovi. Per questo è vicino a chiunque soffre ingiustizia, sia da parte degli altri uomini che da parte delle strutture sociali, politiche, economiche e anche religiose.
In questo senso si può vedere facilmente come l'accettazione di Cristo significhi la rivalutazione dell'uomo, il riconoscimento di una dignità impressa nel cuore e nel corpo sfigurato di ogni fratello. La "regalità" di Cristo è nello stesso tempo la proclamazione della "regalità" di tutti gli uomini, che egli è venuto a salvare e ha costituito "figli di Dio", e perciò degni di ogni rispetto.
Proprio per questo bisogna fare "posto" a Cristo nel mondo: solo accettando lui, si "promuove" veramente la dignità dell'uomo e si va incontro a tutti i suoi bisogni e ai suoi desideri più profondi. 
È l'invito che papa Giovanni Paolo II ha rivolto al mondo nel giorno della inaugurazione del suo Pontificato: "Non abbiate paura di accogliere Cristo e di accettare la sua potestà!... Aprite, anzi spalancate le porte a Cristo! Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo. Non abbiate paura! Cristo sa "cosa c'è dentro l'uomo". Solo lui lo sa!" (22 ottobre 1978).

Da: CIPRIANI Settimio, Convocati dalla Parola

mercoledì 22 novembre 2017

San Clemente I Papa


23 NOVEMBRE - SAN CLEMENTE I, PAPA E MARTIRE


23 NOVEMBRE - SAN CLEMENTE I, PAPA E MARTIRE 

La figura di san Clemente ci si presenta alle origini della Chiesa di Roma ornata di particolare splendore. Scomparsi ormai gli Apostoli, egli pare oscurare i santi Lino e Cleto, che lo precedettero nel Pontificato, sicché si passa quasi naturalmente da Pietro a Clemente e anche le Chiese di Oriente ne celebrano il ricordo con solennità non minore della Chiesa latina. Egli fu davvero Pontefice universale e con lui si sente già che la Chiesa intera si fa attenta agli atti e agli scritti del Pontefice. Per la stima altissima di cui godette, gli furono attribuiti parecchi scritti apocrifi, che è facile distinguere dagli scritti veramente suoi.

L'epistola ai Corinti.
Il tempo ha cancellato e fatto sparire tutti i documenti, che attestavano l'intervento di Clemente nelle cose riguardanti le Chiese lontane; ne ha risparmiato uno solo, ma questo solo ci presenta il Vescovo di Roma nel pieno esercizio del suo potere monarchico su tutta la Chiesa fin da quell'epoca. La Chiesa di Corinto era agitata da discordie intestine suscitate dalla gelosia a riguardo di alcuni pastori. Tali discordie, che già apparivano in germe ai tempi di san Paolo, avevano distrutto la pace e causato scandalo perfino nei pagani. La Chiesa di Corinto sentì finalmente il bisogno di frenare il disordine, che poteva pregiudicare la diffusione della fede, e dovette cercare per questo un aiuto fuori del suo seno. Gli Apostoli ormai erano morti tutti, fatta eccezione di san Giovanni, che illuminava ancora la Chiesa del suo fulgore. La distanza da Corinto ad Efeso non era affatto considerevole; e tuttavia la Chiesa di Corinto non si rivolse per nulla ad Efeso, ma a Roma.
Clemente prese conoscenza della questione che le lettere di questa Chiesa esponevano al suo giudizio, e inviò a Corinto cinque commissari, che dovevano rappresentarvi l'autorità della Cattedra apostolica. Essi erano latori di una lettera definita da sant'Ireneo potentissima, potentissimas litteras (Contra Haereses, III, 3).
La lettera fu stimata così bella e così apostolica che in molte Chiese venne letta pubblicamente per molto tempo, come se fosse una continuazione delle Scritture canoniche. Il tono di essa è elevato e paterno, conforme al consiglio che san Pietro dà ai pastori. "Clemente non si schiera in favore di alcuno, non fa nomi, ma cerca di elevare lo spirito dei fedeli al di sopra delle passioni, delle querele, dei rancori con la considerazione della bontà divina e dei celebri esempi biblici. Una certa disposizione della Scrittura, di insinuante nell'argomentazione, un'unzione che viene dal gusto istintivo per le cose morali, danno al testo greco un profumo di latinità e ne fanno qualcosa che si differenzia totalmente dagli scritti di Pietro, di Paolo e di Giovanni nei quali tutto ha sapore e mistero di intuizione diretta della Rivelazione divina. Con la lettera di Clemente siamo usciti dallo stadio iniziale in cui lo Spirito si effonde a fiotti incalzanti nelle Scritture canoniche, ma siamo ancora molto vicini alla sorgente, al centro, al cuore della Chiesa capitale: 'Volgiamo gli occhi al Padre e Creatore dell'universo, ricordiamo i suoi benefici, i doni magnifici e immeritati della sua pace, contempliamolo con il pensiero, guardiamo con gli occhi dello Spirito la sua volontà paziente, vediamo come egli è dolce e buono verso tutte le creature... (XIX, 2-3). Il Padre, tutto misericordia e tutto teso a fare benefici, è tutto cuore per quelli che lo temono, concede largamente i suoi favori, con soave bontà, a quelli che si avvicinano a lui con semplicità di cuore. Non abbiamo diffidenze, non ci turbino i suoi doni meravigliosi e splendidi... ' (XXII, 1-2). San Clemente resta per noi il dottore della clemenza divina" (R. Denis e R. Boulet Romée, p. 458).
Un linguaggio così solenne e fermo raggiunse il suo effetto: la pace tornò nella Chiesa di Corinto e i messaggeri della Chiesa romana ne portarono tosto notizia. Un secolo dopo san Dionigi, vescovo di Corinto, testimoniava ancora a Papa san Sotero la gratitudine della sua Chiesa verso san Clemente, per l'aiuto che le aveva dato.

La leggenda di san Clemente.
Gli Atti di san Clemente (poco sicuri), ci riferiscono che fu mandato in esilio nel Chersoneso e condannato ad estrarre e a tagliare marmi e, per questo, è patrono dei marmisti.
La leggenda ci riferisce ancora un particolare talmente gustoso che non possiamo tralasciarlo. San Clemente era stato precipitato in mare con un'ancora al collo. Il giorno anniversario del martirio il mare si ritirò in modo che si poteva andare ad un tempio sottomarino costruito dagli angeli sopra il corpo del martire. Tornato poi il mare al suo posto, una donna si accorse di avere smarrito in quel tempio il suo bambino, ma nell'anniversario seguente, ritiratosi ancora il mare, ritrovò il bambino sano e salvo.
Un altro particolare, che, come quello riferito, trae origine da qualche mosaico, ci presenta l'Agnello di Dio, che, apparendo su una montagna, indica con la punta del piede a Clemente una sorgente che zampilla.
La Liturgia si è impadronita dei due racconti e ne ha composto le belle Antifone dell'Ufficio che riportiamo:

ANTIFONE
Preghiamo tutti il Signore, perché faccia zampillare una sorgente di acqua per i suoi credenti.
Mentre san Clemente pregava, gli apparve l'Agnello di Dio.
Senza guardare i miei meriti, ecco che il Signore mi ha mandato a voi per aver parte alla vostra corona.
Ho visto l'Agnello in piedi sulla montagna e sotto il suo piede sgorgava una sorgente viva.
 La sorgente viva che sgorga sotto il suo piede è il fiume impetuoso che raggiunge la città di Dio.
Tutte le nazioni all'intorno credettero al Cristo Signore.
Mentre egli se ne andava verso il mare, il popolo pregava gridando: Signore Gesù Cristo, salvalo; e Clemente, piangendo, diceva: Padre, ricevi mio spirito.
Al tuo martire Clemente hai dato, o Signore, per dimora un tempio di marmo costruito in mezzo al mare dagli Angeli e ne hai reso possibile l'accesso agli abitanti del paese, perché potessero narrare le tue meraviglie.

VITA. - Sant'Ireneo ci informa che san Clemente è il terzo successore di san Pietro e sappiamo che governò la Chiesa probabilmente tra l'anno 88 e il 97. Egli poté conoscere gli Apostoli Pietro e Paolo e sant'Ireneo ci afferma che fu loro discepolo, mentre Tertulliano dice che fu ordinato dal primo Papa. La lettera ai Corinti gli dà il primo posto fra gli scrittori ecclesiastici dei quali si accerta l'autenticità. La storia non ci dice nulla della sua origine, ma possiamo credere che fosse giudeo e che avesse ricevuta una formazione letteraria e filosofica piuttosto accurata. Il contenuto della sua lettera rivela in lui il carattere di un uomo di governo, nonché elette qualità e virtù. La tradizione lo vuole martire. 

Recitiamo in suo onore la grande preghiera che si legge nella Epistola ai Corinti:
"Apristi gli occhi dei nostri cuori perché conoscessero te solo, Altissimo nel più alto dei cieli, il Santo che riposa in mezzo ai Santi, Tu che abbatti l'insolenza degli orgogliosi, che svii i calcoli dei popoli, che esalti gli umili, che abbassi i grandi; Tu che dai ricchezza e povertà, che uccidi, salvi e risusciti; Unico benefattore delle anime e Dio di ogni uomo, contemplatore degli abissi, scrutatore delle opere dell'uomo, soccorso nei pericoli, Salvatore di chi dispera, Creatore e vescovo delle anime tutte. 
Tu che moltiplichi i popoli sulla terra, che hai scelto fra essi quelli che ti amano per mezzo di Gesù Cristo, tuo Figlio diletto nel quale ci hai istruiti, santificati e onorati. Sii nostro soccorso e sostegno, te ne preghiamo, o Maestro! Sii salvezza agli oppressi e abbi pietà per gli umili; rialza quelli che sono caduti, rivelati a coloro che sono nel bisogno, guarisci i malati, riconduci gli sbandati del tuo popolo sul buon sentiero, sazia chi ha fame, libera chi è prigioniero, rialza i languenti, da forza ai deboli. Tu solo sei Dio, Gesù è tuo Figlio, noi siamo il tuo popolo, le pecorelle dei tuoi pascoli.
Con le tue opere hai rivelato l'ordine immortale del mondo. Tu, o Signore che creasti la terra, che resti fedele alla tua parola per tutte le generazioni, Tu giusto nei tuoi giudizi, ammirabile nella tua forza e nella tua magnificenza, sapiente nella creazione, prudente nel consolidare le cose create, buono nelle cose visibili, fedele verso coloro che confidano in Te, misericordioso e pieno di compatimento, perdona i nostri peccati, le ingiustizie, le cadute, gli errori.
 Non contare i peccati dei tuoi servi e delle tue ancelle, purificaci invece con la tua verità, dirigi i nostri passi, perché possiamo camminare con santità di cuore, facendo ciò che è bene e piace agli occhi tuoi e agli occhi dei nostri preposti.               
Sì, o Maestro, mostraci la luce del tuo volto, perché possiamo godere dei beni in pace, perché siamo protetti dalla potente tua mano, perché il fortissimo tuo braccio ci tragga dalla schiavitù del peccato e ci liberi da chi ingiustamente ci odia.
Dà concordia e pace a noi e a tutti gli abitanti della terrà, come la desti ai nostri padri, quando ti invocarono santamente nella fede e nella verità. Rendici sottomessi al tuo Nome potente ed eccellentissimo, ai nostri prìncipi e tutti coloro che ci governano in terra.
Tu, o Maestro, hai dato loro il potere della regalità con la tua magnifica e invisibile potenza, perché, conoscendo la gloria e l'onore che loro hai partecipato, noi siamo sottomessi e non ci opponiamo alla tua volontà. Concedi loro, o Signore, salute, pace, concordia, stabilità, affinché possano esercitare la sovranità che loro hai data senza contrasti. Sei infatti Tu, o Maestro, re dei secoli, che concedi ai figli degli uomini gloria, onore e potere sulle cose della terra. Dirigi, Signore, il loro spirito, affinché seguano ciò che è bene, ciò che piace a te e, esercitando il potere che loro hai dato nella pietà, nella pace e nella mansuetudine, ti abbiamo sempre propizio. Tu solo puoi fare queste cose e procurarci beni anche più grandi.
Ti ringraziamo nel grande sacerdote e capo delle anime nostre, Gesù Cristo, nel quale sia a Te gloria e grandezza, adesso e nei secoli dei secoli, attraverso tutte le generazioni. Così sia" (San Clem. Romano, Ippolito Hemmer, p. 121, 129, Picard, 1909). 

da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. Roberti, P. Graziani e P. Suffia, Alba, 1959, p. 1308-1312