venerdì 24 novembre 2017

26 NOVEMBRE 2017 | 34A DOMENICA. CRISTO RE - T. ORDINARIO - A | LECTIO DIVINA


26 NOVEMBRE 2017 | 34A DOMENICA. CRISTO RE - T. ORDINARIO - A | LECTIO DIVINA

"Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra..."
La Liturgia chiude oggi il suo ciclo con gli splendori della festa di Cristo "Re dell'universo".
L'istituzione di questa festa è recente: la proclamò Pio XI con la enciclica Quas primas, alla fine dell'Anno Santo del 1925.1 La sua origine, però, è molto più lontana. Risale a Cristo stesso che, alla domanda di Pilato se davvero egli fosse re, rispose: "Tu lo dici: Io sono re" (Gv 18,37), anche se si affrettò a precisare che "il suo regno non è di questo mondo" (v. 36). Nell'Apocalisse, a Giovanni appare un misterioso personaggio che cavalca un cavallo bianco e "porta scritto sul mantello e sul femore un nome: "Re dei re e Signore dei signori" (Ap 19,16).
Se la Chiesa ce la ripropone a conclusione dell'anno liturgico, si è perché "la regalità di Cristo sintetizza liturgicamente e spiritualmente il ciclo del nostro culto annuale, e propone alla nostra vita religiosa una meditazione globale stupenda e sconfinata. La nostra cristologia si fa cristocentrica... Essa è la chiave per comprendere il Vangelo, se davvero il Vangelo è, come sappiamo, l'annuncio e l'inaugurazione nel tempo, nell'umanità, nella vita della Chiesa del regno di Dio; la regalità è la veste che ci aiuta a penetrare il mistero di Cristo nella sua profondità ineffabile (cf Ap 1,12ss), nella sua estensione cosmica,2 nella sua formulazione teologica... Troveremo nella celebrazione della regalità di Cristo i motivi per adorarlo nella sua divinità, per avvicinarlo nella sua umanità; troveremo, sì, la sua maestà e la sua potestà, ma altresì la sua centralità effusiva dello Spirito santificante e attrattiva d'ogni umano destino; troveremo il Capo, il Maestro, il Salvatore, il Verbo incarnato, l'Agnello di Dio, Sacerdote e Vittima d'infinita bontà".3
Come si vede, una festa che di fatto sintetizza tutta la nostra fede e anche la nostra vita quale espressione della fedeltà e dell'amore dovuti a Cristo, che per noi è "tutto".

"Susciterò per loro un pastore che le pascerà, Davide mio servo"
Le letture bibliche odierne sono state scelte con fine sensibilità e contribuiscono a darci un quadro abbastanza completo del "senso" della "regalità" di Cristo, che non è pura affermazione della sua sovranità e del suo dominio sugli uomini e sulle cose: essa è anche questo, ma è soprattutto affermazione del suo "amore", della sua premura verso di noi, è volontà di "associarci" alla sua gloria. In altre parole: la sua regalità è una regalità "partecipativa", a cui egli invita tutti i credenti.
È quanto vediamo nella prima lettura, in cui il profeta Ezechiele, dopo aver rimproverato aspramente i re di Giuda e i capi del popolo, che invece di "pascere" Israele "nutrono" col latte delle pecore se stessi (34,3), preannuncia che Dio toglierà dalle loro mani il suo gregge e lo pascolerà da se stesso con animo di vero "pastore", riportandolo dalla terra d'esilio.
Non si dimentichi che l'immagine del "pastore", nel patrimonio letterario dell'antico Oriente e della Grecia antica, viene adoperata per esprimere la dignità "regale". Anche qui Dio si presenta come Re-Pastore, diverso però da tutti gli altri: un Re che non domina, ma "serve" il suo gregge. Perciò va alla ricerca della pecora smarrita, cura quelle più deboli e ferite, di tutte si prende cura. Una "regalità di amore", dunque, non di dominio e tanto meno di sfruttamento.
Interessante però è notare che verso la fine del capitolo Jahvè, che pur si è presentato come pastore, promette di inviare uno che ne faccia come le "veci" e che egli chiama col nome simbolico di Davide: "Susciterò per loro un pastore che le pascerà, Davide mio servo. Egli le condurrà al pascolo, sarà il loro pastore..." (Ez 34,23). È una evidente allusione al Messia; e noi sappiamo come di fatto Gesù si sia presentato come "il buon pastore" (Gv 10,11-18), che va alla ricerca della pecorella smarrita.4
Non è perciò nel torto la Liturgia che, pur facendoci leggere un brano in cui si parla di Jahvè, ci invita a intravedere al di là di lui il volto stesso di Cristo, che ha esercitato la sua "regalità" nell'amore e nella donazione, fino alla morte, per il suo gregge.
Se è una regalità nell'amore, quella di Cristo, non cessa per questo di essere anche una regalità di "giudizio". È quanto troviamo affermato nell'ultimo versetto: "A te, mio gregge, dice il Signore Dio: Ecco, io giudicherò fra pecora e pecora, fra montoni e capri" (34,17). Tutto il grandioso scenario del giudizio finale, descrittoci da Matteo (25,31-46), si trova in embrione in questo testo di Ezechiele. La regalità di Cristo salva, ma può anche condannare!

"Bisogna che egli regni finché non abbia posto tutti i suoi nemici sotto i suoi piedi"
Anche il testo di Paolo, propostoci come seconda lettura, celebra la regalità di Cristo, che si afferma però nella tensione e nella lotta: il "regno", che Cristo si sarà conquistato, sarà finalmente consegnato al Padre, "dopo aver ridotto al nulla ogni principato e ogni potestà e potenza" (1 Cor 15,24). Si tratta certamente di tutte le "potenze" ostili al regno di Dio, celesti e terrestri nello stesso tempo.5
Nel contesto, da cui è ripreso il nostro brano, Paolo sta trattando della risurrezione dei morti, che per lui è implicita e come reclamata dalla risurrezione di Cristo: "Se infatti i morti non risorgono, neanche Cristo è risorto" (1 Cor 15,16). Nella risurrezione di Cristo, però, Paolo vede un gesto di potenza, di regalità sovrana, che si pone al di sopra della stessa inesorabile legge della morte. Cristo dunque è "re" soprattutto perché ha vinto la "morte", presa qui nel suo significato più vasto di devastazione, di fallimento radicale dell'uomo, non solo nella sua fisicità ma anche nella sua spiritualità, e come segno del dominio incontrollato di Satana nel mondo e sugli uomini.
Cristo, però, associa tutti noi a questa vittoria quale "nuovo" Adamo, cioè quale capo spirituale della "nuova" umanità: "Poiché se a causa di un uomo venne la morte, a causa di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti; e come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo" (1 Cor 15, 21-22).
Si noti l'ultima espressione al futuro ("riceveranno la vita"): è una realtà, quella della nostra risurrezione corporea, che dovrà verificarsi nel tempo avvenire. Ma non per questo è meno sicura! L'immagine della "primizia" (vv. 20-23), applicata al Cristo risorto, vuole infatti dire che come i "primi" frutti della terra sono la "garanzia" del raccolto che seguirà più tardi, così avverrà per la nostra risurrezione: Cristo, risorto per primo, ci trascinerà quasi fatalmente nel suo trionfo regale (vv. 20.23-26).
Il regno di Cristo, dunque, non è ancora completo: "l'ultimo nemico", infatti, non è stato "annientato", perché ancora la morte, nel senso ampio che abbiamo sopra detto, continua a devastare gli spiriti e i corpi.
Questo sta a significare che il regno ha una sua essenziale componente "escatologica", che trascende tutte le possibili tappe o realizzazioni storiche che di esso si possono verificare, anche all'interno della Chiesa.
Anzi c'è di più! Il regno stesso di Cristo, secondo Paolo, sarà in un certo senso trasceso da una realtà più grande, cioè dalla "sovranità" diretta e immediata del Padre su tutta la realtà cosmica, ivi incluso Cristo: "E quando tutto gli sarà stato sottomesso, anche lui, il Figlio, sarà sottomesso a Colui che gli ha sottomesso ogni cosa perché Dio sia tutto in tutti" (v. 28).
L'ultima espressione dà veramente il senso dell'infinito, anche per la quasi impossibilità in cui si trovano i traduttori di renderla in tutta la sua pregnanza: "Perché Dio sia tutto in tutti". Non è certo una forma di "panteizzazione" che insegna qui Paolo; ma è altrettanto vero che Dio si renderà presente e trasparente nello spirito e nel corpo di tutti i redenti, così come in tutta la realtà creata, ad analogia di quanto è avvenuto in Cristo.
Questa sovranità ultima e definitiva di Dio passa dunque ancora per Cristo: è lui che offrirà noi, insieme a se stesso, al Padre. Senza di noi egli non avrebbe un "regno" da offrire a Dio, il che significa che non siamo soltanto "sudditi", ma anche "conregnanti" insieme a lui.

"Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare"
Lo stesso concetto affiora anche nella meravigliosa pagina del Vangelo che conclude il "discorso escatologico" di Gesù, in cui egli ci si presenta come "re" e "giudice" nello stesso tempo. A quelli che avranno la fortuna di trovarsi alla sua destra dirà: "Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo" (Mt 25,34).
Il "regno" qui non può essere se non la piena partecipazione alla sua "regalità", che Cristo offre ai suoi eletti come ricompensa per il loro fedele servizio. Qualcosa di analogo all'"autorità" concessa a coloro che hanno ben trafficato i talenti: "Bene, servo buono e fedele, ...sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone" (Mt 25,21.23).
Più che regnare, Cristo vuole "con-regnare" con i suoi. E questo non soltanto nella fase escatologica, ma anche nello svolgimento della storia, proprio perché essa sia preparazione, faticosa ma costante, della sua definitiva "sovranità" su tutto e su tutti.
Il "giudizio" ultimo, infatti, che Cristo pronuncerà sulle azioni degli uomini, sarà relativo allo spazio di amore che essi avranno fatto alla sua "persona" nel corpo e nel cuore affranto dei fratelli. La sua "regalità" non esplode all'improvviso: si prepara lentamente nelle azioni di ogni giorno. "Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi... In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me" (Mt 25,35-36.40).
Gli studiosi disputano sulla identità di quei "fratelli più piccoli", nei quali gli altri uomini hanno saputo conoscere, o meno, il Cristo presente. Per alcuni si tratterebbe dei missionari cristiani, che anche altrove Gesù chiama "piccoli" e "fratelli" (cf Mt 18), osteggiati oppure bene accolti dai "pagani", che sarebbero rappresentati appunto da "tutte le genti" (in greco pánta éthne) che egli "raduna davanti a sé" (25,32) per il giudizio ultimo. Nonostante alcune buone ragioni, siamo però del parere che si tratti piuttosto dei "poveri", dei bisognosi, degli abbandonati o emarginati in genere, a prescindere che siano cristiani o meno. Quello che li accomuna è la loro situazione di miseria e di abbandono da parte degli altri.

"Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli..."
L'elenco che enumera affamati, assetati, forestieri, nudi, ecc., ripete gli schemi tradizionali delle opere di misericordia previste dalla Bibbia.6 Quello che è nuovo, invece, è il motivo che dà valore al gesto di carità o ne rende estremamente grave il rifiuto, e cioè la "presenza di Cristo" nei poveri e nei bisognosi: "Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere?... Rispondendo il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me... Ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l'avete fatto a me" (vv. 37.40.45).
Come spiegare questa misteriosa quasi identificazione di Cristo con quelli che egli chiama i suoi "fratelli più piccoli", perché più deboli, più trascurati, respinti al margine della società?
Prima di tutto per una specie di connaturalità di destino: anch'egli infatti è stato povero; peggio ancora, è stato conculcato, oppresso, respinto, emarginato dalla società del suo tempo e da quelle di tutti i tempi, anche il nostro. In secondo luogo, perché dovunque c'è una ingiustizia, una miseria, una sofferenza, un rigetto, c'è anche una situazione di peccato, di dissoluzione morale: ed egli è venuto precisamente per "togliere il peccato del mondo" (Gv 1,29), denunciando e condannando il male dovunque si trovi. Per questo è vicino a chiunque soffre ingiustizia, sia da parte degli altri uomini che da parte delle strutture sociali, politiche, economiche e anche religiose.
In questo senso si può vedere facilmente come l'accettazione di Cristo significhi la rivalutazione dell'uomo, il riconoscimento di una dignità impressa nel cuore e nel corpo sfigurato di ogni fratello. La "regalità" di Cristo è nello stesso tempo la proclamazione della "regalità" di tutti gli uomini, che egli è venuto a salvare e ha costituito "figli di Dio", e perciò degni di ogni rispetto.
Proprio per questo bisogna fare "posto" a Cristo nel mondo: solo accettando lui, si "promuove" veramente la dignità dell'uomo e si va incontro a tutti i suoi bisogni e ai suoi desideri più profondi. 
È l'invito che papa Giovanni Paolo II ha rivolto al mondo nel giorno della inaugurazione del suo Pontificato: "Non abbiate paura di accogliere Cristo e di accettare la sua potestà!... Aprite, anzi spalancate le porte a Cristo! Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo. Non abbiate paura! Cristo sa "cosa c'è dentro l'uomo". Solo lui lo sa!" (22 ottobre 1978).

Da: CIPRIANI Settimio, Convocati dalla Parola

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