venerdì 29 dicembre 2017

Maria Madre di Dio


1 GENNAIO 2018 - MARIA SS. MADRE DI DIO | LETTURE - OMELIE


1 GENNAIO 2018   - MARIA SS. MADRE DI DIO  |  LETTURE - OMELIE

"Dio mandò il suo Figlio, nato da donna"
Molto opportunamente nell'ottava di Natale la Chiesa celebra la festa di Maria SS. "madre di Dio". È più che giusto, infatti, che il giubilo di questi giorni non ci faccia dimenticare colei, dalla quale e per mezzo della quale soltanto è venuto a noi il Salvatore del mondo: quando nasce un bambino non si fa festa a lui solamente, ma anche alla madre, di cui una parte di vita si è come trasfusa nel figlio.
Inoltre, è importante notare che noi celebriamo oggi la festa di Maria come "madre di Dio", cioè nel suo rapporto generativo con Gesù in quanto "Figlio di Dio". Insieme ai fratelli orientali, infatti, anche noi veneriamo "Maria sempre vergine, solennemente proclamata santissima madre di Dio dal concilio di Efeso, perché Cristo fosse riconosciuto in senso vero e proprio Figlio di Dio e figlio dell'uomo". 
La "maternità" di Maria trascende, pertanto, il meramente umano per attingere il mondo del divino: siamo davanti a un suo misterioso "imparentamento" con la SS. Trinità, che ci fa intravedere gli abissi della sua grandezza ed anche la sua forza di "intercessione" presso il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.
Ed è particolarmente significativo che di fatto tale festa coincida con l'inizio dell'anno civile: quasi un augurio che la Chiesa vuol fare a tutti i suoi figli, di felicità, di pace e di benessere in nome e per l'intercessione di colei che, donandoci Gesù, ci ha donato ogni "bene". Potrà negarci qualcosa la benevolenza materna di Maria, che in Cristo ha adottato anche ciascuno di noi come "figli"?
"Fa' che in questa celebrazione della divina maternità di Maria gustiamo le primizie del tuo amore" È quanto esprimono soprattutto le orazioni della Liturgia odierna, a incominciare dalla colletta.
Più densa ancora e più commossa l'orazione sopra le offerte: "O Dio, che nella tua provvidenza dai inizio e compimento a tutto il bene che è nel mondo, fa' che in questa celebrazione della divina maternità di Maria gustiamo le primizie del tuo amore misericordioso, per goderne felicemente i frutti". Le "primizie" dell'amore misericordioso di Dio le abbiamo in questo fanciullo, che Maria sorregge al seno, per allattarlo e proteggerlo; i "frutti" li godiamo già nel sentirci da lui "salvati" e li godremo maggiormente nella gloria del cielo.
Cosicché è tutto l'arco della nostra vita che la Liturgia pone sotto la intercessione e lo sguardo materno di Maria all'inizio del nuovo anno, quasi per prevenirne i rischi, le incertezze, i possibili fallimenti, le delusioni, le amarezze. Abbiamo sempre un cuore di "madre" in cui riversare le nostre lacrime, le nostre paure, l'angoscia tormentosa per certi problemi che talvolta ci sembrano più grandi della nostra possibilità di risolverli!
È quanto ci ricorda nella sua seconda enciclica Giovanni Paolo II, parlando di Maria come di colei che più di ogni creatura ha "esperimentato" e nello stesso tempo "rivelato" la "misericordia", cioè l'amore preveniente e perdonante di Dio.
"Appunto a questo amore "misericordioso", che viene manifestato soprattutto a contatto con il male morale e fisico, partecipava in modo singolare ed eccezionale il cuore di colei che fu madre del Crocifisso e del Risorto, partecipava Maria. Ed in lei e per mezzo di lei, esso non cessa di rivelarsi nella storia della Chiesa e nell'umanità. Tale rivelazione è specialmente fruttuosa, perché si fonda, nella madre di Dio, sul singolare tatto del suo cuore materno, sulla sua particolare sensibilità, sulla sua particolare idoneità a raggiungere tutti coloro che accettano più facilmente l'amore misericordioso da parte di una madre. Questo è uno dei grandi e vivificanti misteri del cristianesimo, tanto strettamente connesso con il mistero dell'incarnazione".
I pastori "andarono e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino..."
Ma cerchiamo adesso, alla luce di queste riflessioni che la Liturgia ci suggerisce, di rileggere i testi biblici propostici per oggi. Forse ci appariranno anche più ricchi di quello che non sarebbero se fossero presi nel loro più preciso contesto extra-liturgico.
Il brano di Vangelo ci descrive l'andata dei pastori a Betlemme, dopo il gioioso annuncio dell'angelo: "Oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia" (Lc 2,11-12). Il "segno" era assai modesto: ma essi lo sentono anche più adatto alla loro situazione di gente umile e semplice.
Perciò "andarono senz'indugio e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, che giaceva nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro..." (Lc 2,16-20).
È evidente da tutto il contesto che il protagonista della scena è "il bambino": è per "vedere" lui (v. 17) che i pastori si muovono "senz'indugio" (v. 16); di lui "riferiscono" a Maria e a Giuseppe tutto ciò che era stato detto dall'angelo (v. 17); di lui parlano ancora, al loro ritorno, raccontando ciò che "avevano udito e visto" (v. 20).
"Maria serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore"
Però insieme al bambino emerge anche la madre, in un atteggiamento insieme gioioso e meditabondo: "Maria serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore" (v. 19).
Questa stessa espressione ricorre in occasione del ritrovamento di Gesù nel tempio (2,51). Essa sta a significare lo stupore assorto di Maria davanti a certi fatti che riguardavano il suo Figlio, e di cui essa non vede il filo segreto che li raccorda: chi ha chiamato quei pastori, perché vengono, che cosa hanno capito del mistero di quel bambino? Che cosa ne capisce lei stessa? Come si svolgerà il disegno di Dio sopra di lui?
È una maternità "difficile" la sua! Direi che essa stessa non la comprende tutta, deve rifletterla, meditarla, assimilarla nel suo intimo, proprio per non intralciare il disegno divino sul suo Figlio. Una maternità, che essa conquista lentamente e che cresce con il Figlio che cresce.
"Quando furon passati gli otto giorni per la circoncisione..."
Il versetto conclusivo, che ci racconta l'episodio della circoncisione di Gesù, di nuovo fa emergere la figura della madre: "Quando furon passati gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall'angelo prima di essere concepito nel grembo della madre" (v. 21).
La circoncisione era il rito mediante il quale si entrava a far parte del popolo eletto, ricevendo contemporaneamente un nome che esprimeva il compito che il nuovo affiliato avrebbe svolto all'interno delle leggi dell'alleanza. Normalmente era il padre che imponeva il nome; qui invece è Maria, a cui appunto l'angelo aveva detto: "Ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù" (1,31). Un nome, come sappiamo, che riassume tutto il compito storico del neonato: Yehôshu&hibar;ah (abbreviato Yeshu&hibar;ah = Gesù), che vuol dire "il Signore salva".
Il fatto che il nome stesso del Figlio sia stato suggerito dall'angelo sta a dire che la sua missione viene da Dio. La madre è solo la mediatrice e la interprete di questo progetto di salvezza, di cui vediamo qui le prime realizzazioni. Comunque, è già di per sé significativo che il Figlio di Dio diventi anche il figlio di Maria: se il suo "grembo" è stato il luogo dove si è formata l'umanità di Cristo, il suo "cuore" e la sua fede l'avevano già generato in anticipo!
"Quando venne la pienezza del tempo..."
Un riferimento alla maternità di Maria, sia pure fugace, lo abbiamo anche nella seconda lettura, in cui san Paolo, per ritrarre quei "volubili" Galati dalla gran voglia che avevano di ritornare sotto la "schiavitù" delle osservanze giudaiche, ricorda loro che Dio ha "mandato" il suo Figlio proprio per "liberarci" di questa schiavitù, partecipandoci la sua stessa condizione "filiale", che è anche condizione di "libertà".
"Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l'adozione a figli..." (Gal 4,4-7).
L'espressione "pienezza del tempo" (v. 4) indica il compiersi del tempo messianico, o escatologico, che corona la lunga attesa dei secoli, come una misura finalmente piena. Questa "pienezza del tempo" di fatto è realizzata dalla "maternità" di Maria. E se il Figlio è più importante della madre, rimane vero tuttavia che senza di lei la "pienezza" non sarebbe venuta. Perciò san Paolo stesso, che è preso totalmente (e a ragione!) da Cristo, non può dimenticare sua madre: "Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge" (v. 4).
Qualche esegeta interpreta questa espressione quasi che volesse dire semplicemente la natura "umana" di Cristo: a nostro parere c'è, invece, un esplicito riferimento a Maria in quanto strumento unico ed eccezionale, di cui Dio ha voluto servirsi per donarci il proprio Figlio. Del resto, in un contesto dove è così insistente l'idea di "paternità" e di "filiazione", perché avrebbe dovuto essere assente l'idea di "maternità"?
"Quindi non sei più schiavo, ma figlio"
Proprio questa ultima riflessione ci permette di allargare il discorso, sempre in riferimento alla "maternità" di Maria, che è l'oggetto della celebrazione odierna.
Dal testo di Paolo risulta chiaramente che il progetto di Dio è quello di partecipare a tutti i credenti la "filiazione" adottiva (v. 5), cioè di assumerci a vivere la stessa vita che vive Gesù in comunione con il Padre e con lo Spirito Santo. È in forza, infatti, dell'inabitazione dello "Spirito del Figlio" in noi, che possiamo chiamare anche noi Dio con il nome di "Abbà" (v. 6), come lo ha chiamato con immenso amore filiale Gesù nell'orto del Getsemani. Perciò l'apostolo conclude interpellando direttamente ogni singolo credente: "Quindi non sei più schiavo, ma figlio: e se figlio, sei anche erede per volontà di Dio" (v. 7).
Tramite questo nostro essere associati alla "filiazione" di Cristo, assumiamo necessariamente tutte le dimensioni che tale filiazione comporta: non soltanto e prima di tutto verso Dio, che san Paolo frequentemente chiama "Padre del Signore nostro Gesù Cristo", ma anche verso Maria. Come nel "Figlio" Iddio ci accetta quali suoi "figli", così anche Maria non può non sentirci come "fratelli" del suo Figlio.
Ed è per questo che l'esaltazione della sua divina maternità è nello stesso tempo l'esaltazione della sua "universale" maternità. A ragione perciò Paolo VI ha proclamato Maria "madre della Chiesa" (21 novembre 1964).
"Il Signore ti conceda pace"
E perché non potremmo, in questa prospettiva, invocarla anche "madre di tutti gli uomini"? Allora comprenderemmo anche meglio perché proprio oggi, in cui celebriamo la "giornata mondiale per la pace", anch'essa voluta da Paolo VI (1968), la Liturgia ci proponga come prima lettura la formula di "benedizione" che il sommo sacerdote pronunciava annualmente su tutto il popolo d'Israele. Essa è ripetuta per ben tre volte, quasi per assicurarne la realizzazione: "Ti benedica il Signore e ti protegga. Il Signore faccia brillare il suo volto su di te e ti sia propizio. Il Signore rivolga su di te il suo volto e ti conceda pace" (Nm 6,24-26).
Sappiamo che nel linguaggio biblico shalôm (= pace) indica la "pienezza" di tutti i beni, a incominciare da quelli spirituali che ci mettono in un corretto rapporto con Dio e con i fratelli, fino a quelli materiali, ivi inclusi il vestito per coprirsi, il cibo necessario per vivere, e tante altre cose.
In questo senso, noi vediamo quale bisogno disperato di "pace" abbiamo tutti nel mondo, oggi: al di là delle molteplici guerre guerreggiate, quante situazioni di ingiustizia e di oppressione ci sono un po' in tutti i paesi, quanti fatti di violenza e di terrorismo turbano e insanguinano le nostre città! E la "collera dei poveri" è sempre lì, pronta ad esplodere.
Veramente ci sentiamo impotenti davanti a problemi, che sembrano più grandi di noi. Eppure oggi più che mai ci rendiamo conto che senza "pace" l'umanità non può vivere. Proprio alla soglia del nuovo anno, in cui si proiettano tutte le nostre speranze, ma a cui si affacciano anche le nostre paure, sentiamo che Dio soltanto può aiutarci in questo sforzo di universale "conversione" alla "pace".
E il sorriso mite di Maria, madre di Gesù e di tutti gli uomini, non potrebbe essere un invito e una implorazione a riscoprirci di nuovo "fratelli" in un mondo che sembra piuttosto destinato a rimbarbarirsi?

Da: CIPRIANI S., 

giovedì 28 dicembre 2017

La Sacra Famiglia (Giorgione)


31 DICEMBRE 2017 - SACRA FAMIGLIA | LETTURE - OMELIE


31 DICEMBRE 2017   - SACRA FAMIGLIA  |  LETTURE - OMELIE

Partì con loro e tornò a Nazaret e stava loro sottomesso"
A qualcuno potrebbe apparire anche superflua la festa della Sacra Famiglia, che la Chiesa ci invita a celebrare in questa Domenica che segue immediatamente la solennità del Natale.
Non si può, infatti, celebrare l'Incarnazione del Figlio di Dio senza pensare a Maria, che lo ha portato per nove mesi nel suo seno, e a Giuseppe, che ha ricoperto con tanto amore e discrezione il ruolo di una vera, anche se particolare, paternità. Del resto, la stessa rappresentazione così vivace e diffusa del "presepe" ci richiama subito alla mente i tre protagonisti di questa storia, che ha dato senso nuovo alla vita di tutti gli uomini.
In realtà, la festa della S. Famiglia, pur congiunta così intimamente al mistero del Natale, assume un significato tutto proprio e direi anche autonomo, soprattutto per i tempi che stiamo vivendo.
Infatti tale celebrazione, nelle intenzioni della Chiesa, vuole afferrare la totalità dell'esperienza umana di "quella" famiglia, dal suo primo costituirsi fino all'inizio della vita pubblica del Signore, alla sua morte e risurrezione, e proporla all'ammirazione e all'imitazione dei credenti. È quanto ci suggerisce la preghiera d'inizio della Liturgia odierna: "O Dio, nostro Padre, che nella santa Famiglia ci hai dato un vero modello di vita, fa' che nelle nostre famiglie fioriscano le stesse virtù e lo stesso amore, perché, riuniti insieme nella tua casa, possiamo godere la gioia senza fine".
E Dio sa quale enorme importanza ha oggi la famiglia sia per la Chiesa che per la società civile, se vogliamo cominciare a ritessere la tela dell'amore fra gli uomini: se non si impara ad amare nella famiglia, non lo si imparerà da nessun'altra parte!
Di qui la priorità della pastorale della famiglia, come ricordava Papa Giovanni Paolo II, inaugurando la 3ª Conferenza generale dell'Episcopato latino-americano: "Fate ogni sforzo perché vi sia una pastorale della famiglia. Dedicatevi a un settore così prioritario con la certezza che la evangelizzazione nel futuro dipende in gran parte dalla "chiesa domestica". È la scuola dell'amore, della conoscenza di Dio, del rispetto alla vita, alla dignità dell'uomo. Tale pastorale è tanto più importante in quanto la famiglia è oggetto di tante minacce. Pensate alle campagne favorevoli al divorzio, all'uso di pratiche anticoncezionali, all'aborto, che distruggono la società".

"Per questo fanciullo ho pregato..."
Le letture bibliche della presente Domenica ci propongono degli esempi concreti di famiglie "reali", in cui l'amore umano e quello divino si sono fusi in un unico grande amore, che solo dà senso e consistenza alla famiglia stessa, pur in mezzo alle tribolazioni e alle difficoltà che può incontrare la vita familiare, per una molteplicità di combinazioni.
È precisamente il caso che ci presenta la prima lettura (1 Sam 1,20-22.24-28), in cui si descrive la nascita e la consacrazione di Samuele al Signore.
Egli è veramente un "dono" di Dio alla madre, che non poteva avere figli perché sterile. Lo aveva chiesto insistentemente in un suo pellegrinaggio al santuario di Silo: "Signore degli eserciti, se vuoi considerare la miseria della tua schiava e ricordarti di me, se non dimenticherai la tua schiava e darai alla tua schiava un figlio maschio, io l'offrirò al Signore per tutti i giorni della sua vita e il rasoio non passerà sul suo capo" (1 Sam 1,11). Le ultime espressioni alludono al segno anche sensibile della "consacrazione" (nazireato) al Signore, cioè il farsi crescere i capelli, come Sansone.
Il Signore non fu sordo alla preghiera e al pianto di una donna che desiderava di allargare il suo amore in un figlio, frutto del proprio seno. "Così al finir dell'anno Anna concepì e partorì un figlio e lo chiamò Samuele. "Perché - diceva - dal Signore l'ho impetrato". Quando poi Elkana (il marito) andò con tutta la famiglia a offrire il sacrificio di ogni anno al Signore e a soddisfare il voto, Anna non andò, perché diceva al marito: "Non verrò, finché il bambino non sia divezzato e io possa condurlo a vedere il volto del Signore; poi resterà là per sempre"" (1 Sam 1,20-22).
Si noti la gratitudine di Anna verso il Signore, anche nella imposizione del nome al figlio: la etimologia è fatta solo per assonanza (di per sé Samuele significa: "nome di Dio"), ma fondamentalmente vuole esprimere che Dio soltanto è all'origine della vita. Ogni vita è sacra, anche quella non ancora nata: per cui l'uomo commette un delitto tutte le volte che tenta di eliminarla o di manipolarla.
Si noti anche la delicatezza della madre, che è tutta presa dalle cure verso il figlio, che non vuole esporre a nessun rischio, neppure per compiere un gesto di culto, a cui pur teneva moltissimo. Il "divezzamento" presso gli Ebrei avveniva molto tardi (2-3 anni): solo allora egli poteva "comparire" davanti al Signore, come di fatto avvenne per Samuele secondo il seguito del racconto (vv. 24-28).
Nel comportamento di Anna, al di là della gratitudine al Signore, c'è da sottolineare la dimensione "religiosa", che dà significato a tutto quello che essa compie: se ogni figlio è dono di Dio, a lui deve necessariamente ritornare, non tanto come offerta semplicemente rituale, ma soprattutto come accettazione di dipendenza da Dio.
Ciò implica tutto un processo "educativo", per cui il figlio viene formato in modo da aprirsi da se stesso, liberamente, al dialogo con Dio. I genitori devono riscoprire la loro fondamentale vocazione e responsabilità di "evangelizzatori" dei figli. È in questa maniera che la famiglia cristiana può, e deve, diventare davvero "chiesa domestica", perché in realtà vi si compie quello che è il compito più specifico della Chiesa, cioè l'annuncio del Vangelo.
La generosità di Anna, però, va anche oltre: si espropria addirittura del figlio per offrirlo al Signore, in servizio al tempio e poi per la missione profetica che Dio gli affiderà: "per tutti i giorni della sua vita egli è ceduto al Signore" (v. 28). La scarsità di "vocazioni", sacerdotali o religiose, nella Chiesa non deriva forse, e principalmente, dal fatto che i genitori, anche cristiani, sentono i figli più come loro "possesso" che come "dono" e "proprietà" del Signore? È per questo che molte volte non solo non favoriscono, ma ostacolano addirittura la loro vocazione.

"Ecco, tuo padre ed io, angosciati ti cercavamo"
Il vivacissimo racconto evangelico, esclusivo di Luca (2,41-52), in cui ci viene descritto lo smarrimento di Gesù nel tempio, nelle intenzioni dell'Evangelista ha soprattutto una finalità "cristologica": indicare la vera identità di Gesù e la sua missione. Tutto il brano, infatti, ha il suo centro di interesse e anche di spiegazione nelle parole di Gesù, in risposta al dolente rimprovero della madre: "Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?" (v. 49).
Gesù ha un rapporto unico ed esclusivo col Padre, del quale "deve" fare la volontà che lo porterà fino alla morte di croce. Questo "dovere" misterioso e implacabile, scandirà i momenti più decisivi della sua vita, per farlo poi entrare nella "gloria" del Padre. In questo strano episodio dell'infanzia di Gesù abbiamo come l'anticipazione "profetica" del suo completo "donarsi" alla "volontà" del Padre.
Nelle intenzioni della Chiesa, invece, che ci propone questo brano proprio per la festa della S. Famiglia, è chiaro che esso deve venir letto in chiave di illustrazione di questo mistero liturgico. E mi sembra che gli spunti non manchino e siano, anzi, assai stimolanti.
Prima di tutto credo che sia molto significativo il fatto dell'annuale "peregrinare" della famiglia di Gesù a Gerusalemme in occasione della Pasqua (Lc 2,41). Esso rientrava nel quadro delle usanze religiose ebraiche. Così come vi rientrava l'andata di Gesù a dodici anni (v. 42), cioè nell'anno che precedeva il riconoscimento della maturità religiosa del giovane ebreo, fissata a tredici. Questo rende anche comprensibile la permanenza di Gesù nelle adiacenze del tempio (cf vv. 46-47), dove i "maestri" tenevano le loro lezioni sulla legge per i giovani che dovevano essere riconosciuti "adulti" nella fede, con il diritto di poter leggere poi il testo sacro nelle sinagoghe.
La famiglia di Gesù è dunque una famiglia aperta al fatto religioso, lo sente come elemento fondante della sua capacità di realizzarsi proprio come famiglia. Nel caso di Gesù tutto questo potrebbe apparire scontato. E di fatto lo è! Ma Luca ha voluto ricordarcelo proprio per dirci che a maggior ragione questo vale per noi, che forse non avvertiamo la necessità che il rapporto con Dio, la preghiera, la lettura e la meditazione della Parola del Signore diano un profumo nuovo alla serena convivenza e alla crescita delle nostre famiglie.
Il misterioso smarrimento di Gesù nel tempio portò come un'aria di tempesta nella vita tranquilla della famiglia di Nazaret. La possiamo cogliere nelle accorate parole di Maria, dopo tre giorni di spasimo, quando lo ritroverà nel tempio "seduto in mezzo ai dottori, mentre li ascoltava e li interrogava" (v. 46): "Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre ed io, angosciati, ti cercavamo" (v. 48).
Anche questo è significativo. Non c'è famiglia, anche la meglio organizzata o la più fortunata, su cui non si abbatta qualche volta la tempesta: incomprensioni, conflitti, errori, insuccessi, malattie, morti di piccoli o di anziani o di giovani. Che fare in queste situazioni? È qui soprattutto che la "fiducia in Dio" raddolcisce i dolori (A. Manzoni), compagina di più i vari membri della famiglia e li carica di speranza in attesa di giorni migliori.
Sembra che Luca voglia dirci proprio questo, quando chiude il suo burrascoso racconto con una annotazione quasi idilliaca: "Partì dunque con loro e tornò a Nazaret e stava loro sottomesso. Sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore. E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini" (vv. 51-52). Il dolore e la sofferenza non arrestano la vita: visti in Dio, al contrario, la rendono più dinamica e più feconda.

"Non compresero le sue parole"
L'atteggiamento di Maria e di Giuseppe, attentamente fotografato da Luca, ci suggerisce un'ultima considerazione. Abbiamo appena sentito dirci dal Vangelo che Maria "serbava tutte queste cose nel suo cuore" (v. 51). Immediatamente prima si dice che i genitori di Gesù "non compresero le sue parole" (v. 50), cioè quelle pronunziate da Gesù dopo l'accorato lamento della madre (cf vv. 48-49).
C'è dunque qualcosa di "misterioso" nell'atteggiamento e nelle parole di quel loro "figlio": tanto più misterioso, se confrontato con quello che di lui avevano sperimentato prima e sperimenteranno dopo, almeno fino all'inizio della vita pubblica. E noi sappiamo benissimo che tutto questo è vero: il "mistero" di Cristo non sovrasta noi soltanto, ma anche i suoi genitori!
Però c'è un "mistero" in ogni uomo, e specialmente in ogni essere umano in formazione e in crescita, come sono appunto i figli. I genitori dovrebbero avere una sensibilità finissima per percepirne i problemi e aiutarli a risolverli alla luce di Dio, senza sovrapporsi a loro. Molte volte le loro strade non sono quelle che noi pensiamo o desideriamo: occorre avere rispetto, anzi incoraggiarli a percorrerle con piena fiducia in Dio, soprattutto se sono le vie esaltanti delle varie "chiamate" al servizio apostolico nella Chiesa.
È così che genitori e figli si aiuteranno a vicenda a scoprire quello che Dio vuole da ognuno di noi.

"Quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio!"
La seconda lettura (1 Gv 3,1-2.21-24) di per sé non si muove in un contesto di esperienza o di valori familiari come la prima, però esalta la nostra condizione di "figli di Dio", quasi a dire che non basta generare dei figli e anche educarli, se poi non si preparano e non si avviano ad una convinzione anche più profonda, quella cioè di appartenere alla "famiglia" di Dio.
"Quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!... Carissimi, noi fin d'ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è" (1 Gv 3,1-2).
E nello stesso tempo esalta la legge che sta alla base di qualsiasi aggregato familiare: "l'amore", che genera la fiducia degli uomini sia fra di loro che nei loro rapporti con Dio: "Carissimi, se il nostro cuore non ci rimprovera nulla, abbiamo fiducia in Dio... Questo è il suo comandamento: che crediamo nel nome del Figlio suo, Gesù Cristo e ci amiamo gli uni gli altri secondo il precetto che ci ha dato" (vv. 21-23).
La famiglia naturale diventa per questa via il simbolo e l'espressione della più grande "famiglia" che è la Chiesa.


Da: CIPRIANI S., Convocati dalla Parola. Riflessioni biblico-liturgiche, Editrice Elledici, Torino

mercoledì 27 dicembre 2017

Il bue e l'asinello del presepio


IL NATALE È UNA STORIA VERA


IL NATALE È UNA STORIA VERA

Quando è nato Gesù? Fu veramente deposto in una mangiatoia? C’era davvero la stella cometa? Nel suo ultimo libro, il Papa mette a confronto i Vangeli con i dati della ricerca storica. Don Alessandro Biancalani, docente di Sacra Scrittura, ci aiuta a cercare le risposte alle domande più ricorrenti.

Quando è nato Gesù? Fu veramente deposto in una mangiatoia? C’era davvero la stella cometa? Nel suo ultimo libro, il Papa mette a confronto i Vangeli con i dati della ricerca storica. Don Alessandro Biancalani, docente di Sacra Scrittura, ci aiuta a cercare le risposte alle domande più ricorrenti.
Le prime attestazioni figurative della Natività, risalgono al III secolo e si trovano nelle pareti del cimitero di S. Agnese e nelle catacombe di Pietro e Marcellino e di Domitilla, a Roma. In queste effigie sono presenti i personaggi principali; altri ne furono aggiunti, nel corso degli anni, prendendo spunto dai racconti canonici e dagli apocrifi, rivestendoli di significati allegorici. È con san Francesco, però, che il presepe prende la forma che tutti conosciamo: nel Natale del 1223 il Santo di Assisi ne realizzò uno «vivente», con l’aiuto della popolazione locale, a Greccio. Mentre il primo esempio di presepe inanimato è quello che Arnolfo di Cambio scolpirà nel 1280 - in legno -  e del quale oggi si conservano le statue residue in Santa Maria Maggiore a Roma. La Sacra famiglia, il bue e l’asinello, gli angeli, i pastori,  la mangiatoia e la cometa, sono  gli elementi essenziali dell’icona natalizia; radicati negli occhi e nel cuore dei credenti costituiscono un tratto indelebile della cultura occidentale, come ha riconosciuto il Papa, nel suo ultimo libro sull’«Infanzia di Gesù». Commentando e spiegando i racconti evangelici, il Pontefice ha confermato, sostanzialmente, ciò che la tradizione ci ha tramandato sul Natale. Ne abbiamo discusso con don Alessandro Biancalani, docente di Sacra Scrittura all’Istituto superiore di scienze religiose di Pisa, allo Studio teologico interdiocesano di Camaiore e alla Facoltà dell’Italia Centrale a Firenze.
Benedetto XVI, nell’affrontare il tema dei primi anni della vita di Gesù,  si è mosso sul piano esegetico e su quello più prettamente teologico, senza eludere le questioni più spinose…
«Il Santo Padre, con questo testo, ha voluto chiudere un ciclo sulla figura e sul messaggio di Gesù di Nazareth. L’analisi che conduce tiene conto delle ricerche sia teologiche che scientifiche, alla luce della fede. In questa lettura, dunque, Benedetto XVI ha affrontato con sguardo sereno ogni questione, anche quelle più tradizionali e che immediatamente identifichiamo con il Natale ed in questo caso con il presepe. Comprendo, dunque, qualche reazione di sorpresa, ma penso si debba dare credito ad una lettura attenta come quella del Santo Padre».
I Vangeli, «storia riletta con gli occhi della fede»,  sono piuttosto sobri nel raccontare la nascita del Salvatore, nonostante ciò i particolari che ci consegnano, soprattutto quello di Luca,  sono ricchi di elementi storici. È così?
«I Vangeli non sono solo semplici cronache della vicenda di Gesù. Insieme all’annuncio fondamentale del Regno, ci consegnano le tradizioni intorno a Gesù, naturalmente organizzate per la vita di una Chiesa di riferimento. In ciò, come è ovvio, tengono conto dei destinatari. Se il Vangelo di Matteo si può affermare che abbia tenuto conto di destinatari provenienti soprattutto dall’ebraismo, il Vangelo di Marco si affretta a più riprese a spiegare ai suoi lettori usi e costumi che evidentemente non conoscevano. Per quanto riguarda i vangeli dell’infanzia, Luca e Matteo partono da due prospettive differenti: per Matteo Cristo compie le promesse di Abramo e così apre il suo vangelo con la genealogia che prende le mosse da Abramo, mentre nel Vangelo di Luca alla luce delle accurate ricerche che l’autore ci informa aver fatto, rilegge i grandi interventi dell’Antico Testamento da parte di Dio a favore del popolo nella salvezza che gli Angeli cantano la notte di Natale: è la sua modalità per presentarci l’unico compimento in Cristo Signore».
Perché allora i Vangeli dicono così poco sui fatti di Betlemme?
«Quanto accaduto a Betlemme non fu percepito come l’inizio di una storia da raccontare, bensì come punto di arrivo. Può sembrare strano, ma la prospettiva della vicenda di Gesù fu, infatti, il compimento della volontà salvifica di Dio verso gli uomini. Le parole di Pietro il giorno di Pentecoste sono chiare: "Questo Gesù, Dio lo ha risuscitato e noi tutti ne siamo testimoni.  Innalzato dunque alla destra di Dio e dopo aver ricevuto dal Padre lo Spirito Santo promesso, lo ha effuso, come voi stessi potete vedere e udire" (At 2,32-33). È l’annuncio del Vangelo di Gesù di Nazareth che il consacrato di Dio (Cristo), morto e risorto, che tutti gli uomini devono accogliere nella fede: questo è l’atteggiamento che Paolo riscontrerà nei suoi discepoli di Tessalonica: "attendere dai cieli il suo Figlio, che egli ha risuscitato dai morti, Gesù, il quale ci libera dall’ira che viene" (1Ts 1,9-10)».
Intorno alla nascita di Gesù, nel corso della storia, sono state formulate diverse ipotesi di datazione. Quali sono oggi le più accreditate?
«Il Santo Padre, nel suo libro, riferisce i dati della questione senza prendere una posizione netta, ma ribadendo un concetto importante: "Gesù è nato in un’epoca determinabile con precisione". Alla luce di ciò espongo le due tesi possibili. La prima tesi, sostenuta dall’Ottocento in avanti, pone la nascita di Gesù al 7 a.C., in base ad un calcolo previo che contempla la morte di Erode il Grande nel 4 a.C., nonché della congiunzione, proprio in quell’anno, dei pianeti Giove e Saturno, fenomeno astronomico ritenuto all’origine della stella vista dai Magi. La seconda, invece, già indicata dal monaco Dionigi il Piccolo nel VI secolo, e tornata in auge da una decina d’anni, in particolare per gli studi di Giorgio Fedalto (docente di storia bizantina all’Università di Padova), grazie all’uso dei risultati dell’U.S. Naval Observatory di Washington, pone la nascita di Gesù nel 1° anno della cosiddetta Era volgare».
Papa Ratzinger scrive che «non è la stella a determinare il destino del Bambino, ma il Bambino guida la stella».  Ci sono conferme storiche sulla presenza di una stella che fa da guida per i Magi fino a Betlemme?
«La forma più comune che si dà alla stella che guidò i Magi verso Betlemme, è quella di una cometa. Pochi, però, sanno che si tratta di una rappresentazione errata, in quanto solo dal XIII secolo in poi essa si trova raffigurata in tale maniera. Pare, infatti, che il primo a dipingere una cometa nel cielo della Natività sia stato Giotto, il celebre artista, nel suo affresco "Adorazione dei Magi" situato nella cappella degli Scrovegni a Padova. Egli aveva da poco visto la cometa di Halley in uno dei suoi innumerevoli passaggi, restando affascinato dallo spettacolo offerto dall’astro a tal punto da raffigurarlo in uno dei suoi dipinti. Una conferma viene dai mosaici della basilica di Sant’Apollinare Nuovo, a Ravenna, che essendo anteriori a Giotto, raffigurano il fenomeno astronomico non con una cometa, ma solamente con un astro più brillante degli altri. Tra l’altro, l’apparizione di una cometa suscitava a quel tempo un notevole scompiglio visto che queste erano considerate portatrici di sciagure. Sembra molto strano, quindi, che un fenomeno astronomico, per altro così evidente, non fosse stato notato da Erode e da tutti gli altri, che chiede, infatti, spiegazioni ai Magi su dove e quando la stella fosse apparsa. Ciò esclude anche il fatto che possa essersi trattato dell’apparizione in cielo di una stella "nova", una stella che esplode e diventa improvvisamente talmente luminosa da essere, a volte, visibile anche in piena luce del giorno. Per la cronaca, comunque, la cometa di Halley passò al perielio - il punto più vicino al Sole - il 25 agosto del 12 a.C., mentre un’altra cometa fu visibile nel cielo di Gerusalemme nel periodo marzo-maggio del 5 a.C.. È stata registrata anche l’apparizione di una "nova", nella costellazione dell’Aquila, nel 4 a.C.. Il fatto che i Magi non fossero re, ma sacerdoti di una religione detta Zoroastrismo e che, come tutti i sacerdoti del tempo, erano profondi conoscitori del cielo e dei fenomeni che in esso avvenivano ci porta a fare delle considerazioni sulla natura del fenomeno astronomico. Non si è trattato di un’apparizione spettacolare e visibile da tutti, ma è molto probabile che il fenomeno debba essere interpretato. I Magi, valenti astrologi, erano benissimo in grado di farlo. Nell’anno 7 a.C. si è verificato un fenomeno non molto frequente. Una triplice congiunzione planetaria fra Giove e Saturno. I due pianeti, per ben tre volte in un anno, si sono avvicinati (proiettati nel cielo) talmente da sembrare un solo astro molto brillante. Ora, Giove è da sempre stato simbolo di regalità, mentre Saturno era il pianeta che proteggeva, nella simbologia astrologica, il popolo di Israele. La triplice congiunzione planetaria è, tra l’altro, avvenuta nella costellazione dei Pesci, astrologicamente associata alla Palestina».
Gesù è nato in una «mangiatoia» o più semplicemente in una stalla?
«Nei racconti dell’evangelista Luca troviamo tre ricorrenze nel capitolo 2 del termine "mangiatoia" (deposizione di Maria dopo la nascita, nell’indicazione degli angeli ai pastori, nell’incontro con i pastori). Il termine greco in questione tradotto con "mangiatoia" è fàtne, che può anche indicare la stalla in cui sono tenuti gli animali. Il termine ebraico ’evùs, che in genere si ritiene significhi "mangiatoia", è tradotto fàtne nella Settanta greca, come altri tre termini ebraici tradotti "stalle", "recinti" e "biada"».
Insomma possiamo stare tranquilli: a Natale non festeggiamo la nascita di un mito…
«No, no. La storicità della nascita di Gesù è cosa certa, come tutta la sua esistenza… A Natale celebriamo l’incarnazione del Verbo, il Figlio di Dio che si fa uomo per la nostra salvezza».
Il bue e l’asinello: su di loro una vasta simbologia
Nel classico presepe, che san Francesco allestì per primo a Greccio ispirandosi alle rappresentazioni liturgiche della notte di Natale, nella grotta accanto al bambino vi sono un asino ed un bue di cui non parlano i vangeli canonici, ma lo Pseudo Matteo, risalente ad un epoca posteriore al VI sec. D.C.: «Il terzo giorno dopo la nascita del Signore, Maria uscì dalla grotta ed entrò in una stalla: mise il bambino nella mangiatoia, e il bue e l’asino l’adorarono. Così si adempì ciò che aveva detto Isaia: "Il bue conosce il proprietario e l’asino la greppia del padrone". Infatti questi animali, avendolo in mezzo a loro, lo adoravano senza posa».
Nella letteratura cristiana i due animali del presepe hanno suscitato tanti simboli. Entrambi hanno figurato, secondo il racconto dello Pseudo Matteo, i fedeli che riconoscono il Cristo e l’adorano. Secondo san Girolamo l’asino sarebbe l’Antico Testamento e il bue il Nuovo. Vi è chi, come Eucherio di Lione e Isidoro di Siviglia, vede nel primo i pagani e nel secondo il popolo eletto. Altri ancora sostengono che il primo sarebbe l’emblema delle forze benefiche e il secondo, come sostiene anche un contemporaneo, René Guenon, delle forze malefiche che il Cristo dominerà. Nelle antiche tradizioni asiatiche, o meglio indoeuropee, l’asino era simbolo regale-sapienziale. In tutto l’oriente l’asina bianca era la cavalcatura di re e condottieri, come testimonia anche l’Antico Testamento. Margarethe Riemschneider rammenta che nelle chiese vicine all’abbazia di Cluny appare l’asino con le rosette sotto gli zoccoli, le quali erano simbolo dei cluniacensi. L’asino con le rosette è il simbolo di chi diventa "asino", ovvero porta il fardello della Croce camminando con zoccoli di rose e partecipa della regalità e del sacerdozio divino cui alludono i fiori mitici. Non è un’interpretazione priva di connessioni con la Sacra Scrittura.
La questione della data: e se quella esatta fosse davvero il 25 dicembre?
Il periodo esatto della nascita di Gesù non è noto. La Chiesa, infatti, festeggia, fin dal IV secolo, la Natività il 25 dicembre, ma solo per sostituire in questa data i festeggiamenti pagani al Sole, nei giorni in cui, passato il solstizio d’inverno, il tempo di luce di ogni giorno inizia ad allungarsi. Va, però, detto che recentissimi studi, effettuati sui testi dei frammenti del Qumran, avvalorerebbero l’ipotesi che Gesù sia nato effettivamente nel periodo intorno al 25 dicembre precedente l’anno 1, insomma, che il calendario di Dionigi sia esatto così com’è. In tal senso si esprime Vittorio Messori nel suo articolo sul Corriere della sera del 9 luglio 2003 dal titolo «Gesù nacque davvero quel 25 dicembre

venerdì 22 dicembre 2017

Christmas crib


25 DICEMBRE 2017 - NATALE DI GESÙ | LETTURE - OMELIE


25 DICEMBRE 2017   - NATALE DI GESÙ  |  LETTURE - OMELIE

"Stillate dall'alto, o cieli,la vostra rugiada!"
L'attesa della Liturgia in questa ormai imminente vigilia di Natale si fa più intensa e commossa.
Lo dice la vibrante antifona iniziale: "Stillate dall'alto, o cieli, la vostra rugiada e dalle nubi scenda a noi il Giusto: si apra la terra e germogli il Salvatore". Il testo è ripreso da Isaia (45,8), nella traduzione latina di san Girolamo, che forza un po' l'originale, in quanto, introducendo dei termini concreti al posto di quelli astratti dell'ebraico ("Giusto" invece di "giustizia", "Salvatore" invece di "salvezza"), ne fa emergere di più la portata messianica. È un'invocazione al "cielo" e alla "terra" perché producano, con le loro misteriose forze congiunte, il prodigio della venuta del "Giusto" in mezzo a noi. Egli, infatti, sarà "figlio" della "terra" e del "cielo" nello stesso tempo!
Lo dice anche la commossa orazione dopo la comunione, che collega il desiderio dell'attesa all'Eucaristia quale frutto da essa prodotto nel nostro spirito: "O Dio, che ci dai il pegno della vita eterna, ascolta la nostra preghiera: quanto più si avvicina il gran giorno della nostra salvezza, tanto più cresca il nostro fervore, per celebrare degnamente il Natale del tuo Figlio".
"Il mistero taciuto per secoli eterni" in Dio
Le letture bibliche, poi, di questa Domenica hanno lo scopo evidente di guidare i credenti ad una riflessione più approfondita sul "mistero" di Cristo, Verbo che si è fatto carne nel seno di Maria. Un "mistero", questo, che da sempre Dio ha progettato per la nostra salvezza, anche se soltanto nell'Incarnazione viene "rivelato" agli uomini.
È quanto ci dice san Paolo nella dossologia finale della lettera ai Romani, che è la riflessione teologica più ardita che mai sia stata fatta sulla libera e completamente gratuita benevolenza di Dio verso l'uomo: "A colui che ha il potere di confermarvi secondo il vangelo che io annunzio e il messaggio di Gesù Cristo, secondo la rivelazione del mistero taciuto per secoli eterni, ma rivelato ora e annunziato mediante le scritture profetiche, per ordine dell'eterno Dio, a tutte le genti perché obbediscano alla fede, a Dio che solo è sapiente, per mezzo di Gesù Cristo, la gloria nei secoli dei secoli. Amen" (Rm 16,25-27).
Il "mistero" del Natale, dunque, per Paolo, non ci deve immobilizzare, sia pure nella commozione e nel senso di sorpresa, davanti alla contemplazione di Cristo nostro fratello e nostro Salvatore: esso ci deve spingere molto più in là, alla scoperta e all'adorazione del Padre, che "per secoli eterni" ha pensato alla nostra salvezza, "concependo" nella sua mente e nel suo cuore, da sempre, il suo Figlio come "dono" da offrire agli uomini smarriti sulle vie del male e ormai "incapaci" di amore e di fraternità. 
Di questo mistero "nascosto dai secoli in Dio" (Ef 3,9), però, noi abbiamo avuto come delle anticipazioni, dei segnali luminosi negli annunci profetici, come ci ricordava or ora san Paolo: "annunziato mediante le scritture profetiche" (Rm 16,26).
E tutto questo perché la luce di Dio non piovesse improvvisa e troppo accecante per gli uomini; ed anche perché si ponessero in attesa amorosa e vigilante delle "promesse" di Dio che, se sono sempre a sorpresa per quanto riguarda le loro scadenze cronologiche, sono però sicure e incrollabili nella loro attuazione.
"Assicurerò dopo di te la discendenza uscita dalle tue viscere"
Una di queste profezie, più frequentemente ripetute e che attraversa un po' tutto l'Antico e il Nuovo Testamento, è quella che ci viene riportata nella prima lettura.
È la famosa profezia di Natan sulla permanenza eterna della dinastia davidica sul "trono" d'Israele: "Quando i tuoi giorni saranno compiuti e tu giacerai con i tuoi padri, io assicurerò dopo di te la discendenza uscita dalle tue viscere, e renderò stabile il tuo regno... Io gli sarò padre ed egli mi sarà figlio... La tua casa e il tuo regno saranno saldi per sempre davanti a me e il tuo trono sarà reso stabile per sempre" (2 Sam 7,12.14.16).
La profezia è formulata in termini così categorici ed assoluti che trascende l'immediato figlio di Davide, cioè Salomone, a cui più direttamente è in qualche maniera rivolta. Quando Natan, infatti, dice: "Io gli sarò padre ed egli mi sarà figlio" (v. 14), è di Salomone che parla. Lo sta a dimostrare quello che segue immediatamente: "Se farà il male, lo castigherò con verga d'uomo e con i colpi che danno i figli d'uomo" (v. 14).
Ciò nonostante, la profezia va oltre ed afferra il più lontano futuro: Salomone non basta ad esaurirla, anche se è come il primo anello di verifica della promessa. Solo il Messia, che nascerà dalla stirpe di Davide, darà significato pieno al misterioso oracolo di Natan.
Su questa linea si muoverà, infatti, la successiva riflessione dei profeti e dei salmisti.
Per i profeti basti qui ricordare Isaia: "Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici" (11,1). Per i salmisti ricordiamo qui il lungo salmo 88, utilizzato proprio dalla Liturgia odierna come responsorio: si tratta di un'accorata preghiera a Dio perché rimanga fedele alla "promessa" fatta a Davide. 
Tutto questo riecheggerà nel Nuovo Testamento, che costantemente riallaccia l'origine umana del Cristo con l'ascendenza davidica, come apparirà anche dall'annuncio dell'angelo a Maria, che tra poco commenteremo. 
San Paolo esprime questo dato di storia e di fede, nello stesso tempo, quando scriverà che Cristo è "nato dalla stirpe di Davide secondo la carne, costituito Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santificazione mediante la risurrezione dai morti" (Rm 1,3).
La dimensione di "fede" di questo dato "storico" consiste nel fatto che così Dio mantiene le sue promesse, c'è continuità fra Antico e Nuovo Testamento, e soprattutto Cristo perfeziona la sua rappresentanza "vicaria" in rapporto a tutto il "popolo" di Dio, di cui i re d'Israele erano come espressione e sintesi.
"Una casa farà a te il Signore"
Ma nella profezia di Natan c'è un'altra cosa da osservare, che attinge ancora il dato di fede: essa è tutta strutturata sul contrasto fra l'iniziativa di Davide, che vuol costruire "una casa" per il Signore dove rendergli culto, e la controindicazione del profeta che gli preannunzia che sarà invece Dio a "fargli" una "casa", cioè a garantirgli una "discendenza" che non tramonta: "Forse tu mi costruirai una casa, perché io vi abiti?... Io ti presi dai pascoli, mentre seguivi il gregge, perché tu fossi il capo di Israele mio popolo... Il Signore ti farà grande, poiché ti farà una casa" (2 Sam 7,5.8-9.11).
Dio capovolge dunque i progetti di Davide: l'iniziativa appartiene soltanto al Signore! E anche la "discendenza", che "renderà stabile per sempre" il trono di Davide, appartiene al Signore: è lui che la "costruirà", non legandola per niente alle leggi della riproduzione biologica, che potrebbe anche interrompersi o estinguersi. Quante famiglie, anche assai illustri, si sono estinte nel corso della storia! Se perciò la "promessa" di Dio si è realizzata in Gesù di Nazaret, ciò è dipeso da una forza che trascende la storia, pur essendosi inserita di pieno diritto nel circuito della storia.
"Ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù"
È quanto appare dall'incantevole racconto di san Luca, che ci descrive l'annuncio dell'angelo a Maria di Nazaret e che a noi qui interessa soprattutto per la sua dimensione "cristologica" e per l'aiuto che ci offre a predisporre il nostro spirito a celebrare degnamente il mistero dell'Incarnazione, che prima di tutto si è realizzato nel cuore e nel grembo della Vergine. Omettiamo perciò una quantità di questioni critico-storiche, che per il momento non ci interessano.
È certo che, pur essendo Maria la destinataria diretta del messaggio celeste, il centro d'interesse sia del messaggio sia dell'adesione della Vergine è Cristo, che da lei dovrà prendere carne e sangue: "Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato Figlio dell'Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine" (Lc 1,30-33).
Sono evidenti qui i rimandi alla profezia di Natan circa la durata del "regno" davidico, che abbiamo poco sopra illustrato, e alla profezia isaiana dell'Emmanuele: "Ecco che la Vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele" (Is 7,14), cioè "Dio con noi".
Tutta la storia del passato e anche quella dell'avvenire, in quanto sarà storia di salvezza, è come concentrata in questi pochi attimi di tempo, necessari perché una sconosciuta fanciulla di Nazaret, nel segreto del suo cuore e della sua modestissima abitazione, aderisca al disegno dell'Altissimo. Il fatto che lei stessa imponga al Figlio il nome di "Gesù", cioè "Salvatore", sta a dire che proprio per le sue mani passa la salvezza del mondo.
È altamente lirico, ma anche profondamente vero, questo brano di san Bernardo di Chiaravalle, l'innamorato di Maria: "L'angelo attende la tua risposta... noi pure l'attendiamo, o nostra Signora... Una tua breve risposta basta per ricrearci, in modo che siamo richiamati alla vita... Rispondi una parola e accogli il Verbo; pronunzia la tua parola e concepirai il Verbo divino; emetti una parola sola che passa e stringi il Verbo eterno".
"Come è possibile? Non conosco uomo"
Ma un'altra cosa ci colpisce in questo così delicato racconto di san Luca: l'insistenza sulla concezione "verginale" di Cristo.
Già all'inizio per ben due volte si parla di Maria come "vergine" (v. 27). E poi c'è la sua esplicita richiesta all'angelo: "Come è possibile? Non conosco uomo" (v. 34). Comunque si vogliano interpretare queste parole, è sicuro che alludono alla concezione "verginale" di Gesù. Infatti la risposta dell'angelo si muove tutta in questo senso: "Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell'Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio... Nulla è impossibile a Dio" (vv. 35.37).
Anche la "verginità" di Maria assume significato solo in riferimento a Gesù: è per questa via, infatti, che egli potrà essere a pieno diritto nostro "fratello", appartenente alla razza umana, ma nello stesso tempo vero "Figlio di Dio" anche nella sua umanità, in quanto essa gli viene, sì, attraverso Maria ma come plasmata e direi fecondata dalla "potenza" dello Spirito, che ricopre della sua "ombra" (v._35) la Vergine come un "tempio". L'espressione, infatti, richiama la presenza misteriosa di Dio, sotto forma di "nube", prima nella tenda del deserto e poi nel tempio di Gerusalemme. Con questa immagine san Luca vuol dirci che la radice ultima dell'essere profondo di Gesù risale ad una iniziativa divina.
In termini diversi e molto più pregnanti abbiamo qui la dimostrazione concreta di quello che Natan aveva detto a Davide: "Non tu costruirai una casa per me, ma io farò a te una casa"! Cristo è questa nuova "casa", questo nuovo "tempio" aperto a tutti, ma che ha cominciato a costruirsi nel seno stesso di Maria Vergine, diventato anch'esso per nove mesi il "tempio" augusto dello Spirito Santo.

Da: CIPRIANI S.

giovedì 21 dicembre 2017

Angelo dell'Annunciazione


24 DICEMBRE 2017 - 4A DOMENICA DI AVVENTO B | LETTURE - OMELIE


24 DICEMBRE 2017   - 4A DOMENICA DI AVVENTO B  |  LETTURE - OMELIE

"Stillate dall'alto, o cieli, la vostra rugiada!"
L'attesa della Liturgia in questa ormai imminente vigilia di Natale si fa più intensa e commossa.
Lo dice la vibrante antifona iniziale: "Stillate dall'alto, o cieli, la vostra rugiada e dalle nubi scenda a noi il Giusto: si apra la terra e germogli il Salvatore". Il testo è ripreso da Isaia (45,8), nella traduzione latina di san Girolamo, che forza un po' l'originale, in quanto, introducendo dei termini concreti al posto di quelli astratti dell'ebraico ("Giusto" invece di "giustizia", "Salvatore" invece di "salvezza"), ne fa emergere di più la portata messianica. È un'invocazione al "cielo" e alla "terra" perché producano, con le loro misteriose forze congiunte, il prodigio della venuta del "Giusto" in mezzo a noi. Egli, infatti, sarà "figlio" della "terra" e del "cielo" nello stesso tempo!
Lo dice anche la commossa orazione dopo la comunione, che collega il desiderio dell'attesa all'Eucaristia quale frutto da essa prodotto nel nostro spirito: "O Dio, che ci dai il pegno della vita eterna, ascolta la nostra preghiera: quanto più si avvicina il gran giorno della nostra salvezza, tanto più cresca il nostro fervore, per celebrare degnamente il Natale del tuo Figlio".
"Il mistero taciuto per secoli eterni" in Dio
Le letture bibliche, poi, di questa Domenica hanno lo scopo evidente di guidare i credenti ad una riflessione più approfondita sul "mistero" di Cristo, Verbo che si è fatto carne nel seno di Maria. Un "mistero", questo, che da sempre Dio ha progettato per la nostra salvezza, anche se soltanto nell'Incarnazione viene "rivelato" agli uomini.
È quanto ci dice san Paolo nella dossologia finale della lettera ai Romani, che è la riflessione teologica più ardita che mai sia stata fatta sulla libera e completamente gratuita benevolenza di Dio verso l'uomo: "A colui che ha il potere di confermarvi secondo il vangelo che io annunzio e il messaggio di Gesù Cristo, secondo la rivelazione del mistero taciuto per secoli eterni, ma rivelato ora e annunziato mediante le scritture profetiche, per ordine dell'eterno Dio, a tutte le genti perché obbediscano alla fede, a Dio che solo è sapiente, per mezzo di Gesù Cristo, la gloria nei secoli dei secoli. Amen" (Rm 16,25-27).
Il "mistero" del Natale, dunque, per Paolo, non ci deve immobilizzare, sia pure nella commozione e nel senso di sorpresa, davanti alla contemplazione di Cristo nostro fratello e nostro Salvatore: esso ci deve spingere molto più in là, alla scoperta e all'adorazione del Padre, che "per secoli eterni" ha pensato alla nostra salvezza, "concependo" nella sua mente e nel suo cuore, da sempre, il suo Figlio come "dono" da offrire agli uomini smarriti sulle vie del male e ormai "incapaci" di amore e di fraternità. 
Di questo mistero "nascosto dai secoli in Dio" (Ef 3,9), però, noi abbiamo avuto come delle anticipazioni, dei segnali luminosi negli annunci profetici, come ci ricordava or ora san Paolo: "annunziato mediante le scritture profetiche" (Rm 16,26).
E tutto questo perché la luce di Dio non piovesse improvvisa e troppo accecante per gli uomini; ed anche perché si ponessero in attesa amorosa e vigilante delle "promesse" di Dio che, se sono sempre a sorpresa per quanto riguarda le loro scadenze cronologiche, sono però sicure e incrollabili nella loro attuazione.
"Assicurerò dopo di te la discendenza uscita dalle tue viscere"
Una di queste profezie, più frequentemente ripetute e che attraversa un po' tutto l'Antico e il Nuovo Testamento, è quella che ci viene riportata nella prima lettura.
È la famosa profezia di Natan sulla permanenza eterna della dinastia davidica sul "trono" d'Israele: "Quando i tuoi giorni saranno compiuti e tu giacerai con i tuoi padri, io assicurerò dopo di te la discendenza uscita dalle tue viscere, e renderò stabile il tuo regno... Io gli sarò padre ed egli mi sarà figlio... La tua casa e il tuo regno saranno saldi per sempre davanti a me e il tuo trono sarà reso stabile per sempre" (2 Sam 7,12.14.16).
La profezia è formulata in termini così categorici ed assoluti che trascende l'immediato figlio di Davide, cioè Salomone, a cui più direttamente è in qualche maniera rivolta. Quando Natan, infatti, dice: "Io gli sarò padre ed egli mi sarà figlio" (v. 14), è di Salomone che parla. Lo sta a dimostrare quello che segue immediatamente: "Se farà il male, lo castigherò con verga d'uomo e con i colpi che danno i figli d'uomo" (v. 14).
Ciò nonostante, la profezia va oltre ed afferra il più lontano futuro: Salomone non basta ad esaurirla, anche se è come il primo anello di verifica della promessa. Solo il Messia, che nascerà dalla stirpe di Davide, darà significato pieno al misterioso oracolo di Natan.
Su questa linea si muoverà, infatti, la successiva riflessione dei profeti e dei salmisti.
Per i profeti basti qui ricordare Isaia: "Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici" (11,1). Per i salmisti ricordiamo qui il lungo salmo 88, utilizzato proprio dalla Liturgia odierna come responsorio: si tratta di un'accorata preghiera a Dio perché rimanga fedele alla "promessa" fatta a Davide. 
Tutto questo riecheggerà nel Nuovo Testamento, che costantemente riallaccia l'origine umana del Cristo con l'ascendenza davidica, come apparirà anche dall'annuncio dell'angelo a Maria, che tra poco commenteremo. 
San Paolo esprime questo dato di storia e di fede, nello stesso tempo, quando scriverà che Cristo è "nato dalla stirpe di Davide secondo la carne, costituito Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santificazione mediante la risurrezione dai morti" (Rm 1,3).
La dimensione di "fede" di questo dato "storico" consiste nel fatto che così Dio mantiene le sue promesse, c'è continuità fra Antico e Nuovo Testamento, e soprattutto Cristo perfeziona la sua rappresentanza "vicaria" in rapporto a tutto il "popolo" di Dio, di cui i re d'Israele erano come espressione e sintesi.
"Una casa farà a te il Signore"
Ma nella profezia di Natan c'è un'altra cosa da osservare, che attinge ancora il dato di fede: essa è tutta strutturata sul contrasto fra l'iniziativa di Davide, che vuol costruire "una casa" per il Signore dove rendergli culto, e la controindicazione del profeta che gli preannunzia che sarà invece Dio a "fargli" una "casa", cioè a garantirgli una "discendenza" che non tramonta: "Forse tu mi costruirai una casa, perché io vi abiti?... Io ti presi dai pascoli, mentre seguivi il gregge, perché tu fossi il capo di Israele mio popolo... Il Signore ti farà grande, poiché ti farà una casa" (2 Sam 7,5.8-9.11).
Dio capovolge dunque i progetti di Davide: l'iniziativa appartiene soltanto al Signore! E anche la "discendenza", che "renderà stabile per sempre" il trono di Davide, appartiene al Signore: è lui che la "costruirà", non legandola per niente alle leggi della riproduzione biologica, che potrebbe anche interrompersi o estinguersi. Quante famiglie, anche assai illustri, si sono estinte nel corso della storia! Se perciò la "promessa" di Dio si è realizzata in Gesù di Nazaret, ciò è dipeso da una forza che trascende la storia, pur essendosi inserita di pieno diritto nel circuito della storia.
"Ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù"
È quanto appare dall'incantevole racconto di san Luca, che ci descrive l'annuncio dell'angelo a Maria di Nazaret e che a noi qui interessa soprattutto per la sua dimensione "cristologica" e per l'aiuto che ci offre a predisporre il nostro spirito a celebrare degnamente il mistero dell'Incarnazione, che prima di tutto si è realizzato nel cuore e nel grembo della Vergine. Omettiamo perciò una quantità di questioni critico-storiche, che per il momento non ci interessano.
È certo che, pur essendo Maria la destinataria diretta del messaggio celeste, il centro d'interesse sia del messaggio sia dell'adesione della Vergine è Cristo, che da lei dovrà prendere carne e sangue: "Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato Figlio dell'Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine" (Lc 1,30-33).
Sono evidenti qui i rimandi alla profezia di Natan circa la durata del "regno" davidico, che abbiamo poco sopra illustrato, e alla profezia isaiana dell'Emmanuele: "Ecco che la Vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele" (Is 7,14), cioè "Dio con noi".
Tutta la storia del passato e anche quella dell'avvenire, in quanto sarà storia di salvezza, è come concentrata in questi pochi attimi di tempo, necessari perché una sconosciuta fanciulla di Nazaret, nel segreto del suo cuore e della sua modestissima abitazione, aderisca al disegno dell'Altissimo. Il fatto che lei stessa imponga al Figlio il nome di "Gesù", cioè "Salvatore", sta a dire che proprio per le sue mani passa la salvezza del mondo.
È altamente lirico, ma anche profondamente vero, questo brano di san Bernardo di Chiaravalle, l'innamorato di Maria: "L'angelo attende la tua risposta... noi pure l'attendiamo, o nostra Signora... Una tua breve risposta basta per ricrearci, in modo che siamo richiamati alla vita... Rispondi una parola e accogli il Verbo; pronunzia la tua parola e concepirai il Verbo divino; emetti una parola sola che passa e stringi il Verbo eterno".
"Come è possibile? Non conosco uomo"
Ma un'altra cosa ci colpisce in questo così delicato racconto di san Luca: l'insistenza sulla concezione "verginale" di Cristo.
Già all'inizio per ben due volte si parla di Maria come "vergine" (v. 27). E poi c'è la sua esplicita richiesta all'angelo: "Come è possibile? Non conosco uomo" (v. 34). Comunque si vogliano interpretare queste parole, è sicuro che alludono alla concezione "verginale" di Gesù. Infatti la risposta dell'angelo si muove tutta in questo senso: "Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell'Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio... Nulla è impossibile a Dio" (vv. 35.37).
Anche la "verginità" di Maria assume significato solo in riferimento a Gesù: è per questa via, infatti, che egli potrà essere a pieno diritto nostro "fratello", appartenente alla razza umana, ma nello stesso tempo vero "Figlio di Dio" anche nella sua umanità, in quanto essa gli viene, sì, attraverso Maria ma come plasmata e direi fecondata dalla "potenza" dello Spirito, che ricopre della sua "ombra" (v._35) la Vergine come un "tempio". L'espressione, infatti, richiama la presenza misteriosa di Dio, sotto forma di "nube", prima nella tenda del deserto e poi nel tempio di Gerusalemme. Con questa immagine san Luca vuol dirci che la radice ultima dell'essere profondo di Gesù risale ad una iniziativa divina.
In termini diversi e molto più pregnanti abbiamo qui la dimostrazione concreta di quello che Natan aveva detto a Davide: "Non tu costruirai una casa per me, ma io farò a te una casa"! Cristo è questa nuova "casa", questo nuovo "tempio" aperto a tutti, ma che ha cominciato a costruirsi nel seno stesso di Maria Vergine, diventato anch'esso per nove mesi il "tempio" augusto dello Spirito Santo.

Da: CIPRIANI S

martedì 19 dicembre 2017

Annunciazione


PRESO DA COMPASSIONE PER NOI SI INCARNÒ (ATANASIO)


PRESO DA COMPASSIONE PER NOI SI INCARNÒ (ATANASIO)

Spiritualità Ortodosssa

Il Verbo di Dio, immateriale e privo di sostanza corruttibile, si stabilì tra noi, anche se prima non ne era lontano. Nessuna regione dell’universo infatti fu mai priva di lui, perché esistendo insieme col Padre suo, riempiva ogni realtà della sua presenza.
Venne dunque per amore verso di noi e si mostrò a noi in modo sensibile. Preso da compassione per il genere umano e la nostra infermità e mosso dalla nostra miseria, non volle rimanessimo vittime della morte. Non volle che quanto era stato creato andasse perduto e che l’opera creatrice del Padre nei confronti dell’umanità fosse vanificata. Per questo prese egli stesso un corpo, e un corpo uguale al nostro, perché egli non volle semplicemente abitare un corpo o soltanto sembrare un uomo. Se infatti avesse voluto soltanto apparire uomo, avrebbe potuto scegliere un corpo migliore. Invece scelse proprio il nostro.
Egli stesso si costruì nella Vergine un tempio, cioè il corpo e, abitando in esso, ne fece un elemento per potersi rendere manifesto. Prese un corpo soggetto, come quello nostro, alla caducità e, nel suo immenso amore, lo offrì al Padre accettando la morte. Così annullò la legge della morte in tutti coloro che sarebbero morti in comunione con lui. Avvenne che la morte, colpendo lui, nel suo sforzo si esaurì completamente, perdendo ogni possibilità di nuocere ad altri.
Gli uomini ricaduti nella mortalità furono resi da lui immortali e ricondotti dalla morte alla vita. Infatti in virtù del corpo che aveva assunto e della risurrezione che aveva conseguito distrusse la morte come fa il fuoco con una fogliolina secca. Egli dunque prese un corpo mortale perché questo, reso partecipe del Verbo sovrano, potesse soddisfare alla morte per tutti. Il corpo assunto, perché inabitato dal Verbo, divenne immortale e, mediante la risurrezione, rimedio di immortalità per noi. Offrì alla morte in sacrificio e vittima purissima il corpo che aveva preso e offrendo il suo corpo per gli altri liberò dalla morte i suoi simili.
Il Verbo di Dio a tutti superiore offrì e consacrò per tutti il tempio del suo corpo e versò alla morte il prezzo che le era dovuto. In tal modo l’immortale Figlio di Dio, con tutti solidale per il comune corpo di morte, con la promessa della risurrezione rese immortali tutti a titolo di giustizia. La morte ormai non ha più nessuna efficacia sugli uomini per merito del Verbo, che ha posto in essi la sua dimora mediante un corpo identico al loro.

Atanasio Alessandrino
(Disc. sull’incarnazione del Verbo, 8-9; PG 25, 11

lunedì 18 dicembre 2017

Natività del Signore


SEMPLICITÀ DEL NATALE - DEL CARDINALE CARLO MARIA MARTINI SJ


SEMPLICITÀ DEL NATALE - DEL CARDINALE CARLO MARIA MARTINI SJ

«Il presepio è qualcosa di molto semplice, che tutti i bambini capiscono». Una meditazione da Gerusalemme del cardinale Carlo Maria Martini

Gerusalemme, dicembre 2006 

Il presepio è qualcosa di molto semplice, che tutti i bambini capiscono. È composto magari di molte figurine disparate, di diversa grandezza e misura: ma l’essenziale è che tutti in qualche modo tendono e guardano allo stesso punto, alla capanna dove Maria e Giuseppe, con il bue e l’asino, attendono la nascita di Gesù o lo adorano nei primi momenti dopo la sua nascita. 
Come il presepio, tutto il mistero del Natale, della nascita di Gesù a Betlemme, è estremamente semplice, e per questo è accompagnato dalla povertà e dalla gioia. Non è facile spiegare razionalmente come le tre cose stiano insieme. Ma cerchiamo di provarci. 
Il mistero del Natale è certamente un mistero di povertà e di impoverimento: Cristo, da ricco che era, si fece povero per noi, per farsi simile a noi, per amore nostro e soprattutto per amore dei più poveri. 
Tutto qui è povero, semplice e umile, e per questo non è difficile da comprendere per chi ha l’occhio della fede: la fede del bambino, a cui appartiene il Regno dei cieli. Come ha detto Gesù: «Se il tuo occhio è semplice anche il tuo corpo è tutto nella luce» (Mt 6, 22). La semplicità della fede illumina tutta la vita e ci fa accettare con docilità le grandi cose di Dio. La fede nasce dall’amore, è la nuova capacità di sguardo che viene dal sentirsi molto amati da Dio. 
Il frutto di tutto ciò si ha nella parola dell’evangelista Giovanni nella sua prima lettera, quando descrive quella che è stata l’esperienza di Maria e di Giuseppe nel presepio: «Abbiamo veduto con i nostri occhi, abbiamo contemplato, toccato con le nostre mani il Verbo della vita, perché la vita si è fatta visibile». E tutto questo è avvenuto perché la nostra gioia sia perfetta. Tutto è dunque per la nostra gioia, per una gioia piena (cfr. 1Gv 1, 1-3). Questa gioia non era solo dei contemporanei di Gesù, ma è anche nostra: anche oggi questo Verbo della vita si rende visibile e tangibile nella nostra vita quotidiana, nel prossimo da amare, nella via della Croce, nella preghiera e nell’eucaristia, in particolare nell’eucaristia di Natale, e ci riempie di gioia. 
Povertà, semplicità, gioia: sono parole semplicissime, elementari, ma di cui abbiamo paura e quasi vergogna. Ci sembra che la gioia perfetta non vada bene, perché sono sempre tante le cose per cui preoccuparsi, sono tante le situazioni sbagliate, ingiuste. Come potremmo di fronte a ciò godere di vera gioia? Ma anche la semplicità non va bene, perché sono anche tante le cose di cui diffidare, le cose complicate, difficili da capire, sono tanti gli enigmi della vita: come potremmo di fronte a tutto ciò godere del dono della semplicità? E la povertà non è forse una condizione da combattere e da estirpare dalla terra? 
Ma gioia profonda non vuol dire non condividere il dolore per l’ingiustizia, per la fame del mondo, per le tante sofferenze delle persone. Vuol dire semplicemente fidarsi di Dio, sapere che Dio sa tutte queste cose, che ha cura di noi e che susciterà in noi e negli altri quei doni che la storia richiede. Ed è così che nasce lo spirito di povertà: nel fidarsi in tutto di Dio. In Lui noi possiamo godere di una gioia piena, perché abbiamo toccato il Verbo della vita che risana da ogni malattia, povertà, ingiustizia, morte. 
Se tutto è in qualche modo così semplice, deve poter essere semplice anche il crederci. Sentiamo spesso dire oggi che credere è difficile in un mondo così, che la fede rischia di naufragare nel mare dell’indifferenza e del relativismo odierno o di essere emarginata dai grandi discorsi scientifici sull’uomo e sul cosmo. Non si può negare che può essere oggi più laborioso mostrare con argomenti razionali la possibilità di credere, in un mondo così. 
Ma dobbiamo ricordare la parola di san Paolo: per credere bastano il cuore e la bocca. Quando il cuore, mosso dal tocco dello Spirito datoci in abbondanza (cfr. Rm 5, 5; Gv 3, 34), crede che Dio ha risuscitato dai morti Gesù e la bocca lo proclama, siamo salvi (cfr. Rm 10, 8-12). Tutte le complicazioni, tutti gli approfondimenti che talora ci confondono, tutto ciò che è stato sovrimposto attraverso il pensiero orientale e occidentale, attraverso la teologia e la filosofia, sono riflessioni buone, ma non ci devono far dimenticare che credere è in fondo un gesto semplice, un gesto del cuore che si butta e una parola che proclama: Gesù è risorto, Gesù è Signore! È un atto talmente semplice che non distingue fra dotti e ignoranti, tra persone che hanno compiuto un cammino di purificazione o che devono ancora compierlo. Il Signore è di tutti, è ricco di amore verso tutti coloro che lo invocano. 
Giustamente noi cerchiamo di approfondire il mistero della fede, cerchiamo di leggerlo in tutte le pagine della Scrittura, lo abbiamo declinato lungo vie talora tortuose. Ma la fede, ripeto, è semplice, è un atto di abbandono, di fiducia, e dobbiamo ritrovare questa semplicità. Essa illumina tutte le cose e permette di affrontare la complessità della vita senza troppe preoccupazioni o paure. 
Per credere non si richiede molto. Ci vuole il dono dello Spirito Santo che egli non fa mancare ai nostri cuori e da parte nostra occorre fare attenzione a pochi segni ben collocati. Guardiamo a ciò che successe accanto al sepolcro vuoto di Gesù: Maria Maddalena diceva con affanno e pianto: «Hanno portato via il Signore e non sappiamo dove l’hanno posto». Pietro entra nel sepolcro, vede le bende e il sudario piegato in un luogo a parte e ancora non capisce. Capisce però l’altro discepolo, più intuitivo e semplice, quello che Gesù amava. Egli «vide e credette», riferisce il Vangelo, perché i piccoli segni presenti nel sepolcro fecero nascere in lui la certezza che il Signore era risorto. Non ha avuto bisogno di un trattato di teologia, non ha scritto migliaia di pagine sull’evento. Ha visto piccoli segni, piccoli come quelli del presepio, ma è stato sufficiente perché il suo cuore era già preparato a comprendere il mistero dell’amore infinito di Dio. 
Talora noi siamo alla ricerca di segni complicati, e va anche bene. Ma può bastare poco per credere se il cuore è disponibile e se si dà ascolto allo Spirito che infonde fiducia e gioia nel credere, senso di soddisfazione e di pienezza. Se siamo così semplici e disponibili alla grazia, entriamo nel numero di coloro cui è donato di proclamare quelle verità essenziali che illuminano l’esistenza e ci permettono di toccare con mano il mistero manifestato dal Verbo fatto carne. Sperimentiamo come la gioia perfetta è possibile anche in questo mondo, nonostante le sofferenze e i dolori di ogni giorno.