lunedì 31 dicembre 2018

Madre di Dio Vladimirskaya


MARIA SANTISSIMA MADRE DI DIO (01/01/2019)


MARIA SANTISSIMA MADRE DI DIO (01/01/2019)

Gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall'angelo
don Lucio D'Abbraccio  

La prima lettura che la liturgia della parola ci propone, è un testo di benedizione, è un'invocazione a Dio, affinché faccia brillare il suo volto sul popolo e lo protegga: «Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace».
Questa benedizione deve essere per noi un monito: mentre inizia il nuovo anno non affidiamoci agli astri, all'oroscopo, ai maghi, ma a Dio e soltanto a Dio. Oggi, purtroppo, è diffuso il ricorso alle forze occulte, ai cartomanti. Questo comportamento da parte nostra sta ad indicare lo sbandamento delle coscienze. Ci affidiamo agli uomini e ai loro riti magici e implicitamente rifiutiamo Dio.
Chiediamo perdono al Signore ogni volta che lo rinneghiamo! Torniamo a Lui, invochiamo il Suo nome! All'inizio di ogni nuovo anno viene celebrata la giornata mondiale della pace. Chiediamo al Signore e a Maria Santissima, Madre di Dio, affinché i nostri cuori diventino puri e capaci di perdonare ed annunciare la pace.
In questo primo giorno dell'anno il Vangelo ci conduce ancora una volta alla stalla di Betlemme, dove è deposto Gesù appena nato: i pastori, dopo aver contemplato la scena di quel bambino avvolto in fasce, subito diventano testimoni e cominciano a glorificare e a lodare Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com' era «stato detto loro». L'evangelista Luca prosegue dicendo che «Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore». Maria, dunque, scolta. Ascolta perché è umile. Ascolta perché il suo cuore è libero, è puro.
Nell'annunciazione Maria dice poche ed essenziali parole; a Betlemme nessuna parola; a Cana pochissime parole; nella vita pubblica e ai piedi della croce nessuna parola! Perché? Perché Maria è una donna che ama ascoltare, è una donna attenta a cogliere tutti i segnali della volontà di Dio per rinnovare quotidianamente il sì gioioso della sua obbedienza. Del resto tutti obbediamo a qualcuno o a qualcosa: c'è chi obbedisce ai propri datori di lavoro, c'è chi obbedisce al proprio egoismo, chi alla propria vanità, chi al proprio orgoglio, etc. Maria, invece, obbedisce a Dio. Che grande lezione di sapienza ha dato Maria a noi tutti!
Maria, nella stalla di Betlemme, accanto al suo bambino Gesù, è l'immagine della gioia. Infatti, quando c'è Dio, si può vivere in un tugurio ed essere contenti; quando c'è Dio, si può essere poverissimi ed essere contenti come san Francesco d'Assisi, quando c'è Dio c'è gioia, quando nel nostro cuore c'è Dio c'è tutto.
Perché oggi c'è tanta tristezza? Perché manca Dio nella nostra vita, l'abbiamo rifiutato. Con il benessere, con il potere non si risolve il problema della gioia. Molte persone sono tristi perché sono vuote dentro, sono vuote di Dio!
Nell'ultimo versetto del brano evangelico leggiamo: «Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall'angelo prima che fosse concepito nel grembo». È meditando su queste parole che possiamo approfondire la nostra contemplazione del mistero del Natale, il mistero del Verbo fatto carne che è venuto ad abitare in mezzo a noi.
Otto giorni dopo la sua nascita, Gesù viene circonciso. Questo gesto lo rende appartenente al popolo dell'alleanza santa stipulata con Abramo. Insieme alla circoncisione, Gesù riceve anche il nome, che si rivela conforme all'annuncio dell'angelo. Giuseppe e Maria lo chiamano, appunto, Gesù, Jeshu'a, che significa «il Signore salva» e, quindi, Salvatore: questo nome è dato da Dio stesso, non dagli uomini! È per opera dello Spirito Santo che Maria è diventata gravida, è per volontà di Dio che ha partorito quel Figlio che solo Dio poteva donare all'umanità. Il frutto benedetto del ventre di questa donna è Gesù.San Paolo, nella lettera che scrive ai Galati, dice: «Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna». Gesù è nato da una donna, quella donna è Maria, la vergine di Nazaret scelta da Dio. Essere Madre di Dio comportava per lei seguire la via di Dio, ossia la via del dolore, della sofferenza. Lungo questa via Maria non ha mai esitato: ha fatto tutto il pellegrinaggio terreno santificando ogni giorno della sua vita.
Lasciamoci condurre, durante il nostro pellegrinaggio terreno, dall'esempio di Maria, Madre di Gesù, Regina della pace, a diventare attenti e docili discepoli del Signore, portatori di pace e gioia.

venerdì 28 dicembre 2018

El Greco, La Sacra Famiglia


SANTA FAMIGLIA DI GESÙ, MARIA E GIUSEPPE


SANTA FAMIGLIA DI GESÙ, MARIA E GIUSEPPE

1Sam 1, 20-22.24-28; Sal 83; 1Gv 3,1-2. 21-24; Lc 2,41-52 

Il mistero del Natale si apre ad una vita tutta donata; la sapienza della Chiesa ce lo fa subito capire ponendo nel giorno successivo al Natale la festa di Santo Stefano, il Primo Martire; la vita di quel Bambino che abbiamo contemplato nella mangiatoia di Betlemme sarà vita pienamente umana, e tutta la rivelazione cristiana ci grida che si è veri uomini solo se si ama fino all’estremo, solo se capace di perdersi per amore (cfr Mt 10,39). Così fu la vita di Gesù, e così deve essere la vita del discepolo di cui Stefano subito è stato “icona”. Vita donata giorno per giorno, vita spesa per Dio e per gli uomini ma nella gioia … vita che, per Gesù, culminerà nel dono pasquale fatto sulla croce, ma che è vita spesa amando giorno dopo giorno e trovando in quell’amore la bellezza, la bontà ed il senso …
Questa domenica, detta della Santa Famiglia (una festa che direi “pastorale” in quanto creata di recente per avere un’occasione, appunto “pastorale”, per parlare della “famiglia cristiana”), oggi ci dà l’agio di fare un discorso più ampio su ciò che consegue al mistero della Incarnazionedi Dio. Non farei allora oggi il solito discorso “trito” sulla famiglia quale “primo nucleo della società”, sulla sua “sacralità” naturale e cristiana … non lo farei anche perchè – diciamocelo francamente – mai come in questi ultimi decenni noi Chiesa abbiamo  parlato di “famiglia” e mai come in questi ultimi decenni la “famiglia” patisce di lacerazioni e disfunzioni! Il problema, a mio umile parere, non è parlare della famiglia ma è annunziare l’Evangelo; quando si fa seriamente questo si evangelizza tutto l’uomo in tutti i suoi ambiti di vita e quindi anche in quel primo ambito che è la famiglia. E’ allora necessario che noi annunziamo con coraggio, con profondità, senza edulcorazioni e diminuzioni il mistero di Cristo, è necessario che noi credenti in Lui facciamo innamorare gli uomini di Cristo perché lo cerchino giorno per giorno.
Oggi la liturgia ci dà l’occasione di fare una lettura globale di questo mistero di Cristo e ci invita ad una ricerca appassionata di Lui che è venuto a cercarci prendendo la nostra carne. L’esito, come scrive Giovanni nel tratto della sua Prima Lettera che ascoltiamo quale seconda lettura, sarà il vivere da figli.
Il racconto di Luca che la Chiesa oggi propone è la conclusione dell’Evangelo dell’infanzia lucano: è un passo direi “unico”. “Unico” perché pare “fuori schema” rispetto a tutto il racconto dell’infanzia; “unico” perché è l’unico squarcio che gli Evangeli ci aprono sulla vita di Gesù prima del Battesimo al Giordano … e questa “unicità” ci suggerisce certo ad una sua funzione specifica. Il testo, insomma, non va letto ingenuamente. Uno smarrimento, quello del ragazzo Gesù, che avviene in un contesto preciso: la Pasqua; ed avviene all’interno di una vera fedeltà di Maria e Giuseppe alla Legge del popolo santo di Dio (“si recavano tutti gli anni a Gerusalemme per la festa di Pasqua”). Un episodio che, al di là del racconto banale della “scappatella” di un adolescente intelligente, contiene un mistero di Dio ed un appello per noi cui è consegnato l’Evangelo.
Il contesto pasquale ci rimanda alla fine dell’Evangelo quando, in un’altra Pasqua, Gesù verrà ugualmente smarrito per tre giorni ed al terzo giorno ritrovato dopo un’angoscia grande. In quel ritrovamento ci sarà la definitiva rivelazione della figliolanza divina. Per Luca, infatti, il Gesù pasquale rivela il Padre, sia sulla croce (“Padre nelle tue mani consegno il mio spirito” cfr Lc 23,46), sia nel giorno della risurrezione (“io manderò su di voi quello che il Padre mio ha promesso” cfr Lc 24, 49) … e anche questo Gesù dodicenne rivela la sua figliolanza dichiarando che deve essere nelle cose del Padre suo. Dobbiamo far caso che le prime e le ultime parole di Gesù nell’Evangelo di Luca sono un rinvio al Padre! Inoltre c’èancora un parallelismo che va colto con i racconti pasquali di Luca: un parallelismo con il bellissimo racconto dei discepoli di Emmaus (cfr Lc 24, 13-35). Infatti lì, come nel passo di oggi, ci sono dueche cercano Gesù, non lo trovano e poi lo trovano incontrandolo …
In questa scena del ritrovamento nel Tempio il protagonista è Gesù. Finalmente! Sì, finalmente, perché fino a questo momento nel racconto di Luca si era parlato di Lui ma non come di uno che agisce direttamente; ora no, ora per la prima volta Gesù parla. Insomma Gesù rivela di essere Figlio e di appartenere tutto al Padre; nella prima lettura si è detto che Samuele è ceduto per tutti i giorni della sua vita al Signore; così è Gesù: è del Padre, ed in Lui la carne dell’uomo deve fare questo passaggio, scegliere di essere di Dio! E senza mezze misure!
La vocazione ultima e prima del cristiano è offrire la propria carne all’Incarnazione di Dio; è mostrare che si può essere nelle “cose del Padre” fino in fondo; è dare alla storia il “respiro” di Dio; è permettere a Dio di piantare ancora la sua tenda in mezzo agli uomini (cfr Gv 1,14).
Gesù giovinetto, smarrito per tre giorni ed al terzo ritrovato, è allora narrazione di una “Pasqua annunziata” che si compie in Gesù perché in Lui l’ ”esodo” è iniziato. Il “vecchio uomo”, in Lui, si è mosso verso il “nuovo”; il “vecchio uomo” ormai ha iniziato a versarsi irreversibilmente nel “nuovo”! Tutto sarà costoso … ma la novità di Cristo già oggi si può insinuare in tutte le realtà umane, in tutte le strutture umane.
Spetta a noi permettere all’uomo che siamo di incamminarsi verso quell’essere nelle cose del Padre; sempre più in pienezza.
Il mistero della figliolanza sarà così visibile e palpabile nelle nostre vite! E sarà annunzio di speranza! 

Fabrizio Cristarella Orestano

giovedì 27 dicembre 2018

(per l'ottava di Natale)


L’UOMO CERCA DIO, DIO CERCA L’UOMO (per Natale)


L’UOMO CERCA DIO, DIO CERCA L’UOMO (per Natale)

Domenica 6 gennaio, Epifania del Signore. Matteo 2,1-12: «Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: “Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo”».

Percorsi: SPIRITUALITÀ E TEOLOGIA

Senza voler entrare nelle disquisizioni esegetiche e storiche che l’episodio del racconto della venuta dei Magi pone, (ci sono interventi molto qualificati sull’argomento: cito, ad esempio, il libro di Benedetto XVI su L’Infanzia di Gesù), mi limito a coglierne due aspetti, forse inusuali, ma non per questo meno importanti. In questa solennità abitualmente si coglie l’insegnamento dell’universalità della salvezza portata da Gesù.
Tutti gli uomini, di cui i Magi sono la rappresentanza, sono beneficiari dell’opera salvifica di Gesù. Cosa certamente vera e la più chiara che possiamo trarre dal brano del vangelo di Matteo. Di questo brano, però, a me piace cogliere un altro aspetto non meno significativo. I Magi, con il loro cammino, ci dicono quanto è importante la «ricerca» di Dio. È importante anche per noi che abbiamo la grazia di dirci cristiani. Il rischio nostro, infatti, è quello di dare per scontato di essere credenti cristiani senza mai averne preso coscienza fino in fondo. Il Battesimo ricevuto da piccoli è stato certamente un grande dono, ma che (forse) neanche ora abbiamo compreso in tutte le sue implicazioni del «credere» e del «vivere».
È a questo impegno che il Papa ci richiama con l’indizione dell’Anno della Fede. Come i Magi anche noi dovremmo metterci in cammino per rifare o fare per la prima volta il cammino della fede proposto a noi nella sua interezza dal Catechismo della Chiesa Cattolica se non in tutte le sue singole enunciazioni, almeno nel suo impianto generale: di fede possibile (perché l’uomo è capace di conoscere Dio), di fede creduta, di fede celebrata, di fede vissuta, di fede pregata. Il «cammino» dei Magi ci aiuta a comprendere quanto il catechismo afferma nella sua prima parte relativa alla possibilità che l’uomo ha di conoscere Dio. L’esperienza dei Magi dice che si può arrivare ad «adorare il Bambino», se la ricerca umana di Dio si incontra con la ricerca Divina dell’uomo. Per i Magi, infatti, non è stato sufficiente seguire la Stella per giungere al luogo ove Gesù li attendeva. Hanno avuto bisogno delle Sacre Scritture, conosciute nel palazzo di Erode, per individuare esattamente la mèta del loro lungo viaggio.
In proposito mi vengono in mente le parole con le quali Giovanni Paolo II inizia l’enciclica «circa i rapporti tra fede e ragione». Scrive il Beato Pontefice: «La fede e la ragione sono come le due ali con le quali lo spirito umano s’innalza verso la contemplazione della verità. È Dio ad aver posto nel cuore dell’uomo il desiderio di conoscere la verità e, in definitiva, di conoscere Lui perché, conoscendolo e amandolo, possa giungere anche alla piena verità su se stesso».
Giovanni Paolo II ci dice con chiarezza che per conoscere pienamente Dio abbiamo bisogno sia della ragione che della fede, come si evidenzia anche nel racconto dei Magi (la Stella sta per la ragione e la Sacra Scrittura per la fede). La ragione da sola non basta, e la fede da sola rischia di non essere sufficiente perché non riesce a dare ragione di se stessa. Inoltre il Papa Beato afferma un’altra verità estremamente importante: solo la conoscenza e l’amor di Dio ci permettono di conoscere la verità sull’uomo e, quindi, della sua dignità. Solo Dio è fondamento e salvaguardia della "dignità dell’uomo" e dell’inviolabilità dei suoi diritti, ad iniziare dal diritto della vita dal concepimento alla morte naturale. Solo coloro che credono in Dio o lo ricercano con cuore sincero, potranno mettere in cima alla scala dei valori l’uomo in quanto unico vivente che Dio ha voluto per se stesso, pertanto «fine» e mai «strumento» di qualunque azione che voglia dirsi veramente umana.
L’altro aspetto che volevo evidenziare del racconto matteano dei Magi è il «compiersi» del loro viaggio dopo aver incontrato il Bambino. Dice l’evangelista Matteo che «per un’altra strada fecero ritorno al loro paese». Uno dei segni che abbiamo conosciuto e incontrato il Dio fatto uomo, consiste nella novità che ciò imprime alla nostra vita. Affermare di averlo incontrato e di credere in Lui senza che avvenga un qualche cambiamento o addirittura un capovolgimento nel nostro stile di vivere, potrebbe essere una contraddizione e, quindi, una bugia. Le feste di questo Natale, pertanto, a quale cambiamento nella nostra vita ci hanno condotto?

lunedì 17 dicembre 2018

Angeli di Natale


TEMPO DI AVVENTO


TEMPO DI AVVENTO

Siamo agli inizi del nuovo anno liturgico e mi piace pensare che la saggezza popolare espressa nel detto, da me traslitterato dal siciliano: «Bel tempo e mal tempo non dura sempre un tempo», contribuisca a mettere in risalto che il tempo liturgico non è un periodo sempre uguale, statico, (anche se potrebbe sembrarlo) ma un tempo dinamico, in continua tensione che dall’inizio dall’attesa del Redentore si dipana verso il compimento della sua venuta escatologica. In questo periodo la comunità cristiana, fa memoria, attraverso i segni sensibili, del mistero Pasquale di Cristo, fondamento della nostra fede. L’anno liturgico inizia con l’Avvento, che comprende quattro settimane che precedono il Natale del Signore.
Il termine Avvento - adventus indica venuta, arrivo o presenza. Nel mondo romano indicava la visita o la venuta dell’imperatore, nella religione pagana indicava la visita annuale della divinità ai templi o santuari, nei quali si credeva che abitassero durante le feste in loro onore.
Nel Nuovo Testamento il vocabolo che indica avvento o presenza è «Parusia o epifania», adoperato con sfumature diverse e tradotto dalla Vulgata con «adventus».
I Padri greci usano il termine «parusia» per indicare la venuta di Cristo sia nella carne che nella gloria. Il primo a far menzione del duplice avvento di Cristo è Giustino nel II sec. Egli nella lettera all’imperatore Antonino Pio parla della venuta storica di Cristo verificatasi nel passato e di un’altra escatologica che dovrà compiersi nel futuro. La prima consiste nella rivelazione del Verbo che ha assunto la natura umana, portandone il peso; la seconda avverrà alla fine dei tempi nella potenza e nella gloria. Un altro Padre greco che fa riferimento alla avvento del Signore è Cirillo di Gerusalemme. Anche lui nelle sue catechesi fa menzione delle due venute di Cristo, nella carne e nella gloria. Nella prima il Verbo di Dio era avvolto in fasce e ci ha mostrato la sua pazienza; nella seconda, invece, verrà nella gloria e sarà avvolto di luce e porterà con se la corona di gloria.
Nei Padri latini il termine adventus è usato per indicare la duplice venuta di Cristo, sia nella carne che nella gloria. Tertulliano nel suo trattato Adversus Marcionem fa riferimento alle due venute di Cristo: la prima nell’umiltà e nella sofferenza della carne; la seconda avverrà, alla fine dei tempi, nella maestà e nella gloria. Ambrogio da Milano si serve della locuzione «adventus Domini» per indicare la duplice venuta del Redentore: La prima nella carne, in vista della redenzione e la seconda, nella gloria, per reprimere le colpe.
Agostino, invece, usa la parola adventus per indicare le due venute di Cristo nella forma mortale e nella gloria, e afferma che il riconoscerlo nella carne prelude il suo riconoscimento nella seconda venuta.
Dal V secolo in poi il termine adventus verrà utilizzato per indicare in particolare la prima venuta di Cristo, e sarà Cassiano a parlarne per primo, identificando l’Avvento del Signore con la sua natività.
Il tempo di avvento ha iniziato a celebrarsi nella chiesa latina a partire dalla metà del VI sec., anche se il Natale a Roma si festeggiava già dal 336. Il primo testo liturgico che fa riferimento all’Avvento del Signore è il Sacramentario Gelasiano Vetus (VII sec.) in latino. L’eucologia presente in questo testo - orazioni e prefazi - fa riferimento alle due venute di Cristo ed esprime nello stesso tempo la dimensione escatologica della Chiesa. La terminologia che verrà usata per indicare questo periodo, nei libri liturgici, varierà da «adventus Domini» al solo termine «adventus». Oltre al nome anche la durata del periodo varia in base al sacramentario a cui facciamo riferimento. Nel Gelasiano Vetus l’avvento è composto da sei settimane, nell’Hadrianum da quattro settimane. All’inizio, nei primi secoli, a Roma erano presenti due differenti tempi di celebrazione dell’Avvento: il primo era regolato dal sacramentario Gelasiano Vetus usato dai presbiteri nella chiese titolari a Roma e il secondo era regolato dal sacramentario Hadrianun usato nella cappella papale. Alla fine del VII sec. prevalse la forma di celebrazione usata dalla corte papale anche per le chiese titolari romane, così la struttura del tempo di avvento da questo momento in poi sarà di quattro settimane che precedono il Natale del Signore. Durante la sua formazione nel tempo, l’avvento acquisisce anche altre peculiarità: viene considerato come una piccola quaresima o tempo penitenziale, si finisce così col perdere di vista la dimensione escatologica. Lo stesso Pio XII nella sua enciclica sulla liturgia «Mediator Dei», presenta il tempo di Avvento come tempo fortemente penitenziale che aiuta a ritornare a Dio.
Il cambiamento di rotta si ha con la riforma iniziata dal Concilio Vaticano II che ha voluto restituire a questo periodo la peculiarità escatologica che lungo la storia era stata smarrita, infatti il n 39 delle Norme generali sull’ordinamento dell’anno liturgico afferma: «Il tempo di avvento ha una doppia caratteristica: è tempo di preparazione alla solennità del Natale, in cui si ricorda la prima venuta del Figlio di Dio fra gli uomini, e contemporaneamente è il tempo in cui, attraverso tale ricordo, lo spirito viene guidato all’attesa della seconda venuta del Cristo alla fine dei tempi». Si torna a camminare sul binario del ricordo e dell’attesa, e questo tempo non è solo preparazione al ricordo della nascita di Gesù, ma è anche attesa orante della sua venuta nella gloria.
Le preghiere delle collette domenicali nel messale, in particolare, sono tutte rinnovate e attinte ai sacramentari antichi. Il tema che attraversa la preghiera eucologica fa eco a quanto affermato nell’Ordinamento generale dell’Anno Liturgico: le due venute di Cristo, la prima nella carne e la seconda nella gloria.
Nelle prima e seconda domenica è accentuata in modo particolare non solo la venuta di Cristo nella gloria, ma anche la nostra decisione a metterci in cammino verso di lui; si vuole suscitare in noi la volontà «di andare incontro al Signore che viene» e la forza per non cadere nelle tentazioni della vita quotidiana: «fa che il nostro impegno nel mondo non ci ostacoli nel cammino verso il tuo Figlio». Questo tempo che si apre dinanzi a noi, mistero della sua presenza, è un camminare con Cristo verso il Padre.
Le collette delle altre due domeniche, invece, ci aprono al ricordo storico della venuta del Signore.
Nella terza domenica, chiamata «Gaudete» la nota della gioia è presente nella colletta che manifesta l’esultanza per la venuta del Signore facendo eco all’antifona d’ingresso che apre la liturgia di questo giorno: «Rallegratevi sempre nel Signore… ». Nella quarta domenica è riportato un testo caro alla pietà popolare, perché recitato alla conclusione della preghiera dell’Angelus ogni giorno. Il testo non solo ci permette di contemplare il Verbo che si fa carne, come in ogni celebrazione, ma ci fa contemplare e vivere, nello stesso tempo, il mistero nella sua pienezza, facendocene intravedere il compimento nella morte e nella resurrezione del Verbo incarnato.
Il tempo di avvento si conclude con l’ottavario in preparazione al Natale del Signore, tempo fortemente orientato al ricordo della venuta storica di Cristo, senza che si perda di vista la dimensione escatologica. Le antifone dette in «O», perché iniziano sempre con questa vocale dell’alfabeto, utilizzate sia nella liturgia eucaristica che in quella delle Ore, mettono in luce le promesse fatte nell’AT della Venuta del Messia, promesse che si sono realizzate con l’Incarnazione del Verbo di Dio.
Anche la Liturgia delle Ore, che «estende alle diverse ore del giorno le prerogative del mistero eucaristico» (PNLDO 12), orienta il sacrificio della lode allo specifico di questo tempo: vivere il ricordo storico della nascita di Gesù «Verbo, splendore del Padre, nella pienezza dei tempi tu sei disceso dal cielo, per redimere il mondo» (inno Ufficio) e recuperare inoltre la dimensione escatologica: «Nell’avvento glorioso, alla fine dei tempi ci salvi dal nemico la sua misericordia» (inno Vespri).
La riforma conciliare scaturita dal Concilio Vaticano II ha recuperato il senso più autentico di questo periodo, espresso nel pensiero dei Padri, considerandolo non solo come tempo di preparazione alla celebrazione dell’anniversario della nascita di Gesù, ma anche come tempo di attesa escatologica della sua seconda venuta. La vita del cristiano è protesa verso il mistero della redenzione di Cristo che si compie tra il «il già e il non ancora». Questo si vive nell’intreccio tra un tempo che ne fa memoria perché si è rivelato e un non ancora che si deve compiere: presente e futuro.
Un ruolo importate è riservato alla Vergine Maria, per la parte da lei avuta nel mistero della salvezza e per la dignità singolare che ne consegue, come afferma Paolo VI nella sua esortazione apostolica Marialis Cultus. La liturgia di questo periodo congiunge «in felice equilibrio cultuale» (n 4) l’attesa messianica ed escatologica di Cristo con «l’ammirata memoria» (n 4) di Maria, e ciò, se da una parte contribuisce ad allontanare il pericolo di separare il culto della Vergine dal quello di Cristo, suo unico punto di riferimento, dall’altra ci permette di considerare l’avvento come un «Tempo particolarmente adatto per il culto alla Madre del Signore» (n 4). Nell’avvento Maria è la Madre che nel silenzio orante ha atteso con ineffabile amore la venuta del Figlio e ci ha donato l’autore della vita. Per un arcano disegno di Dio Maria è la via che ci conduce a Cristo e ci aiuta ad accogliere in modo qualitativo l’opera salvezza che si è attuata per opera del Figlio.

per la stesura del testo cf. P. Regan, Dall'Avvento alla Pentecoste. La riforma liturgica nel messale di Paolo VI, EDB, 2013.

sabato 15 dicembre 2018

Presepe artistico, Monsampolo del Tronto


BENEDETTO XVI - ANGELUS - III Domenica di Avvento, 14 dicembre 2008


BENEDETTO XVI - ANGELUS - III Domenica di Avvento, 14 dicembre 2008

Piazza San Pietro

Cari fratelli e sorelle!

questa domenica, la terza del tempo di Avvento, è detta "Domenica gaudete", "siate lieti", perché l’antifona d’ingresso della Santa Messa riprende un’espressione di san Paolo nella Lettera ai Filippesi che così dice: "Siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto: siate lieti". E subito dopo aggiunge la motivazione: "Il Signore è vicino" (Fil 4,4-5). Ecco la ragione della gioia. Ma che cosa significa che "il Signore è vicino"? In che senso dobbiamo intendere questa "vicinanza" di Dio? L’apostolo Paolo, scrivendo ai cristiani di Filippi, pensa evidentemente al ritorno di Cristo, e li invita a rallegrarsi perché esso è sicuro. Tuttavia, lo stesso san Paolo, nella sua Lettera ai Tessalonicesi, avverte che nessuno può conoscere il momento della venuta del Signore (cfr 1 Ts 5,1-2) e mette in guardia da ogni allarmismo, quasi che il ritorno di Cristo fosse imminente (cfr 2 Ts 2,1-2). Così, già allora, la Chiesa, illuminata dallo Spirito Santo, comprendeva sempre meglio che la "vicinanza" di Dio non è una questione di spazio e di tempo, bensì una questione di amore: l’amore avvicina! Il prossimo Natale verrà a ricordarci questa verità fondamentale della nostra fede e, dinanzi al Presepe, potremo assaporare la letizia cristiana, contemplando nel neonato Gesù il volto del Dio che per amore si è fatto a noi vicino.
In questa luce, è per me un vero piacere rinnovare la bella tradizione della benedizione dei "Bambinelli", le statuette di Gesù Bambino da deporre nel presepe. Mi rivolgo in particolare a voi, cari ragazzi e ragazze di Roma, venuti stamattina con i vostri "Bambinelli", che ora benedico. Vi invito a unirvi a me seguendo attentamente questa preghiera:

Dio, nostro Padre,
tu hai tanto amato gli uomini
da mandare a noi il tuo unico Figlio Gesù,
nato dalla Vergine Maria,
per salvarci e ricondurci a te.

Ti preghiamo, perché con la tua benedizione
queste immagini di Gesù, che sta per venire tra noi,
siano, nelle nostre case,
segno della tua presenza e del tuo amore.

Padre buono,
dona la tua benedizione anche a noi,
ai nostri genitori, alle nostre famiglie e ai nostri amici.

Apri il nostro cuore,
affinché sappiamo ricevere Gesù nella gioia,
fare sempre ciò che egli chiede
e vederlo in tutti quelli
che hanno bisogno del nostro amore.

Te lo chiediamo nel nome di Gesù,
tuo amato Figlio, che viene per dare al mondo la pace.

Egli vive e regna nei secoli dei secoli.
Amen.

Ed ora recitiamo insieme la preghiera dell’Angelus Domini, invocando l’intercessione di Maria affinché Gesù, che nascendo porta agli uomini la benedizione di Dio, sia accolto con amore in tutte le case di Roma e del mondo.

venerdì 14 dicembre 2018

Luca 3, 10-18


TERZA DOMENICA D’AVVENTO


TERZA DOMENICA D’AVVENTO

Sof 3,14-18a; Is 12,2-6; Fil 4,4-7; Lc 3,10-18

Strana la domenica della gioia di quest’anno … strana perché è fatta di due tonalità che paiono contrastanti, stonate se messe assieme. In realtà se leggiamo bene ci accorgiamo che questi due colori, queste due melodie, sono capaci di intrecciarsi in un’armonia calda, capace di farci leggere tutte le esigenze e le proposte della fede.
C’è una melodia aspra, addirittura spaventosa … ed è la prima che dobbiamo ascoltare; viene dal Battista: annunzia il Veniente, che in quel momento storico era Gesù di Nazareth che stava per rivelarsi come il Cristo di Dio, e lo presenta come il più forte che dà un battesimo di fuoco, un’immersione nel fuoco che purifica e toglie le scorie. Il Battista proclama che il Cristo viene con un’azione violenta come il vento che spazza via ciò che non è per il Regno veniente. Giovanni Battista usa un’immagine agricola, quella della trebbiatura che già i profeti avevano usato nella Prima Alleanza per parlare del giudizio del Signore: come il contadino che solleva alto in aria la pula e gli scarti per distinguerli dal grano, così farà il Cristo veniente!
Spesso si dice che qui il Battista si inganna perché Gesù, al contrario delle sue parole, sarebbe venuto non con questa violenza e nettezza ma con l’arma della misericordia … Penso che sia una lettura edulcorata e da immaginetta devozionale, un’immagine di Gesù dolciastra, sentimentaloide … il Battista lotta contro siffatte immagini “religiose” e rassicuranti; sono queste, infatti, immagini riduttive che conducono inesorabilmente ad un solo frutto terribile: la mediocrità di chi vuole vivere sommando l’insommabile!
Giovanni sta dicendo che il Cristo è esigente, che le sue domande sono compromettenti, che le sue richieste non ammettono edulcorazioni … alle tre classi di persone che lo interrogano il Battista risponde con quelle che saranno le esigenze imprescindibili dell’Evangelo: giustizia e amore.
È vero: Cristo ci pone delle richieste che ci lacerano, ci sconquassano, ci contraddicono! Nell’Evangelo di Matteo c’è quel detto di Gesù che turba tanto i “quietisti” di tutti i tempi: Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare la pace ma una spada (cfr Mt 10,34). La spada è quella a doppio taglio tante volte citata nella Scrittura per dire come la Parola giudichi, distingua, chieda scelta di campo(cfr Is 49,2; Sal 149,6; Sap 18,15; Eb 4, 12; Ap 1, 16; 2, 12; 19, 15.21). tanto è vero che Luca riferirà lo stesso detto specificando cosa è la spada: è la divisione tra quelli che scelgono il Regno e quelli che scelgono il mondo. Nello stesso Evangelo di Luca, dopo le dolci scene del Natale, siamo condotti al Tempio dove il vecchio Simeone non usa mezzi termini per descrivere quel Bambino che ha tra le braccia: Sarà segno di contraddizione e svelerà i segreti di molti cuori, sarà pietra di inciampo; attraverso di Lui alcuni cadranno ed altri risorgeranno e aggiunge che una spada trafiggerà l’anima della Madre del Messia; e certo in Maria si adombra Israele che ha generato il Messia ma che per quel Messia si dividerà, in quel Messia Gesù troverà quel segno di contraddizione su cui operare scelte coraggiose e definitive (cfr Lc 2, 34-35).
Gesù non è venuto con un Evangelo dolciastro e rassicurante e non verrà così alla fine della storia! Gesù non lascia spazi aperti ad alcun compromesso con la mondanità e le sue potenze che sono quelle di Mammona: ricchezza, potere, possesso, orgoglio, disprezzo dei poveri.
Non si può essere di Cristo e non bruciare di quel fuoco che Lui è venuto a portare. Quel fuoco di cui bisogna ardere vigilando nell’attesa del suo giorno; quel fuoco che deve essere la scelta del “frattempo” che la Chiesa vive nell’attesa che si compia la beata speranza della sua venuta.
Chi non è disposto a bruciare fino a consumarsi per l’Evangelo è lontano dal Regno e non è un uomo dell’Avvento.
I rappresentanti de popolo che vanno dal Battista gli fanno la solita domanda: Che cosa dobbiamo fare? Il Battista risponde con chiarezza: bisogna prendere una decisione dinanzi a Colui che viene; questo valeva allora ma vale ancor più per noi che attendiamo il suo ritorno e sappiamo del suo amore fino all’estremo e sappiamo della vittoria del suo amore; una decisione che deve essere cosciente che il progetto della nostra vita attende una conclusione. Alla conclusione noi non vogliamo pensare e crediamo di poter protrarre il “gioco” all’infinito per poter fare le nostre mosse a nostro piacimento. È proprio vero quello che Dostoevskij scrive nel suo romanzo “Memorie dal sottosuolo” (1864): L’uomo è un essere frivolo e incongruo e forse, come il giocatore di scacchi, ama solo lo svolgimento del gioco e non la conclusione. Pensiamoci … è davvero così! L’Avvento è un tempo per guardare alla conclusione; uno sguardo non terroristico ma consapevole e responsabile. Uno sguardo che può e deve trasformare il “gioco”!
Questa domenica è però detta domenica “Gaudete” perché in essa c’è un’altra melodia: appunto la melodia della gioia!
È vero: chi decide, guardando alla conclusione, per le esigenze nette e non equilibristi che del Cristo, prova in se stesso una pace e una serenità grandi. La paura non prende il sopravvento, è sopraffatta dalla fiducia nel Veniente. La melodia della gioia la intona in questa domenica già il profeta Sofonia con uno splendido canto in cui le parole che ricorrono e si rincorrono sono: gioisci, esulta, rallegrati, esulterà di gioia, si rallegrerà con grida di gioia come nei giorni di festa!
Sofonia annunzia che nella Gerusalemme rinnovata dalla scelta di fedeltà al Signore si ritroveranno, come in un grembo fecondo,, il Signore e gli uomini che hanno fatto del Regno la ragione delle loro scelte, della loro vita!
La gioia è anche il tema del cantico del Libro di Isaia che oggi ha il posto del consueto salmo responsoriale e la gioia è addirittura il comando di Paolo nel passo della Lettera ai cristiani di Filippi, un testo che nella traduzione latina della Vulgata ha dato il nome a questa terza domenica di Avvento: Gaudete in Domino semper. Iterum dico: Gaudete! (“ Gioite nel Signore sempre! Ve lo ripeto: Gioite!”)
L’uomo, pervaso da questa gioia, scrive Paolo, ha il dovere di mostrare l’ affabilità (in greco è “tò epieikés”). Che significa? Serenità, amabilità, tranquillità, bontà, dolcezza! Insomma chi è pervaso da questa gioia deve essere uno specchio di Dio.
Noi discepoli di Cristo, in questo mondo cupo, non dobbiamo aggiungere tristezze ma dobbiamo far esplodere la gioia! Non una gioia a basso prezzo ma scaturente dalle scelte radicali che si fanno nella sequela di Colui che attendiamo e che verrà con il fuoco e che ci chiede di vivere di fuoco!

P. Fabrizio Cristarella Orestano

Alexander Ivanov (1806-1858): Il Battista indica il Cristo presente (olio su tela, dipinto dal 1837 al 1857) (Mosca, Galleria Tretyakov)

martedì 11 dicembre 2018

La pecorella smarrita (vangelo di oggi)


PAPA FRANCESCO - L'atto di fede -10 dicembre 2018


PAPA FRANCESCO - L'atto di fede -10 dicembre 2018 

MEDITAZIONE MATTUTINA

(da: L'Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVIII, n.281, 11/12/2018)

Consiglio pratico per vivere l’Avvento: rileggere il capitolo 9 del vangelo di Giovanni che racconta «l’atto di fede» del ragazzo nato cieco. Perché «con la fede tutto è possibile» e solo con la fede possiamo celebrare il Natale per quello che realmente è, senza cadere in tentazioni «mondane o pagane», «teologizzanti o moraleggianti». Così Papa Francesco ha rilanciato la verità sul Natale nella messa celebrata lunedì 10 dicembre a Santa Marta.
Del resto, ha fatto subito notare nell’omelia, «all’inizio della messa, nell’orazione colletta, abbiamo chiesto al Signore la grazia di prepararci per celebrare con vera fede il Natale». Difatti si è così pregato: «Salga a te, o Padre, la preghiera del tuo popolo, perché nell’attesa fervida e operosa si prepari a celebrare con vera fede il grande mistero dell’incarnazione del tuo unico Figlio». E con queste parole, ha aggiunto Francesco, «abbiamo chiesto la fede nel mistero di Dio fatto uomo».
E proprio «la fede anche oggi, nel Vangelo, fa vedere come tocca il cuore del Signore» ha rilanciato il Pontefice, facendo riferimento al brano di Luca (5, 17-26). «Il Signore — ha ricordato — tante volte torna sulla catechesi sulla fede, insiste». E così nel passo evangelico si legge che Gesù vide la fede delle persone che gli portarono davanti un uomo paralitico. Egli «vide quella fede, perché ci vuole coraggio per fare un buco sul tetto e far calare un lettuccio con l’ammalato lì, ci vuole coraggio». E questo coraggio sta a dimostrare che «questa gente aveva fede: loro sapevano che se l’ammalato fosse arrivato davanti a Gesù sarebbe stato guarito». Per questo Luca scrive: Gesù «vedendo la loro fede...».
Del resto, «tante volte Gesù torna sull’argomento della fede» ha affermato il Papa. E «lo vediamo nel Vangelo: pensiamo al centurione, per esempio, quando Gesù è rimasto colpito dalla fede di quell’uomo e dice: “Mai ho trovato fede così in Israele”». Poi, ha proseguito, «pensiamo alla donna, quella siro-fenicia che seguiva Gesù e chiedeva, chiedeva e Gesù non l’ascoltava; chiese “almeno le briciole del pane per i figli” e Gesù: “Ma quanta fede! Non l’ho trovata in Israele”». E, ancora, «pensiamo a quell’altra signora che aveva dei flussi di sangue: soltanto voleva toccare l’orlo del manto mentre Gesù andava a guarire la figlia di Giairo».
«Fede», dunque. E «Gesù ammira la fede nella gente: non solo rimprovera la gente di poca fede, rimprovera Pietro — “uomo di poca fede, perché hai dubitato?” — e rimprovera quel povero papà del bambino indemoniato: “Se tu puoi fare qualcosa” — “Tutto è possibile a quello che crede”». Egli «con forza lo dice, rimprovera», perché «tutto è possibile alla fede, e poi dice: “Se voi avete la fede come un grano di senape, direste a quel monte: ‘vai nel mare’ e quello si butterebbe nel mare”». Con la fede, dunque, «tutto è possibile», ha ripetuto Francesco. E «oggi abbiamo chiesto questa grazia: in questa seconda settimana dell’Avvento, prepararci con la fede, a celebrare il Natale».
«È vero che il Natale, lo sappiamo tutti, tante volte si celebra non con tanta fede, si celebra anche mondanamente o paganamente» ha riconosciuto il Papa. Ma, ha proseguito, «il Signore ci chiede di farlo con fede e noi, in questa settimana, dobbiamo chiedere questa grazia: di poter celebrarlo con fede». Anche se, ha aggiunto, «non è facile custodire la fede, non è facile difendere la fede, non è facile».
«Pensiamo a quel ragazzo cieco dalla nascita» di cui Giovanni parla nel capitolo 9 del suo vangelo, ha suggerito il Pontefice, riferendosi in particolare alla «lotta che ha avuto per essere coerente, per dire la verità». Ed «è bello come finisce quel brano del Vangelo: Gesù lo trova, conosceva la lotta di questo ragazzo, e gli fa la domanda: “Tu credi nel Figlio dell’uomo?”». Quel ragazzo «era intelligente» e rispose: «chi è?» proprio perché «non prendeva per buone le cose che non capiva». E alla risposta di Gesù — «Sono io, che parlo con te» — quel «ragazzo si inginocchiò e adorò Gesù». Ecco «l’atto di fede».
«Ci farà bene oggi e anche domani, durante la settimana — ha proposto Francesco — prendere questo capitolo 9 di Giovanni e leggere questa storia tanto bella del ragazzo cieco dalla nascita». E «finire dal nostro cuore con l’atto di fede: “Credo, Signore, aiuta la mia poca fede, difendi la mia fede dalla mondanità, dalle superstizioni, dalle cose che non sono fede, difendila dal ridurla a teorie, siano esse teologizzanti o moraleggianti»: che sia «fede in te, Signore». Per questo, ha concluso, il Papa «chiediamo questa grazia e leggiamo questo passo di Giovanni».


sabato 8 dicembre 2018

Lc 3, 1-6


II DOMENICA DI AVVENTO - C


II DOMENICA DI AVVENTO - C 

Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea. Erode tetràrca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetràrca dell’Iturèa e della Traconìtide, e Lisània tetràrca dell’Abilène, sotto i sommi sacerdoti Anna e Càifa, la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto. Egli percorse tutta la regione del Giordano, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati, com’è scritto nel libro degli oracoli del profeta Isaia: «Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri! (…) Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!».
(Letture: Baruc 5,1-9; Salmo 125; Filippési 1,4-6,8-11; Luca 3,4-6).
E la Parola di Dio cambia passo alla nostra storia
commento di Ermes Ronchi
Luca dà inizio al racconto dell’attività pubblica di Gesù con una pagina solenne, quasi maestosa, un lungo elenco di re e sacerdoti, che improvvisamente subisce uno scarto, un dirottamento: un sassolino del deserto cade dentro l’ingranaggio collaudato della storia e ne muta il passo: la Parola di Dio venne su Giovanni nel deserto.
La Parola, fragile e immensa, viene come l’estasi della storia, di una storia che non basta più a se stessa; le inietta un’estasi, che è come un uscire da sé, un sollevarsi sopra le logiche di potere, un dirottarsi dai soliti binari, lontano dalle grandi capitali, via dalle regge e dai cortigiani, a perdersi nel deserto. È il Dio che sceglie i piccoli, che «abbatte i potenti», che fa dei poveri i principi del suo regno, cui basta un uomo solo che si lasci infiammare dalla sua Parola.
Chi conta nella storia? Erode sarà ricordato solo perché ha tentato di uccidere quel Bambino; Pilato perché l’ha condannato a morte. Nella storia conta davvero chi comincia a pensare pensieri buoni, i pensieri di Dio.
La parola di Dio venne su Giovanni, nel deserto. Ma parola di Dio viene ancora, è sempre in volo in cerca di uomini e donne dove porre il suo nido, di gente semplice e vera, che voglia diventare «sillaba del Verbo» (Turoldo). Perché nessuno è così piccolo o così peccatore, nessuno conta così poco da non poter diventare profeta del Signore.
«Voce di uno che grida nel deserto: preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri. Ogni burrone sarà riempito, ogni monte abbassato; le vie tortuose diventeranno diritte e quelle impervie, spianate».
La voce dipinge un paesaggio aspro e difficile, che ha i tratti duri e violenti della storia: le montagne invalicabili sono quei muri che tagliano in due villaggi, case e oliveti; i burroni scoscesi sono le trincee scavate per non offrire bersaglio e per meglio uccidere; sono l’isolarsi per paura… È anche la nostra geografia interiore, una mappa di ferite mai guarite, di abbandoni patiti o inflitti. Il profeta però vede oltre, vede strade che corrono diritte e piane, burroni colmati, monti spianati. Per il viaggio mai finito dell’uomo verso l’uomo, dell’uomo verso il suo cuore. E soprattutto di Dio verso l’uomo.
Un’opera imponente e gioiosa, e a portarla a compimento sarà Colui che l’ha iniziata. L’esito è certo, perché il profeta assicura: «Ogni uomo vedrà la salvezza». Ogni uomo? Sì, esattamente questo: ogni uomo. Dio viene e non si fermerà davanti a burroni o montagne, e neppure davanti al mio contorto cuore. Raggiungerà ogni uomo, gli porrà la sua Parola nel grembo, potenza di parto di un mondo nuovo e felice, dove tutto ciò che è umano trovi eco nel cuore di Dio.
Un’immersione per la remissione dei peccati
commento di Enzo Bianchi
Per l’evangelista Luca l’inizio dell’annuncio del Vangelo si ha con la chiamata e la missione di Giovanni il Battista, che non a caso egli ci presenta già come “colui che annuncia il Vangelo” (cf. Lc 3,18). Gesù, infatti, era nato a Betlemme circa trent’anni prima (cf. Lc 3,23), ma la sua vita era stata caratterizzata dal nascondimento. Quei tre decenni restano per tutti i vangeli “gli anni oscuri di Gesù”, nel senso che sappiamo che egli è stato allevato a Nazaret (cf. Lc 2,51-52), poi è cresciuto ed è diventato una persona matura: non conosciamo però con esattezza dove ciò sia avvenuto, anche se supponiamo che Gesù abbia trascorso quel tempo nel deserto, quale discepolo di Giovanni.
Ecco allora il racconto solenne di Luca, che menziona proprio, e in posizione finale, di rilievo, il deserto. Vale la pena riportarlo alla lettera: “Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode principe della Galilea, e Filippo, suo fratello, principe dell’Iturea e della Traconìtide, e Lisània principe dell’Abilene, sotto i sommi sacerdoti Anna e Caifa, la parola di Dio venne, cadde su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto”. Quest’ultimo è l’evento decisivo: la parola di Dio viene su un uomo, Giovanni, asceta che abita nel deserto di Giuda, e lo istituisce profeta, cioè porta-parola dello stesso Signore Dio. La profezia che da cinque secoli taceva in Israele si rende dunque di nuovo presente in uomo che, reso predicatore itinerante dalla Parola, percorre tutta la valle del Giordano, regione marginale situata tra la terra santa e il deserto, per far ritornare a Dio il suo popolo.
Giovanni predica la conversione, ossia l’esigenza di un mutamento di mentalità, di comportamento e di stile di vita, e chiede che questa volontà, questa decisione che può avere origine solo nel cuore, sia accompagnata da un’azione semplice, umana: si tratta di lasciarsi immergere (questo, alla lettera, il senso del verbo “battezzare”) nelle acque del fiume Giordano. Questo atto è immagine di un affogamento: si va sott’acqua, si depone nell’acqua “l’uomo vecchio con i suoi comportamenti mortiferi” (Col 3,9; cf. Rm 6,6; Ef 4,22), e si viene fatti riemergere dalle acque come uomini e donne in grado di “camminare in una vita nuova” (Rm 6,4). Questa immersione, segno che significa un ricominciare, una novità, ed è compiuto pubblicamente, davanti a tutti e davanti al profeta che immerge, diventa un impegno. Non è una delle tante abluzioni prescritte dalla Torah per riacquistare la purità perduta, ma è un atto compiuto una volta per sempre, che indica una precisa opzione, che dovrà essere guida e criterio di tutta la vita che verrà. Conversione, ritorno sulla strada che porta a Dio, ritorno al Signore, rivolgersi a lui: ecco ciò che questa immersione significa.
Secondo il vangelo (cf. anche Mc 1,4) in questo gesto è contenuta una grande novità: la remissione dei peccati da parte di Dio. Sì, quell’immersione, segno della volontà di conversione, è strettamente legata alla remissione, al perdono dei peccati per opera di Dio. È questa offerta potente di perdono da parte di Dio, è questo suo amore preveniente a causare la conversione, oppure è la conversione a causare il suo perdono? Nessun dubbio: “è Dio che produce in noi il volere e l’operare” (cf. Fil 2,13) e che sempre ci offre, ben prima che noi lo desideriamo o lo cerchiamo, il suo amore, che è misericordia infinita. Se noi predisponiamo tutto per ricevere questo amore, se sappiamo accoglierlo e dunque ci convertiamo, allora il dono del perdono dei peccati ci raggiunge e opera ciò che nessuno di noi potrebbe operare: i nostri peccati, il nostro aver fatto il male è cancellato e dimenticato da Dio, che ci guarda come creature irreprensibili perché perdonate e giustificate dalla sua misericordia. Questo è il Vangelo, la buona notizia che comincia a risuonare tra le dune e le rocce del deserto e il fiume Giordano, per opera di Giovanni: ormai un profeta è in mezzo al popolo, che accorre a lui per ascoltare la parola di Dio annunciata dalla sua voce.
Giovanni, chiamato dalla parola di Dio caduta su di lui come cadeva sugli antichi profeti (cf. Ger 1,2; Ez 1,3), compie una missione ben precisa, preannunciata dal profeta Isaia (cf. Is 40,3-5): una missione, un ministero di consolazione. Non possiamo qui non fare memoria dei “monaci” della comunità di Qumran che vivevano proprio in quella regione del deserto in cui era apparso pubblicamente Giovanni. Essi avevano applicato a se stessi proprio questa profezia di Isaia che chiedeva di aprire una strada nel deserto e di appianarla per la venuta del Signore, assumendola come fonte del loro ministero e della loro missione. Per questo erano venuti nel deserto per vivere secondo la volontà di Dio e per attendere nella preghiera e nello studio perseverante delle sante Scritture la venuta del suo Messia e del suo regno. Giovanni, asceta come loro nel deserto, condivide con loro la stessa missione, e il suo manifestarsi è conforme alla medesima profezia di Isaia: “Com’è scritto nel libro degli oracoli del profeta Isaia, ‘voce che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, rendete dritti i suoi sentieri … Ogni carne vedrà la salvezza di Dio’”. Questa voce – Luca lo sottolinea – vuole raggiungere “ogni carne”, ogni uomo e ogni donna, non solo i figli e le figlie di Israele, in modo che tutti possano ricevere la salvezza di Dio: questa infatti non è rivolta solo al popolo delle alleanze e delle benedizioni, come annunciavano gli antichi profeti, ma Giovanni il Battista proclama che è una salvezza universale, per tutti, per tutti! Dunque buona notizia per tutti, “non per alcuni, né per pochi né per molti, ma per tutti”, come recentemente ha gridato con gioia papa Francesco (Cattedrale di Firenze, 10 novembre 2015, Incontro con i rappresentanti del convegno nazionale della chiesa italiana).
Tutto ciò avviene ai margini della terra santa, alle soglie del deserto, con il suo vuoto, il suo silenzio, la sua solitudine. Quale contrasto tra la “grande” storia, che vede regnare Tiberio, Erode e gli altri, che registra il sommo sacerdozio di Anna e Caifa, e la storia di salvezza, che si realizza in modo umile, nascosto! Niente di ciò che dà lustro al potere politico è presente; niente di ciò che caratterizza la solenne liturgia sacerdotale appare: no, semplicemente un fiumiciattolo, dell’acqua in cui immergersi, dei corpi che scendono e risalgono dall’acqua per azione delle braccia di un uomo, Giovanni, il quale è solo voce che nel deserto chiede una vita altra, nuova, chiede agli uomini e alle donne di ricominciare a vivere secondo la volontà del Signore. Quello di Giovanni era un battesimo in cui l’acqua era eloquente di per sé, non oscurata o nascosta da tante pretese azioni cultuali: acqua, parola, corpi che sono immersi e poi riemergono, braccia che accompagnano chi discende e poi lo risollevano… piena umanità di quel segno-sacramento dell’immersione. È sufficiente però definirlo “battesimo”, per comprenderlo purtroppo solo come rito e non come gesto e parola, gesto che parla, parola che agisce!

venerdì 7 dicembre 2018

Immacolata Concezione


LA VITA DI MARIA (I): L’IMMACOLATA CONCEZIONE


LA VITA DI MARIA (I): L’IMMACOLATA CONCEZIONE

"Una luce di speranza si accende sul genere umano nell’istante stesso in cui peccavamo". L’Immacolata Concezione di Maria nei testi della Chiesa, dei Padri e dei santi.

La storia dell’uomo sulla terra è la storia della misericordia di Dio. Sin dall’eternità ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità (Ef 1, 4). Tuttavia, istigati dal demonio, Adamo ed Eva si ribellarono ai piani divini: diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male (Gn 3, 5), aveva loro sussurrato il principe della menzogna. Lo ascoltarono; non vollero avere debiti verso l’amore di Dio e cercarono di ottenere con le loro sole forze la felicità alla quale erano stati chiamati.
Però Dio non venne meno. Sin dall’eternità, nella sua Sapienza e nel suo Amore infinito, prevedendo il cattivo uso della libertà che avrebbero fatto gli uomini, aveva deciso di farsi uno di noi, mediante l’Incarnazione del Verbo, seconda Persona della Trinità. Perciò, rivolgendosi a Satana che sotto l’aspetto di un serpente aveva tentato Adamo ed Eva, lo minacciò: Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe (Gn 3, 15). È il primo annuncio della Redenzione, nel quale già s’intravede la figura di una Donna, discendente di Eva, che sarà la Madre del Redentore e, con Lui e sotto di Lui, schiaccerà la testa del serpente infernale. Una luce di speranza si accende sul genere umano nell’istante stesso in cui peccavamo.
"CERCARONO DI OTTENERE CON LE LORO SOLE FORZE LA FELICITÀ ALLA QUALE ERANO STATI CHIAMATI".
Cominciavano così a compiersi le parole ispirate – scritte molti secoli prima che la Madonna venisse al mondo – che la liturgia mette sulla bocca di Maria di Nazaret. Il Signore mi ha creato all’inizio della sua attività, prima di ogni sua opera... Dall’eternità sono stata costituita, fin dal principio, dagli inizi della terra. Quando non esistevano gli abissi, io fui generata; quando ancora non vi erano le sorgenti cariche d’acqua; prima che fossero fissate le basi dei monti, prima delle colline, io sono stata generata. Quando ancora non avevo fatto la terra e i campi, né le prime zolle del mondo (Pro 8, 22-26).
La Redenzione del mondo era avviata fin dal primo momento. Poi, a poco a poco, ispirati dallo Spirito Santo, i profeti cominciarono a svelare le fattezze di questa figlia di Adamo, che Dio – in previsione dei meriti di Cristo, Redentore universale del genere umano – preserverà dal peccato originale e da tutti i peccati personali, e colmerà di grazia, per fare di Lei la degna Madre del Verbo Incarnato. Ella è la vergine [che] concepirà e partorirà un Figlio, che chiamerà Emmanuele (Is 7, 14); è preannunciata in Giuditta, l’eroina del popolo ebreo che ottenne la vittoria contro un nemico fortissimo, fino al punto che a lei, più che a ogni altra, sono rivolte quelle lodi: Tu sei la gloria di Gerusalemme, tu magnifico vanto d’Israele, tu splendido onore della nostra gente... Sii sempre benedetta dall’onnipotente Signore (Gdt 15, 9-10).
"OTTENNE LA VITTORIA CONTRO UN NEMICO FORTISSIMO, FINO AL PUNTO CHE A LEI, PIÙ CHE A OGNI ALTRA, SONO RIVOLTE QUELLE LODI".
Estasiati davanti alla bellezza di Maria, da sempre i cristiani le hanno rivolto lodi copiose e ricche di immagini, che la Chiesa raccoglie nella liturgia: orto recintato, giglio tra le spine, sorgente sigillata, porta del cielo, torre vittoriosa contro il serpente infernale, paradiso di delizie piantate da Dio, stella amica dei naufraghi, Madre purissima...

J.A. Loarte

giovedì 6 dicembre 2018

Sant'Ambrogio


SANT' AMBROGIO VESCOVO E DOTTORE DELLA CHIESA - 7 DICEMBRE (E 4 APRILE)

 SANT' AMBROGIO VESCOVO E DOTTORE DELLA CHIESA - 7 DICEMBRE (E 4 APRILE)
Treviri, Germania, c. 340 - Milano, 4 aprile 397

Ambrogio, di famiglia romana cristiana, governatore delle provincie del nord Italia, fu acclamato vescovo di Milano il 7 dicembre 374. Rappresenta la figura ideale del vescovo, pastore, liturgo, e mistagogo.
Aveva scelto la carriera di magistrato – seguendo le orme del papà, prefetto romano della Gallia – e a trent’anni si trovava già ad essere Console di Milano, città che era allora capitale dell’Impero. Così, quel 7 dicembre dell’anno 374, in cui cattolici e ariani si contendevano il diritto di nominare il nuovo Vescovo, toccava a lui garantire in città l’ordine pubblico, e impedire che scoppiassero tumulti. L’imprevedibile accadde quando egli parlò alla folla con tanto buon senso e autorevolezza che si levò un grido: «Ambrogio Vescovo!». E pensare che era soltanto un catecumeno in attesa del Battesimo! Cedette, quando comprese che quella era anche la volontà di Dio che lo voleva al suo servizio. Cominciò distribuendo i suoi beni ai poveri e dedicandosi a uno studio sistematico della Sacra Scrittura. Imparò a predicare, divenendo uno dei più celebri oratori del suo tempo, capace di incantare perfino un intellettuale raffinato come Agostino di Tagaste, che si convertì grazie a lui. Da Ambrogio la Chiesa di Milano ricevette un’impronta che si conserva ancor oggi, anche nel campo liturgico e musicale. Mantenne stretti e buoni rapporti con l’imperatore, ma era capace di resistergli quand’era necessario, ricordando a tutti che «l’imperatore è dentro la Chiesa, non sopra la Chiesa».
Le sue opere liturgiche, i commentari sulle Scritture, i trattai ascetico- morali restano memorabili documenti del magistero e dell’arte del governo. Autore di celebri testi liturgici, è considerato il padre della liturgia ambrosiana.

Patronato: Apicoltori, Vescovi, Lombardia, Milano e Vigevano
Etimologia: Ambrogio = immortale, dal greco
Emblema: Api, Bastone pastorale, Gabbiano

Martirologio Romano: Memoria di sant’Ambrogio, vescovo di Milano e dottore della Chiesa, che si addormentò nel Signore il 4 aprile, ma è venerato in particolare in questo giorno, nel quale ricevette, ancora catecumeno, l’episcopato di questa celebre sede, mentre era prefetto della città. Vero pastore e maestro dei fedeli, fu pieno di carità verso tutti, difese strenuamente la libertà della Chiesa e la retta dottrina della fede contro l’arianesimo e istruì nella devozione il popolo con commentari e inni per il canto.
Milano 374. In una delle chiese della città, gremita fino all’inverosimile, presbiteri e laici, vecchi e giovani, cattolici e ariani stavano discutendo animatamente sul nome del successore del vescovo Assenzio (ariano) morto di recente. Era un po’ di tempo ormai che le due fazioni si affrontavano animatamente anche per le strade, con qualche pericolo per l’ordine pubblico. Non si poteva far finta di niente.
E infatti Ambrogio, il governatore (della Lombardia, Liguria ed Emilia, con sede appunto a Milano) si recò in quella chiesa per calmare gli animi e per incoraggiare il popolo a fare la scelta del nuovo vescovo in un clima di dialogo, di pace e di rispetto reciproco. Il popolo accolse le sue esortazioni, anche perché era un governatore imparziale, stimato e ben voluto dalla popolazione essendosi dedicato sempre al bene di tutti. La sua missione di funzionario pubblico sembrava compiuta e con successo, quando accadde l’imprevisto che gli cambierà completamente la vita.
Qualcuno dalla folla, sembra un bambino, gridò forte: “Ambrogio vescovo” e l’intera assemblea, cattolici e ariani, vecchi e giovani, presbiteri e laici, quasi folgorati da quel grido (era un’ispirazione dall’alto?) ripeterono a loro volta “Ambrogio vescovo”. Non si diceva già allora “Vox populi, vox Dei”?.
A furor di popolo, ecco trovata la soluzione allo spinoso problema. Tutti d’accordo sul nuovo vescovo: il loro governatore, anche se era un semplice catecumeno e per giunta senza ambizioni ecclesiastiche. E l’interessato? Per la verità non era proprio entusiasta. Proprio lui ancora semplice catecumeno e per di più a completo digiuno di teologia (quindi senza un’adeguata preparazione ad essere vescovo)? Sembrava tutto assurdo.
Si appellò a Valentiniano protestando la propria inadeguatezza all’incarico “datogli” dal popolo. Non trovò una sponda favorevole nell’imperatore: anzi questi gli disse che si sentiva lui stesso lusingato per aver scelto un governatore “politico” (Ambrogio) che era stato ritenuto degno persino di svolgere l’ufficio episcopale (anche perché allora il vescovo di Milano aveva una specie di giurisdizione su quasi tutto il Nord Italia, quindi era un incarico molto prestigioso).
Ed Ambrogio accettò. Fu così che nel giro di una settimana venne battezzato e poi consacrato vescovo, il 7 dicembre del 374. Cominciava così per lui una seconda vita.
Un vescovo tutto per Dio e tutto per il popolo
Ambrogio era nato a Treviri, in Germania, da una nobile famiglia romana della Gens Aurelia. Suo padre era governatore delle Gallie, quindi un importante funzionario imperiale. Quando questi improvvisamente morì, Ambrogio con la sorella Marcellina (Santa) e la madre ritornarono a Roma. Qui continuò gli studi, imparò il greco e divenne un buon poeta e un oratore. Proseguì poi gli studi per la carriera legale ottenendo molti successi in questo campo come avvocato, finché l’imperatore Valentiniano lo nominò nel 370 governatore, con residenza a Milano. Una carriera impressionante.
Ambrogio fece il governatore solo quattro anni, ma la sua opera fu molto incisiva.
Era un uomo al di sopra delle parti e dei partiti, aveva costantemente l’occhio rivolto al bene di tutta la popolazione, non escludendo nessuno specialmente i poveri. Questo atteggiamento gli guadagnò non solo la stima ma addirittura l’affetto sincero di tutta la popolazione, senza distinzione. Possiamo dire che fece così bene il governatore che il Popolo di Dio (con l’imperatore e il Vescovo di Roma Papa Damaso) lo ritennero degno di fare il vescovo. E la “promozione” non era da poco.
Fatto vescovo, decise di rompere ogni legame con la vita precedente: donò infatti le sue ricchezze ai poveri, le sue terre e altre proprietà alla Chiesa, tenendo per sé solo una piccola parte per provvedere alla sorella Marcellina, che anni prima si era consacrata Vergine nella Basilica di San Pietro durante una solenne liturgia di Natale, presente il Papa Liberio. Ambrogio ebbe sempre una grande stima per la madre, per la sorella e per la decisione presa da lei.
Consapevole della sua impreparazione culturale in campo teologico, si diede allo studio della Scrittura e alle opere dei Padri della Chiesa, in particolare Origene, Atanasio e Basilio. La sua vita era frugale e semplice, le sue giornate dense di incontri con la gente, di studio e di preghiera. Ambrogio studiava e poi faceva sostanza della sua preghiera ciò che aveva studiato, quindi, dopo aver pregato, scriveva e quindi predicava. Questo era il suo modo di porgere la Parola di Dio al popolo. Lo stesso Agostino d’Ippona ne rimase affascinato tanto da sceglierlo come maestro nella fede, proprio perché con il suo modo di fare e di predicare aveva contribuito alla sua conversione (insieme alla madre Monica, e naturalmente allo Spirito Santo).
Ogni giorno diceva la Messa per i suoi fedeli dedicandosi poi al loro servizio per ascoltarli, per consigliarli e per difenderli contro i soprusi dei ricchi. Tutti potevano parlargli in qualsiasi momento. Ed è anche per questo che il popolo non solo lo ammirava ma lo amava sinceramente.
È rimasto famoso il suo comportamento quando alcuni soldati nordici avevano sequestrato, in una delle loro razzie, uomini donne e bambini. Ambrogio non esitò a fondere i vasi sacri della chiesa per pagare il loro riscatto. E a coloro (gli ariani) che ebbero il coraggio di criticarlo per l’operato rispose:
“Se la Chiesa ha dell’oro non è per custodirlo, ma per donarlo a chi ne ha bisogno... Meglio conservare i calici vivi delle anime che quelli di metallo”.
“Dove c’è Pietro, c’è la Chiesa”
La Chiesa del tempo di Ambrogio attraversava una grave turbolenza dottrinale: la presenza cioè dell’eresia ariana, originata e predicata da Ario. Questi negava la divinità di Cristo e la sua consustanzialità col Padre, affermando che anche lui era una semplice creatura, scelta da Dio come strumento di salvezza. Come si vede un’eresia dirompente e devastante per la cristianità, che minacciava il centro stesso del Cristianesimo: Gesù Cristo, e questi Figlio di Dio.
Purtroppo ebbe molti seguaci anche nei ranghi alti delle autorità e cioè imperatori e imperatrici, governatori, ufficiali dell’esercito romano che la sostennero con il loro peso politico e militare. Ambrogio conosceva il problema già da governatore, ma dovette affrontarlo specialmente da vescovo di Milano scontrandosi addirittura con la più alta autorità: quella imperiale.
Nel 386 fu approvata una legge che autorizzava le assemblee religiose degli ariani e il possesso delle chiese, ma in realtà bandiva quelle dei cristiani cattolici. Pena di morte a chi non obbediva.
Ambrogio incurante della legge e delle conseguenze personali, si rifiutò di consegnare agli ariani anche una sola chiesa. Arrivarono le minacce contro di lui. Allora il popolo, temendo per il proprio vescovo, si barricò nella basilica insieme con lui. Le truppe imperiali circondarono e assediarono la chiesa, decisi a farli morire di fame. Ambrogio, per occupare il tempo, insegnò ai suoi fedeli salmi e cantici composti da lui stesso e raccontò al popolo tutto ciò che era accaduto tra lui e l’imperatore Valentiniano, riassumendo il tutto con la famosa frase: “L’imperatore è nella Chiesa, non sopra la Chiesa”.
Nel frattempo Teodosio il Grande, imperatore d’Oriente, dopo aver sconfitto e giustiziato l’usurpatore Massimo che aveva invaso l’Italia, reintegrò Valentiniano (facendogli abbandonare l’arianesimo) e si fermò per un po’ di tempo a Milano.
La riconoscenza di Ambrogio all’imperatore tuttavia non gli impedì di affrontarlo in ben due occasioni, quando ritenne che il suo comportamento era riprovevole e condannabile pubblicamente. Fu specialmente dopo l’infame massacro di Tessalonica del 390, in cui morirono più di settemila persone, tra cui molte donne e bambini, in rivolta per la morte del governatore. Furono uccisi tutti senza distinzione di innocenti e colpevoli.
Ambrogio, inorridito per l’accaduto, insieme ai suoi collaboratori ritenne responsabile pubblicamente Teodosio stesso, invitandolo a pentirsi. Alla fine l’imperatore cedette e piegò la testa. Questo spiega la grande autorità morale di cui godeva il vescovo. Teodosio morì tre anni dopo e lui stesso ne fece un sincero elogio lodandone l’umiltà e il coraggio di ammettere le proprie colpe, additandone l’esempio anche agli inferiori.
Ambrogio non solo fu un baluardo a difesa della fede cattolica contro l’eresia ariana, ma si adoperò a difendere anche il Vescovo di Roma, Papa Damaso contro l’antipapa Ursino. Egli così riconosceva la funzione ed il primato del Vescovo della Città Eterna (in quanto successore di Pietro) come centro e segno di unità per tutti i cristiani.
È a lui che si deve la famosa frase che recita: “Ubi Petrus, ibi Ecclesia” (Dove c’è Pietro, lì c’è la Chiesa), e l’altra: “In omnibus cupio sequi Ecclesiam Romanam” e cioè “In tutto voglio seguire la Chiesa Romana” quasi un’attestazione del primato della Chiesa di Roma, sul quale la discussione andrà avanti per secoli e, come si sa, non è ancora finita.
Per i suoi molteplici scritti teologici e scritturistici è uno dei quattro grandi dottori della Chiesa d’Occidente, insieme a Gerolamo, Agostino e Gregorio Magno.
Nella Lettera apostolica Operosam Diem (1996) per il centenario della morte di Ambrogio, Giovanni Paolo II, di venerata memoria, ha messo in risalto due importanti aspetti del suo insegnamento: il convinto cristo-centrismo e la sua originale Mariologia.
Ambrogio viene considerato l’iniziatore della Mariologia latina. Giovanni Paolo II (in Operosam diem, n. 31):
“Di Maria Ambrogio è stato il teologo raffinato e il cantore inesausto. Egli ne offre un ritratto attento, affettuoso, particolareggiato, tratteggiandone le virtù morali, la vita interiore, l’assiduità al lavoro e alla preghiera.
Pur nella sobrietà dello stile, traspare la sua calda devozione alla Vergine, Madre di Cristo, immagine della Chiesa e modello di vita per i cristiani. Contemplandola nel giubilo del Magnificat, il santo vescovo di Milano esclama: “Sia in ciascuno l’anima di Maria a magnificare il Signore, sia in ciascuno lo spirito di Maria a esultare in Dio”.
Del suo cristo-centrismo così ha scritto Giovanni Paolo II:
“Al centro della sua vita, sta Cristo, ricercato e amato con intenso trasporto. A Lui, tornava continuamente nel suo insegnamento. Su Cristo si modellava pure la carità che proponeva ai fedeli e che testimoniava di persona... Del mistero dell’Incarnazione e della Redenzione, Ambrogio parla con l’ardore di chi è stato letteralmente afferrato da Cristo e tutto vede nella sua luce”.
Questo suo pensiero centrale può essere sintetizzato nella famosa frase del De Virginitate “Cristo per noi è tutto”.
Ambrogio visse e operò totalmente e incessantemente tutto per Cristo e tutto per la Sua Chiesa. Il suo amore a Cristo era inscindibile dal suo amore alla Chiesa. Operare per far crescere l’amore a Cristo significava per lui lavorare, soffrire, studiare, predicare, piangere, rischiare la vita davanti ai potenti del tempo per la Chiesa, popolo di Dio, perché Ambrogio era profondamente convinto che “Fulget Ecclesia non suo, sed Christi lumine” (La Chiesa risplende non di luce propria ma di quella di Cristo), senza dimenticare mai che “Corpus Christi Ecclesia est”, (Il Corpo di Cristo è la sua Chiesa), quindi i fedeli possono benissimo dire tutti: “Nos unum corpus Christi sumus”.
E per questi fedeli, che sono la Chiesa, che è il corpo di Cristo, e per amore di Cristo presente nella Sua Chiesa, Ambrogio vescovo lavorò, studiò, rischiò la vita, pianse, pregò, predicò, viaggiò e scrisse libri fino alla fine. Questa arrivò, per la verità non inaspettata, il 4 aprile, all’alba del Sabato Santo quando correva l’anno 397.

Autore: Mario Scudu