mercoledì 31 gennaio 2018

sulla speranza cristiana


PAPA FRANCESCO - LA SPERANZA CRISTIANA - 34. I NEMICI DELLA SPERANZA


PAPA FRANCESCO - LA SPERANZA CRISTIANA - 34. I NEMICI DELLA SPERANZA

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 27 settembre 2017 

Cari fratelli e sorelle, buongiorno! 

In questo tempo noi stiamo parlando della speranza; ma oggi vorrei riflettere con voi sui nemici della speranza. Perché la speranza ha i suoi nemici: come ogni bene in questo mondo, ha i suoi nemici.
E mi è venuto in mente l’antico mito del vaso di Pandora: l’apertura del vaso scatena tante sciagure per la storia del mondo. Pochi, però, ricordano l’ultima parte della storia, che apre uno spiraglio di luce: dopo che tutti i mali sono usciti dalla bocca del vaso, un minuscolo dono sembra prendersi la rivincita davanti a tutto quel male che dilaga. Pandora, la donna che aveva in custodia il vaso, lo scorge per ultimo: i greci la chiamano elpìs, che vuol dire speranza.
Questo mito ci racconta perché sia così importante per l’umanità la speranza. Non è vero che “finché c’è vita c’è speranza”, come si usa dire. Semmai è il contrario: è la speranza che tiene in piedi la vita, che la protegge, la custodisce e la fa crescere. Se gli uomini non avessero coltivato la speranza, se non si fossero sorretti a questa virtù, non sarebbero mai usciti dalle caverne, e non avrebbero lasciato traccia nella storia del mondo. È quanto di più divino possa esistere nel cuore dell’uomo.
Un poeta francese – Charles Péguy – ci ha lasciato pagine stupende sulla speranza (cfr Il portico del mistero della seconda virtù). Egli dice poeticamente che Dio non si stupisce tanto per la fede degli esseri umani, e nemmeno per la loro carità; ma ciò che veramente lo riempie di meraviglia e commozione è la speranza della gente: «Che quei poveri figli – scrive – vedano come vanno le cose e che credano che andrà meglio domattina». L’immagine del poeta richiama i volti di tanta gente che è transitata per questo mondo – contadini, poveri operai, migranti in cerca di un futuro migliore – che ha lottato tenacemente nonostante l’amarezza di un oggi difficile, colmo di tante prove, animata però dalla fiducia che i figli avrebbero avuto una vita più giusta e più serena. Lottavano per i figli, lottavano nella speranza.
La speranza è la spinta nel cuore di chi parte lasciando la casa, la terra, a volte familiari e parenti – penso ai migranti –, per cercare una vita migliore, più degna per sé e per i propri cari. Ed è anche la spinta nel cuore di chi accoglie: il desiderio di incontrarsi, di conoscersi, di dialogare… La speranza è la spinta a “condividere il viaggio”, perché il viaggio si fa in due: quelli che vengono nella nostra terra, e noi che andiamo verso il loro cuore, per capirli, per capire la loro cultura, la loro lingua. E’ un viaggio a due, ma senza speranza quel viaggio non si può fare. La speranza è la spinta a condividere il viaggio della vita, come ci ricorda la Campagna della Caritas che oggi inauguriamo. Fratelli, non abbiamo paura di condividere il viaggio! Non abbiamo paura! Non abbiamo paura di condividere la speranza!
La speranza non è virtù per gente con lo stomaco pieno. Ecco perché, da sempre, i poveri sono i primi portatori della speranza. E in questo senso possiamo dire che i poveri, anche i mendicanti, sono i protagonisti della Storia. Per entrare nel mondo, Dio ha avuto bisogno di loro: di Giuseppe e di Maria, dei pastori di Betlemme. Nella notte del primo Natale c’era un mondo che dormiva, adagiato in tante certezze acquisite. Ma gli umili preparavano nel nascondimento la rivoluzione della bontà. Erano poveri di tutto, qualcuno galleggiava poco sopra la soglia della sopravvivenza, ma erano ricchi del bene più prezioso che esiste al mondo, cioè la voglia di cambiamento.
A volte, aver avuto tutto dalla vita è una sfortuna. Pensate a un giovane a cui non è stata insegnata la virtù dell’attesa e della pazienza, che non ha dovuto sudare per nulla, che ha bruciato le tappe e a vent’anni “sa già come va il mondo”; è stato destinato alla peggior condanna: quella di non desiderare più nulla. E’ questa, la peggiore condanna. Chiudere la porta ai desideri, ai sogni. Sembra un giovane, invece è già calato l’autunno sul suo cuore. Sono i giovani d’autunno.
Avere un’anima vuota è il peggior ostacolo alla speranza. È un rischio da cui nessuno può dirsi escluso; perché di essere tentati contro la speranza può capitare anche quando si percorre il cammino della vita cristiana. I monaci dell’antichità avevano denunciato uno dei peggiori nemici del fervore. Dicevano così: quel “demone del mezzogiorno” che va a sfiancare una vita di impegno, proprio mentre arde in alto il sole. Questa tentazione ci sorprende quando meno ce lo aspettiamo: le giornate diventano monotone e noiose, più nessun valore sembra meritevole di fatica. Questo atteggiamento si chiama accidia che erode la vita dall’interno fino a lasciarla come un involucro vuoto.
Quando questo capita, il cristiano sa che quella condizione deve essere combattuta, mai accettata supinamente. Dio ci ha creati per la gioia e per la felicità, e non per crogiolarci in pensieri malinconici. Ecco perché è importante custodire il proprio cuore, opponendoci alle tentazioni di infelicità, che sicuramente non provengono da Dio. E laddove le nostre forze apparissero fiacche e la battaglia contro l’angoscia particolarmente dura, possiamo sempre ricorrere al nome di Gesù. Possiamo ripetere quella preghiera semplice, di cui troviamo traccia anche nei Vangeli e che è diventata il cardine di tante tradizioni spirituali cristiane: “Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio vivo, abbi pietà di me peccatore!”. Bella preghiera. “Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio vivo, abbi pietà di me peccatore!”. Questa è una preghiera di speranza, perché mi rivolgo a Colui che può spalancare le porte e risolvere il problema e farmi guardare l’orizzonte, l’orizzonte della speranza.
Fratelli e sorelle, non siamo soli a combattere contro la disperazione. Se Gesù ha vinto il mondo, è capace di vincere in noi tutto ciò che si oppone al bene. Se Dio è con noi, nessuno ci ruberà quella virtù di cui abbiamo assolutamente bisogno per vivere. Nessuno ci ruberà la speranza. Andiamo avanti!

martedì 30 gennaio 2018

IL NIDO TRA LE STELLE - Gianfranco Ravasi


IL NIDO TRA LE STELLE - Gainfranco Ravasi

La superbia del tuo cuore ti ha sedotto... Anche se, come aquila, riesci a porre in alto il tuo nido, anche se lo collocassi tra le stelle, di lassù io ti farò precipitare. (Abdia 3-4)
         «Dovunque egli arrivi, il superbo si mette a sedere e tira fuori dalla valigia la sua superiorità». Con ironia lo scrittore ebreo bulgaro-tedesco Elias Canetti, Nobel 1981, nel suo libro Un regno di matite, dipingeva questo che è il primo e fondamentale vizio capitale che già alligna nel giardino dell’Eden: «Sarete come Dio» è, infatti, la promessa che il tentatore fa all’orgoglio di Adamo. Questa attrazione perversa che fa dell’Io un dio idolatrico è raffigurata in modo folgorante anche dall’autore del più breve di tutti i libri profetici, Abdia, il cui nome è un emblema, “Servo del Signore”. Di lui non sappiamo nulla e l’unica pagina di 21 versetti di cui si compone la sua opera echeggia eventi di difficile decifrazione e collocazione cronologica.
         Si pensi, poi, che quasi la metà di questa pagina (versetti 2-9) si ritrova anche nel più lungo libro dell’Antico Testamento, quello del profeta Geremia (49, 7-22), sia pure con variazioni. Ma lasciamo agli esegeti di esercitarsi sull’enigma Abdia e puntiamo sul frammento che abbiamo scelto, ritagliandolo all’interno del suo canto polemico – dominante nel suo scritto – contro Edom, uno dei tradizionali nemici di Israele, un popolo discendente da Esaù, il fratello maggiore di Giacobbe-Israele, da quest’ultimo ingannato e quindi divenuto vittima del suo odio (Genesi 25, 19-34 e 27,1-46).
         Un odio che era dilagato anche nei loro discendenti e che è suggellato qui da Abdia con la sua accusa nei confronti di Edom, «ingannato dalla superbia del suo cuore». Questa nazione bellicosa del deserto che, come dice Abdia, «abita nelle caverne della roccia», un’allusione alla sua capitale, Ha-Sela‘ (2 Re 14,7), forse l’attuale Petra in Giordania, «dice in cuor suo: Chi potrà scagliarmi a terra?». Ecco, allora, il severo giudizio divino che umilia i superbi. La scena è molto vivida: l’aquila riesce a collocare il suo nido in alture irraggiungibili da piede umano e col suo volo maestoso sembra mirare alle stelle.
         È questo il simbolo più efficace per illustrare l’arroganza del superbo che vorrebbe sfidare Dio, ascendendo verso il cielo, in un atto blasfemo e dissacratorio. È quello che Isaia rappresenta in una delle sue pagine più potenti nella quale il profeta mette in scena il grande “imperatore” di allora, il re di Babilonia, la superpotenza orientale. Il suo è un sogno – che potremmo chiamare “apoteosi”, usando una parola di origine greca che designa la “divinizzazione” – un sogno tratteggiato appunto come un’ascensione celeste: «Salirò in cielo, sulle stelle di Dio innalzerò il mio trono, risiederò sul monte dell’assemblea divina… Salirò sulle regioni che sovrastano le nubi, mi farò uguale all’Altissimo» (Isaia 14, 13-14).
         Ma subito dopo, proprio come nella breve e icastica finale del passo di Abdia, anche Isaia introduce una svolta radicale: «E invece, sei stato precipitato negli inferi, scaraventato nelle profondità degli abissi» (14-15). La meta del folle volo orgoglioso del re di Babel e di quello di Edom non è lo zenit divino ma il nadir infernale: l’ascensione si trasforma in una discesa precipite e catastrofica. È, questa, la lezione che il testo del misterioso profeta che conosciamo come Abdia ci lascia nel frammento della sua brevissima profezia, siglata in finale da una frase netta e definitiva: «Il regno sarà del Signore» (versetto 21). Il pensiero corre, allora, alle parole di Cristo: «Vedevo Satana cadere dal cielo come folgore» (Luca 10,18).

lunedì 29 gennaio 2018

I nomi di Dio nell'Antico Testamento


UN PAESE LAICO PER AMORE DELLA RELIGIONE


UN PAESE LAICO PER AMORE DELLA RELIGIONE

Editoriale

«Ho un sogno: che un giorno questa nazione si sollevi
e viva pienamente il vero significato del suo credo:
“Noi teniamo ferma questa verità di per se stessa evidente:
che tutti gli uomini sono stati creati uguali”»
(Martin Luther King, ucciso il 4 aprile 1968) 

«Quanto trovo affascinante negli Stati Uniti è che hanno incominciato con un concetto positivo di laicità, perché questo nuovo popolo era composto da comunità e persone che erano fuggite dalle chiese di stato e volevano avere uno stato laico, secolare che aprisse possibilità a tutte le confessioni, per tutte le forme di esercizio religioso. Così è nato uno stato volutamente laico: erano contrari a una chiesa di stato. Ma laico doveva essere lo stato proprio per amore della religione nella sua autenticità, che può essere vissuta solo liberamente. E così troviamo questo insieme di uno stato volutamente e decisamente laico, ma proprio per una volontà religiosa, per dare autenticità alla religione»[1].
Queste affermazioni possono essere facilmente condivise da chi vuol capire lo spirito profondo che anima la cultura di un popolo, ma sono anche un punto di partenza per comprendere il contesto in cui si è sviluppata la tradizione teologica negli Stati Uniti d’America, cui è dedicato il presente fascicolo di «Credere Oggi», che prosegue la serie delle «teologie contestuali»[2].
Come ha scritto la rivista «TIME Magazine»: «l’America è simultaneamente un paese completamente moderno e un luogo profondamente religioso»[3], in cui coesistono popoli e persone di provenienza diversa, che tuttavia si sentono radicati e appartenenti a un’identità inconfondibile. Ci sono valori fondamentali come la libertà, la democrazia, la franchezza nel linguaggio, l’onestà e la capacità di autocritica, la generosità, accanto però a esplosioni di violenza, come ci ricorda emblematicamente l’anniversario della morte di Martin Luther King, che fa rivivere ancora oggi la lunga lotta per l’integrazione razziale, nonché l’impegno per l’eguaglianza, la pace e la fraternità dei popoli. Inoltre, in questo primo decennio del XXI secolo, la realtà ecclesiale e sociale degli USA è stata sconvolta dagli attentati dell’11 settembre 2001 e dallo scandalo della pedofilia tra i sacerdoti[4], che nella sua visita pastorale papa Benedetto XVI ha affrontato con coraggio e accorata partecipazione.
Tenuto conto di questo sfondo culturale, sociale e religioso, dobbiamo dire subito che non pretendiamo di presentare in questo fascicolo tutta l’ampiezza della produzione teologica statunitense, e ci scusiamo anche per non aver dato rilievo agli studi teologici in ambiente canadese. Ci limitiamo ad alcuni spunti, che possono servire come un itinerario di studio per avviare una prima conoscenza.
Come ha fatto notare Klauspeter Blaser, fino a qualche decennio fa in Europa i riferimenti alla ricerca teologica americana si riassumevano per così dire in una nota a piè di pagina, mentre ora si può dire che accade l’inverso[5]. Un altro aspetto da rimarcare è che la separazione radicale tra stato e chiese ha fatto sì che la formazione dei futuri pastori o ministri ecclesiali ricadesse completamente sulle chiese, le quali si sono dotate di istituzioni accademiche private, spesso superiori alle stesse università statali. Inoltre, i programmi di Religious Studies attivati da molte università sono determinati soprattutto dagli interessi dei docenti e dalle scelte opzionali degli studenti, per cui si lamenta la mancanza di uno studio organico e di una visione d’insieme dei problemi teologici. Infine, si osserva che, sotto l’influsso del pragmatismo, la verità è concepita sotto l’aspetto pratico, dell’azione. Lo studio dei fatti prende il sopravvento sulla riflessione metafisica o spirituale, in modo che il pensiero appare come «orientato verso la realizzazione dell’uomo del futuro, il che corrisponde al sogno americano»[6].
Ciò spiega in parte la scelta che abbiamo compiuto per gli articoli raccolti nel presente fascicolo e una certa prevalenza dei temi etici, in particolare quello della giustizia, che si riscontra in quattro contributi, sia pur con prospettive diverse.
Apre il fascicolo un ampio articolo, scritto da Elisa Buzzi, docente presso la Facoltà teologica di Lugano, che analizza con taglio storico ed espositivo gli sviluppi della teologia protestante americana dagli inizi, nel secolo XVIII, fino ai nostri giorni. Un’ampia panoramica sulla scuola biblica americana è offerta, poi, dal noto biblista Daniel J. Harrington, che mostra l’influsso esercitato dal grande archeologo biblico William Foxwell Albright e l’intensa collaborazione che esiste tuttora tra studiosi cattolici e protestanti in questo specifico ambito di studi. Non poteva mancare una presentazione della teologia femminista, che pur avendo anche riscontri europei, ha avuto certamente in Nordamerica uno sviluppo straordinario, favorito anche dal folto numero di donne entrate nel mondo universitario: un grazie a Susan Ross della Loyola University di Chicago per la sua preziosa collaborazione.
A questa serie di articoli più legati alla riflessione teorica, seguono quattro articoli che affrontano questioni etiche connesse alla chiesa, alla liturgia e alla condotta personale e sociale. Charles M. Murphy, esamina la prima enciclica di Benedetto XIVI, Deus caritas est, mettendo in rilievo come il papa attuale cerchi di tenere in corretto equilibrio lo specifico ecclesiale della caritas in rapporto con l’impegno per la giustizia sociale. Egualmente il noto liturgista David N. Power, nel suo articolo sulla «giustizia eucaristica» prende in considerazione la natura profonda dell’eucaristia come condivisione della parola, della memoria e del pane eucaristico, per fare risaltare l’obbligo di dividere equamente il pane della terra come si divide nella mensa eucaristica il «pane del cielo», nonché la necessità di inserire le memorie dei popoli e le loro sofferenze nella memoria della passione di Cristo e viceversa.
James F. Keenan, professore al Boston College – al quale va un grazie particolare per l’aiuto che ci ha dato nell’impostare il presente fascicolo – espone con finezza il tema dell’etica delle virtù, come una via da riscoprire, che permette un approccio diverso anche a problematiche scottanti come quelle della bioetica. L’ultimo articolo, per mano di David E. DeCosse, tocca un tema che da tempo appassiona non solo i teologi e l’opinione pubblica americana, ma possiamo ben dire tutte le persone del mondo, cioè se e quando una guerra possa dirsi giusta. In particolare l’autore si sofferma sul diritto dei cittadini democratici a ricevere dai loro governanti un’informazione veritiera e non manipolata. Concludono il fascicolo le consuete rubriche Invito alla lettura, a cura di Elisa Buzzi e Luigi Dal Lago, con ulteriori indicazioni bibliografiche, quindi In libreria con le recensioni dei libri inviati alla redazione.
Chiudendo questo fascicolo ringraziamo cordialmente la rivista «Theological Studies» per averci permesso di riprendere tre importanti articoli, che meritavano di essere fatti conoscere anche a chi non ha la possibilità di accedere direttamente a riviste straniere.
Confidiamo nella comprensione dei nostri lettori per il ritardo con cui questo numero giunge nelle loro mani. Speriamo di poter colmare al più presto questa lacuna, mantenendo il nostro impegno per il puntuale servizio di aggiornamento teologico che «Credere Oggi» svolge da molti anni.


venerdì 26 gennaio 2018

Marco 1,21-28


28 GENNAIO 2018 - 4A DOMENICA / TEMPO ORDINARIO B | LETTURE - OMELIE


28 GENNAIO 2018   - 4A DOMENICA / TEMPO ORDINARIO B |  LETTURE - OMELIE

"Una dottrina nuova, insegnata con autorità"
Il brano di Vangelo di questa Domenica è centrato sull'idea della "novità" e della "autorevolezza" dell'insegnamento di Gesù. Qualcosa che dovette fare enorme impressione sui primi ascoltatori, se l'evangelista nota espressamente che essi "erano stupiti del suo insegnamento, perché insegnava loro come uno che ha autorità e non come gli scribi" (v. 22). Tanto che il fatto pone ai frequentatori della sinagoga di Cafarnao, in quel giorno di sabato, l'interrogativo sull'identità del misterioso personaggio che si comportava in quel modo: "Che è mai questo? Una dottrina nuova insegnata con autorità. Comanda persino agli spiriti immondi e gli obbediscono!" (v. 27).
Nel frattempo Gesù aveva compiuto il miracolo della liberazione di un indemoniato: però questa, come si dirà, è considerata solo come "consequenziale" al fatto che egli parlava "con autorità".
Al centro di tutto, perciò, sta questo "parlare" ed "insegnare" di Cristo con "potenza" (eksusía, in greco).
"Il Signore tuo Dio susciterà per te un profeta pari a me"
In questo senso il nostro brano si ricollega molto bene con la prima lettura, ripresa dal Deuteronomio (18,15-20), in cui Dio promette a Israele di suscitare tra di loro, in continuità con il servizio fatto da Mosè, un "profeta" che sia come portavoce dei suoi voleri, e come "coscienza critica" permanente della fedeltà del popolo alle leggi dell'Alleanza: "Il Signore tuo Dio susciterà per te, in mezzo a te, fra i tuoi fratelli, un profeta pari a me... Gli porrò in bocca le mie parole ed egli dirà loro quanto io gli comanderò. Se qualcuno non ascolterà le parole che egli dirà in mio nome, io gliene domanderò conto" (Dt 18,15.18-19).
Proprio agli inizi del Nuovo Testamento l'attesa di un tale "profeta" doveva essere molto sentita, dato il clima di incertezza e di disorientamento spirituale tipico di quel tempo: è per questo che Giovanni viene interrogato se per caso non sia lui "il profeta" (Gv 1,21). Nel suo invito a "convertirsi", infatti, e nel suo rigoroso atteggiamento di "penitenza", la gente avvertiva come il riemergere di un antico fuoco che in Israele non si era mai del tutto spento.
Quello che è certo, comunque, è che Gesù di Nazaret venne ben presto riconosciuto come un'espressione tipica di questo "profetismo", promesso da Dio al suo popolo. È quanto appare sia dai Sinottici, sia soprattutto da Giovanni. Dopo la moltiplicazione dei pani, infatti, la gente commenta: "Questi è davvero il profeta che deve venire nel mondo" (Gv 6,14). Dopo alcune sue dichiarazioni sullo Spirito in occasione della festa delle Capanne, l'evangelista ci riferisce ancora: "All'udire queste parole, alcuni fra la gente dicevano: "Questi è davvero il profeta". Altri dicevano: "Questi è il Cristo!"" (Gv 7,40-41).
"Ed erano stupiti del suo insegnamento"
Nel brano di Marco, che stiamo commentando, siamo agli inizi di questa sorprendente scoperta, che i primi ascoltatori di Gesù fanno sentendolo parlare e vedendolo agire nella sinagoga di Cafarnao: "gesti" e "parole" sono elementi costitutivi della missione profetica.
Nella sezione che abbraccia i vv. 21-45 di questo primo capitolo abbiamo quello che diversi studiosi chiamano "giornata-tipo" di Gesù a Cafarnao: cioè Marco, in un quadro molto movimentato, ci descriverebbe una giornata di attività apostolica "piena" da parte di Gesù (insegnamento, miracoli, preghiera, allontanamento dalla folla, reimmergimento nella folla, ecc.). Nei versetti che ora ci interessano si pone l'accento sul suo "insegnamento", fatto con "autorità" (vv. 21-22).
Marco non ci descrive il "contenuto" di questo insegnamento: gli interessa di più mettere in evidenza l'impressione, lo "stupore" che esso suscita negli ascoltatori, per riprodurre analogo sentimento in tutti i futuri lettori del suo Vangelo.
Matteo, invece, ci descrive lo "stupore" delle folle al termine del discorso della montagna (7,28-29), dandone così una motivazione: è il "contenuto" di quel meraviglioso discorso che stupisce! Per Marco lo stupore nasce piuttosto davanti al "fatto" dell'insegnamento di Cristo, nel quale è Dio stesso che ammaestra gli uomini, e davanti al "modo" con cui insegna: "Insegnava loro come uno che ha autorità e non come gli scribi" (v. 22).
Il termine di paragone sono dunque gli "scribi", cioè i teologi di professione del tempo, che in genere appartenevano alla corrente religiosa dei farisei. Costoro si formavano nelle scuole rabbiniche, dove si trasmetteva un insegnamento molto tradizionale e formalizzato, che il più delle volte finiva con l'impoverire l'esplosivo messaggio biblico. Quello che sorprende in Gesù è il fatto che egli parli con "autorità", pur non avendo frequentato nessuna scuola rabbinica del tempo. L'autorevolezza, perciò, che gli altri percepiscono in lui gli deriva dal di dentro, dal fuoco che gli brucia nel cuore, dalle esigenze "nuove" che egli propone ai suoi ascoltatori. L'autorevolezza è congiunta pertanto con la "novità" dell'insegnamento: "Una dottrina "nuova" insegnata con autorità", commentano al termine i suoi ascoltatori (v. 27).
"Io so chi tu sei: il Santo di Dio"
L'insegnamento di Gesù, però, è fatto con autorità anche e soprattutto perché la sua parola "crea" immediatamente situazioni ed eventi nuovi, smaschera le intenzioni dei cuori, ed allontana e demolisce la forza di Satana. È quanto ci viene descritto nell'episodio della liberazione dell'uomo "posseduto da uno spirito immondo", il quale si mise a gridare: ""Che c'entri con noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci! Io so chi tu sei: il Santo di Dio". E Gesù lo sgridò: "Taci! Esci da quell'uomo". E lo spirito immondo, straziandolo e gridando forte, uscì da lui" (vv. 24-26).
È il primo scontro aperto e violento di Gesù con le forze del male, provocato come reazione immediata dalla "forza" della sua parola che sconvolge e inquieta le coscienze. Ecco la dimostrazione evidente, documentata dai fatti, dell'"autorità" con cui Gesù insegna: un'autorità che è sinonimo di "potenza", di capacità di sconvolgimento e che deriva dal mistero della sua persona. L'autorevolezza, perciò, pur manifestandosi nella sua parola, risiede soprattutto nella sua persona!
È quanto Satana avverte subito confessandolo e proclamandolo "il Santo di Dio". È un titolo cristologico, questo, che occorre solo qui, nel passo parallelo di Luca (4,34) e nella confessione di Pietro, al termine del discorso eucaristico: "E noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio" (Gv 6,69). Con esso si vuol caratterizzare Gesù in quanto nella sua persona gli uomini avvertono una particolare presenza di Dio che lo isola dalla nostra esistenza di peccato e, nello stesso tempo, lo mette a nostra disposizione per vincere in noi e negli altri ogni sorta di male.
"L'irruzione del Dio santo nella vita di un uomo gli rivela la sua impurità, facendogli percepire l'infinita distanza che li separa. L'insegnamento di Gesù colpisce l'uomo in fronte, e gli fa urlare la propria scoperta, togliendogli ogni contegno e sconvolgendo la sua giustizia personale... L'inaccessibilità del Dio totalmente altro, la sua trascendenza, provocano lo spavento religioso e il sentimento di non esistere più".
"Taci! Esci da quell'uomo"
Gesù però non accetta la confessione di Satana, perché non è sincera. E non è sincera nella misura in cui, pur proclamandolo "il Santo di Dio", pone una barriera fra sé e Cristo: "Che c'entri con noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci!". Cristo è sentito come il "nemico", che viene a distruggere il suo regno, non come il Signore a cui sottomettersi con gioia per la ricchezza di amore che porta. Proprio per questo gli comanda con forza ("lo sgridò") di andarsene: ""Taci! Esci da quell'uomo". E lo spirito immondo, straziandolo e gridando forte, uscì da lui" (vv. 25-26).
È ancora una parola detta con "autorità", che compie il prodigio della liberazione dell'indemoniato, il quale ritorna così ad essere totalmente se stesso: Satana lo aveva come sdoppiato nella sua personalità. Questo "grido" convulso sta a rappresentare la sofferenza e la gioia che ogni autentica "liberazione", prodotta dalla parola di Dio, opera nella nostra vita.
Al termine del racconto la gente che ha assistito, stupita e quasi terrorizzata, all'episodio, congiungendo gesti e parole di Cristo, va alla ricerca di una spiegazione di quanto è accaduto: "Che è mai questo? Una dottrina nuova insegnata con autorità. Comanda persino agli spiriti immondi e gli obbediscono!" (v. 27).
È una domanda inquietante, aperta sul "mistero" di Cristo: tutto il seguito del Vangelo di Marco vuol essere un tentativo di risposta a questo interrogativo, che viene sempre di nuovo proposto ad ogni credente. Per il momento, all'evangelista preme annotare che l'interesse attorno a Cristo si va moltiplicando: infatti, "la sua fama si diffuse subito dovunque nei dintorni della Galilea" (v. 28).
"Vorrei che voi foste senza preoccupazioni"
Un saggio di "dottrina nuova", che suscitò sorpresa agli inizi del cristianesimo e continua ancor oggi a suscitarla, è quanto ci dice san Paolo sulla "verginità", proponendola come ideale di vita addirittura ai cristiani di Corinto, che vivevano in un ambiente tutt'altro che favorevole alla castità e ai buoni costumi.
"Io vorrei vedervi senza preoccupazioni: chi non è sposato si preoccupa delle cose del Signore, come possa piacere al Signore; chi è sposato invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere alla moglie, e si trova diviso!..." (1 Cor 7,32-35).
La motivazione della proposta di "verginità", che l'apostolo fa ai suoi cristiani, è di carattere esclusivamente religioso: la possibilità di aderire al Signore con la totalità del proprio essere e della propria capacità di amare, senza "divisione" del cuore (v. 34) e senza "distrazioni" nello spirito, sia pure del tutto legittime e perfino obbligatorie se scegliamo il matrimonio.
La "verginità" è libera scelta di un amore più grande, da dispensarsi a tutti i fratelli e non solamente alla moglie, o al marito, e ai propri figli: essa dilata il cuore, non lo rimpicciolisce! "Chi può capire, capisca" (Mt 19,12), ci ha insegnato il Signore. È una proposta di vita, rivolta a chiunque vuole amare "di più"!

Da: CIPRIANI

mercoledì 24 gennaio 2018

Rembrant, San Paolo


ROMANI 1,1-7 -COMMENTO BIBLICO


ROMANI 1,1-7 -COMMENTO BIBLICO

1 Paolo, servo di Cristo Gesù, apostolo per vocazione, prescelto per annunziare il vangelo di Dio, 2 che egli aveva promesso per mezzo dei suoi profeti nelle sacre Scritture, 3 riguardo al Figlio suo, nato dalla stirpe di Davide secondo la carne, 4 costituito Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santificazione mediante la risurrezione dai morti, Gesù Cristo, nostro Signore.
5 Per mezzo di lui abbiamo ricevuto la grazia dell’apostolato per ottenere l’obbedienza alla fede da parte di tutte le genti, a gloria del suo nome; 6 e tra queste siete anche voi, chiamati da Gesù Cristo.
7 A quanti sono in Roma amati da Dio e santi per vocazione, grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro, e dal Signore Gesù Cristo.

COMMENTO 
Romani 1,1-7

L’apostolo di Cristo 
In questo brano è riportato il prescritto della lettera ai Romani, nel quale Paolo si presenta (vv. 1-6), indica chi sono i destinatari (v. 7a) e porge loro i suoi saluti (v. 7b).
All’inizio della lettera Paolo dà anzitutto i suoi connotati (v. 1). Egli si presenta come «servo» (doulos, schiavo) di Gesù Cristo, cioè una persona che gli appartiene e che gli è totalmente subordinata. Nella Bibbia era questo il titolo d’onore di un maggiordomo o di un primo ministro nei confronti del suo signore, e in modo specifico designava il personaggio descritto dal Secondo Isaia (il «Servo di JHWH»), al quale era stata conferita la missione non solo di annunziare ai giudei esiliati in Babilonia il decreto di JHWH riguardante la loro prossima liberazione (Is 42,1-4), ma anche di renderla possibile mediante la sua sofferenza espiatrice (Is 53,1-12). 
In quanto servo di Gesù Cristo Paolo è anche «chiamato (a essere) apostolo» (klêtos apostolos), cioè dotato di un ruolo e di una missione speciali nel primo movimento cristiano: nei suoi scritti il termine «apostolo» non indica, come nel vangelo di Luca e negli Atti degli apostoli, i dodici discepoli di Gesù, ma tutti i predicatori della chiesa primitiva che hanno avuto un’esperienza diretta del Cristo risorto e per suo ordine si sono dedicati all’annunzio evangelico e alla fondazione di nuove comunità (cfr. 1Cor 9,1). 
In forza del carisma apostolico Paolo è «scelto» (aphôrismenos, messo da parte) «per (annunziare) il vangelo di Dio» (eis euanghelion Theou), cioè la buona notizia che Dio ha rivolto a tutta l’umanità. Paolo pensa soprattutto al «lieto annunzio» della liberazione, proclamato agli esuli in Babilonia dal Secondo Isaia e affidato in modo particolare al Servo di JHWH (cfr. Is 40,9; 52,7). Egli è convinto che la liberazione un tempo promessa ha trovato ora il suo compimento e a lui è stato conferito il compito di annunziarlo.
L’accenno al vangelo offre a Paolo l’occasione per spiegarne il significato e i contenuti. Anzitutto egli afferma che esso era già stato «promesso» (proepangellô, preannunziare) da Dio «per mezzo dei suoi profeti nelle sacre Scritture» (v. 2). Con queste parole l’apostolo situa il suo messaggio nel grande alveo della storia salvifica di cui era stato protagonista Israele. A questo popolo Dio aveva preannunziato per mezzo dei suoi inviati, i profeti, un momento futuro nel quale la salvezza iniziata con l’esodo dall’Egitto avrebbe trovato il suo compimento. La loro predicazione è contenuta nelle Scritture di Israele, alle quali Paolo riconosce il carattere di testi ispirati da Dio.
Paolo delinea poi i contenuti del vangelo (vv. 3-4). Esso ha come tema centrale il «Figlio suo». Il titolo di «Figlio di Dio» indica lo strettissimo rapporto con Dio di cui era dotato Israele in quanto popolo eletto (cfr. Dt 32,5; Os,11,1; Ml 3,17). Per mezzo del profeta Natan Dio aveva promesso a Davide che la stessa dignità sarebbe stata propria, in modo speciale, di ogni re (messia, unto) appartenente alla sua dinastia, assicurando al tempo stesso che questa sarebbe stata stabile per sempre sul suo trono (2Sam 7,12-14; cfr. Sal 2,7; 110,3). Quando in seguito all’esilio babilonese la dinastia davidica era ormai scomparsa, i giudei cominciarono a sperare che Dio un giorno avrebbe inviato un discendente di Davide che, sulla linea degli antichi oracoli profetici (Is 11,1; 61,1; Ger 23,5), avrebbe liberato definitivamente il suo popolo. A Gesù perciò fu assegnato dai primi cristiani il titolo di Messia (in greco Christos) per eccellenza e fu riconosciuta in modo specialissimo la dignità di «Figlio di Dio». 
Sullo sfondo di queste attese si comprendono le caratteristiche che Paolo attribuisce al Figlio di Dio di cui parla il vangelo. Esse sono delineate in due frasi parallele. Nella prima si dice che «secondo (kata) la carne», cioè in forza della sua ascendenza umana, il Figlio di Dio è «nato (genomenos, divenuto) dalla stirpe di Davide» e di conseguenza è il suo lontano discendente, inviato da Dio per portare la salvezza finale a Israele. In questa affermazione risuona una tradizione attestata nei vangeli sinottici (Mc 10,47.48; Mt 1-2; Lc 1-2), secondo cui Gesù è il «Figlio di Davide» atteso dai giudei. Solo qui però Paolo accenna a questa tradizione.
Nella seconda frase si afferma che lo stesso Figlio di Dio è stato «costituito (horisthentos) Figlio di Dio con potenza (en dynamei)», cioè ha potuto esercitare in modo effettivo i suoi poteri, «secondo (kata) lo Spirito di santificazione (hagiôsynês)», ossia in forza di un dono speciale dello Spirito, nel quale si manifesta la potenza stessa e la santità di Dio. Ciò si è attuato «da» (ek, mediante oppure a partire da) la «risurrezione dei morti» (anastaseôs tôn nekrôn): questa espressione può indicare, come altrove (cfr. 4,24; 8,11; 10,9), la risurrezione dai (ek sottinteso) morti, oppure la risurrezione di Cristo in quanto modello e causa (cfr. 1Cor 15,20 dove si parla di «primizia») della risurrezione finale, con la quale giunge a compimento il piano salvifico di Dio. Il Figlio di Dio ha dunque conseguito, mediante la sua risurrezione, una dignità immensamente superiore a quella che i giudei attribuivano al «Figlio di Davide»: questa convinzione è analoga a quella che emerge da un difficile testo evangelico nel quale Gesù chiede come è possibile sostenere che il Messia sia al tempo stesso Figlio di Davide e suo «Signore» (cfr. Mc 12,37).
Paolo conclude affermando che il Figlio di Dio di cui parla il vangelo è «Gesù Cristo nostro Signore»: a Gesù di Nazaret compete non solo il titolo di «Cristo» (Messia), che rimanda alla sua ascendenza davidica, ma anche quello di «Signore» (Kyrios). Questo appellativo, con il quale veniva reso in greco il sacro tetragramma (JHWH), significa la piena partecipazione al potere stesso di Dio (cfr. Fil 2,6-11). I due titoli sono uniti nell’espressione «Cristo è Signore», che rappresenta la più incisiva professione di fede dei primi cristiani (cfr. Rm 10,9; 1Cor 12,3)
In questo testo la filiazione divina di Gesù è presentata in modo dinamico e funzionale. Probabilmente si tratta di un’antica confessione di fede giudeo-cristiana ben nota ai cristiani di Roma, secondo la quale Gesù si manifesta come Figlio di Dio nella sua risurrezione. Paolo la riporta qui, subito all’inizio della lettera, facendo però intendere che questo titolo gli spetta fin dalla sua origine.
Il riferimento a Gesù Cristo nostro Signore offre a Paolo l’occasione per ritornare alla sua autopresentazione. È per mezzo di questo Signore che egli ha ricevuto «grazia e apostolato», cioè quel dono speciale che consiste nell’essere l’inviato (apostolo) di Dio; egli è incaricato di «portare tutte le nazioni all’obbedienza della fede» (v. 5). Il termine «nazioni», come pure i suoi sinonimi «gentili» e «pagani», è la traduzione del greco ethnê che a sua volta traduce l’ebraico gojîm: questo appellativo era usato dai giudei, spesso in senso dispregiativo, per indicare tutti coloro che non appartenevano al popolo eletto. Proprio a costoro Paolo è stato inviato come apostolo con il compito di annunziare il vangelo (cfr. Gal 1,16; 2,7-8). L’«obbedienza della fede», a cui deve portare i gentili, può indicare l’adesione al messaggio cristiano, oppure, con più probabilità, quell’obbedienza a Dio che si esprime nella fede (cfr. Rm 15,18). Con il termine «fede» l’apostolo indica la piena fiducia in Dio che nel corso della sua lettera presenterà come la via maestra attraverso cui ogni essere umano può ottenere la giustificazione. Il compito che gli è affidato ha come scopo finale la «gloria del suo nome», cioè il riconoscimento di Dio come unica fonte di salvezza per tutta l’umanità.
L’accenno ai gentili offre all’Apostolo lo spunto per rivolgere la sua attenzione ai destinatari. Anch’essi appartengono infatti a questa categoria, ma sono stati «chiamati da Gesù Cristo», cioè hanno aderito a lui e al suo messaggio (v. 6). La comunità di Roma è dunque composta in prevalenza di non giudei, anche se, come appare nel corso della lettera, non manca tra essi l’elemento giudaico, il quale ha influenzato profondamente la fede e il comportamento dei suoi membri.
A questo punto Paolo nomina espressamente i destinatari della lettera (v. 7). Essi risiedono nella città di Roma: l’assenza del termine «Roma» in alcuni manoscritti ha fatto pensare, senza però sufficiente fondamento, che la lettera fosse una circolare inviata anche ad altre comunità. Essi sono «amati da Dio» (agapetoi Theou) e «santi per vocazione» (klêtoi hagioi, chiamati santi): con queste due espressioni egli li designa come coloro che sono chiamati da Dio a formare il nuovo Israele, il popolo che Dio ha amato in modo speciale (cfr. Dt 7,7-8) e che, in forza dell’alleanza, è diventato partecipe della sua stessa santità (cfr. Es 19,6). L’appellativo di «santi», prerogativa speciale dei cristiani di Gerusalemme (cfr. At 9,13) è estesa anche ai membri della comunità di Roma, che condividono la loro stessa vocazione. 
A questi santi Paolo augura «grazia e pace»: in questa espressione egli unisce la formula greca di saluto (chaire) con quella ebraica (shalôm, eirênê), trasformandole però nell’augurio dei doni messianici (la grazia e la pace), già annunziati dai profeti ed espressi nella benedizione sacerdotale dell’AT (Nm 6,24-27). Questi doni sono conferiti da Dio Padre mediante il Signore Gesù Cristo.

Linee interpretative
Paolo inizia la sua lettera presentandosi come un uomo a cui Dio ha affidato un compito straordinario, quello cioè di annunziare il suo vangelo a tutte le genti. Ciò che gli interessa però non è la sua personale dignità, ma quella di colui che sta al centro del suo vangelo, cioè Gesù Figlio di Dio. Egli conosce la fede delle prime comunità cristiane, secondo le quali Gesù era il discendente di Davide atteso dai giudei per gli ultimi tempi, il quale era stato intronizzato come Messia mediante la sua risurrezione dai morti. Per lui la filiazione divina di Gesù risale però alle sue origini, perché egli è stato la manifestazione umana del Dio invisibile in tutto il corso della sua esistenza umana. È questo Gesù che Paolo annunzia ai gentili, per ottenere la loro adesione al suo vangelo.
Nella sua veste di apostolo Paolo si mette in contatto con una comunità, composta in gran parte di cristiani provenienti dalla gentilità, la quale ha anch’essa la prerogativa di essere chiamata da Dio, avendo già ricevuto il suo vangelo. Egli ha un grande rispetto per questi cristiani, anche se il loro orientamento religioso è notevolmente diverso dal suo. Egli li considera come «santi», cioè partecipi della santità stessa di Israele, il popolo di Dio. È sullo sfondo di questa stima che egli affronterà alla fine della lettera i loro problemi per aiutarli ad entrare in un’ottica missionaria e per essere aiutato da loro nel suo prossimo viaggio in Spagna. Tutta la lettera rappresenta così un contributo alla crescita nella fede di questi fratelli lontani.


martedì 23 gennaio 2018

San Paolo Apostolo


OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI - CONVERSIONE DI SAN PAOLO APOSTOLO (2010)


CELEBRAZIONE DEI VESPRI A CONCLUSIONE DELLA SETTIMANA DI PREGHIERA 
PER L'UNITÀ DEI CRISTIANI

OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI -  CONVERSIONE DI SAN PAOLO APOSTOLO (2010)

Basilica di San Paolo fuori le Mura

Lunedì, 25 gennaio 2010 

Cari fratelli e sorelle,

riuniti in fraterna assemblea liturgica, nella festa della conversione dell’apostolo Paolo, concludiamo oggi l’annuale Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. Vorrei salutare voi tutti con affetto e, in particolare, il Cardinale Walter Kasper, Presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, e l’Arciprete di questa Basilica, Mons. Francesco Monterisi, con l’Abate e la Comunità dei monaci, che ci ospitano. Rivolgo, altresì, il mio cordiale pensiero ai Signori Cardinali presenti, ai Vescovi ed a tutti i rappresentanti delle Chiese e delle Comunità ecclesiali della Città, qui convenuti.
Non sono passati molti mesi da quando si è concluso l’Anno dedicato a San Paolo, che ci ha offerto la possibilità di approfondire la sua straordinaria opera di predicatore del Vangelo, e, come ci ha ricordato il tema della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani - “Di questo voi siete testimoni” (Lc 24,48) -, la nostra chiamata ad essere missionari del Vangelo. Paolo, pur serbando viva ed intensa memoria del proprio passato di persecutore dei cristiani, non esita a chiamarsi Apostolo. A fondamento di tale titolo, vi è per lui l’incontro con il Risorto sulla via di Damasco, che diventa anche l’inizio di una instancabile attività missionaria, in cui spenderà ogni sua energia per annunciare a tutte le genti quel Cristo che aveva personalmente incontrato. Così Paolo, da persecutore della Chiesa, diventerà egli stesso vittima di persecuzione a causa del Vangelo a cui dava testimonianza: “Cinque volte dai Giudei ho ricevuto i quaranta colpi meno uno; tre volte sono stato battuto con le verghe, una volta sono stato lapidato... Viaggi innumerevoli, pericoli di fiumi, pericoli di briganti, pericoli dai miei connazionali, pericoli dai pagani, pericoli nella città, pericoli nel deserto, pericoli sul mare, pericoli da parte di falsi fratelli; disagi e fatiche, veglie senza numero, fame e sete, frequenti digiuni, freddo e nudità. Oltre a tutto questo, il mio assillo quotidiano, la preoccupazione per tutte le Chiese” (2 Cor 11,24-25.26-28). La testimonianza di Paolo raggiungerà il culmine nel suo martirio quando, proprio non lontano da qui, darà prova della sua fede nel Cristo che vince la morte.
La dinamica presente nell’esperienza di Paolo è la stessa che troviamo nella pagina del Vangelo che abbiamo appena ascoltato. I discepoli di Emmaus, dopo aver riconosciuto il Signore risorto, tornano a Gerusalemme e trovano gli Undici riuniti insieme con gli altri. Il Cristo risorto appare loro, li conforta, vince il loro timore, i loro dubbi, si fa loro commensale e apre il loro cuore all’intelligenza delle Scritture, ricordando quanto doveva accadere e che costituirà il nucleo centrale dell’annuncio cristiano. Gesù afferma: “Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme” (Lc 24,46-47). Questi sono gli eventi dei quali renderanno testimonianza innanzitutto i discepoli della prima ora e, in seguito, i credenti in Cristo di ogni tempo e di ogni luogo. E’ importante, però, sottolineare che questa testimonianza, allora come oggi, nasce dall’incontro col Risorto, si nutre del rapporto costante con Lui, è animata dall’amore profondo verso di Lui. Solo chi ha fatto esperienza di sentire il Cristo presente e vivo – “Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io!” (Lc 24,39) -, di sedersi a mensa con Lui, di ascoltarlo perché faccia ardere il cuore, può essere Suo testimone! Per questo, Gesù promette ai discepoli e a ciascuno di noi una potente assistenza dall’alto, una nuova presenza, quella dello Spirito Santo, dono del Cristo risorto, che ci guida alla verità tutta intera: “Ed ecco, io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso” (Lc 24,49). Gli Undici spenderanno tutta la vita per annunciare la buona notizia della morte e risurrezione del Signore e quasi tutti sigilleranno la loro testimonianza con il sangue del martirio, seme fecondo che ha prodotto un raccolto abbondante.
La scelta del tema della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani di quest’anno, l’invito, cioè, ad una testimonianza comune del Cristo risorto secondo il mandato che Egli ha affidato ai discepoli, è legata al ricordo del centesimo anniversario della Conferenza missionaria di Edimburgo in Scozia, che viene considerato da molti come un evento determinante per la nascita del movimento ecumenico moderno. Nell’estate del 1910, nella capitale scozzese si incontrarono oltre mille missionari, appartenenti a diversi rami del Protestantesimo e dell’Anglicanesimo, a cui si unì un ospite ortodosso, per riflettere insieme sulla necessità di giungere all’unità per annunciare credibilmente il Vangelo di Gesù Cristo. Infatti, è proprio il desiderio di annunciare agli altri il Cristo e di portare al mondo il suo messaggio di riconciliazione che fa sperimentare la contraddizione della divisione dei cristiani. Come potranno, infatti, gli increduli accogliere l’annuncio del Vangelo se i cristiani, sebbene si richiamino tutti al medesimo Cristo, sono in disaccordo tra loro? Del resto, come sappiamo, lo stesso Maestro, al termine dell’Ultima Cena, aveva pregato il Padre per i suoi discepoli: “Che tutti siano una sola cosa… perché il mondo creda” (Gv 17,21). La comunione e l’unità dei discepoli di Cristo è, dunque, condizione particolarmente importante per una maggiore credibilità ed efficacia della loro testimonianza.
Ad un secolo di distanza dall’evento di Edimburgo, l’intuizione di quei coraggiosi precursori è ancora attualissima. In un mondo segnato dall’indifferenza religiosa, e persino da una crescente avversione nei confronti della fede cristiana, è necessaria una nuova, intensa, attività di evangelizzazione, non solo tra i popoli che non hanno mai conosciuto il Vangelo, ma anche in quelli in cui il Cristianesimo si è diffuso e fa parte della loro storia. Non mancano, purtroppo, questioni che ci separano gli uni dagli altri e che speriamo possano essere superate attraverso la preghiera e il dialogo, ma c’è un contenuto centrale del messaggio di Cristo che possiamo annunciare assieme: la paternità di Dio, la vittoria di Cristo sul peccato e sulla morte con la sua croce e risurrezione, la fiducia nell’azione trasformatrice dello Spirito. Mentre siamo in cammino verso la piena comunione, siamo chiamati ad offrire una testimonianza comune di fronte alle sfide sempre più complesse del nostro tempo, quali la secolarizzazione e l’indifferenza, il relativismo e l’edonismo, i delicati temi etici riguardanti il principio e la fine della vita, i limiti della scienza e della tecnologia, il dialogo con le altre tradizioni religiose. Vi sono poi ulteriori campi nei quali dobbiamo sin da ora dare una comune testimonianza: la salvaguardia del Creato, la promozione del bene comune e della pace, la difesa della centralità della persona umana, l’impegno per sconfiggere le miserie del nostro tempo, quali la fame, l’indigenza, l’analfabetismo, la non equa distribuzione dei beni.
L’impegno per l’unità dei cristiani non è compito solo di alcuni, né attività accessoria per la vita della Chiesa. Ciascuno è chiamato a dare il suo apporto per compiere quei passi che portino verso la comunione piena tra tutti i discepoli di Cristo, senza mai dimenticare che essa è innanzitutto dono di Dio da invocare costantemente. Infatti, la forza che promuove l’unità e la missione sgorga dall’incontro fecondo e appassionante col Risorto, come avvenne per San Paolo sulla via di Damasco e per gli Undici e gli altri discepoli riuniti a Gerusalemme. La Vergine Maria, Madre della Chiesa, faccia sì che quanto prima possa realizzarsi il desiderio del Suo Figlio: “Che tutti siano una sola cosa… perché il mondo creda” (Gv 17,21).

lunedì 22 gennaio 2018

the-melancholy-for-Chagall


BENEDETTO XVI - L'ANNO DELLA FEDE. IL DESIDERIO DI DIO. (2012)


BENEDETTO XVI - L'ANNO DELLA FEDE. IL DESIDERIO DI DIO. (2012)

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 7 novembre 2012

Cari fratelli e sorelle,

il cammino di riflessione che stiamo facendo insieme in quest’Anno della fede ci conduce a meditare oggi su un aspetto affascinante dell’esperienza umana e cristiana: l’uomo porta in sé un misterioso desiderio di Dio. In modo molto significativo, il Catechismo della Chiesa Cattolica si apre proprio con la seguente considerazione: «Il desiderio di Dio è inscritto nel cuore dell'uomo, perché l'uomo è stato creato da Dio e per Dio; e Dio non cessa di attirare a sé l'uomo e soltanto in Dio l'uomo troverà la verità e la felicità che cerca senza posa» (n. 27). 
Una tale affermazione, che anche oggi in molti contesti culturali appare del tutto condivisibile, quasi ovvia, potrebbe invece sembrare una provocazione nell’ambito della cultura occidentale secolarizzata. Molti nostri contemporanei potrebbero infatti obiettare di non avvertire per nulla un tale desiderio di Dio. Per larghi settori della società Egli non è più l’atteso, il desiderato, quanto piuttosto una realtà che lascia indifferenti, davanti alla quale non si deve nemmeno fare lo sforzo di pronunciarsi. In realtà, quello che abbiamo definito come «desiderio di Dio» non è del tutto scomparso e si affaccia ancora oggi, in molti modi, al cuore dell’uomo. Il desiderio umano tende sempre a determinati beni concreti, spesso tutt’altro che spirituali, e tuttavia si trova di fronte all’interrogativo su che cosa sia davvero «il» bene, e quindi a confrontarsi con qualcosa che è altro da sé, che l’uomo non può costruire, ma è chiamato a riconoscere. Che cosa può davvero saziare il desiderio dell’uomo?
Nella mia prima Enciclica, Deus caritas est, ho cercato di analizzare come tale dinamismo si realizzi nell’esperienza dell’amore umano, esperienza che nella nostra epoca è più facilmente percepita come momento di estasi, di uscita da sé, come luogo in cui l’uomo avverte di essere attraversato da un desiderio che lo supera. Attraverso l’amore, l’uomo e la donna sperimentano in modo nuovo, l’uno grazie all’altro, la grandezza e la bellezza della vita e del reale. Se ciò che sperimento non è una semplice illusione, se davvero voglio il bene dell’altro come via anche al mio bene, allora devo essere disposto a de-centrarmi, a mettermi al suo servizio, fino alla rinuncia a me stesso. La risposta alla questione sul senso dell’esperienza dell’amore passa quindi attraverso la purificazione e la guarigione del volere, richiesta dal bene stesso che si vuole all’altro. Ci si deve esercitare, allenare, anche correggere, perché quel bene possa veramente essere voluto.
L’estasi iniziale si traduce così in pellegrinaggio, «esodo permanente dall’io chiuso in se stesso verso la sua liberazione nel dono di sé, e proprio così verso il ritrovamento di sé, anzi verso la scoperta di Dio» (Enc. Deus caritas est, 6). Attraverso tale cammino potrà progressivamente approfondirsi per l’uomo la conoscenza di quell’amore che aveva inizialmente sperimentato. E andrà sempre più profilandosi anche il mistero che esso rappresenta: nemmeno la persona amata, infatti, è in grado di saziare il desiderio che alberga nel cuore umano, anzi, tanto più autentico è l’amore per l’altro, tanto maggiormente esso lascia dischiudere l’interrogativo sulla sua origine e sul suo destino, sulla possibilità che esso ha di durare per sempre. Dunque, l’esperienza umana dell’amore ha in sé un dinamismo che rimanda oltre se stessi, è esperienza di un bene che porta ad uscire da sé e a trovarsi di fronte al mistero che avvolge l’intera esistenza.
Considerazioni analoghe si potrebbero fare anche a proposito di altre esperienze umane, quali l’amicizia, l’esperienza del bello, l’amore per la conoscenza: ogni bene sperimentato dall’uomo protende verso il mistero che avvolge l’uomo stesso; ogni desiderio che si affaccia al cuore umano si fa eco di un desiderio fondamentale che non è mai pienamente saziato. Indubbiamente da tale desiderio profondo, che nasconde anche qualcosa di enigmatico, non si può arrivare direttamente alla fede. L’uomo, in definitiva, conosce bene ciò che non lo sazia, ma non può immaginare o definire ciò che gli farebbe sperimentare quella felicità di cui porta nel cuore la nostalgia. Non si può conoscere Dio a partire soltanto dal desiderio dell’uomo. Da questo punto di vista rimane il mistero: l’uomo è cercatore dell’Assoluto, un cercatore a passi piccoli e incerti. E tuttavia, già l’esperienza del desiderio, del «cuore inquieto» come lo chiamava sant’Agostino, è assai significativa. Essa ci attesta che l’uomo è, nel profondo, un essere religioso (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, 28), un «mendicante di Dio». Possiamo dire con le parole di Pascal: «L’uomo supera infinitamente l’uomo» (Pensieri, ed. Chevalier 438; ed. Brunschvicg 434). Gli occhi riconoscono gli oggetti quando questi sono illuminati dalla luce. Da qui il desiderio di conoscere la luce stessa, che fa brillare le cose del mondo e con esse accende il senso della bellezza.
Dobbiamo pertanto ritenere che sia possibile anche nella nostra epoca, apparentemente tanto refrattaria alla dimensione trascendente, aprire un cammino verso l’autentico senso religioso della vita, che mostra come il dono della fede non sia assurdo, non sia irrazionale. Sarebbe di grande utilità, a tal fine, promuovere una sorta di pedagogia del desiderio, sia per il cammino di chi ancora non crede, sia per chi ha già ricevuto il dono della fede. Una pedagogia che comprende almeno due aspetti. In primo luogo, imparare o re-imparare il gusto delle gioie autentiche della vita. Non tutte le soddisfazioni producono in noi lo stesso effetto: alcune lasciano una traccia positiva, sono capaci di pacificare l’animo, ci rendono più attivi e generosi. Altre invece, dopo la luce iniziale, sembrano deludere le attese che avevano suscitato e talora lasciano dietro di sé amarezza, insoddisfazione o un senso di vuoto. Educare sin dalla tenera età ad assaporare le gioie vere, in tutti gli ambiti dell’esistenza – la famiglia, l’amicizia, la solidarietà con chi soffre, la rinuncia al proprio io per servire l’altro, l’amore per la conoscenza, per l’arte, per le bellezze della natura –, tutto ciò significa esercitare il gusto interiore e produrre anticorpi efficaci contro la banalizzazione e l’appiattimento oggi diffusi. Anche gli adulti hanno bisogno di riscoprire queste gioie, di desiderare realtà autentiche, purificandosi dalla mediocrità nella quale possono trovarsi invischiati. Diventerà allora più facile lasciar cadere o respingere tutto ciò che, pur apparentemente attrattivo, si rivela invece insipido, fonte di assuefazione e non di libertà. E ciò farà emergere quel desiderio di Dio di cui stiamo parlando.
Un secondo aspetto, che va di pari passo con il precedente, è il non accontentarsi mai di quanto si è raggiunto. Proprio le gioie più vere sono capaci di liberare in noi quella sana inquietudine che porta ad essere più esigenti – volere un bene più alto, più profondo – e insieme a percepire con sempre maggiore chiarezza che nulla di finito può colmare il nostro cuore. Impareremo così a tendere, disarmati, verso quel bene che non possiamo costruire o procurarci con le nostre forze; a non lasciarci scoraggiare dalla fatica o dagli ostacoli che vengono dal nostro peccato.
A questo proposito, non dobbiamo però dimenticare che il dinamismo del desiderio è sempre aperto alla redenzione. Anche quando esso si inoltra su cammini sviati, quando insegue paradisi artificiali e sembra perdere la capacità di anelare al vero bene. Anche nell’abisso del peccato non si spegne nell’uomo quella scintilla che gli permette di riconoscere il vero bene, di assaporarlo, e di avviare così un percorso di risalita, al quale Dio, con il dono della sua grazia, non fa mancare mai il suo aiuto. Tutti, del resto, abbiamo bisogno di percorrere un cammino di purificazione e di guarigione del desiderio. Siamo pellegrini verso la patria celeste, verso quel bene pieno, eterno, che nulla ci potrà più strappare. Non si tratta, dunque, di soffocare il desiderio che è nel cuore dell’uomo, ma di liberarlo, affinché possa raggiungere la sua vera altezza. Quando nel desiderio si apre la finestra verso Dio, questo è già segno della presenza della fede nell’animo, fede che è una grazia di Dio. Sempre sant’Agostino affermava: «Con l’attesa, Dio allarga il nostro desiderio, col desiderio allarga l’animo e dilatandolo lo rende più capace» (Commento alla Prima lettera di Giovanni, 4,6: PL 35, 2009).
In questo pellegrinaggio, sentiamoci fratelli di tutti gli uomini, compagni di viaggio anche di coloro che non credono, di chi è in ricerca, di chi si lascia interrogare con sincerità dal dinamismo del proprio desiderio di verità e di bene. Preghiamo, in questo Anno della fede, perché Dio mostri il suo volto a tutti coloro che lo cercano con cuore sincero. Grazie.

venerdì 19 gennaio 2018

Vocazione degli apostoli Pietro e Andrea


21 GENNAIO 2018 - 3A DOMENICA / TEMPO ORDINARIO B | LETTURE - OMELIE


21 GENNAIO 2018   - 3A DOMENICA / TEMPO ORDINARIO B |  LETTURE - OMELIE

"Seguitemi, vi farò diventare  pescatori di uomini"
Anche nel Vangelo di questa Domenica c'è una scena di "chiamata", la vocazione dei primi quattro discepoli del Signore (Mc 1,14-20), proprio come nel Vangelo che abbiamo commentato la Domenica scorsa (Gv 1,35-42).
Questa volta, però, l'accento di tutta la celebrazione liturgica è posto non tanto sul "senso" della chiamata, quanto sull'"urgenza" dell'appello di Cristo a "convertirsi" per avere salvezza: "Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al Vangelo" (v. 15). È come l'offerta di un'occasione che non verrà più riproposta: se si lascia cadere, l'uomo avrà perduto per sempre la possibilità di diventare diverso, più felice, più ricco, più aperto all'amore e alla vita.

"Il tempo ormai si è fatto breve"
Questo senso di "urgenza" si avverte già nella prima lettura, che ci descrive la predicazione di Giona a Ninive: "Ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta". Proprio perché non c'era tempo da perdere, "i cittadini di Ninive credettero a Dio e bandirono un digiuno, vestirono il sacco, dal più grande al più piccolo... e Dio si impietosì riguardo al male che aveva minacciato di fare loro e non lo fece" (Gio 3,4-5.10). L'aver accettato nel tempo giusto l'appello del profeta è valso ai Niniviti la salvezza loro e della città: pochi momenti possono decidere per una vita intera!
Soprattutto questo senso di "urgenza" si avverte nel brevissimo tratto paolino, proposto come seconda lettura e ripreso dalla 1ª lettera ai Corinzi. In esso Paolo, per far cogliere meglio ai suoi lettori il valore della "verginità" come scelta radicale che fa aderire "con cuore indiviso" al Signore, fin da questo momento, ricorda che tutta la vita cristiana è sotto il segno della "provvisorietà" e della "fugacità", che non consentono ritardi nella decisione per Iddio. "Questo vi dico fratelli; il tempo ormai si è fatto breve; d'ora innanzi, quelli che hanno moglie vivano come se non l'avessero; coloro che piangono, come se non piangessero, e quelli che godono come se non godessero...; quelli che usano del mondo, come se non ne usassero appieno: perché passa la scena di questo mondo!" (1 Cor 7,29-31).
Non c'è dunque alcun valore nella vita, come quello della famiglia ("aver moglie"), della gioia, del commercio, del lavoro, ecc., che può fare da diaframma fra Dio e l'uomo e "ritardare" la nostra totale adesione al Signore: il "vergine" è precisamente colui che si è trasferito affettivamente al di là degli illusori giochi della "scena di questo mondo", per radicarsi solo in Dio. Pur rimanendo nel tempo, è già al di là del tempo, perché ha "sposato" Cristo come valore definitivo e assoluto! Ciò che gli permette fin dal presente di inserirsi nell'éschaton, non è la fuga dal precipitare delle cose verso la fine, quanto l'aver fatto irrompere nella sua esistenza la "pienezza" di vita del Cristo, quello che, con termine evangelico, possiamo appunto dire "il regno di Dio".
È il "regno di Dio", manifestato e realizzato in Cristo, che porta la definitività, la pienezza, che fa maturare il tempo, e che obbliga gli uomini a decidersi. In questo senso il "tempo" non si misura più per lo scorrere degli anni o dei giorni, ma per una ricchezza che ad esso si accompagna e che viene offerta a chi sa valutarla ed accoglierla: chi la rifiuta o non sa vederla, rimarrà per sempre travolto dai gorghi della temporalità, nella povertà di un esistere senza valore e senza significato.

"Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù si recò nella Galilea predicando il Vangelo"
E così ritorniamo al brano del Vangelo di Marco, che tutto questo ci dice in una forma anche più efficace, facendoci riascoltare, nella sua densità scarna e sconvolgente, il primo annuncio di Gesù che propone agli uomini la novità del suo "Vangelo": "Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù si recò nella Galilea predicando il Vangelo di Dio e diceva: "Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino: convertitevi e credete al Vangelo"" (Mc 1,14-15).
È interessante, prima di tutto, l'annotazione cronologica preposta da Marco al racconto dell'inizio della predicazione di Gesù: "Dopo che Giovanni fu arrestato", quasi per mettere in evidenza la continuità fra l'opera del Battista e quella di Cristo: quando il primo termina la sua missione, il secondo, quello che lui aveva definito il "più forte" (Mc 1,7), la inizia, ormai investito dalla "forza" dello Spirito che è disceso sopra di lui.
E la inizia dalla Galilea, che già Isaia chiamava "Galilea delle genti", cioè la regione settentrionale della Palestina, in cui c'erano forti insediamenti di pagani, lontano dalla Giudea e da Gerusalemme, dove aveva operato Giovanni; già con questo l'evangelista intende esprimere la maggiore apertura del Vangelo, a Ebrei e pagani nello stesso tempo, che Dio chiama egualmente alla salvezza.
Ma vediamo adesso il contenuto di questo "lieto annunzio" che Gesù andava "proclamando" nella regione della Galilea. Esso consta di quattro affermazioni, che si susseguono con forza martellante e dànno, in forma scheletrica, il compendio del messaggio completamente nuovo annunziato da Cristo.

"Il tempo è compiuto"
La prima è esclusiva di Marco, e spiega il perché dell'urgenza con cui Cristo sollecita l'adesione al suo messaggio: "Il tempo è compiuto". La forma, al passivo perfetto, indica una "pienezza" che viene dal di fuori, e non è perciò da intendere quasi si trattasse di un normale svolgimento del tempo che, attraverso alle sue varie successioni, arriva da se stesso a completarsi: è piuttosto Dio che lo compie, realizzando in esso il suo disegno di salvezza.
E questo significa almeno due cose: la prima è che c'è una misteriosa continuità fra le varie tappe della salvezza, che si sovrappongono quasi l'una sull'altra fino a raggiungere il "colmo". Dio ha disseminato i segni della sua presenza e gli interventi della sua salvezza lungo tutte le piste del tempo e del mondo, ben al di là dello stesso popolo eletto!
La seconda è che, pur nella continuità del disegno salvifico, quello che avviene adesso in Cristo rappresenta la "pienezza" radicale: non è una tappa che viene dopo le altre, ma è la tappa che tutte le altre assorbe e a tutte dà significato, perché tutto, anche prima di lui, già marciava verso di lui. Proprio per questo il momento presente è decisivo: esso viene chiamato, infatti, non "chrónos", ma kairós, cioè tempo carico di significato, un attimo che sfugge portandosi dietro la nostra salvezza o la nostra rovina.

"Il regno di Dio è vicino"
La seconda affermazione del "lieto annunzio" di Cristo è: "Il regno di Dio è vicino". Ma che cosa intendeva dire Gesù quando parlava di "regno di Dio"?
L'Antico Testamento proclamava l'effettiva "regalità" di Dio sopra Israele; dopo il ritorno dall'esilio quando la regalità davidica era rimasta poco più che un ricordo, crebbero il desiderio e la speranza che Dio stesso avrebbe manifestato un giorno, in maniera clamorosa, la sua regalità in Sion e l'avrebbe estesa a tutta la terra. Il "regno di Dio" era dunque una certezza vissuta nella tensione, perché Israele rimandava sempre ad un momento più lontano la realizzazione di questa attesa. Orbene, Gesù annuncia che questa attesa è al suo termine, che il "regno di Dio" è già lì, "in mezzo a loro". Si tratta solo di avere occhi per vederlo e coraggio per entrarvi!
Difatti, il "regno di Dio" si identifica con Cristo, in quanto egli, nel mistero dell'Incarnazione, con le sue parole e con le opere trasferisce già tra gli uomini la presenza e la potenza trasformante di Dio, anticipando così quella che sarà la fase definitiva della sua sovranità quando "tutto gli sarà sottomesso", anche "l'ultimo nemico", cioè la morte (1 Cor 15,27-28). Perciò in Cristo il "regno di Dio" ha già fatto irruzione nel mondo, anche se la sua completezza si potrà avere solo quando il ciclo della storia, che di questo regno porta i fermenti e le parziali realizzazioni, si sarà concluso.
Proprio perché il "regno di Dio" è già presente in Cristo, gli uomini non possono non prendere posizione: o entrarvi, o rimanerne fuori!

"Convertitevi e credete al Vangelo"
Però l'entrarvi non è facile. Se è vero che il "regno" è un'offerta gratuita da parte di Dio, è altrettanto vero che vi si entra solo a condizione di diventare noi stessi "regno", cioè a dire trasformandoci, diventando capaci di assimilare il dono che ci viene offerto, sintonizzando con tutte le esigenze nuove che nel dono stesso ci vengono proposte, rinnovando perciò la nostra vita.
È quanto viene espresso dal duplice invito o, meglio, comando imperioso, che segue alle precedenti affermazioni: "Convertitevi e credete al Vangelo".
La "conversione", o "metánoia", come meglio si esprime il testo greco, significa cambiamento di "mentalità" (= nous), capovolgimento dei criteri di valutazione di tutta la realtà e di tutte le situazioni. Si pensi solo a qualche affermazione del discorso della montagna, per rendersi conto di quale capovolgimento opera la presenza del regno di Dio fra gli uomini: "Beati i poveri secondo lo spirito, perché di questi è il regno dei cieli... Beati coloro che sono perseguitati per la giustizia, perché di questi è il regno dei cieli" (Mt 5,3.10).
Tutto questo è possibile solo a condizione di accettare la nuova "logica" del regno, che però non quadra con le nostre categorie razionali.
È il senso dell'ultimo invito di Gesù: "E credete al Vangelo". Il "credere" è come un'autoespropriazione, per affidarsi completamente a Cristo, facendogli credito di salvezza, di vita, di amore: in questo caso il "credere", più che un mero conoscere, è un "vivere" l'esperienza nuova che il Cristo offre ad ognuno di noi con la proposta del suo "Vangelo".

"E subito, lasciate le reti, lo seguirono"
L'esempio concreto di una risposta "piena", direi quasi precipitosa, come a sottolineare l'urgenza dell'appello e della decisione davanti alla proposta del "regno", che ci sta davanti nella persona del Cristo, è costituito dalla successiva scena della chiamata dei primi quattro discepoli. La chiamata di Gesù li coglie di sorpresa, come pesci nella rete: "Seguitemi, vi farò diventare pescatori di uomini" (v. 17).
Quello che colpisce in questa scena è la rapidità, direi la fretta con cui si svolgono sia la chiamata, sia la risposta. Nello spazio di appena cinque versetti Marco adopera per ben due volte il caratteristico avverbio "subito" (= euthús). Una volta è attribuito alla chiamata di Gesù: "Subito li chiamò. Ed essi, lasciato il loro padre Zebedeo nella barca con i garzoni, lo seguirono" (v. 20). Un'altra volta è detto per esprimere la prontezza, con cui Pietro e Andrea lo seguono: "E subito, lasciate le reti, lo seguirono" (v. 18). È una prontezza che non si lascia dietro nulla!
Questi uomini sanno rompere con il passato; persino la famiglia (il "padre") passa in second'ordine; quello che vale è "seguire" Cristo, diventare "pescatori" di altri uomini, per partecipare al "regno di Dio" che è vicino, che ormai è in mezzo a loro. Essi sono il primo, grandioso esempio che Marco vuole offrire ai suoi lettori, di come si accetta il "regno di Dio": "trasformandosi" e "credendo" al Vangelo.

Da: CIPRIANI S., Convocati dalla Parola. Riflessioni biblico-liturgiche, Editrice Elledici, Torino