giovedì 4 gennaio 2018

6 GENNAIO 2018 - EPIFANIA DI GESÙ | LETTURE - OMELIE


6 GENNAIO 2018   - EPIFANIA DI GESÙ  |  LETTURE - OMELIE

"Abbiamo visto la sua stella e siamo venuti per adorarlo"

Si potrebbe dire che, in un certo senso, la festa dell'Epifania è un secondo Natale. Con questa differenza, però: mentre il Natale accentua di più l'aspetto dell'abbassamento e del misconoscimento del mistero della nascita del Signore, l'Epifania vuol esserne la proclamazione al cospetto del mondo, rappresentato qui dai "magi", che vengono "dall'oriente" (Mt 2,1) proprio alla sua ricerca.
Cosicché Gesù non è soltanto per gli "Ebrei" che, ad eccezione dei "pastori" di cui ci parla san Luca (2,8-20), non sembrano neppure essersi accorti di lui, ma anche per i "pagani" che, con i primi, sono ormai chiamati a "formare lo stesso corpo", come ci ricorderà tra poco san Paolo (Ef 3,6). Gesù è veramente il "cuore" del mondo e tutti gli uomini, senza differenza di razza, di lingua e di cultura, possono finalmente trovare in lui la salvezza.
In questo senso, l'Epifania dilata e approfondisce la portata teologica del Natale: quel piccolo fanciullo, che i pastori e i magi "adorano", riconoscendolo come Figlio di Dio, è l'atteso non solo di Israele ma di "tutte le genti". La luminosità e la festosità, di cui la Liturgia odierna è carica, più di quella stessa di Natale, è il riflesso di questa dilatazione del mistero della salvezza, che i "magi" portano come a spalla per il mondo, quale "primizia" delle nazioni.
"Alzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce"
Proprio su questo "universalismo" della salvezza si intrattiene, con commozione e lirismo insieme, la prima lettura in cui il Terzo-Isaia preannuncia lo splendore della futura Gerusalemme, che diventa come un faro nella notte, polo di attrazione non solo degli Ebrei che ritornano dal loro forzato esilio, ma anche di tutti i popoli.
"Alzati, rivèstiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te... Cammineranno i popoli alla tua luce, i re allo splendore del tuo sorgere... Le ricchezze del mare si riverseranno su di te... Uno stuolo di cammelli ti invaderà, dromedari di Madian e di Efa, tutti verranno da Saba, portando oro e incenso, e proclamando le glorie del Signore" (Is 60,1-6).
I tesori del "mare" vengono dall'ovest, con le navi fenicie o greche; le ricchezze dell'Oriente e dell'Egitto vengono invece con le carovane attraverso i deserti della Siria e del Sinai. Madian, Efa e Saba sono appunto popoli della penisola arabica. Le allusioni alle ricchezze dell'Oriente e la prospettiva "universalistica" di tutto il brano hanno indotto la Liturgia ad applicare questo brano al mistero dell'Epifania.
Ma al di là di questo, è soprattutto il tono di "luminosità" che domina tutto il brano a richiamare la Epifania, che nella Chiesa di Oriente viene detta appunto "festa dei santi lumi". La "stella", infatti, farà da protagonista a tutto il racconto dei magi. Più che essere una indicatrice del viaggio, essa appare una calamita che attira irresistibilmente questi misteriosi personaggi.
La "luce" di Cristo "splendente sul volto della Chiesa"
Nell'applicazione che la Liturgia fa del brano di Isaia alla festa dell'Epifania, indubbiamente al centro non sta più Gerusalemme, ma Gesù in quanto "luce" e, se mai, Betlemme, "infima" fra le città di Giuda, diventata luminosa solo perché in essa è nata la "luce del mondo", come di fatto egli si chiamerà nel Vangelo. Perciò la polarizzazione avviene tutta intorno a lui, che però riflette la sua luce su quelli che a lui si avvicinano, e sulle aggregazioni o istituzioni che vogliono ispirarsi al suo messaggio.
In questo senso è chiaro che la "nuova" Gerusalemme, che dovrebbe effondere sino alle estremità della terra la luce di Cristo, è la Chiesa. È esattamente quanto leggiamo all'inizio della Costituzione dogmatica del Concilio Vaticano II sulla Chiesa: "Essendo Cristo la luce delle genti, questo sacro Concilio, adunato nello Spirito Santo, ardentemente desidera con la luce di lui, splendente sul volto della Chiesa, illuminare tutti gli uomini, annunciando il Vangelo ad ogni creatura (cf Mc 16,15)". 
È qui richiamato il compito fondamentale della Chiesa, che è quello di essere la "epifania" di Cristo al mondo con l'annuncio del Vangelo e la trasparenza della vita dei suoi membri.
"Questo mistero non è stato manifestato agli uomini delle precedenti generazioni"
È quanto ci richiama la seconda lettura, in cui san Paolo, dopo aver illustrato il disegno "misterioso" della salvezza, da sempre presente al pensiero di Dio (Ef 1,3-14) e consistente nella "ricapitolazione" di tutte le cose "in Cristo" (v. 10), con l'abbattimento del "muro di separazione" (2,14) che c'era fra Ebrei e Gentili, presenta se stesso come "ministro" dell'annuncio di questo "mistero".
"Penso che abbiate sentito parlare del ministero della grazia di Dio a me affidato a vostro beneficio: come per rivelazione mi è stato fatto conoscere il mistero...: che i Gentili cioè sono chiamati, in Cristo Gesù, a partecipare alla stessa eredità, a formare lo stesso corpo, e ad essere partecipi della promessa per mezzo del Vangelo" (Ef 3,2-3.6).
È dunque per mezzo dell'irradiazione del "Vangelo", dall'apostolo annunciato a tutte le genti, che la "epifania" del Signore si dilata sempre più e si estende anche ai pagani, i quali sono ormai "chiamati, in Cristo Gesù", a formare uno "stesso corpo" con gli Ebrei e a "partecipare" della stessa "promessa" salvifica.
I "magi", rappresentanti dell'immenso mondo pagano, sono entrati di pieno diritto nella Chiesa, mentre gli Ebrei purtroppo sono rimasti alla porta, proprio come i sommi sacerdoti e gli scribi di Gerusalemme che seppero indicare Betlemme come luogo della nascita del Messia, ma loro non si mossero per andare a rendergli omaggio.
Mentre Gesù "si manifesta" ad alcuni, sembra "nascondersi" ad altri! Nella luminosità della festa odierna non si dimentichi, perciò, la parte di dramma e di tensione che essa porta con sé.
"Nato Gesù a Betlemme, alcuni magi giunsero da oriente"
E così siamo arrivati al racconto di Matteo (2,1-12), che dà il senso di fondo alla Liturgia odierna.
Siamo indubbiamente davanti ad una storia, che ha troppo di prodigioso per essere vera in tutti i suoi dettagli. D'altra parte, stupisce che Luca la ignori del tutto, data la almeno apparente clamorosità del fatto secondo la presentazione che ne fa Matteo; il quale, poi, non sembra avere molte informazioni circa l'identità di questi personaggi, che chiama genericamente "magi", circa la loro provenienza, salvo il dirci che vengono "da oriente" (v. 1).
Appartenevano alla casta sacerdotale, nota con questo nome, nel regno dei Medi e che durante la conquista persiana abbracciarono la dottrina di Zarathustra, secondo le informazioni che ci fornisce lo storico greco Erodoto? Oppure erano sapienti babilonesi, dediti allo studio dell'astronomia e dell'astrologia, come sembra più probabile da tutto il contesto? Quanti erano? Da quale paese venivano?
San Matteo non sa dirci nulla al riguardo. Eppure è interessatissimo alla loro storia, che per lui diventa "esemplare" per dirci il diverso atteggiamento che gli uomini talvolta assumono davanti a Cristo: i vicini, cioè gli Ebrei, lo ignorano, addirittura gli tendono insidie come Erode; mentre i lontani, cioè i pagani, sospinti dalla "luce" della fede, lo cercano, lo riconoscono, pur sotto il segno della povertà e della umiltà. "Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, e prostratisi lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra" (vv. 11-12).
"Da Giacobbe spunterà una stella"
È indubbio perciò che l'interesse "teologico" ha avuto il sopravvento su quello storico, che certamente rimane, anche se non riusciamo a ricostruire la vera entità del fatto. Del resto, anche il preciso riferimento a Erode il Grande, che fu re della Palestina, pur sotto il severo controllo di Roma, dal 37 al 4 a.C., depone in favore di una certa veridicità dell'episodio. In ultima analisi, saremmo davanti a quello che gli studiosi chiamano "racconto midrashico", dove storia, poesia, teologia, interesse parenetico si mescolano per trasmettere un messaggio di "fede", più che un racconto cronachistico.
Naturalmente il problema della consistenza storica del fatto afferra anche la "stella", che in realtà è la protagonista di tutto il racconto: è lei che guida i magi fino a Gerusalemme, poi scompare, poi riappare fino a fermarsi precisamente "sopra il luogo dove si trovava il bambino" (v. 9). Antichi scrittori ecclesiastici, come Origene, pensarono ad una cometa; scienziati moderni, dopo Keplero, ricordano la congiunzione di Giove e Saturno nella costellazione dei Pesci avvenuta esattamente il 7 a.C.
A nostro parere, si tratta di una "stella" simbolo, che vuole significare due cose; la prima è che solo la "luce" interiore della fede guida a Cristo: non si può né conoscere né incontrare davvero Gesù se il Padre, come ci dice san Giovanni, "non ci attira" verso di lui (Gv 6,44). La seconda è che l'evangelista vede realizzato finalmente il famoso oracolo di Balaam, che preannunciava il Messia sotto il segno della "stella": "Io lo vedo, ma non ora; io lo contemplo, ma non da vicino: una stella spunta da Giacobbe e uno scettro sorge da Israele" (Nm 24,17).
In Gesù di Nazaret si realizzano dunque le promesse dell'Antico Testamento e la sua "luce" ormai s'irradia sul mondo, perché nella fede egli viene accettato anche dai pagani.
"Al vedere la stella provarono una grandissima gioia"
È significativa l'espressione con cui l'evangelista commenta il ritrovamento, da parte dei magi, della stella, che si era occultata al loro arrivo a Gerusalemme: "Al vedere la stella, essi provarono una grandissima gioia" (v. 10). È un tratto analogo al racconto della nascita in Luca 2,10 e a quelli della risurrezione. Esso sta a dire la sorpresa dell'uomo davanti a qualcosa di inaspettato e che dà senso finalmente alla propria vita o ai propri sforzi.
Normalmente la "gioia" non è offerta a poco prezzo: essa è sempre frutto di grande fatica e viene al termine di lunghe lotte, e talvolta anche di delusioni. La storia dei magi sta a dimostrare quello che veniamo dicendo. Ogni esperienza autentica di fede non è mai un incontro facile con Cristo: egli si mostra e poi scompare e poi si fa ritrovare, proprio perché il suo "mistero" sta sempre "oltre", ed anche perché l'uomo non si illuda che il trovare Cristo sia facile.
Perciò la luminosità, in cui viene immersa la festa dell'Epifania, non ci tragga in inganno: Cristo è "luminoso", ma solo per chi ha il coraggio di percorrere un lungo e faticoso, talvolta deludente, itinerario per trovarlo: proprio come è accaduto ai magi.
"Avvertiti in sogno, per un'altra strada fecero ritorno al loro paese"
I quali, perché docili all'ispirazione di Dio, diventano a loro volta diffusori di luce. È quanto possiamo intravedere nel versetto, con cui l'evangelista conclude il suo racconto: "Avvertiti poi in sogno di non tornare da Erode, per un'altra strada fecero ritorno al loro paese" (v. 12).
"Ritornare da Erode" significava non soltanto fornire pretesto al tiranno per uccidere Cristo, ma soprattutto ripiombare nelle tenebre: a Gerusalemme infatti era scomparsa la stella! Dove c'è ambizione, lotta per il potere, presuntuosità culturale, sicurezza di sé e delle proprie idee, strumentalizzazione della "parola di Dio", acquiescenza a ciò che è abitudinario, non può entrare la "luce" di Cristo. Qualora vi entrasse, infatti, farebbe crollare tutto, perché svelerebbe i "pensieri dei cuori". 
Nell'Oriente, invece, che è "il loro paese", possono diffondere la "luce" di cui ormai è invaso il loro cuore. È interessante questo muoversi da "Oriente" per ritornare a "Oriente": è la "luce" che diventa sempre più intensa!
Anche per noi cristiani deve realizzarsi questo andare di "luce in luce". E questo in una doppia maniera: facendoci illuminare sempre più profondamente da Cristo, in modo che la nostra vita diventi come la sua "trasparenza"; e aspirando verso la "rivelazione" definitiva del Cristo nella "gloria" eterna.
È quanto ci fa supplicare la mirabile colletta, con cui si apre la Liturgia odierna: "O Dio, che in questo giorno, con la guida della stella, hai rivelato alle genti il tuo unico Figlio, conduci benigno anche noi, che già ti abbiamo conosciuto per la fede, a contemplare la grandezza della tua gloria".

Da: CIPRIANI S.

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