mercoledì 24 gennaio 2018

ROMANI 1,1-7 -COMMENTO BIBLICO


ROMANI 1,1-7 -COMMENTO BIBLICO

1 Paolo, servo di Cristo Gesù, apostolo per vocazione, prescelto per annunziare il vangelo di Dio, 2 che egli aveva promesso per mezzo dei suoi profeti nelle sacre Scritture, 3 riguardo al Figlio suo, nato dalla stirpe di Davide secondo la carne, 4 costituito Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santificazione mediante la risurrezione dai morti, Gesù Cristo, nostro Signore.
5 Per mezzo di lui abbiamo ricevuto la grazia dell’apostolato per ottenere l’obbedienza alla fede da parte di tutte le genti, a gloria del suo nome; 6 e tra queste siete anche voi, chiamati da Gesù Cristo.
7 A quanti sono in Roma amati da Dio e santi per vocazione, grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro, e dal Signore Gesù Cristo.

COMMENTO 
Romani 1,1-7

L’apostolo di Cristo 
In questo brano è riportato il prescritto della lettera ai Romani, nel quale Paolo si presenta (vv. 1-6), indica chi sono i destinatari (v. 7a) e porge loro i suoi saluti (v. 7b).
All’inizio della lettera Paolo dà anzitutto i suoi connotati (v. 1). Egli si presenta come «servo» (doulos, schiavo) di Gesù Cristo, cioè una persona che gli appartiene e che gli è totalmente subordinata. Nella Bibbia era questo il titolo d’onore di un maggiordomo o di un primo ministro nei confronti del suo signore, e in modo specifico designava il personaggio descritto dal Secondo Isaia (il «Servo di JHWH»), al quale era stata conferita la missione non solo di annunziare ai giudei esiliati in Babilonia il decreto di JHWH riguardante la loro prossima liberazione (Is 42,1-4), ma anche di renderla possibile mediante la sua sofferenza espiatrice (Is 53,1-12). 
In quanto servo di Gesù Cristo Paolo è anche «chiamato (a essere) apostolo» (klêtos apostolos), cioè dotato di un ruolo e di una missione speciali nel primo movimento cristiano: nei suoi scritti il termine «apostolo» non indica, come nel vangelo di Luca e negli Atti degli apostoli, i dodici discepoli di Gesù, ma tutti i predicatori della chiesa primitiva che hanno avuto un’esperienza diretta del Cristo risorto e per suo ordine si sono dedicati all’annunzio evangelico e alla fondazione di nuove comunità (cfr. 1Cor 9,1). 
In forza del carisma apostolico Paolo è «scelto» (aphôrismenos, messo da parte) «per (annunziare) il vangelo di Dio» (eis euanghelion Theou), cioè la buona notizia che Dio ha rivolto a tutta l’umanità. Paolo pensa soprattutto al «lieto annunzio» della liberazione, proclamato agli esuli in Babilonia dal Secondo Isaia e affidato in modo particolare al Servo di JHWH (cfr. Is 40,9; 52,7). Egli è convinto che la liberazione un tempo promessa ha trovato ora il suo compimento e a lui è stato conferito il compito di annunziarlo.
L’accenno al vangelo offre a Paolo l’occasione per spiegarne il significato e i contenuti. Anzitutto egli afferma che esso era già stato «promesso» (proepangellô, preannunziare) da Dio «per mezzo dei suoi profeti nelle sacre Scritture» (v. 2). Con queste parole l’apostolo situa il suo messaggio nel grande alveo della storia salvifica di cui era stato protagonista Israele. A questo popolo Dio aveva preannunziato per mezzo dei suoi inviati, i profeti, un momento futuro nel quale la salvezza iniziata con l’esodo dall’Egitto avrebbe trovato il suo compimento. La loro predicazione è contenuta nelle Scritture di Israele, alle quali Paolo riconosce il carattere di testi ispirati da Dio.
Paolo delinea poi i contenuti del vangelo (vv. 3-4). Esso ha come tema centrale il «Figlio suo». Il titolo di «Figlio di Dio» indica lo strettissimo rapporto con Dio di cui era dotato Israele in quanto popolo eletto (cfr. Dt 32,5; Os,11,1; Ml 3,17). Per mezzo del profeta Natan Dio aveva promesso a Davide che la stessa dignità sarebbe stata propria, in modo speciale, di ogni re (messia, unto) appartenente alla sua dinastia, assicurando al tempo stesso che questa sarebbe stata stabile per sempre sul suo trono (2Sam 7,12-14; cfr. Sal 2,7; 110,3). Quando in seguito all’esilio babilonese la dinastia davidica era ormai scomparsa, i giudei cominciarono a sperare che Dio un giorno avrebbe inviato un discendente di Davide che, sulla linea degli antichi oracoli profetici (Is 11,1; 61,1; Ger 23,5), avrebbe liberato definitivamente il suo popolo. A Gesù perciò fu assegnato dai primi cristiani il titolo di Messia (in greco Christos) per eccellenza e fu riconosciuta in modo specialissimo la dignità di «Figlio di Dio». 
Sullo sfondo di queste attese si comprendono le caratteristiche che Paolo attribuisce al Figlio di Dio di cui parla il vangelo. Esse sono delineate in due frasi parallele. Nella prima si dice che «secondo (kata) la carne», cioè in forza della sua ascendenza umana, il Figlio di Dio è «nato (genomenos, divenuto) dalla stirpe di Davide» e di conseguenza è il suo lontano discendente, inviato da Dio per portare la salvezza finale a Israele. In questa affermazione risuona una tradizione attestata nei vangeli sinottici (Mc 10,47.48; Mt 1-2; Lc 1-2), secondo cui Gesù è il «Figlio di Davide» atteso dai giudei. Solo qui però Paolo accenna a questa tradizione.
Nella seconda frase si afferma che lo stesso Figlio di Dio è stato «costituito (horisthentos) Figlio di Dio con potenza (en dynamei)», cioè ha potuto esercitare in modo effettivo i suoi poteri, «secondo (kata) lo Spirito di santificazione (hagiôsynês)», ossia in forza di un dono speciale dello Spirito, nel quale si manifesta la potenza stessa e la santità di Dio. Ciò si è attuato «da» (ek, mediante oppure a partire da) la «risurrezione dei morti» (anastaseôs tôn nekrôn): questa espressione può indicare, come altrove (cfr. 4,24; 8,11; 10,9), la risurrezione dai (ek sottinteso) morti, oppure la risurrezione di Cristo in quanto modello e causa (cfr. 1Cor 15,20 dove si parla di «primizia») della risurrezione finale, con la quale giunge a compimento il piano salvifico di Dio. Il Figlio di Dio ha dunque conseguito, mediante la sua risurrezione, una dignità immensamente superiore a quella che i giudei attribuivano al «Figlio di Davide»: questa convinzione è analoga a quella che emerge da un difficile testo evangelico nel quale Gesù chiede come è possibile sostenere che il Messia sia al tempo stesso Figlio di Davide e suo «Signore» (cfr. Mc 12,37).
Paolo conclude affermando che il Figlio di Dio di cui parla il vangelo è «Gesù Cristo nostro Signore»: a Gesù di Nazaret compete non solo il titolo di «Cristo» (Messia), che rimanda alla sua ascendenza davidica, ma anche quello di «Signore» (Kyrios). Questo appellativo, con il quale veniva reso in greco il sacro tetragramma (JHWH), significa la piena partecipazione al potere stesso di Dio (cfr. Fil 2,6-11). I due titoli sono uniti nell’espressione «Cristo è Signore», che rappresenta la più incisiva professione di fede dei primi cristiani (cfr. Rm 10,9; 1Cor 12,3)
In questo testo la filiazione divina di Gesù è presentata in modo dinamico e funzionale. Probabilmente si tratta di un’antica confessione di fede giudeo-cristiana ben nota ai cristiani di Roma, secondo la quale Gesù si manifesta come Figlio di Dio nella sua risurrezione. Paolo la riporta qui, subito all’inizio della lettera, facendo però intendere che questo titolo gli spetta fin dalla sua origine.
Il riferimento a Gesù Cristo nostro Signore offre a Paolo l’occasione per ritornare alla sua autopresentazione. È per mezzo di questo Signore che egli ha ricevuto «grazia e apostolato», cioè quel dono speciale che consiste nell’essere l’inviato (apostolo) di Dio; egli è incaricato di «portare tutte le nazioni all’obbedienza della fede» (v. 5). Il termine «nazioni», come pure i suoi sinonimi «gentili» e «pagani», è la traduzione del greco ethnê che a sua volta traduce l’ebraico gojîm: questo appellativo era usato dai giudei, spesso in senso dispregiativo, per indicare tutti coloro che non appartenevano al popolo eletto. Proprio a costoro Paolo è stato inviato come apostolo con il compito di annunziare il vangelo (cfr. Gal 1,16; 2,7-8). L’«obbedienza della fede», a cui deve portare i gentili, può indicare l’adesione al messaggio cristiano, oppure, con più probabilità, quell’obbedienza a Dio che si esprime nella fede (cfr. Rm 15,18). Con il termine «fede» l’apostolo indica la piena fiducia in Dio che nel corso della sua lettera presenterà come la via maestra attraverso cui ogni essere umano può ottenere la giustificazione. Il compito che gli è affidato ha come scopo finale la «gloria del suo nome», cioè il riconoscimento di Dio come unica fonte di salvezza per tutta l’umanità.
L’accenno ai gentili offre all’Apostolo lo spunto per rivolgere la sua attenzione ai destinatari. Anch’essi appartengono infatti a questa categoria, ma sono stati «chiamati da Gesù Cristo», cioè hanno aderito a lui e al suo messaggio (v. 6). La comunità di Roma è dunque composta in prevalenza di non giudei, anche se, come appare nel corso della lettera, non manca tra essi l’elemento giudaico, il quale ha influenzato profondamente la fede e il comportamento dei suoi membri.
A questo punto Paolo nomina espressamente i destinatari della lettera (v. 7). Essi risiedono nella città di Roma: l’assenza del termine «Roma» in alcuni manoscritti ha fatto pensare, senza però sufficiente fondamento, che la lettera fosse una circolare inviata anche ad altre comunità. Essi sono «amati da Dio» (agapetoi Theou) e «santi per vocazione» (klêtoi hagioi, chiamati santi): con queste due espressioni egli li designa come coloro che sono chiamati da Dio a formare il nuovo Israele, il popolo che Dio ha amato in modo speciale (cfr. Dt 7,7-8) e che, in forza dell’alleanza, è diventato partecipe della sua stessa santità (cfr. Es 19,6). L’appellativo di «santi», prerogativa speciale dei cristiani di Gerusalemme (cfr. At 9,13) è estesa anche ai membri della comunità di Roma, che condividono la loro stessa vocazione. 
A questi santi Paolo augura «grazia e pace»: in questa espressione egli unisce la formula greca di saluto (chaire) con quella ebraica (shalôm, eirênê), trasformandole però nell’augurio dei doni messianici (la grazia e la pace), già annunziati dai profeti ed espressi nella benedizione sacerdotale dell’AT (Nm 6,24-27). Questi doni sono conferiti da Dio Padre mediante il Signore Gesù Cristo.

Linee interpretative
Paolo inizia la sua lettera presentandosi come un uomo a cui Dio ha affidato un compito straordinario, quello cioè di annunziare il suo vangelo a tutte le genti. Ciò che gli interessa però non è la sua personale dignità, ma quella di colui che sta al centro del suo vangelo, cioè Gesù Figlio di Dio. Egli conosce la fede delle prime comunità cristiane, secondo le quali Gesù era il discendente di Davide atteso dai giudei per gli ultimi tempi, il quale era stato intronizzato come Messia mediante la sua risurrezione dai morti. Per lui la filiazione divina di Gesù risale però alle sue origini, perché egli è stato la manifestazione umana del Dio invisibile in tutto il corso della sua esistenza umana. È questo Gesù che Paolo annunzia ai gentili, per ottenere la loro adesione al suo vangelo.
Nella sua veste di apostolo Paolo si mette in contatto con una comunità, composta in gran parte di cristiani provenienti dalla gentilità, la quale ha anch’essa la prerogativa di essere chiamata da Dio, avendo già ricevuto il suo vangelo. Egli ha un grande rispetto per questi cristiani, anche se il loro orientamento religioso è notevolmente diverso dal suo. Egli li considera come «santi», cioè partecipi della santità stessa di Israele, il popolo di Dio. È sullo sfondo di questa stima che egli affronterà alla fine della lettera i loro problemi per aiutarli ad entrare in un’ottica missionaria e per essere aiutato da loro nel suo prossimo viaggio in Spagna. Tutta la lettera rappresenta così un contributo alla crescita nella fede di questi fratelli lontani.


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