martedì 27 febbraio 2018

Le lacrime di Dio


Il linguaggio delle lacrime (Luciano Manicardi)


Il linguaggio delle lacrime (Luciano Manicardi)

«Il paese dette lacrime è così misterioso», fa dire Antoine de Saint-Exupéry al suo piccolo principe. Ma il pianto è anche quanto di più noto e sperimentato vi possa essere tra gli uomini: è una caratteristica umana tipica e universale, un'espressione specifica dell'umanità.

«Il paese dette lacrime è così misterioso», fa dire Antoine de Saint-Exupéry al suo piccolo principe. Ma il pianto è anche quanto di più noto e sperimentato vi possa essere tra gli uomini: è una caratteristica umana tipica e universale, un'espressione specifica dell'umanità. Noi nasciamo con la capacità di piangere, dotati di questa abilità, eppure sappiamo ben poco sul pianto: perché piangiamo? Perché esprimiamo con questo medesimo linguaggio emozionale sia gioia che dolore?
«Le lacrime non sono mai sono e semplicemente un segno di piacere, sofferenza, sincerità, doppiezza, paura o eroismo. Non esistono lacrime pure» (Tom Lutz). Se spesso il pianto è individuale e nascosto, abbiamo poi gli usi culturali e rituali, religiosi e sacrali, sociali e pubblici del pianto. Insomma, il pianto è un linguaggio, le lacrime sono parole non verbali, sono una forma di comunicazione. Interessante, da questo punto di vista, la tesi di chi ritiene che la vocalizzazione evolutivamente più antica sia il pianto di separazione: poiché i primi mammiferi erano nottambuli abitatori delle foreste, questo pianto serviva ai genitori per ritrovare la prole dispersa, e, più in generale, alla comunicazione interna al gruppo.
Il pianto davanti a un'altra persona mira a suscitare una sua reazione, esprime una richiesta di attenzione. Col pianto cerchiamo di trasformare in sostegno la negatività degli altri: chi assiste al pianto altrui si sente colpito da tale esternazione di vulnerabilità e normalmente tende a farsi vicino, a consolare, a confortare. Le fragili e quasi evanescenti lacrime hanno un grande potere! Il pianto è un mezzo usato dagli umani per restare in contatto tra di loro. Lo stesso pianto infantile non esprime solo il bisogno che chiede di essere soddisfatto, ma tende anche a creare un legame tra il piccolo e i genitori. Il pianto poi non sempre è di facile o univoca interpretazione: di fronte a chi piange spesso siamo in imbarazzo e cerchiamo parole e, soprattutto, gesti, che siano adeguati alla pregnanza del linguaggio di pianto dell'altro) e tentiamo di interpretare le sue lacrime.
Le lacrime svelano un aspetto dell'anima, e quasi la mettono a nudo. Esse sono l'eloquenza discreta dell'anima, il linguaggio del cuore. Sono la parte visibile, per quanto tremula e trasparente, del nostro desiderio. Esse uniscono mirabilmente interiorità ed esteriorità, corpo e anima. «Le lacrime consumano la loro vita fuori dal corpo, testimoniando al suo esterno la sua più autentica interiorità» (Jean-Loup Charvet). Sono la visibilità dell'invisibile. Questa loro tipicità le rende un linguaggio spesso sentito come più autentico e profondo delle parole stesse: «Che sono mai le parole? Una lacrima le supera tutte in eloquenza» (August Wilhelm von Schlegel); «Grazie alle lacrime io posso vivere con il dolore perché, piangendo, mi do un interlocutore empatico che riceve il messaggio "più vero": quello del mio corpo e non già quello della mia lingua» (Roland Barthes). Le lacrime ci dicono qualcosa sulla sapienza del corpo, esprimendo una dimensione della verità insita nel corpo e che le parole e il discorso concettuale non sanno manifestare. Del resto, il pianto si verifica spesso quando meno siamo capaci di verbalizzare adeguatamente emozioni complesse e travolgenti: esso sa dar voce a una miscela di stati d'animo contrastanti.
Come linguaggio comunicativo esso esprime desiderio, aspettativa, preghiera. Nei Salmi la preghiera dell'orante è spesso accompagnata dalle lacrime. Nella malattia («Sono stremato dai lunghi lamenti, ogni notte inondo di pianto il mio giaciglio, irroro di lacrime il mio letto. I miei occhi si consumano nel dolore... Il Signore ascolta la voce del mio pianto»: Sal 6,7-9; «Di cenere mi nutro come di pane, alla mia bevanda mescolo le lacrime»: Sal 102,10, ma anche in altre situazioni difficili (Sal 39,13; 42,4; 80,6). Il pianto, sempre effuso dal salmista «davanti al volto del Signore» (Sal 142,3), è così una preghiera che il Signore gradisce e ascolta: «Hai contato i passi del mio vagare, hai raccolto le mie lacrime in un vaso» (Sal 56,9). Un bel testo della tradizione ebraica recita: «La preghiera è fatta in silenzio, il grido ad alta voce, ma le lacrime sorpassano tutto». Le lacrime cadono a terra, ma la loro efficacia sale al Cielo: in un certo senso esse cadono verso l'alto. Secondo Pier Crisologo le lacrime sono la terra che irrora il cielo. Si comprende che le lacrime abbiano potuto acquisire un'importanza straordinaria nella tradizione spirituale cristiana sia d'Oriente che d'Occidente.
Esse manifestano la sincerità del pentimento e della compunzione di colui che sa riconoscere i propri peccati davanti al Signore: «Chi prega con lacrime è simile a colui che, ai piedi del Signore, gli chiede pietà, come quella prostituta che in poco tempo lavò con le sue lacrime tutti i suoi peccati» (cfr. Lc 7,36-50). Le lacrime per i propri peccati divengono invocazione di purificazione e non a caso esse sono viste addirittura come rinnovamento (non sostituzione!) del lavacro battesimale. Gregorio di Nazianzo parla delle lacrime come di un quinto battesimo, dopo quello allegorico, avvenuto nell'acqua del Mar Rosso, di Mosè (cfr. 1 Cor 10,2), quello solamente penitenziale di Giovanni Battista, quello di Cristo avvenuto nello Spirito Santo e quello dei martiri che avviene nel sangue (e che anche Cristo ha conosciuto). Un detto di un anziano afferma: «Ogni opera buona che l'uomo può fare è fuori del corpo, mentre colui che piange purifica anima e corpo; le lacrime infatti lavano il corpo e lo santificano». Le lacrime sono presto state sentite come un dono (tò charisma tòn dakr on; gratia lacrimarum) e invocate esse stesse, nella convinzione che esse «conducano alle soglie della regione misteriosa» (Isacco di Ninive)
In effetti, il pianto che accompagna la preghiera non è semplicemente dovuto al ricordo dei propri peccati commessi e al pentimento, ma anche alla compassione di chi vede le sofferenze da cui altri sono schiacciati, al dolore provocato dalla visione della durezza di cuore e indifferenza di altre persone, al desiderio della comunione con il Signore, alla percezione nella fede della visita del Verbo durante la pratica dell'ascolto della Parola di Dio nella lectio divina (e si tratta allora di lacrime gioiose e dolci), al timore del giudizio...
La preghiera accompagnata da lacrime opera quella purificazione del cuore che consente al credente di «vedere Dio» (Mt 5,8), di esprimere, nella fede, la presenza: «Bisogna sapere che non saremo esauditi per le nostre parole, ma per la purezza del cuore e la compunzione che strappa le lacrime» (Regola. di san Benedetto 20,8).
Preghiera esse stesse, le lacrime appaiono anche come condizione di veridicità della preghiera e sono implorate. La preghiera è «la madre e anche la figlia delle lacrime» (Giovanni Climaco). Un Oremus della liturgia cattolica romana precedente la riforma liturgica chiedeva così il dono delle lacrime: «Dio onnipotente e mitissimo, che hai fatto scaturire dalla roccia una fontana d'acqua viva per il popolo assetato, strappa dalla durezza del nostro cuore lacrime di compunzione, affinché possiamo piangere i nostri peccati e meritare, perla tua misericordia, il perdono». Linguaggio silenzioso ed eloquente, materia dell’anima e trasparenza del corpo, le lacrime esprimono la gioia e la dolcezza della presenza del Signore così come l'angoscia per la distanza dell'uomo da Dio. E così dicono qualcosa circa il mistero dell'uomo e della sua relazione con Dio.
E paradossalmente, esse invocano la propria fine. Come noi sperimentiamo la fine dei nostri pianti, così la rivelazione biblica profetizza la fine del pianto con l'immagine del Dio che, nella Gerusalemme celeste, asciugherà le lacrime da ogni volto. L'Apocalisse spera la fine del pianto e la morte della "morte": «Non ci sarà più morte, né lutto, né affanno... Dio tergerà ogni lacrima dai loro occhi» (Ap 21,4). La nostra personale storia e la storia dell'umanità intera sono spesso storie scritte dalle lacrime, da pianti sommessi o disperati, irrefrenabili o contenuti, pianti che sono la richiesta a Dio perché consoli, faccia giustizia, risani le ferite, mostri il suo volto, instauri par sempre e per tutti il suo regno di pace e giustizia. Le lacrime versate davanti a Dio invocano: «Venga il tuo Regno!».

(da L'Ancora, 11-12, 2004)

lunedì 26 febbraio 2018

citazioni bibliche


IN EBRAICO NEVE SI DICE SHELEG ש ל ג

                                                                            
IN EBRAICO NEVE SI DICE SHELEG   ש ל ג 

con il valore numerico, 333 = 300 (Shin) 30 (Lamed) 3 (Ghimel)

    Ogni evento esterno, specie se macroscopico, è sempre una buona occasione per riflettere su possibili analogie con dinamiche e processi interiori. In concomitanza con le eccezzionali nevicate di questi giorni a Gerusalemme e sulle zone montuose di Israele, cosa possiamo comprendere dal simbolismo della neve?
    In ebraico “neve” si dice  sheleg, un termine quanto mai interessante. Il suo valore numerico, 333, è un numero molto particolare, specie perché in “neve” compare nella sequenza “discendente”: 300 (Shin) 30 (Lamed) 3 (Ghimel). Chi desidera sapere di più delle proprietà di questo numero può consultare i seguenti due link: innerpedia e properties of 333.
Come ghematria, a 333 troviamo questa corrispondenza:
333  ner chanukha  candela di chanukha
    Chanukha è l’unica festa che avviene in inverno, il periodo della “neve” e dell’”oscurità”. Ma il vero freddo ed oscurità si verifica ogniqualvolta nel mondo d’oggi ci sentiamo eredi diretti della “generazione della separazione” (dor ha-plagà, 333) che ai tempi della Torre di Babele si era ribellata al Creatore. La realtà in cui viviamo non si può spiegare con la sola ragione, il cui modo di funzionare è quello di separare i vari elementi gli uni dagli altri.
    Nella Torà la neve è un simbolo ambivalente. Nelle sue prime comparse “come neve”, intendendo il suo colore bianco, si trovano in Esodo 4,6 :
    Il Signore gli disse ancora: «Introduci la mano nel seno!. Egli si mise in seno la mano e poi la ritirò: ecco la sua mano     era diventata lebbrosa, bianca come la neve».
Numeri 12, 10: la nuvola si ritirò di sopra alla tenda ed ecco Maria era lebbrosa, bianca come neve;
e 2 Re 5, 27:
    «Ma la lebbra di Nàaman si attaccherà a te e alla tua discendenza per sempre». Egli si allontanò da Eliseo, bianco come la neve per la lebbra.
    In tutte queste occasioni il biancore “come neve” è detto a proposito della “metzorà”, tradizionalmente tradotto come “lebbra”, anche se in verità si tratta di una malattia oggi non identificabile con patologie ben specifiche. Forse, per chi si interessa di Omeopatia, il contatto più diretto è col concetto di “psora”. Nella Bibbia, quel malanno era una conseguenza fisica della malalingua, e si manifestava come vaste macchie bianche sulla pelle. La persona colpita entrava in una condizione altamente impura, e doveva subire un vero e proprio isolamento dal resto del popolo.
    Da un punto di vista più simbolico, si può dire che il lebbroso, metzorà, è simile al nome dell’egiziano, mitzrì, la cui etimologia sigifica: qualcuno che si trova in una condizione di limitatezza.
    La mano del lebbroso, bianca come la neve è come il pugno chiuso, avaro, dell’egiziano.
    La mano si deve aprire per liberarsi dall’oscurità chashekhah della generazione della Torre di Babele dor ha-plagah (letteralmente la generazione della separazione), affinché il bianco lavan (82) non sia espressione haba’ah (82) di degenerazione, naval (82), bensì di un nuovo essere virtuoso chasid (82).
    Al contrario dei significati precedenti, e in accordo con il bianco, lavan e chasid (pio), nel famoso verso di Isaia 1, 18, la neve è simbolo della purezza, della purificazione dei peccati:
       “anche se i vostri peccati fossero rossi come scarlatto, diventeranno bianchi come neve”.
    Questa antinomia di significati si può intuire osservando il codice nascosto nella sequenza di neve sheleg: Shin – Lamed – Ghimel. Shin è la lettera del Fuoco, e l’abbinamento Lamed Ghimel (oltre che “log”, un’unità di misura dei liquidi), si dice contenga l’idea del “profondo”. Quindi sheleg potrebbe essere: “la profondità del Fuoco”. È come se, andando nell’abisso più interiore del fuoco, trovassimo il suo opposto: il freddo della neve.
    Un aiuto maggiore allo svelare questa radice potrà venire osservando le due permutazioni più importanti di quel termine: shagal  e  galash.   שגל   גלש   Anche con shagal (Shin Ghimel Lamed)   ci troviamo davanti ad un enorme paradosso. Come verbo, nella massima parte dei casi quella radice vuol dire “violentare”, oppure “fare qualcosa di osceno”. Eppure, nel Salmo 45, 10, Shegal è una regina, e non solo una monarca qualunque, bensì colei che siede alla destra dello stesso Messia, quindi la sua consorte.
     “Figlie di re stanno tra le tue predilette; alla tua destra la regina (shegal) in ori di Ofir.”
    Anche qui troviamo un capovolgimento di significati, che ci riporta al “anche se i vostri peccati fossero rossi come scarlatto, diventeranno bianchi come neve”.
    Quello che compie la shegal, שגל   che da donna di facili costumi diventa la sposa del Messia, non è una sola teshuvà, penitenza o conversione. È un qualcosa di più. Lo stesso motivo può ritrovarsi nella storia di Rachab, la prostituta di Gerico che poi diventa la moglie dello stesso Giosuè, il leader che prese il posto di Mosè alla guida di Israele. Questi argomenti sono trattati con maggiore profondità nel nuovo libro di Nadav Hadar: La Via dell'Amore, un libro che non è solo un saggio ma anche una serie di racconti. Shegal significa: “Shin – onda”, o “Shin – rivelazione”. È un rivelarsi dei significati interiori più profondi della Shin.
   Il motivo dell’onda o dell’ondeggiare, ricompare in un’altra permutazione della radice che stiamo studiando: galash, Ghimel Lamed Shin  גלש . Si tratta del capovolgimento della radice precedente. Galash significa “alzarsi” ma anche “inchinarsi”, in un movimento ondulatorio. Come “ondeggiare”, il verbo fa la sua doppia ed unica comparsa nel Cantico dei Cantici, in 4, 1 e 6, 5:
    Le tue chiome sono un gregge di capre, che scendono (galshù) dalle pendici del Ghilaad.
 Il verso descrive l’ondeggiare dei capelli dell’amata, che all’amato piace così tanto, e che viene paragonato al movimento dei greggi mentre si spostano sulle colline del Ghilad (“l’onda o pila della testimonianza”). Nell’ebraico moderno galash è fare surfing sulle onde del mare. Forse non tutti sanno che il surfing non è solo uno sport, ma tra le popolazioni del Pacifico è un’arte sacra. Il dominare le onde, o meglio, il farsi portare sulla loro cima, è davvero un’impresa per l’anima e non soltanto per il corpo.
    In definitiva, il fenomeno della neve ci ha posto davanti ad una serie di opposti che si capovolgono reciprocamente l’uno nell’altro: fuoco e freddo, purezza e peccato. Forse si potrebbe riunire tutto ciò nei misteri della lettera Shin, che significa sia “cambiare” (shinui) che “ripetizione” (mishnà). È un fuoco che genera un enorme dinamismo. Tuttavia esso si manifesta in cicli ondulatori ed ondeggianti, nei quali ripetizione ed evoluzione si staccano e rincontrano continuamente.
   Questo scritto probabilmente susciterà più interrogativi di quanti non ne risponda. È il paradosso della purezza del manto di neve che si capovolge nello sporco e nei disagi dei giorni successivi. Nel principio cabalistico dei Chasadim e delle Ghevurot, si insegna che ogni cosa, portata al suo estremo, si capovolge nel suo opposto. Nel fenomeno fisico della neve si osserva solo un movimento dal bianco allo sporco, ma nei suoi corrispettivi spirituali, i movimenti sono possibili in entrambe le direzioni.
   In chiusura, alcuni misteri della lettera Shin, l'iniziale di Sheleg e di Shegal
Shin per esteso vale 360,   Shin Nun Yud      שין
   È il numero dei gradi nei quali viene suddiviso il cerchio ed è la media approssimativa tra la lunghezza dell’anno solare (365 giorni 5 ore 55 minuti) e dell’anno lunare (354 giorni e 8 ore circa). Come tale, 360 esprime il punto d’incontro tra l’operare delle forze maschili (Sole) e femminili (Luna). Una permutazione di Shin, è nashì, Nun Shin Yud,  che significa “femminile”. Questo ripropone la provocante affermazione cabalistica, secondo la quale il Femminile corrisponde all’elemento fuoco. Attenzione però, quando si danno queste attribuzioni non le si deve applicare in senso rigido ed unilaterale. C’è sempre un principio di interinclusione tra gli opposti. Ed ecco che la Shin, nel sistema dei 32 Sentieri della Sapienza, è il Sentiero che unisce Binà (prima sefirà in alto del pilastro sinistro, del fuoco) a Chokmah (prima sefirà in alto del pilastro destro, dell’acqua). Pur essendo “fuoco” nella sua natura, la Shin connette i due estremi, destra e sinistra. Si può intuire da ciò un ruolo particolarmente importante del Femminile nello stabilirsi di una valida ed attiva comunicazione tra i due pilastri, destro e sinistro, dell’Albero della Vita. Ciò è vero ma solo se il Femminile sale al livello dei “cervelli” (Chabad, Chokhmà Binà Da’at). Altrimenti, sul piano delle emozioni, il Fuoco femminile è Ghevurà, che è un principio di separazione, se non addirittura di distruzione. Ciò non significa che il Maschile sia già elevato, ogni aspetto dell’Anima è chianato a salire lungo la scala dell’Albero della Vita, se vuole trovare pienezza e soddisfazione.
   Si potrebbe un giorno studiare la Shin scritta per esteso calcolando il suo valore con quello completo della Nun finale, che è 700. Il totale diventa così 1010. Una qualche idea sulle corrispondenze di questo numero?
   Infine, un breve spunto per chi desidera sviluppare ulteriormente la "costellazione" della Shegal:

L’onda della Shin, l’onda rivelata
Il femminile rivelato

venerdì 23 febbraio 2018

Trasfigurazione


25 FEBBRAIO 2018 - 2A DOMENICA DI QUARESIMA B | LETTURE - OMELIE


25 FEBBRAIO 2018   - 2A DOMENICA DI QUARESIMA B |  LETTURE - OMELIE

Gesù "si trasfigurò davanti a loro"
Da una quantità di indizi sembra che il preciso motivo per cui Marco inserisce il racconto della trasfigurazione proprio al centro del suo Vangelo (9,2-10), quasi immediatamente dopo la famosa confessione di Pietro a Cesarea di Filippo (8,29) e in mezzo a due preannunci della passione del Signore (8,31-33; 9,30-32), sia il seguente: l'evangelista intende prevenire lo "scandalo" dei discepoli davanti alla morte del Signore, dando a loro come una garanzia ed un anticipo della futura "gloria" della risurrezione. La sofferenza, l'umiliazione, lo scacco stesso della morte non sono per il Cristo che la "via" per arrivare al grande trionfo del giorno di Pasqua: senza il venerdì santo non ci sarebbe stata per Cristo la gioia esaltante del giorno della risurrezione!
In chiave liturgica, ritengo che l'intenzione della Chiesa, nel proporci per la seconda Domenica di Quaresima le presenti letture bibliche, coincida con la finalità di Marco; l'itinerario della Quaresima, pur nell'asperità del faticoso cammino attraverso il "deserto", pur nell'esercizio assiduo della rinuncia e del superamento di noi stessi, punta decisamente alla "gioia" e alla "luce" del rinnovamento e della "trasfigurazione" di Pasqua.
La Quaresima, perciò, non è fatta per se stessa ma per la Pasqua, e tende a superarsi per la carica di amore che la deve animare.
"Ora so che tu temi Dio e non mi hai rifiutato tuo figlio"
Così come il sacrificio di Isacco, richiesto da Dio ad Abramo (Gn 22,1-18), non aveva alcun significato in quanto soppressione della vita: al limite, si potrebbe addirittura considerare come un delitto! Infatti, molti esegeti interpretano l'episodio come una esplicita condanna della pratica abominevole, in uso presso i Cananei, di sacrificare agli dèi i loro figli primogeniti in particolari circostanze.
La richiesta di Dio ad Abramo aveva senso solamente in quanto verifica della fede del grande patriarca e della sua capacità di amare il Signore "più" di tutte le cose, "più" del suo stesso figlio. Perciò all'ultimo momento il dramma si risolve in positivo e l'angelo del Signore grida: "Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli alcun male! Ora so che tu temi Dio e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unico figlio" (v. 12). Quindi gli rinnova la promessa di una numerosa discendenza: "Perché tu hai fatto questo e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unico figlio, io ti benedirò con ogni benedizione e renderò molto numerosa la tua discendenza, come le stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare" (vv. 16-17).
È la capacità di "amore" che dà senso alla rinuncia e allo stesso sacrificio della vita.
Dio "non ha risparmiato il proprio Figlio"
È quanto ci viene ricordato anche dalla brevissima, ma stupenda seconda lettura, ripresa da san Paolo (Rm 8,31-34) e in cui c'è un esplicito riferimento al precedente episodio del sacrificio di Isacco. Qui, però, la prova dell'amore viene da Dio stesso che, nonostante tutto, rimane fedele all'uomo, essendoglisi ormai definitivamente legato con il dono di Cristo: "Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con lui?" (vv. 31-32).
Quello che in Isacco era, e voleva essere, solo un "simbolo", in Cristo è diventato una realtà: nel caso di Cristo non c'è stato un ariete da immolare al suo posto! Dio perciò "non ha risparmiato il proprio Figlio", proprio perché, pur nell'atroce "sofferenza" che la morte di Cristo gli è costata, non aveva altro modo a sua disposizione per dimostrarci il "sommo" del suo amore: la teologia moderna sta riscoprendo il tema della "sofferenza" di Dio che, peraltro, se bene intesa, non diminuisce in alcun modo la sua grandezza e la sua trascendenza, ma la esalta.
Anche qui, però, l'amore si celebra oltre la "morte", perché è proprio nella potenza del Cristo "risorto", che "intercede" per noi presso il Padre, che noi abbiamo "fiducia": "Chi condannerà (gli eletti di Dio)? Cristo Gesù, che è morto, anzi, che è risuscitato, sta alla destra di Dio e intercede per noi?" (v. 34). È sempre la stessa tematica: lo scopo ultimo di tutto, anche dell'agire di Dio, è la gioia, lo splendore, la vita, anche se per arrivarci bisognerà passare attraverso le "prove" dolorose dell'amore.
Il significato "teologico" della trasfigurazione
Il racconto della trasfigurazione, fattoci da Marco (9,2-10), è come un'irruzione di luce, un'anticipazione della gloria futura nel "presente" di Cristo, che ormai già si sta avviando alla morte di croce, e nel "presente" dei suoi apostoli e dei discepoli di tutti i tempi che sono invitati a prendere insieme a lui la "croce" di ogni giorno. Si legga appunto quanto Gesù dice immediatamente prima: "E cominciò a insegnare loro che il Figlio dell'uomo doveva molto soffrire, ed essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, poi venire ucciso e, dopo tre giorni risuscitare... Se qualcuno vuol venire dietro di me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua..." (8,31.34).
Un'"anticipazione" della "gloria" futura, abbiamo detto, offerta come "pegno" e come "garanzia" di ciò che avverrà, perché i credenti la desiderino e l'accelerino, se possibile; perché alla luce di quella diano senso ai giorni bui dell'esistenza, ma non per "saltare" questo tempo "intermedio" di prova e di sofferenza, come è tentato di fare Pietro il quale, inebriato dalla gioia e dall'entusiasmo, esclama: "Maestro, è bello per noi stare qui; facciamo tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia" (v. 3).
Le "tende" rimandano certamente alla festa delle "capanne", o dei "tabernacoli", che durava una settimana e, in certo senso, voleva come anticipare il giubilo e la gioia del "riposo" escatologico. Questo tempo del "riposo", però, non è ancor giunto; perciò la richiesta di Pietro viene giudicata molto severamente da Marco, il quale così commenta: "Non sapeva infatti che cosa dire, poiché erano stati presi dallo spavento" (v. 6). Non si costruisce il regno di Dio, tentando di "evadere" dal tragico "quotidiano"!
"Lo sguardo rivolto su Gesù trasfigurato è solo un appello a credere nel crocifisso con il porsi alla sua sequela, è un incoraggiamento a non venire meno nelle prove e nelle persecuzioni. Non è ancora il tempo di costruire la tenda in cielo, bensì quello di affrontare la lotta sulla terra. Ogni tribolazione risulterà superata obbedendo al Figlio che Dio ama, il quale ci ha preceduti nella gloria divina passando attraverso l'esperienza della passione e della morte". 
Ma adesso che abbiamo potuto intravedere la "dinamica" interiore a cui obbedisce questo brano narrativo di Marco, cerchiamo di afferrarne meglio il contenuto "teologico" generale.
In realtà, è soprattutto un messaggio "teologico" quello che l'evangelista vuol trasmetterci nel descriverci l'episodio della trasfigurazione. Siamo certamente di fronte a un fatto storico, anche se misterioso: la tradizione sinottica lo afferma concordemente; perfino la seconda lettera di Pietro (1,16-18) vi fa riferimento. Anche la precisazione storica iniziale con cui si apre il racconto ("dopo sei giorni"), così come il dato geografico ("sopra un alto monte": tradizionalmente il Tabor, alto 562 m sul livello del mare) confermano che ci muoviamo su un terreno sicuro.
"Le sue vesti divennero bianchissime"
Quale sia stata, però, l'entità vera dell'episodio ci sfugge: gli evangelisti stessi non concordano in tutto fra di loro e si aiutano più che altro con immagini che, nella tradizione biblica, indicano l'irruzione e la presenza del divino. Così, ad esempio, le vesti "bianche" e splendenti sono un contrassegno del mondo divino e un simbolo di gioia e di vittoria: l'angelo della risurrezione in Marco (16,5) sarà vestito di vesti candide. La "nube" è un simbolo caratteristico della misteriosa "presenza" di Dio nella tradizione dell'Esodo (16,10; 24,18; 40,35).
Con tutti questi elementi descrittivi l'evangelista vuol dirci dunque che Gesù concesse a tre dei suoi apostoli (quei medesimi che saranno presenti nell'orto del Getsemani: 14,33) un'esperienza di sé del tutto eccezionale, "indicibile" per quelli stessi che ne furono i protagonisti.
Quando Marco scrive che le vesti di Gesù (Matteo parla della sua "faccia": 17,2) "divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche" (v. 3), ci fa quasi toccare con mano l'"inesprimibile", ma si ferma lì. E del resto, non poteva fare diversamente!
"Questi è il Figlio mio prediletto: ascoltatelo!"
Però ci sono due elementi essenziali in tutta questa scena grandiosa che ci aiutano a penetrarne più a fondo il significato teologico: l'apparizione congiunta di Elia e di Mosè, che "discorrevano con Gesù" (v. 4), e la voce che tuona di mezzo alla nube: "Questi è il Figlio mio prediletto: ascoltatelo!" (v. 7).
Nei due grandi personaggi dell'Antico Testamento c'è da vedere come una continuità nel disegno salvifico di Dio che, attraverso le varie tappe della storia della salvezza, punta su Cristo: è lui l'inviato definitivo di Dio, atteso per gli ultimi tempi. Non è un nuovo Elia, o un nuovo Mosè, ma Qualcuno molto più grande, a cui essi fanno soltanto da battistrada come era nella tradizione biblica per il primo e nella tradizione giudaica per il secondo. I due rappresentanti dell'Antico Testamento dicono dunque che i tempi ultimi sono venuti con Cristo, anzi si stanno già realizzando in quel preciso momento.
La voce che risuona dalla nube: "Questi è il Figlio mio prediletto: ascoltatelo!" (v. 7), ci rivela la misteriosa "identità" di Cristo in un momento in cui la sua strada prende ormai decisamente l'avvio verso la croce. A differenza della quasi identica proclamazione che avvenne nell'occasione del battesimo, in cui la voce era rivolta direttamente a Gesù ("...tu sei il Figlio mio prediletto...": 1,11), qui essa è rivolta agli apostoli: "Ascoltatelo!".
È dunque un invito agli apostoli a penetrare il "mistero" ed accoglierne il messaggio salvifico. Quello che avverrà tra non molto a Gesù sul Calvario non è un'accusa o una obiezione contro la sua divinità, ma la dimostrazione più luminosa della sua origine da Dio: soltanto uno che ha il "cuore" di Dio può amare come Cristo ci ha amati!
A questo punto avvertiamo forse più chiaramente come la "trasfigurazione" del Signore è un momento di luce che permette anche a tutti noi, discepoli del Signore, di penetrare meglio non solo nel suo "mistero" di dolore e di gioia, di umiliazione e di gloria, ma anche nel "mistero" della nostra vita. Accettandolo come il "Figlio prediletto" del Padre, che si manifesta come tale soprattutto nel dramma della croce, e "ascoltando" il suo messaggio di salvezza, "si trasfigurerà" anche tutta la nostra esistenza. Il che è il significato di fondo di tutta la Quaresima.

Da: CIPRIANI S

giovedì 22 febbraio 2018

il Turibolo


LE SCRITTURE E L’EPOCA DI GESÙ - 2


LE SCRITTURE E L’EPOCA DI GESÙ - 2

PREMESSA

Nell'articolo scorso, con il quale ho voluto introdurre la serie di riflessioni che c'ìntratterranno attorno al valore per la nostra vita spirituale di tutta la Bibbia, Antico e Nuovo Testamento, avevo detto che i Vangeli, le lettere di Paolo e gli altri testi del NT si debbono considerare letteratura giudaica, perché la rivelazione di Dio in Gesù sì è manifestata nella storia concreta degli uomini.
Gesù, Maria, gli apostoli e i primi cristiani erano ebrei e la religione nella quale erano stati formati era quella ebraica, basata sulle Scritture, cioè sull'AT così come era venuto formandosi a partire del VI sec. a.C. Questo significa che quel che Gesù ha detto e ha fatto e quello che di lui hanno compreso i suoi primi seguaci, fedeli "della Legge e dei Profeti" (= AT), va interpretato e compreso alla luce dell'epoca storica del Signore. In altri termini, per poter capire adeguatamente il NT, bisogna domandarsi quale fosse lo scenario storico nel quale si è svolta la vicenda terrena di Gesù, come vissero i suoi contemporanei, che cosa pensassero e come lo esprimessero. Mettersi a leggere la Bibbia senza questa premessa, significa rischiare di fraintenderla e di farle dire quel che non vuole o non può dire, data la peculiarità di quei tempi rispetto ai nostri.

LO SCENARIO STORICO
Dopo il dominio dei Babilonesi prima e dei Persiani poi, il popolo ebraico era passato sotto nuovi dominatori, i re ellenistici successori di Alessandro Magno nelle varie zone dell'impero da lui conquistato (dal IV al II sec. a.C.). Gli ebrei non riuscivano a diventare di nuovo liberi né vedevano profilarsi il ritorno di un re che restaurasse l'antica monarchia davidica.
Nel V secolo era stato ricostruito il tempio dì Gerusalemme, d'importanza fondamentale per la fede e l'identità d'Israele, ma l'indipendenza era rimasta solo un pio desiderio accarezzato invano. In un prime momento della nuova dominazione greco-ellenistica, il popolo di Dio era stato sotto la dinastia tolemaica, cioè sotto il governo della famiglia dei Tolomei che risiedevano in Egitto, in un secondo momento, a seguito delle vicende storiche alterne, che avevano visto scontrarsi i Tolomei contro i Seleucidi, la dinastia cioè di Seleuco, altro generale successore di Alessandro Magno, Israele era passato sotto il dominio di questi ultimi che erano riusciti ad occupare oltre alla Mesopotamia anche tutto il territorio siro-palestinese,
Al di là dì queste vicende intricate, il popolo giudaico viveva in un'atmosfera culturale omogenea la cultura greca, dato che i vari re di turno, fossero Tolomei o Seleucidi, portavano con sé tale cultura; quindi, che gli ebrei si trovassero nella splendida metropoli del tempo, Alessandria di Egitto, a Babilonia o in una città siriaca oppure nella stessa Palestina, sentivano fortemente l'influsso greco.
Una testimonianza significativa di tale fenomeno è ad esempio la traduzione in greco della Torà, cioè la Legge ebraica o il Pentateuco nel II sec. a.C., voluta, stando alla leggenda riportata nella cosiddetta Lettera di Aristea, dallo stesso re d’Egitto Tolomeo; in realtà, gli ebrei residenti in Alessandria da tanto tempo, non capivano più l'ebraico e quindi avevano bisogno di leggere le Scritture nella lingua corrente, quella greca. Ma vi sono altre testimonianze letterarie: ad es. il libro canonico della Sapienza di Salomone è stato addirittura scritto in greco!
Il fatto è che con la cultura si erano introdotti nel popolo ebraico anche i costumi greci: uno scandalo intollerabile per coloro che volevano rimanere fedeli alla tradizione dei padri (cf. 1Mac 1). Così, come ci raccontano i due libri dei Maccabei, vi è stata una rivolta contro la prepotenza straniera, accesa da un certo Mattatia, di famiglia sacerdotale, e dai suoi cinque figli, appunto i Maccabei, così chiamati dal più famoso di loro, Giuda Maccabeo, cioè Giuda "Martello" (dei nemici). I Maccabei hanno condotto una strenua lotta di resistenza contro il potere seleucide e con tale successo politico hanno dato origine al governo in patria della dinastia asmonea. Di tale successo faceva parte anche la relazione cordiale allacciata con la nuova potenza internazionale emergente, Roma (cf. 1Mac 8).
La dinastia asmonea non è mai stata accettata dal popolo pacificamente, perché alcuni dei suoi rappresentanti avevano avuto il titolo di sommo sacerdote, senza appartenere al ramo sadochita, che veniva considerato quello legittimo per la consacrazione sommo-sacerdotale, Ad ogni modo, essa si protrasse fino a che una principessa asmonea, Mariamne, sposò Erode, un uomo mezzo ebreo e mezzo idumeo, che più tardi divenne Erode il Grande e che diede origine ad una nuova seppur breve dinastia, quella degli Antipatridi, sponsorizzata dai Romani e dagli stessi, in seguito, soppressa.
La vita di Gesù e del gruppo che lo ha seguito.fin dall' inizio, si è svolta sotto i re antipatridi.
Intanto, i rapporti tra la popolazione giudaica e l'occupante romano erano tutt'altro che sereni; anzi, vi erano spesso tentativi di ribellione da parte degli ebrei, che venivano spenti nel sangue. La realtà era: le relazioni di alleanze venivano mantenute solo a livello delle autorità ufficiali, ma nella popolazione invece si agitavano sogni di liberazione, aumentati da capi-movimento messianici, come i leader degli zeloti. Sono questi che hanno portato il popolo giudaico alle due grandi guerre contro Roma, finite tragicamente con la completa e definitiva disfatta delle speranze ebraiche di restaurazione politica.

LO SCENARIO SOCIALE E CULTURALE
In quel periodo storico del quale si è appena parlato, il popolo ebraico era costituito sostanzialmente di due componenti: coloro che abitavano in Palestina e coloro che erano diffusi al di fuori nei vari paesi dell'area mediterranea (la Diaspora). Gli uni e gli altri si mantenevano in contatto socio-culturale e religioso e di certo Gerusalemme rimaneva per tutti il centro di riferimento per eccellenza. Tuttavia, delle differenze esistevano. Gli ebrei della Diaspora, trovandosi più a contatto con la cultura straniera egemone, quella greca, erano più flessibili rispetto ai corregionali in patria e più disponibili al dialogo, anche se non bisogna esasperare tale divario, visto che la cultura ellenistica era fortemente presente anche in Palestina. Tutti, in ogni caso, si mantenevano fedeli alla tradizione dei padri, soprattutto a quella che negli ultimi tempi era divenuta la "Sacra Scrittura" sia in lingua ebraica che in lingua greca. Più in particolare, all'interno della Parola scritta si coltivavano delle traiettorie di pensiero che occupavano le speranze del popolo e le attese più ansiose dei vari movimenti religiosi sorti in seno ad esso.
La promessa divina a David di 2Sam 7 e le dichiarazioni di testi come il Salmo 2,7 e Is 11, che esaltavano la figura messianica del davidide venturo, erano fortemente presenti nel cuore della gente; ma lo era anche quella linea che faceva capo a testi come Dt 18, 1 8 e Is 42,1-4 e che attendeva l'arrivo del profeta escatologico. L’immaginazione d'Israele era animata anche da altre figure, quali l'Elia che doveva precedere la fine dei tempi (cf. Mal 3,23) o Melechisedek quale figura misteriosa di re-sacerdote (cf. Gen 14,17ss) o la figura femminile della Sapienza uscita dalla bocca di Dio all'inizio del mondo (cf. Sir 24),
Le riflessioni su queste figure erano molto ricche e variegate e spesso diventavano letteratura, quella cioè che noi chiamiamo letteratura apocrifa o intertestamentaria. Anche se tali testi non sono entrati nel canone, essi sono tuttavia estremamente importanti per conoscere quel che le generazioni di quell'epoca sentivano e pensavano. D'altra parte l'abbondanza della fioritura di questi testi era facilitata dall'impossibilità di un'azione esterna che capovolgesse il destino del popolo giudaico, oppresso dai vari dominatori di turno: venendo oppresso il corpo, si sbrigliava in compenso la fantasia. A questo atteggiamento dello spirito gli studiosi hanno messo il nome di apocalittica.
L'apocalittica, sviluppatasi negli ultimi tre secoli prima di Cristo e nel primo sec. d.C., è stato insieme un sentimento, un’immaginazione e una ricca letteratura, parte della quale è entrata anche nel canone biblico.

CONCLUSIONE
Al termine di questa seconda puntata, possiamo così sintetizzare quanto detto finora.
L’evento di Gesù Cristo si è verificato nel tessuto di una storia che è importante non solo per la visibilità che questa gli ha dato, bensì anche per quella formulazione, solo conoscendo la quale, ci è dato entrare in quelle verità che la comunità apostolica ha voluto trasmetterci. Gesù e gli apostoli sono stati all’inizio, agli occhi dei contemporanei, né più né meno che uno dei tanti gruppi che costellavano quella galassia giudaica che si è descritta più sopra. Essi erano figli del loro tempo, nutriti delle cultura contemporanea e delle attese alimentate da secoli; quel che hanno voluto essere e dire, lo hanno fatto con la lingua dell’Antico Testamento, le Scritture.

mercoledì 21 febbraio 2018

Abramo


PAPA FRANCESCO - DUE STORIE BIBLICHE


PAPA FRANCESCO - DUE STORIE BIBLICHE

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Giovedì, 8 febbraio 2018 

(da: L'Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVIII, n.032, 09/02/2018)

Attenzione a quando, convinto di vivere tranquillamente senza commettere grandi peccati, il cristiano «scivola lentamente», quasi senza accorgersene, nell’«indebolimento del cuore» e si «corrompe». È il monito di Papa Francesco che, durante la messa celebrata a Santa Marta giovedì 8 febbraio, ha messo a confronto due differenti storie bibliche: quella di Davide, il re «peccatore» ma «santo», e quella di Salomone, il re saggio il cui cuore però «si era deviato dal Signore» e per questo venne «rifiutato» da Dio. Un insegnamento per ogni uomo perché, ha sottolineato il Pontefice, se è vero che al peccatore capace di pentirsi la via della santità è sempre aperta, il corrotto invece si preclude da solo la possibilità di salvezza.
La riflessione del Papa, sollecitata dalla lettura del giorno (1 Re, 11, 4-13), è partita proprio dall’inaspettata sorte toccata al re Salomone, da tutti conosciuto come grande e saggio. Il cuore del sovrano, infatti, «non restò integro con il Signore, suo Dio, come il cuore di Davide, suo padre». Una sorpresa perché, ha detto Francesco, «di Salomone noi non sappiamo se avesse fatto grossi peccati; invece di Davide sì. Di Salomone, noi sappiamo che ha avuto una vita tranquilla, ha governato», mentre «Davide ha avuto una vita un po’ difficile, è caduto nel peccato, ha fatto la guerra». Eppure «Salomone è rigettato dal Signore, e Davide è santo. Come si spiega questo?».
C’è un dettaglio dirimente: «Quando Davide — ha sottolineato il Pontefice — si convinse di aver peccato, chiese perdono, fece penitenza», e se pure non peccò una sola volta, «ebbe sempre l’umiltà di chiedere perdono». Diversa la situazione di Salomone, il quale era sempre stato «equilibrato, non aveva fatto grossi peccati»; ma nel brano biblico si legge che il suo cuore «si era “deviato” dal Signore», un po’ per volta, progressivamente. Egli aveva ceduto alle sue donne che lo avevano indotto all’idolatria. Proprio lui, «il grande Salomone che lo stesso Signore loda, all’inizio, quando chiese la prudenza per governare e non chiese ricchezze, fama: la prudenza per governare il popolo», il grande Salomone del quale tutto il mondo parlava: aveva fama internazionale». Per lui, per conoscerlo, si era spostata anche la regina di Saba: «E cosa disse lei? “Era vero, dunque, quanto avevo sentito nel mio paese sul tuo conto, sulla tua sapienza. Io non credevo a quanto si diceva, finché non sono giunta qui e i miei occhi non hanno visto. Ebbene, non mi era stata riferita neppure una metà”». Tutto il mondo, quindi, parlava della «grandezza di Salomone». Ma egli «non restò integro davanti al Signore e fu rifiutato dal Signore». Il suo cuore «si era deviato dal Signore. E lui, sembra che non si accorgesse di questo».
Qui, ha spiegato il Papa, ci si trova di fronte al «problema dell’indebolimento del cuore». Si potrebbe dire un decadimento subdolo, perché «non è come una situazione di peccato: tu fai un peccato, te ne accorgi subito». Invece «l’indebolimento del cuore è un cammino lento, che scivola poco a poco, poco a poco, poco a poco». Questo accade a Salomone che, «addormentato nella sua gloria, nella sua fama, cominciò a seguire questa strada» e il suo cuore «si indebolì». Paradossalmente, ha aggiunto il Pontefice, «è meglio la chiarezza di un peccato, che l’indebolimento del cuore», ossia quel processo nel quale si «scivola lentamente, e tu non te ne accorgi. Lentamente, verso la mondanità», verso una vita che sembra «degna», ma risponde a «cuore debole». È stato proprio così che «il grande re Salomone, il grande prudente, il grande re che tanto piacque a Dio, finì corrotto: tranquillamente corrotto, perché il cuore gli si era indebolito».
La storia di Salomone è molto attuale: «Un uomo e una donna col cuore debole, o indebolito, sono una donna, un uomo sconfitto», ha ammonito Francesco ricordando che «questo è il processo di tanti cristiani, tanti di noi». Si dice: «No, io non faccio dei peccati grossi»; ma bisognerebbe chiedere: «Com’è il tuo cuore? È forte? Resta fedele al Signore, o tu scivoli lentamente?».
A tale proposito il Papa ha ricordato l’episodio evangelico di Matteo (12, 43-45) in cui si parla «di quell’uomo che era stato liberato da un diavolo, da un demonio» e «incominciò una vita nuova... tutto bello... Ma, passato il tempo, quel demonio torna a vedere come vanno le cose lì. E vede la casa tutta ben sistemata e bella. E va a trovare altri sette demoni peggiori di lui; tornano e la fine di quell’uomo è peggiore» di come era prima. Proprio questo, ha chiosato Francesco, «è il dramma dell’indebolimento del cuore. E a tutti noi può succedere questo nella vita». Perciò è sempre bene chiedersi: «Ma, il mio cuore è forte davanti al Signore? O, lentamente, scivolo e mi indebolisco? Cosa devo fare?». Occorre vigilanza, ha spiegato il Pontefice: «Vigilare sul tuo cuore. Vigilare. Tutti i giorni, stare attento a cosa succede nel tuo cuore. Se resta saldo nella fedeltà al Signore» o se, un giorno dopo l’altro, scivola lentamente.
«Davide — ha concluso Papa Francesco — è santo». Era peccatore, è vero, ma «un peccatore può diventare santo». Invece «Salomone è stato rigettato perché era corrotto». E «un corrotto non può diventare santo». Del resto, alla corruzione si arriva proprio «per quella strada dell’indebolimento del cuore». Bisogna quindi «tutti i giorni vigilare il cuore», comprendere in quale «rapporto» si sta con il Signore e «gustare la bellezza e la gioia della fedeltà».

martedì 20 febbraio 2018

La tenerezza di Dio


L’AMORE MISERICORDIOSO NEL VECCHIO TESTAMENTO


L’AMORE MISERICORDIOSO NEL VECCHIO TESTAMENTO 

PREMESSA: I TERMINI

Nella Bibbia non incontriamo l’espressione "AMORE MISERICORDIOSO" in senso letterale, se non in Lc 1,78: Dio salva e perdona "grazie alla (sua) bontà misericordiosa" (splánchna eléous; traduzione latina: viscera misericordiae; in ebraico: rahamin = viscere materne).
Tuttavia "Amore Misericordioso" può tradurre bene anche due altre espressioni. La prima è: hesed we' emet (= grazia e fedeltà: cf Es 34,6; 2Sam 2,6; 15,20; Sal 25,10; 40,11s; 8511; Mic 7,20). Trattandosi di un'endiade, è corretta la traduzione: grazia fedele, cioè amore che per essere fedele nei confronti dell'uomo irrimediabilmente peccatore deve essere misericordioso.
L'altra espressione è: "pleres cháritos kai aletheias" (il Verbo è "pieno di grazia e verità": Gv 1,14 e poi anche più avanti in Gv 1,17). Anche qui ci troviamo davanti ad un'endiade che possiamo tradurre con amore vero, cioè misericordioso. Per mezzo di Mosé ci è arrivata la legge, per Gesù abbiamo ricevuto l'Amore misericordioso.

TRE SONO I VOCABOLI EBRAICI
che stanno dietro all'espressione Amore misericordioso: Hesed, rahamin, emet.
A. Il primo, hesed, indica bontà originaria e costitutiva, l'amore sorgivo, puro e gratuito. E’ l'amore paterno nel senso che "Dio è amore" (1Gv 4,8.16), ci ama "per primo" (1Gv 4,19). Un amore che continuamente si riversa su di noi. Si esprime nell'alleanza con Israele e soprattutto nella nuova alleanza che è definitiva. "Quando Israele era giovinetto, io l'ho amato e dall'Egitto ho chiamato mio figlio... Ad Efraim io insegnavo a camminare tenendolo per mano; ... ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia; mi chinavo su di lui per dargli da mangiare". (Os 11,4; cf anche Is 63,15s; 64,7).
B. Il termine emet dice fedeltà assoluta anche nel caso dell'infedeltà del partner. Unito alla hesed specifica che l'amore paterno di Dio è fedele anche dinanzi alla risposta negativa dell'uomo. Dio continua ad amarlo settanta volte sette (cf Mt 18,22), cioè perdona sempre, è misericordioso. "Canterò senza fine le grazie del Signore, con la mia bocca annunzierò la tua fedeltà nel secoli perché hai detto: "La mia grazia rimane per sempre"; e la tua fedeltà è fondata nei cieli" (Sal 89,2s). "Ti ho amato di amore eterno, per questo di conservo ancora pietà" (Ger 31,3).
B. Infine rahamim suggerisce l'amore viscerale della madre (rehem = seno materno) e quindi misericordia. Dal profondo legame della madre col bambino, scaturisce un particolarissimo rapporto di tenerezza e comprensione. Il bambino lascia una traccia indelebile nel grembo della madre, inclinandola alla misericordia. 
"Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai. Ecco, ti ho disegnato (tatuato) sulle palme delle mie mani" (Is 49,15s). "Anche se i monti si spostassero e i colli vacillassero, non si allontanerebbe da te il mio affetto, né vacillerebbe la mia alleanza di pace; dice il Signore che ti usa misericordia" (Is 54,10).

L'AMORE MISERICORDIOSO NELL'ANTICO TESTAMENTO.
Se è vero che l'espressione "Amore Misericordioso" è poco ricorrente nella Bibbia, è altrettanto vero che tutta la storia della salvezza raccontata dalla Parola di Dio ha come filo conduttore l'Amore di Colui che è "ricco di misericordia" (Ef 2,4). L'Amore misericordioso è la vera identità del Dio di Abramo, del Padre di Gesù e nostro. E' questo il motivo principale della Rivelazione, è questa la fede che ci salva.
Leggiamo questa rivelazione in alcune pagine bibliche.
1. Nel primo esodo e nella alleanza sinaitica.
1.1 "Il Signore disse (a Mosé): "Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sorveglianti; conosco infatti le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dalla mano dell'Egitto e per farlo uscire da questo paese verso un paese bello e spazioso ..." (Es 3,7-8). 
Yahwé interviene con tutta la sua potenza mosso unicamente dal suo cuore, dalla sua pietà nei confronti di persone in balia della prepotenza della nazione allora più forte. Dio si schiera dalla parte dei deboli e degli oppressi.
1.2 Non solo. Sul Sinai lo stesso Yahwé propone a Israele, ormai libero, un'alleanza di reciproca appartenenza, addirittura nei termini di una relazione sponsale. Se Israele accetta di ascoltare le dieci Parole (decalogo) allora Yahwé sarà "il Dio d'Israele e Israele il popolo di Yahwé (formula dell'alleanza).
1.3 Israele dice di sì, si celebra l’Alleanza, ma subito dopo il popolo rinnega tutto, addirittura con l’idolatria. Tutto finito, se Yahwé non fosse il "Dio misericordioso e pietoso, lento all'ira e ricco di grazia e di fedeltà" (Es. 34,6). Questa è la sua Gloria, rivelata in modo singolare a Mosé.
L'Amore misericordioso di Yahwé appare chiaramente nell'Esodo dall'Egitto come liberazione totalmente gratuita, come offerta dell'alleanza, come perdono.
2. Nel secondo esodo e nell'annuncio profetico della Nuova Alleanza.
2.1 Riflettendo sulla storia d'Israele, e più in particolare sulla vicenda della deportazione a Babilonia o del secondo esodo, i profeti annunciano la Nuova Alleanza. 
Dio vedendo l'estrema debolezza del suo popolo, invece di abbandonarlo, lo riprende ancora, lo riporta nuovamente a Gerusalemme che viene ricostruita, ma soprattutto fa sapere, per bocca dei profeti, che questo è segno di un Amore che supererà definitivamente l'ostacolo più grande: il peccato dell'uomo.
2.2 Così Is 40,1-22 annuncia la grande Consolazione. "Consolate, consolate il mio popolo... e gridate che è finita la sua schiavitù" (40,1s).
2.3 Il profeta Geremia assicura che la legge del Signore verrà scritta non più su tavole di pietra, ma direttamente nel cuore dell'uomo che così potrà conoscere il Signore e avere il perdono (cf Ger 31,31-34).
2.4 Ezechiele profetizza: "Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo i miei statuti" (Ez 36,26s).
3. Nei libri sapienziali.
3.1 Soprattutto nel libro dei Salmi troviamo preghiere, lodi e accorate invocazioni all'Amore misericordioso di Yahvé. Come dire che il cuore della preghiera è l'esperienza della misericordia divina che si prende cura della miseria dell'uomo. Ciò è motivo di fiducia e di lode.
3.2 Citiamo qualche Salmo. Spesso viene ripetuto: "La tua bontà è grande fino ai cieli e la tua fedeltà fino alle nubi" (Sal 57,11; cf Sal 89). "O mia forza, a te voglio cantare, poiché tu sei, o Dio, la mia difesa, tu, mio Dio, sei la mia misericordia" (Sal 59,18). Tutto il Sal 136 celebra un grande ringraziamento ritmato dal ricorrente ritornello "perché eterna è la sua misericordia". Tutta la storia d'Israele è letta in questa chiave. Il più breve Salmo recita così: "Lodate il Signore, popoli tutti, voi tutte nazioni, dategli gloria; perché forte è il suo amore per noi e la fedeltà del Signore dura in eterno" (Sal 117).

Padre Domenico Cancian fam.

lunedì 19 febbraio 2018

conversione di San Paolo


IL PENTIMENTO: VOLGERSI A DIO CON SPERANZA


IL PENTIMENTO: VOLGERSI A DIO CON SPERANZA

Quando ci comportiamo male' e diciamo ciò che non va detto, quando pensieri oscuri mina­no la nostra mente o un velo nero si stende sul nostro cuore, se arriviamo a fare appena appena un po' di luce in noi, allora sentiamo i primi ri­morsi di coscienza. Ma il rimorso non è ancora pentimento; noi possiamo passare tutta la vita a rimproverarci la nostra cattiva condotta in azio­ni o in parole, i nostri pensieri e i nostri sen­timenti tenebrosi, e non per questo emendarci. Il rimorso può fare della nostra vita un vero e proprio inferno, ma non ci fa accedere al regno dei cieli; bisogna aggiungervi un altro elemento, che si trova al cuore del pentimento, e cioè il fatto di volgerci a Dio con la speranza, con la cer­tezza che Dio ha amore sufficiente per accordar­ci il perdono, e forza sufficiente per cambiarci. Il pentimento è quel tornante della vita, quella svolta nel modo di pensare, quella trasformazio­ne del cuore, che ci fa stare faccia a faccia con Dio pieni di una speranza tremante e gioiosa, nella certezza di chi è cosciente di non meritare la misericordia di Dio, e tuttavia sa che il Signo­re è venuto sulla terra non per giudicare ma per salvare, che è venuto sulla terra non per i giusti ma per i peccatori.
Volgersi a Dio con speranza, chiamarlo in no­stro aiuto, non è sufficiente, perché molte co­se nella nostra vita dipendono da noi. Quante volte ripetiamo: "Signore, aiutami! Signore, do­nami la pazienza, donami la castità, donami la purezza di cuore, donami una parola vera!". E quando si presenta l'occasione di compiere azio­ni conformi alla nostra preghiera noi seguiamo le inclinazioni del nostro cuore, così che ci man­cano il coraggio e la risolutezza per mettere in atto quello che abbiamo chiesto a Dio. In un ca­so simile il nostro pentimento e lo slancio del­la nostra anima restano sterili. Il pentimento de­ve essere determinato appunto da questa speran­za nell'amore di Dio, e da uno sforzo risoluto che ci costringa a condurre una vita retta e ad abbandonare gli errori del passato. Senza questo neanche Dio ci può salvare; infatti, come dice Cristo, non quelli che dicono: "Signore, Signo­re" entreranno nel regno dei cieli (cf. Matteo 7,21),
ma coloro che porteranno dei frutti. Questi frut­ti noi li conosciamo: sono la pace, la gioia, l'a­more, la pazienza, la mitezza, tutti frutti mera­vigliosi (cf. Lettera ai Galati 5,22) che potrebbero già fin da ora fare della nostra terra un paradiso se soltan­to, come alberi fertili, riuscissimo a portarli a maturazione...
Il pentimento ha inizio quando all'im­provviso la nostra anima riceve uno shock, la nostra coscienza ci parla, Dio c'interpella con queste parole: "Dove vai? Verso la morte? È proprio questo che vuoi?". E quando rispondia­mo: "No, Signore, perdona, abbi pietà, salva!", e ci volgiamo a lui, Cristo ci dice: "Io ti perdono e tu, come riconoscimento per tale amore, e pro­prio perché rispondendo al mio amore hai la ca­pacità di amare, comincia a cambiare vita".

venerdì 16 febbraio 2018

Gesù è tentato nel deserto


18 FEBBRAIO 2018 - 1A DOMENICA DI QUARESIMA B | LETTURE - OMELIE


18 FEBBRAIO 2018   - 1A DOMENICA DI QUARESIMA B |  LETTURE - OMELIE

"Lo Spirito sospinse Gesù nel deserto..."
Il periodo di Quaresima è come un lungo itinerario attraverso gli aspri sentieri del "deserto", con una più avvertita presenza di Dio nel silenzio degli uomini e delle cose, verso la luce splendente della Pasqua: essa viene offerta da Dio come un "dono" completamente gratuito, ma nello stesso tempo come un premio che soltanto coloro, che non si saranno sperduti o scoraggiati nel faticoso cammino, hanno il diritto di ricevere. Una "terra promessa", dunque, la Pasqua, che sta a disposizione di ognuno che verso di essa si protende con tutta l'ansia della conquista faticosa e con tutto l'ardore di chi anela ad un gioioso "riposo" dopo l'arsura della lunga traversata.
L'intreccio di questi vari temi (la prova del deserto, l'esperienza di Dio, il rinnovamento dello spirito, la purificazione del cuore, ecc.) costituisce la trama di fondo delle tre letture bibliche che ci vengono proposte per questa prima Domenica di Quaresima.
Il "diluvio" e il nostro "battesimo"
La prima lettura è ripresa dalla Genesi (9,8-15) e ci descrive l'"alleanza" contratta da Dio con Noè ed i suoi figli, quali rappresentanti dell'umanità intera, dopo la devastazione del diluvio. Purificata dalle acque del diluvio, nasce un'umanità "nuova": con essa Dio si impegna, mediante il segno iridato e pacificante dell'"arcobaleno" (v. 13), a darle vita ed amore per sempre: "Quando radunerò le nubi sulla terra e apparirà l'arco sulle nubi, ricorderò la mia alleanza che è tra me e voi... e non ci saranno più le acque del diluvio, per distruggere ogni carne" (vv. 14-15).
Non sarà dunque Dio a rompere il patto; ma l'uomo sarà capace di osservalo per sempre? Tutto il rischio sta da questa parte! La Quaresima vuole aiutarci a scoprire questa perenne ambiguità "rischiosa" che è nel cuore dell'uomo: il che implica l'invito ad una costante "conversione".
La seconda lettura, ripresa dalla prima lettera di Pietro (3,18-22), è collegata con la precedente per un richiamo "tipologico" al diluvio che, se per i più fu causa di perdizione, per altri, anche se pochi, fu causa di "salvezza", cioè per coloro che poterono entrare nell'arca con Noè: "Figura, questa, del battesimo che ora salva voi; esso non è rimozione di sporcizia del corpo, ma invocazione di salvezza rivolta a Dio da parte di una buona coscienza, in virtù della risurrezione di Gesù Cristo..." (vv. 21-22).
È dalle acque del battesimo che, di mezzo al rottame e allo sfasciume del nostro "vecchio" uomo, nasce la "creazione" novella, che è già la Pasqua del Cristo "risorto" e la nostra: da parte del cristiano si tratterà precisamente di vivere secondo le esigenze della "buona coscienza" che la fede in Cristo ha formato in lui. La Quaresima dovrebbe essere uno sforzo di verificare, ed eventualmente di purificare, questa "buona coscienza", cioè l'impegno a vivere secondo le esigenze dell'amore e della fedeltà a Cristo, che ci siamo assunti nel battesimo.
Gesù "rimase nel deserto quaranta giorni, tentato da Satana"
Ma è soprattutto il brevissimo brano del Vangelo di Marco (1,12-15) che ci dà il senso drammatico e gioioso insieme della Quaresima, in quanto tempo di aspra lotta con Satana e anche tempo di vittoria e di trasformazione interiore, operata in noi dall'ascolto del Vangelo della salvezza.
Come si vede facilmente, il brano consta di due parti: il racconto della tentazione di Gesù nel deserto (vv. 12-13) e il primo annuncio del Vangelo nei suoi elementi più essenziali e di maggiore novità (vv. 14-15). È dal congiungimento di queste due parti che si può ricavare il significato "globale" della Quaresima, che la Liturgia intende proporci, anche se più indicativa rimane la prima parte del quadro, cioè il racconto della "tentazione" di Gesù.
Abbiamo detto la "tentazione" di Gesù. Ed è vero. Il testo di Marco, infatti, a differenza di quello di Matteo che pone come scopo del ritrovarsi di Gesù nel deserto proprio la tentazione ("Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per essere tentato dal diavolo": 4,1), non si dilunga sulle famose tre tentazioni, come fanno gli altri Sinottici.1 Questo sta a significare che la sua attenzione è rivolta all'insieme del quadro e non ad un solo particolare: proprio per questo, pur nella sua tipica laconicità, il racconto di Marco appare più pregnante ed efficace.
Al primo posto rimane, in ogni modo, anche in Marco, il fatto della "tentazione" di Gesù ad opera di Satana (v. 13); anzi, da come si svolge il racconto, si ha l'impressione che essa sia durata per tutti i quaranta giorni della sua dimora nel deserto. Perciò una "tentazione" particolarmente dura ed affaticante, il primo scontro violento contro la forza del male, impersonata dal suo primo artefice e responsabile, Satana.
Più d'una volta incontreremo Gesù in contrasto con il suo avversario irriducibile, dalla guarigione dell'indemoniato di Cafarnao quando tutta la folla è presa dalla meraviglia perché "comanda persino agli spiriti immondi e gli obbediscono" (1,27), al "rimprovero" che egli farà agli spiriti del male che tentano di svelarne il "segreto" alla gente forse per disorientarla (3,11-12), all'accusa di peccato "contro lo Spirito" per coloro che diabolicamente lo accusavano di "cacciare i demoni per mezzo del principe dei demoni" (3,22): è piuttosto vero il contrario, che cioè "il più forte" ormai è venuto ed è riuscito a "legare" l'avversario e a "saccheggiarne" la dimora (3,27)!
Questa grande lotta di Gesù contro Satana comincia proprio dal suo ritiro nel deserto.
Marco non ci dice il contenuto della lunga tentazione di Gesù, ma è facile intuirlo: deve essere stato un sottile gioco di illusione per indurre Gesù a un messianismo "facile" e trionfalistico, piuttosto che a quello "duro" che passerà per la croce. Proprio questa sarà la tentazione che si ripresenterà al Salvatore nell'agonia dell'orto e che egli di nuovo vincerà affidandosi completamente alla volontà del Padre: "Abbà, Padre! Tutto è possibile a te, allontana da me questo calice! Però non ciò che io voglio, ma ciò che vuoi tu" (14,36).
E sarà anche questa la "tentazione" che assalirà quotidianamente i discepoli del Cristo, sino alla fine del mondo. Però egli ripete a tutti noi, soprattutto in questo tempo di Quaresima, quello che disse allora agli apostoli addormentati: "Vegliate e pregate per non entrare in tentazione; lo spirito è pronto, ma la carne è debole" (14,38).
Oltre a Satana, "nel deserto" si trova anche Dio
Accanto a Satana, però, Cristo trova nel deserto anche una più intensa presenza di Dio, che gli dà forza a superare l'attacco frontale dell'avversario. E non per nulla Marco, come del resto fanno gli altri Sinottici, sottolinea esplicitamente che è lo Spirito Santo che "sospinse Gesù nel deserto" (v. 12): proprio quello Spirito, che era disceso sopra di lui in forma di colomba, poco prima, durante il battesimo ricevuto da Giovanni, consacrandolo in maniera definitiva "Figlio di Dio", non tanto ontologicamente quanto operativamente, vale a dire in modo che Gesù attuasse sempre e solo la volontà del Padre.
Ora il deserto, con la sua immensa solitudine parlante, mette a contatto diretto con Dio e svuota l'anima di tutte le sicurezze umane: il deserto è il luogo dell'impotenza dell'uomo, della fragilità, della sua "perdibilità" ad ogni momento, davanti a un agguato improvviso o allo smarrimento della direzione di marcia. È nel deserto, perciò, che si sente con prepotenza il bisogno di Dio.
Certamente Gesù obbedisce a questa esigenza di un più profondo e prolungato contatto con il Padre quando si ritira nel deserto per "quaranta giorni".
Il numero "quaranta" poi è un antico numero sacro nella Bibbia, e per di più collegato con l'esperienza del deserto: infatti Israele venne messo alla prova per quarant'anni nel deserto; per quaranta giorni e quaranta notti Mosè si intrattenne in cima al monte solo con Dio, pregando e digiunando; per quaranta giorni e quaranta notti Elia camminò attraverso il deserto fino al monte Oreb, sostenuto miracolosamente dal cibo apprestatogli da Dio. 
Un periodo così lungo, dal quale deriva certamente l'ampiezza cronologica in cui è contenuta la nostra attuale Quaresima, sta a dire che un'esperienza di Dio è valida nella misura in cui è prolungata ed afferra la totalità del nostro essere: il disegno di Dio si scopre all'uomo, solo se questi si esercita a leggere in profondità il proprio cuore e, soprattutto, l'immensa profferta di amore fatta dal Padre celeste.
È per questo che, sull'esempio di Cristo, gli uomini che hanno fatto crescere la Chiesa hanno sempre ricercato ampi spazi di silenzio nella loro vita: a incominciare da san Paolo fino a Francesco d'Assisi, a Ignazio di Loyola, a padre Charles de Foucauld, o a padre Pio da Pietrelcina. La Quaresima deve riproporre a ciascuno di noi la via del "silenzio", la quale non è altro che un aspetto dell'esperienza del deserto, per incontrare di nuovo Dio: nel tumulto della nostra vita affannosa incontriamo il più delle volte solo la "contraffazione" del volto di Dio!
"Gesù stava con le fiere"
C'è un particolare curioso nella breve narrazione di Marco e che è esclusivo del secondo evangelista: "Gesù stava con le fiere" (v. 13). Che significato ha questa frase piuttosto strana?
Dato che Marco è così asciutto ed essenziale nel suo scrivere, non è a pensare che egli abbia voluto aggiungere una nota di colore per proporci in maniera più nitida lo sfondo del deserto; e tanto meno è a pensare che le "fiere" siano qui presentate come alleate di Satana nell'opera di seduzione del Cristo. "Si tratta di qualcosa di più: il Messia, il quale vive in intima comunione con Dio, ristabilisce la pace anche con le bestie feroci, che costituiscono per l'uomo un continuo pericolo. La frase può ben riecheggiare il Salmo 91, ma non nel senso di una vittoria sulle bestie "malvagie", quanto piuttosto nel senso di una riconciliazione con le creature di Dio. A dire il vero, il pensiero del "secondo Adamo" che ci riporta ai tempi del paradiso terrestre non affiora nel Vangelo di Marco. Ma si sa che per l'era messianica era atteso anche il ritorno alla mansuetudine di tutte le fiere; e il Messia pieno di Spirito di Dio sperimenta, nella sua lotta contro Satana, l'avverarsi di questa profezia".
Vincendo Satana, Cristo rinnova l'universo, rappacifica la creazione, riporta gli uomini a colloquio con Dio e fra di loro. L'ultima annotazione di Marco, che gli è comune con gli altri Sinottici, sugli angeli che "lo servivano" (v. 13), non vuole alludere soltanto ad una specie di "compiacimento" del Padre per la vittoria del Cristo sul male, per cui gli mette a disposizione i suoi "ministri", ma anche a questa universale "trasformazione" che l'azione e il messaggio di Gesù operano nel cuore degli uomini. In questo senso la scena del deserto è un'anticipazione programmatica della missione salvifica di Gesù, che Marco narrerà nel seguito del suo Vangelo.
"Convertitevi e credete al Vangelo"
Le prime parole dell'annuncio di Gesù, dopo la grande esperienza del deserto, non fanno altro che dilatare e proclamare al mondo la necessità di questa novità e trasformazione che egli per primo ha realizzato in sé nella sua titanica lotta contro Satana: "Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al Vangelo" (v. 15). La "vera" conversione, quella che la Quaresima esige da noi, è di restituire a Dio il primo posto nella nostra vita, cacciando Satana da ogni angolo, anche il più nascosto, della nostra esistenza.

Da: CIPRIANI S.

giovedì 15 febbraio 2018

la Trinità nell'Antico Testamento


BRANO BIBLICO SCELTO - PROVERBI 8,22-31


BRANO BIBLICO SCELTO - PROVERBI 8,22-31

La Sapienza di Dio parla: 
22 "Il Signore mi ha creato all’inizio della sua attività, 
prima di ogni sua opera, fin d’allora. 
23 Dall’eternità sono stata costituita, 
fin dal principio, dagli inizi della terra.

24 Quando non esistevano gli abissi, io fui generata; 
quando ancora non vi erano le sorgenti cariche d’acqua; 
25 prima che fossero fissate le basi dei monti, 
prima delle colline, io sono stata generata.

26 Quando ancora non aveva fatto la terra e i campi, 
né le prime zolle del mondo; 
27 quando egli fissava i cieli, io ero là; 
quando tracciava un cerchio sull’abisso; 
28 quando condensava le nubi in alto, 
quando fissava le sorgenti dell’abisso; 

29 quando stabiliva al mare i suoi limiti, 
sicché le acque non ne oltrepassassero la spiaggia; 
quando disponeva le fondamenta della terra, 

30 allora io ero con lui come architetto 
ed ero la sua delizia ogni giorno, 
mi rallegravo davanti a lui in ogni istante; 
31 mi ricreavo sul globo terrestre, 
ponendo le mie delizie tra i figli dell’uomo".  

COMMENTO
Proverbi 8,22-31
Il brano fa parte della  raccolta iniziale del libro (Pr 1,8  - 9,18), nella quale i proverbi sono suddivisi in brevi sezioni, che hanno ciascuna un tema specifico. Le massime sono poste sulla bocca del maestro, il quale si rivolge ai suoi alunni chiamandoli con l'appellativo di figli e dà loro le istruzioni per una vita saggia; fanno eccezione due sezioni (Pr 1,20-33 e 8,1 - 9,6), nelle quali è la sapienza stessa a prendere la parola, rivolgendosi ai suoi ascoltatori con toni che ricalcano quelli della parenesi deuteronomica. Nel primo di essi (1,20-33) la sapienza si presenta nelle vesti di un’autorevole signora, che fa sentire la sua voce nei luoghi pubblici, dove si raduna molta folla. Essa si rivolge direttamente agli inesperti invitandoli ad accogliere i suoi insegnamenti, affinché non capiti che nel momento della necessità non la trovino, andando così in rovina. 
In Pr 8 il maestro mette nuovamente in scena la sapienza, la quale rivolge personalmente ai discepoli il suo messaggio. Il brano si divide chiaramente in quattro parti. Nella prima (8,1-11) si introduce la sapienza, la quale scende in campo invitando tutti i «figli dell’uomo» ad ascoltarla per diventare assennati; la sua bocca infatti proclama la «verità» (’emet), le parole delle sue labbra sono «giustizia» (zedeq). Nella seconda (8,12-21) la sapienza pronunzia un ampio elogio delle proprie doti e capacità. Essa possiede prudenza, scienza e riflessione, detesta superbia, arroganza, cattiva condotta e bocca perversa; a lei appartiene il consiglio e il buon senso, l’intelligenza e potenza» (cfr. 8,14 con Is 11,2-5); ai re, ai magistrati e ai capi insegna a svolgere il loro compito con giustizia. Nella terza parte (8,22-31), che corrisponde al brano liturgico, la sapienza continua il suo discorso descrivendo la sua origine e i suoi rapporti con Dio. Questo brano è composto di quattro strofe di cui le prime due descrivono l’origine della sapienza, la terza mette in luce la sua partecipazione alla creazione e l’ultima indica i suoi rapporti con l’umanità.
Nella prima strofa (vv. 22-23) la Sapienza afferma che jhwh l’ha «creata». Questo verbo traduce l’ebraico qanah, che ha due significati: «creare, acquistare» (cfr. Gen 14,19.22), oltre che «pro-creare, generare» (cfr. Gen 4,1; Dt 32,6; Sal 139,13). In questo contesto non si tratta forse propriamente di creazione, ma di un acquisto per via di generazione, come appare dal verbo usato nei successivi vv. 24.25. La sapienza è stata creata da Dio «all’inizio della sua attività». Il termine «attività» (derek, via) indica il lavoro compiuto da Dio nella creazione. Infine la Sapienza afferma di essere stata «costituita», o meglio «tessuta» (cfr. Sal 139,13) fin dall’«eternità» (‘ôlam, un tempo molto antico, non calcolabile); quest’ultimo concetto viene poi spiegato con le due locuzioni «fin dal principio, dall’inizio della terra», ossia prima che la terra avesse origine.
Nella seconda strofa (vv. 24-26) la Sapienza riafferma la propria anteriorità rispetto alle opere create da Dio. Essa enumera cinque realtà che ancora non esistevano quando ha avuto origine: le prime due sono introdotte dalla preposizione «quando non», le altre due da «prima che» e l’ultima nuovamente da «quando non». Si tratta degli abissi, delle sorgenti, dei monti, delle colline e infine della terra e dei campi. L’origine della sapienza è indicata qui, come si è detto, con il verbo «generare».
Nella terza strofa (8,27-30a) la sapienza descrive l’opera della creazione in sei interventi: Dio ha fissato i cieli e ha tracciato un cerchio sull’abisso, ha condensato le nubi in alto e ha fissato le sorgenti dell’abisso (cfr. Gen 1,6-8), ha stabilito al mare i suoi limiti perché le acque non ne oltrepassassero la spiaggia e ha disposto le fondamenta della terra (cfr. Gen 1, 9-10). Mentre Dio portava a termine le sue opere la Sapienza «era là» (v. 27a), era con lui come «architetto» (v. 30a). Questo termine è la traduzione dell’ebraico ’amôn, inteso come «artigiano», «artista» (cfr. Ger 52,15; Ct 7,2); il termine ebraico indica però anche il bambino allevato da una nutrice o il pupillo educato da un tutore. Sebbene il primo significato sia suggerito da Sap 7,21, qui sembra piuttosto che la Sapienza abbia partecipato alla creazione come un bambino che assiste al lavoro del padre: ciò che viene messo in risalto è dunque la presenza costante della sapienza accanto a Dio durante tutte le fasi della creazione. In questo ruolo la sapienza rappresenta per Dio una «delizia». Alcuni studiosi hanno esteso questa interpretazione facendo della sapienza l’«apprendista» o il «modello» a cui Dio si sarebbe ispirato nella creazione (cfr. Gb 28,27). 
Nella quarta strofa (vv. 30b-31) la sapienza delinea la sua opera nei confronti di Dio, della terra e dell’umanità. «Davanti a Dio» la Sapienza gioca, cioè svolge un servizio liturgico alla sua presenza, ma al tempo stesso gioca sul globo terrestre e pone la sua delizia tra i figli dell’uomo, cioè trova gioia nello stare con l’umanità (cfr. Pr 10,23 dove si dice che l’uomo prudente si diverte con la sapienza): proprio perché è partecipe della vita di Dio, essa rappresenta l’armonia che regna fra tutti gli elementi che compongono la terra e tra questa e l’umanità.

Linee interpretative
In questo testo la sapienza cessa di essere un attributo di Dio per assumere una consistenza personale e così presentarsi in prima persona come guida e maestra di vita. Diversi studiosi hanno segnalato la somiglianza della sapienza personificata con la dea egiziana Maat. Il contesto culturale e religioso giudaico porta però a escludere che la Sapienza rappresenti una divinità a sé, né un membro della corte celeste (come i mitologici benê ’elohîm, i figli di Dio). Non si può neppure sostenere che si tratti di un’entità a se stante (ipostasi), anche se la sua origine viene simbolicamente rappresentata come effetto di una generazione o di una creazione da parte di Dio (Pr 8,22.24.25). La sapienza in realtà non è altro che una figura letteraria che rappresenta il maestro ideale, quello che nei capitoli precedenti si è rivolto al discepolo come a un «figlio»; nello stesso modo la stoltezza, rappresentata anch’essa come una donna che seduce i passanti e li conduce sulla via della perdizione (9,13-18), è una figura letteraria che incarna la «donna straniera» che tenta di sedurre il giovane alunno per procurare la sua rovina (5,1-23; 6,20 - 7,27).
In quanto personificazione di un attributo divino, la sapienza manifesta Dio nell’ordine misterioso del cosmo, dal quale i saggi ricavano la loro sapienza. La personificazione della sapienza serve dunque a indicare, come altre figure usate più frequentemente nella Bibbia, la presenza nel mondo del Dio trascendente (come, per esempo, l’Angelo di jhwh, lo Spirito, la Parola, la Shekinah). La sapienza non è un modello che Dio concepisce nella sua mente e al quale si ispira nella creazione (cfr. Es 25,40; Gb 28,27), ma Dio stesso in quanto opera nel mondo e chiama ogni essere umano alla comunione con sé.
Rispetto alle altre figure che rappresentano la presenza di Dio nel mondo, la Sapienza ha il vantaggio di designare Dio come origine e garante dell’ordine del mondo così come è colto dalla ragione umana a partire dall’esperienza. Una volta personificata, la Sapienza diventa la mediatrice non solo della creazione, ma anche della salvezza: di qui i toni tipici della parenesi deuteronomica che essa assume quando si rivolge all’umanità per chiamarla ad entrare anch’essa liberamente in quell’ordine cosmico a cui tutte le cose partecipano. Nella Sapienza vengono così a fondersi sia l’opera di Dio nella storia che quella da lui svolta nella creazione. Non ha quindi senso chiedersi a quale titolo la Sapienza ha partecipato alla creazione: essa infatti rappresenta rappresenta semplicemente Dio stesso in quanto creatore e salvatore dell’umanità.