giovedì 15 febbraio 2018

BRANO BIBLICO SCELTO - PROVERBI 8,22-31


BRANO BIBLICO SCELTO - PROVERBI 8,22-31

La Sapienza di Dio parla: 
22 "Il Signore mi ha creato all’inizio della sua attività, 
prima di ogni sua opera, fin d’allora. 
23 Dall’eternità sono stata costituita, 
fin dal principio, dagli inizi della terra.

24 Quando non esistevano gli abissi, io fui generata; 
quando ancora non vi erano le sorgenti cariche d’acqua; 
25 prima che fossero fissate le basi dei monti, 
prima delle colline, io sono stata generata.

26 Quando ancora non aveva fatto la terra e i campi, 
né le prime zolle del mondo; 
27 quando egli fissava i cieli, io ero là; 
quando tracciava un cerchio sull’abisso; 
28 quando condensava le nubi in alto, 
quando fissava le sorgenti dell’abisso; 

29 quando stabiliva al mare i suoi limiti, 
sicché le acque non ne oltrepassassero la spiaggia; 
quando disponeva le fondamenta della terra, 

30 allora io ero con lui come architetto 
ed ero la sua delizia ogni giorno, 
mi rallegravo davanti a lui in ogni istante; 
31 mi ricreavo sul globo terrestre, 
ponendo le mie delizie tra i figli dell’uomo".  

COMMENTO
Proverbi 8,22-31
Il brano fa parte della  raccolta iniziale del libro (Pr 1,8  - 9,18), nella quale i proverbi sono suddivisi in brevi sezioni, che hanno ciascuna un tema specifico. Le massime sono poste sulla bocca del maestro, il quale si rivolge ai suoi alunni chiamandoli con l'appellativo di figli e dà loro le istruzioni per una vita saggia; fanno eccezione due sezioni (Pr 1,20-33 e 8,1 - 9,6), nelle quali è la sapienza stessa a prendere la parola, rivolgendosi ai suoi ascoltatori con toni che ricalcano quelli della parenesi deuteronomica. Nel primo di essi (1,20-33) la sapienza si presenta nelle vesti di un’autorevole signora, che fa sentire la sua voce nei luoghi pubblici, dove si raduna molta folla. Essa si rivolge direttamente agli inesperti invitandoli ad accogliere i suoi insegnamenti, affinché non capiti che nel momento della necessità non la trovino, andando così in rovina. 
In Pr 8 il maestro mette nuovamente in scena la sapienza, la quale rivolge personalmente ai discepoli il suo messaggio. Il brano si divide chiaramente in quattro parti. Nella prima (8,1-11) si introduce la sapienza, la quale scende in campo invitando tutti i «figli dell’uomo» ad ascoltarla per diventare assennati; la sua bocca infatti proclama la «verità» (’emet), le parole delle sue labbra sono «giustizia» (zedeq). Nella seconda (8,12-21) la sapienza pronunzia un ampio elogio delle proprie doti e capacità. Essa possiede prudenza, scienza e riflessione, detesta superbia, arroganza, cattiva condotta e bocca perversa; a lei appartiene il consiglio e il buon senso, l’intelligenza e potenza» (cfr. 8,14 con Is 11,2-5); ai re, ai magistrati e ai capi insegna a svolgere il loro compito con giustizia. Nella terza parte (8,22-31), che corrisponde al brano liturgico, la sapienza continua il suo discorso descrivendo la sua origine e i suoi rapporti con Dio. Questo brano è composto di quattro strofe di cui le prime due descrivono l’origine della sapienza, la terza mette in luce la sua partecipazione alla creazione e l’ultima indica i suoi rapporti con l’umanità.
Nella prima strofa (vv. 22-23) la Sapienza afferma che jhwh l’ha «creata». Questo verbo traduce l’ebraico qanah, che ha due significati: «creare, acquistare» (cfr. Gen 14,19.22), oltre che «pro-creare, generare» (cfr. Gen 4,1; Dt 32,6; Sal 139,13). In questo contesto non si tratta forse propriamente di creazione, ma di un acquisto per via di generazione, come appare dal verbo usato nei successivi vv. 24.25. La sapienza è stata creata da Dio «all’inizio della sua attività». Il termine «attività» (derek, via) indica il lavoro compiuto da Dio nella creazione. Infine la Sapienza afferma di essere stata «costituita», o meglio «tessuta» (cfr. Sal 139,13) fin dall’«eternità» (‘ôlam, un tempo molto antico, non calcolabile); quest’ultimo concetto viene poi spiegato con le due locuzioni «fin dal principio, dall’inizio della terra», ossia prima che la terra avesse origine.
Nella seconda strofa (vv. 24-26) la Sapienza riafferma la propria anteriorità rispetto alle opere create da Dio. Essa enumera cinque realtà che ancora non esistevano quando ha avuto origine: le prime due sono introdotte dalla preposizione «quando non», le altre due da «prima che» e l’ultima nuovamente da «quando non». Si tratta degli abissi, delle sorgenti, dei monti, delle colline e infine della terra e dei campi. L’origine della sapienza è indicata qui, come si è detto, con il verbo «generare».
Nella terza strofa (8,27-30a) la sapienza descrive l’opera della creazione in sei interventi: Dio ha fissato i cieli e ha tracciato un cerchio sull’abisso, ha condensato le nubi in alto e ha fissato le sorgenti dell’abisso (cfr. Gen 1,6-8), ha stabilito al mare i suoi limiti perché le acque non ne oltrepassassero la spiaggia e ha disposto le fondamenta della terra (cfr. Gen 1, 9-10). Mentre Dio portava a termine le sue opere la Sapienza «era là» (v. 27a), era con lui come «architetto» (v. 30a). Questo termine è la traduzione dell’ebraico ’amôn, inteso come «artigiano», «artista» (cfr. Ger 52,15; Ct 7,2); il termine ebraico indica però anche il bambino allevato da una nutrice o il pupillo educato da un tutore. Sebbene il primo significato sia suggerito da Sap 7,21, qui sembra piuttosto che la Sapienza abbia partecipato alla creazione come un bambino che assiste al lavoro del padre: ciò che viene messo in risalto è dunque la presenza costante della sapienza accanto a Dio durante tutte le fasi della creazione. In questo ruolo la sapienza rappresenta per Dio una «delizia». Alcuni studiosi hanno esteso questa interpretazione facendo della sapienza l’«apprendista» o il «modello» a cui Dio si sarebbe ispirato nella creazione (cfr. Gb 28,27). 
Nella quarta strofa (vv. 30b-31) la sapienza delinea la sua opera nei confronti di Dio, della terra e dell’umanità. «Davanti a Dio» la Sapienza gioca, cioè svolge un servizio liturgico alla sua presenza, ma al tempo stesso gioca sul globo terrestre e pone la sua delizia tra i figli dell’uomo, cioè trova gioia nello stare con l’umanità (cfr. Pr 10,23 dove si dice che l’uomo prudente si diverte con la sapienza): proprio perché è partecipe della vita di Dio, essa rappresenta l’armonia che regna fra tutti gli elementi che compongono la terra e tra questa e l’umanità.

Linee interpretative
In questo testo la sapienza cessa di essere un attributo di Dio per assumere una consistenza personale e così presentarsi in prima persona come guida e maestra di vita. Diversi studiosi hanno segnalato la somiglianza della sapienza personificata con la dea egiziana Maat. Il contesto culturale e religioso giudaico porta però a escludere che la Sapienza rappresenti una divinità a sé, né un membro della corte celeste (come i mitologici benê ’elohîm, i figli di Dio). Non si può neppure sostenere che si tratti di un’entità a se stante (ipostasi), anche se la sua origine viene simbolicamente rappresentata come effetto di una generazione o di una creazione da parte di Dio (Pr 8,22.24.25). La sapienza in realtà non è altro che una figura letteraria che rappresenta il maestro ideale, quello che nei capitoli precedenti si è rivolto al discepolo come a un «figlio»; nello stesso modo la stoltezza, rappresentata anch’essa come una donna che seduce i passanti e li conduce sulla via della perdizione (9,13-18), è una figura letteraria che incarna la «donna straniera» che tenta di sedurre il giovane alunno per procurare la sua rovina (5,1-23; 6,20 - 7,27).
In quanto personificazione di un attributo divino, la sapienza manifesta Dio nell’ordine misterioso del cosmo, dal quale i saggi ricavano la loro sapienza. La personificazione della sapienza serve dunque a indicare, come altre figure usate più frequentemente nella Bibbia, la presenza nel mondo del Dio trascendente (come, per esempo, l’Angelo di jhwh, lo Spirito, la Parola, la Shekinah). La sapienza non è un modello che Dio concepisce nella sua mente e al quale si ispira nella creazione (cfr. Es 25,40; Gb 28,27), ma Dio stesso in quanto opera nel mondo e chiama ogni essere umano alla comunione con sé.
Rispetto alle altre figure che rappresentano la presenza di Dio nel mondo, la Sapienza ha il vantaggio di designare Dio come origine e garante dell’ordine del mondo così come è colto dalla ragione umana a partire dall’esperienza. Una volta personificata, la Sapienza diventa la mediatrice non solo della creazione, ma anche della salvezza: di qui i toni tipici della parenesi deuteronomica che essa assume quando si rivolge all’umanità per chiamarla ad entrare anch’essa liberamente in quell’ordine cosmico a cui tutte le cose partecipano. Nella Sapienza vengono così a fondersi sia l’opera di Dio nella storia che quella da lui svolta nella creazione. Non ha quindi senso chiedersi a quale titolo la Sapienza ha partecipato alla creazione: essa infatti rappresenta rappresenta semplicemente Dio stesso in quanto creatore e salvatore dell’umanità.

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