venerdì 30 marzo 2018

Gesù è Risorto


01 APRILE 2018 - S. PASQUA DI RISURREZIONE - B | LECTIO DIVINA


01 APRILE 2018   - S. PASQUA DI RISURREZIONE -  B |  LECTIO DIVINA

"Dio lo ha risuscitato il terzo giorno"
È cosi vasta e profonda la significazione della Pasqua, "festa delle feste", che ci troviamo in difficoltà a cogliere dalla Liturgia qualcuno dei numerosi aspetti che essa ci presenta nell'immenso fascio di luce che fa brillare davanti ai nostri occhi, attoniti e come allucinati da tanto splendore. Saremmo, ad esempio, tentati, prendendo lo spunto dall'accensione del cero e dalla solenne proclamazione dell'annuncio pasquale nella veglia notturna, di svolgere una serie di riflessioni proprio sulla Pasqua come "sacramento" di luce: "Esulti il coro degli Angeli... gioisca la terra inondata da così grande splendore: la luce del Re eterno ha vinto le tenebre del mondo. Gioisca la madre Chiesa, splendente della gloria del suo Signore..." ("Preconio" pasquale).
Pensiamo però che sia più opportuno lasciarsi ispirare dalle letture bibliche della Messa del giorno "in resurrectione Domini", tentando di cogliere il messaggio di insieme, che a me sembra condensato prima di tutto nell'affermazione che "veramente" Cristo è risorto dai morti, e in secondo luogo che la sua risurrezione "mette a prova" la nostra fede e "dà senso" alla nostra vita.

"Essi lo uccisero appendendolo ad una croce, ma Dio lo ha risuscitato"
La prima lettura (At 10,34.37-43) ci riporta quasi per intero il discorso di Pietro nella casa del centurione Cornelio, prima di introdurlo nella Chiesa.
È un breve riassunto dell'attività pubblica di Gesù, "dal battesimo di Giovanni" fino alla sua morte di croce e alla sua risurrezione: "E noi siamo testimoni di tutte le cose da lui compiute nella regione dei Giudei e in Gerusalemme. Essi lo uccisero appendendolo a una croce, ma Dio lo ha risuscitato al terzo giorno e volle che apparisse, non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio, a noi, che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti..." (vv. 39-42).
Non sarà difficile notare come san Pietro insista sull'esperienza "testimoniale" che lui e gli altri apostoli hanno avuto di Gesù prima che fosse ucciso, sia in Galilea che in Giudea, quando venne ucciso e, infine, quando Dio "lo risuscitò il terzo giorno e volle che apparisse" a dei "testimoni" da lui stesso prescelti. Il fatto di aver "mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti" dice una sicurezza "irrefragabile" che gli apostoli hanno degli eventi di Pasqua, per cui il credere alla loro "testimonianza" non è un rischio, ma piuttosto il più elementare gesto di "lealtà" e di obbedienza verso Dio che in Cristo, risorto dai morti, ha manifestato la sua potenza e la sua fedeltà agli uomini.
Infatti, se Cristo è risorto dai morti, vuol dire che la sua umanità è nella "gloria" del Padre e che perciò tutti noi, che egli rappresenta e impersona nella sua carne, "abbiamo nello Spirito libero accesso presso di lui" (Ef 2,18). Nel Cristo risorto Dio non può più respingere da sé gli uomini! Basta perciò accettare questo fatto, per fede, come un gesto di amore e di fedeltà di Dio per avere salvezza. È la conclusione del discorso di Pietro: "Tutti i profeti gli rendono testimonianza: chiunque crede in lui, ottiene la remissione dei peccati per mezzo del suo nome" (v. 43).

"Hanno portato via il Signore dal sepolcro!"
Più interessante ancora, sulla linea delle considerazioni già esposte, è il brano di Vangelo di san Giovanni (20,1-9) che ci riporta due episodi caratteristici, intimamente collegati fra di loro e tendenti sicuramente a testimoniare la "realtà" della risurrezione del Signore.
Il primo episodio ha per protagonista Maria di Magdala che, di buon'ora, "quando era ancora buio", va al sepolcro e "vede" che la "pietra era stata ribaltata" (v. 1). La prima spiegazione, che essa istintivamente è portata a dare, è che qualcuno abbia rubato di notte il corpo del Signore! Infatti, è quanto essa va subito a riferire a Pietro e a Giovanni: "Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l'hanno posto!" (v. 2).

"Correvano insieme tutti e due"
È a questo punto che scatta la gara fra i due per arrivare prima al sepolcro: "Correvano insieme tutti e due, ma l'altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro..." (vv. 4-8).
Il brano praticamente si sviluppa nella tensione fra il "vedere" la pietra ribaltata, da parte di Maria di Magdala, con la legittima deduzione che il corpo del Signore sarebbe stato trafugato da qualche violatore di tombe, e il "vedere" ultimo di Giovanni il quale, al contrario, "credette": "Allora entrò anche l'altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette" (v. 8). Prima di lui, però, era entrato nella cella funeraria anche Pietro, il quale pure aveva visto "le bende per terra, e il sudario, che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma piegato in un luogo a parte" (vv. 6-7), senza peraltro credere.

"Entrò anche l'altro discepolo, e vide e credette"
C'è dunque un "vedere" che non produce la fede e un "vedere" che, al contrario, la fa nascere: che Cristo sia risorto dai morti non si può dedurre né dalla tomba vuota, che poteva essere anche effetto di un furto, come di fatto aveva sul principio, e anche dopo (cf 20,15), pensato Maria di Magdala, né dall'ordine in cui vengono trovati i vari oggetti che avevano servito ad avvolgere lì per lì il corpo del Signore, come era accaduto per Pietro. Tutto questo, che l'evangelista intende indubbiamente mettere in evidenza, ha certo il suo peso, ma non è determinante per la fede: altrimenti, questa sarebbe come il risultato di un sillogismo, o di una equazione matematica, o di una dimostrazione scientifica!
Per l'evangelista il credere "dell'altro discepolo, quello che Gesù amava" (v. 2), è frutto di un particolare "vedere", che non è il "vedere" materiale di Maria di Magdala (blépein: v. 1), né quello di Pietro (theoréin: v. 6). È il "vedere (horàn) che va al di là della materialità e della "fisicità" del fatto, per coglierne la dimensione interiore e la "significatività" della cosa o della persona non solo in sé e per sé, ma anche nei riguardi di chi la osserva.
A questo punto è evidente che un tale "vedere" implica come una sintonia, una "disponibilità" a farsi commuovere, trasformare e come soggiogare dalla realtà che penetriamo: è un "vedere" congiunto all'amore, alla simpatia, alla gioia della scoperta, all'apertura alle esigenze dell'altro, alla tendenza a "riconoscersi" nell'evento o nelle persone che ci stanno davanti. Non è perciò un caso che qui "l'altro discepolo", che "vide e credette", sia stato introdotto proprio con la formula caratteristica "quello che Gesù amava" (v. 2), che è la formula con cui Giovanni nel quarto Vangelo presenta, in forma anonima e simbolica nello stesso tempo, se stesso. 
È l'amore che ha permesso a Giovanni di "vedere" più a fondo e di "credere" che Gesù era risorto dai morti, senza averlo ancora visto: le "cristofanie" agli apostoli verranno descritte più tardi (20,19-29). In forza di questo amore egli solo ha compreso tutto il senso racchiuso nel sepolcro vuoto e nei panni piegati. Perciò qualcuno ha parlato, proprio in questo contesto, di "chiaroveggenza dell'amore".

"Non avevano ancora compreso la Scrittura"
Pur lodando la fede, illuminata dall'amore, di Giovanni, a cui dovette seguire anche la "fede" di Pietro, l'evangelista tuttavia sembra voler rimproverare a loro qualcosa. Ecco, infatti, come conclude il suo racconto: "Non avevano infatti ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti" (v. 9). La "fede" vera è quella che si affida totalmente alla parola di Dio, nel caso concreto la "Scrittura", non quella che cerca qualche appiglio, o qualche indizio di credibilità: come qui il sepolcro vuoto, o i pannolini tutti piegati in ordine.
L'espressione "non comprendere" (letteralmente "non sapere") è frequente in san Giovanni: a Cana, ad esempio, il capotavola "non sapeva" la provenienza del vino (2,9); la samaritana "non sapeva" il dono di Dio e chi le chiedeva da bere (4,10); nell'ultima cena i discepoli dichiarano di "non sapere" dove Gesù stia per andare (14,13), ecc.
"Tutti questi passi ci fanno comprendere la profondità dell'incomprensione, dovuta alla "novità" del mistero di Dio, di fronte alla quale l'uomo carnale è perennemente impreparato. Questa sottolineatura dell'incomprensione, e quindi della difficoltà di credere (aspetti che vedremo anche nell'episodio di Maria Maddalena e poi di Tommaso), non intendono solo mettere in luce l'impotenza dell'uomo (e quindi la necessità di una luce dall'alto), e neppure semplicemente descrivere la vera natura della fede, ma anche sottolineare il mistero della risurrezione, la sua novità inattesa e sorprendente". 
E la "novità" non riguarda solo Gesù, ma direi, quasi soprattutto, noi e i nostri rapporti con lui. Se Cristo è "davvero" risorto e vive ormai nella gloria del Padre, vuol dire che la nostra "comunione" con lui continua, molto di più che quando egli era in mezzo a noi nella terra di Palestina, limitato e condizionato nello spazio e nel tempo: mediante la fede ormai ogni uomo ha la possibilità di comunicare con Cristo.

"Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù"
Ma soprattutto ha la possibilità di "convivere" con lui, perché egli si dona agli uomini nella totalità delle sue esperienze e delle sue condizioni di vita: come si è dato a noi nel mistero della sua morte, così si dona nel mistero della sua risurrezione. È quanto Paolo scriveva ai Romani: "Dio, ...che ha dato per tutti noi il suo Figlio (alla morte), come non ci donerà ogni cosa insieme con lui?" (Rm 8,32). Perciò la risurrezione di Cristo implica, fin da questo momento, la nostra risurrezione!
È quanto san Paolo ricordava ancora ai cristiani di Roma, quando scriveva loro che tutto ciò si verifica nel nostro battesimo: "Per mezzo del battesimo siamo dunque stati sepolti insieme a lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova" (Rm 6,4).
Perciò nella veglia di Pasqua ha un posto tutto particolare la Liturgia battesimale, con la benedizione dell'acqua: "Infondi in quest'acqua, per opera dello Spirito Santo, la grazia del tuo unico Figlio, perché con il sacramento del battesimo l'uomo, fatto a tua immagine, sia lavato dalla macchia del peccato, e dall'acqua e dallo Spirito Santo rinasca come nuova creatura".
E appunto perché "nuova creatura", che deve "camminare in una vita nuova", è necessario che il cristiano respiri e sia come immerso in un clima di risurrezione, con il desiderio teso là dove è il Cristo risorto: "Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio; pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra" (Col 3,1-2). È ancora un ammonimento di Paolo, che più di tutti ha esplorato il mistero e il "significato" della risurrezione di Cristo.

Da: CIPRIANI S.,

giovedì 29 marzo 2018

Edicola nella Chiesa del Santo Sepolcro, Gerusalemme


OMELIE DEI PADRI DELLA CHIESA SULLA SANTA CROCE - SAN GREGORIO DI NISSA, GRANDE CATECHESI. 32, 2


Omelie dei padri della chiesa sulla Santa Croce

OMELIE DEI PADRI DELLA CHIESA SULLA SANTA CROCE - SAN GREGORIO DI NISSA, GRANDE CATECHESI. 32, 2

Che la croce nasconda un significato assai profondo, se ne sono accorti coloro che hanno conosciuto gli arcani misteri. La tradizione ci insegna questo: nel Vangelo ogni cosa è detta o fatta in funzione di una vita più elevata e divina, mentre in ogni occasione si manifesta chiaramente una mescolanza di umanità e divinità, giacché, la voce e l'azione pratica appartengono alla sfera umana, mentre il significato recondito inerisce alla dimensione divina; ora, stando così le cose, non sarebbe giusto soffermarsi unicamente su di un aspetto, trascurando l'altro, ma occorre, invece, considerare l'elemento mortale in quello immortale, esaminando accuratamente, peraltro,, anche la componente più propriamente divina presente nell'uomo. E proprio della sostanza divina, infatti, permeare di sé, ogni cosa, raggiungendo, in ogni direzione, tutto ciò che esiste... Del che siam resi edotti proprio in virtù della croce: questa, infatti, è divisa in quattro parti, in maniera che, a partire dal suo punto centrale, si contano quattro bracci ad esso congiunti; ora, colui che fu disteso sulla croce perché, ci facesse dono della sua morte, nell'attirare a sé e nel plasmare tutte le cose, le unifica, nonostante le loro diverse nature, nel segno di un accordo e di un'armonia universali. Ogni cosa, infatti, può esser considerata nella sua parte superiore come in quella inferiore come anche da un punto di vista trasversale. Se, dunque, ti soffermi a riflettere sulla struttura del cielo o su quella della terra ovvero su ciò che entrambe le trascende il tuo pensiero s'incontrerà ogni volta con la divinità, l'unica ad esser contemplata in tutto ciò che esiste ed a contenere, nella sua essenza, ogni cosa. Se, poi, questa divinità debba esser chiamata natura o ragione o virtù e potenza o sapienza o con qualcun'altra di queste sublimi definizioni che possa mostrare con maggior eloquenza le qualità di colui che è sommo ed eminentissimo, la nostra fede non suscita alcun problema a, questo riguardo, né per l'espressione né per il nome né per il significato dei termini. Giacché, allora, l'intera creazione guarda a lui, dispiegandoglisi intorno, e, in virtù del suo tramite, perviene alla propria intrinseca unità, mentre ciò che si trova al di sopra si salda con ciò che sta al di sotto e le cose che si trovano di traverso si congiungono, grazie a lui, le une con le altre; stando così le cose, dicevo, occorreva che noi non fossimo indotti soltanto per sentito dire alla considerazione della divinità, ma che la nostra stessa vista divenisse maestra di più sublimi pensieri. In seguito ad un'esperienza del genere, il grande Paolo si senti spinto ad istruire nei misteri la comunità di Efeso, conferendo ad essa, attraverso la propria dottrina, la capacità di conoscere che cosa siano la profondità, la larghezza, la lunghezza e l'altezza (cf. Ef. 3, 18). Ebbene, l'Apostolo, così facendo, chiama con il nome che lo compete ciascuno dei bracci della croce. L'altezza, infatti, è la parte che va al di sopra; la profondità, quella che si protende verso il basso, per larghezza e lunghezza, infine, son da intendersi i bracci trasversali. Altrove, rivolgendosi ai Filippesi, Paolo rende conto con maggior chiarezza, credo, di questo significato, allorché dice: Nel nome di Gesù Cristo ogni ginocchio si pieghi, nel cielo, sulla terra e negli inferi (Fil. 2, 10). Qui egli comprende sotto un'unica denominazione il braccio trasversale, dal momento che considera terrestre tutto ciò che si trova fra il cielo e gl'inferi.


mercoledì 28 marzo 2018

Ultima Cena


GIOVEDÌ SANTO - COMMENTO AL VANGELO DI GIOVANNI - (ENZO BIANCHI 2015)


Omelia in Coena Domini 

GIOVEDÌ SANTO - COMMENTO AL VANGELO DI GIOVANNI - (ENZO BIANCHI 2015)

Giovedì santo, 2 aprile 2015

Gv 13,1-15

Commento al Vangelo di Enzo Bianchi
1 Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine. 2Durante la cena, quando il diavolo aveva già messo in cuore a Giuda, figlio di Simone Iscariota, di tradirlo, 3Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, 4si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. 5Poi versò dell'acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l'asciugamano di cui si era cinto. 6Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: «Signore, tu lavi i piedi a me?». 7Rispose Gesù: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci; lo capirai dopo». 8Gli disse Pietro: «Tu non mi laverai i piedi in eterno!». Gli rispose Gesù: «Se non ti laverò, non avrai parte con me». 9Gli disse Simon Pietro: «Signore, non solo i miei piedi, ma anche le mani e il capo!». 10Soggiunse Gesù: «Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto puro; e voi siete puri, ma non tutti». 11Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: «Non tutti siete puri».
12Quando ebbe lavato loro i piedi, riprese le sue vesti, sedette di nuovo e disse loro: «Capite quello che ho fatto per voi? 13Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. 14Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. 15Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi.

Carissimi fratelli e sorelle,
venuti da diversi luoghi per celebrare insieme il mistero pasquale, in questi tre giorni della passione, morte e resurrezione del Signore: la pace sia con voi!

Ecco, noi iniziamo a rivivere le azioni e le parole di Gesù, ascoltandole, accogliendole nel cuore e meditandole, perché solo questo possiamo fare qui e ora, insieme. Tutti intenti a bere alla fonte del mistero, perché sostenuti da quest’acqua zampillante nel nostro intimo (cf. Gv 4,14), possiamo vivere proprio vivendo nella nostra carne e nella nostra mente questo mistero. Siamo convenuti ciascuno con il proprio gravame sulle spalle e sul cuore: sì, con il nostro cuore appesantito dal peso del duro mestiere del vivere, appesantito dai nostri peccati, che altro non sono che contraddizioni all’amore, appesantito dalla consapevolezza della nostra incapacità sempre più grande di essere conseguenti a quello che abbiamo imparato e che continuiamo a conoscere da Cristo stesso.
Guardiamo la scena che il vangelo ci presenta questa sera: un uomo, Gesù, che cerca di “amare fino all’estremo, fino alla fine (eis télos: Gv 13,1)”; degli uomini che da anni stanno con lui e non lo comprendono, perché ciascuno di loro fa la propria strada; Pietro, colui che deve presiedere, che viene meno dimenticando dove è stato posto da Gesù e dimenticando il rapporto così carico di cose condivise con lui; poi “uno dei Dodici” che desidera la morte di Gesù, desidera liberarsi di lui; e gli altri non sanno neppure dove sono. Questi i protagonisti che ci stanno davanti, come uno specchio, perché noi possiamo individuarci nelle loro figure.
Gesù ha una sola parola, che ha appena detto ai giudei: “Per questo il Padre mi ama, perché io depongo la mia vita, per poi riceverla di nuovo” (Gv 10,17). Attenzione a queste parole, da non intendersi secondo tutte le assurde traduzioni esistenti, compresa la nostra liturgica: “Io depongo la mia vita hína pálin lábo autén”, cioè non “per riprenderla di nuovo” ma “per riceverla di nuovo”, per riceverla dal Padre, nella fede, senza nessuna certezza! Questa la parola-chiave per comprendere cosa Gesù fa adesso: infatti, depone le sue vesti per riceverle di nuovo, dando, attraverso la sua spogliazione, il segno di ciò che avviene; dà la vita, si spoglia, si svuota per ricevere dal Padre questa vita.
Per questo non all’inizio della cena, non nell’atrio della casa, appena entrato, ma durante la cena Gesù compie un’innovazione del rituale. Era consuetudine che all’inizio della cena, nel momento dell’accoglienza, l’ospite fosse ricevuto con l’offerta dell’acqua per la lavanda dei piedi polverosi e sporchi: l’ospite accettava l’offerta, e degli schiavi non ebrei compivano questo servizio. In ogni caso, mai – dice il midrash – un ebreo chiedeva la lavanda dei piedi a un altro ebreo, seppure schiavo, perché questo gesto di umiliazione estrema poteva essere chiesto solo a schiavi non ebrei.
Ma ormai la cena volge alla fine, ed è in essa, come per darle un’evidenza forte e imponente, che Gesù fa quel rito. Ma lo fa al contrario, in un rito di inversione, nella piena consapevolezza di ciò che egli doveva fare come ultimo gesto per i suoi discepoli: Gesù doveva mostrare loro fino dove è possibile amare, “fino all’estremo”, fino al dono della vita. Secondo i vangeli sinottici Gesù ha mostrato questo amore dando pane e vino come suo corpo e suo sangue ai discepoli (cf. Mc 14,22-25 e par.); secondo Giovanni, che pure conosce l’istituzione eucaristica, è meglio tralasciare l’eucaristia e raccontare la lavanda. I due segni dicono la stessa cosa, raccontano la stessa verità e, infatti, sono seguiti da due comandi, gli unici due dati da Gesù riguardo a un’azione significativa:

“Fate questo in memoria di me” (Lc 22,19; 1Cor 11,24);
“Dovete lavare i piedi gli uni agli altri” (Gv 13,14).

Due gesti relativi al corpo:
corpo di Gesù dato;
corpo del discepolo servito da Gesù.

In entrambe le azioni di Gesù vi è un corpo che si dona ai discepoli. Così avviene un rito di inversione:
il maestro diventa il discepolo,
il Signore diventa lo schiavo,
colui che presiede diventa colui che serve.

E per fare questo, significativamente Gesù si spoglia delle sue vesti (tà himátia), non solo del mantello. Lo spoglieranno delle sue vesti sulla croce (cf. Gv 19,23-24), ma qui è lui a spogliarsi delle sue vesti. Ecco l’azione, il preambolo necessario al gesto dello schiavo, al servizio: lo spogliarsi. Deporre le vesti, spogliarsi è dare se stesso nella propria nudità all’altro, e questo avverrà al Golgota, ma ora è chiaramente un gesto di spogliazione, di impoverimento di se stesso, un disarmarsi. È un’azione straordinaria, che non obbedisce ai due poli tanto attrattivi per noi uomini: la paura e l’arroganza. Noi oscilliamo sempre tra queste due tentazioni: la paura, che è sempre e radicalmente paura degli altri, e l’arroganza, che è la violenza più quotidiana verso gli altri. Normalmente sono queste le nostre armature, e le indossiamo bene perché non pensiamo che siano offensive, ma solo difensive. Così manchiamo di stile, dello stile di Gesù, che è umiltà e mitezza: “Venite a me, … imparate da me, che sono mite e umile di cuore” (Mt 11,28-29).
Gesù, denudato come uno schiavo, inginocchiato ai piedi dei suoi, sa bene che quel gesto gli era stato fatto da due donne: una peccatrice, prostituta secondo Luca (cf. Lc 7,36-50), e una donna discepola, Maria di Betania (cf. Gv 12,1-8). Gli avevano lavato e profumato i piedi, in un eccesso d’amore, durante una cena. Gesù sembra aver imparato da loro la lezione, e allora rifà il gesto, chiedendo però che questo gesto “uno lo faccia all’altro”, “una lo faccia all’altra” (cf. Gv 13,14), chiedendo che sia un gesto di reciprocità. Quella sera lo fece lui solo per darne – dice il vangelo – “un hypódeigma, un esempio, perché come (kathós) ha fatto lui, così facciamo anche noi, reciprocamente” (cf. Gv 13,15). Quella sera Gesù non ha fatto come ultima azione un miracolo, ma un’azione che ciascuno può fare: bastano un catino, un po’ d’acqua, un asciugamano. Possiamo fare questa azione sempre e dovunque: deporre la vita, disarmarsi, non incutere paura né avere paura, non essere arroganti e avere verso l’altro l’atteggiamento di chi gli lava i piedi… L’amore cristiano si riduce a questo: non è fatto di grandi sentimenti, non si nutre di eros o di passione, ma è un lavoro su di sé prima di essere un lavoro verso l’altro. Io lavo i piedi a te, se, pur vedendo il tuo peccato, so non vederlo e non tenerne conto; io lavo i piedi a te, se non mi lascio tentare dall’arroganza, che non è sempre orgoglio, ma è un guardare a me, magari al mio io minimo, ma pensandolo superiore a quello degli altri.
Cari fratelli e sorelle, fin dal IV secolo la chiesa ha voluto che chi presiede – papa, vescovo, abate – lavi i piedi ai suoi fratelli. Papa Francesco ha innovato, andandoli a lavare ai più poveri e disgraziati, nelle carceri e negli ospedali. Occorrerà forse che anche noi abbiamo l’audacia di cambiare questo rito e di riportarlo al comando di Gesù, quello di lavarci i piedi gli uni gli altri? La comunità dovrà pensarci e maturare fino a decidere… Ma comunque si svolga questo rito, secondo il comando di Gesù la lavanda deve avvenire reciprocamente; così come dovrebbe avvenire nella vita quotidiana, dove non è solo chi presiede a lavare i piedi ai fratelli, ma dove questi dovrebbero lavarsi i piedi gli uni gli altri. Lavare i piedi è un’azione scandalosa: ha scandalizzato Simone il fariseo (cf. Lc 7,39), ha scandalizzato Giuda (cf. Gv 12,4-6), scandalizza Pietro nel nostro brano (cf. Gv 13,6.8). Ma Gesù ha detto a Pietro che, se non si fosse fatto lavare i piedi, lui, Gesù, non sarebbe stato la sua porzione (cf. Gv 13,8; cf. Sal 16,5; 73,26; 142,6), perché occorre lavare i piedi, ma occorre anche lasciarseli lavare, e questo a volte è più difficile del compiere questa azione in prima persona.
Concludo con un pensiero che va a situazioni reali: pensiamoci… Nelle case ci sono uomini e donne che stanno lavando i piedi, o le parti intime del corpo, a malati e a malate che non riescono più a farlo da sé; ci sono genitori che lavano i loro figli handicappati; ci sono uomini e donne che negli ospedali sono piegati a servire i corpi malati, disabili, di sofferenti e abbandonati… Sono situazioni che quasi sicuramente implicheranno anche noi, i nostri corpi: sarà l’accettazione del servizio da fare o da ricevere, un servizio da schiavi. Anche questo servizio, fatto con amore e consapevolezza, sarà esecuzione del comando: “Fate questo in memoria di me. Come io ho fatto a voi, voi fatelo gli uni agli altri”.
C’è un’unica cosa ancora da dire. In quella lavanda c’erano i Dodici e tra loro uno dei Dodici, Giuda, uno dei Dodici, Pietro: Gesù ha lavato i piedi di Giuda, di Pietro e degli altri, tanto inconsapevoli e intontiti… Anche in questo clima, in questo ambiente, noi dobbiamo lavarci i piedi gli uni gli altri. “Amen, amen, dico a voi: il servo non è più grande del suo Signore, né l’inviato è più grande di chi lo ha inviato. Sapendo queste cose, sarete beati se le realizzerete” (Gv 13,16-17). Queste le ultime parole di Gesù.


martedì 27 marzo 2018

deposizione dalla Croce


PASQUA DI CHI CREDE E DI CHI NON CREDE (RAVASI)


PASQUA DI CHI CREDE E DI CHI NON CREDE (RAVASI)

Pensi al Getsemani, signor pastore. Tutti i discepoli si erano addormentati. Non avevano capito nulla. Ma non era ancora il peggio. Quando il Cristo fu inchiodato alla croce e vi rimase, tormentato dalle sofferenze, esclamò: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?" Il Cristo fu preso da un grande dubbio nei momenti che precedettero la sua morte. Dovette essere quella la più crudele delle sue sofferenze. Voglio dire il silenzio di Dio".
A parlare così al protagonista, un pastore luterano di una comunità svedese, è un uomo semplice, il sagrestano. Eppure egli è di fronte all'uomo di Chiesa come un cristiano autentico, mentre il suo interlocutore sta piombando nel baratro dell'incredulità. La moglie amata gli è stata portata via da un male inesorabile e la sua fede si è disciolta come neve al sole. I parrocchiani sentono il tono falso dei suoi sermoni e, uno dopo l'altro, disertano il tempio che, così, si trasforma in un deserto.
Quando il pastore avrà raggiunto il nadir infernale del suo ateismo, anche la chiesa sarà totalmente vuota come il suo cuore; eppure egli celebrerà lo stesso il culto in piena solitudine e forse questo atto sarà - più che un gesto estremo di desolazione - l'avvio della risurrezione.
Abbiamo evocato un intenso film che Ingmar Bergman, il regista-teologo agnostico svedese, girò nel 1962 coi suoi attori preferiti, Gunnar Björnstrand, Ingrid Thulin e Max von Sydow. L'abbiamo citato proprio per le parole di quel sagrestano e perché l'intera opera è una parabola della fede come itinerario su cui può addensarsi la cupa ombra della prova, un po' come era accaduto a quel "padre della fede", che è Abramo, durante i tre giorni tenebrosi della sua ascesa lungo le pendici sassose del monte Moria per immolare il figlio Isacco, dono divino, a quel Dio incomprensibile, amato e crudele (Genesi, 22).
Ebbene anche Gesù, nell'autenticità della sua umanità, attraversa tutta la galleria oscura della sofferenza, consapevole che "il Figlio dell'uomo deve molto soffrire, essere respinto e poi essere ucciso" (Marco, 8, 31). È significativo notare come il racconto della sua passione e morte - registrato da tutti gli evangelisti - si trasformi in un vero e proprio campionario del dolore umano in tutte le sue tetre iridescenze.
Si parte dalla paura della morte, quando egli è sotto le fronde degli ulivi del Getsemani che stormiscono in quella notte drammatica: "Padre mio, se è possibile, passi via da me questo calice!", implora per due volte (Matteo, 26, 39. 42), e il calice nel linguaggio biblico è il simbolo del destino finale di un'esistenza. C'è la solitudine degli amici che sonnecchiano prima e poi fuggono, anzi, sono pronti a tradire (e non il solo Giuda, ma anche il capo dei discepoli, Pietro, che cede subito di fronte all'incalzare delle domande di una domestica o di un cittadino qualsiasi di Gerusalemme). Ma ad attendere Cristo c'è poi la "via dolorosa" vera e propria, "via crucis" del dolore fisico in tutta la sua gamma lacerante: dal sudore di sangue alle torture della guarnigione romana, fino all'insopportabile pena dell'esecuzione capitale per crocifissione, col suo macabro rituale agonico.
Tuttavia, come suggeriva quel sagrestano svedese, non era ancora colma la coppa della desolazione. Alla fine, infatti, incombe il silenzio del Padre divino. Egli, come già aveva riconosciuto lo stesso Gesù durante il suo arresto nel Getsemani, non mette a disposizione del Figlio "più di dodici legioni di angeli" per salvarlo (Matteo, 26, 53). Se il regno annunziato da Cristo - come egli ribadirà davanti al governatore romano Pilato - "fosse di questo mondo, i suoi servitori avrebbero combattuto per non consegnarlo ai Giudei" (Giovanni, 18, 36).
Nessuno muove un dito, neppure il Padre celeste con l'efficacia della sua parola e Gesù s'inoltra lungo la via stretta dell'agonia e della morte. In quell'istante estremo egli è veramente fratello dell'umanità ed è sulla vetta del Golgota che si celebra l'atto supremo di ogni fede e fiducia in Dio, come cantava David M. Turoldo: "No, credere a Pasqua non è / giusta fede: / troppo bello sei a Pasqua! / Fede vera / è al venerdì santo / quando Tu non c'eri / lassù. / Quando non una eco / risponde / al suo altro grido / e a stento il Nulla / dà forma / alla tua assenza".
Nell'assenza muta di Dio, Cristo incontra quella che si potrebbe definire persino una "brutta morte": "Gesù gridò a gran voce: Elì, Elì, lemà sabactàni? Che significa: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?... Gridò di nuovo a gran voce ed emise lo spirito" (Matteo, 27, 46. 50).
Commentava Giuseppe Berto nel suo particolare "vangelo secondo Giuda", La Gloria (1978): "Non c'è risposta. Allora con un urlo, rendi lo spirito (...) O Eterno, io grido a te da luoghi troppo profondi: Signore, non ascoltare la mia voce".
Alla fine ecco Gesù divenuto un cadavere manipolabile, sul quale può persino infierire la pattuglia romana incaricata della verifica dell'avvenuta esecuzione capitale e del relativo decesso: di solito essi applicavano una brutale forma di eutanasia, spezzando gli arti inferiori dei crocifissi così da accelerare il soffocamento per asfissia; su Gesù, palesemente morto, infieriscono trapassandogli con una lancia il cuore. In tutta questa sequenza di sofferenze e di morte la finalità fondamentale del racconto evangelico è quella di marcare il centro stesso della fede cristiana, ossia l'Incarnazione.
Per usare la celebre espressione del prologo del Vangelo di Giovanni, il Verbo divino diventa veramente sàrx, "carne", cioè umanità fragile, caduca, limitata. Nel soffrire e morire del Figlio, Dio assume la nostra comune carta d'identità che a lui non appartiene: il dolore e la fine. Anzi, san Paolo andrà oltre ricordando non solo che "Cristo morì per i nostri peccati e fu sepolto" (1 Corinzi, 15, 3-4), ma persino che "Dio lo fece peccato in nostro favore" (2 Corinzi, 5, 21). Se vogliamo ricorrere a un paradosso, Dio si fa non solo il non-Dio (morte), ma anche l'anti-Dio (peccato) per entrare veramente nella nostra realtà creaturale. Come annotava il teologo Dietrich Bonhoeffer il 16 luglio 1944 nel lager di Flossenburg, nelle pagine del suo diario Resistenza e resa: "Dio è impotente e debole nel mondo e così e soltanto così rimane con noi e ci aiuta (...) Cristo non ci aiuta in virtù della sua onnipotenza, ma in virtù della sua sofferenza".
È questo lo "scandalo della croce" proclamato da Paolo; è questa la kènosis, lo "svuotamento", una sorta di grado minimo a cui Dio si vota per incontrare veramente la sua creatura, come lo stesso Apostolo ribadirà nel famoso inno incastonato nel secondo capitolo della Lettera ai Filippesi. È per questo che una delle prime eresie, quella docetico-gnostica, cercherà di edulcorare e stemperare questo scandalo ricorrendo a una morte solo apparente di Cristo in croce, tesi ereditata dal Corano che introdurrà un sosia sul legno della crocifissione per evitare una simile umiliazione del Profeta Gesù. In realtà, è proprio qui l'originalità del cristianesimo che va ben oltre l'idea del Dio compassionevole che si china sulla sua creatura - necessariamente finita e caduca - dall'alto del cielo dorato della sua trascendenza per offrire qualche sollievo miracoloso. No, Dio scende e s'incarna, s'innerva Lui, infinito, nello spazio, Lui, eterno, nel tempo e nella finitudine, Lui, assoluto, nel relativo e nel contingente.
Ma proprio perché Cristo rimane sempre Dio - anche quando soffre, muore ed è sepolto come cadavere - in quella realtà umana e creaturale egli lascia l'impronta della sua divinità, vale a dire la trasforma e la trasfigura, deponendo in essa un seme di eternità, un germe di salvezza e redenzione. È proprio questo il senso della successiva risurrezione che non è una mera rianimazione di un corpo; è, invece, una vita piena e perfetta che si irradia da Cristo all'umanità intera. Il transito autentico di Dio nell'essere umano, il suo divenire uomo tra gli uomini, spalla a spalla con noi, incide una scia di luce nella creaturalità, nello stesso essere fisico e nella storia. Quella di Cristo è stata un'immersione e un'irruzione vera e totale nell'intero arco dell'esistere umano per fecondarlo e trasfigurarlo, redimendolo così dalla schiavitù della corruzione, della morte, del peccato. Di fronte a questa sorprendente concezione teologica si riesce a comprendere la reazione dell'ebreo Kafka che all'amico Gustav Janouch a proposito di Gesù di Nazaret dichiarava: "È un abisso di luce. Bisogna chiudere gli occhi per non precipitarvi".
Abbiamo condotto una riflessione sulla cristologia, còlta nel suo nodo capitale, nel suo apice tematico.
L'abbiamo fatto, prescindendo dall'accoglienza o meno che essa ha nella cultura contemporanea, solo per ribadire il rilievo di questa realtà che ha generato il cuore stesso della nostra civiltà occidentale, senza il quale - come affermava T. S. Eliot - è impossibile comprendere persino Voltaire o Nietzsche (che considerava Gesù come l'unico vero cristiano, finito però in croce), ma anche il nostro stesso volto nella sua identità culturale o spirituale. Vorremmo adesso concludere con un breve excursus nella contemporaneità e nell'"attualità" attraverso un poco noto, ma suggestivo poemetto, Pasqua a New York, composto esattamente un secolo fa nel 1912 da Blaise Cendrars, poeta, narratore, sceneggiatore di film, reporter internazionale, nato nel 1887 in Svizzera da madre scozzese e da padre svizzero e morto a Parigi nel 1961.
Ecco alcuni versi da lui pronunziati davanti al Cristo crocifisso in una città "laica" come la metropoli americana, una città che non sembra conoscere il riscatto della sofferenza e della morte nella risurrezione: "È oggi, Signore, il giorno del tuo Nome, / ho letto in un vecchio libro le gesta della tua passione / e la tua angoscia e i tuoi travagli e le tue buone parole (...) / Conosco tutti i Cristi appesi nei musei; / ma tu cammini, Signore, stasera accanto a me. / Il tuo costato aperto è come un grande sole, / le tue mani tutt'intorno palpitano di scintille (...) / Fu a quest'ora, verso l'ora nona, / che cadde, Signore, sul petto la tua testa (...) / Forse la fede mi manca, Signore, e la bontà / per vedere l'irradiarsi della tua Beltà". Uomo vagabondo, combattente della Prima guerra mondiale ove perse una mano (La mano mozza è il titolo di un suo romanzo), maestro dell'avanguardia, Cendrars si lascia per un momento conquistare da quel crocifisso, contemplato prima solo su vecchi libri o nei musei. E mentre passa per le vie distratte di New York, in mezzo a prostitute e affaristi, egli sente accanto a sé una presenza. È lui, quel Cristo dal costato aperto, che irradia luce dalle ferite dei chiodi delle mani. È lui che all'ora nona, cioè le tre pomeridiane, reclina il capo nel sonno della morte. "Signore" continua il poeta "sono nel quartiere dei ladri, dei vagabondi, dei pezzenti, dei ricettatori. / Penso ai due ladroni ch'erano con te suppliziati, / so che ti degni di sorridere a questi sventurati". E la poesia prosegue in una miscela di dubbio e di fede, di ordinaria miseria metropolitana e di antica speranza cristiana: "Signore, la Banca illuminata è come una cassaforte / dove si è coagulato il Sangue della tua morte (...) / Signore, rientro stanco, solo e molto triste. / La mia camera nuda è come una tomba. / Signore, sono troppo solo. Ho freddo. Ti invoco".

(©L'Osservatore Romano 8 aprile 2012)  

lunedì 26 marzo 2018

Gesù in cammino verso il Golgota


PAOLO VI - «CIASCUNO DI NOI DEVE MORIRE E RISUSCITARE CON CRISTO» (1968)


PAOLO VI - «CIASCUNO DI NOI DEVE MORIRE E RISUSCITARE CON CRISTO» (1968)

UDIENZA GENERALE

Mercoledì Santo, 10 aprile 1968 

I sublimi misteri rievocati e vissuti nella Settimana Santa

Diletti Figli e Figlie,

Tutti vi salutiamo e tutti vi consideriamo con Noi partecipi alla celebrazione dei sacri riti, che dànno a questi giorni il nome di «settimana santa». È una celebrazione che Noi stimiamo molto importante. Essa rinnova non solo il ricordo della morte e della risurrezione del Signore, ma l’efficacia altresì dell’opera redentrice di Cristo. Essa attualizza nei suoi termini più genuini il mistero pasquale; lo rispecchia nei suoi riti, lo riproduce nella sua divina virtù, lo rende accessibile ai fedeli, che degli esempi e della grazia di Cristo vogliono vivere; essa segna nel corso del tempo il momento più pieno della presenza di Cristo fra noi, e nel corso dell’anno l’ora centrale a cui tende e da cui parte tutta l’attività liturgica della Chiesa. Essa riguarda Cristo, morto e risuscitato; ma riguarda anche ciascuno di noi, perché ciascuno di noi deve morire e risuscitare con Cristo. Per noi Cristo ha compiuto il dramma della Redenzione; con noi Egli lo vuole rivivere. Non lasciamo passare la Pasqua senza entrare nel quadro delle sue realtà e delle sue esigenze.
Noi sappiamo benissimo che molti di voi sono a Roma in questi giorni come visitatori, come turisti, venuti all’eterna Città per ammirarne le memorie ed i monumenti, per fare un’escursione primaverile e godere un po’ di cielo sereno e di tepido sole; ma vogliamo credere che nessuno di voi tralascerà di dare alla Settimana santa qualche pensiero, e, se possibile, qualche atto di presenza alle grandi cerimonie religiose delle chiese romane. E come voi, viaggiatori, camminate con la guida in mano per subito tutto vedere e valutare, Noi vorremmo indicarvi alcuni aspetti di tali cerimonie, molto semplicemente e sommariamente, alle quali vi esortiamo di partecipare, affinché più rapida e più fruttuosa ne sia la comprensione e l’assistenza.

RIEVOCARE LA PASSIONE E IL SACRIFICIO DEL SIGNORE
Il primo aspetto è quello che potremmo dire storico; cioè il carattere di memoria che queste cerimonie rivestono. Esse si riferiscono agli ultimi giorni della vita temporale di Gesù, tutti lo sanno. Ma la rievocazione che ne fa la Chiesa merita che la nostra memoria sia risvegliata, sia precisa, sia impegnata. Non per nulla il racconto della Passione è ripetuto quattro volte, quanti sono gli evangelisti, durante la Settimana; e gli ultimi tre giorni sono caratterizzati dal fatto principale che li domina: il Giovedì Santo dalla Cena pasquale, che diventa Cena eucaristica; il Venerdì Santo, dal processo e dalla crocifissione e dalla morte del Signore; il Sabato Santo, dal ricordo della sua sepoltura, per arrivare alla notte della risurrezione pasquale. Il solo quadro di questi avvenimenti è avvincente; e non è difficile proporlo alla nostra prima contemplazione, anche se essa è solo descrittiva.

LA RIVELAZIONE PIÙ PROFONDA ED ESATTA DEL FIGLIO DI DIO
La seconda contemplazione riguarda le persone del dramma, dramatis personae; ognuna diventa tipica e rappresentativa; l’azione, in cui ogni personaggio della Passione e della vicenda pasquale si trova impegnato, risalta in modo impressionante, l’umanità si rivela nelle sue facce più interessanti, e sigilla in tali profili la psicologia eterna dell’uomo, senza forse la maestà e la sottigliezza, spesso artificiosa, delle scene celebri del teatro classico e delle virtuosità delle rappresentazioni cinematografiche moderne, ma con tale incomparabile sincerità e naturalezza, che si è tentati di ripetere: ecco l’uomo! Questa esclamazione fu detta da Pilato e riferita a Gesù: ecco l’uomo! E se su di Lui si ferma la nostra considerazione, quale stupore, quale fascino, quale turbamento, quale amore invadono gli animi attenti e fedeli! La Passione di Cristo è la più profonda ed esatta rivelazione di Lui. Lo si avverte, ad esempio, dalle parole di Pietro, che si rifiuta all’umiltà di Gesù, chino davanti a Lui per lavargli i piedi: «Tu a me?» (Io. 13, 6). Quel Tu! Così, a tragedia finita, la voce del Centurione, che confessa: «Questi era veramente il Figlio di Dio!» (Matth. 27, 54). Ma soprattutto la duplice testimonianza di Gesù stesso, che afferma essere Lui il Cristo Figlio di Dio (Matth. 26, 64) durante il processo religioso; ed essere il Re della storia messianica, durante il processo civile (Io. 18, 37), e che per tali testimonianze sarà crocifisso. I fedeli, i santi tentano spingere l’esplorazione nel fondo della psicologia di Cristo, e non sanno più uscirne se non ebbri di meraviglia e di amore.
E la contemplazione si fa più ampia, più profonda; cosmica e teologica, quando cerca le ragioni del dramma divino; le letture specialmente della Veglia del Sabato santo ci introducono in questo misterioso padiglione, dove il peccato umano, la giustizia e la misericordia divina s’incontrano, dove la morte e la vita duello conflixere mirando (Seq. Pasquale), e dove la vittoria di Cristo risorto si presenta come fonte della nostra salvezza e paradigma della vita cristiana.

LUMINOSA GUIDA NELLA LITURGIA
Ancora un passo deve fare la nostra contemplazione, ed è quello dell’esperienza emotiva, drammatica ed amorosa di questa storia, di questa celebrazione. Troveremo, ad esempio, nei magnifici responsori dell’officiatura al mattutino dei tre grandi giorni precedenti alla Pasqua, le grida più alte e più cupe, più forti e più tenere, più violente e più dolci che l’anima della Chiesa abbia saputo esprimere al ricordo rivissuto del mistero pasquale. Cioè anche la sinfonia dei sentimenti è non solo consentita durante questa potente celebrazione, ma è invitata ad aggiungere alla visione del dramma pasquale le sue note più alte e più commosse, donde la liturgia della Settimana santa attinge voci di suprema bellezza.
Troppo vi sarebbe da dire, è chiaro. Ma vi basti ora sapere che il grande cuore della Chiesa, e con esso l’umile cuore del Papa, vibra con viva coscienza e con impetuosa commozione per la celebrazione del mistero pasquale, e invita i vostri cuori a palpitare con lei. A ciò vi esorta e v’incoraggia la Nostra Benedizione Apostolica.

venerdì 23 marzo 2018

Gesù entra in Gerusalemme


D0MENICA DELLE PALME E DELLA PASSIONE DEL SIGNORE


25 marzo 2018   - 6a Dom. di Quaresima: Le Palme B |  Letture - Omelie

D0MENICA DELLE PALME E DELLA PASSIONE DEL SIGNORE

"Veramente questo uomo era Figlio di Dio!"

È un po' strana la Liturgia di questa Domenica immediatamente precedente la Pasqua: per un verso è intrisa di gioia e intende celebrare l'ingresso "regale" di Gesù in Gerusalemme fra l'esultanza della folla e lo stupore innocente dei fanciulli; per un altro, è come oppressa da una pesante coltre di mestizia perché è tutta tesa verso lo sbocco drammatico di quei troppo rapidi momenti di trionfo, cioè la passione e morte del Signore. Di qui anche il suo doppio nome: "Domenica delle Palme", oppure "Domenica di Passione".
In realtà, non c'è che un'opposizione apparente fra i due momenti o aspetti di un medesimo dramma, esaltante e rattristante nello stesso tempo. E questo per un doppio motivo: primo, perché sarà proprio quell'ingresso solenne di Gesù a provocare la reazione violenta delle classi dirigenti giudaiche che ne deliberano, per una specie di istinto difensivo, la morte; secondo, perché è nell'intenzione degli evangelisti dimostrare che Cristo conquista la sua più vera "regalità" messianica proprio salendo sul legno della croce. Non è un'ironia soltanto, oppure una semplice formalità giuridica, secondo cui si doveva esprimere il motivo della condanna, il "titulus" che fu collocato sulla croce: "Gesù, re dei Giudei"! Si è che Gesù, proprio morendo sulla croce, è diventato "re": il suo immenso, cosmico "trono" di gloria è proprio lì.
Si capisce, perciò, questo "misto" di gioia e di tristezza, a cui la Liturgia di questa Domenica dà così plastica rappresentazione.
Cristo "si è fatto obbediente fino alla morte"
Si veda in questo senso soprattutto la seconda lettura della Messa, che riproduce il famoso "inno cristologico" della lettera ai Filippesi (2,6-11). Pur mettendo in evidenza, con espressioni di un realismo direi quasi raccapricciante, il volontario "svuotamento" del Cristo che nell'incarnazione si è fatto in tutto "simile agli uomini" e, quasi non contento di questo, "umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce" (v. 8), Paolo punta sulla "glorificazione" che ne è seguita, come premio e riconoscimento di questa "kénosi" spaventosa: "Per questo Dio l'ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome; perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre" (vv. 9-11).
Anche la prima lettura, che riproduce parte del terzo "canto del Servo di Jahvè" (Is 50,4-7), ci presenta il Servo in atteggiamento di "fiducia" nella potenza dell'Altissimo, pur nella situazione di estrema umiliazione e di apparente fallimento della sua missione: "Ho presentato il dorso ai flagellatori, la guancia a coloro che mi strappavano la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi..." (vv. 6-7).
La passione "secondo Marco"
Questa stessa tensione si trova, anche più approfondita, nell'asciutto racconto della passione secondo Marco (14,1-15,47), il quale più degli altri evangelisti fa parlare i fatti, lasciando ad essi il compito di gridare alto il "mistero" del Cristo, che solo adesso sembra squarciarsi. Più che sovrapporre ai fatti la sua teologia, direi che, rileggendoli alla luce della risurrezione, san Marco fa diventare i "fatti" stessi "teologia".
È quello che emerge dalla confessione del centurione romano che, proprio davanti al "modo" in cui muore Gesù, grida: "Veramente questo uomo era Figlio di Dio!" (15,39).
E poco prima l'evangelista, dopo averci detto che Gesù, "dando un forte grido spirò" (v. 37), continua: "Il velo del tempio si squarciò in due, dall'alto in basso" (v. 38). È incerto se si tratti del "velo" che separava il santuario dal "santo dei santi", oppure del cortinaggio esterno che ricopriva il frontone del tempio. In ogni modo, quello che ci vuol dire Marco è non solo che con la morte di Cristo ormai è esaurita la funzione del tempio secondo lo schema salvifico dell'Antico Testamento, ma soprattutto che la morte di Cristo "squarcia" il velo del suo mistero, ci fa come leggere e vedere dentro il suo cuore e ce lo fa riconoscere quale "Figlio di Dio".
A questo punto il dramma della passione incomincia a stemperarsi nello stupore e nella gioia sommessa di una scoperta, verso cui tende tutta l'orditura del secondo Vangelo: in Gesù di Nazaret, rivelatosi finalmente come Figlio di Dio nella sua morte di croce, Dio ci dà salvezza! La sua morte non è, pertanto, un mero e criminale errore giudiziario, come potrebbe a prima vista apparire, ma un gesto di donazione e di amore, un'immolazione sacrificale, come spiega Gesù stesso, quando istituisce l'Eucaristia: "Questo è il mio sangue, il sangue dell'alleanza, versato per molti" (14,24).
E così abbiamo già incominciato ad addentrarci in una lettura più attenta della "passione secondo Marco", i cui particolari sono così numerosi che non possiamo in nessuna maniera affrontarli uno per uno. Continuando nel tipo di riflessione già iniziata, vorrei soltanto aiutare il lettore a cogliere due "orizzonti" caratteristici, che certamente sono presenti all'evangelista nella intelaiatura del suo racconto. Il primo è l'orizzonte "cristologico", senz'altro fondamentale; il secondo è l'orizzonte "parenetico", cioè esortativo, che tende a coinvolgere in prima persona i suoi immediati lettori, per i quali egli ha scritto il suo Vangelo, e i lettori di tutti i tempi, e perciò anche noi.
"Incominciò a sentire paura e angoscia"
L'orizzonte "cristologico" è presente a Marco fin dall'inizio del suo Vangelo, che si apre appunto con le note parole: "Principio del Vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio" (1,1). Tutto il suo racconto, perciò, è sotto il segno di questa confessione di fede.
Senonché Gesù, durante tutta la sua vita pubblica, sfugge continuamente ad una precisa "identificazione" di se stesso. Anzi, quando sembra che i demoni abbiano intuito qualcosa del suo mistero e lo confessano in pubblico: "Io so chi sei tu: il Santo di Dio... Tu sei il Figlio di Dio" (1,24; 3,11), egli li sgrida severamente "perché non lo manifestassero" (3,12; cf 1,34, ecc.). Perfino ai tre apostoli che, nella folgorante esperienza della trasfigurazione, avevano udito la voce che lo proclamava "Figlio prediletto" del Padre (9,7), imporrà di "non raccontare a nessuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell'uomo fosse risuscitato dai morti" (9,9).
Perché tutto questo? È la famosa questione del "segreto messianico", su cui non ci interessa per il momento intrattenerci. A mio parere, il motivo è duplice: prima di tutto, perché c'era la possibilità effettiva di equivocarsi sulla vera identità di Gesù come Cristo, prendendolo come un messia politico; in secondo luogo, e soprattutto, perché secondo Marco Gesù si sarebbe manifestato come Figlio di Dio e Re messianico solo negli eventi della passione. Infatti, con la sua morte di croce Cristo non avrebbe solo rivelato al mondo in maniera inequivocabile la "natura" del suo messianismo, ma soprattutto avrebbe compiuto i "gesti" che in maniera definitiva lo consacrano Messia e Figlio di Dio: e precisamente i gesti non della potenza ma della "debolezza", cioè i gesti dell'amore, che è tale nella misura in cui si dona in maniera completamente gratuita.
E questa "debolezza" di Gesù è espressa in Marco, nella sua solita forma impietosa e quasi ruvida, più accentuatamente che negli altri evangelisti.
Così, ad esempio, si dirà che Gesù nell'orto del Getsemani "cominciò a sentire paura e angoscia" (14,33), e perciò prese con sé i tre discepoli prediletti; davanti al sommo sacerdote e a Pilato "taceva e non rispondeva nulla" alle false accuse rivoltegli (14,61; 15,4), tanto che il procuratore romano si "meraviglierà" del suo silenzio (15,5); dissanguato per la flagellazione subìta e per la corona di spine posta sulla sua testa, non avrà più forza neppure di trascinarsi dietro la croce, tanto che si dovette "costringere" un uomo che veniva dalla campagna, di cui Marco solo ci fornisce il nome, "Simone di Cirene, padre di Alessandro e Rufo" (15,21), a portare la croce insieme a lui.
La "debolezza" estrema, infine, è quella di non sapersi "slegare" dal legno della croce, come lo invitano a fare, schernendolo, i suoi avversari: "Ha salvato altri, non può salvare se stesso! Il Cristo, il re d'Israele, scenda ora dalla croce, perché vediamo e crediamo" (15,31-32).
"Vedrete il Figlio dell'uomo seduto ala destra della Potenza"
Orbene, è proprio in questa situazione di estrema "debolezza" che la fede coglie la "potenza" del divino: è qui che Cristo viene riconosciuto dal centurione, come abbiamo già ricordato, quale "Figlio di Dio" (15,39).
E poco prima, davanti al sommo sacerdote che lo interrogava: "Sei tu il Cristo, il Figlio di Dio benedetto?", Gesù risponderà senza esitazione, pur sapendo la sorte che lo attendeva: "Io lo sono! E vedrete il Figlio dell'uomo seduto alla destra della Potenza e venire con le nubi del cielo" (14,62). Davanti a colui che lo giudica e lo condanna Gesù rivendica a sé, con le parole di Daniele (7,13-14) e del Salmo 109,1, la dignità e il potere di "giudice" escatologico: allora le parti saranno capovolte. Solo allora la "debolezza" si convertirà in "potenza"!
È certo che tutto questo orizzonte immenso di luce e di amore, che l'evangelista sa scorgere nelle "tenebre" della passione, gli si è disvelato dopo l'esperienza della risurrezione. In tal modo egli indica anche a noi l'angolazione giusta per cogliere il senso ineffabile dei misteri pasquali, a cui questa "Domenica di Passione" intende introdurci.
La "sfida" della croce
Più sopra ho parlato anche di un orizzonte "parenetico", a cui l'evangelista vuol fare affacciare i suoi lettori, coinvolgendoli nel dramma di sangue che egli sta descrivendo.
Che cosa intendiamo dire con questo? Che l'evangelista, al di là dei personaggi storici concreti, lancia un messaggio ai cristiani di tutti i tempi perché imparino la lezione di amore e di donazione di Cristo e diano una risposta adeguata alla "sfida" che egli continuerà a proporre ai suoi. Facciamo solo qualche esempio.
A poco a poco attorno a Cristo si fa il vuoto: non solo Giuda lo tradisce, non solo Pietro nega di averlo mai "conosciuto" (14,71), ma gli apostoli in blocco, presi dalla paura, "abbandonandolo, fuggirono" (14,40); e la folla intera, che qualche giorno prima lo aveva applaudito, manipolata dai sommi sacerdoti, adesso gli si rivolta preferendogli Barabba e domandandone la crocifissione (15,6-15).
Uniche ad avere un po' di coraggio, in mezzo a questo generale tradimento, "alcune donne, che stavano ad osservare da lontano, tra le quali Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo il minore e di Joses, e Salòme, che lo seguivano e servivano quando era ancora in Galilea, e molte altre che erano salite con lui a Gerusalemme" (15,40-41). Si direbbe che Marco abbia voluto riscattare la dignità della donna, riconoscendole una maggiore lucidità di penetrazione nel mistero e una maggiore capacità di amore e di fedeltà!
Comunque sia, rimane il fatto di questa "solitudine" desolante del Cristo nella sua passione, cioè a dire nei momenti in cui egli provoca di più lo "scandalo" dei suoi discepoli e dei benpensanti di tutti i tempi: "Tutti rimarrete scandalizzati, poiché sta scritto: "Percuoterò il pastore e le pecore saranno disperse"" (14,27).
Ma lo "scandalo" della croce è lo scandalo permanente della fede. Ed esso significa non soltanto avere il coraggio di accettare il mistero del Cristo "crocifisso", quale Paolo predicava come nucleo essenziale del messaggio cristiano (1 Cor 2,2), ma anche sentirci "crocifissi insieme" a Cristo, come diceva ancora il grande apostolo: "Quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo del quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo" (Gal 6,14). E questo è più difficile ancora, soprattutto oggi, in questa società edonistica e consumistica, che pone come unico traguardo degno dell'uomo il "piacere", o il "guadagno" a tutti i costi e in qualsiasi modo, anche uccidendo i figli nel seno delle madri, oppure tradendo il proprio marito o la propria moglie, oppure passando sul cadavere del proprio avversario, anche solamente politico.
Sapranno i cristiani rendere un po' di "sapore" alla vita, reinserendo nel cuore del mondo e nell'evolversi tumultuoso della storia il "segno" luminoso della croce, testimoniando che è solo da questa volontà di "versarsi" per gli altri, come Cristo ha fatto del suo sangue, che verrà la salvezza per tutti?
È questa la "parenesi" che Marco rivolge anche a noi, con trattenuta e sofferta commozione, nel raccontarci la drammatica storia della passione del Signore.

mercoledì 21 marzo 2018

Antonello da Messina, Ecce Homo


PAPA FRANCESCO - FACCIA A FACCIA CON DIO


PAPA FRANCESCO - FACCIA A FACCIA CON DIO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Giovedì, 15 marzo 2018 

(da: L'Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVIII, n.062, 16/03/2018)

Quante volte accade che a un cristiano venga chiesto: “Prega per me”? E quante volte ci si impegna a farlo, consapevoli di cosa ciò davvero significhi? Per mettersi di fronte a Dio, «faccia a faccia» con Lui, per «bussare al suo cuore» ci vogliono, infatti, grande «coraggio» e altrettanta «pazienza». E una «libertà» interiore che non si può dare per scontata. È quanto ha sottolineato Papa Francesco, durante l’omelia della messa celebrata a Santa Marta giovedì 15 marzo, prendendo spunto dalla prima lettura del giorno (Esodo 32, 7-14).

Il Pontefice ha ripercorso con grande attenzione, punto per punto, il brano biblico nel quale viene presentato un «dialogo fra Dio e Mosè» che discutono di «un problema che Mosè doveva risolvere»: il fatto cioè che il popolo di Israele si fosse costruito un vitello d’oro per adorarlo. Ha sottolineato il Papa: «Il Signore era un po’ impaziente: si è adirato contro il suo popolo e alla fine ha detto: “Ma tu stai tranquillo, questo lo risolvo io, perché il tuo popolo si è pervertito. E questo popolo è un popolo dalla dura cervice”, dice il Signore. “Ora, lascia che la mia ira si accenda contro di loro e li divori. Di te invece farò una grande nazione”». Ci si trova quindi di fronte a una posizione dura del Signore che «vuole risolvere questo problema della apostasia del popolo».
Francesco ha fatto notare che innanzitutto Mosè è colpito dalle «due proposte» di Dio: «Distruggerò il popolo: ma tu stai tranquillo. Di te, invece, farò una grande nazione». Una situazione per lui assolutamente particolare. A tale riguardo il Pontefice, per facilitare la comprensione ha suggerito un esempio tratto dalla «vita quotidiana». Può infatti accadere che «a un dirigente, a una persona che ha responsabilità in un’impresa, in un governo, in una ditta», di fronte a una situazione negativa venga prospettata la punizione per molti, e che questo immaginario dirigente accetti in cambio di qualcosa per se stesso («Ma va bene: quanto è per me?»). È, ha spiegato il Papa, la «logica della tangente», lasciar fare qualcosa pur di avere un tornaconto.
Nel dialogo con Mosè, il Signore gli propone un’alternativa: «Lasciamo fare questo e a te pago con questo: ti farò capo di un grande popolo!». Utilizzando un’iperbole, Francesco ha detto: «...quasi una tangente!», per sottolineare la presa di posizione spiazzante per Mosè che, però, ha una reazione illuminante. Quest’ultimo infatti, ha evidenziato il Pontefice, «amava il Signore: dice la Bibbia che parlava faccia a faccia, come un uomo con il suo amico». E ha sottolineato quanto sia «bello sentire questo!» perché fa comprendere che egli «aveva libertà davanti al Signore». Una libertà che gli consente di «reagire»: egli infatti «supplicò» Dio, fece cioè «una preghiera di intercessione».
Proprio su questo tipo di preghiera si è soffermato il Papa, consapevole che la preghiera «per gli altri, non è facile farla. E ha spiegato che a chi chiede «Per favore, preghi per me che ho questo...», non si può promettere preghiera e risolvere il tutto con «un Padre Nostro e un’Ave Maria» e poi dimenticarsi. «No: se tu dici che vai a pregare per l’altro, la preghiera di intercessione ti coinvolge, come Mosè è coinvolto con il suo popolo». Addirittura Mosè con coraggio — ma, ha detto Francesco, «ci vuole coraggio, eh? Ma la preghiera di intercessione richiede coraggio! Dire in faccia a Dio le cose...» — «rinfresca la memoria a Dio» e obbietta: «Signore, ascolta un po’: si accenderà la tua ira contro il tuo popolo... Tu, che lo hai fatto uscire dalla terra d’Egitto con grande forza e con mano potente»; e gli dice: «Ma tu hai fatto tutto questo, e adesso distruggerai tutto quello che tu hai fatto? Ma, Signore, non va, questo!».
Va innanzitutto notato come Mosè porti delle «argomentazioni». Francesco ha così sintetizzato il discorso fatto al Signore: «Pensa alla brutta figura che Tu farai: perché dovranno dire gli egiziani: “Con malizia li hai fatti uscire per farli perire tra le montagne e farli sparire dalla terra?”», e ancora: «Ma tu sei il Dio della bontà e farai una brutta figura davanti agli egiziani... Eh no, Signore, questo non va!». E cerca di convincerlo. Poi insiste: «Desisti, Signore, dall’ardore della tua ira; abbandona questo proposito di fare del male al tuo popolo». Ovvero: «Non fare questa brutta figura: ricordati che sei stato tu a liberare il popolo». E, come se avesse «paura che le argomentazioni non fossero sufficienti», aggiunge: «Signore, anche ricordati: ricordati di Abramo, di Isacco, di Israele, tuoi servi, ai quali hai giurato per te stesso, hai detto “renderò la vostra posterità numerosa come le stelle del cielo e tutta questa terra di cui ho parlato la darò ai discendenti e la possederanno per sempre”. Ricordati di questo!».
Mosé, ha spiegato il Pontefice, si «appella alla memoria di Dio» e, è importante notarlo, si «coinvolge». Tanto che — è narrato in un altro passo dell’Esodo (32, 32) — dice: «E alla fine, Signore, se Tu vuoi cancellare questo popolo dalla terra, cancella anche me».
Proprio questa è la caratteristica della «preghiera di intercessione: una preghiera che argomenta», che ha il coraggio di dire le cose «in faccia al Signore»; una preghiera che è «paziente». Infatti, ha aggiunto il Papa, «ci vuole pazienza: noi non possiamo promettere a qualcuno di pregare per lui e poi finire la cosa con un Padre Nostro e un’Ave Maria e andarcene. No. Se tu dici di pregare per un altro, devi andare per questa strada. E ci vuole pazienza». Si tratta della «stessa pazienza della cananea»: la donna può infatti anche «sentirsi insultata da Gesù», ma «va avanti, lei vuole arrivare a quello e va avanti». Ed è la stessa pazienza insistente della donna che «che andava dal giudice iniquo e un giorno il giudice si stancò e disse: “Ma a me non importa niente di Dio né degli uomini, ma per togliermi questa sì, farò la cosa”, e ha vinto, ha vinto la vedova». Ci vuole, ha concluso Francesco aggiungendo un altro esempio, «la costanza. La pazienza di andare avanti. La pazienza di quel cieco all’uscita di Gerico: gridava e gridava e gridava, e volevano farlo tacere... Ma gridava! E alla fine, il Signore lo ha sentito e lo ha fatto venire».
Quindi, riassumendo, «per la preghiera di intercessione ci vogliono due cose: coraggio, cioè parresìa, coraggio, e pazienza. Se io voglio che il Signore ascolti qualcosa che gli chiedo, devo andare, e andare, e andare, bussare alla porta, e busso al cuore di Dio», e farlo «perché il mio cuore è coinvolto con quello! Ma se il mio cuore non si coinvolge con quel bisogno, con quella persona per la quale devo pregare, non sarà capace neppure del coraggio e della pazienza».
Naturalmente, ha continuato Francesco, è necessario avere una «grande libertà», come quella che si permette Mosè. Tant’è che si potrebbe pensare: «Ma, Mosè è stato maleducato» nel rifiutare la proposta di Dio. Mosè invece, pur rispettando Dio, non viene meno al «suo amore al popolo. E questo piace a Dio». Accade allora che «quando Dio vede un’anima, una persona che prega e prega e prega per qualcosa, Lui si commuove» e «concede la grazia».
Da tutto questo scaturisce il consiglio per ogni cristiano che si trova in una situazione simile. Sarebbe bene domandarsi: «Quando a me chiedono di aiutare con la preghiera a risolvere un problema, una situazione difficile, un dolore in una famiglia, io mi coinvolgo con quello?». Perché se non si è capaci di coinvolgersi, è meglio dire «la verità» e confessare: «Non posso pregare: dirò soltanto un Padre Nostro». Se invece ci si impegna e si dice «io pregherò», ha suggerito il Pontefice, la «strada della preghiera di intercessione» è ben chiara: «coinvolgiti; lotta; vai avanti; digiuna; pensa a Davide, quando il bambino si ammalò: digiuno, preghiera per ottenere la grazia della guarigione del bambino. Ha lottato con Dio. Non ha potuto vincere, ma il suo cuore era tranquillo: ha giocato la propria vita per il figlio».
Occorre perciò, ha concluso il Papa, chiedere al Signore «la grazia di pregare davanti a Dio con libertà, come figli; di pregare con insistenza, di pregare con pazienza. Ma soprattutto, pregare sapendo che io parlo con mio Padre, e mio Padre mi ascolterà».

martedì 20 marzo 2018

Pesach


LA CENA PASQUALE DELL'EBREO GESÙ


LA CENA PASQUALE DELL'EBREO GESÙ

La città in cui Gesù e i suoi sono arrivati al termine dei loro viaggio, e dove, per la prima volta, Gesù ha assistito a un sacrificio sacro, è ingombra di fedeli giunti da ogni comunità ebraica, anche dall'estero. Scrive Jules Isaac: " ... Vi si ascoltano tutte le lingue; la folla invade tutto, sommerge tutto... ". Un mezzo secolo dopo Cristo, lo storico Flavio Giuseppe parlerà di due o tre milioni di pellegrini. Cifra, anche in questo caso, da non prendersi alla lettera, ma indicante soltanto una folla ingente. Dato che la popolazione di Gerusalemme ammontava allora a 270.000 anime, si può ipotizzare al massimo un numero raddoppiato.
Il che, del resto, rappresentava già un'affluenza enorme. I pellegrini che non avevano potuto trovar posto in case private s'accampavano per le strade o nei dintorni della città. " Cosi, scrive sempre J. Isaac, alla città di pietra se ne affiancava una di tende ".
In un'atmosfera di festa, religiosa e nazionale insieme, gli ebrei riuniti nella loro capitale celebravano un avvenimento decisivo nella loro storia: l'esodo dall'Egitto, e un momento particolarmente importante per il loro culto. La Pasqua celebrata a Gerusalemme rappresenta forse il momento culminante della vita ebraica in Palestina, in cui un'antichissima tradizione veniva ripresa e vivificata dalla fusione di due diverse feste.
" Mio padre era un arameo errante. Egli scese in Egitto, vi stette come un forestiero con poca gente e vi diventò una nazione grande, forte e numerosa ... ".
Questo passo del Deuteronomio (26,5) assilla ancora lo spirito di quanti, all'epoca del secondo Tempio, sono riuniti a Gerusalemme per la Pasqua, come quello di certi ebrei contemporanei.
Ciò sta ad indicare che la Pasqua esisteva già, in forma più pastorale, anche prima della schiavitù in Egitto. In origine si trattava della festa della prima- vera che, al momento dell'equinozio, evocava i giorni della creazione.
Dice Filone l'Ebreo: " In quei giorni, gli elementi della natura furono sceverati per ordinarsi armoniosamente fra di loro. Il cielo fu rivestito di splendore dal sole, dalla luna e dalla traiettoria di tutti gli astri, pianeti e stelle fisse. La terra si è abbellita delle diverse specie di piante, del verde che ricopriva valli e monti; ovunque un suolo fertile e ricco faceva germogliare i fiori. Per ricordare la creazione, ogni anno Dio fa tornare la primavera, e germogliare piante e fiori ".
Nel calendario normale, il mese di Nissan è il settimo dell'anno. Ma a causa del risveglio della natura che vi si produce e del richiamo alla creazione, all'epoca di Gesù, religiosamente parlando, veniva considerato il primo. Mentre quello di Tishri segna il capodanno civile, Nissan marca l'inizio dell'anno religioso. La stessa Bibbia, del resto, lo designa come primo.
La Pasqua, al pari delle altre feste giudaiche, richiama così il ritmo naturale delle stagioni e della vita pastorale condotta da quegli Aramèi nomadi divenuti, dopo la schiavitù d'Egitto e dopo il Sinai, il popolo del monoteismo.
In seguito, la tradizione riuniva le due feste. Da una parte pesah, o la Pasqua propriamente detta, vale a dire la festa del passaggio, evocante la liberazione e la partenza degli Ebrei verso il monte Sion ed il paese di Canaan; dall'altra, hag ha-massot, la festa degli Azzimi, e cioè di quel pane senza lievito di cui si sono nutriti gli Ebrei nella loro precipitosa fuga dall'Egitto. La fusione tra la più remota tradizione pastorale e due avvenimenti memorabili della storia ebraica, permea l'atmosfera festosa che avvolge Gesù e la sua famiglia.
Egli ha dunque assistito ai preparativi della festa. Ha visto l'enorme fiera di bestiame condotto a Gerusalemme dalle colline circostanti e delle spezie portate dalle carovane fin dalla Mesopotamia. Ma, dal mezzogiorno in poi, ogni lavoro è cessato.
La folla si riversa al mercato per far acquisto delle bestie destinate ai sacrifici o al consumo domestico, insieme alle erbe e alle spezie necessarie per il pasto del seder. All'ora terza, la tromba dei leviti annuncia alla città che è venuto il momento d'iniziare i sacrifici.
Come tutti i primogeniti d'Israele, anche Gesù digiuna, per riscattare, con questa astinenza, la morte dei primogeniti d'Egitto, decretata da Dio per costringere il Faraone a lasciar partire il suo popolo.
Fra breve, dopo il sacrificio, anch'egli parteciperà al pranzo pasquale, chiamato in Europa seder, ma che le comunità mediterranee chiamavano della haggadah, dal titolo del racconto fatto dal capo-famiglia durante il suo svolgimento.
In linea di massima, questo pasto rituale si fa in casa. I pellegrini che hanno potuto essere ospitati da famiglie del luogo lo consumano con i loro ospiti; gli altri per strada, nelle piazze o in campagna. " Quando scende la sera, dice Haïm Schauss, migliaia di agnelli vengono arrostiti nei cortili delle case, nelle vie, intorno alle tende. Nessuno è solo a quest'ora, neppure il più povero e derelitto. Padroni e servi, uomini e donne, giovani e vecchi, tutti vestiti a festa, sono oggi eguali e fratelli, adagiati sui cuscini mentre si mesce acqua e vino e circola il piatto con la carne, il pane azzimo e l'erba amara ".
È cosi che Gesù partecipa al suo primo pranzo pasquale a Gerusalemme, cui molti altri faranno seguito.
La cerimonia pasquale sarà infatti evocata sette volte dai Vangeli.
Due volte in quello di Luca: la prima, in occasione appunto del viaggio a Gerusalemme (2,41), la seconda per l'ultima Pasqua ebraica celebrata da Gesù prima della Passione (22,14):
" I suoi genitori si recavano tutti gli anni a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Quando Gesù ebbe dodici anni, vi salirono di nuovo, secondo l'usanza... ecc. ".
" ... Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi prima della mia passione... ".
Matteo parla pure due volte della Pasqua, ma solo dell'ultima celebrata da Gesù. Al c. 26,17, descrive la preparazione della cena pasquale, e cioè del seder, fatta dai discepoli il giorno degli azzimi:
" Il primo giorno degli azzimi, i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero: "Dove vuoi che ti prepariamo per mangiare la Pasqua?"... ecc. ".
Al c. 26,30 si parla invece del " canto dei salmi ", l'insieme dei quali forma lo hallel, uno dei momenti salienti della liturgia pasquale.
Marco, all'inizio del c. 14, evoca pure la Pasqua e la festa degli azzimi celebrata insieme: " ... Mancavano intanto due giorni alla Pasqua e agli Azzimi... ".
E finalmente anche il Vangelo di Giovanni segnala due volte l'avvicinarsi della festa di Pasqua, chiamandola " la festa degli ebrei ", celebrata da Gesù al suo arrivo in Galilea: " Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei... " (6,4); e ancora, dopo la risurrezione di Lazzaro: " ... E molti della regione andarono a Gerusalemme prima della Pasqua per purificarsi... " (11,55).
La festa del risveglio e della liberazione dall'Egitto scandisce dunque la vita di Gesù adolescente, e poi di Gesù missionario, come quella di ogni ebreo.
Le feste pasquali durano sette giorni. I primi due sono interamente festivi, comportando l'interdizione da qualsiasi lavoro o spostamento, autorizzati invece nei quattro seguenti; l'ultimo invece è ancora interamente festivo. Questa suddivisione della settimana pasquale in tre momenti distinti ci fa meglio comprendere l'itinerario del viaggio a Gerusalemme, com'è raccontato nel Vangelo di Luca.
I tre giorni preliminari di cammino terminano proprio la vigilia di Pasqua, nel preciso momento in cui il sacrificio rituale dà inizio alla festa. I due seguenti, e cioè il primo e il secondo del soggiorno a Gerusalemme, corrispondono alle due prime ferie, durante le quali Gesù e i suoi seguono gli uffici sacri nel tempio, e il fanciullo, che si prepara al suo bar-miswah, viene interrogato dai dottori. Nei quattro seguenti, quelli di mezza festa, sempre secondo Luca, avrebbe dovuto aver luogo il ritorno a Nazareth.
In realtà, dopo il primo giorno di cammino, accorgendosi dell'assenza di Gesù, Maria e Giuseppe erano tornati a Gerusalemme, ritrovandolo "dopo tre giorni " nel tempio: il che significa che i quattro di mezza festa previsti per il ritorno li avevano invece trascorsi in città. E trovandovisi, benché Luca non precisi nulla, si può ragionevolmente supporre che vi restassero ormai sino alla fine della settimana.
La liturgia di Pasqua ha inizio la vigilia con il seder che, vent'anni dopo, diverrà per Gesù l'Ultima Cena.
Questo pasto rimane sempre uno dei momenti più caratteristici della religiosità ebraica, uno dei più rivelatori della vocazione di Israele. Apparentemente si tratta di un pasto normale, e i discorsi che vi si fanno, per quanto rituali, non differiscono molto dalle semplici conversazioni familiari.
Tuttavia, nella sua autenticità e nel suo realismo, e mentre sembra considerare Dio stesso come ospite, il seder evoca il carattere sacro del mondo e della vita e la vocazione storica del popolo di Dio.
Prima di servire al loro uso normale, di sostentamento della vita, gli alimenti sono consacrati da benedizioni che ne rilevano la sacralità. Alcuni anzi, in virtù di un simbolismo quanto mai diretto, evocano addirittura le vicissitudini che attendono un popolo destinato a una missione che lo isolerà dal resto del genere umano. Certi momenti della cena, certi gesti, certe parole, richiamano finalmente il grande evento storico: la liberazione dall'Egitto, la traversata del deserto, di cui pesah fa memoria, o meglio che riattualizza di volta in volta.
Tutto questo crea un'atmosfera semplice e coinvolgente insieme, caratteristica della religiosità ebraica, e che, al tempo di Gesù, la distingueva indubbiamente da quella degli occupanti pagani. L'intervento di Dio nella storia si compie sempre con mezzi naturali. I miracoli, se ve ne sono, si verificano senza sconvolgere le leggi di natura, solo inserendovisi nel punto preciso in cui queste leggi parrebbero esitare sul corso da prendere. Il miracolo, segno di Dio, può influenzare l'ordine del suo universo, ma non contraddirlo.
La cena pasquale inizia normalmente. Prendendo posto a tavola, il capo-famiglia pronuncia la benedizione rituale sul vino, di cui i commensali bevono un primo sorso. Altre tre coppe circoleranno durante la cena: ognuno di questi gesti ha un senso particolare ed è preceduto da una speciale benedizione.
La prima coppa si riferisce al qiddush (santificazione della festa); la seconda alla haggadah (la liberazione dall'Egitto); la terza accompagna l'azione di grazie al termine del pasto; la quarta, finalmente, è quella dello hallel, i salmi di lode che concludono la cerimonia domestica di questa sera predestinata, significativa per tanti aspetti del nostro destino...
"... leverò la coppa della liberazione e invocherò il Nome dell'Eterno ... " (Sal 116).
La tradizione mette infatti in rapporto l'uso delle quattro coppe alle quattro espressioni adoperate dalla Torah al momento della promessa fatta da Dio a Mosé, di liberare Israele dalla schiavitù (Es 6,6-7):
" lo vi farò uscire dal paese d'Egitto, vi libererò dalla schiavitù, vi salverò con il braccio teso, vi prenderò come mio popolo ".
Poi, cerfoglio e prezzemolo vengono intinti nell'acqua salata o nell'aceto dicendo: " Benedetto Colui che ha creato i frutti della terra ": è un primo richiamo alle amarezze della vita, tanto spesso sperimentate da Israele.
Viene quindi diviso tra i commensali il pane azzimo, riservandone una piccola porzione che, avvolta in un panno, sarà consumata alla fine del pasto, insieme alla frutta.
Se questi semplici gesti preliminari non hanno nulla che evidenzi la singolare solennità di quel pasto preso in comune, la conversazione rituale che vi fa seguito - la haggadah - evocherà il grande evento storico di cui la Pasqua fa memoria. Il capo-famiglia assume allora il ruolo di cronista, mentre al più giovane dei presenti - il " fanciullo saggio " - spetta rivolgere le domande che dovrebbero esprimere il suo stupore giovanile. Così, la cena pasquale diventa una cerimonia domestica intesa alla formazione religiosa dei giovani. Con i mezzi più semplici, e senz'ombra di enfasi, la haggadah raggiunge spesso il sublime.
Il padre di famiglia inizia il dialogo rituale mostrando ai commensali un Pezzo di pane azzimo e dicendo:
" Ecco il pane di miseria che i nostri padri hanno mangiato nel paese d'Egitto. Chi ha fame venga e mangi: chi ha bisogno venga e faccia pasqua. Quest'anno da schiavi, l'anno venturo da uomini liberi ".
A questo punto il più giovane della famiglia domanda:
" Perché questa notte è diversa dalle altre? perché gli altri giorni Possiamo mangiare pane azzimo o pane lievitato, come vogliamo, e stanotte invece solo pane azzimo? perché le altre sere mangiamo ogni specie di verdure, e stanotte soltanto erbe amare? perché le altre sere non intingiamo nulla nel vino, e stanotte invece lo facciamo due volte? perché le altre sere mangiamo seduti o appoggiati, e stasera invece solo appoggiati?
Il Padre risponde allora evocando la liberazione dall’Egitto, secondo il racconto dell'Esodo (12,1 ss.): " Noi siamo stati schiavi del Faraone d'Egitto, e l'Eterno nostro Padre ci ha liberati da quella servitù con mano Potente e braccio teso ... ecc; ".
Al termine della narrazione, il padre alza la coppa e conclude.
" ... Ed è questa promessa che ci ha sostenuto, noi e i nostri padri! Poiché non un solo nemico ha tentato di sterminarci, ma molti l’hanno fatto. Il Santo però - benedetto sia! - ci salva dalle loro mani ".
Qui, ai giorni nostri, viene dialogato tra i commensali un canto dall'incerta origine, detto il Dayenu (" Ci sarebbe bastato "). L'ufficiante enumera, di strofa in strofa, le gesta di Dio in favore del suo popolo, e i commensali rispondono ogni volta " dayenu ", " ci sarebbe bastato ":

Di quanti prodigi ci ha ricolmati Iddio!

Se ci avesse tratti dall'Egitto 
senza giudicare gli egiziani ...
dayenu!
Se avesse colpito a morte i loro primogeniti 
senza consegnarci i loro beni ...
dayenu!
Se ci avesse consegnato i loro beni 
senza aprire il mare dinanzi a noi ...
dayenu!

Se avesse aperto il mare dinanzi a noi 
senza farcelo attraversare a piede secco ...
dayenu!

Se avesse sommerso i nostri nemici 
senza provvedere per quarant'anni al nostro sostentamento nel deserto ...
dayenu!

Se avesse provveduto al nostro sostentamento 
nel deserto senza nutrirci di manna ...
dayenu!

Se ci avesse nutriti di manna 
senza concederci il riposo del sabato ...
dayenu!

Se ci avesse concesso il riposo del sabato 
senza condurci ai piedi del monte Sion ...
dayenu!

Se ci avesse condotto ai piedi del monte Sion 
senza darci la Legge ...
dayenu!

Se ci avesse dato la Legge 
senza introdurci nel paese d'Israele ...
dayenu!

Se ci avesse introdotto nel paese d'Israele 
senza erigere per noi la Casa d'elezione Tempio) ...
dayenu!
Come dobbiamo dunque rendere grazie a Dio per i tanti favori che ci ha elargiti!

Dopo varie spiegazioni e commenti biblici intorno all'agnello pasquale, al pane azzimo e alle erbe amare, il capo-famiglia pronunzia l'affermazione solenne, uno dei momenti culminanti del seder
" Di generazione in generazione, ognuno di noi ha il dovere di considerarsi come se fosse stato personalmente liberato dalla schiavitù d'Egitto. È scritto infatti: Tu darai questa spiegazione a tuo figlio: è a questo fine che l'Eterno ha agito in mio favore quando mi fece uscire dall'Egitto (Es 13,8). Non i nostri padri soltanto sono stati liberati, ma anche noi lo fummo. il Santo - benedetto sia! - ci ha liberati con loro, com'è scritto: Egli ci fece uscire dall'Egitto Per condurci qui e darci il paese promesso ai padri nostri (Dt 6,23).
Noi abbiamo dunque il dovere di ringraziare, cantare, lodare, glorificare, esaltare, celebrare, benedire, magnificare e onorare Colui che per noi e per i padri nostri ha compiuto tutti questi prodigi. Ci ha condotti dalla schiavitù alla libertà, dalla desolazione alla gioia, dal lutto alla festa, dalle tenebre alla luce, dalla servitù alla salvezza. Cantiamo a Lui un cantico nuovo, alleluja! " -
Termina cosi la prima parte del seder. Viene Poi servito il pranzo. accompagnato dalle solite benedizioni sul vino e sulle abluzioni delle mani, più quelle sul pane azzimo e sulle erbe amare. Si beve quindi la terza coppa di vino, appoggiati sul gomito sinistro (atteggiamento padronale rispetto a quello degli schiavi). Viene riempita di vino anche la coppa destinata al profeta Elia, e aperta la porta per permettere sia all'inviato di Dio, sia al povero che passa, di entrare e condividere la mensa.
Finalmente, dopo la recitazione dei salmi di lode, viene letta la preghiera di adorazione già ricordata (nishmat kol haj).
La cerimonia si conclude bevendo la quarta coppa. Al seder propriamente detto fanno seguito la lettura di alcuni passi biblici e qualche canto, il più popolare dei quali è il Chad Gadyà, o Canto del capretto. Composto in aramaico, lingua usata in Palestina al tempo di Gesù, questa filastrocca popolare è stata redatta molto tempo dopo l’epoca del secondo Tempio.
Questo canto popolare è anche un'esaltazione della vita, dimostrando che chiunque l’insidia finisce per essere distrutto. Ed è inoltre un'allegoria della storia universale: i vari impèri che si sono contesi il dominio del mondo attraverso i secoli, e che tanto spesso hanno tentato di asservire o distruggere Israele, finiscono per essere essi stessi annientati: mentre il più debole - raffigurato dal capretto - sussisterà sempre.
" Il capretto comprato da mio padre per due denari..." simboleggia infatti il popolo di Israele, che Dio si è aggiudicato con le due Tavole della Legge.
L'indomani, Maria, Giuseppe e Gesù partecipano all'ufficio del primo giorno di Pasqua.
Al pari di ogni festa ebraica, quest'ufficio riprende le preghiere sinagogali di ogni sabato, con l'aggiunta di testi speciali.
In questo primo rito cui assiste nel Tempio, durante una cerimonia che indubbiamente lo esalta e lo turba insieme, Gesù è forse particolarmente colpito da certe frasi che, come attestano i vangeli, affioriranno poi nella sua predicazione.
Nella 'amidah, ad esempio, potrebbe ritenere in particolare l'annuncio della liberazione messianica: " Tu manderai alla tua posterità un redentore, in nome del tuo amore e della tua gloria ".
Altre benedizioni presentano temi che egli ripeterà pure un giorno, come quello che esalta l'umiltà: " Benedetto sii tu che domini gli arroganti ", o quello che canta la misericordia di Dio verso i diseredati: " Benedetto Iddio che riveste gli ignudi! ".
Nella preghiera di Mosé, uomo di Dio, vi sono parole applicate agli idolatri, che Gesù riprenderà in senso metaforico per designare gli increduli: "Hanno bocche e non parlano, occhi e non vedono, orecchi e non odono... " Ascolta inoltre un salmo (1 15) che più tardi ispirerà l'inizio del Padre nostro: " Non a noi, Signore, ma a te solo sia gloria! ".
Nell'inno di Davide, finalmente, ricorre un'espressione, del resto abituale nei testi profetici, specie in Ezechiele, che, esaltata e trasfigurata, echeggerà spesso nella predicazione di Gesù: " Il Figlio dell'Uomo ". Indicante inizialmente la comune condizione umana, nei vangeli diverrà sinonimo del Messia, o addirittura di Dio medesimo.
Nel corso di questo primo ufficio pasquale, vanno dunque delineandosi certi temi d'ispirazione, certi termini di vocabolario, che saranno domani quelli di Gesù.
Lo svolgimento del rito conduce all'evocazione storica della libertà riconquistata e dell'intervento di Dio nella liberazione di Israele. Dopo le prime benedizioni, l'ufficio si orienta dunque verso il suo particolare oggetto, celebrato da Mosé nel Cantico del Mar Rosso (Es 1 5): " lo canterò all'Eterno, che si è mostrato grande e misericordioso: ha precipitato in mare cavallo e cavaliere... " ecc.
Segue, come in ogni ufficio ebraico, la lettura della torah. La parashah del primo giorno di Pasqua è tratta dai capitoli dell'Esodo che ricordano l'uscita dall'Egitto (c. 12). La lettura seguente, la haftarah, è presa dal profeta Giosué (3,5 ss). Eccone il punto culminante:
" Giosué disse al popolo: "Santificatevi, perché domani il Signore compirà meraviglie in mezzo a voi". Poi disse ai sacerdoti: "Portate l'Arca dell'Alleanza e passate davanti al popolo... ". E l'Eterno disse a Giosué: "Oggi stesso comincerò a glorificarti agli occhi di tutto Israele: perché sappiano che, come sono stato con Mosé, così sarò ora con te" ".
La storia è dunque sempre presente e viva in questo ufficio di Pasqua, come in tutte le feste di Israele: la storia, il cui flusso è perenne, ma che per un ebreo del tempo di Gesù - e per Gesù stesso - costituisce il fondamento di ogni azione sacra.
Durante la settimana pasquale, un'altra haftarah evoca uno dei tempi più impressionanti del messaggio profetico: la visione di Ezechiele (Ez 31,1-14): " La mano del Signore fu sopra di me, e il Signore mi portò fuori in spirito, e mi depose nella pianura che era piena di ossa aride... " ecc.
Malgrado la pompa, che indubbiamente lo stupisce, la cerimonia di Pasqua dà a Gesù l'impressione di un equilibrio raggiunto fra cielo e terra: l'annuncio della vita avvenire e l'esaltazione di quella terrena. Al momento della lettura della Legge si proclama:
"Comunicaci la tua santità, perché possiamo ottenere, oltre a una vita felice quaggiù. La beatitudine eterna in quella futura…".
Quasi contemporaneamente vengono recitati gli ultimi versetti del Salmo 115: "Non sono i morti che lodano il Signore, né coloro che discendono nella fossa: ma noi, i vivi, diamo lode al Signore, ora e sempre. Alleluia!"

1 Tratto da: R. Aron, Così pregava l'ebreo Gesù, Marietti, 1992