venerdì 6 aprile 2018

08 APRILE 2018 - 2A DOMENICA DI PASQUA O DELLA DIVINA MISERICORDIA - B | LECTIO DIVINA


08 APRILE 2018   - 2A DOMENICA DI PASQUA O DELLA DIVINA MISERICORDIA -  B |  LECTIO DIVINA

"Se non vedo... non crederò"
Tentando una lettura d'insieme dei brani liturgici di questa seconda Domenica di Pasqua, ho l'impressione che essi vogliano metterci sott'occhio alcuni di quelli che io chiamerei i "frutti" o i "doni" del Cristo risorto, che ormai è costituito nella "pienezza" definitiva della sua gloria e della sua potenza.
Questo è evidente nel brano di Vangelo: basti pensare al "dono" dello Spirito che il Risorto fa agli apostoli, oppure al "dono" della pace che egli non solo augura, ma realizza e compie in loro. Ma è evidente anche nelle prime due letture, che pur sembrerebbero piuttosto lontane da questa tematica del "dono".
"La moltitudine dei credenti aveva un cuore solo e un'anima sola"
Si prenda, ad esempio, la prima lettura che ci riporta il secondo di quei caratteristici "sommari", che san Luca adopera nel libro degli Atti per creare un quadro, o un "clima" di vita, sia pure "idealizzato", che egli intende proporre ai suoi lettori per provocarli ad una realizzazione piena del messaggio cristiano, anche nelle sue conseguenze sociali. "La moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuore solo e un'anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune... Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano..." (vv. 32.34-35).
Tutto questo, però, è presentato come frutto della "fede" nel Cristo risorto: infatti, aderendo a lui, il cristiano non solo viene a trovarsi "in comunione" con tutti i fratelli, ma scopre in se stesso le forze come di una vita "nuova", quella appunto che è adombrata e realizzata dalla risurrezione del Signore, la quale gli consente di avviarsi ad una esperienza di amore e di fraternità, che il normale gioco degli egoismi umani non riuscirà mai né a stimolare né a favorire. È per questo che il brano si apre con quella bellissima espressione: "La moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuore solo e un'anima sola" (v. 32).
È dunque la "fede" che fonde insieme i cristiani, fin quasi a farne una unica persona o, come si dice anche più efficacemente, "un cuore solo e un'anima sola" (v. 32). E la "fede" nasce e si alimenta soprattutto attorno alla risurrezione del Signore, come si dice esplicitamente a metà del brano: "Con grande forza gli apostoli rendevano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù" (v. 33)

"Chiunque crede che Gesù è il Cristo, è nato da Dio"
Nella seconda lettura (1 Gv 5,1-6) direi che abbiamo, in forma diversa, la stessa tematica della prima: e cioè il dovere di "amare" in forma concreta il nostro prossimo, come fondamentale esigenza della nostra fede nel Cristo risorto. La "comunione" (= koinonía), che la fede ci fa instaurare con Cristo, deve coinvolgere anche i nostri rapporti con i fratelli: "Chiunque crede che Gesù è il Cristo, è nato da Dio; e chi ama colui che ha generato (cioè Dio), ama anche chi da lui è stato generato (cioè i fratelli)" (5,1). La frase è particolarmente forte, perché ci fa vedere come identico sia l'amore che dobbiamo portare a Dio e ai "figli di Dio": l'amore che portiamo al nostro prossimo è come un "amore di famiglia"!
La frase conclusiva, poi, ci riporta in pieno clima "pasquale": il riferimento a Cristo, che "è venuto con acqua e sangue" (5,6), allude quasi certamente all'acqua e al sangue che fluirono dal costato di Gesù, quando fu aperto dalla lancia del centurione romano, e che ora operano salvezza nei sacramenti del battesimo (acqua) e dell'eucaristia (sangue) come frutto del Cristo ritornato a vita nuova nella risurrezione.

"Mostrò loro le mani e il costato"
Ma è soprattutto nel brano del Vangelo che i "frutti" della risurrezione sono anche meglio messi in evidenza: la stessa incredulità di Tommaso, che a prima vista sembrerebbe un gesto di rifiuto del dono, risulta, in ultima analisi, essa pure, un "dono" offerto alla fragilità della nostra fede e un invito a cercare al di fuori della "verificabilità" materiale la saldezza del nostro credere: "Beati quelli che, pur non avendo visto, crederanno" (v. 29).
Strutturalmente il brano si divide in quattro parti, tra loro intimamente connesse: 1) apparizione di Gesù il giorno stesso di Pasqua agli apostoli e conferimento del potere di "rimettere" i peccati nella potenza dello Spirito (Gv 20,19-23); 2) incredulità di Tommaso al racconto dell'apparizione di Gesù, fatto dagli altri apostoli: "Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi... non crederò" (vv. 24-25); 3) nuova apparizione di Gesù dopo otto giorni e confessione di fede di Tommaso: "Mio Signore e mio Dio!" (vv. 26-29); 4) conclusione del Vangelo di Giovanni e scopo del suo scritto: "Perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome" (vv. 30-31).
Tenendo presente questa inquadratura del brano, cerchiamo di afferrarne il significato fondamentale in collegamento con quanto precedentemente accennato.
E, prima di tutto, vorrei far notare come in tutta la sequenza narrativa l'evangelista sia interessato a mettere in evidenza l'"identità" del Cristo risorto con il Gesù pre-pasquale, come oggi si dice. Tutto questo è affermato al v. 20: "Detto questo, mostrò loro le mani e il costato". Nell'apparizione a Tommaso, che esigeva, per credere, la verifica del "vedere" e del "toccare" (v. 25), ritorna lo stesso tema: "Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani: stendi la tua mano, e mettila nel mio costato" (v. 27). Tutto questo provoca, per un verso, la "gioia" degli apostoli (v. 20) e, per un altro, la fede di Tommaso.
D'altra parte, l'evangelista tiene anche a sottolineare la "diversità" del corpo del Cristo risorto: egli, infatti, entra "a porte chiuse" nel cenacolo (vv. 19-26). La risurrezione perciò deve aver conferito a Gesù "un nuovo" modo di essere e di operare, collocandolo nella pienezza della sua vita nuova e dei suoi "poteri".
Questo offrirsi ai suoi apostoli, da parte di Gesù, come "identico" e "diverso" nello stesso tempo, mi sembra il "dono" fondamentale che egli fa a loro e, in loro, a tutti gli uomini.
Ciò significa che non è annullata o interrotta l'esperienza di amore e di amicizia che gli apostoli avevano fatto di lui per tutto il periodo che avevano vissuto insieme in terra di Palestina: adesso, però, quella esperienza si dilata e si interiorizza, penetra il profondo dell'anima, afferra tutto l'uomo e gli dà sicurezza e gioia imperturbabile. Gesù è il "Signore" che ha vinto definitivamente Satana e anche la morte: i suoi apostoli non hanno che da affidarsi all'Amico e al Maestro di sempre, che però adesso è costituito nella pienezza della sua "potenza", per essere loro stessi "vittoriosi" in tutte le situazioni della vita.
È questo che dà un senso nuovo alla loro fede e ai loro rapporti con Gesù, perché di fatti il Risorto non tiene estranei i suoi discepoli dalla nuova situazione in cui la "potenza" del Padre lo ha posto, ma ve li associa in pieno.

"Come il Padre ha mandato me, anch'io mando voi"
Ecco allora il senso della "missione" che affida loro proprio in questa prima apparizione di Pasqua: "Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch'io mando voi" (v. 21). Non si precisa dove e a chi gli apostoli siano "mandati", come avviene invece in Matteo (28,18) e in Marco (16,15). Ma l'indeterminatezza è già di per sé eloquente: l'apertura della missione è senza confini!
Quello che importa è che tale "missione" si radica in quella stessa del Figlio: "Come il Padre ha mandato me...". L'avverbio kathós (= come) ricorre frequentemente in san Giovanni, ed esprime similitudine e causalità nello stesso tempo. Nel contesto, perciò, si vuol dire allora che nella "missione" degli apostoli continua la stessa missione salvifica di Cristo: per l'opera degli apostoli la salvezza arriverà a tutti gli uomini! Al tempo di Cristo succederà il "tempo della Chiesa", che vive anch'essa ed opera nella luce e nella potenza della risurrezione.
Un esempio concreto di questa capacità di salvezza, che da Cristo passa alla sua Chiesa, l'abbiamo nel "potere" che egli conferisce agli apostoli di "rimettere" o di "ritenere" i peccati: "A chi rimetterete i peccati saranno rimessi, e a chi non li rimetterete resteranno non rimessi" (v. 23).
Che senso ha questa espressione? Possiamo intenderla del semplice mandato di "predicare" la remissione dei peccati, come dicono i protestanti, oppure contiene qualcosa di diverso e di più profondo?

"Ricevete lo Spirito Santo"
Noi pensiamo che da tutto il contesto si esiga un autentico "potere" di "assolvere" dai peccati, o di "non assolvere", e perciò di reintrodurre, o meno, chiunque abbia peccato nella pienezza di vita della Chiesa. Altrimenti, avremmo un doppione con la "missione" precedente, che certamente già include il mandato della "predicazione" salvifica; e soprattutto non ci spiegheremmo il gesto solenne compiuto da Cristo prima di pronunciare le parole sulla "remissione" dei peccati: "Dopo aver detto questo, alitò su di loro e disse..." (v. 22).
Il gesto di "alitare" è un gesto simbolico ben conosciuto nell'Antico Testamento, ed esprime l'idea di una "creazione" rinnovata. Viene usato per la formazione di Adamo (Gn 2,7) e nella grande visione del capitolo 37 di Ezechiele: "Dice il Signore Dio: Spirito, vieni dai quattro venti e soffia su questi morti, perché rivivano..." (Ez 37,9).
Collegato con il gesto del "soffiare", come già emerge dal testo di Ezechiele, è il riferimento al dono dello "Spirito", che Gesù subito dopo annuncia come frutto della sua risurrezione: "Ricevete lo Spirito Santo: a chi rimetterete i peccati saranno rimessi..." (vv. 22-23). Lo Spirito Santo viene dunque dal "soffio" del Cristo morto e risorto (in ebraico lo stesso termine, rùach, esprime "spirito" e "soffio"): quel "soffio" che Gesù esalò sulla croce e che gli esegeti tendono a identificare con lo Spirito Santo. Essi, infatti, si orientano sempre più a tradurre Giovanni 19,30 nel modo seguente: "Ed egli, chinato il capo, rese (cioè donò) lo Spirito".
Proprio perché "dono" della morte e risurrezione del Signore, lo Spirito abilita gli apostoli a "rimettere" i "peccati" che, in quanto frutto di morte e del "signore della morte" che è Satana, ci estraniano dalla partecipazione al mistero della redenzione operata dal Cristo morto e risorto per noi. È evidente in questo senso la dimensione "pasquale" del sacramento della riconciliazione: esso è per ognuno di noi, in forza dello Spirito che Cristo ha comunicato alla sua Chiesa, come un "risorgere dai morti" con la volontà di camminare ormai "in novità di vita" (Rm 6,4).

"Mio Signore e mio Dio!"
La scena successiva, che ci descrive l'incredulità di Tommaso davanti alla testimonianza degli altri apostoli, è molto significativa sul piano dell'itinerario di fede: "Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò" (v. 25).
Tommaso pretende di costatare di persona: per lui il "credere" coincide con il "vedere" materialmente inteso! È qui tutto il suo equivoco: il "credere", invece, trascende il materiale "vedere", perché è un vedere "in profondità", là dove l'aiuto dei sensi o della stessa intelligenza, anche la più acuta, non serve a nulla. Solo chi si affida alla "luce" che viene da Dio, è capace di "vedere" quello che gli occhi materiali non riusciranno mai a vedere!
È quello che Tommaso finalmente riuscirà ad intendere quando Cristo, prendendolo in parola, gli apparirà otto giorni dopo, insieme agli altri, e gli mostrerà le mani e il costato: "Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente" (v. 27). Allora egli esclamerà: "Mio Signore e mio Dio!" (v. 28), facendo in tal modo la più perfetta professione di fede in Gesù, che probabilmente riproduce un'antica acclamazione di fede in uso nella Liturgia primitiva.
Però la confessione di Tommaso, pur essendo altissima, non ha tutto il merito che avrebbe potuto avere se fosse stata più "arrischiata", cioè non legata alla "prova". Per questo Gesù gli dice, in senso di rimprovero: "Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che, pur non avendo visto, crederanno" (v. 29).

"Queste cose sono state scritte perché crediate"
In questa condizione più fortunata, cioè quella di "credere" senza aver veduto, si trovavano i lettori del Vangelo di Giovanni e ci troviamo anche noi, ai quali egli dice ora lo scopo per cui ha scritto il suo libro: "Molti altri segni fece Gesù in presenza dei suoi discepoli, ma non sono stati scritti in questo libro. Questi sono stati scritti, perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome" (vv. 30-31).
Pur essendo la conclusione di tutto il Vangelo, questi ultimi versetti sono intimamente legati al racconto dell'apparizione del Risorto a Tommaso e alla "beatitudine" di coloro che "credono" anche "senza aver visto". Con il suo scritto Giovanni ha inteso offrirci la sua "testimonianza" apostolica, fidandoci della quale, a differenza di Tommaso, noi possiamo e dobbiamo "credere".

Da: CIPRIANI S

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