venerdì 13 aprile 2018

III DOMENICA DI PASQUA – ANNO B - OMELIA


III DOMENICA DI PASQUA – ANNO B

Lc 24,35-48

Congregatio pro Clericis

Ancora una volta Gesù rimanda ai segni della passione, le sue mani e i suoi piedi sono la testimonianza che l’amore di Dio Padre è l’unica realtà indistruttibile. La sua relazione fedele è l’unica che non si riesce a sopraffare o troncare, perciò entrare nell’amore del Padre significa entrare nella eterna memoria. Il mistero pasquale si è consumato quando il Figlio di Dio ha vissuto la sua umanità come dono di sé, e consegnando il suo respiro al Padre l’ha passato a tutta l’umanità che in questo stesso respiro è a sua volta consegnata al Padre, al suo amore eterno.
C’è una pedagogia di Cristo nei quaranta giorni delle apparizioni: nella Bibbia il numero quaranta segna il tempo dell’apprendimento e della conoscenza nel discernimento. Lui appare in questo modo fisico della prima creazione facendo vedere che questa umanità non è più rinchiusa nelle leggi di questa creazione. La vita vissuta nella sua corporeità umana come amore del Figlio, attraverso il sacrificio totale che è la morte sulla croce fa entrare tutta la sua umanità nella memoria eterna del Padre, perché vissuta integralmente nell’amore filiale. Perciò è evidente che ciò che Cristo faceva nell’arco della sua vita in comunione con gli altri viene custodito nella vita definitiva e perciò appare in questo mondo. Cristo che mangia con gli apostoli fa vedere i due registri della vita, ciò che qui viene vissuto nell’amore è già compiuto nel Regno ed è con Cristo nascosto in Dio. E quando apparirà Cristo nella sua gloria definitiva del Regno di Dio apparirà tutta la nostra realtà vissuta in Lui (cf Col 3,4).
Perciò Cristo fa vedere ai discepoli una nuova qualità della vita della sua umanità. Attraverso la pasqua, attraverso l’offerta di sé stesso, si compie una nuova generazione dell’umanità. Un’umanità che ha la possibilità di essere completamente filiale, totalmente in comunione con il Padre così come è per Cristo che perciò esiste in modo nuovo, quello comunionale, “in mezzo a loro” (cf Gv 1,14; 20, 19.26). È l’umanità di Cristo risorto. Perciò appare per insegnar loro ad abituarsi a non cercarlo più come un individuo nel quale abita qualche cosa di divino, ma come divino umanità pasquale, un’umanità resa veramente filiale, che perciò può vivere da risorta.
Per questo apre la loro mente all’intelligenza delle Scritture. Si possono comprendere solo a partire dalla resurrezione.  Non si tratta di una comprensione semplicemente intellettuale, con l’aiuto di una qualsiasi tecnica della conoscenza dell’interpretazione. Le Scritture contengono il Verbo che ora si è manifestato come Figlio di Dio, vero uomo, perciò la chiave di comprensione è una Persona e non semplicemente un testo. Per questo ci vuole un’intelligenza relazionale, un’intelligenza agapica che infatti ci viene donata attraverso lo Spirito Santo. Aprire la mente all’intelligenza delle Scritture diventa l’ultimo gesto della redenzione che poi sarà portata avanti dallo Spirito Santo a ricordare tutto ciò che Lui ha compiuto e insegnato (cf Gv 14,26; 16,13).
 Questa è la vera anamnesis, l’eterna memoria che nella divino umanità di Cristo ci apre l’accesso alla visione del Padre che è il disegno di ricapitolare in Lui tutte le cose, quelle del cielo e quelle della terra (cf Ef 3,10).
Il peccato ha in qualche modo sigillato la possibilità di leggere, di conoscere questa visione chiudendo l’uomo dentro le sue coordinate che pretendono di farlo come Dio e lo privano perciò di quella visione di tuttunità che appartiene solo al Padre e alla quale noi possiamo accedere solo in Cristo, a partire da una relazione filiale con il Padre. Con la mentalità del peccato l’uomo è pronto e capace di inventare metodi di conoscenza, di studio, di interpretazione ma non riesce a cogliere la logica relazionale, quella ecclesiale, uno nell’altro. Non si capisce dunque la Scrittura, ossia il senso della nostra esistenza in Dio senza una relazione con Cristo, Figlio del Padre. Anzi trovandoci in Lui, che nella sua umanità è il senso e il compimento di tutta la Scrittura.
Noi nelle cose che ci capitano ogni giorno vogliamo immediatamente dare un’interpretazione, sempre, perché questa è la nostra forma mentis, ma non teniamo conto che l’unico luogo dove le cose acquistano il loro nome, l’unico luogo dove trova senso tutto ciò che accade è il sacramento, la liturgia: solo qui le cose vengono di nuovo nominate come sono, perché c’è una sinergia tra la Parola, lo Spirito e il creato. Nella liturgia si dice e la parola è immediatamente l’evento (ti siano perdonati i peccati e i peccati sono perdonati). Non solo. La Parola che ascoltiamo all’inizio della liturgia del sacramento dell’eucaristia e che nell’omelia cerchiamo di far vedere come si possa realizzare, diventa pienamente realizzata attraverso il pane e il vino da noi offerti. Infatti i vangeli pasquali ci riportano continuamente all’incontro con Cristo che mangia insieme ai suoi. L’eucaristia è la realizzazione della parola incarnata e noi ci cibiamo di essa alla comunione. E l’uomo diventa ciò che mangia.
Non si tratta dunque di capire la parola come una specie di programma di vita che poi tocca a noi realizzare, ma è la Parola stessa che è teurgica, e che chiede di realizzarsi nella nostra vita essendo accolta. Il Cristo post pasquale chiude ogni porta a una possibile interpretazione ideologica o moralista della fede in Lui. 

P. Marko Ivan Rupnik

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