mercoledì 11 aprile 2018

LA CHIESA DOCENTE di Mons. Gianfranco Ravasi


IL MAESTRO NELLA BIBBIA di Mons. Gianfranco Ravasi

Atti del Seminario internazionale
su "Gesù, il Maestro"
(Ariccia, 14-24 ottobre 1996) 

III. La chiesa docente

La Chiesa è docente per un impegno obbligatorio che Cristo le ha lasciato. Il testo capitale è in Mt 28,19-20, in particolare il versetto 20. Siamo di fronte al grande saluto, al testamento che Cristo risorto lascia alla sua Chiesa: «Andate dunque, mathetéusate (si noti la radice, del discepolo: mathetès), fate discepoli, pànta tà éthne»: tutti i popoli, tutte le nazioni. "Fate discepoli", non "ammaestrate" soltanto; non soltanto "insegnate", ma "fate discepoli". Come? «Didàskontes», cioè «insegnando», divenendo maestri. La Chiesa ha una funzione magisteriale. Tutti i discepoli hanno una funzione magisteriale.
E qual è l’oggetto dell’insegnamento? «A osservare tutto ciò che vi ho comandato». Dunque non devo insegnare solo un aspetto del messaggio di Cristo, un aspetto dolce o severo; devo insegnare tutto il vangelo, che è lievito, sale e seme. Come diceva Bernanos: «Cristo non ci ha mandato perché fossimo il miele della terra, ma il sale della terra». Il sale è aspro. «Cristo», continuava lo scrittore francese, «ci ha messo in mano una parola che è incandescente come un ferro. Non è possibile non scottarsi».
Che cosa ha fatto la Chiesa delle origini, così come noi la vediamo dal Nuovo Testamento? Consideriamo brevemente qualche spunto.
1. In At 2,42 (uno dei famosi sommari di Luca) si ha il ritratto della Chiesa di Gerusalemme, retta da quattro "colonne", che possiamo così elencare:
a) L’insegnamento, la didakè tòn apostòlon. «Io – dice Paolo (1Co 1,17) in modo paradossale – non sono stato mandato a battezzare, ma a insegnare». Prima c’è l’annuncio. «Se non c’è chi annuncia come potranno credere?» (Rm 10,14), come potranno seguire i sacramenti? Purtroppo tante volte noi ci siamo quasi acquietati nell’esercizio sacramentale, dimenticando che il primato assoluto è quello dell’annuncio. Senza l’annuncio il sacramento è magia. E quante volte nelle nostre chiese si celebrano soprattutto dei riti, in cui la grazia di Dio certo arriva generosamente, ma non si ha quello che il sacramento vuole, perché il sacramento è dialogo, non è magia. Manca, infatti, la risposta dell’uomo, l’opus operantis. Ecco allora l’importanza dell’annuncio: didakè tòn apostòlon.
b) La koinonìa: la condivisione, che è come il grembo dell’amore. Non c’è ancora il sacramento, ma la Parola genera una fraternità, una comunione d’amore. E Paolo su questo è categorico (1Co 11): se non c’è la koinonìa fraterna, non si celebra l’Eucaristia. Se dovessimo applicare questo rigore nelle nostre comunità, dovremmo fare quasi sempre soltanto la liturgia della Parola... Perché la pienezza dell’Eucaristia è solo dopo che c’è la koinonìa.
c) La klàsis toù àrtou, cioè la frazione del pane. Ecco l’Eucaristia.
d) Le preghiere comunitarie, cioè tutta la vita spirituale della comunità.
Questo ritratto è importante, per riuscire a capire anche l’ordine dei valori: didakè, koinonìa, eucaristia, spiritualità. Per questo si dice in At 5,21: «Entrati nel tempio, si misero a insegnare»; e in At 5,42: «Non cessavano di insegnare e di portare il vangelo: che Gesù è il Signore». Ecco l’annuncio: Gesù è il Signore, è il Cristo che noi annunciamo, è il regno.
E ancora, qual è il compito, l’eredità che noi riceviamo da Cristo che sta per ascendere al cielo? Che cosa lascia alla sua Chiesa? Che la Chiesa predichi a tutte le genti «la conversione e il perdono dei peccati» (Lc 24,47). Due realtà inscindibili, o una sola realtà sotto un duplice aspetto: di giustizia e di amore. La conversione, mutamento profondo nell’esistenza, una "torsione della mente e della vita" (Karl Barth) e poi il perdono dei peccati. Le due cose non si scindono. Le rappresentava in maniera veramente illuminante Pascal, immaginando un dialogo tra Dio e l’anima. Dio dice all’anima: «Se tu conoscessi i tuoi peccati, tu ti dispereresti...». Allora l’anima replica: «Se tu mi illumini con la tua Parola, mi dispererò ». Ma Dio risponde: «Tu non ti dispererai, perché i tuoi peccati ti saranno rivelati nel momento stesso in cui ti saranno perdonati». Quindi, conversione e perdono sono contemporanei: delitto, castigo e perdono, questa è la logica dell’annunzio biblico.
2. Le donne. È vero che nel Nuovo Testamento c’è tutto il peso e il condizionamento della storia: il fatto, per esempio, che la donna "deve tacere" nelle assemblee (cf 1Co 14,34). Tuttavia Paolo, concludendo la lettera ai Romani (16,7), parla di donne che sono apòstolos: c’è una Giunia che viene appunto chiamata apòstolos del vangelo. Ci sono tante donne che annunciano il vangelo, divenendo anch’esse maestre nella fede.
Alla mattina di Pasqua esse sono le prime testimoni della risurrezione. Marco 16,7: «Andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro, che egli vi precede in Galilea». Sono loro che devono annunziare la risurrezione per prime. Anzi, la funzione delle donne è quella di essere annunziatrici agli stessi apostoli.
Altrettanto significativa la figura di Maria di Magdala (Gv 20,17-18): «Va’ dai miei fratelli e di’ loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro», cioè: "Va’ ad annunciare la mia risurrezione". «Maria andò subito ad annunziare ai fratelli: Ho visto il Signore, e anche ciò che le aveva detto», cioè la testimonianza personale e la parola del Risorto.
Dunque nell’annunzio cristiano c’è spazio al magistero femminile. Una Chiesa senza le voci femminili è incompiuta. Certo, ogni membro della comunità cristiana ha le sue funzioni specifiche, ma questa dell’annuncio è per tutta la comunità ecclesiale. Nel sacerdozio ministeriale e nel sacerdozio comune, alcuni sono maestri, alcuni hanno altre funzioni, come ricorda Paolo, nella molteplicità dei carismi... (cf 1Co 12). Tutti però devono avere la loro voce di annuncio del vangelo. E guai a una Chiesa che non abbia le voci femminili!
Il Salmo 148 mette in luce il canto di tutta la comunità credente, un coro fatto dalle voci dei bassi (dei re, dei potenti, dei vecchi, degli anziani), ma anche dalla voce dei giovani e delle fanciulle, dei ragazzi. Gesù, mettendolo in mezzo come "maestro" (perché il tipico atteggiamento del maestro è quello di colui che sta in mezzo), ha assunto come modello anche il bambino (cf Mt 18,2). E anche il bambino ci insegna la fede, proprio col suo atteggiamento di abbandono.
Tutti devono esercitare il loro ministero di annunzio. E allora la Chiesa diventa veramente una sinfonia di voci, un mosaico policromo: se mancano delle tessere, il mosaico è imperfetto. Occorre perciò parlare della Chiesa docente tenendo conto anche della voce delle donne. (torna al sommario)

CONCLUSIONE
Dopo questa analisi piuttosto schematica e didascalica, si possono suggerire alcune proposte o indicazioni per la ricerca ulteriore.
1. L’insegnamento è una grazia e nasce da una grazia: ha una genesi e un fine trascendente, è una teofania, una manifestazione di Dio, a cui seguono le parole dell’inviato. Lo suggerisce anche San Paolo in 1Co 1,6, dove parla del martyrion toù Christoù: «la testimonianza di Cristo si è infatti stabilita tra voi così saldamente, che nessun dono di grazia più vi manca». A questo riguardo il P. Lyonnet fa notare che si tratta di un genitivo soggettivo e non oggettivo, ossia è una testimonianza che Cristo stesso dà di sé ai suoi. Occorre però accogliere questa grazia, anche mediante la contemplazione, e lasciandosi irradiare da essa. A questo riguardo offre degli spunti interessanti un film come Luci d’inverno di Ingmar Bergman, con la storia della crisi di vocazione di un pastore. Il suo sagrestano comprende il dramma di questo pastore, che continua ad essere un ottimo predicatore, ma che ha perso la fede. È allora proprio il sagrestano ad aiutarlo ricordandogli l’esperienza di Cristo nel Getsemani, l’esperienza di Cristo in croce, segnata dal silenzio di Dio. Nella nostra vita ci sarà anche il momento in cui non si accende la luce della teofania, però Dio non ci abbandona. Non cadiamo mai fuori dal tepore delle mani di Dio; siamo sempre, come dicono i profeti e i Salmi, «opera delle sue mani». Però noi dobbiamo sempre essere aperti a questa luce. Altrimenti siamo soltanto "propagandisti" (che è tutt’altra cosa), siamo annunciatori pubblicitari del vangelo.
2. Oggetto dell’annuncio della nostra "lezione" sono le azioni di Dio, il Cristo, il regno di Dio. Quindi, prima di tutto e soprattutto la Parola, il mistero di salvezza rivelato, la verità del vangelo. Essa è una persona, un evento, un’azione che incide nella storia.
3. Il metodo. È necessario, come ci insegna Gesù, adottare un linguaggio proprio, conoscere le tecniche dell’annunzio; è indispensabile un’operazione di addestramento dell’uomo che si attrezza ad annunciare, come dice Paolo, «con timore e tremore» (Fl 2,12). Paolo ha tentato tante vie; qualcuna l’ha anche abbandonata. La tecnica di Atene, dell’Areòpago, è diversa per esempio dalla modalità di Corinto. Quindi occorre l’inculturazione. Il rapporto fra teofania e metodo è, in un certo senso, il parallelo della grazia e della fede. La grazia è per eccellenza dono, senza la quale noi dobbiamo restare nel silenzio; ma quando si è accesa la grazia della rivelazione, noi dobbiamo rispondere con la nostra libertà e con tutte le nostre capacità. Quanti atti di omissione, di trasandatezza, di impreparazione, che vanno dalla banalità alla superficialità di tipo esegetico, teologico, alla impreparazione di tipo linguistico, comunicativo, didattico. Su questo i Paolini sono maestri, ma devono essere anche discepoli. Il dono divino c’è stato quando avete scelto questa vocazione perché siete stati chiamati; ma da quel momento in avanti comincia un impegno continuamente da rinnovare.
4. L’orizzonte della nostra lezione cristiana.
a. Tutti sono soggetti con funzioni differenti, uomini e donne, apostoli e discepoli. Tutti sono chiamati all’annunzio, nelle forme diversissime, anche senza la parola, con l’impegno di carità.
b. Destinatari: tutte le genti, pànta tà éthne. Non soltanto i gruppi, non soltanto le comunità, non soltanto la Chiesa. Dobbiamo avere il respiro del mondo. Dobbiamo non temere di entrare in orizzonti, in àmbiti che sono del tutto refrattari. Ma per entrare vale sempre il principio precedente, quello della conoscenza.
c. Destinatario è tutto l’essere umano: è la globalità della persona. Non c’è solo l’annunzio della parola, c’è anche l’annunzio dell’esempio, della testimonianza. Vado con l’annunzio della donazione della vita. Il "maestro" dà la vita per la persona che ama, dà se stesso. Il vero maestro è un testimone.
5. Atto d’amore. L’insegnamento – dobbiamo sentirlo profondamente così – è come un atto d’amore, che nasce dalla passione. Uno che non è colpito da questo fremito interiore non può essere un vero maestro. Il magistero nasce dall’amore e tende all’amore. Diceva uno scrittore-filosofo tedesco del secolo scorso, Ferdinand Ebner: «Ogni sventura nel mondo deriva dal fatto che raramente gli uomini sanno dire la parola giusta. La parola senza amore è sempre una parola sbagliata ed è già un abuso umano del dono divino della parola». La parola può essere correttissima, fondata, motivata, però se è senza amore è già una parola che ha in sé qualcosa di incrinato, è già un abuso.
E questo è l’ultimo elemento della nostra considerazione: dobbiamo ritrovare una carica per essere discepoli di Gesù Divin Maestro, discepoli di un Fondatore che si è chiamato Primo Maestro. Occorre ritrovare alla fine quel grembo d’amore dal quale nasce il comunicare. Un comunicare preparato, serio, che ha oggetti precisi, però nasce da questa atmosfera, che è immerso in questo clima.
Finiamo con una citazione, un po’ lunga, desunta dallo Pseudo-Dionigi l’Aeropagita (VI secolo). Essa riguarda la comunicazione fatta con umiltà e amore:
«Non ritenere vittoria l’usare la violenza contro una forma di culto o un’opinione. Non già per aver fatto tu una confutazione inappellabile dell’altro, solo per questo la tua posizione sarebbe buona...». La tua posizione non è di per sé corretta, perché hai confutato l’altro, hai sconfitto l’altro. Non è ancora la verità. «Farai dunque così, se ti lasci consigliare da me! Cesserai di polemizzare contro gli altri e parlerai della verità in modo tale che tutte le cose dette siano inattaccabili...». E questa è la parte della serietà, è la preparazione. Si deve presentare in maniera rigorosa il contenuto del messaggio. «Io sono consapevole di non avere mai polemizzato contro greci o altri, perché penso sia sufficiente, per uomini onesti, poter conoscere ed esporre il vero in se stesso...». Ma ecco l’altra parte, la parte dell’umiltà, che nasce dall’amore, la consapevolezza, come diceva Galileo, che «gli uomini sanno pochissimo; qualcheduno sa qualche particella in più; chi sa tutto è solo Dio». Ecco la conclusione dello Pseudo-Dionigi: «Ciascuno infatti afferma di possedere la moneta regale (della verità), ma in realtà ha forse appena una immagine ingannevole di una particella della verità».
Noi abbiamo una immagine ingannevole perfino di una particella della verità. Questa dichiarazione un po’ paradossale è però detta per far sì che noi sempre abbiamo a sapere che la nostra conoscenza è come diceva la tradizione cristiana greca antica: «La verità è come una pietra preziosa: ha mille facce: tu riesci a vederne soltanto alcune: Dio solo le vede tutte».
Con questo spirito, il nostro insegnamento sarà sempre rispettoso, perché la verità tutta solo Dio la possiede. 

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