mercoledì 18 aprile 2018

UN ANTICHISSIMO TESTIMONE: IGNAZIO DI ANTIOCHIA


 UN ANTICHISSIMO TESTIMONE: IGNAZIO DI ANTIOCHIA

Erano trascorsi solo pochi anni dalla scomparsa degli ultimi Apostoli. Essi avevano avuto il privilegio di vivere accanto al Signore Gesù, avevano goduto della dolcissima presenza di sua Madre, specialmente nei giorni precedenti l’invio dello Spirito Santo, come ci raccontano gli Atti degli Apostoli.
E subito, troviamo già uno dei discepoli degli Apostoli. È il vescovo Ignazio di Antiochia. Antiochia, in quei tempi era una grande metropoli, capitale della Siria, dove Paolo e Pietro avevano svolto il loro ministero e dove Pietro era stato anche il primo vescovo di quella Chiesa.

Sulle orme di Pietro
A seguito di una delle episodiche persecuzioni che divampano nelle lontane province dell’Impero romano, Ignazio viene arrestato e condotto a Roma, dove lo attende la sentenza capitale: essere dato in pasto alle belve.
Egli accoglie questa prova come un immenso dono del Padre che gli consentirà di dimostrare il suo  sconfinato amore per il Signore. “Lasciate che imiti la passione del mio Dio! Un’acqua viva mormora dentro di me e mi dice: Vieni al Padre!”. È impaziente di celebrare la sua nascita al Cielo e di essere per sempre e completamente unito a Gesù.
A Roma regna il grande imperatore Traiano, un valido militare di origine spagnola che estenderà i confini dell’Impero come mai era avvenuto. Corre l’anno 107. In alcune zone dell’Impero, i cristiani vengono denunciati ed arrestati.
Alcuni di loro resistono eroicamente. Altri, per timore e per tiepidezza, ritornano agli antichi culti pagani. A Gerusalemme, un altro santo vescovo, un cugino di Gesù, di nome Simeone, subisce pure lui il martirio. I cristiani di Roma avevano dei protettori potenti. Contando su questi appoggi, essi si stavano organizzando per ottenere una speciale raccomandazione alla corte dell’Imperatore e così salvare la vita a questo vescovo, di cui avevano ricevuto notizie tali da suscitare la loro grande ammirazione.
Ma Ignazio scrive ad essi: “Lasciate che io sia macinato dai denti delle belve, affinché possa diventare pane immacolato di Cristo”. E poi aggiunge, quasi a lasciare un supremo testamento spirituale, “Bello è per me morire per Cristo”. Dieci guardie, inflessibili e severe, lo scortano durante il lungo viaggio, che si svolge in parte lungo le sicure strade costruite dai soldati romani nel corso dei secoli, in parte per mare, sulle solide imbarcazioni che trasportavano merci e passeggeri e fungevano da aerei dell’antichità.

Sette lettere di fede
Nonostante le rigorose misure repressive alle quali è sottoposto, gli viene concesso di incontrare alcuni amici, durante le pause del viaggio. Sono i vescovi delle giovani chiese dei territori dell’attuale Turchia. Ha anche tempo e forza per scrivere alcune bellissime lettere, sette in tutto, indirizzate a sei comunità cristiane e al suo amico, il vescovo Policarpo, un discepolo di San Giovanni.
In esse mostra la sua preoccupazione: desidera che i cristiani conservino la fede trasmessa dagli Apostoli, senza alcuna deviazione, e che si mantengano uniti tra loro, attorno ai loro pastori. In queste lettere vuole ricordare qual è il contenuto centrale della fede in Cristo, per testimoniare la quale egli, come anche altri, sono pronti a versare il loro sangue. E parla anche della Madonna. Non poteva essere altrimenti: chi parla di Cristo Gesù non può fare a meno di menzionare anche sua Madre. Ignazio ci mostra in questo modo la “regola d’oro” che da sempre accompagna la professione di fede cristiana: Cristo e Maria sono sempre associati.

Maria è sempre con Gesù
Non è possibile comprendere appieno il Mistero di Cristo senza accogliere anche sua Madre. Simul stabunt simul cadent. Ed Ignazio stesso ci spiega il motivo: Cristo è stato veramente uomo e la Madonna gli ha fornito un vero corpo umano, quel corpo con il quale ha sofferto la Passione e ci ha guadagnato la salvezza. “Non c’è che un solo medico – scrive il vescovo Ignazio ai cristiani di Efeso – carnale e spirituale, generato ed ingenerato, Dio venuto nella carne, vera vita nella morte; nato da Maria e da Dio, dapprima passibile, ora impassibile, Gesù Cristo nostro Signore!”.
Ignazio riporta nelle sue lettere, infiammate di ardore mistico e di passione evangelica, frammenti di antichissime professioni di fede, che i primi cristiani accoglievano ed annunciavano con grande emozione nella notte in cui ricevevano il Battesimo. In una di esse, ci riporta un dato essenziale della teologia mariana, di cui i fedeli, di tutti i tempi e di tutti i luoghi, sono molto gelosi: la verginità di Maria. “Il Signore nostro è veramente della razza di Davide secondo la carne, Figlio di Dio secondo la volontà e la potenza di Dio; egli è nato veramente da una Vergine”. La nascita di Cristo da una Vergine appartiene al disegno di salvezza che il Padre ha fatto sgorgare dal suo cuore misericordioso.

La nuova economia
Ignazio definisce questo piano meraviglioso di bontà e di perdono “economia”, una parola greca che, prima di assumere il significato che tutti conosciamo nelle lingue moderne, significava per l’appunto “organizzazione sapiente ed ordinata ad un solo fine”. In questo progetto di amore per gli uomini, realizzato in Gesù Cristo, Maria ha avuto un suo ruolo, essenziale e dolcissimo, allo stesso tempo: è stata Madre, fecondata dalla presenza e dall’azione dello Spirito Santo. Scrive, infatti, Ignazio in una delle sue famose lettere: “Il nostro Dio, Gesù Cristo è stato portato nel seno di Maria, secondo l’economia di Dio, nato dal seme di Davide e opera dello Spirito Santo”.
Ci accorgiamo, dunque, che un grande Vescovo e martire della Chiesa antica, appartenente addirittura alla prima generazione successiva a quella degli Apostoli, non ha alcuna esitazione nel presentare il contenuto dei primi due dogmi mariani, che la Chiesa definirà in modo solenne nei secoli successivi: la maternità divina e la verginità di Maria. Dinanzi a questi eccezionali eventi, si richiede un atteggiamento di lode, di rispetto, di pietà, di contemplazione e di stupore. Ignazio riassume questa spiritualità in una sola parola: “silenzio”. In un passo, che a distanza di 1900 anni non ha perso il suo fascino, egli scrive: “E rimase occulta al principe di questo mondo la verginità di Maria e il suo parto, come pure la morte del Signore: tre clamorosi misteri che si compirono nel silenzio di Dio”.
Già, a questo “silenzio di Dio” sono chiamati ad associarsi i fedeli che, dinanzi alle “grandi cose” compiute in e per mezzo di Maria, non possono che far parlare il cuore che, nel suo silenzio, è pieno di esultanza e di gratitudine. Nessuna cronaca ci ha riferito i particolari della morte gloriosa di Ignazio. Non ci è difficile immaginare che questo eccezionale santo sia spirato con il nome di Gesù sulle labbra. Quel nome di Gesù è da lui costantemente ripetuto ed implorato nelle sue lettere infuocate di amore, confessato ed invocato come il Figlio di Maria: “Non siate dunque sordi, se qualcuno vi parla d’altro e non di Gesù Cristo, della razza di Davide, Figlio di Maria. Noi crediamo in Lui, all’infuori del quale non avremo la vera vita”.

Roberto SPATARO 
Studium Theologicum Salesianum/Gerusalemme                                                                       

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