mercoledì 30 maggio 2018

Visitazione


CELEBRAZIONE MARIANA PER LA CONCLUSIONE DEL MESE DI MAGGIO - GIOVANNI PAOLO II (2001)


CELEBRAZIONE MARIANA PER LA CONCLUSIONE DEL MESE DI MAGGIO - GIOVANNI PAOLO II (2001)

IN VATICANO

PAROLE DEL SANTO PADRE

Giovedì, 31 maggio 2001

Visitazione di Maria a Santa Elisabetta 

"Maria si mise in viaggio verso la montagna..." (Lc 1,39).

Concludiamo ai piedi di questa Grotta, che richiama alla mente il Santuario di Lourdes, cammino mariano svolto nel corso del mese di maggio. Riviviamo insieme il mistero della Visitazione di Maria Santissima, in questo pellegrinaggio attraverso i Giardini Vaticani, che ogni anno coinvolge insieme con Cardinali e Vescovi, sacerdoti, religiosi e religiose, seminaristi e tanti fedeli. Sono grato al caro Cardinale Virgilio Noè e a tutti coloro che hanno attentamente curata la preparazione di questo appuntamento di preghiera ai piedi della Vergine.
Risuonano nel nostro cuore le parole dell'evangelista Luca: "Appena ebbe udito il saluto di Maria,... Elisabetta fu piena di Spirito Santo" (1,41).
L'incontro tra la Madonna e la cugina Elisabetta è come una sorta di "piccola Pentecoste". Vorrei sottolinearlo questa sera alla vigilia ormai della grande solennità dello Spirito Santo.
Nel racconto evangelico, la Visitazione segue immediatamente l'Annunciazione: la Vergine Santa, che porta in grembo il Figlio concepito per opera dello Spirito Santo, irradia intorno a sé grazia e gaudio spirituale. E' la presenza in Lei dello Spirito che fa sussultare di gioia il figlio di Elisabetta, Giovanni, destinato a preparare la via al Figlio di Dio fatto uomo.
Dove c'è Maria, c'è Cristo; e dove c'è Cristo, c'è il suo Spirito Santo, che procede dal Padre e da Lui nel mistero sacrosanto della vita trinitaria. Gli Atti degli Apostoli sottolineano a ragione la presenza orante di Maria, nel Cenacolo, insieme con gli Apostoli riuniti in attesa di ricevere la "potenza dall'Alto". Il "sì" della Vergine attira sull'umanità il Dono di Dio: come nell'Annunciazione, così nella Pentecoste. Così continua ad avvenire nel cammino della Chiesa.
Riuniti in preghiera con Maria, invochiamo una copiosa effusione dello Spirito Santo sulla Chiesa intera, perché a vele spiegate prenda il largo nel nuovo millennio. In modo particolare, invochiamolo su quanti operano quotidianamente al servizio della Sede Apostolica, affinché il lavoro di ciascuno sia sempre animato da spirito di fede e di zelo apostolico.
Si chiude il nostro pellegrinaggio mariano nella quiete della sera e questo ci induce anche a pensare all'orizzonte ultimo della nostra esistenza. La Vergine Maria cammina con la Chiesa pellegrinante e, al tempo stesso, regna nel Paradiso tra gli Angeli e i Santi. Ella ci insegni, con la sua Visitazione, che la gioia si trova spendendo la vita per Cristo. E' così, infatti, che ci si prepara ad entrare con Lui nella gloria del Padre celeste. Possa lo Spirito Santo rafforzare i nostri passi su questa via, che ci conduce al Cielo.

Con questi sentimenti, tutti di cuore vi benedico.

sabato 26 maggio 2018

SS. Trinità


SANTISSIMA TRINITÀ (S)


SANTISSIMA TRINITÀ (S)

Dt 4, 32-34.39-40; Sal 32; Rm 8, 14-17; Mt 28, 16-20

Tutte le feste cristiane fanno riferimento ad un evento di salvezza che è accaduto nella storia, ad eventi puntuali in un tempo ed in un luogo precisi; così le feste ebraiche, così le feste cristiane: l’incarnazione, la Natività del Signore, la sua Pasqua di croce e risurrezione (questa addirittura sottolineata, nei simboli di fede, con “sotto Ponzio Pilato” per collocarla precisamente nella storia!), l’Ascensione del Signore, la Pentecoste. Oggi no. Nella festa di oggi non c’è la celebrazione di un evento di salvezza, ma la contemplazione della fonte di tutti gli eventi di salvezza, della fonte della storia stessa: la Trinità Santissima .
Ecco il nostro Dio! Eterna circolarità di vita e di amore , eterno abbraccio di un Padre che sempre inizia ad amare, di un Figlio che si lascia generare ed amare, di uno Spirito che è l’Amore spirato dal Padre e che il Figlio gli ridona in un abbraccio di eterna unità!
Ecco il nostro Dio! Ma, per quanto cerchiamo di entrare nel Dio “in sè” questo ci riconduce sempre al Dio “per noi”, “con noi”! Infatti la meraviglia straordinaria è che l’Eterno Amore di questo Dio-Comunione si dona tutto a noi e, in Gesù Cristo, si è mostrato, si è narrato e ha preso casa per sempre in noi …

L’Evangelo di Matteo si apre e si chiude allo stesso modo, con un’affermazione, una promessa, una certezza, un qualcosa che l’umanità, a partire dall’evento Gesù, potrà sperimentare: Dio è con noi!
Al principio del suo Evangelo, infatti, Matteo, narrandoci la concezione verginale di Maria, ci dice: «Tutto questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio che sarà chiamato Emmanuele» che significa “Dio-con-noi”» (cfr Mt 1, 22-23).
Alla fine dell’Evangelo, Gesù stesso, nel passo che oggi si legge, promette: «Ecco, io sono con voi tutti i giorni fino alla fine dei secoli». Il Dio nascosto nel grembo di Maria all’inizio dell’Evangelo è nascosto, nel finale dello stesso Evangelo, nel grembo della Chiesa, e lì resta per tutti i secoli della storia; nascosto nel grembo della Chiesa perché la Chiesa lo annunzi e lo faccia conoscere, sperimentare. Perché la Chiesa lo consegni all’uomo, consegnando l’uomo a Dio.
La festa della Santissima Trinità, con i testi scritturistici che la liturgia oggi proclama, vuole che ci soffermiamo su questa presenza di Dio nella storia. Una presenza che ha bisogno di essere scoperta, vissuta, conosciuta. Una presenza a cui ci si può affidare.
Il passo di Deuteronomio di oggi è tutto pervaso dallo stupore di una presenza inimmaginabile di Dio; una presenza che assolutamente non è statica ma davvero operante e liberatrice; una presenza che il popolo ha sperimentato nei fatti dell’esodo.
Una presenza che si è fatta udire con una parola viva e creatrice, una parola che non annienta l’uomo: Israele infatti sa di aver ascoltato la voce di Dio dal fuoco, e di essere rimasto vivo dinanzi a cosa così grande! Una parola che, anzi, lo fa vivere perché gli consegna una via di vita, la Torah, una via di gioia …
Questa vicinanza di Dio, che già la Prima Alleanza proclama con stupore, nell’Incarnazione si è fatta appunto “carnale” e dunque palpabile in Gesù (cfr 1Gv 1, 1), ma con la sua Pasqua si è fatta addirittura intima all’uomo.
Paolo, infatti, nello straordinario testo tratto dalla sua Lettera ai cristiani di Roma, ci conduce al mistero trinitario che inabita il credente: questi, dice l’Apostolo, ha ricevuto uno «spirito da figli […] nel quale grida “Abbà, Padre” […] e lo Spirito attesta che, se figlio è anche coerede di Cristo», e quindi capace di partecipare alla sua dinamica pasquale.
Il Dio trino, il Dio che è amore (cfr 1Gv 4, 8) non è un Dio lontano e inesistente per le cose dell’uomo e della storia.
Non solo, infatti, Dio è entrato nella storia, ma ora la innerva con la sua presenza; e la vivifica non in modo miracolistico, ideale o – peggio ancora – disincarnato, ma attraverso un popolo che ha una precisa vocazione; una vocazione che Gesù, in questa finale di Matteo che abbiamo ascoltato, dice chiaramente!
Nel suo ultimo discorso, il Risorto ci permette un triplice sguardo: a Dio e al suo mistero trinitario, ai discepoli e alla loro inaudita missione, agli orizzonti sconfinati della salvezza che il Cristo ha realizzato nella sua Pasqua; una salvezza che si estende sia spazialmente che temporalmente («tutte le genti […] fino alla fine dei secoli»).
L’Evangelo di oggi ci dice chi siamo in quanto Chiesa.
In primo luogo siamo una comunità adorante: il primo atto che i discepoli fanno, infatti, dinanzi al Risorto è il prostrarsi in adorazione, ed a Matteo questo verbo piace molto! Anche qui crea infatti un’“inclusione” con il racconto dell’infanzia: lì c’erano i Magi che si prostrano in adorazione (cfr Mt 2, 11).
E’ la fede il primo e fondamentale atto che la Chiesa deve fare per essere Chiesa, e questo anche per il Quarto Evangelo: «Cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio? Gesù rispose: Questa è l’opera di Dio: credere in colui che egli ha mandato (cfr Gv 6, 28-29). Una fede che non priva di dubbio («alcuni però dubitavano»), perché la fede vera non è mai meridiana ma sempre vespertina, o – come qualcuno preferisce – aurorale; il dubbio, che qui è anche simbolo e sintomo della ineludibile fragilità della Chiesa, non impedisce però l’adorazione e l’ascolto delle parole del Risorto.
La Chiesa è poi partecipe della missione di Gesù: una missione che si estende lungo i secoli e lungo tutta la faccia della terra. Gesù usa qui quattro verbi che ci fanno tremare i polsi: andate, ammaestrate, battezzando, insegnando … il Risorto imprime con il fuoco questi imperativi, queste priorità, nella “carne” della Chiesa …
Questa Comunità, inoltre, è permanentemente in stato di esodo: la Chiesa appartiene alla Trinità! E’ lì, in quel grembo santissimo di amore, che ha la sua destinazione; se custodisce la presenza di Dio nel suo grembo di sposa, deve sapere che la sua meta è il grembo d’amore del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
Perché?
Perché è comunità di battezzati, chiamata a sua volta a «battezzare nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo».
“Nel nome” è un’espressione questa che indica destinazione, indica la consegna. La Chiesa, cioè, è destinata alla Trinità! Quella è la meta, ed è consegnata alla Trinità: è, insomma, di Dio ed è per Dio; la Chiesa ha la missione di destinare e consegnare l’umanità al Dio Trino che Gesù ha raccontato.
Andando, ammaestrando, battezzando e insegnando la Chiesa deve consegnare a Dio il mondo che Cristo ha salvato; la salvezza operata da Gesù, che nel Mistero Pasquale abbiamo contemplato, è affidata alla Chiesa perché la Chiesa la doni all’umanità, facendo dell’umanità un popolo in cammino verso Dio, non disinteressato alla storia ma con lo sguardo fisso sull’oltre della storia.
Lì, nell’amore del Padre, del Figlio e dello Spirito c’è la nostra unica e sola patria!
La Chiesa conosce questa destinazione perché sperimenta la presenza di questo Dio che davvero è l’Emmanuele!
Questa presenza è l’unica forza che la Chiesa deve avere! Guai quando confida in altre forze! Questa presenza è la consegna del Dio trino alla storia degli uomini! E’ la via incredibile. ma umanissima, per cui l’amore del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo cercherà nei secoli i cuori di tutti gli uomini !
I Tre si affidano a fragili mani, rese forti dalla certezza stessa di quell’esserci di Dio.
E’ solo chi crede davvero a queste parole di Cristo Gesù che riesce, nella Chiesa, a realizzare la propria vocazione e nonostante le sue ombre e fragilità; solo chi crede davvero a questa promessa del Risorto riesce a far brillare sul proprio viso un riflesso della Trinità Santissima, del suo mistero di amore; solo una Chiesa che si fida di quella promessa può essere capace di mostrare alla storia le strade dell’Evangelo, le strade dell’eterno.

P. Fabrizio Cristarella Orestano

giovedì 24 maggio 2018

San Beda


BENEDETTO XVI - BEDA IL VENERABILE (mf 25 maggio)


BENEDETTO XVI - BEDA IL VENERABILE (mf 25 maggio)

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 18 febbraio 2009 

Cari fratelli e sorelle,

il Santo che oggi avviciniamo si chiama Beda e nacque nel Nord-Est dell’Inghilterra, esattamente in Northumbria, nell’anno 672/673. Egli stesso racconta che i suoi parenti, all’età di sette anni, lo affidarono all’abate del vicino monastero benedettino perché venisse educato: “In questo monastero – egli ricorda – da allora sono sempre vissuto, dedicandomi intensamente allo studio della Scrittura e, mentre osservavo la disciplina della Regola e il quotidiano impegno di cantare in chiesa, mi fu sempre dolce o imparare o insegnare o scrivere” (Historia eccl. Anglorum, V, 24). Di fatto, Beda divenne una delle più insigni figure di erudito dell’alto Medioevo, potendo avvalersi dei molti preziosi manoscritti che i suoi abati, tornando dai frequenti viaggi in continente e a Roma, gli portavano. L’insegnamento e la fama degli scritti gli procurarono molte amicizie con le principali personalità del suo tempo, che lo incoraggiarono a proseguire nel suo lavoro da cui in tanti traevano beneficio. Ammalatosi, non smise di lavorare, conservando sempre un’interiore letizia che si esprimeva nella preghiera e nel canto. Concludeva la sua opera più importante la Historia ecclesiastica gentis Anglorum con questa invocazione: “Ti prego, o buon Gesù, che benevolmente mi hai permesso di attingere le dolci parole della tua sapienza, concedimi, benigno, di giungere un giorno da te, fonte di ogni sapienza, e di stare sempre di fronte al tuo volto”. La morte lo colse il 26 maggio 735: era il giorno dell’Ascensione.
Le Sacre Scritture sono la fonte costante della riflessione teologica di Beda. Premesso un accurato studio critico del testo (ci è giunta copia del monumentale Codex Amiatinus della Vulgata, su cui Beda lavorò), egli commenta la Bibbia, leggendola in chiave cristologica, cioè riunisce due cose: da una parte ascolta che cosa dice esattamente il testo, vuole realmente ascoltare, comprendere il testo stesso; dall’altra parte, è convinto che la chiave per capire la Sacra Scrittura come unica Parola di Dio è Cristo e con Cristo, nella sua luce, si capisce l’Antico e il Nuovo Testamento come “una” Sacra Scrittura. Le vicende dell’Antico e del Nuovo Testamento vanno insieme, sono cammino verso Cristo, benché espresse in segni e istituzioni diverse (è quella che egli chiama concordia sacramentorum). Ad esempio, la tenda dell’alleanza che Mosè innalzò nel deserto e il primo e secondo tempio di Gerusalemme sono immagini della Chiesa, nuovo tempio edificato su Cristo e sugli Apostoli con pietre vive, cementate dalla carità dello Spirito. E come per la costruzione dell’antico tempio contribuirono anche genti pagane, mettendo a disposizione materiali pregiati e l’esperienza tecnica dei loro capimastri, così all’edificazione della Chiesa contribuiscono apostoli e maestri provenienti non solo dalle antiche stirpi ebraica, greca e latina, ma anche dai nuovi popoli, tra i quali Beda si compiace di enumerare gli Iro-Celti e gli Anglo-Sassoni. San Beda vede crescere l’universalità della Chiesa che non è ristretta a una determinata cultura, ma si compone di tutte le culture del mondo che devono aprirsi a Cristo e trovare in Lui il loro punto di arrivo.
Un altro tema amato da Beda è la storia della Chiesa. Dopo essersi interessato all’epoca descritta negli Atti degli Apostoli, egli ripercorre la storia dei Padri e dei Concili, convinto che l’opera dello Spirito Santo continua nella storia. Nei Chronica Maiora Beda traccia una cronologia che diventerà la base del Calendario universale “ab incarnatione Domini”. Già da allora si calcolava il tempo dalla fondazione della città di Roma. Beda, vedendo che il vero punto di riferimento, il centro della storia è la nascita di Cristo, ci ha donato questo calendario che legge la storia partendo dall’Incarnazione del Signore. Registra i primi sei Concili Ecumenici e i loro sviluppi, presentando fedelmente la dottrina cristologica, mariologica e soteriologica, e denunciando le eresie monofisita e monotelita, iconoclastica e neo-pelagiana. Infine redige con rigore documentario e perizia letteraria la già menzionata Storia Ecclesiastica dei Popoli Angli, per la quale è riconosciuto come “il padre della storiografia inglese”. I tratti caratteristici della Chiesa che Beda ama evidenziare sono: a) la cattolicità come fedeltà alla tradizione e insieme apertura agli sviluppi storici, e come ricerca della unità nella molteplicità, nella diversità della storia e delle culture, secondo le direttive che Papa Gregorio Magno aveva dato all’apostolo dell’Inghilterra, Agostino di Canterbury; b) l’apostolicità e la romanità: a questo riguardo ritiene di primaria importanza convincere tutte le Chiese Iro-Celtiche e dei Pitti a celebrare unitariamente la Pasqua secondo il calendario romano. Il Computo da lui scientificamente elaborato per stabilire la data esatta della celebrazione pasquale, e perciò l’intero ciclo dell’anno liturgico, è diventato il testo di riferimento per tutta la Chiesa Cattolica.
Beda fu anche un insigne maestro di teologia liturgica. Nelle Omelie sui Vangeli domenicali e festivi, svolge una vera mistagogia, educando i fedeli a celebrare gioiosamente i misteri della fede e a riprodurli coerentemente nella vita, in attesa della loro piena manifestazione al ritorno di Cristo, quando, con i nostri corpi glorificati, saremo ammessi in processione offertoriale all’eterna liturgia di Dio nel cielo. Seguendo il “realismo” delle catechesi di Cirillo, Ambrogio e Agostino, Beda insegna che i sacramenti dell’iniziazione cristiana costituiscono ogni fedele “non solo cristiano ma Cristo”. Ogni volta, infatti, che un’anima fedele accoglie e custodisce con amore la Parola di Dio, a imitazione di Maria concepisce e genera nuovamente Cristo. E ogni volta che un gruppo di neofiti riceve i sacramenti pasquali, la Chiesa si “auto-genera”, o con un’espressione ancora più ardita, la Chiesa diventa “madre di Dio”, partecipando alla generazione dei suoi figli, per opera dello Spirito Santo.
Grazie a questo suo modo di fare teologia intrecciando Bibbia, Liturgia e Storia, Beda ha un messaggio attuale per i diversi “stati di vita”: a) agli studiosi (doctores ac doctrices) ricorda due compiti essenziali: scrutare le meraviglie della Parola di Dio per presentarle in forma attraente ai fedeli; esporre le verità dogmatiche evitando le complicazioni eretiche e attenendosi alla “semplicità cattolica”, con l’atteggiamento dei piccoli e umili ai quali Dio si compiace di rivelare i misteri del Regno; b) i pastori, per parte loro, devono dare la priorità alla predicazione, non solo mediante il linguaggio verbale o agiografico, ma valorizzando anche icone, processioni e pellegrinaggi. Ad essi Beda raccomanda l’uso della lingua volgare, com’egli stesso fa, spiegando in Northumbro il “Padre Nostro”, il “Credo” e portando avanti fino all’ultimo giorno della sua vita il commento in volgare al Vangelo di Giovanni; c) alle persone consacrate che si dedicano all’Ufficio divino, vivendo nella gioia della comunione fraterna e progredendo nella vita spirituale mediante l’ascesi e la contemplazione, Beda raccomanda di curare l’apostolato - nessuno ha il Vangelo solo per sé, ma deve sentirlo come un dono anche per gli altri - sia collaborando con i Vescovi in attività pastorali di vario tipo a favore delle giovani comunità cristiane, sia rendendosi disponibili alla missione evangelizzatrice presso i pagani, fuori del proprio paese, come “peregrini pro amore Dei”.
Ponendosi da questa prospettiva, nel commento al Cantico dei Cantici Beda presenta la Sinagoga e la Chiesa come collaboratrici nella diffusione della Parola di Dio. Cristo Sposo vuole una Chiesa industriosa, “abbronzata dalle fatiche dell’evangelizzazione” – è chiaro l’accenno alla parola del Cantico dei Cantici (1, 5), dove la sposa dice: “Nigra sum sed formosa” (Sono abbronzata, ma bella) –, intenta a dissodare altri campi o vigne e a stabilire fra le nuove popolazioni “non una capanna provvisoria ma una dimora stabile”, cioè a inserire il Vangelo nel tessuto sociale e nelle istituzioni culturali. In questa prospettiva il santo Dottore esorta i fedeli laici ad essere assidui all’istruzione religiosa, imitando quelle “insaziabili folle evangeliche, che non lasciavano tempo agli Apostoli neppure di prendere un boccone”. Insegna loro come pregare continuamente, “riproducendo nella vita ciò che celebrano nella liturgia”, offrendo tutte le azioni come sacrificio spirituale in unione con Cristo. Ai genitori spiega che anche nel loro piccolo ambito domestico possono esercitare “l’ufficio sacerdotale di pastori e di guide”, formando cristianamente i figli ed afferma di conoscere molti fedeli (uomini e donne, sposati o celibi) “capaci di una condotta irreprensibile che, se opportunamente seguiti, potrebbero accostarsi giornalmente alla comunione eucaristica” (Epist. ad Ecgberctum, ed. Plummer, p. 419)
La fama di santità e sapienza di cui Beda godette già in vita, valse a guadagnargli il titolo di “Venerabile”. Lo chiama così anche Papa Sergio I, quando nel 701 scrive al suo abate chiedendo che lo faccia venire temporaneamente a Roma per consulenza su questioni di interesse universale. Dopo la morte i suoi scritti furono diffusi estesamente in Patria e nel Continente europeo. Il grande missionario della Germania, il Vescovo san Bonifacio (+ 754), chiese più volte all’arcivescovo di York e all'abate di Wearmouth che facessero trascrivere alcune sue opere e glie­le mandassero in modo che anch'egli e i suoi compagni potessero godere della luce spirituale che ne emanava. Un secolo più tardi Notkero Galbulo, abate di San Gallo (+ 912), prendendo atto dello straordinario influsso di Beda, lo paragonò a un nuovo sole che Dio aveva fatto sorgere non dall’Oriente ma dall’Occidente per illuminare il mondo. A parte l’enfasi retorica, è un fatto che, con le sue opere, Beda contribuì efficacemente alla costruzione di una Europa cristiana, nella quale le diverse popolazioni e culture si sono fra loro amalgamate, conferendole una fisionomia unitaria, ispirata alla fede cristiana. Preghiamo perché anche oggi ci siano personalità della statura di Beda, per mantenere unito l’intero Continente; preghiamo affinché tutti noi siamo disponibili a riscoprire le nostre comuni radici, per essere costruttori di una Europa profondamente umana e autenticamente cristiana.

martedì 22 maggio 2018

Genesi, il serpente biblico


GIOVANNI PAOLO II - (Considerazioni sul peccato, 1986)

http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/audiences/1986/documents/hf_jp-ii_aud_19861112.html

GIOVANNI PAOLO II - (Considerazioni sul peccato, 1986)

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 12 novembre 1986


1. Le considerazioni sul peccato, svolte nel presente ciclo delle nostre catechesi, ci impongono di ritornare sempre a quel primo peccato di cui si legge in Gen 3, San Paolo ne parla come della “disobbedienza” del primo Adamo (cf. Rm 5, 19), in connessione diretta con quella trasgressione del comandamento del Creatore concernente “l’albero della conoscenza del bene e del male”. Anche se una lettura superficiale del testo può dare l’impressione che quel divieto riguardasse una cosa irrilevante (“non dovete mangiare del frutto dell’albero”), chi ne fa un’analisi più profonda si convince facilmente che il contenuto apparentemente irrilevante del divieto simboleggia una questione del tutto fondamentale. E ciò appare dalle parole del tentatore, il quale, per persuadere l’uomo ad agire contro il divieto del Creatore, lo alletta con quella istigazione: “Quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male” (Gen 3, 5).
2. In questa luce sembra si debba intendere che quell’albero della conoscenza e il divieto di mangiare dei suoi frutti avevano lo scopo di ricordare all’uomo che egli non è “come Dio”: è solo una creatura! Sì, una creatura particolarmente perfetta perché fatta a “immagine e somiglianza di Dio”, e, nondimeno, sempre e solo una creatura. Questa era la fondamentale verità dell’essere umano. Il comandamento che l’uomo ha ricevuto all’inizio includeva questa verità espressa in forma di ammonimento: Ricordati di essere una creatura chiamata all’amicizia con Dio, il quale solo è il tuo Creatore: non voler essere ciò che non sei! Non voler essere “come Dio”. Agisci secondo ciò che sei, tanto più che questa è già una misura così alta: la misura dell’“immagine e somiglianza di Dio”. Essa ti distingue tra le creature del mondo visibile, ti pone sopra di esse. Ma nello stesso tempo la misura dell’immagine e somiglianza di Dio ti obbliga ad agire in conformità con ciò che tu sei. Sii dunque fedele all’alleanza che Dio creatore ha stretto con te, creatura, sin dall’inizio.
3. Proprio questa verità, e quindi il principio primordiale di comportamento dell’uomo, non solo è stato messo in dubbio dalle parole del tentatore riferite in Gen 3, 1 ma è stato addirittura radicalmente “contestato”. Pronunciando quelle parole tentatrici il “serpente antico”, come lo chiama l’Apocalisse (Ap 12, 9), formula per la prima volta un criterio di interpretazione a cui in seguito l’uomo peccatore ricorrerà tante volte nel tentativo di affermare se stesso o addirittura di crearsi un’etica senza Dio: il criterio cioè secondo cui Dio è “alienante” per l’uomo, così che questi, se vuol essere se stesso, deve farla finita con Dio (cf. Feuerbach, Marx, Nietzsche).
4. La parola “alienazione” presenta diverse sfumature di significato. In tutti i casi indica l’“usurpazione” di qualcosa che è proprietà altrui. Il tentatore di Gen 3 dice per la prima volta che il Creatore ha “usurpato” ciò che appartiene all’uomo-creatura! Attributo dell’uomo sarebbe infatti l’“essere come Dio”, il che dovrebbe significare l’esclusione di qualunque dipendenza da Dio. Da questo presupposto metafisico deriva logicamente il rifiuto di ogni religione come incompatibile con ciò che l’uomo è. Di fatti le filosofie atee (o anti-teiste) ritengono che la religione sia una forma fondamentale di alienazione mediante la quale l’uomo si priva o si lascia espropriare di ciò che appartiene esclusivamente al suo essere umano. Nello stesso crearsi un’idea di Dio, l’uomo si aliena da se stesso, perché rinuncia in favore di quell’Essere perfetto e felice da lui immaginato, a ciò che è originariamente e principalmente sua proprietà. La religione a sua volta accentua, conserva e alimenta questo stato di auto-spogliamento in favore di un Dio di creazione “idealistica” e quindi è uno dei principali coefficienti dell’“espropriazione” dell’uomo, della sua dignità, dei suoi diritti.
5. Di questa falsa teoria, così contraria ai dati della storia e della psicologia religiosa, vorrei far qui notare che presenta varie analogie con la narrazione biblica della tentazione e della caduta. È significativo che il tentatore (“il serpente antico”) di Gen 3 non metta in dubbio l’esistenza di Dio, e neanche neghi direttamente la realtà della creazione; verità che in quel momento storico erano per l’uomo fin troppo ovvie. Invece, nonostante questa ovvietà, il tentatore - nella propria esperienza di creatura ribelle per libera scelta - cerca di innestare nella coscienza dell’uomo già “all’inizio”, quasi “in germe”, ciò che costituisce il nucleo dell’ideologia dell’“alienazione”. E con ciò opera una radicale inversione della verità sulla creazione nella sua essenza più profonda. Al posto del Dio che elargisce al mondo l’esistenza, del Dio-Creatore, nelle parole del tentatore in Gen 3 viene presentato un Dio “usurpatore” e “nemico” della creazione, e specialmente dell’uomo. In realtà proprio l’uomo è il destinatario di una particolare elargizione divina, essendo stato creato a “immagine e somiglianza” di Dio. In questo modo la verità viene estromessa dalla non-verità; viene mutata in menzogna, perché manipolata dal “padre della menzogna”, come il Vangelo chiama colui che ha operato questa contraffazione all’“inizio” della storia umana: “Egli è stato omicida fin dal principio . . . perché non vi è verità in lui. Quando dice il falso, parla del suo, perché è menzognero e padre della menzogna” (Gv 8, 44).
6. Nel cercare la fonte di questa “menzogna”, che si trova all’inizio della storia come radice del peccato nel mondo degli esseri creati e dotati della libertà a immagine del Creatore, vengono ancor sempre alla mente le parole del grande Agostino: “amor sui usque ad contemptum Dei” (De Civitate Dei, XIV, 28: PL 41, 438). La menzogna primordiale ha la sua fonte nell’odio che porta al disprezzo di Dio: “contemptus Dei”.
Questa è la misura di negatività morale che si è riflessa nel primo peccato dell’uomo. Ciò consente di capire meglio quanto san Paolo insegna quando qualifica il peccato di Adamo come “disobbedienza” (Rm 5, 19). L’Apostolo non parla di odio diretto di Dio, ma di “disobbedienza”, di opposizione alla volontà del Creatore. Tale rimarrà il carattere principale del peccato nella storia dell’uomo. Sotto il peso di questa eredità la volontà dell’uomo, resa debole e incline al male, resterà permanentemente esposta all’influenza del “padre della menzogna”. Lo si constata nelle diverse epoche della storia. Lo testimoniano ai nostri tempi le diverse specie di negazione di Dio, dall’agnosticismo all’ateismo o addirittura all’antiteismo. In diversi modi viene inscritta in esse l’idea del carattere “alienante” della religione e della morale, che trova nella religione la propria radice, proprio come aveva suggerito agli inizi il “padre della menzogna”.
7. Ma se si vuol guardare alla realtà senza pregiudizi e chiamare le cose col loro nome, dobbiamo dire francamente che alla luce della rivelazione e della fede, la teoria dell’alienazione dev’essere rovesciata. Ciò che porta all’alienazione dell’uomo è proprio il peccato, è unicamente il peccato! È proprio il peccato che fin dall’“inizio” fa sì che l’uomo venga in certo modo “diseredato” della propria umanità. Il peccato “toglie” all’uomo, in diversi modi, ciò che decide della sua vera dignità: quella di immagine e somiglianza di Dio. Ogni peccato in certo modo “riduce” questa dignità! Quanto più l’uomo diventa “schiavo del peccato” (Gv 8, 34) tanto meno gode della libertà dei figli di Dio. Egli cessa di essere padrone di se stesso, come esigerebbe la struttura stessa del suo essere persona e cioè di creatura razionale, libera, responsabile.
La Sacra Scrittura sottolinea efficacemente questo concetto di alienazione, illustrandone una triplice dimensione: l’alienazione del peccatore da se stesso (cf. Sal 57,4: alienati sunt peccatores ab utero), da Dio (cf. Ez 14, 7: [qui] alienatus fuerit a me; Ef 4, 18: alienati a vita Dei), dalla comunità (cf. Ef 2, 12: alienati a conversatione Israel).
8. Il peccato è dunque non solo “contro” Dio, ma anche contro l’uomo. Come insegna il Concilio Vaticano II: “Il peccato è . . . una diminuzione per l’uomo stesso, impedendogli di costruire la propria pienezza” (Gaudium et Spes, 13). È una verità che non ha bisogno di essere provata con elaborate argomentazioni. Basta semplicemente constatarla. Del resto non ne offrono forse eloquente conferma tante opere della letteratura, del cinema, del teatro? In esse l’uomo appare indebolito, confuso, privo di un centro interiore, accanito contro di sé e contro gli altri, succube di non-valori, in attesa di qualcuno che non arriva mai, quasi a riprova del fatto che, una volta perduto il contatto con l’Assoluto, egli finisce per perdere anche se stesso.
È perciò sufficiente richiamarsi all’esperienza, sia a quella interiore, sia a quella storico-sociale nelle sue varie forme, per convincersi che il peccato è un’immane “forza distruttrice”: esso distrugge con virulenza subdola e inesorabile il bene della convivenza tra gli uomini e le società umane. Proprio per questo si può parlare giustamente del “peccato sociale” (Reconciliatio et Paenitentia, 16). Dato però che alla base della dimensione sociale del peccato si trova sempre il peccato personale, bisogna soprattutto mettere in rilievo ciò che il peccato distrugge in ogni uomo, suo soggetto e artefice, considerato nella sua concretezza di persona.
9. A questo proposito merita di essere richiamata un’osservazione di san Tommaso d’Aquino, secondo il quale, allo stesso modo che ad ogni atto moralmente buono l’uomo come tale diventa migliore, così per ogni atto moralmente cattivo l’uomo come tale diventa peggiore (cf. Summa Theol, I-II, q. 55, a. 3; q. 63, a. 2). Il peccato dunque distrugge nell’uomo quel bene che è essenzialmente umano, in un certo senso “toglie” all’uomo quel bene che gli è proprio, “usurpa” l’uomo a se stesso. In questo senso, “chiunque commette il peccato è schiavo del peccato”, come afferma Gesù nel Vangelo di Giovanni (Gv 8, 34). Questo è precisamente quanto è contenuto nel concetto di “alienazione”. Il peccato, dunque, è la vera “alienazione” dell’essere umano razionale e libero. All’essere razionale compete di tendere alla verità e di esistere nella verità. Al posto della verità circa il bene, il peccato introduce la non-verità: il vero bene viene da esso eliminato in favore di un bene “apparente”, che non è un bene vero, essendo stato eliminato il vero bene in favore del “falso”.
L’alienazione che avviene nel peccato tocca la sfera conoscitiva, ma attraverso la conoscenza raggiunge la volontà. E ciò che allora succede sul terreno della volontà, lo ha espresso forse nel modo più esatto san Paolo, scrivendo: “Io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio. Ora, se faccio quello che non voglio, non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me . . . Quando voglio fare il bene il male è accanto a me . . . Sono uno sventurato” (Rm 7, 19-24).
10. Come si vede, la reale “alienazione” dell’uomo - l’alienazione di un essere fatto a immagine di Dio, razionale e libero - è nient’altro che “il dominio del peccato” (Rm 3, 9). E questo aspetto del peccato viene messo in rilievo con ogni forza dalla Sacra Scrittura. Il peccato è non solo “contro” Dio, contemporaneamente esso è “contro” l’uomo.
Orbene, se è vero che il peccato implica, secondo la sua stessa logica e secondo la rivelazione, adeguate punizioni, la prima di queste punizioni è costituita dal peccato stesso. Mediante il peccato l’uomo punisce se stesso! Nel peccato è già immanente la punizione; qualcuno giunge a dire: v’è già l’inferno, come privazione di Dio! “Ma forse costoro offendono me - chiede Dio per mezzo del profeta Geremia (Ger 7, 19) - o non piuttosto se stessi a loro vergogna?”. “La tua stessa malvagità ti castiga e le tue ribellioni ti puniscono” (Ger 2, 19). E il profeta Isaia lamenta: “Tutti siamo avvizziti come foglie, le nostre iniquità ci hanno portato via come il vento . . . Tu avevi nascosto da noi il tuo volto, ci hai messo in balia della nostra iniquità” (Is 64, 5-6).
11. Proprio questo “consegnarsi (e auto-consegnarsi) dell’uomo in balia della sua iniquità” spiega nel modo più eloquente il significato del peccato come alienazione dell’uomo. Tuttavia il male non è completo o almeno è rimediabile, finché l’uomo ne è consapevole, finché conserva il senso del peccato. Quando invece anche questo viene a mancare, è praticamente inevitabile il crollo totale dei valori morali e si fa terribilmente incombente il rischio della perdizione definitiva. È per questo che vanno sempre riprese e meditate con grande attenzione quelle gravi parole di Pio XII (un’espressione che è divenuta quasi proverbiale): “Il peccato del secolo è la perdita del senso del peccato” (Discorsi e Radiomessaggi, VIII [1946], 288).

venerdì 18 maggio 2018

Pentecoste


PENTECOSTE (ANNO B) - MESSA DEL GIORNO (20/05/2018)


Stavano compiendosi... le cose future

don Luciano Cantini  

PENTECOSTE (ANNO B) - MESSA DEL GIORNO (20/05/2018)

Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste
Luca si riferisce alla Festa di Shavuot, letteralmente significa "settimane", sono sette settimane - cinquanta giorni dopo Pasqua, in greco è detta Pentecoste - tra il passaggio del Mar Rosso e l'esperienza del Sinai. 
Il Signore vi parlò dal fuoco; voi udivate il suono delle parole ma non vedevate alcuna figura: vi era soltanto una voce. Egli vi annunciò la sua alleanza, che vi comandò di osservare, cioè le dieci parole, e le scrisse su due tavole di pietra (Dt 4,12-13).
In questo ambito Luca racconta l'esperienza cristiana del dono dello Spirito ricalcando gli elementi tipici della manifestazione di Dio (Teofania) come il vento e il fuoco. Lontana dall'autore l'idea di un mero resoconto dei fatti: l'espressione stava compiendosi il giorno della Pentecoste sembra riferirsi alla sera mentre poco dopo si dice sono le nove del mattino (At 2,15). Ogni parola del nostro testo è il segno di una esperienza di fede che va molto più in profondità rispetto all'accadimento.
Stava compiendosi non si riferisce dunque alla giornata ma al senso stesso della Pentecoste, alla Alleanza che ai piedi del Sinai ha avuto inizio, quando Dio stesso con il dono della Legge ha costituito le tribù l'Israele fuggiasche dall'Egitto in un Popolo, un popolo eletto: Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa (Es 19,6).
Pietro ne ha preso coscienza tanto da affermare Ma voi siete la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere meravigliose di lui che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua ammirabile luce; voi, che un tempo eravate non-popolo, ora invece siete il popolo di Dio (1Pt 2,9-10).

Apparvero loro lingue come di fuoco
Luca tenta di visualizzare, o meglio rendere sensibile l'avvenimento attraverso la descrizione del fragore, del vento che si abbatte impetuoso che riempì tutta la casa ma cui fa precedere un quasi, poi descrive l'esperienza del fuoco, o meglio dellelingue come di fuoco; l'iconografia cristiana ha espresso con una buona dose di fantasia ciò che l'autore degli Atti racconta in modo volutamente impreciso ma fortemente coinvolgente.
Quello che colpisce è l'immagine del fuoco che si divide per raggiungere ciascuno, così lo stesso Spirito si manifesta in ciascuno con una vocazione speciale all'unità: E in realtà noi tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti ci siamo abbeverati a un solo Spirito (1Corinzi 12,13).
Non è estranea la vocazione di tutto il genere umano all'unità che la Scrittura insinua fin dalla Genesi quando da Adamà, la prima creatura, è separato l'uomo dalla donna perché costituissero di nuovo una sola carne (Gen 2,24).
In effetti il soggetto del racconto sono le lingue e il fuoco è solo un paragone per rendere l'immagine: le lingue strumento di comunicazione tra gli uomini, ma anche causa di incomprensioni e fraintendimenti diventano nella pentecoste elemento unificante nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi.

Li udiamo parlare nelle nostre lingue
Dalla pienezza dello Spirito nasce una comunicazione nuova: il miracolo delle lingue raccontato da Luca lascia perplessi e in tanti si sono provati a descrivere la dinamica dell'avvenimento; come al solito le parole vanno oltre la descrizione dei fatti e ci chiedono un atto di fede, non tanto per quello che è stato quanto per quello che sarà e che Paolo annuncia come un dato già realizzato: Non c'è più giudeo né greco; non c'è più schiavo né libero; non c'è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù (Galati 3,28).
Il racconto di Atti descrive Gerusalemme come un crogiuolo di popoli diversissimi tra di loro, dalle molteplici provenienze; ci sarebbe da domandarci se la storia, meglio lo Spirito, non stia proponendo alle società di oggi la stessa esperienza e la stesa fatica di convivere e comunicare. La Pentecoste ci costringe a fare uno sforzo di comprensione con chi ci sta vicino, superare le divisioni di genere, di generazione, di stato sociale, di cultura, di provenienza; ogni divisione apre la porta ad altre divisioni così come ogni comunione sfocia in altre comunioni. Vivere la Pentecoste non è una esperienza "religiosa" o "spirituale", piuttosto assumere la diversità come una sorta di provocazione a ricomprendere i nostri rapporti, la nostra fede, il dono di Dio che abbiamo ricevuto, a dare "libertà" allo Spirito che è in noi, che ci guiderà a tutta la verità, e ci annuncerà le cose future (Gv 16,15).

mercoledì 16 maggio 2018

IL Battesimo di Gesù


BATTESIMO E VITA CRISTIANA (Jubilee 2000)


BATTESIMO E VITA CRISTIANA (Jubilee 2000)

Jean Evenou

Nella Lettera apostolica in preparazione al Giubileo, il Santo Padre richiama che, per quest'anno, «l'impegno di attualizzazione sacramentale (...) potrà far leva sulla riscoperta del Battesimo come fondamento dell'esistenza cristiana, secondo la parola dell'Apostolo: "Quanti siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo" (Gal 3,27)» (TMA, n. 41).
Non avremo mai finito di scoprire il valore del Battesimo e la sua importanza per la nostra vita personale. L'intera esistenza di ciascun fedele «ha lo scopo di portarlo a conoscere la radicale novità cristiana che deriva dal Battesimo, sacramento della fede, perché possa viverne gli impegni secondo la vocazione ricevuta da Dio» (Giovanni Paolo II, Esort. ap. Christifideles laici, n. 10). L'anno in corso, dedicato a conoscere meglio la persona e il mistero di Gesù Cristo, Figlio di Dio, è parimenti un tempo favorevole, in vista del prossimo Giubileo, per riscoprire il Battesimo, ossia per prendere coscienza della nostra dignità di cristiani secondo l'ammonimento del papa san Leone Magno: «Riconosci, cristiano, la tua dignità e, reso partecipe della natura divina, non voler tornare all'abiezione di un tempo con una condotta indegna. Ricordati chi è il tuo Capo e di quale Corpo sei membro. Ricordati che, strappato dal potere delle tenebre, sei stato trasferito nella luce del regno di Dio. Con il sacramento del battesimo sei diventato tempio dello Spirito Santo!... Ricorda che il prezzo pagato per il tuo riscatto è il sangue di Cristo» (Discorso per il Natale, 1, 3).
«Con il santo Battesimo diventiamo figli di Dio nell'Unigenito suo Figlio, Cristo Gesù. Uscendo dalle acque del sacro fonte, ogni cristiano riascolta la voce che un giorno si è udita sulle rive del fiume Giordano: "Tu sei il mio figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto" (Lc 3,22), e capisce che è stato associato al Figlio prediletto, diventando figlio di adozione (cf. Gal 4,4-7) e fratello di Cristo. Si compie così nella storia di ciascuno l'eterno disegno del Padre: "quelli che egli da sempre ha conosciuto li ha anche predestinati ad essere conformi all'immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli" (Rm 8,29)» (Christifideles laici, 11).
Le messe dell'ottava di Pasqua, i prefazi del Tempo pasquale, non cessano di ricordare la grandezza del sacramento del Battesimo e gli impegni che esso comporta: «Concedi ai tuoi fedeli di esprimere nella vita il sacramento che hanno ricevuto nella fede» (lunedì fra l'ottava); «Il Signore li ha dissetati con l'acqua della sapienza; li fortificherà e li proteggerà per sempre, darà loro una gloria eterna» (martedì fra l'ottava); «concedi che tutti i tuoi figli, nati a nuova vita nelle acque del Battesimo e animati dall'unica fede, esprimano nelle opere l'unico amore» (giovedì fra l'ottava); «coloro che sono rinati nel Battesimo ricevano la veste candida della vita immortale» (sabato fra l'ottava); «Cristo, nostra Pasqua, si è immolato. Per mezzo di lui rinascono a vita nuova i figli della luce» (prefazio II); «In lui, vincitore del peccato e della morte, l'universo risorge e si rinnova, e l'uomo ritorna alle sorgenti della vita» (prefazio IV); «Dio (...) accresci in noi la grazia che ci hai dato, perché tutti comprendiamo l'inestimabile ricchezza del Battesimo che ci ha purificati, dello Spirito che ci ha rigenerati, del Sangue che ci ha redenti» (II domenica di Pasqua).
«Rigenerati come "figli nel Figlio", i battezzati sono inscindibilmente "membra di Cristo e membri della Chiesa" (...). Mediante il sacramento Gesù unisce il battezzato alla sua morte per unirlo alla sua risurrezione (cf. Rm 6,3-5), lo spoglia dell'"uomo vecchio" e lo riveste dell'"uomo nuovo", ossia di Se stesso (...). Ne risulta che "noi, pur essendo molti, siamo un solo corpo in Cristo" (Rm 12,5)» (Christifideles laici, 12).
L'affermazione di san Paolo: «quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo» (Gal 3,27), è divenuta un canto battesimale in Occidente (Ordo Baptismi parvulorum, 67), come tradizionalmente lo è in Oriente ed appare come antifona alla comunione nel sabato fra l'ottava di Pasqua.
Nel tempo presente, le diverse confessioni cristiane hanno ripreso coscienza che, nonostante le divisioni, il Battesimo è il punto d'incontro per tutti i credenti in Cristo. «Il Battesimo costituisce il fondamento della comunione tra tutti i cristiani, anche con quanti non sono ancora nella piena comunione con la Chiesa cattolica» (CCC, n. 1271). Poiché il Battesimo ci rende membra del Corpo di Cristo e Cristo non può essere diviso (cf 1Cor 1,13), esso fonda anche la speranza dell'unità visibile dei cristiani, secondo il desiderio stesso di Cristo: "tutti siano una cosa sola" (Gv 17,21). Lo ribadisce il Santo Padre: «Proprio sotto il profilo ecumenico, questo sarà un anno molto importante per volgere insieme lo sguardo a Cristo unico Signore, nell'impegno di diventare in Lui una cosa sola, secondo la sua preghiera al Padre» (TMA, n. 41).
L'unzione con il crisma sul capo dei neobattezzati è accompagnata da una dichiarazione che mostra come il Battesimo sia a fondamento dell'essere cristiano: «Dio (...) vi ha liberato dal peccato e vi ha fatto rinascere dall'acqua e dallo Spirito Santo, unendovi al suo popolo; egli stesso vi consacra con il crisma di salvezza, perché inseriti in Cristo, sacerdote, re e profeta, siate sempre membra del suo corpo per la vita eterna». Col Battesimo tutta l'esistenza è chiamata a divenire una testimonianza viva.
Incorporati a Cristo, i battezzati sono uniti a Lui e al suo sacrificio mediante l'offerta di sé e della loro vita. «Tutte le loro opere, le preghiere e le iniziative apostoliche, la vita coniugale e familiare, il lavoro giornaliero, il sollievo spirituale e corporale, se sono compiute nello Spirito, e persino le molestie della vita se sono sopportate con pazienza, diventano sacrifici spirituali graditi a Dio per Gesù Cristo» (Lumen Gentium, n. 34).
Costituiti nello Spirito testimoni di Cristo Risolto, "il grande profeta" (Lc 7,16), i cristiani sono «chiamati a far risplendere la novità e la forza del Vangelo nella loro vita quotidiana, familiare e sociale, come pure ad esprimere, con pazienza e coraggio, nelle contraddizioni dell'epoca presente la loro speranza nella gloria» (Christifideles laici, 14).
Chiamati dal Cristo, Re dell'universo, al servizio del regno di Dio, i battezzati vivono la regalità cristiana, mediante il combattimento spirituale, per vincere in se stessi il regno del peccato (cf ibid.), combattimento incessante che mette in atto la rinuncia a Satana fatta immediatamente prima del Battesimo. Essi sono ugualmente chiamati a ridonare alla creazione tutto il suo valore originale, ad orientarla, con ogni attività umana, alla signoria del Cristo Risorto, che attira a sè ogni cosa.
"Riconosci, cristiano, la tua dignità". Ogni anno, nella notte pasquale, i cristiani sono invitati a far memoria del Battesimo. E' come un grande anniversario collettivo del Sacramento ricevuto un giorno, neonati o adulti. E' l'occasione di fare memoria di un evento personale che ha segnato per sempre l'esistenza. E' l'occasione anche per far rivivere più intensamente l'impegno contratto quel giorno e aggiornare la linfa ricevuta dalla vera vite (cf. Gv 15,5). Anche l'aspersione domenicale, all'inizio della messa, è compiuta in ricordo del Battesimo ricevuto e della promessa del Signore: «Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati» (Ez 36,25). Ed ogni volta che facciamo il segno della croce con l'acqua benedetta, ritorna alla nostra memoria di cristiani il ricordo del Battesimo. «La vocazione alla santità affonda sue radici nel Battesimo e viene riproposta dagli altri Sacramenti, principalmente dall'Eucaristia: rivestiti di Gesù Cristo e abbeverati dal suo Spirito, i cristiani sono "santi" e sono, perciò, abilitati e impegnati a manifestare la santità del loro essere nella santità di tutto il loro operare» (Christifideles laici, 16).
«La vita secondo lo Spirito (...) suscita ed esige da tutti e da ciascun battezzato la sequela e l'imitazione di Gesù Cristo, nell'accoglienza delle sue Beatitudini, nell'ascolto e nella meditazione della Parola di Dio, nella consapevole e attiva partecipazione alla vita liturgica e sacramentale della Chiesa, nella preghiera individuale, familiare e comunitaria, nella fame e nella sete di giustizia, nella pratica del comandamento dell'amore in tutte le circostanze della vita e nel servizio ai fratelli, specialmente se piccoli, poveri e sofferenti» (ibid.).
«Riconosci, cristiano, la tua dignità».

martedì 15 maggio 2018

San Paolo Apostolo


SAN PAOLO APOSTOLO – L’ESPERIENZA DELLA CROCE


Anno Santo della Misericordia: 1 – Misericordiae Vultus »

5 – SAN PAOLO APOSTOLO – L’ESPERIENZA DELLA CROCE

novembre 30, 2015 

Paolo Sperimenta la Croce

Nel discorso di Mileto, dando l’addio agli anziani di Efeso, l’apostolo dice: “Ho servito il Signore con tutta umiltà, tra lacrime e prove”. (Atti 20, 19).
Rivolgendosi alla comunità di Colossi, afferma: “Ora io sono lieto nelle sofferenze che sopporto per voi e do compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa” (Colossesi 1, 24).
Rivolgendosi al discepolo/vescovo Timoteo gli dice: “Io sto già per essere versato in offerta ed è giunto il momento che io lasci questa vita. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede” (II Timoteo 4, 6-7).
In questi tre testi c’è un florilegio di parole significative: “Lacrime e prove… sofferenze … compimento dei patimenti di Cristo … essere versato in offerta … buona battaglia … “ sono parole che fanno ricordare quelle del Maestro: “Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può esser mio discepolo” (Luca 14, 26).
Paolo nella I ai Corinti (4, 9-13) parla dell’opera apostolica come una specie di condanna al sacrificio: “Ritengo infatti che Dio abbia messo noi, gli apostoli, all’ultimo posto, come condannati a morte … noi stolti a causa di Cristo … noi deboli, noi disprezzati soffriamo la fame, la sete, la nudità, veniamo percossi, andiamo vagando di luogo in luogo, ci affatichiamo lavorando con le nostre mani. Insultati, benediciamo; perseguitati, sopportiamo; calunniati, confortiamo; siamo diventati come la spazzatura del mondo, il rifiuto di tutti”. Nella lettera ai Galati (2, 19) Paolo afferma, nudo e crudo: “Sono stato crocifisso con Cristo”.
Durante i momenti più difficili gli saranno venute in mente le proteste di Geremia: “Maledetto il giorno in cui nacqui; il giorno in cui mia madre mi diede alla luce non sia benedetto” (Geremia 20, 14).
Nel freddo e nella solitudine del carcere gli sarà venuta in mente la protesta di Giobbe nei giorni cruciali: “Perché non sono morto fin dal seno di mia madre e non spirai appena uscito dal grembo?” (Giobbe 3, 11).
Forse è stato tentato di dirlo ma non lo ha mai fatto. Forse si sarà ricordato dell’episodio di Pietro quando a Gesù, che aveva predetto la sua passione e morte, aveva protestato: “Non dirlo … questo non ti accadrà mai” e di rimando gli aveva risposto: “Lungi da me Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio ma secondo gli uomini!” (Matteo 16, 22-23).
Paolo non ha cercato le difficili sfide del suo apostolato: sarebbe stato autolesionismo. Non ha nemmeno detto: “Me ne infischio e vado avanti senza paura!” sarebbe stato stoicismo.
Paolo ha preferito accettare la croce, sopportandola e abbracciandola per il suo Signore.
In II Corinti (12, 9-10) scrive: ”Egli mi ha detto: ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella mia debolezza. Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole è allora che sono forte”.

Il paradosso cristiano
La forza nella debolezza è il paradosso cristiano. È una realtà possibile soltanto per Cristo, con Cristo, in Cristo, umiliato ed esaltato.
Lo vediamo nelle due strofe dell’inno cristologico della lettera ai Filippesi (2, 5-11):

“Abbiate in voi gli stessi sentimenti
che furono in Gesù Cristo,
il quale, pur essendo di natura divina
non considerò un tesoro geloso
la sua uguaglianza con Dio;
ma spogliò se stesso,
assumendo la condizione di servo
e divenendo simile agli uomini;
apparso in forma umana,
umiliò se stesso
facendosi obbediente sino alla morte
e alla morte di croce.
Per questo Dio lo ha esaltato
e gli ha dato il nome
che è al disopra di ogni altro nome,
perché nel nome di Gesù
ogni ginocchio si pieghi
nei cieli, sulla terra e sotto terra
e ogni lingua proclami
che Gesù Cristo è il Signore
a gloria di Dio Padre”

Cristo è stato esaltato per il fatto di aver accettato l’umiliazione e la morte. Non le ha subite come se fossero una disgrazia o un’ingiustizia. Le ha vissute come un sacrificio volontario, abbracciato con sopportazione e perseveranza, soprattutto con una obbedienza amorosa.
Il dolore è un enigma; trova la cifra interpretativa soltanto nel paradosso della croce: l’Uomo della Croce non ha eliminato il dolore ma vi si è messo in mezzo e lo ha riempito di sé. Lo ha fatto diventare possibilità di un dono.
Per questo San Paolo non si vanterà più della circoncisione, dell’appartenenza al popolo ebraico, ma della croce, cioè dell’appartenenza al popolo dei battezzati nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
Nella lettera ai Galati (6, 14) dice: “Quanto a me non ci sia altro vanto che nella Croce dei Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo del quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo”.
Ogni santo ha una sua spiritualità particolare, come accentuazione della sequenza evangelica. Quella di Paolo è la spiritualità della Croce.
La Croce è abitata da Cristo, il Crocifisso che risorge. Qualcuno ha detto che la crocifissione di Gesù era il suicidio del Padre. Al contrario la crocifissione è la vittoria dell’onnipotenza divina.
La spiritualità della Croce sarà abbracciata nel secolo XIII da Francesco d’Assisi, nel secolo XVI da Carlo Borromeo Ignazio di Loyola e Giovanni della Croce, nel secolo XVIII da Paolo della Croce e nel secolo XX da Teresa Benedetta della Croce, martire di Auchwitz e patrona d’Europa.

Mons. Claudio Livetti

venerdì 11 maggio 2018

Ascensione copta


SOLENNITÀ DELL’ ASCENSIONE AL CIELO DI N.S.G.C. – OMELIA


SOLENNITÀ DELL’ ASCENSIONE AL CIELO DI N.S.G.C. – OMELIA

“Ecco io sono con voi tutti i giorni”

Carissimi fratelli e sorelle, celebriamo oggi una Solennità importantissima della nostra fede, ma così tanto poco capita, apprezzata, vissuta, testimoniata. Ecco, allora dispiegheremo questa omelia su questi quattro punti:

1. Capire l’Ascensione di Gesù          3. Vivere l’Ascensione di Gesù
2. Apprezzare l’Ascensione di Gesù         4. Testimoniare l’Ascensione di Gesù. 

1. Capire l’Ascensione di Gesù.
Cosa ci dice questo mistero della vita di Gesù, cosa è successo? Bisogna innanzitutto precisare che non si tratta di un’Ascensione fisica al cielo, di un salire fisico di Gesù, bensì si tratta dell’inizio di una situazione nuova dell’umanità di Gesù Cristo che viene espressa da questo salire al cielo. Stiamo parlando di Gesù Cristo, Egli è il Verbo, il Figlio del Padre, l’unico Dio con Lui e lo Spirito Santo. Egli, nella pienezza dei tempi si era fatto uomo nel seno della Vergine (cfr. Gal 4,4), si era – per così dire – svuotato della sua divinità per farsi uomo come noi, essere umiliato e crocifisso e morire per noi (cfr. Fil 2,6ss). Risorto al terzo giorno, dopo essere apparso in diversi luoghi e tempi lungo quaranta giorni ai suoi discepoli e averli ammaestrati ulteriormente (cfr. At 13,29-31), oggi la sua umanità risorta viene pienamente glorificata dal Padre (cfr. Gv 7,39; 12,16.23.28; 17,5) ed entra definitivamente nella dimensione della gloria eterna della Trinità. 
Egli quindi nel suo mostrarsi ai suoi mentre ascende vuole significare l’entrata definitiva del suo corpo glorificato nella dimensione del cielo, dell’eternità. Vedete, il cielo, l’eternità è il mondo intimo di Dio e questo mondo di Dio non ha un luogo, perché Dio non può essere circoscritto, racchiuso da un luogo, si tratta di un’altra dimensione della realtà, dimensione nella quale ciascuno di noi s’inserisce per virtù della FEDE.
Vedete, ecco un primo richiamo forte che fa a ciascuno di noi questa Festa dell’Ascensione: crediamo veramente, nel cielo, nell’eternità… crediamo veramente in Dio? Ricordate come fu sciocco il primo cosmonauta dell’umanità, quel tizio russo che disse navigando per la prima volta al di sopra dei cieli terrestri: “Sono stato in cielo, ma Dio non l’ho visto!”. Ma se l’avesse visto, quello che vedeva non poteva essere Dio, perché Dio non si vede, se si vede qualcosa non è Dio quello che si vede. Dio si raggiunge, si tocca, si vede, si ascolta, ci s’incontra con Lui solo con la fede, non con i sensi o gli strumenti della tecnica.
Inoltre, badate bene, anche coloro che ebbero la grazia di vedere Gesù fisicamente, di sentirlo, di toccarlo, vedevano il Padre in Lui, vedevano Dio in Lui solo attraverso la FEDE, per questo alcuni credettero in Lui altri, molti, no.
Per questo dopo la risurrezione nelle sue apparizioni – se ci avete fatto caso in questo tempo pasquale in cui ne abbiamo fatto memoria – Lui mai veniva riconosciuto subito da coloro a cui appariva. Non lo riconobbero infatti pur vedendolo con gli occhi: i discepoli di Emmaus credevano che fosse un viandante (cfr. Lc 24,15-16), la Maddalena pensò che fosse un giardiniere (cfr. Gv 20,15), gli Apostoli nel cenacolo un fantasma (cfr. Lc 24,35) e sul lago credettero che fosse una persona affamata (cfr. Gv 21,4), no, non erano gli occhi del corpo che permisero a tutti loro di vederlo, ma quelli della FEDE. E Gesù chiama beati noi se crediamo senza vedere! (cfr. Gv 20,29) Ascendendo al cielo, Gesù, entrando definitivamente nella dimensione del Cielo, inaugura il tempo della FEDE. Oggi è la festa della FEDE. Che cosa grande che è la Fede… che cosa potente che è la Fede… che cosa bella che è la Fede: mi fa vedere Dio senza vederLo, sentirLo senza sentirLo, toccarLo senza toccarLo. Beati noi se abbiamo Fede, beati noi! Beati noi perché vediamo Dio, sentiamo Dio, tocchiamo Dio… ma dove vediamo Dio? dove sentiamo Dio? dove tocchiamo Dio? Noi vediamo, sentiamo, tocchiamo Dio nel Cielo: “…Padre nostro che sei nei cieli…” (Mt 6,9) e il Cielo di Dio è il nostro cuore… il Cielo di Dio è la nostra anima… il Cielo di Dio è l’intimità più intima della nostra persona! Siamo noi la casa di Dio, la sua santa dimora, il suo tabernacolo vivente… Dunque noi siamo già con Gesù nel Cielo perché Egli è in noi e noi siamo in Lui e se Egli è in noi, anche il Padre è in noi e noi nel Figlio, e così diventiamo Uno nel Padre e nel Figlio (cfr. Gv 17,20ss) per mezzo del Loro Spirito che riversano in noi (cfr. Rm 5,5)
2. Apprezzare l’Ascensione di Gesù
Apprezzare, cioè capirne il valore: “È bene per voi che Io me ne vada!” (Gv 16,8). È un bene per noi che Gesù sia asceso, cioè che non si veda più perché così ha eliminato quella distanza che si era creata tra noi e Dio con l’Incarnazione. Sì, carissimi fratelli e sorelle, poco ci pensiamo, anzi spesso affermiamo esattamente il contrario perché grande è il mistero di cui parliamo e come ogni mistero quando crediamo di averlo inscatolato ci sfugge e trascende le nostre categorie.
Nell’Incarnazione noi solitamente vediamo il mistero dell’avvicinarsi di Dio all’uomo perché in Gesù in quel Bimbo che cresce in Maria, che vagisce nel presepe, che diventa adulto a Nazareth, che predica lungo le strade della Palestina, che muore in croce dissanguato d’amore per noi e il terzo giorno risorge, vediamo Dio che si china su di noi, si fa vedere con occhi del corpo, udire con le orecchie, toccare con le nostre mani:
“Ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita poiché la vita si è fatta visibile, noi l'abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita eterna, che era presso il Padre e si è resa visibile a noi"  – 1Gv 1,1-2.
Ma quanto poco riflettiamo che questo svuotarsi di Dio nel farsi uomo e farsi vedere, ha creato una distanza tra noi e Lui che prima non c’era, è appunto per ripristinare la vicinanza con noi che Gesù oggi ascende al Cielo. Fratelli e sorelle oggi non celebriamo la festa del distacco, la festa della lontananza, bensì la festa della vicinanza, la festa della presenza. Sì, perché in seguito all’Incarnazione Dio ha creato una distanza tra noi e Lui, una distanza perché in quanto si è fatto uomo cogliamo la sua presenza fuori di noi, è quella distanza che permette di vederLo, sentirLo, toccarLo, se non assumeva un corpo non poteva essere oggetto dei nostri sensi e quindi coglierLo fuori di noi, distante da noi. Ma Lui, essendo Dio è presente in ogni essere, nell’intimo di ogni essere: “In Lui infatti ci muoviamo, viviamo ed esistiamo” (At 17,28). Ora per il fatto che Egli è asceso ha ristabilito la vicinanza, per questo gli angeli scuotono i discepoli che se ne stanno imbambolati a guardarLo ascendere tra le nubi (cfr. At 1,10-11)  li scuotono perché non è più il tempo di cercarLo con i sensi, con gli occhi, le orecchie, le mani del nostro corpo, è il tempo di coglierne la sua presenza non più fuori di noi, ma in noi: 
“Padre, non prego solo per questi, ma anche per quelli che per la loro parola crederanno in me; perché tutti siano una sola cosa. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato. E la gloria che tu hai dato a me, io l'ho data a loro, perché siano come noi una cosa sola. Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell'unità e il mondo sappia che tu mi hai mandato e li hai amati come hai amato me. Padre, voglio che anche quelli che mi hai dato siano con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che mi hai dato; poiché tu mi hai amato prima della creazione del mondo”. – Gv 17, 20-24
3. Vivere l’Ascensione di Gesù
Capite bene dunque che vivere l’Ascensione significa vivere di Fede, illuminati dalla Fede, orientati dalla Fede, radicati e fondati nella Fede. Vedere dunque la nostra vita dall'Alto Cielo di Dio perché Lui è in noi e noi siamo in Lui e Lui ci porta in alto, in alto pur rimanendo con i piedi ben piantati per terra, ma il nostro cuore è già lassù con Lui.
4. Testimoniare l’Ascensione di Gesù
Testimoniare l’Ascensione significa introdurre il cielo nella terra, essere lo strumento di Dio nel mondo perché il mondo si incontri con l’Eterno, perché il mondo si apra a quella dimensione che lo sommerge e lo invade senza che esso se ne accorga distratto com’è dalle cose sensibili e dalle preoccupazioni del suo vivere. 
Come introdurre quest’Eterno nel tempo storico della nostra esistenza? È il mistero dell’incarnazione che continua attraverso di noi. Infatti se Gesù, il Verbo, il Figlio, è vivo in me nel cuore del mio cuore, nel tabernacolo vivo della mia persona, se Lui è lì, Lui si farà Lui vedere, sentire, toccare attraverso di noi, attraverso le nostre persone e quindi attraverso il nostro corpo.
E allora, fratelli e sorelle – ma ci avete mai pensato com’è bello! – e allora le mie mani diventano le mani di Gesù: quelle mani che toccarono per consolare, aiutare, guarire, perdonare. E allora i miei piedi diventano i piedi di Gesù: quei piedi che tanto si affaticarono per andare a cercare la pecorella smarrita, per andare incontro a chi lo cercava. E allora il mio sguardo diventa lo sguardo di Gesù: quello sguardo pieno di compassione, di benevolenza, quello sguardo pulito, limpido, fraterno, gioioso con cui Lui guardò ogni uomo, ogni donna, ogni giovane, fanciullo, bimbo. E allora il mio cuore diventa il cuore di Gesù: quel cuore così preso dall’Amore del Padre che si cibava di esso (cfr. Gv 4,34), quel cuore così assetato d’amore che lo mendica alla Samaritana (cfr. Gv 4,7) e ad ogni uomo gridandogli: “Ho sete!” (Gv 19,28). Allora, se Gesù è in me e io sono in Lui, Lui vive in me e io vivo per Lui (cfr. Gv 6,57), tutta la mia persona diventa manifestazione di Dio, ogni mio gesto, ogni mio atto, ogni mia parola diventa il canale su cui Dio vuol far passare se stesso, vuole rendersi presente materialmente Lui che, appunto perché Dio, trascende ogni materialità.
Concludo. Come al solito voi direte, giustamente: “Padre, che belle parole… ma la nostra vita è così distante da queste parole. Parole belle… ma la vita concreta è tutt’altra cosa! Lei ci parla di far vedere Dio nella nostra quotidianità, noi invece nella nostra realtà vediamo una realtà così tanto misera, povera, debole, peccatrice…”.
È vero, ma è qui, proprio qui, in questa esistenza misera e debole che viviamo, che scatta la FEDE: crediamo veramente che Dio voglia assumere la nostra miseria per manifestarsi Salvatore del mondo? Questa è la nostra Fede, esattamente questo: noi crediamo che Lui desidera assumere la nostra miseria per salvare il mondo con la sua misericordia. 
Maria ha creduto, ha avuto Fede, attingiamo allora alla Fede di Maria se vediamo che la nostra è fragile, debole, vacillante, attingiamo da Lei, lasciamoci aiutare da Lei ad aprirci come si aprì Lei all’Eterno permettendoGli di farsi uomo per noi. La stessa Potenza d’Amore divino è messa a nostra disposizione del Padre perché si realizzi in noi la vita del Figlio di Maria, la vita di Gesù benedetto!
Ecco, fratelli e sorelle, abbiate questa Fede e permettete a Dio di crescere in voi, permettete a Dio di fare cose belle, cose grandi in voi, permettete a Dio di amarvi e di farvi nuovi nel suo amore (cfr. Ap 21,5). Permettete a Dio di assumere la vostra miseria perché finalmente possa manifestare la sua misericordia! 

Amen.     

giovedì 10 maggio 2018

Re David


LE FAMIGLIE DEI SALMI - · UN COMUNE PATRIMONIO DI PREGHIERA


LE FAMIGLIE DEI SALMI - · UN COMUNE PATRIMONIO DI PREGHIERA 

23 agosto 2017

Pubblichiamo stralci del saggio I salmi e la Bibbia, pubblicato integralmente nel volume Mia delizia la tua Torah (salmo 119,77). Ad Agnese Cini per i suoi ottant’anni, a cura di Marinella Perroni e Giusi Quarenghi (Canterano, Roma, 2017, Aracne editrice, pagine 167).

Il libro dei Salmi contiene centocinquanta preghiere, inni e suppliche rivolte al Signore dell’universo. Questi poemi hanno da sempre affascinato uomini e donne credenti d’ogni generazione, e costituiscono l’ossatura della preghiera liturgica sia ebraica sia cristiana. Agostino riassume con poche parole l’adesione di tutta la tradizione cristiana a questa splendida raccolta di preghiere: Psalterium meum, gaudium meum. Come ogni poesia, non è facile gustarla in pieno se non nella sua lingua originaria, l’ebraico, purtroppo accessibile a pochi, per cui occorre accontentarsi delle traduzioni più o meno riuscite, più o meno fedeli. Inoltre le poesie, e soprattutto i salmi, andrebbero lette e rilette, quasi imparate a memoria, per poterne gustare e ricordare a noi stessi le parole e le frasi più significative nei momenti opportuni: ma l’uomo moderno ha troppa fretta e ai nostri tempi si è anche perduta la tradizione di «mandare a memoria». Tutti i religiosi delle varie fedi che riconoscono la Bibbia come loro libro sacro venerano, conoscono e usano questi canti quotidianamente per le loro preghiere. Il lettore laico di oggi potrà addentrarvisi solo con molta perseveranza se vorrà trarne qualche profitto: non è una lettura facile e di immediato accesso, ma è estremamente ricca e svela i suoi segreti solo a chi li cerca «con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutto il potere» (Deuteronomio 6,5).
L’esegesi moderna dei salmi ha fatto un grande passo in avanti con la scoperta dei generi letterari (Galtungsforshung) e con la ricerca dei loro ambienti d’origine (Sitz im Leben). Il promotore di questa ricerca, Hermann Gunkel, pubblicò le sue teorie nel 1926 e in un’opera uscita in parte postuma. Egli sostiene che, per raggiungere una migliore comprensione dei salmi, è necessario raggrupparli secondo le loro specifiche situazioni vitali, il contenuto di concetti e sentimenti che vi si riscontrano e la loro forma letteraria. Così distinse il Salterio in inni, lamenti, salmi regali, canti di ringraziamento, salmi sapienziali e altri tipi minori. Da allora in poi tutti gli studiosi hanno seguito, modificandola in parte, la sua suddivisione per generi letterari. Anche noi, per comodità e chiarezza, ne seguiremo una che deriva principalmente dalle proposte avanzate dalla Bibbia tob» e da Angelo Lancellotti. Come ogni catalogazione è certamente utile, anche se corre il rischio di costringere la poesia in schemi troppo rigidi; inoltre alcuni salmi sono di genere misto, appartengono cioè contemporaneamente a due o più generi letterari, o sono di discutibile attribuzione. Suddividiamo dunque i salmi in tre grandi famiglie, ciascuna con sottogruppi interni: la prima contiene le lodi, la seconda le crisi vissute e spesso superate, e la terza le meditazioni. 
La famiglia delle lodi è molto numerosa; generalmente i salmi che la compongono sono stati scritti per celebrazioni liturgiche e grandi feste religiose, vi predomina l’aspetto comunitario che si evidenzia nei dialoghi, nei ritornelli, nelle acclamazioni e nelle processioni. Lo schema è quasi sempre individuabile in tre tappe: in un invitatorio, il salmista esprime la sua lode o invita la comunità o la natura ad acclamare il Signore; la parte centrale, più corposa, riguarda le diverse situazioni che formano l’oggetto della lode: Dio (inni), il Regno, Gerusalemme (canti di Sion); alla fine si riassumono i motivi della lode, o si ripete il versetto iniziale, o si chiude con una formula classica di benedizione.
L’inno non è solo un modello letterario. È — come ha scritto il cardinale Ravasi — la definizione di un atteggiamento interiore fondamentale, quello della lode pura, è professione di fede nella salvezza che yhwh effonde nella storia e nella creazione, è contemplazione libera e spontanea di Dio: lo si ringrazia per il solo fatto che egli esiste. 

di Agnese Cini Tassinario