martedì 22 maggio 2018

GIOVANNI PAOLO II - (Considerazioni sul peccato, 1986)

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GIOVANNI PAOLO II - (Considerazioni sul peccato, 1986)

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 12 novembre 1986


1. Le considerazioni sul peccato, svolte nel presente ciclo delle nostre catechesi, ci impongono di ritornare sempre a quel primo peccato di cui si legge in Gen 3, San Paolo ne parla come della “disobbedienza” del primo Adamo (cf. Rm 5, 19), in connessione diretta con quella trasgressione del comandamento del Creatore concernente “l’albero della conoscenza del bene e del male”. Anche se una lettura superficiale del testo può dare l’impressione che quel divieto riguardasse una cosa irrilevante (“non dovete mangiare del frutto dell’albero”), chi ne fa un’analisi più profonda si convince facilmente che il contenuto apparentemente irrilevante del divieto simboleggia una questione del tutto fondamentale. E ciò appare dalle parole del tentatore, il quale, per persuadere l’uomo ad agire contro il divieto del Creatore, lo alletta con quella istigazione: “Quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male” (Gen 3, 5).
2. In questa luce sembra si debba intendere che quell’albero della conoscenza e il divieto di mangiare dei suoi frutti avevano lo scopo di ricordare all’uomo che egli non è “come Dio”: è solo una creatura! Sì, una creatura particolarmente perfetta perché fatta a “immagine e somiglianza di Dio”, e, nondimeno, sempre e solo una creatura. Questa era la fondamentale verità dell’essere umano. Il comandamento che l’uomo ha ricevuto all’inizio includeva questa verità espressa in forma di ammonimento: Ricordati di essere una creatura chiamata all’amicizia con Dio, il quale solo è il tuo Creatore: non voler essere ciò che non sei! Non voler essere “come Dio”. Agisci secondo ciò che sei, tanto più che questa è già una misura così alta: la misura dell’“immagine e somiglianza di Dio”. Essa ti distingue tra le creature del mondo visibile, ti pone sopra di esse. Ma nello stesso tempo la misura dell’immagine e somiglianza di Dio ti obbliga ad agire in conformità con ciò che tu sei. Sii dunque fedele all’alleanza che Dio creatore ha stretto con te, creatura, sin dall’inizio.
3. Proprio questa verità, e quindi il principio primordiale di comportamento dell’uomo, non solo è stato messo in dubbio dalle parole del tentatore riferite in Gen 3, 1 ma è stato addirittura radicalmente “contestato”. Pronunciando quelle parole tentatrici il “serpente antico”, come lo chiama l’Apocalisse (Ap 12, 9), formula per la prima volta un criterio di interpretazione a cui in seguito l’uomo peccatore ricorrerà tante volte nel tentativo di affermare se stesso o addirittura di crearsi un’etica senza Dio: il criterio cioè secondo cui Dio è “alienante” per l’uomo, così che questi, se vuol essere se stesso, deve farla finita con Dio (cf. Feuerbach, Marx, Nietzsche).
4. La parola “alienazione” presenta diverse sfumature di significato. In tutti i casi indica l’“usurpazione” di qualcosa che è proprietà altrui. Il tentatore di Gen 3 dice per la prima volta che il Creatore ha “usurpato” ciò che appartiene all’uomo-creatura! Attributo dell’uomo sarebbe infatti l’“essere come Dio”, il che dovrebbe significare l’esclusione di qualunque dipendenza da Dio. Da questo presupposto metafisico deriva logicamente il rifiuto di ogni religione come incompatibile con ciò che l’uomo è. Di fatti le filosofie atee (o anti-teiste) ritengono che la religione sia una forma fondamentale di alienazione mediante la quale l’uomo si priva o si lascia espropriare di ciò che appartiene esclusivamente al suo essere umano. Nello stesso crearsi un’idea di Dio, l’uomo si aliena da se stesso, perché rinuncia in favore di quell’Essere perfetto e felice da lui immaginato, a ciò che è originariamente e principalmente sua proprietà. La religione a sua volta accentua, conserva e alimenta questo stato di auto-spogliamento in favore di un Dio di creazione “idealistica” e quindi è uno dei principali coefficienti dell’“espropriazione” dell’uomo, della sua dignità, dei suoi diritti.
5. Di questa falsa teoria, così contraria ai dati della storia e della psicologia religiosa, vorrei far qui notare che presenta varie analogie con la narrazione biblica della tentazione e della caduta. È significativo che il tentatore (“il serpente antico”) di Gen 3 non metta in dubbio l’esistenza di Dio, e neanche neghi direttamente la realtà della creazione; verità che in quel momento storico erano per l’uomo fin troppo ovvie. Invece, nonostante questa ovvietà, il tentatore - nella propria esperienza di creatura ribelle per libera scelta - cerca di innestare nella coscienza dell’uomo già “all’inizio”, quasi “in germe”, ciò che costituisce il nucleo dell’ideologia dell’“alienazione”. E con ciò opera una radicale inversione della verità sulla creazione nella sua essenza più profonda. Al posto del Dio che elargisce al mondo l’esistenza, del Dio-Creatore, nelle parole del tentatore in Gen 3 viene presentato un Dio “usurpatore” e “nemico” della creazione, e specialmente dell’uomo. In realtà proprio l’uomo è il destinatario di una particolare elargizione divina, essendo stato creato a “immagine e somiglianza” di Dio. In questo modo la verità viene estromessa dalla non-verità; viene mutata in menzogna, perché manipolata dal “padre della menzogna”, come il Vangelo chiama colui che ha operato questa contraffazione all’“inizio” della storia umana: “Egli è stato omicida fin dal principio . . . perché non vi è verità in lui. Quando dice il falso, parla del suo, perché è menzognero e padre della menzogna” (Gv 8, 44).
6. Nel cercare la fonte di questa “menzogna”, che si trova all’inizio della storia come radice del peccato nel mondo degli esseri creati e dotati della libertà a immagine del Creatore, vengono ancor sempre alla mente le parole del grande Agostino: “amor sui usque ad contemptum Dei” (De Civitate Dei, XIV, 28: PL 41, 438). La menzogna primordiale ha la sua fonte nell’odio che porta al disprezzo di Dio: “contemptus Dei”.
Questa è la misura di negatività morale che si è riflessa nel primo peccato dell’uomo. Ciò consente di capire meglio quanto san Paolo insegna quando qualifica il peccato di Adamo come “disobbedienza” (Rm 5, 19). L’Apostolo non parla di odio diretto di Dio, ma di “disobbedienza”, di opposizione alla volontà del Creatore. Tale rimarrà il carattere principale del peccato nella storia dell’uomo. Sotto il peso di questa eredità la volontà dell’uomo, resa debole e incline al male, resterà permanentemente esposta all’influenza del “padre della menzogna”. Lo si constata nelle diverse epoche della storia. Lo testimoniano ai nostri tempi le diverse specie di negazione di Dio, dall’agnosticismo all’ateismo o addirittura all’antiteismo. In diversi modi viene inscritta in esse l’idea del carattere “alienante” della religione e della morale, che trova nella religione la propria radice, proprio come aveva suggerito agli inizi il “padre della menzogna”.
7. Ma se si vuol guardare alla realtà senza pregiudizi e chiamare le cose col loro nome, dobbiamo dire francamente che alla luce della rivelazione e della fede, la teoria dell’alienazione dev’essere rovesciata. Ciò che porta all’alienazione dell’uomo è proprio il peccato, è unicamente il peccato! È proprio il peccato che fin dall’“inizio” fa sì che l’uomo venga in certo modo “diseredato” della propria umanità. Il peccato “toglie” all’uomo, in diversi modi, ciò che decide della sua vera dignità: quella di immagine e somiglianza di Dio. Ogni peccato in certo modo “riduce” questa dignità! Quanto più l’uomo diventa “schiavo del peccato” (Gv 8, 34) tanto meno gode della libertà dei figli di Dio. Egli cessa di essere padrone di se stesso, come esigerebbe la struttura stessa del suo essere persona e cioè di creatura razionale, libera, responsabile.
La Sacra Scrittura sottolinea efficacemente questo concetto di alienazione, illustrandone una triplice dimensione: l’alienazione del peccatore da se stesso (cf. Sal 57,4: alienati sunt peccatores ab utero), da Dio (cf. Ez 14, 7: [qui] alienatus fuerit a me; Ef 4, 18: alienati a vita Dei), dalla comunità (cf. Ef 2, 12: alienati a conversatione Israel).
8. Il peccato è dunque non solo “contro” Dio, ma anche contro l’uomo. Come insegna il Concilio Vaticano II: “Il peccato è . . . una diminuzione per l’uomo stesso, impedendogli di costruire la propria pienezza” (Gaudium et Spes, 13). È una verità che non ha bisogno di essere provata con elaborate argomentazioni. Basta semplicemente constatarla. Del resto non ne offrono forse eloquente conferma tante opere della letteratura, del cinema, del teatro? In esse l’uomo appare indebolito, confuso, privo di un centro interiore, accanito contro di sé e contro gli altri, succube di non-valori, in attesa di qualcuno che non arriva mai, quasi a riprova del fatto che, una volta perduto il contatto con l’Assoluto, egli finisce per perdere anche se stesso.
È perciò sufficiente richiamarsi all’esperienza, sia a quella interiore, sia a quella storico-sociale nelle sue varie forme, per convincersi che il peccato è un’immane “forza distruttrice”: esso distrugge con virulenza subdola e inesorabile il bene della convivenza tra gli uomini e le società umane. Proprio per questo si può parlare giustamente del “peccato sociale” (Reconciliatio et Paenitentia, 16). Dato però che alla base della dimensione sociale del peccato si trova sempre il peccato personale, bisogna soprattutto mettere in rilievo ciò che il peccato distrugge in ogni uomo, suo soggetto e artefice, considerato nella sua concretezza di persona.
9. A questo proposito merita di essere richiamata un’osservazione di san Tommaso d’Aquino, secondo il quale, allo stesso modo che ad ogni atto moralmente buono l’uomo come tale diventa migliore, così per ogni atto moralmente cattivo l’uomo come tale diventa peggiore (cf. Summa Theol, I-II, q. 55, a. 3; q. 63, a. 2). Il peccato dunque distrugge nell’uomo quel bene che è essenzialmente umano, in un certo senso “toglie” all’uomo quel bene che gli è proprio, “usurpa” l’uomo a se stesso. In questo senso, “chiunque commette il peccato è schiavo del peccato”, come afferma Gesù nel Vangelo di Giovanni (Gv 8, 34). Questo è precisamente quanto è contenuto nel concetto di “alienazione”. Il peccato, dunque, è la vera “alienazione” dell’essere umano razionale e libero. All’essere razionale compete di tendere alla verità e di esistere nella verità. Al posto della verità circa il bene, il peccato introduce la non-verità: il vero bene viene da esso eliminato in favore di un bene “apparente”, che non è un bene vero, essendo stato eliminato il vero bene in favore del “falso”.
L’alienazione che avviene nel peccato tocca la sfera conoscitiva, ma attraverso la conoscenza raggiunge la volontà. E ciò che allora succede sul terreno della volontà, lo ha espresso forse nel modo più esatto san Paolo, scrivendo: “Io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio. Ora, se faccio quello che non voglio, non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me . . . Quando voglio fare il bene il male è accanto a me . . . Sono uno sventurato” (Rm 7, 19-24).
10. Come si vede, la reale “alienazione” dell’uomo - l’alienazione di un essere fatto a immagine di Dio, razionale e libero - è nient’altro che “il dominio del peccato” (Rm 3, 9). E questo aspetto del peccato viene messo in rilievo con ogni forza dalla Sacra Scrittura. Il peccato è non solo “contro” Dio, contemporaneamente esso è “contro” l’uomo.
Orbene, se è vero che il peccato implica, secondo la sua stessa logica e secondo la rivelazione, adeguate punizioni, la prima di queste punizioni è costituita dal peccato stesso. Mediante il peccato l’uomo punisce se stesso! Nel peccato è già immanente la punizione; qualcuno giunge a dire: v’è già l’inferno, come privazione di Dio! “Ma forse costoro offendono me - chiede Dio per mezzo del profeta Geremia (Ger 7, 19) - o non piuttosto se stessi a loro vergogna?”. “La tua stessa malvagità ti castiga e le tue ribellioni ti puniscono” (Ger 2, 19). E il profeta Isaia lamenta: “Tutti siamo avvizziti come foglie, le nostre iniquità ci hanno portato via come il vento . . . Tu avevi nascosto da noi il tuo volto, ci hai messo in balia della nostra iniquità” (Is 64, 5-6).
11. Proprio questo “consegnarsi (e auto-consegnarsi) dell’uomo in balia della sua iniquità” spiega nel modo più eloquente il significato del peccato come alienazione dell’uomo. Tuttavia il male non è completo o almeno è rimediabile, finché l’uomo ne è consapevole, finché conserva il senso del peccato. Quando invece anche questo viene a mancare, è praticamente inevitabile il crollo totale dei valori morali e si fa terribilmente incombente il rischio della perdizione definitiva. È per questo che vanno sempre riprese e meditate con grande attenzione quelle gravi parole di Pio XII (un’espressione che è divenuta quasi proverbiale): “Il peccato del secolo è la perdita del senso del peccato” (Discorsi e Radiomessaggi, VIII [1946], 288).

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