martedì 15 maggio 2018

SAN PAOLO APOSTOLO – L’ESPERIENZA DELLA CROCE


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5 – SAN PAOLO APOSTOLO – L’ESPERIENZA DELLA CROCE

novembre 30, 2015 

Paolo Sperimenta la Croce

Nel discorso di Mileto, dando l’addio agli anziani di Efeso, l’apostolo dice: “Ho servito il Signore con tutta umiltà, tra lacrime e prove”. (Atti 20, 19).
Rivolgendosi alla comunità di Colossi, afferma: “Ora io sono lieto nelle sofferenze che sopporto per voi e do compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa” (Colossesi 1, 24).
Rivolgendosi al discepolo/vescovo Timoteo gli dice: “Io sto già per essere versato in offerta ed è giunto il momento che io lasci questa vita. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede” (II Timoteo 4, 6-7).
In questi tre testi c’è un florilegio di parole significative: “Lacrime e prove… sofferenze … compimento dei patimenti di Cristo … essere versato in offerta … buona battaglia … “ sono parole che fanno ricordare quelle del Maestro: “Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può esser mio discepolo” (Luca 14, 26).
Paolo nella I ai Corinti (4, 9-13) parla dell’opera apostolica come una specie di condanna al sacrificio: “Ritengo infatti che Dio abbia messo noi, gli apostoli, all’ultimo posto, come condannati a morte … noi stolti a causa di Cristo … noi deboli, noi disprezzati soffriamo la fame, la sete, la nudità, veniamo percossi, andiamo vagando di luogo in luogo, ci affatichiamo lavorando con le nostre mani. Insultati, benediciamo; perseguitati, sopportiamo; calunniati, confortiamo; siamo diventati come la spazzatura del mondo, il rifiuto di tutti”. Nella lettera ai Galati (2, 19) Paolo afferma, nudo e crudo: “Sono stato crocifisso con Cristo”.
Durante i momenti più difficili gli saranno venute in mente le proteste di Geremia: “Maledetto il giorno in cui nacqui; il giorno in cui mia madre mi diede alla luce non sia benedetto” (Geremia 20, 14).
Nel freddo e nella solitudine del carcere gli sarà venuta in mente la protesta di Giobbe nei giorni cruciali: “Perché non sono morto fin dal seno di mia madre e non spirai appena uscito dal grembo?” (Giobbe 3, 11).
Forse è stato tentato di dirlo ma non lo ha mai fatto. Forse si sarà ricordato dell’episodio di Pietro quando a Gesù, che aveva predetto la sua passione e morte, aveva protestato: “Non dirlo … questo non ti accadrà mai” e di rimando gli aveva risposto: “Lungi da me Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio ma secondo gli uomini!” (Matteo 16, 22-23).
Paolo non ha cercato le difficili sfide del suo apostolato: sarebbe stato autolesionismo. Non ha nemmeno detto: “Me ne infischio e vado avanti senza paura!” sarebbe stato stoicismo.
Paolo ha preferito accettare la croce, sopportandola e abbracciandola per il suo Signore.
In II Corinti (12, 9-10) scrive: ”Egli mi ha detto: ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella mia debolezza. Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole è allora che sono forte”.

Il paradosso cristiano
La forza nella debolezza è il paradosso cristiano. È una realtà possibile soltanto per Cristo, con Cristo, in Cristo, umiliato ed esaltato.
Lo vediamo nelle due strofe dell’inno cristologico della lettera ai Filippesi (2, 5-11):

“Abbiate in voi gli stessi sentimenti
che furono in Gesù Cristo,
il quale, pur essendo di natura divina
non considerò un tesoro geloso
la sua uguaglianza con Dio;
ma spogliò se stesso,
assumendo la condizione di servo
e divenendo simile agli uomini;
apparso in forma umana,
umiliò se stesso
facendosi obbediente sino alla morte
e alla morte di croce.
Per questo Dio lo ha esaltato
e gli ha dato il nome
che è al disopra di ogni altro nome,
perché nel nome di Gesù
ogni ginocchio si pieghi
nei cieli, sulla terra e sotto terra
e ogni lingua proclami
che Gesù Cristo è il Signore
a gloria di Dio Padre”

Cristo è stato esaltato per il fatto di aver accettato l’umiliazione e la morte. Non le ha subite come se fossero una disgrazia o un’ingiustizia. Le ha vissute come un sacrificio volontario, abbracciato con sopportazione e perseveranza, soprattutto con una obbedienza amorosa.
Il dolore è un enigma; trova la cifra interpretativa soltanto nel paradosso della croce: l’Uomo della Croce non ha eliminato il dolore ma vi si è messo in mezzo e lo ha riempito di sé. Lo ha fatto diventare possibilità di un dono.
Per questo San Paolo non si vanterà più della circoncisione, dell’appartenenza al popolo ebraico, ma della croce, cioè dell’appartenenza al popolo dei battezzati nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
Nella lettera ai Galati (6, 14) dice: “Quanto a me non ci sia altro vanto che nella Croce dei Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo del quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo”.
Ogni santo ha una sua spiritualità particolare, come accentuazione della sequenza evangelica. Quella di Paolo è la spiritualità della Croce.
La Croce è abitata da Cristo, il Crocifisso che risorge. Qualcuno ha detto che la crocifissione di Gesù era il suicidio del Padre. Al contrario la crocifissione è la vittoria dell’onnipotenza divina.
La spiritualità della Croce sarà abbracciata nel secolo XIII da Francesco d’Assisi, nel secolo XVI da Carlo Borromeo Ignazio di Loyola e Giovanni della Croce, nel secolo XVIII da Paolo della Croce e nel secolo XX da Teresa Benedetta della Croce, martire di Auchwitz e patrona d’Europa.

Mons. Claudio Livetti

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