venerdì 29 giugno 2018

Gesù e la figlia di Giairo


TREDICESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO B - OMELIA


TREDICESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO B - OMELIA

“Chi mi ha toccato?”

Carissimi fratelli e sorelle,

la prima cosa che mi è venuta in mente quando ho finito di leggere le letture di questa domenica per preparare l’omelia, è stata:  Ma quanta ricchezza di grazia! Quanta tenerezza! Quanto amore in queste letture! Ma come faccio a fare un’omelia: qui ci sono troppe cose da dire, ma soprattutto qui ci sono molte cose da gustare, da gustare in preghiera, in ginocchio e con il cuore aperto che si lasci ferire da tanto amore, si lasci toccare, scuotere, aprire…Come sarebbe bello se durante questa settimana, non accontentandoci di quanto oggi ascoltiamo qui, riprendiamo i brani di questa Parola di Dio e li ruminiamo nel cuore e lasciamo che la sua luce entri, illumini, riscaldi e infiammi i nostri poveri cuori!
Un uomo buono, un certo Giairo, uno dei capi della sinagoga, ha una figlioletta che sta morendo e con grande insistenza chiede a Gesù di venire a guarirla. Qui si apre a noi la problematica del dolore presente nel mondo, soprattutto quello innocente e nasce spontanea nel cuore di tutti noi quella domanda che ci interpella con violenza: Perché la sofferenza, perché il dolore innocente? Se Dio è buono perché permette tutto questo? Ma al di là di questa domanda, anche quando non si è di fronte al dolore innocente, rimane sempre il fatto ineluttabile che, prima o poi, l’uomo o la donna debbano morire. La morte, insieme alla sofferenza che essa comporta, è il più grande scacco che l’uomo deve subire e di questo scacco egli è tentato da sempre di incolparne Dio.
Ma non è così. Almeno noi cristiani ben sappiamo che non è così, anche se spesso, anche noi, a causa della nostra poca fede, cadiamo in tentazione su questo punto.
La prima lettura odierna, tratta dal Libro della Sapienza ci ricorda come il Signore Dio creò tutto per amore e per la vita, non creò la morte e la sofferenza, queste sono entrate nel mondo come conseguenza del peccato dei progenitori: “Dio non ha creato la morte e non gode per la rovina dei viventi”. 
La morte, dunque, e la sofferenza nelle sue variegate sfaccettature se le è attirate su di sé e se le attira l’uomo stesso. Il brano della Sapienza che abbiamo letto è preceduto da un versetto che non è stato riportato e che dice: Non provocate la morte con gli errori della vostra vita, non attiratevi la rovina con l’opera delle vostre mani.
C’è un saggio proverbio popolare che dice giustamente: Gli sbagli si pagano. Questo è il frutto proprio della libertà dell’uomo, che è libero di scegliere, ma non può scegliere senza assumersi le conseguenze delle sue scelte non giuste. Tutto nella vita si paga, prima o poi e una vita spensierata è, quasi inevitabilmente, il presupposto di una vita rovinata. Il fatto eclatante della rovina in cui sono precipitate le nostre famiglie ne è una prova.
Ma rimane pur sempre nel cuore dell’uomo, di fronte alla sofferenza, e soprattutto a quella degli innocenti, un forte senso di rabbia, di perplessità e di accusa nei confronti di Dio, accusandoLo di una fondamentale ingiustizia nei confronti dell’uomo innocente che soffre.
Ma “Dio non gode della rovina dei viventi” e, anche perché l’uomo capisse questo, ha voluto Lui stesso farsi uomo e soffrire ingiustamente dopo aver fatto del bene a tutti. L’uomo ora non potrà più accusare Dio di disinteresse e di ingiustizia, perché anche Lui ha voluto subire lo scacco della sofferenza e della morte e ci ha insegnato così come soffrire e come morire, accogliendo la sofferenza e la morte trasformandole come dono di sé al Padre nelle cui mani dobbiamo rimettere la nostra vita, ben sapendo che la vita terrena è solo un passaggio, un pellegrinaggio, una prova e una porta della vita eterna. Tutte le problematiche del dolore innocente e della morte vengono immediatamente ridimensionate quando si introduce nel discorso la “vita eterna”. Senza l’orizzonte della vita eterna la vita umana è inspiegabile, senza senso, senza valore, senza finalità. Non pensare alla vita eterna, estromettere la vita eterna dai propri orizzonti significa rinchiudere la vita terrena nell’orizzonte dell’inspiegabilità, della perplessità e della rabbia.
Tornando al nostro Vangelo, Gesù, sollecitato da questo papà che ha la figlioletta agli estremi, s’incammina verso la sua casa, attorniato da una calca di persone che Gli si stringe attorno e ad un certo punto lascia stupiti gli apostoli domandando chi Lo avesse toccato. Una folla lo accalca e Lui domanda chi Lo sta toccando? Vedete bene come questa frase di Gesù nasconde un grande messaggio che tocca soprattutto noi, per così dire “di Chiesa”, che oggi, apparentemente, Gli stiamo più vicini degli altri.
Gesù desidera essere toccato da noi, ma non fisicamente, desidera essere toccato dentro, nel cuore, in quel suo Cuore divino-umano sensibilissimo e amante dell’umanità. Ciò che tocca il Cuore di Gesù è la nostra fede speranzosa in Lui, la nostra fiducia incondizionata, il nostro affidarsi a Lui come all’Unico nostro Salvatore, “l’Unico in cui poter trovare salvezza” (At 4,12), L’Unico che può dare senso e significato alla mia vita e alla mia morte.
E, giunti a casa del povero Giairo, trovano tutti nel pianto del lutto per la morte della figlioletta. Ma Gesù fa cacciare tutti fuori: dove entra Gesù non c’è spazio per il lutto, così come dove entra la luce non c’è più spazio per le tenebre. E presa per mano la fanciulla le ordina di alzarsi: «Talità kum!» e la fanciulla ubbidisce.
Leggiamo in questo miracolo, come in ogni altro miracolo di Gesù, un simbolo di una realtà spirituale nascosta. La morte fisica è segno della morte spirituale. Gesù è venuto a liberarci da tutte le morti, fisiche e spirituali, e la sua liberazione avviene sempre così: Ci prende per mano e ci chiede di alzarci. In Gesù, in Gesù Risorto viene dato all’uomo la possibilità di entrare nella dimensione della vita eterna già da quaggiù.
L’esperienza cristiana è esperienza di vita, di vita eterna che entra dirompente nella dimensione della vita terrena liberandola dal dominio della morte entrata nel mondo per invidia del diavolo. Coloro che appartengono al diavolo fanno esperienza continua della morte (prima lettura), coloro che appartengono a Gesù, fanno esperienza della vita. Come si appartiene all’uno o all’Altro? Attraverso le nostre scelte di ogni giorno noi decidiamo a chi appartenere, se scegliamo il peccato apparteniamo a satana, se scegliamo il Vangelo apparteniamo a Gesù. Le nostre scelte mettono quindi in gioco in continuazione la nostra appartenenza e quindi la nostra felicità eterna. Possiamo in qualunque momento ripudiare quanto il Signore ci ha donato in eredità (seconda lettura) o possiamo ratificarne il possesso, a noi la scelta.
La Vergine Maria, che ha tanto a cuore la nostra salvezza, c’invita con insistenza a scegliere e decidere di fare quello Gesù ci ha indicato (cf Gv 2,5) e di appartenere così solo a Lui godendo con Lui della sua pace, gioia e vita. 

Amen.

giovedì 28 giugno 2018

Pietro e Paolo


SOLENNITÀ DEI SANTISSIMI APOSTOLI PIETRO E PAOLO - OMELIA DI PAOLO VI


SOLENNITÀ DEI SANTISSIMI APOSTOLI PIETRO E PAOLO - OMELIA DI PAOLO VI

OMELIA DI PAOLO VI

Domenica, 29 giugno 1969 

Fratelli e Figli, tutti in Cristo carissimi!

Noi faremo di questa nostra celebrazione della festa di San Pietro una preghiera, una preghiera principalmente per questa sua e nostra Chiesa romana, e poi per tutta la Chiesa cattolica, e per i Fratelli cristiani, con cui desideriamo avere un giorno perfetta comunione, e per l’intera umanità, alla quale Il Vangelo, mediante la predicazione apostolica, è destinato (cfr. Marc. 16, 15).
Potremmo, anzi dovremmo fare dapprima una meditazione, di capitale importanza nel disegno della nostra fede: dovremmo ricordare ciò che il Vangelo e altri libri del nuovo Testamento ci narrano di lui, Simone, figlio di Jona e fratello di Andrea, il pescatore di Galilea, discepolo di Giovanni il Precursore, chiamato da Gesù con un nuovo nome, Cefa, che significa Pietro (Io. 1, 42; Matth. 16, 18); e ricordare la missione, simboleggiata dalle figure di pescatore (Luc. 5, 10) e di pastore (Io. 21, 15, ss.), affidata a lui da Cristo, che, con gli altri undici e primo di essi, fece del discepolo l’apostolo (Luc. 6, 13); e ricordare poi la funzione, che questo uomo, umile (Luc. 5, 8), docile e modesto (cf. Io. 13, 9; 1 Petr. 5, 1), debole anche (Matth. 14, 30), ed incostante e pauroso perfino (Matth. 26, 40-45, 69 ss.; Gal. 2, 11), ma pieno d’entusiasmo e di fervore (Matth. 26, 33; Marc. 14, 47), di fede (Io. 6, 68; Matth. 16, 17), e di amore (Luc. 22, 62; Io. 21, 15 ss.), subito esercitò nella nascente comunità cristiana (cfr. Act. 1 - 12, 17), di centro, di maestro, di capo. Così dovremmo riandare la storia del suo ministero (cfr. Vangelo di S. Marco e Lettere di S. Pietro) e del suo martirio, e poi della successione nel suo pontificato gerarchico, e finalmente lo sviluppo storico della sua missione nella Chiesa, e la riflessione teologica, che ne risultò, fino ai due ultimi Concili ecumenici, Vaticano I e Vaticano II. Avremmo di che pensare e riflettere non più sul passato, ma sul presente, sulle condizioni odierne della Chiesa e del cristianesimo, e sull’istanza religiosa, ecclesiale ed ecumenica, con cui questo Pietro, messo da Cristo a fondamento del suo edificio della salvezza, della sua Chiesa, quasi tormentandoci e guidandoci ed esaltandoci, ancor oggi batte alla nostra porta (cfr. Act. 12, 13).
Ma preferiamo supporre tutti questi ricordi e questi pensieri già presenti e fermentanti nelle nostre anime; essi ci hanno qua condotti, qua ci riempiono i cuori d’altri sentimenti, propri di noi tutti che qui siamo per onorare l’Apostolo, che fra tutti ci assicura della nostra comunione con Cristo, e che, per quelle Chiavi benedette, le Chiavi, nientemeno, che del Regno dei Cieli, a lui poste in mano dal Signore, ci ispira tanto semplice, filiale e devota confidenza. Più che pensare, in questo momento, desideriamo pregare. Desideriamo parlargli. Ci conforta ad assumere questo atteggiamento di umile e fiduciosa pietà la tradizione dei secoli, che fin dai primi albori del cristianesimo, e poi ai tempi successivi, registrò commoventi segni della devozione alla tomba dell’Apostolo, con iscrizioni sepolcrali, con graffiti di visitatori, con offerte di pellegrini e con riferimenti alle condizioni civili e politiche (cfr. ad es. HALLER, Die Quellen . . . n. 10, p. 95 ss.). La spiritualità locale romana è tutta imbevuta d’un culto di predilezione ai Santi Apostoli Pietro e Paolo, al primo specialmente; la nostra non dovrebbe esserlo da meno. Per di più, proprio in questi ultimi anni, gli scavi e gli studi archeologici, compiuti sotto l’altare della Confessione in questa stessa Basilica, hanno portato le ricerche a rintracciare non solo la tomba dell’Apostolo Pietro (cfr. PIO XII, Discorsi, XII, p. 380), ma, secondo gli ultimi studi, le reliquie altresì (cfr. GUARDUCCI, La tomba di Pietro, 1959; Le Reliquie di Pietro, 1965). Questo luogo, questa basilica trovano in questi fatti la loro superlativa storicità e la ragione della loro eccezionale e monumentale sacralità: dovrebbe la nostra presenza trovarvi la fonte e lo stimolo ad una viva e speciale riverenza, ad una singolare commozione religiosa. Pietro è qui! (Pétros ëni), come si ritiene che ci assicuri il famoso graffito sull’intonaco del così detto «muro rosso».

IL PRIMATO DELLA FEDELTÀ
Se Pietro è qui, anche con i resti del suo sepolcro e delle reliquie del suo corpo benedetto, oltre che con il centro della sua evangelica potestà e della sua apostolica successione, lasciamo, Figli carissimi, che l’istintivo desiderio di parlargli, di pregarlo, sgorghi in semplice ed umile invocazione dai nostri cuori. Pietro è qui. È la sua festa, la memoria del suo martirio, che, in segno di supremo amore e di suprema testimonianza, Cristo stesso gli aveva preannunciato (Io. 21, 18). È qui: che cosa gli chiederemo?
Noi cattolici, noi romani specialmente, gli chiederemo ciò ch’è proprio del suo particolare carisma apostolico, la fermezza, la solidità, la perennità, la capacità di resistere all’usura del tempo e alla pressione degli avvenimenti, la forza di essere nella diversità delle situazioni sempre sostanzialmente eguali a noi stessi, di vivere e di sopravvivere, sicuri d’un Vangelo iniziale, d’una coerenza attuale, di una meta escatologica. La fede, voi direte. Sì dobbiamo domandare a Pietro la fede, quella che da lui e dagli Apostoli ci deriva, quella che lo scorso anno abbiamo, in questa stessa ricorrenza, apertamente professata, quella di tutta la Chiesa. Sì, la fede: che saremmo noi, cattolici di Roma, senza la fede, la vera fede? Ma a noi è richiesto qualche cosa di più, se vogliamo essere i più vicini e i più esemplari cultori di San Pietro; è richiesta la fedeltà. La fede è di tutto il Popolo di Dio; ed anche la fedeltà; ma tocca principalmente a noi dare prova di fedeltà. «Siate forti nella fede», ci ammonisce San Pietro stesso, nella sua prima lettera apostolica: «Resistite fortes in fide» (5, 9). Cioè non potremmo dirci discepoli e seguaci e eredi e successori di San Pietro, se la nostra adesione al messaggio salvifico della rivelazione cristiana non avesse quella fermezza interiore, quella coerenza esteriore, che ne fa un vero e pratico principio di vita. Roma deve avere anche questo primato: quello, ripetiamo, della fedeltà, che traduce la fede nella sua vita, nella sua arte, un’arte di santità, di dare alla fede un’espressione costante e coerente, uno stile d’autenticità cristiana. E questa fedeltà, mentre nel cuore la promettiamo, oggi nella nostra orazione a S. Pietro la domandiamo, a lui, che come uomo ne sperimentò la difficoltà e la contraddizione, ma, come capo degli Apostoli, e di quanti gli sarebbero stati associati nella fede, ebbe da Cristo l’incomparabile favore della preghiera da Lui stesso assicurata proprio per la resistenza nella fede: «Ut non defìciat fides tua»; e insieme ebbe l’infallibile mandato di confermare, dopo l’ora della debolezza, i suoi fratelli: «Confirma fratres tuos» (cfr. Luc. 22, 31-32).

MISSIONE PASTORALE
E noi vorremmo che questa fedeltà fosse da noi considerata non soltanto nella sua immobile adesione alla verità, da noi ricevuta da Cristo ed evoluta e fissata nel magistero della Chiesa, convalidato da Pietro, ma nella sua intrinseca capacità diffusiva ed apostolica; una fedeltà cioè non così statica ed immobile nel suo linguaggio storico e sociale da precludere la comunicazione agli altri, e agli altri l’accessibilità; ma una fedeltà che trovi nella genuinità del contenuto sia la sua intima spinta evangelizzatrice (cfr. 1 Cor. 9, 16: «Guai a me, scrive San Paolo, se non predicassi il Vangelo»), sia la sua autorità per essere dagli altri accettata (cfr. Gal. 1, 8: «Anche se noi stessi - scrive ancora S. Paolo - o un angelo del cielo venisse ad annunziarvi un altro vangelo diverso da quello che vi abbiamo annunziato noi, sia egli anatema»), e sia il carisma dello Spirito Santo che accompagna la voce del Vangelo (cfr. Io. 15, 20).
E chiederemo a S. Pietro un’altra fedeltà, anche questa superlativamente sua, quella dell’amore a Cristo, che si effonde in concreto e generoso servizio pastorale (cfr. Io. 21, 15 ss.). Abbiamo noi a Roma, proprio per la missione di Pietro qui stabilita e da qui irradiata, grandi doveri, maggiori doveri di quanti ne abbia qualsiasi altra Chiesa.

SERVIRE PER AMORE
Bisogna servire per amore. Questa è la grande legge del servizio, della funzionalità, dell’autorità della Chiesa. Ed è la legge, che noi siamo felici di vedere praticata, con tanta generosità e assiduità, nel cerchio romano, e diffuso nel mondo, dei collaboratori che sorreggono ed eseguiscono il nostro ministero apostolico.
Ma non sarà mai vano per noi, che vi parliamo, né per voi, che ci ascoltate, rinnovare cento volte il proposito di adempiere in perfezione questa legge di amore evangelico; e non sarà inutile perciò che anche di questa fedeltà, di questo carisma supremo della carità, noi facciamo oggi preghiera all’Apostolo, che sull’invito e sul favore di Cristo, ebbe l’audacia di rispondere che sì, alla domanda di Gesù se egli lo amava di più degli altri. Lo amava di più! Aveva il primato dell’amore a Cristo, e perciò quello pastorale verso il suo gregge.
O San Pietro! ottieni anche a noi di essere forti nella fede e di amare di più. Fa’ che questa tua Roma, in codesti doni si affermi ed anche a beneficio, ad esempio dei fratelli che sono nel mondo essa si distingua.
O Santi Pietro e Paolo («ipse consors sanguinis et diei» S. AG., Serm. 296; P.L. 38, 1354) «in mente habete»! Ricordatevi di noi! Così sia!

                                       

martedì 26 giugno 2018

Il passaggio del Mar Rosso


L'ALLEANZA DEL SINAI


 L'ALLEANZA DEL SINAI 

 Passati sulla riva della penisola del Sinai, gli ebrei , guidati da Mosè giungono al Monte dove D-o incontra il suo popolo liberato e rinnova l'alleanza stipulata con Abramo donando a Mosè la Carta dell' Alleanza. Dt 5,31 ...io ti detterò tutti i comandi, tutte le leggi e le norme che dovrai insegnare loro, perché le mettano in pratica nel paese che io sto per dare in loro possesso.32 Badate dunque di fare come il Signore vostro D-o vi ha comandato; non ve ne discostate né a destra né a sinistra; 33 camminate in tutto e per tutto per la via che il Signore vostro D-o vi ha prescritta, perché viviate e siate felici e rimaniate a lungo nel paese di cui avrete il possesso. De 6,1 Questi sono i comandi, le leggi e le norme che il Signore vostro D-o ha ordinato di insegnarvi, perché li mettiate in pratica nel paese in cui state per entrare per prenderne possesso; 2 perché tu tema il Signore tuo D-o osservando per tutti i giorni della tua vita, tu, il tuo figlio e il figlio del tuo figlio, tutte le sue leggi e tutti i suoi comandi che io ti dò e così sia lunga la tua vita. 3 Ascolta, o Israele, e bada di metterli in pratica; perché tu sia felice e cresciate molto di numero nel paese dove scorre il latte e il miele, come il Signore, D-o dei tuoi padri, ti ha detto. Tutto il popolo, in uno slancio di totale fiducia, grida il suo assenso: «Noi faremo // e noi obbediremo» . Le 10 parole di D-o Eso 20,1 Dio allora pronunciò tutte queste parole: 2 «Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d'Egitto, dalla condizione di schiavitù: 3 non avrai altri dèi di fronte a me. 4 Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù nel cielo né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra. 5 Non ti prostrerai davanti a loro e non li servirai. Perché io, il Signore, sono il tuo Dio, un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione, per coloro che mi odiano, 6 ma che dimostra il suo favore fino a mille generazioni, per quelli che mi amano e osservano i miei comandi. 7 Non pronuncerai invano il nome del Signore, tuo Dio, perché il Signore non lascerà impunito chi pronuncia il suo nome invano. 8 Ricordati del giorno di sabato per santificarlo: 9 sei giorni faticherai e farai ogni tuo lavoro; 10 ma il settimo giorno è il sabato in onore del Signore, tuo Dio: tu non farai alcun lavoro, né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo schiavo, né la tua schiava, né il tuo bestiame, né il forestiero che dimora presso di te. 11 Perché in sei giorni il Signore ha fatto il cielo e la terra e il mare e quanto è in essi, ma si è riposato il giorno settimo. Perciò il Signore ha benedetto il giorno di sabato e lo ha dichiarato sacro. 12 Onora tuo padre e tua madre, perché si prolunghino i tuoi giorni nel paese che ti dà il Signore, tuo Dio. 13 Non uccidere. 14 Non commettere adulterio. 15 Non rubare. 16 Non pronunciare falsa testimonianza contro il tuo prossimo. 17 Non desiderare la casa del tuo prossimo. Non desiderare la moglie del tuo prossimo, né il suo schiavo, né la sua schiava, né il suo bue, né il suo asino, né alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo». Le 10 parole di D-o ( memorizzabili sulle dieci dita) segnano il limite della libertà che D-o ha donato al suo popolo : oltrepassare quei confini significava rompere l'alleanza. 2 tavole : sono una copia del patto per ogni contraente (Dt 9,10.11.15.17) scritti su pietra : significa che sono immodificabili e incancellabili. Le 10 parole indicano peccati che rompono l’alleanza . Meritano la morte affinché le colpe del peccatore non ricadano su tutto il popolo. L’esecuzione era per lapidazione perché il peccatore non doveva essere toccato, pena la contaminazione . Il Decalogo è la delimitazione dei confini oltrepassando i quali la comunità del popolo di D-o mette in pericolo la sua identità e la sua stessa esistenza. Nel Decalogo sono enunciate le esigenze fondamentali che devono essere rispettate se si vuole garantire alla comunità dei credenti il minimo della libertà fraterna donata dal D-o liberatore. Il decalogo non è l'imposizione di un 'dovere' di obbedienza, ma la concessione di un 'potere' di obbedienza riconoscente di fronte al dono della terra di Palestina. L'ordinamento proprio del popolo dell' alleanza con D-o è un insegnamento simile a quello che il padre dà al figlio e che regola le relazioni in famiglia. L'ambiente di vita dei destinatari è quello contadino: sono possidenti, liberi, che hanno schiavi e schiave. I diretti destinatari non sono dunque i bambini, né le donne, né gli schiavi. Scriba - compila zione Con l' alleanza del Sinai D-o ha esplici tato il diritto e la giustizia che sono la condizione favorevole per la salvezza di tutto il popolo. Giustizia è custodire l'alleanza praticando le sue istruzioni , la Torah ; ingiustizia o empieta', è il peccato, l' agire contro la Torah. ELEVAZIONE RITUALE La parola ebraica Torah significa "Istruzione", "guida". Sono le regole che stabiliscono la giusta relazione con D-o . La relazione di alleanza con D-o è anche relazione di alleanza con il prossimo. I membri del popolo si considerano 'fratelli' : 'prossimo' è equivalente di 'fratello', colui che vive all'interno della stessa comunità. La Legge specifica la pratica del diritto e della giustizia nella vita famigliare e sociale . Trasgredire queste regole significa rifiutare D-o nella propria storia e vivere in balìa dei nemici. Dt5, 32Badate dunque di fare come il Signore vostro D-o vi ha comandato; non ve ne discostate né a destra né a sinistra; 33camminate in tutto e per tutto per la via che il Signore vostro D-o vi ha prescritta, perché viviate e siate felici // e rimaniate a lungo nel paese di cui avrete il possesso. Dt6,6Questi precetti che oggi ti dò, ti stiano fissi nel cuore; 8Te li legherai alla mano come un segno, Dt6,7 li ripeterai ai tuoi figli, ne parlerai quando sarai seduto in casa tua, quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai. Dt 6,8-ti saranno come un pendaglio tra gli occhi mezuzah 9 e li scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte. E' mezuzah, la santificazione della casa e ricorda all'ebreo i suoi doveri quando esce e quando entra . Sugli stipiti e sulle porte delle abitazioni delle famiglie ebraiche vengono murati o posti dei piccoli contenitori di brani della torah scritti a mano ( "Shema Yisroel" e "Vehaya" -Dt 6:4-9 e 11:13-21) con penna carta ed inchiostro sacro da un rabbino-scriba. (il testro continua, è interessante)

lunedì 25 giugno 2018

Crocifisso ligneo


LA LONGANIMITA' IRRAGGIATA DALL'AMORE, FRUTTO DELLO SPIRITO


LA LONGANIMITA' IRRAGGIATA DALL'AMORE, FRUTTO DELLO SPIRITO

Com’è difficile a prima vista il termine “longanimitá”.1 Eppure basta prendere un dizionario e subito si apre una panoramica sul comportamento umano. La parola indica infatti un “costante atteggiamento di generosa indulgenza e sopportazione”. Si chiama “longanime” colui che è incline, nei rapporti con il prossimo, alla comprensione e all’indulgenza, colui che ha il cuore grande, che si sforza di capire l’altro, di sopportarlo, nella speranza-certezza che il suo atteggiamento cambierà in bene; di qui la pazienza, la perseveranza, la fiducia nell’altro. L’atteggiamento del “longanime” emana infatti da quell’amore che è totale donazione di sé all’altro nella gratuità assoluta. Tale amore non proviene dall’uomo ma è frutto dello Spirito che è stato effuso nei nostri cuori (Rom 5,5;  Gal 5,22).
I significati che abbiamo dato della “longanimità” si ritrovano tutti nell’antica letteratura greca. Ma nell’uso biblico della prima traduzione greca della Bibbia (quella dei LXX) c’è un enorme salto di qualità: il vocabolo acquista una profondità tutta particolare. “Longanime” è innanzitutto Dio e poi l’uomo che imita Dio. Leggere questa tematica nella Bibbia significa vedere l’uomo che agisce in sintonia con Dio, l’uomo che vive la vita in Dio e che tutti vede nella luce di Dio.
Dio è longanime
“Il Signore, Dio misericordioso è pietoso, longanime, ricco di grazia e fedeltà” (Es 34,6). La parola in neretto traduce l’ebraico che letteralmente significa “lento all’ira”. Il peccato umano suscita l’ira di Dio perché Dio, il Santo, non può volere il male. Eppure, pur rifiutando il peccato, Dio si trattiene dallo scatenare la sua ira sul peccatore, perché è misericordioso. Questa è la condotta di Dio che si rivela nella Bibbia. L’ira di Dio che pesa su Israele quando è nel peccato, riserva al popolo questa sorpresa: “Egli è il Dio che vuole trattenere la sua ira per dare corso alla sua bontà”. L’ira e la grazia segnano l’intero arco della sua divina “longanimità”. E questo riecheggia in continuità negli scritti biblici. L’espressione “longanime e ricco di grazia” è la più significativa. Ma il testo che meglio esprime la “longanimità” di Dio, accumulando tutta la descrizione del longanime sopra esposta, è forse quello del Sal 103(102),8ss: “Misericordioso e pietoso è il Signore, longanime e ricco di grazia. Egli non continua a contestare e non conserva per sempre il suo sdegno. Non ci tratta secondo i nostri peccati, non ci ripaga secondo le nostre colpe. Come il cielo è alto sulla terra, così è grande la sua misericordia su quanti lo temono; come dista l’oriente dall’occidente, così egli allontana da noi le nostre colpe... Perché egli sa di che siamo plasmati, ricorda che noi siamo polvere”.
È forse perché messi di fronte a tutta la ricchezza dell’intera rivelazione della longanimità di Dio che gli antichi traduttori della Bibbia greca dei LXX, non si limitano a tradurre alla lettera il Salmo 7,12: “Dio è giudice giusto, non si adira ogni giorno”, ma dicono: “Dio giudice giusto è forte e longanime; non si adira ogni giorno”. Certo si rivela anche come colui che “non lascia impunito il peccatore” (Num 14, 18). Ma ciò non significa che al peccato segua immediatamente il castigo. Solo si costata che la longanimità non introduce un vuoto, non esprime la pura e semplice rinuncia al movente dell’ira, solo pone accanto all’ira un atteggiamento per cui Dio ne differisce la manifestazione in attesa che l’uomo faccia vedere qualcosa che giustifichi tale differimento, altrimenti l’ira entra pienamente in azione: in lui infatti vi è sempre misericordia e ira. Solo la conversione sospende lo scatenarsi della sua ira. Dio è longanime in attesa della conversione: “Convertitevi al Signore poiché egli è longanime” (Gl 2,3).
Di qui il comportamento umano. Di fronte alla “longanimità” di Dio l’uomo viene a trovarsi in una nuova situazione che deve dimostrarsi in due modi: da una parte egli stesso cercherà di “essere longanime” nell’agire con il suo prossimo; dall’altra, quando venga a trovarsi in difficoltà, deve considerarla come una prova che lo va educando alla “longanimità”, vero dono di Dio, che fa entrare in sintonia con Dio.
Dovremo però attendere la piena rivelazione neotestamentaria per scoprire l’infinita e universale longanimità di Dio. Nell’Antico Testamento, infatti, solo dal libro di Giona (vedi 4,2) appare che la longanimità di Dio, in senso pieno, raggiunge anche i pagani che si convertono. Nel Nuovo Testamento, invece, si insegna che Dio è longanime con tutti senza distinzione perché egli vuole che tutti si convertano e vengano alla conoscenza della verità. Per il Dio neotestamentario non ci sono muri di separazione tra gli uomini. Egli è il Dio di tutti. E tutti sono chiamati a imitare Dio.

Chiamati a essere longanimi
Tale chiamata appare da quanto ci insegna Gesù quando racconta la Parabola del servo spietato (Mt 18,23-35). Un giorno un Re (che rappresenta Dio) volle fare i conti con i suoi servi. Gliene presentarono uno che gli doveva 10 mila talenti, una somma enorme, equivalente a 600 mila volte un denaro, cioè a 600 mila giornate di lavoro. Si capisce subito che si tratta di un debito inestinguibile. Quando il Re capì chi era quel servo, comandò che venisse messo in carcere finché non avesse pagato tutto. Ma quello si gettò ai suoi piedi e disse: “Sii longanime con me e ti restituirò ogni cosa”. La richiesta suona come un grido di angoscia, ma si capisce che chi lo ascolta sa già che l’impegno che prende di fronte al Padrone, a Dio, non sarà mai mantenuto. E lo sa anche Dio che impietositosi del servo gli condonò tutto il debito. Quel servo si sentì avvolto dalla longanimità di Dio. Davvero Dio è longanime e colmo di grazia.
Ma quel servo era davvero degno di tale dono? Osserviamo il suo comportamento verso un suo compagno che gli doveva soltanto “cento denari”, una somma irrisoria a confronto dei 600 mila che lui doveva al suo Padrone. Ebbene, appena si incontrò con l’altro, lo afferrò per il collo e lo soffocava dicendo: “Dammi quello che mi devi”. Il poveretto si gettò ai suoi piedi e gli disse: “Sii longanime con me e ti restituirò ogni cosa”. Proprio quello che lui aveva detto al Re. Ma lui non si impietosì come il Re e lo fece gettare in carcere.
Il Re lo venne a sapere; richiamò colui che aveva graziato e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto il debito... Non dovevi anche tu avere pietà del tuo compagno come io ho avuto pietà di te?”. E, colmo d’ira, annullò la grazia e lo fece gettare in prigione finché avesse pagato tutto. Cosa irrealizzabile. Gesù ne tira la conclusione: “Il Padre mio celeste farà lo stesso a ciascuno di voi se non perdonerete a un vostro fratello”.
Non c’è un vuoto tra l’ira e la longanimità di Dio. Dio trattiene lo scatenarsi della sua ira in attesa della conversione, che è un assumere in sé gli stessi sentimenti di Dio. Se ciò non avviene allora la sua ira si scatena per l’eternità.
Bastano queste poche parole per capire tutte le esortazioni alla longanimità che risuonano nel Nuovo Testamento. Le possiamo riassumere in una frase: “Siate longanimi, come Dio è longanime”. Per riuscirvi basta amare come ci ha insegnato Gesù e come lui “sentire compassione” degli altri. Ma tocchiamo con mano come si caratterizza la longanimità cristiana. Essa non è una virtù che si può acquisire al pari delle altre: è un dono dello Spirito. Solo molto tardi verranno chiamate “virtù”, ma nel Nuovo Testamento sono tutte espressioni di un unico frutto: l’Amore. Tutto proviene dall’Amore e nell’Inno all’Amore di Paolo, la “longanimità” occupa il primo posto: “longanime è l’amore”, cioè: chi ama è longanime (1 Cor 13,4). È chiaro che qui si afferma nel modo più conciso ed essenziale che la forza motrice della “longanimità” è l’amore.
Volendo ora passare al concreto esercizio della “longanimità”, ascoltiamo Paolo che parla del suo apostolato ai cristiani di Corinto (2 Cor 6,4ss): “Ci presentiamo come ministri di Dio con molta fermezza nelle tribolazioni..., con purezza, conoscenza, longanimità, benevolenza, con amore sincero...”. Paolo spiega ai Corinzi con quali mezzi affronta la prove nelle quali deve cimentarsi il missionario (e ciò vale per ogni testimone di Cristo). Dal contesto è chiaro che per esercitare la “longanimità” non basta l’amore e la benevolenza, ma è anche necessaria la conoscenza della nostra reale situazione umana di fronte a Dio che ci è stata rivelata da Cristo.

Come vivere la longanimità
In concreto, se vogliamo vivere la “longanimità” bisogna “camminare in maniera degna del Signore”, tenendo fisso lo sguardo su Gesù. È vero non si dice mai che Gesù è longanime, ma è anche vero che egli non si è presentato come l’aveva annunciato il Battista, cioè come “la scure posta alla radice degli alberi”, ma si è presentato come l’ultima chiamata di Dio ai peccatori perché si convertano; il suo tempo, che dura finché c’è storia, è il tempo in cui Dio nella sua “longanimità” trattiene la sua ira in attesa della conversione. Gesù è la rivelazione dell’Amore del Padre che chiama tutti a conversione.
Anche Gesù sente tutte le difficoltà dell’apostolato e di fronte all’incredulità dice: “Fino a quando vi sopporterò?” (Mc 9,19); quando poi dice ai suoi discepoli: “Ancora non capite?” (Mc 8,21) e malgrado ciò continua a educarli, si percepisce la sua “pazienza”, e quando rifiuta di far scendere il fuoco dal cielo, ci rivela che vuol essere in sintonia con la “longanimità del Padre” (Lc 9,55).
Ora come vivere l’amore imitando Gesù? Cercando di “portare frutto in ogni opera buona e crescere nella conoscenza di Dio” (Col 1,10). La “longanimità” non è un semplice atteggiamento di tolleranza e nemmeno una fiacca indulgenza, non è soltanto un naturale atteggiamento etico. La longanimità è possibile solo quando siamo “rinvigoriti di ogni energia secondo la gloriosa potenza salvifica di Dio”. È la forza di Dio che permette ai cristiani di affrontare le prove della vita. E Dio ci dà la sua stessa forza “per essere pazienti e longanimi”. È questa forza che Paolo chiede per noi nella preghiera (Col 1,9-1). Chiediamola anche noi e allora avremo la capacità di “rivestirci di sentimenti di misericordia, di benevolenza, di umiltà, di mansuetudine, di longanimità” e riusciremo a “sopportarci gli uni gli altri” (Col 3,12s). È il cammino per essere nella comunità un solo corpo e un solo spirito. Infatti per essere degni della vocazione che abbiamo ricevuto, “dobbiamo comportarci con ogni umiltà, mansuetudine, longanimità, sopportandoci a vicenda, cercando di conservare l’unità dello Spirito” (vedi Ef 4,1-4). Sono molti e diversi i termini che accompagnano la parola “longanimità”. Ma non si tratta di puri elenchi di virtù diverse. Sono solo espressioni che specificano in concreto che cos’è l’Amore. Non c’è proprio bisogno di chiederci: “Ma come faccio a vivere tutto questo?”. La risposta è molto semplice: “Ama come Gesù ti ha amato” e il tuo amore irraggerà in pienezza tutti i suoi raggi. Più ti sforzerai di donarti agli altri, a tutti gli altri, anche ai nemici, come ha fatto Gesù e riuscirai a capire che la tua vita ha trovato il suo vero senso e l’ha trovato in Gesù. Solo lui rivela in pienezza come dev’essere l’uomo, di fronte a Dio. Se noi fissando lo sguardo su Gesù capiremo che la vita ha davvero un senso e che solo nella pazienza e nell’umiltà riusciremo a vivere i nostri rapporti umani con “longanimità”.
Una bellissima pagina di Janssens e Ledrus2 ci serva da conclusione: «La “longanimità” è l’esercizio della carità cristiana verso un prossimo reale e concreto. È l’atteggiamento di colui il quale persevera con animo illuminato e plasmato dalla longanimità divina contro gli ostacoli nello sforzo caritatevole a vantaggio dei fratelli, sopporta e tollera tutto per la loro salvezza effettiva; e, saldo nella speranza, non cessa di amarli e di avere fiducia nell’azione salvifica che Dio esercita nel loro cuore. La “longanimità” nei rapporti con gli altri non soltanto non si lascia abbattere dalle avversità, dalle contraddizioni, dalle ostilità, ma persiste nel suo proposito di bene con sempre rinnovato ardore e con slancio. Dal punto di vista umano, le opposizioni ingiuste, le persecuzioni e le sconfitte potrebbero essere valide ragioni per abbandonare l’altro alla sua sorte, ma la longanimità ci suggerisce di non desistere» e di fare nostra questa semplice esortazione di Giacomo: “Fratelli, siate longanimi sino alla venuta del Signore” (Gc 5,7), senza desistere mai.

Preghiamo
Signore Gesù, voglio prostrarmi in adorazione davanti a te, lodarti e ringraziarti perché il tuo esempio apre a me panorami immensi di bene. Come fai, o Signore, ad avere tanta fiducia in me? Sai bene che tante volte devi essere tu a pazientare con me. Ma poi ti sento dire: “Non guardare alla tua debolezza, alla tua incapacità; ti chiedo solo di sforzarti in quello che ti insegno, e poi effondo su di te la forza del mio Spirito. Accoglilo con cuore sincero, invocalo e sentirai ogni giorno che potrai fare qualcosa di meglio. E in primo luogo riuscirai a sentire gli altri, anche quelli che ti fanno del male e non ti vogliono bene, come fratelli. Io vi ho sempre sentiti tutti così, e non mi vergogno di chiamarmi fratello vostro. Per questo vi ho amati e ho dato la mia vita per la salvezza di tutti”. Sì, Signore Gesù. Mi sforzerò di fissare sempre lo sguardo su di te e di formulare una sola preghiera: “Possiedi, o Signore, il mio cuore con tutti i suoi sentimenti verso gli altri e fa’ che siano in sintonia con i tuoi”. Amen!

Mario Galizzi SDB

1 Con questa parola, traduciamo sempre lo stesso termine greco macrothumìa. Nelle traduzioni però non viene sempre tradotto con «longanimità».
2 I frutti dello Spirito, ed. Ancora, Milano, 1984, p. 93.

venerdì 22 giugno 2018

San Giovanni Battista


24.6.18 NATIVITÀ DI SAN GIOVANNI BATTISTA


24.6.18 NATIVITÀ DI SAN GIOVANNI BATTISTA

Omelia (24-06-2018)
don Luciano Cantini
Chiamati per nome

Diede alla luce un figlio

Il racconto che Luca ci trasmette dell'annuncio e della nascita del Battista andrebbero letti in parallelo con gli stessi racconti che riguardano Gesù, non è il susseguirsi cronologico quanto il loro significato teologico che dovremmo considerare.
All'annuncio a Zaccaria (Lc 1,5-25) fa eco quello a Maria (Lc 1,26-38), alla nascita di Giovanni (Lc 1,57-66) corrisponde la nascita e la circoncisione di Gesù (Lc 2,1-21), col cantico di Zaccaria (Lc 1,67-80) risuona quello di Simeone (Lc 2,29-32): il sole sorge dall'alto è luce per rivelarti alle genti; di Giovanni si dice che cresceva e si fortificava nello spirito (Lc 1,80) mentre di Gesù: cresceva e si fortificava, pieno di sapienza e la grazia di Dio era su di lui (Lc 2,40); meraviglia, stupore, timore sono suscitati nella gente in entrambi gli avvenimenti (Lc 1,65-66 e 2,18-19).
Giovanni è Precursore dapprima della sua nascita; quanto è avvenuto nel tempio a Zaccaria è già annuncio della venuta del Signore, Dio ha posto fine alla nostra sterilità ci ha reso fecondi, ci conduce al battesimo al Giordano (Lc 3, 21-22) in cui è manifestato lo Spirito e ricevuto la conferma del Padre: «Tu sei il Figlio mio, l'amato: in te ho posto il mio compiacimento».
Il nostro itinerario di fede ha bisogno di confrontarsi con il Battista, passare attraverso il deserto in un impegno di conversione per il perdono dei peccati (Lc 3,3), per scoprire il senso di appartenenza alla famiglia umana e la necessità della comunione: «Chi ha due tuniche ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare faccia altrettanto» (Lc 3,11).

Otto giorni dopo
Il racconto della imposizione del nome è molto singolare, e per alcuni aspetti buffo, tanto da suscitare riflessioni anche al nostro tempo: la dinamica tra tradizione e novità, la condizione femminile, la relazione con i portatori di disabilità.
Volevano chiamarlo con il nome di suo padre per seguire la logica del tradizionalismo, del ?si è fatto sempre così?, per mantenere le cose come sono, come se la storia non camminasse, come se la Promessa e ogni Benedizione rimanessero cristallizzate nel passato, come se nella storia Dio non avesse offerto prospettive e speranze. Il tradizionalismo è la negazione dell'azione di Dio nel tempo, mentre il fare memoria chiede di ritornare sempre alle radici con grande rispetto per trovarvi stimoli e indicazioni per camminare avanti, crescere e rinnovarci. Rinnovarci è accogliere ogni giorno il dono di Dio che ogni giorno ci accompagna. Volevano portare Elisabetta e Zaccaria a trattare quella nascita come un evento qualsiasi senza riconoscere in esso la presenza decisiva del Signore.
Con lo stile deciso e delicato che ci sta trasmettendo Papa Francesco bisogna resistere a tutto ciò che vuole fare della Chiesa, e del clero in particolare, una combriccola di gente che, tradendo Cristo ed il Vangelo, sostituisce l'uno e l'altro con le proprie fisime, ammantandole di sacralità falsa. (Nunzio Galantino 23.12.14)
Ma sua madre intervenne per dare il nome al bambino che non viene presa in considerazione, anzi contestata. La tradizione prevedeva che il padre del bambino desse il nome al figlio seguendo la consuetudine della «discendenza». Il figlio è proprietà del padre, suo è il seme, la donna ha solo una funzione strumentale. Anche se la storia e la scienza ci hanno portato a capire altro ancora c'è molto da fare nel mondo perché il genio femminile sia rispettato e valorizzato.
Allora domandavano con cenni a suo padre, cosa strana visto che è scritto che divenne muto e non sordo. Purtroppo, è assai difficile comportarsi normalmente con chi ha delle disabilità, come se un deficit rendesse tutto il suo essere incapace, fino a negare la possibilità di intendere e di volere.
«Giovanni è il suo nome».
Il nome indica la persona, il suo unico ed irripetibile valore. Noi non ?ci chiamiamo?, ?siamo chiamati? dagli altri, siamo il frutto di una relazione, di cui il nome è espressione. Il figlio di Elisabetta e Zaccaria non porta il nome del padre nella carne, ma di chi lo ha generato in forza della Promessa: «Giovanni», che significa «Dio fa grazia» o «Dio fa misericordia». Ogni nome deriva da Dio: solo in Lui l'uomo comprende il valore della esistenza che ha ricevuto. 
Dio chiama ciascuno per nome, amandoci singolarmente, nella concretezza della nostra storia.... E implica una risposta personale, non presa a prestito, con un ?copia e incolla?. La vita cristiana infatti è intessuta di una serie di chiamate e di risposte: Dio continua a pronunciare il nostro nome nel corso degli anni, facendo risuonare in mille modi la sua chiamata a diventare conformi al suo Figlio Gesù. (Francesco, 18 aprile 2018)

mercoledì 20 giugno 2018

Jesus Pantocrator


QUAL È IL POSTO DELL’ESSERE UMANO NELL’UNIVERSO? (TAIZÉ)


QUAL È IL POSTO DELL’ESSERE UMANO NELL’UNIVERSO? (TAIZÉ)

L’Antichità vedeva il mondo come una casa a tre piani: in alto il cielo, dimora di Dio e dei suoi angeli, sottoterra il regno dei morti, e in mezzo la terra, popolata da piante, animali e uomini. In un simile universo, l’importanza dell’essere umano sembrava andare da sé. Situato tra il mondo divino e il mondo creato, era chiamato ad essere mediatore tra i due.
La scienza moderna ha radicalmente trasformato questo modo di vedere. Perduti come siamo su un piccolo pianeta che gira attorno a una stella tra miliardi, in una galassia media in un universo in continua espansione, la pretesa d’attribuirci un posto centrale nell’ordine delle cose sembra avere qualcosa di smisurato, vedi aberrante.
Ma anche che l’uomo biblico poteva fare la medesima esperienza. Nel salmo 8, qualcuno guarda il vasto cielo notturno, popolato da stelle, e un grido sorge spontaneo sulle sue labbra: «Che cosa è l’uomo perché te ne ricordi e il figlio dell’uomo perché te ne curi?» (v.5). L’immensità dell’universo aveva dunque qualcosa di schiacciante anche per lui.
Nel versetto seguente, tuttavia, il salmista ritrova la sua sicurezza in una convinzione che gli proviene dalla fede: «Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli». Il posto dell’essere umano nell’universo proviene in ultima analisi da una relazione con la Sorgente di ogni vita. Dio non l’ha scelto perché era il più impressionante degli esseri; in sé, fragile e piccolo, l’uomo è effettivamente poca cosa. La sua grandezza viene non dalle sue qualità, ma dalla chiamata divina: Dio l’ha eletto «perché abbia potere sulle opere delle (sue) mani» (v.7).
Qui incontriamo un altro problema. La parola «potere» può avere delle connotazioni negative. Gli esseri umani hanno il diritto, vedi il dovere, d’imporre la loro volontà sull’insieme della creazione? Non è proprio questo sfruttamento della terra a briglie sciolte da parte dell’umanità che ha creato tanti danni, di cui soffriamo le conseguenze?
Il verbo ebraico tradotto con «avere potere» si riferisce in primo luogo all’attività di un re. E in Israele, il re non aveva come compito quello di opprimere il popolo, ma di assicurare la giustizia e la pace nella società. Doveva usare il suo potere per fare in modo che i forti non schiacciassero i deboli, che l’armonia regnasse tra i diversi gruppi. Allo stesso modo, il ruolo degli esseri umani è presentato nella Bibbia come quello d’impiegare i propri doni d’intelligenza e di creatività per rendere l’universo più abitabile per tutti gli esseri. E in questa ricerca della pace cosmica, devono cominciare con la pace interiore che scaturisce dalla loro comunione con Dio, Sorgente di pace. Altrimenti, non fanno che proiettare le proprie divisioni sul mondo attorno ad essi.
Come leggere oggi i racconti biblici della creazione?
È evidente che i racconti della creazione all’inizio delle nostre bibbie non sono scritti secondo l’ottica della scienza moderna. Perciò, certuni vorrebbero rifiutarli senza appello. Altri, per reazione, si sforzano di provare che descrivono meglio delle teorie moderne la realtà. Possiamo superare quello che sembra un dialogo tra sordi?
Innanzitutto, il preteso conflitto tra fede e scienza trova poco appoggio nei testi stessi. Il primo capitolo del libro della Genesi è a suo modo «scientifico», perché testimonia la capacità di un’osservazione minuziosa e un’attitudine per la classificazione. Per esempio, al versetto 12, le differenti specie di piante sono accuratamente distinte le une dalle altre, e molto verosimilmente secondo il modo di riprodursi: germogli, erbe che producono seme e alberi da frutto con il seme. Solamente non è la scienza dei nostri giorni, poiché gli autori biblici non avevano né la metodologia né gli strumenti di cui noi disponiamo.
Però la vera differenza tra i racconti biblici e uno studio scientifico delle origini dell’universo non consiste tanto nel metodo impiegato ma piuttosto nelle domande poste. I fisici e i biologi del nostro tempo s’interessano innanzitutto dei meccanismi con i quali il mondo e la vita sono stati formati, e che permettono loro di continuare a funzionare. Gli autori biblici avevano tutt’altra preoccupazione: volevano esprimere la continuità tra la storia d’Israele con il suo Dio, da una parte, e l’umanità e l’universo nel suo insieme, dall’altra. Volevano far comprendere che il loro Dio era veramente universale, implicato a fondo nell’esistenza e la sorte di tutto ciò che esiste.
Di più, volevano mostrare come il mondo così come lo conosciamo scaturisca dall’identità di questo Dio. Che cosa fa parte dei suoi tratti essenziali in quanto creato da Dio, e che cosa, invece, non è in conformità con il suo statuto di creazione divina? Comprendere in questo modo le nostre origini, è trovare le basi che ci permettono di vivere come si deve. La preoccupazione degli autori biblici è in questo modo tutto tranne teorica. La loro ricerca fa parte di ciò che la Bibbia chiama sapienza, il tentativo di condurre un’esistenza in armonia con la realtà.
Vedere nei racconti biblici un’alternativa alle teorie scientifiche o un film di «come era realmente», è votarsi alla delusione. Se cercassimo invece di comprendere il significato della nostra esistenza, potremmo trovarci intuizioni che vanno lontano. Se tutto risale in definitiva a Dio, la relazione con lui offre la chiave per situarci in una vita che ha veramente un senso.

martedì 19 giugno 2018

Gesù Buon Pastore


BENEDETTO XVI - Salmo 138,13-18.23-24 - O Dio, tu mi scruti e mi conosci


BENEDETTO XVI - Salmo 138,13-18.23-24 - O Dio, tu mi scruti e mi conosci

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 28 dicembre 2005 

Vespri - Mercoledì 4a settimana

1. In questa Udienza generale del mercoledì dell’Ottava di Natale, festa liturgica dei Santi Innocenti, riprendiamo la nostra meditazione sul Salmo 138, la cui lettura orante è proposta dalla Liturgia dei Vespri in due tappe distinte. Dopo aver contemplato nella prima parte (cfr vv. 1-12) il Dio onnisciente e onnipotente, Signore dell’essere e della storia, ora questo inno sapienziale di intensa bellezza e passione punta verso la realtà più alta e mirabile dell’intero universo, l’uomo, definito come il «prodigio» di Dio (cfr v. 14). Si tratta, in realtà, di un tema profondamente in sintonia con il clima natalizio che stiamo vivendo in questi giorni, nei quali celebriamo il grande mistero del Figlio di Dio fattosi uomo per la nostra salvezza.
Dopo aver considerato lo sguardo e la presenza del Creatore che spaziano in tutto l’orizzonte cosmico, nella seconda parte del Salmo che meditiamo oggi, gli occhi amorevoli di Dio si rivolgono all’essere umano, considerato nel suo inizio pieno e completo. Egli è ancora «informe» nell’utero materno: il vocabolo ebraico usato è stato inteso da qualche studioso della Bibbia come rimando all’«embrione», descritto in quel termine come una piccola realtà ovale, arrotolata, ma sulla quale si pone già lo sguardo benevolo e amoroso degli occhi di Dio (cfr v. 16).
2. Il Salmista per definire l’azione divina all’interno del grembo materno ricorre alle classiche immagini bibliche, mentre la cavità generatrice della madre è comparata alle «profondità della terra», ossia alla costante vitalità della grande madre terra (cfr v. 15).
C’e innanzitutto il simbolo del vasaio e dello scultore che «forma», plasma la sua creazione artistica, il suo capolavoro, proprio come si diceva nel libro della Genesi per la creazione dell’uomo: «Il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo» (Gn 2,7). C’è, poi, il simbolo «tessile», che evoca la delicatezza della pelle, della carne, dei nervi «intessuti» sullo scheletro osseo. Anche Giobbe rievocava con forza queste e altre immagini per esaltare quel capolavoro che è la persona umana, pur percossa e ferita dalla sofferenza: «Le tue mani mi hanno plasmato e mi hanno fatto integro in ogni parte… Ricordati che come argilla mi hai plasmato… Non mi hai colato forse come latte e fatto accagliare come cacio? Di pelle e di carne mi hai rivestito, d’ossa e di nervi mi hai intessuto» (Gb 10,8-11).
3. Estremamente potente è, nel nostro Salmo, l’idea che Dio di quell’embrione ancora «informe» veda già tutto il futuro: nel libro della vita del Signore già sono scritti i giorni che quella creatura vivrà e colmerà di opere durante la sua esistenza terrena. Torna così ad emergere la grandezza trascendente della conoscenza divina, che non abbraccia solo il passato e il presente dell’umanità, ma anche l’arco ancora nascosto del futuro. Ma appare anche la grandezza di questa piccola creatura umana non nata, formata dalle mani di Dio e circondata dal suo amore: un elogio biblico dell'essere umano dal primo momento della sua esistenza.
Noi ora vorremmo affidarci alla riflessione che san Gregorio Magno, nelle sue Omelie su Ezechiele, ha intessuto sulla frase del Salmo da noi prima commentata: «Ancora informe mi hanno visto i tuoi occhi e tutto era scritto nel tuo libro» (v. 16). Su quelle parole il Pontefice e Padre della Chiesa ha costruito un’originale e delicata meditazione riguardante quanti nella Comunità cristiana sono più deboli nel loro cammino spirituale.
E dice che anche i deboli nella fede e nella vita cristiana fanno parte dell'architettura della Chiesa, vi "vengono tuttavia annoverati... in virtù del buon desiderio. È vero, sono imperfetti e piccoli, tuttavia per quanto riescono a comprendere, amano Dio e il prossimo e non trascurano di compiere il bene che possono. Anche se non arrivano ancora ai doni spirituali, tanto da aprire l'anima all'azione perfetta e all'ardente contemplazione, tuttavia non si tirano indietro dall'amore di Dio e del prossimo, nella misura in cui sono in grado di capirlo. Per cui avviene che anch'essi contribuiscono, pur collocati in posto meno importante, all'edificazione della Chiesa, poiché, sebbene inferiori per dottrina, profezia, grazia dei miracoli e completo disprezzo del mondo, tuttavia poggiano sul fondamento del timore e dell'amore, nel quale trovano la loro solidità" (2, 3, 12-13, Opere di Gregorio Magno, III/2, Roma 1993, pp. 79.81).
Il messaggio di san Gregorio diventa una grande consolazione per tutti noi che procediamo spesso con fatica nel cammino della vita spirituale ed ecclesiale. Il Signore ci conosce e ci circonda tutti con il suo amore.

lunedì 18 giugno 2018

Chagall, Noè e l'arcobaleno


L’ARCO SULLE NUBI: LA SIMBOLOGIA DELL’ARCOBALENO NELLA BIBBIA


L’ARCO SULLE NUBI: LA SIMBOLOGIA DELL’ARCOBALENO NELLA BIBBIA

Filippo Serafini, docente di Sacra Scrittura, Istituto Superiore di Scienze Religiose all’Apollinare, Roma
Giugno 2015

L’apparire dell’arcobaleno sulle nubi, quasi sempre dopo un’intensa pioggia, ha evocato fin dalle origini della cultura umana emozioni di stupore ma anche sentimenti di natura religiosa. Non sorprende, pertanto, che anche la sacra Scrittura ospiti brani ed episodi in relazione a questo fenomeno della bassa atmosfera.
Il brano biblico più famoso in cui si fa riferimento all’arcobaleno è il capitolo 9 del libro della Genesi, a conclusione della narrazione del diluvio. A partire dal v. 8 si descrive la stipulazione di un’alleanza tra Dio, da una parte, e Noè, i suoi figli, i loro discendenti (quindi l’umanità intera nella prospettiva del racconto biblico) e tutti gli animali, dall’altra: «Io stabilisco la mia alleanza con voi: non sarà più distrutta alcuna carne (cioè ogni essere vivente, uomo o animale) dalle acque del diluvio, né il diluvio devasterà più la terra» (Gen 9,11). Nei successivi vv. 12-16 si insiste sul «segno» di quest’alleanza che è l’«arco sulle nubi», ovvero l’arcobaleno.
Gli studiosi sono concordi nel ritenere che la redazione del brano di Gen 9 vada fatta risalire all’autore (o scuola) convenzionalmente chiamato “Sacerdotale”, da collocare all’epoca dell’esilio babilonese, nel VI sec. a.C.; inoltre considerano assai probabile che la sua descrizione dell’arcobaleno come «segno dell’alleanza» riprenda tradizioni o racconti o convinzioni popolari al riguardo. Nella spiegazione di tale sfondo, però, i commentatori si dividono. Alcuni prendono spunto dal fatto che in Gen 9,13.14.16 si parla sempre di «arco», usando nel testo ebraico il sostantivo qešet che di solito indica un’arma, e ritengono che il retroterra sia l’immagine di un Dio guerriero (la metafora del Signore che impugna l’arco si trova in alcuni passi dell’Antico Testamento, cfr. Sal 7,13-14; Lam 2,4; 3,12; Ab 3,9). In questo caso l’arcobaleno sarebbe appunto l’arma divina, che viene deposta per non essere più impugnata (da qui l’idea dell’arcobaleno come simbolo di pace), segnando la fine dell’intervento punitivo di Dio. Altri studiosi, invece, ritengono che lo sfondo del testo sia più semplicemente una spiegazione del fenomeno naturale dell’arcobaleno che lo faceva risalire, già in epoca antica, all’intervento di una divinità al termine del diluvio, senza alcun riferimento militare (la specificazione «sulle nubi» servirebbe proprio per segnalare la differenza fra l’arcobaleno e l’arma da caccia o da guerra).
In ogni caso l’autore biblico insiste piuttosto sulla sua funzione di «segno» ed è interessante notare che ciò valga soprattutto per Dio «Quando ammasserò le nubi sulla terra e apparirà l’arco sulle nubi, ricorderò la mia alleanza che è tra me e voi e ogni essere che vive in ogni carne, e non ci saranno più le acque per il diluvio, per distruggere ogni carne. L’arco sarà sulle nubi, e io lo guarderò per ricordare l'alleanza eterna tra Dio e ogni essere che vive in ogni carne che è sulla terra». Questo va rilevato perché gli altri due passi in cui si fa riferimento a un «segno» dell’alleanza» (Gen 17,11, dove si tratta della circoncisione, e Es 31,16-17, dove si tratta del sabato) esso vale per la controparte umana. L’uso di Gen 9 è del tutto peculiare, perché è Dio stesso che, con un antropomorfismo evidente e forse anche un po’ ingenuo ai nostri occhi, ha bisogno di un segno per ricordare i suoi impegni. Lo scopo è quello di sottolineare l’azione divina in favore della creazione e la situazione di dipendenza della vita di uomini e animali dalla sua provvidenza. In altri termini, come nel racconto di creazione di Gen 1, con cui Gen 9 ha alcuni collegamenti letterari e tematici, si ribadisce che l’esistenza della terra, come luogo in cui è possibile la vita, non può essere pensata separandola dalla volontà divina; d’altra parte si afferma che la strutturale fragilità di uomini e animali, manifestata in modo drammatico dalle calamità naturali simboleggiate dal diluvio, viene custodita dalla stessa volontà. Da questo punto di vista la funzione dell’arcobaleno è anche di rassicurazione: Dio non dimentica di prendersi cura della sue creature.
Questo aspetto va approfondito tenendo conto che all’inizio del diluvio il narratore biblico pone il peccato (Gen 6,5 «Il Signore vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra e che ogni intimo intento del loro cuore non era altro che male, sempre»). La promessa di Gen 9, quindi, vale come custodia della vita anche rispetto alle potenzialità distruttive che scaturiscono dalle scelte di male compiute dagli esseri umani. Va d’altra parte ricordato che i due aspetti, che la nostra mentalità moderna tiene ben separati, distinguendo le catastrofi che derivano dall’agire e dalla responsabilità umana da quelle che invece sono frutto di fenomeni naturali imprevedibili e incontrollabili, si potevano intrecciare più facilmente nella mentalità antica che traspare nell’Antico Testamento, per la quale il male commesso dagli uomini ha spesso un riflesso anche nell’ordine della natura (d’altra parte, la sensibilità ambientalista e l’attenzione ai cambiamenti climatici negli ultimi anni ha riportato l’attenzione sul legame fra comportamenti umani e calamità naturali). Così se è anzitutto il peccato umano che provoca l’intervento distruttivo divino mediante il diluvio, che coinvolge anche gli animali, l’alleanza che Dio stipula alla fine di esso riguarda ogni forma di vita perché essa mira a superare l’inclinazione al male presente nel cuore dell’uomo e i suoi effetti negativi (cfr Gen 8,21). Mediante la struttura simbolica del racconto si giunge quindi ad affermare che la visione essenzialmente positiva del mondo, tipica dell’Antico Testamento, non può essere messa in discussione né dalle catastrofi naturali né dall’agire malvagio degli esseri umani; questo perché in ogni caso il creato manifesta la volontà divina di custodire e favorire la vita.
Di tutto questo è segno l’arcobaleno forse proprio perché le condizioni atmosferiche che lo rendono possibile si presentano solo in determinate occasioni, quando la forza distruttiva della tempesta lascia spazio anche ai raggi del sole.
Tale aspetto eccezionale e sorprendente dell’arcobaleno, e il fascino dei suoi colori, spiegano perché in altri passi dell’Antico Testamento esso sia associato allo «splendore» e, in quanto tale, divenga un’immagine della «gloria» divina. Nella visione inaugurale del libro di Ezechiele il profeta ha la percezione di una «figura dalle sembianze umane» (1,26) che dai «suoi fianchi in su mi apparve splendido come metallo incandescente e, dai suoi fianchi in giù, mi apparve come di fuoco. Era circondato da un splendore simile a quello dell’arcobaleno fra le nubi di un giorno di pioggia. Così percepii la visione della gloria del Signore» (1,27-28). È difficile dire se questa rappresentazione del divino voglia in qualche modo richiamare il testo di Gen 9: da una parte, il contesto e la funzione riconosciuta all’arcobaleno sono molto diversi e indirizzerebbero a una risposta negativa; dall’altra la scarsità di riferimenti all’arcobaleno nell’Antico Testamento e i legami letterari ampiamente attestati fra il libro di Ezechiele e i testi “Sacerdotali” del Pentateuco spingerebbero a una risposta positiva. Se si segue quest’ultima ipotesi, si deve ritenere che Ezechiele voglia richiamare implicitamente, all’inizio del suo libro, l’impegno solenne di Dio in favore del mondo e dei viventi che lo popolano. Così, gli oracoli di condanna e di minaccia che dominano la prima parte del suo libro riceverebbero una precisa chiave di lettura: il Signore che interviene a punire il suo popolo infedele (cfr. Ez 4-24) e le nazioni straniere (cfr. Ez 25-32) ha di mira, anche in questa sua azione apparentemente distruttiva, la salvezza e la custodia dei viventi.
Allo splendore dell’arcobaleno fanno riferimento anche due passi del libro del Siracide o Ecclesiastico (libro che fa parte dell’Antico Testamento nella Bibbia cattolica, ma che non si trova nella Bibbia ebraica). Il primo è collocato nel contesto di un inno (42,15–43,33) che magnifica le opere create allo scopo di stimolare la lode al creatore e il riconoscimento della grandezza (per certi versi impenetrabile dalla sapienza umana) della sua opera. La menzione dell’arcobaleno si trova ai vv. 11-12 dopo il riferimento agli elementi celesti (firmamento, sole, luna e stelle) e prima di quelli meteorologici (vento, tempesta, neve, brina, tramontana, ghiaccio, arsura, rugiada): forse la posizione non è casuale ma riflette una certa comprensione dell’arcobaleno, che da una parte si colloca nel cielo, come gli astri, dall’altra è legato al verificarsi di determinati fenomeni meteorologici. In ogni caso l’accento va sulla lode e sul riconoscimento dell’opera divina: «Osserva l’arcobaleno e benedici colui che lo ha fatto: quanto è bello nel suo splendore! Avvolge il cielo con un cerchio di gloria, lo hanno teso le mani dell'Altissimo». Si può accostare questo passo a quello del libro di Ezechiele non soltanto perché entrambi fanno riferimento allo «splendore» e alla «gloria», ma anche perché entrambi richiamano l’idea di una manifestazione divina: nella forma di una visione il passo profetico, nella mediazione dell’opere create quello sapienziale. D’altra parte, rispetto a Gen 9, dove l’arcobaleno era un segno per Dio, il Siracide ha un punto di vista complementare: per lui, infatti, è un segno per l’uomo.
In Sir 50,7 l’arcobaleno ritorna per descrivere non la «gloria» divina, ma quella del sommo sacerdote Simone durante la celebrazione del culto nel tempio di Gerusalemme: «Com’era glorioso quando si affacciava dal tempio, quando usciva dal santuario dietro il velo! Come astro mattutino in mezzo alle nubi, come la luna nei giorni in cui è piena, come sole sfolgorante sul tempio dell’Altissimo, come arcobaleno splendente fra nubi di gloria» (Sir 50,5-7). Lo splendore della liturgia, così esaltata dal Siracide, rimanda all’efficacia del culto e della mediazione sacerdotale per mantenere vivo il legame fra Dio e il suo popolo. In questo senso c’è un’analogia con Sir 43,11-12: come lo splendore del creato invita al riconoscimento della grandezza del Creatore, lo splendore del culto invita a riconoscere la grandezza di ciò che il Signore ha fatto per Israele.
Nel Nuovo Testamento il brano del c. 1 di Ezechiele sta sullo sfondo della visione che inaugura la seconda parte del libro dell’Apocalisse (4,1-11): in essa al veggente (Giovanni) è concesso di accedere (cfr. vv. 1-2) alla sala del trono di Dio in cielo: qui egli ha la visione di «uno seduto» sul trono (a differenza di Ezechiele, l’autore neotestamentario non azzarda una similitudine per la sua figura) con «un arcobaleno simile nell’aspetto a smeraldo» che «avvolgeva il trono» (v. 3). Nel prosieguo della visione si descrive (riprendendo alcuni elementi di Is 6) una liturgia celeste: nell’insieme lo scopo del brano è chiaramente quello di fondare il messaggio che si trova nel libro, indicando che Giovanni è un profeta cui vengono rivelati i disegni divini.
Anche la menzione dell’arcobaleno in Ap 10,1 serve a caratterizzare l’essere che ne è circondato come appartenente alla sfera divina: «E vidi un altro angelo, possente, discendere dal cielo, avvolto in una nube; l’arcobaleno era sul suo capo e il suo volto era come il sole e le sue gambe come colonne di fuoco». Quasi tutto in questo versetto rimanda al linguaggio delle apparizioni divine: diversi passi del Pentateuco descrivono il Signore che «discende nella nube» (cfr. Es 34,5; Nm 11,25; 12,5; anche Dt 31,15 nella versione greca dei Settanta) e la «colonna di fuoco» guidava il cammino di Israele nel deserto (Es 13,21.22; 14,24; Nm 14,14; cfr. Ne 9,12.19). L’angelo tiene in mano un «piccolo libro» (10,2) che il veggente deve ingoiare (10,8-10) per continuare a profetizzare (v. 11). In questo senso il contesto riprende quello del c. 4: l’apparizione della figura celeste legittima Giovanni a una nuova fase della su profezia.
Va notato che mentre l’antica versione greca dei Settanta (III-II sec. a.C.), nel tradurre i passi dell’Antico Testamento che fanno riferimento all’arcobaleno usa il greco toxón, «arco», corrispondente all’ebraico qešet, l’autore dell’Apocalisse usa il termine proprio della lingua greca, ovvero îris, forse perché meno equivoco per i suoi lettori. Così risulta più difficile fare un collegamento fra questi passi dell’Apocalisse e il brano di Gen 9, anche se alcuni autori hanno voluto comunque scorgerlo. In tal caso il senso sarebbe simile a quella che si individua per il libro di Ezechiele: sebbene diversi passi dell’Apocalisse si presentino come annuncio di un giudizio, in realtà il Dio che si manifesta in esso è sempre colui che si preoccupa anzitutto della salvezza e della vita delle sue creature.
A conclusione di questo breve percorso si può sottolineare, al di là delle diverse interpretazioni possibili, il valore certamente positivo dell’arcobaleno nella Bibbia: esso rimanda alla manifestazione di un Dio che non teme di affrontare gli aspetti negativi della realtà e del cuore dell’uomo, prendendosi continuamente cura della sue creature cui dona la vita.

venerdì 15 giugno 2018

Mc 4, 26


UNDICESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO Ez 17, 22-24; Sal 91; 2Cor 5, 6-10; Mc 4, 26-34


UNDICESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO Ez 17, 22-24; Sal 91; 2Cor 5, 6-10; Mc 4, 26-34

Parabole potentemente umili … come al solito è un paradosso ma funzionale a condurci nell’altrove” di Dio; con queste parabole, che sono nel quarto capitolo dell’Evangelo di Marco, Gesù vuole farci capire che le “cose” del Regno di Dio non funzionano con i meccanismi soliti, quelli del mondo; non funzionano con i tempi del mondo, con i suoi ritmi, con le sue proporzioni. Insomma, sbaglia molto chi, nelle “cose” di Dio, nelle “cose” del Regno, volesse applicare quei parametri mondani; chi lo facesse, alla fin fine non solo rimarrebbe deluso ma soprattutto rischierebbe di snaturare le opere dell’Evangelo, rischierebbe di far diventare le opere per il Regno, le opere della Comunità cristiana, opere meramente mondane, misurate con i criteridel numero, del successo,del “marketing”,della popolarità, della visibilità … opere misurate tremendamente come “eventi” (parola terribile e sviante del vuoto linguaggio dei media per cui ogni stupidaggine è “evento”!)…
La prima parabola, che riprende il linguaggio di Ezechiele dell’oracolo che è stato la prima lettura di questa domenica, ci dice che il Regno è “fuori” dalla nostra potenza e dal nostro protagonismo; i servi del Regno sono quelli che soprattutto sanno seminare il Regno nei solchi della storia e sanno vivere e mostrare la capacità dell’ attesa.
In primo luogo devono seminare il Regno … non altro! A volte si corre il gran rischio, come Comunità cristiana, di seminare altre cose, altri “semi”, altre attese; si rischia (o peggio si sceglie deliberatamente!) di mettersi al servizio di ciò che è gradito al mondo, di ciò che serve alla propria visibilità, al proprio prestigio; si seminano parole banali e “religiose” dette per dovere e per … “mestiere”; si seminano catechesi a cuori non evangelizzati e riti ad assemblee che hanno perduto – o mai avuto! – il “brivido” della risurrezione e la passione per l’Evangelo. Questi sono semi infecondi perché non sono semi del Regno; i veri semi del Regno hanno una potenza che non dipende più dal seminatore, hanno il potere di germinare, a loro tempo, con fioriture inaspettate e di bellezza imprevedibile.
Non può, a tal proposito, non venirci in mente la vicenda del Beato Charles De Foucauld: la sua intuizione, tutta evangelica, lo vide morire da solo, senza nessun seguace, senza nessuno che allora avesse il coraggio di condividere il suo ideale; Fratel Charles, però, aveva seminato nei solchi della storia il suo sì, la sua obbedienza, la sua sottomissione…tutti veri semi del Regno … dopo decenni dalla sua morte (che era apparsa allora come la fine di un eroico “sognatore” dell’impossibile …) la sua esperienza è fiorita in migliaia di vocazioni di uomini e donne che hanno raccolto quel suo sì; Fratel Cahrles aveva seminato il Regno, non “altro”, non se stesso … “Dorma o vegli …” E’ così!
La Parola dell’Evangelo oggi ci chiede di aver fiducia nel Regno, nelle sue vie, e di lanciare quelle nei solchi della storia; d’altro canto il Regno è Gesù. Lui è il “chicco di grano che caduto in terra muore e produce frutto” (cfr Gv 12 24).
L’altra parabola è quella del seme di senape e della sua piccolezza … il Regno è così! Dovremmo lasciarci istruire e toccare nel profondo da questa parola di Gesù per abbandonare ogni pretesa di grandezza, di visibilità a tutti i costi, ogni pretesa di “contare” per il mondo, di avere appariscenza, ogni pretesa di agire nella storia grazie alla potenza dei mezzi e delle strutture!
La parola sul granellino di senape è parola di rivelazione: ci dice cosa è davvero il Regno e in che parametri deve misurarsi chi vuole essere del Regno! E’ veramente necessario che ci convinciamo di questa piccolezza, di essere “piccolo gregge” (cfr Lc 12,32). E’ una piccolezza che genera Grazia; è una piccolezza che diviene rifugio dei deboli, è una piccolezza che offre “casa” (gli uccelli fanno il nido), è una piccolezza che accoglie! Sì, perché solo la piccolezza sa accogliere davvero; la grandezza, abbagliata da se stessa, spesso ne è incapace ed alza muri di indifferenza e di sospetto, non ha rami capaci di aprirsi a farsi “nido” per chi nido non ha! Oggi viviamo un tempo di riduzione nella Chiesa … si è davvero minoranza … non ci si lasci ingannare dalle folle delle grandi occasioni! Una piccolezza che può essere oggi una grazia, grazia di veri ricominciamenti e di scelte serie e concrete.
Il Regno di Dio viene ogni qual volta la piccolezza si fa accoglienza di Dio e dei suoi progetti e si fa accoglienza dell’altro e del suo bisogno! Ogni qual volta la piccolezza dei mezzi e delle apparenze non è vista con disprezzo dai credenti, ogni qual volta dinanzi alla piccolezza del “visibile” ci si ricorda che Colui che chiamiamo Signore è nato tra l’indifferenza dei grandi e dei potenti ed è morto disprezzato e “maledetto” condannato da grandi e potenti.
Per il mondo tutto questo è stoltezza (cfr 1Cor 1, 22-25), è piccolezza ed insignificanza ma gli occhi di Dio guardano in modo del tutto diverso e, dove c’è piccolezza vedono grandezza e dove c’è pretesa grandezza e arroganza vedono miseria!
La domanda da farsi con sincerità è dunque: “Da chi vogliamo essere guardati? Sotto quale sguardo vogliamo camminare?”

P. Fabrizio Cristarella Orestano