venerdì 29 giugno 2018

TREDICESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO B - OMELIA


TREDICESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO B - OMELIA

“Chi mi ha toccato?”

Carissimi fratelli e sorelle,

la prima cosa che mi è venuta in mente quando ho finito di leggere le letture di questa domenica per preparare l’omelia, è stata:  Ma quanta ricchezza di grazia! Quanta tenerezza! Quanto amore in queste letture! Ma come faccio a fare un’omelia: qui ci sono troppe cose da dire, ma soprattutto qui ci sono molte cose da gustare, da gustare in preghiera, in ginocchio e con il cuore aperto che si lasci ferire da tanto amore, si lasci toccare, scuotere, aprire…Come sarebbe bello se durante questa settimana, non accontentandoci di quanto oggi ascoltiamo qui, riprendiamo i brani di questa Parola di Dio e li ruminiamo nel cuore e lasciamo che la sua luce entri, illumini, riscaldi e infiammi i nostri poveri cuori!
Un uomo buono, un certo Giairo, uno dei capi della sinagoga, ha una figlioletta che sta morendo e con grande insistenza chiede a Gesù di venire a guarirla. Qui si apre a noi la problematica del dolore presente nel mondo, soprattutto quello innocente e nasce spontanea nel cuore di tutti noi quella domanda che ci interpella con violenza: Perché la sofferenza, perché il dolore innocente? Se Dio è buono perché permette tutto questo? Ma al di là di questa domanda, anche quando non si è di fronte al dolore innocente, rimane sempre il fatto ineluttabile che, prima o poi, l’uomo o la donna debbano morire. La morte, insieme alla sofferenza che essa comporta, è il più grande scacco che l’uomo deve subire e di questo scacco egli è tentato da sempre di incolparne Dio.
Ma non è così. Almeno noi cristiani ben sappiamo che non è così, anche se spesso, anche noi, a causa della nostra poca fede, cadiamo in tentazione su questo punto.
La prima lettura odierna, tratta dal Libro della Sapienza ci ricorda come il Signore Dio creò tutto per amore e per la vita, non creò la morte e la sofferenza, queste sono entrate nel mondo come conseguenza del peccato dei progenitori: “Dio non ha creato la morte e non gode per la rovina dei viventi”. 
La morte, dunque, e la sofferenza nelle sue variegate sfaccettature se le è attirate su di sé e se le attira l’uomo stesso. Il brano della Sapienza che abbiamo letto è preceduto da un versetto che non è stato riportato e che dice: Non provocate la morte con gli errori della vostra vita, non attiratevi la rovina con l’opera delle vostre mani.
C’è un saggio proverbio popolare che dice giustamente: Gli sbagli si pagano. Questo è il frutto proprio della libertà dell’uomo, che è libero di scegliere, ma non può scegliere senza assumersi le conseguenze delle sue scelte non giuste. Tutto nella vita si paga, prima o poi e una vita spensierata è, quasi inevitabilmente, il presupposto di una vita rovinata. Il fatto eclatante della rovina in cui sono precipitate le nostre famiglie ne è una prova.
Ma rimane pur sempre nel cuore dell’uomo, di fronte alla sofferenza, e soprattutto a quella degli innocenti, un forte senso di rabbia, di perplessità e di accusa nei confronti di Dio, accusandoLo di una fondamentale ingiustizia nei confronti dell’uomo innocente che soffre.
Ma “Dio non gode della rovina dei viventi” e, anche perché l’uomo capisse questo, ha voluto Lui stesso farsi uomo e soffrire ingiustamente dopo aver fatto del bene a tutti. L’uomo ora non potrà più accusare Dio di disinteresse e di ingiustizia, perché anche Lui ha voluto subire lo scacco della sofferenza e della morte e ci ha insegnato così come soffrire e come morire, accogliendo la sofferenza e la morte trasformandole come dono di sé al Padre nelle cui mani dobbiamo rimettere la nostra vita, ben sapendo che la vita terrena è solo un passaggio, un pellegrinaggio, una prova e una porta della vita eterna. Tutte le problematiche del dolore innocente e della morte vengono immediatamente ridimensionate quando si introduce nel discorso la “vita eterna”. Senza l’orizzonte della vita eterna la vita umana è inspiegabile, senza senso, senza valore, senza finalità. Non pensare alla vita eterna, estromettere la vita eterna dai propri orizzonti significa rinchiudere la vita terrena nell’orizzonte dell’inspiegabilità, della perplessità e della rabbia.
Tornando al nostro Vangelo, Gesù, sollecitato da questo papà che ha la figlioletta agli estremi, s’incammina verso la sua casa, attorniato da una calca di persone che Gli si stringe attorno e ad un certo punto lascia stupiti gli apostoli domandando chi Lo avesse toccato. Una folla lo accalca e Lui domanda chi Lo sta toccando? Vedete bene come questa frase di Gesù nasconde un grande messaggio che tocca soprattutto noi, per così dire “di Chiesa”, che oggi, apparentemente, Gli stiamo più vicini degli altri.
Gesù desidera essere toccato da noi, ma non fisicamente, desidera essere toccato dentro, nel cuore, in quel suo Cuore divino-umano sensibilissimo e amante dell’umanità. Ciò che tocca il Cuore di Gesù è la nostra fede speranzosa in Lui, la nostra fiducia incondizionata, il nostro affidarsi a Lui come all’Unico nostro Salvatore, “l’Unico in cui poter trovare salvezza” (At 4,12), L’Unico che può dare senso e significato alla mia vita e alla mia morte.
E, giunti a casa del povero Giairo, trovano tutti nel pianto del lutto per la morte della figlioletta. Ma Gesù fa cacciare tutti fuori: dove entra Gesù non c’è spazio per il lutto, così come dove entra la luce non c’è più spazio per le tenebre. E presa per mano la fanciulla le ordina di alzarsi: «Talità kum!» e la fanciulla ubbidisce.
Leggiamo in questo miracolo, come in ogni altro miracolo di Gesù, un simbolo di una realtà spirituale nascosta. La morte fisica è segno della morte spirituale. Gesù è venuto a liberarci da tutte le morti, fisiche e spirituali, e la sua liberazione avviene sempre così: Ci prende per mano e ci chiede di alzarci. In Gesù, in Gesù Risorto viene dato all’uomo la possibilità di entrare nella dimensione della vita eterna già da quaggiù.
L’esperienza cristiana è esperienza di vita, di vita eterna che entra dirompente nella dimensione della vita terrena liberandola dal dominio della morte entrata nel mondo per invidia del diavolo. Coloro che appartengono al diavolo fanno esperienza continua della morte (prima lettura), coloro che appartengono a Gesù, fanno esperienza della vita. Come si appartiene all’uno o all’Altro? Attraverso le nostre scelte di ogni giorno noi decidiamo a chi appartenere, se scegliamo il peccato apparteniamo a satana, se scegliamo il Vangelo apparteniamo a Gesù. Le nostre scelte mettono quindi in gioco in continuazione la nostra appartenenza e quindi la nostra felicità eterna. Possiamo in qualunque momento ripudiare quanto il Signore ci ha donato in eredità (seconda lettura) o possiamo ratificarne il possesso, a noi la scelta.
La Vergine Maria, che ha tanto a cuore la nostra salvezza, c’invita con insistenza a scegliere e decidere di fare quello Gesù ci ha indicato (cf Gv 2,5) e di appartenere così solo a Lui godendo con Lui della sua pace, gioia e vita. 

Amen.

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