venerdì 27 luglio 2018

Gv 6,1-15


DICIASSETTESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - “DOVE TROVEREMO IL PANE PER SFAMARE TANTA GENTE?”


DICIASSETTESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - “DOVE TROVEREMO IL PANE PER SFAMARE TANTA GENTE?” 

Carissimi fratelli e sorelle, 

in questo anno dedicato a Marco apriamo oggi una parentesi che ci accompagnerà lungo queste accaldate giornate estive per ben cinque domeniche nelle quali la Chiesa spezzetterà per noi il capitolo sesto di S. Giovanni, il capitolo del grande discorso eucaristico di Gesù nella sinagoga di Cafarnao che ha la sua premessa nella moltiplicazione dei pani di cui oggi siamo testimoni attenti attraverso la Liturgia della Parola.
Avevamo lasciato domenica scorsa il nostro sguardo su Gesù che si commosse per quella folla che era come “pecore senza pastore” e che “si mise ad insegnare loro molte cose” (Mc 6,34). Riprendiamo ora a fissare quello sguardo compassionevole attraverso la prosecuzione del racconto da parte dell’evangelista Giovanni.
La folla è tanta e ha fame…
Nessuno può saziare la loro fame, il luogo è deserto, non è possibile procurarsi cibo eppure saranno saziati! Quella folla che ha fame ci indica l’umanità di ieri e di oggi che è oppressa dalla sue fami, desideri profondi che salgono al cielo come gridi di impetrazione: fame di pane materiale, di un lavoro, di una casa, di un avvenire per i propri figli; fame di dignità, di giustizia, di libertà, di pace; fame di vita, di felicità, di amore e di perdono! Chi potrà saziare la fame di tutta questa gente? 
È Lui, solo Lui che può farlo: L’unico Salvatore degli uomini, Gesù Cristo (cfr. 1Tm 2,5), nessun altro ha questo potere di ridare dignità alla persona umana e soddisfarla pienamente in quelle sue fami e seti più profonde di vita e di amore. E Lui continua a fare questo nel mondo attraverso la Sua Chiesa che si adopera dappertutto perché gli uomini e le donne possano incontrarsi con Lui ed essere saziati e salvati. 
La folla è tanta e ha fame…
Gesù lo sa… Gesù lo sa che hanno fame e vuole così anche educare i suoi Apostoli alla sensibilità verso gli altri, a interessarsi delle necessità degli altri e a non vivere, quindi, come se non le sapessero. Per questo, Lui, il Maestro, chiede a Filippo: “Come possiamo fare per sfamare questa gente? Dove possiamo prendere il pane?”.
Filippo cerca una soluzione al problema all’esterno, ma realizza subito che non è possibile farlo perché occorrerebbero troppi soldi e non li hanno, né, d’altra parte, c’era vicino un luogo dove poter trovare tanto pane.
Andrea, invece dà un’occhiata in giro per vedere se c’è del cibo nel gruppo e scopre un ragazzo con pochi pani e qualche pesce.
Penso che questi due apostoli con i loro interventi siano indicativi di due atteggiamenti presenti in ciascuno di noi di fronte alle problematiche più grandi di noi. Un atteggiamento che ci porta a riversare su altri, all’esterno, il problema fino al disinteresse personale. Secondo l’evangelista Marco questo sarà l’atteggiamento non solo di Filippo, ma di tutti gli apostoli che di fronte a questo fatto inviteranno Gesù a congedare la folla perché ognuno si arrangiasse come poteva (cfr. Mc 6,35-36).
Andrea invece cerca soluzioni all’interno del gruppo e trova un ragazzino che ha quei pochi pani e pesci. Ecco, penso che il Signore ci voglia anche dire attraverso questo episodio che pure se siamo gente semplice che non ha i mezzi o il potere di cambiare il mondo in bene e di poter saziare quelle fami che attanagliano il cuore delle moltitudini e di risolvere i problemi dell’umanità, eppure ci è stato dato di avere qualche pane e qualche pesce da offrire generosamente per questo.
Quanta gente Lui sfamerà con quel poco che Gli diamo non è dato a noi saperlo se non quando saremo lassù e allora capiremo fino in fondo il valore delle cose e della vita e le conseguenze di ogni nostra singola e piccola azione per il Regno.
Una domanda – penso – sia necessario porsi di fronte a questo episodio evangelico, la domanda è questa: “Ma se quel ragazzo non avesse messo a disposizione di Gesù quei pochi pani e pesci che aveva, Gesù avrebbe sfamato la folla?” È una domanda inquietante perché sentiamo il peso di questa risposta nella nostra vita di ogni giorno.
Quante persone che soffrono la fame cercando affannosamente un pane che sazi la propria fame di significato, di vita, di pace, d’amore potrebbero essere saziati e non lo sono perché non c’è chi mette a disposizione quel poco di pane che moltiplicato da Lui potrebbe sfamarli?
Ricordo, nel cammino della mia vita, come da giovane mi colpì tantissimo una frase di Giovanni XXIII, che lessi in un libro che provvidenzialmente capitò nelle mia mani, esso sarà il canale di quella grazia che mi porterà poi inaspettatamente verso la vita religiosa e il sacerdozio. Il “Papa Buono” parlava del ministero della Chiesa di “incanalare energie al bene”. Quante energie sono sotterrate, nascoste, imprigionate e imbrigliate da varie paure, timori e motivazioni futili. Quante energie da incanalare al bene! Ricordo quando ero parroco, riflettendo su quanto la comunità parrocchiale facesse nei suoi vari servizi, constatavo come spesso erano solo sempre pochissime persone che facevano tutto: pulivano la chiesa, facevano catechismo, aiutavano in segreteria, andavano a trovare i malati e i poveri e quant’altro servisse. Poche persone impegnate che facevano questo, quest’altro e quest’altro ancora e i più niente! niente! 
Quante “energie da incanalare al bene” ci sono in mezzo a noi! Quanti pani e pesci tenuti nascosti che potrebbero messi in mano a Gesù sfamare tanta gente?
Non possiamo concludendo questa omelia, non fare un accenno a questa Eucaristia che celebriamo dove Gesù si renderà presente come “Pane vivo disceso dal cielo” (Gv 6,41) per sfamarci di Lui e donarci vita eterna (cfr. Gv 6,54). Quello sguardo che si commosse di fronte alla fame di quella gente, si commuove oggi per ciascuno di noi, Gesù conosce tutto di noi (cfr. Gv 2,24-25), Egli sa quali sono i sospiri, i desideri profondi della nostra anima, quelli che nessuno conosce se non noi stessi. Lui li conosce bene e si commuove per noi perché ci ama e desidera vederci felici, soddisfatti, gratificati. È questo anche il senso dei “dodici canestri” pieni dei pesci e dei pani avanzati. Gesù vuole che la nostra vita sia piena, straripante di gioia, talmente piena da riversarsi fuori e qui, e in ogni Eucaristia, c’insegna il segreto di questa pienezza di vita e di gioia, il segreto della sapienza cristiana che il mondo non conosce e non può conoscere perché non ha conosciuto Lui (cfr. 1Cor 1,17ss; 1Gv 3,1), il segreto è questo: “Chi ama la vita la perde, chi la perde la trova” (cfr.Gv 12,25). Donandosi a noi con il Suo Corpo immolato e il Suo Sangue versato, Egli ci rende partecipi di quell’Amore che Lo inchiodò al legno perché anche noi possiamo donarci ai nostri fratelli (cfr. 1Gv 3,16). Ogni Eucaristia è una scuola dove impariamo ad amare, cioè a non cercare noi stessi, a dimenticare noi stessi, a morire a noi stessi per vivere la vera vita, infatti “chi mangia di me, vivrà per me” (Gv 6,57)
Maria SSma, Madre e Discepola del Figlio, ci insegni a vivere ogni incontro eucaristico in quell’amore profondo con cui Lei visse ogni incontro con Lui, dal Suo portarLo in grembo a Nazareth fino all’abbracciarLo morto sotto la croce per testimoniarLo vivo nel Cenacolo.

Amen.

giovedì 26 luglio 2018

Santi Gioacchino ed Anna


26 LUGLIO: SANT'ANNA (E GIOACCHINO)


26 LUGLIO: SANT'ANNA (E GIOACCHINO) 

S. Anna (e Gioacchino, suo marito): i nonni di Gesù

E' un vero spettacolo vedere i nonni alle prese con i loro nipotini: davanti all'energia e vitalità che si sprigiona da quelle piccole creature non trovano né pace, né quiete. E' impossibile star fermi. La vita è movimento, lo sappiamo. E i nipotini sono tutti maestri di fantasia in movimento… Ma l'esperienza dei nonni li sostiene in questo impari 'duello'; anche se la loro saggezza è messa alla prova e le loro forze pure. Alla fine saranno certamente stanchi, ma contenti della gioia comunicata loro dai nipotini e viceversa. Un magnifico e bellissimo dare e ricevere tra generazioni così lontane negli anni, ma così vicine affettivamente. E' la legge della vita che si comunica da quella principiante dei bambini alla loro. Sì, possiamo dire che in questi ultimi decenni tira un vento favorevole di simpatia di lode e di apprezzamento verso i nonni in generale. Si riconosce loro il merito di essere un validissimo aiuto e sostegno per le giovani famiglie che spesso non hanno tutto il tempo che vorrebbero da dedicare ai loro bambini. Questo aiuto non di rado prende le connotazioni non solo psicologiche ma anche finanziarie. Insomma i nonni sono molte volte un vero sostegno, in tutti i sensi. E allora lode a Dio per tutti i nonni in attività, nonostante tutto.
E Gesù? Ha avuto anche lui due bravi nonni, che, secondo la tradizione, si chiamavano Anna e Gioacchino, i genitori appunto della madre, Maria di Nazaret.

Dalla Bibbia: due Anna esemplari
Di certo non sappiamo molto di questi nobilissimi nonni. Nei vangeli silenzio assoluto. In altri documenti di storia nessuna traccia. Beh, diciamolo, un po' ci dispiace. Ma dobbiamo accettare i fatti cercando di capirne il perché. Del resto lo sappiamo: i protagonisti dei racconti dei Vangeli e degli altri libri del Nuovo testamento erano totalmente presi e afferrati dal mistero di vita, morte e resurrezione di Gesù, Figlio di Dio e Figlio di Maria… che quasi non avevano tempo e interesse per altre notizie e biografie di personaggi collaterali, come appunto Anna e Gioacchino. Anche di Maria di Nazaret, la Madre di Gesù, nei Vangeli non si dice molto… Anche dse qualcuno dice che c'è l'essenziale per amarla in profondità. Poche parole o interventi i suoi, ma molto significativi: ricordiamone due solamente: quelli della Nozze di Cana, e ai piedi della Croce. Di Giuseppe, lo sposo di Maria, il 'padre' di Gesù davanti alla Legge, non si tramanda nessuna parola, solo azioni dettate dalla sua ubbidienza alla volontà di Dio. Tutto molto edificante e corroborante per la nostra vita spirituale. Ma, ahimè, troppo poco per la nostra 'santa' curiosità. Ma è così. Accettiamolo.
E' nel primo Libro di Samuele che si parla di Anna, sua madre. Una storia bella e commovente. Soffriva moltissimo per la propria sterilità, fatto che per una donna ebrea era gravissimo e vergognoso: significava in un certo senso non essere benedetta da Dio, non trovare grazia presso di lui. E Anna per avere un figlio pregò incessantemente Dio…. promettendo, con voto, che l'avrebbe offerto a Dio stesso, cioè l'avrebbe messo al servizio del Tempio. Abbiamo anche sulle sue labbra una bellissima definizione di preghiera. Quando il sacerdote del tempio di Silo la vide in preghiera e muovere le labbra… credette, molto erroneamente, che si trattasse di una donna in stato di… ubriachezza. E la sgridò. E Anna gli rispose: "No, mio signore, io sono una donna affranta, e non ho bevuto né vino né altra bevanda inebriante, ma sto solo sfogando il mio cuore davanti al Signore". Bellissima definizione di preghiera: sfogare il proprio cuore davanti al Signore. Allora il sacerdote Eli le rispose: "Va in pace, e il Dio d'Israele ti conceda quanto gli hai chiesto" (1 Sam 1,9-17). Diventò la madre di Samuele, il profeta della transizione alla monarchia con Saul primo re.
Di un'altra Anna si parla nel Nuovo Testamento. Alla presentazione al Tempio (Lc 2,36) Gesù fu accolto, oltre che da vecchio Simeone, anche da Anna, profetessa come la chiama il Vangelo. Aveva vissuto col marito solo sette anni. Da vedova invece di commiserarsi e piangere il proprio destino crudele, si era messa al servizio del Tempio di Gerusalemme, trasformando nobilmente la propria vedovanza in un servizio di preghiera e di opere a Dio stesso.

Con la preghiera e con la speranza
Di Anna e Gioacchino invece non parlano i Vangeli canonici (o le Lettere degli apostoli), ma quelli Apocrifi, cioè racconti posteriori (spesso di molto) ai fatti realmente accaduti narrati dagli evangelisti. Sono frutto della devozione (e pia fantasia) di persone che volevano riportare parole e racconti edificanti. Il tutto con l'intento buono di 'colmare le lacune' dei documenti ufficiali della Chiesa, e le legittime curiosità della gente credente. Ma non storicamente sicuri come quelli descritti nei Vangeli. 
Di S. Anna e Gioacchino parla il Protovangelo di Giacomo, detto anche Storia della Natività di Maria, dove apprendiamo ambedue i nomi dei genitori della Madre di Gesù. Anna, nome comune tra le donne ebree, significa 'dono', 'grazia' 'amore' era andata sposa ad un ricco possidente della Galilea, Gioacchino, nome che in ebraico significa 'preparazione del Signore'. 
Erano ambedue ricchi e pii, e anche generosi nelle offerte ai poveri e al Tempio: infatti delle proprie entrate un terzo era per i poveri, un terzo per Dio (cioè per il Tempio che per gli ebrei era la Casa di Dio) ed un terzo per se stessi… Se tutti i ricchi di questo mondo li imitassero! Ma purtroppo erano senza figli. Un vero dramma per ambedue i coniugi, ma specialmente per Anna. Comunque lui, fedele e innamorato della moglie, non volle mai trovarsi un'altra donna. 
Questa condizione di sterilità, per la società e cultura del periodo, era penalizzante specialmente per Anna, dal lato parentale, psicologico e spirituale. Ci poteva essere infatti l'auto percezione, di stampo culturale, di non essere amata e benedetta da Dio attraverso i figli. Dice il Salmo 127: "Dono di Dio sono i figli, è sua ricompensa il frutto del grembo". Ma il dramma era compartecipato anche dal marito Gioacchino. Sembrava tutto inutile: una vita pia, giusta, generosa con poveri e con Dio. Pensava anche lui che forse Dio lo aveva dimenticato? Il pensiero lo turbava. Un giorno arrivò anche una bruciante umiliazione. Mentre stava portando le sue abbondanti offerte al Tempio, il gran sacerdote lo fermò dicendogli che non aveva diritto di farlo per primo perché non aveva generato prole! Un colpo al cuore. Non resistette e scappò nel deserto. Pensava anche alla umiliazione di Anna. Nella solitudine pregò e supplicò Dio con lacrime e digiuni. Anna che soffriva sia per la sterilità che per la fuga del marito, continuò a pregare ancora con più forza e con fede maggiore, implorando Dio di esaudirla. 
Durante la preghiera le apparve un angelo che le annunciò che il Signore l'aveva ascoltata e che presto avrebbe concepito un figlio. Della sua prole, inoltre, ne avrebbe parlato tutto il mondo.
Anche Gioacchino fu avvertito da un angelo della risposta di Dio alle sue preghiere, digiuni e lacrime, insieme a quelle di Anna, sua moglie. Ritornò presto dal deserto, e il loro incontro alla Domus Aurea venne immortalato da vari artisti quali Albert Dürer e dal grande Giotto.
Così avvenne. Nacque una bimba che venne chiamata Maria, che significa, 'amata da Dio' o 'prediletta da Dio'. Quando Maria compì tre anni venne portata al Tempio, con grandi offerte, per essere educata secondo la Legge e consacrata al servizio del Tempio, secondo la promessa fatta da entrambi i genitori. Narra il Protovangelo di Giacomo che Maria bambina lasciò tutti stupiti e ammirati per l'energia e la sicurezza con cui salì i 15 gradini del Tempio. Santa fretta di arrivare nella Casa di Dio!

S. Anna, grande nell'arte (e nel folklore)
Una bella storia, commovente ed edificante. Diciamo anche verosimile, credibile ma… apocrifa. Nella storia della salvezza, come descritta nell'Antico e Nuovo Testamento, ci sono casi di donne sterili, che implorarono la maternità come dono di Dio (ricordiamo la cugina di Maria, Elisabetta, madre di Giovanni Battista), abbiamo la grazia concessa, abbiamo visioni di angeli, come messaggeri della volontà di Dio. E questi figli, donati da Dio, che si mettono al servizio totale di Dio. Vengono ri-donati a Lui.
Sono molte le donne che la sentono vicina e ne invocano l'aiuto e la protezione. S. Anna infatti è importante e famosa anche per i molteplici patronati che le si attribuiscono. E' patrona di tante categorie di lavoratori: orefici, bottai, fabbricanti di scope, tessitori, minatori, falegnami, carpentieri, ebanisti, tornitori, tessitori, sarti, fabbricanti e commercianti di tele e biancheria. E' patrona delle madri di famiglia, delle vedove, delle partorienti, ma soprattutto è invocata nei parti difficili e contro la sterilità. A lei, infatti, sono intitolate numerosissime cliniche e reparti di ginecologia e ostetricia, ospedali dove nascono le nuove vite, che spesso soffrono di complicazioni varie. Insomma è una donna santa dalla parte delle donne, molto potente e molto vicina, anche per il fatto della Figlia, Maria, madre anche lei. Che S. Anna protegga tutti! Ne hanno bisogno.
E' stata immortalata anche nell'arte, alcune volte con Gioacchino, ma più spesso in compagnia di sua figlia, Maria e del nipotino Gesù. 
La Chiesa Cattolica lungo i secoli ha sempre avuto un notevole 'feeling' con l'arte in generale, ma specialmente con la pittura. Non ci vuole molto per convincersi: basta andare in qualcuna delle tante chiese piene di arte, in Italia. La Chiesa, buona madre sollecita per l'istruzione dei suoi figli, volle usare gli artisti per dipingere figure religiose, particolarmente le scene del Vangelo e gli episodi dei Santi, per istruire il popolo cristiano, semplice ed analfabeta. E così questa sua sollecitudine ha prodotto grandi capolavori. E poi, come tutti sanno, l'arte è un linguaggio universale… quindi adatto per tutti grandi e piccoli, istruiti e… poveracci, in tutte le latitudini. 
Tra le numerose chiese dedicate a S. Anna nei 5 continenti ricordiamo solamente quella di Gerusalemme, che si trova nella città vecchia. Fu edificata in epoca crociata e dedicata nel 1142 alla madre di Maria. Cinquanta anni dopo il sultano d'Egitto, Saladino, occupò Gerusalemme e fece di questa chiesa una scuola coranica. Sorte toccate a tante altre chiese cristiane sotto la ferocia islamica: distrutte o riconvertite in moschee, per distruggere ogni traccia di cristianesimo (purtroppo è così anche oggi in molti stati del Medio Oriente).
Altro particolare: la parrocchia all'interno della Città del Vaticano è dedicata non a S. Pietro, ma a S. Anna, detta anche dei Palafrenieri. Certamente un onore.
Proprio per essere madre della Madre di Gesù, S. Anna ha avuto una grandissima celebrazione nella pittura. E' ritratta spesso in atteggiamenti materni e protettivi nei riguardi della Figlia Maria, con lo sguardo si posa dolcemente e sorridente sul nipotino Gesù. Solo alcuni nomi tra i più celebri che l'hanno celebrato: Leonardo da Vinci, Giotto, Masaccio, Murillio, Bronzino, il Sansovino, Jacopo da Bassano, Tiepolo e tanti altri.
Il sommo artista della parola, Dante, così nel Paradiso (32,133-134) parla di S. Anna: "Di contr'a Pietro / vedi sedere Anna / tanto contenta di mirar sua figlia / che non move occhio per cantare osanna". La celebrità anche artistica di questa santa è proprio l'essere madre della Madre di Gesù, Maria di Nazaret, che la Chiesa venera come madre, avvocata e ausiliatrice del popolo cristiano.

Mario SCUDU sdb - Torino

mercoledì 25 luglio 2018

San Giacomo Apostolo


SAN GIACOMO IL MAGGIORE APOSTOLO - 25 LUGLIO


SAN GIACOMO IL MAGGIORE APOSTOLO - 25 LUGLIO

Martire a Gerusalemme nel 42 d.C.

E’ detto “Maggiore” per distinguerlo dall’apostolo omonimo, Giacomo di Alfeo. Lui e suo fratello Giovanni sono figli di Zebedeo, pescatore in Betsaida, sul lago di Tiberiade. Chiamati da Gesù (che ha già con sé i fratelli Simone e Andrea) anch’essi lo seguono (Matteo cap. 4). Nasce poi il collegio apostolico: "(Gesù) ne costituì Dodici che stessero con lui: (...) Simone, al quale impose il nome di Pietro, poi Giacomo di Zebedeo e Giovanni fratello di Giacomo, ai quali diede il nome di Boanerghes, cioè figli del tuono" (Marco cap. 3). Con Pietro saranno testimoni della Trasfigurazione, della risurrezione della figlia di Giairo e della notte al Getsemani. Conosciamo anche la loro madre Salome, tra le cui virtù non sovrabbonda il tatto. Chiede infatti a Gesù posti speciali nel suo regno per i figli, che si dicono pronti a bere il calice che egli berrà. Così, ecco l’incidente: "Gli altri dieci, udito questo, si sdegnarono". E Gesù spiega che il Figlio dell’uomo "è venuto non per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti" (Matteo cap. 20).
E Giacomo berrà quel calice: è il primo apostolo martire, nella primavera dell’anno 42. "Il re Erode cominciò a perseguitare alcuni membri della Chiesa e fece uccidere di spada Giacomo, fratello di Giovanni" (Atti cap. 12). Questo Erode è Agrippa I, a cui suo nonno Erode il Grande ha fatto uccidere il padre (e anche la nonna). A Roma è poi compagno di baldorie del giovane Caligola, che nel 37 sale al trono e lo manda in Palestina come re. Un re detestato, perché straniero e corrotto, che cerca popolarità colpendo i cristiani. L’ultima notizia del Nuovo Testamento su Giacomo il Maggiore è appunto questa: il suo martirio.
Secoli dopo, nascono su di lui tradizioni e leggende. Si dice che avrebbe predicato il Vangelo in Spagna. Quando poi quel Paese cade in mano araba (sec. IX), si afferma che il corpo di san Giacomo (Santiago, in spagnolo) è stato prodigiosamente portato nel nord-ovest spagnolo e seppellito nel luogo poi notissimo come Santiago de Compostela. Nell’angoscia dell’occupazione, gli si tributa un culto fiducioso e appassionato, facendo di lui il sostegno degli oppressi e addirittura un combattente invincibile, ben lontano dal Giacomo evangelico (a volte lo si mescola all’altro apostolo, Giacomo di Alfeo). La fede nella sua protezione è uno stimolo enorme in quelle prove durissime. E tutto questo ha un riverbero sull’Europa cristiana, che già nel X secolo inizia i pellegrinaggi a Compostela. Ciò che attrae non sono le antiche, incontrollabili tradizioni sul santo in Spagna, ma l’appassionata realtà di quella fede, di quella speranza tra il pianto, di cui il luogo resta da allora affascinante simbolo. Nel 1989 hanno fatto il “Cammino di Compostela” san Giovanni Paolo II e migliaia di giovani da tutto il mondo.

Patronato: Pellegrini, Cavalieri, Soldati, Malattie reumatiche
Etimologia: Giacomo = che segue Dio, dall'ebraico
Emblema: Cappello da pellegrino, Conchiglia, Stendardo

Martirologio Romano: Festa di san Giacomo, Apostolo, che, figlio di Zebedeo e fratello di san Giovanni evangelista, fu insieme a Pietro e Giovanni testimone della trasfigurazione del Signore e della sua agonia. Decapitato da Erode Agrippa in prossimità della festa di Pasqua, ricevette, primo tra gli Apostoli, la corona del martirio. 
San Giacomo viene detto “Maggiore” per distinguerlo dall’apostolo omonimo, Giacomo di Alfeo (detto il Minore). La sua figura di pellegrino e primo degli  Apostoli a cadere martire, lo rende di primaria importanza nel seno dei Dodici e nella Chiesa.
Il suo profilo delineato nei Vangeli 
Nato a Betsaida, sul lago di Tiberiade, era figlio di Zabedeo e di Salome (Mc 15,40; c Mt 27,56) e fratello di Giovanni l’evangelista. Col fratello fu chiamato fra i primi discepoli di Gesù e fu pronto a seguirlo (Mc 1,19s; Mt 4,21s; Lc 5,10). È sempre messo fra i primi tre Apostoli (Mc 3,17; Mt 10,2; Lc 6,14; Atti 1,13). Di carattere pronto e impetuoso, come il fratello, assieme a lui viene soprannominato da Gesù “Boànerghes” (figli del tuono) (Mc 3,17; Lc 9,52-56). E’ tra i prediletti discepoli di Gesù, assieme al fratello, a Pietro e ad Andrea. Con Pietro saranno testimoni della Trasfigurazione di Gesù sul Monte Tabor (Mt 17,1-8; Mc 9,2-8; Lc 9,28-36), della risurrezione della figlia di Giairo (Mc 5,37-43; Lc 8,51-56); Assiste all’improvvisa guarigione della suocera di Pietro (Mc 1,29-31); con gli altri 3 apostoli interroga Gesù sui segni dei tempi premonitori della fine (Mc 13,1-8). Infine con Pietro e Giovanni è chiamato da Gesù a vegliare nel Getmsemani alla vigilia della Passione (Mc 14,33ss; Mt 27,37s).
Con zelo intempestivo, aveva chiesto di far scendere il fuoco sui Samaritani che non accoglievano Gesù, meritando un rimprovero (Lc 9,51-56). Ambiziosamente mirò ai primi posti nel regno, protestandosi pronto a tutto; e suscitò la reazione degli altri apostoli e il richiamo di Gesù a un altro primato: quello del servizio e del martirio (Mc 10,35-45; Mt 20,20-28). E Giacomo berrà quel calice: è il primo apostolo martire, nella primavera dell’anno 42. “Il re Erode (Agrippa I) cominciò a perseguitare alcuni membri della Chiesa e fece uccidere di spada Giacomo, fratello di Giovanni” (Atti 12,1-2.)
Evangelizzatore della Spagna secondo la tradizione e la devozione 
Una tradizione risalente almeno a Isidoro di Siviglia narra che Giacomo andò in Spagna per diffondere il Vangelo.Ai tempi di Giacomo si svolgeva un intenso commercio di minerali come lo stagno, l’oro, il ferro ed il rame dalla Galizia alle coste della Palestina. Nei viaggi di ritorno venivano portati oggetti ornamentali, lastre di marmo, spezie ed altri prodotti comperati ad Alessandria ed in altri porti ancora più orientali, di grande importanza commerciale. Si pensa che l’Apostolo abbia realizzato il viaggio dalla Palestina alla Spagna in una di queste navi, sbarcando nelle coste dell’Andalusia, terra in cui cominciò la sua predicazione. Proseguì la sua missione evangelizzatrice a Coimbra e a Braga, passando, secondo la tradizione, attraverso Iria Flavia nel Finis Terrae ispanico, dove proseguì la predicazione. Nel Breviario degli Apostoli (fine del VI secolo) viene attribuita per la prima volta a San Giacomo l’evangelizzazione della “Hispania” e delle regioni occidentali, si sottolinea il suo ruolo di strumento straordinario per la diffusione della tradizione apostolica, così come si parla della sua sepoltura in Arca Marmárica. Successivamente, già nella seconda metà del VII secolo, un erudito monaco inglese chiamato il Venerabile Beda, cita di nuovo questo avvenimento nella sua opera, ed indica con sorprendente esattezza il luogo della Galizia dove si troverebbe il corpo dell’Apostolo.
L’Apparizione della Vergine Maria e il ritorno In Terra Santa
Il ritorno in Terra Santa, si svolse lungo la via romana di Lugo, attraverso la Penisola, passando per Astorga e Zaragoza, ove, sconfortato, Giacomo riceve la consolazione ed il conforto della Vergine, che gli appare (secondo la tradizione il 2 gennaio del 40), secondo la tradizione, sulle rive del fiume Ebro, in cima ad una colonna romana di quarzo, e gli chiede di costruire una chiesa in quel luogo. Questo avvenimento servì per spiegare la fondazione della Chiesa di Nuestra Señora del Pilar a Zaragoza, oggi basilica ed importante santuario mariano del cattolicesimo spagnolo. Da questa terra, attraverso l’Ebro, San Giacomo probabilmente si diresse a Valencia, per imbarcarsi poi in un porto della provincia di Murcia o in Andalusia e far ritorno in Palestina tra il 42 ed il 44 d.C..
Gli ultimi anni in Palestina
Oramai in Palestina, Giacomo, assieme al gruppo dei “Dodici”, entra a far parte delle colonne portanti della Chiesa Primitiva di Gerusalemme, ricoprendo un ruolo di grande importanza all’interno della comunità cristiana della Città Santa. In un clima di grande inquietudine religiosa, dove di giorno in giorno aumentava il desiderio di sradicare l’incipiente cristianesimo, sappiamo che fu proibito agli apostoli di predicare. Giacomo tuttavia, disprezzando tale divieto, annunciava il suo messaggio evangelizzatore a tutto il popolo, entrando nelle sinagoghe e discutendo la parola dei profeti. La sua gran capacità comunicativa, la sua dialettica e la sua attraente personalità, fecero di lui uno degli apostoli più seguiti nella sua missione evangelizzatrice. Erode Agrippa I, re della Giudea, per placare le proteste delle autorità religiose, per compiacere i giudei ed assestare un duro colpo alla comunità cristiana, lo sceglie in quanto figura assai rappresentativa e lo condanna a morte per decapitazione. In questo modo diventa il PRIMO MARTIRE DEL COLLEGIO APOSTOLICO. Questa del martirio di San Giacomo il Maggiore è l’ultima notizia tratta dal Nuovo Testamento. Secondo la tradizione, lo scriba Josias, incaricato di condurre Giacomo al supplizio, è testimone del miracolo della guarigione di un paralitico che invoca il santo. Josias, turbato e pentito, si converte al cristianesimo e supplica il perdono dell’Apostolo: questi chiede come ultima grazia un recipiente pieno d’acqua e lo battezza. Ambedue verranno decapitati nell’anno 44.
La tradizione popolare e il culto delle sue reliquie
La tradizione popolare indica la presenza del corpo di San Giacomo nelle cime prossime alla valle di Padrón, ove esisteva il culto delle acque. Ambrosio de Morales nel XVI secolo, nella sua opera il Viaggio Santo dice:” Salendo sulla montagna, a metà del fianco, c’è una chiesa dove dicono che l’Apostolo pregasse e dicesse messa, e sotto l’altare maggiore si protende sin fuori della chiesa una sorgente ricca d’acqua , la più fredda e delicata che abbia provato in Galizia”. Questo luogo esiste attualmente ed ha ricevuto il nome affettuoso di “O Santiaguiño do Monte”. Uno degli autori dei sermoni raccolti nel Codice Calixtino, riferendosi alla predicazione di San Giacomo in Galizia, dice che ” colui che vanno a venerare le genti, Giacomo, figlio di Zebedeo, la terra della Galizia invia al cielo stellato”. Dice la leggenda che due dei discepoli di San Giacomo, Attanasio e Teodoro, raccolsero il suo corpo e la testa e li trasportarono in nave da Gerusalemme fino in Galizia. Dopo sette giorni di navigazione giunsero sulle coste della Galizia, ad Iria Flavia, vicino l’attuale paese di nome Padrón. Nel racconto della sepoltura dei resti di San Giacomo, impregnato di leggenda, appare Lupa, una dama pagana ricca ed influente, che viveva allora nel castello Lupario o castello di Francos, a poca distanza dall’attuale Santiago. I discepoli, alla ricerca di un terreno dove seppellire il loro maestro, chiesero alla nobildonna il permesso di inumarlo nel suo feudo. Lupa li rimette alla decisione al governatore romano Filotro, che risiedeva a Dugium, vicino Finisterra. Ben lungi dall’intendere le loro ragioni, il governatore romano ordina la loro incarcerazione. Secondo la tradizione, i discepoli furono liberati miracolosamente da un angelo e si dettero alla fuga inseguiti dai soldati romani. Giunti al ponte di Ons o Ponte Pías, sul fiume Tambre, ed attraversatolo, questo crollò provvidenzialmente permettendogli di fuggire. La regina Lupa, simulando un cambio di atteggiamento, li portò al Monte Iliciano, oggi noto col nome di Pico Sacro, e gli offrì dei buoi selvaggi che vivevano in libertà ed un carro per trasportare i resti dell’Apostolo da Padrón fino a Santiago. I discepoli si avvicinarono agli animali che, dinnanzi agli occhi esterrefatti di Lupa, si lasciarono porre di buon grado il giogo. La regina dopo quest’esperienza decide di abbandonare le sue credenze per convertirsi al cristianesimo. Narra la leggenda che i buoi cominciarono il loro cammino senza ricevere nessuna guida, ad un certo punto si fermarono per la sete ed iniziarono a scavare con i loro zoccoli il terreno, facendone zampillare poco dopo dell’acqua. Si trattava dell’attuale sorgente del Franco, vicino al Collegio Fonseca, luogo dove posteriormente sarà edificata, in ricordo, la piccola cappella dell’Apostolo, nell’attuale “rua del Franco”. I buoi proseguirono il loro cammino e giunsero in un terreno di proprietà di Lupa, che lo donò per la costruzione del monumento funerario. In quel medesimo luogo, secoli dopo fu costruita la cattedrale, centro spirituale che presiede la città di Santiago.
Quando poi la Spagna cade in mano araba (sec. IX), nell’angoscia dell’occupazione, i cristiani spagnoli tributano a San Giacomo un culto fiducioso e appassionato, facendo di lui il sostegno degli oppressi e addirittura un combattente invincibile, ben lontano dal Giacomo evangelico (a volte lo si mescola all’altro apostolo, Giacomo di Alfeo). La fede nella sua protezione è uno stimolo enorme in quelle prove durissime. E tutto questo ha un riverbero sull’Europa cristiana, che già nel X secolo inizia i pellegrinaggi a Compostela. Ciò che attrae non sono le antiche, incontrollabili tradizioni sul santo in Spagna, ma l’appassionata realtà di quella fede, di quella speranza tra il pianto, di cui il luogo resta da allora affascinante simbolo. Nel 1989 Giovanni Paolo II va pellegrino a Santiago de Compostela e Benedetto XVI lo imita il 6 novembre 2010 in occasione, come il predecessore, dell’Anno Santo Compostellano che viene indetto ogni qualvolta il 25 luglio cade di domenica.
Patronati ed emblema
San Giacomo è patrono e protettore di numerose città e paesi, fra altri: Pisa, Pesaro, Pistoia, Compostela, Spagna, Portogallo, Guatemala. Considerato Patrono di pellegrini, viandanti e questuanti farmacisti, droghieri, cappellai e calzettai; va invocato contro i reumatismi e per il bel tempo. Il suo attributo principale è il bastone e la zucca, attributi secondari possono essere: otre e la borsa da pellegrino, vestito e cappello da pellegrino, conchiglia.

Autore: Don Luca Roveda

venerdì 20 luglio 2018

Il Buon Pastore


SEDICESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - OMELIA


SEDICESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - OMELIA

“Venite in disparte, in un luogo solitario” 

Carissimi fratelli e sorelle,

domenica scorsa avevamo lasciato i Dodici che per la prima volta andavano in giro, a due a due, a predicare il Vangelo, Gesù li aveva mandati nella povertà e nell’umiltà ad annunciare il Regno.
Oggi partecipiamo al ritorno di questa loro prima missione, gli apostoli raccontano a Gesù quanto hanno fatto, esperimentato, vissuto annunciando il Regno. Sono stanchi, hanno camminato molto, hanno incontrato tanta gente, hanno faticato. La loro predicazione è stata benedetta da Dio, infatti tantissima è la gente che li ha seguiti per conoscere il Maestro e Lui allora li invita a riposarsi, ad andare “in un luogo solitario”.
Sappiamo da quanto abbiamo ascoltato come questo invito non poté essere realizzato perché la gente li assediava. Ma prendiamo spunto da questo invito di Gesù per dare uno sguardo alla nostra vita e vedere se c’è spazio in essa per questo “riposarsi in un luogo solitario”. 
Il tempo estivo che viviamo ci fa partecipi di questa corsa affannosa alla ricerca di un riposo, di una vacanza, di uno svago che spesso si tramuta in una fatica in più e si ritorna più stanchi di prima. La nostra esistenza ha bisogno di spazi di “silenzio”, di “deserto”, di “riflessione”, la vita ci sfugge e viviamo senza accorgercene, abbiamo bisogno di “staccare” di “fermarci” per prenderne possesso nella consapevolezza di essa e del suo significato, altrimenti viviamo senza accorgecene e senza capirne il perché, divorati dal tempo che inesorabile ci rapisce velocemente la vita.
Che bella questa scena in cui gli apostoli si radunano vicino a Gesù e gli raccontano la loro storia, con Lui rileggono la loro storia: quanto hanno fatto, detto, subito nel Suo Nome. Come sarebbe diversa la nostra vita – carissimi fratelli e sorelle – se in essa ci fossero sparsi qua e là questi spazi d’incontro con Gesù in cui Gli raccontiamo la nostra storia, quanto abbiamo fatto, detto, subito per il Suo Nome. 
Che bello la sera trovare un minuto – un minuto! – per chiedersi davanti a Gesù: “Oggi cosa ho fatto per te, Gesù? Cosa ho detto di Te, Gesù? Cosa ho subito per Te, Gesù?”. 
Piccole domande che racchiudono tutto il senso profondo della nostra vita, della nostra missione di cristiani chiamati a far conoscere al mondo l’Amore di Dio.
Che bella la nostra vita quando è intercalata dalla “domenica”. Il Signore Gesù ogni domenica rinnova a noi l’invito: “Venite in disparte e riposatevi un po’”. Quante volte mi sono sentito dire dalle persone: “Padre, quando riesco ad andare a Messa la domenica, tutta la settimana mi sembra diversa, più serena”. Che senso ha infatti tutto quel tempo che ci sfugge tra un’azione e l’altra, tra una corsa e l’altra, tra una cosa da fare e l’altra, tra un affanno e l’altro, se tutto questo fiume di vita che scorre senza fermarsi non lo riversiamo nell’Oceano dell’Amore di Dio? Verso dove scorre il fiume della nostra vita se non verso quest’Oceano? 
Sono molti i cristiani che sempre più comprendono questa necessità dell’anima di riposarsi nell’incontro con Gesù e così partecipano ai vari ritiri mensili o annuali, in cui ci si ferma con Gesù in disparte per riprendere possesso di noi stessi e delle motivazioni più profonde della nostra vita per riproiettarci in essa con più energia d’amore.
Ma agli Apostoli non è concesso questa volta riposarsi, la folla li insegue e non dà loro tregua. Vorrebbero prendersela con loro, arrabbiarsi, ma non possono perché il loro Maestro insegna loro a commuoversi per quella gente che “sono come pecore senza pastore”, sono sbandati senza nessuno che si interessi con amore e per amore di loro, dei loro guai, delle loro preoccupazioni, delle loro vicissitudini. Senza nessuno che annunci loro l’Amore di Dio: “Dio vi ama ed è vostro Padre”. L’evangelista Marco ci dice che Gesù cominciò ad “insegnare loro molte cose”, cosa insegnò loro il Maestro se non che erano amati dal Padre e che la loro vita apparentemente abbandonata a sé si svolge nel cavo delle sue mani, sotto il suo sguardo d’Amore? (cfr. Is 49,15-16). 
E Gesù continua nell’oggi della Chiesa a commuoversi per la sua gente, a istruirla, a parlare loro del Padre che li ama attraverso coloro che Lui ha scelto per costituirli “Pastori”, ai quali comunica il Suo affetto per l’umanità tutta che Egli ha abbracciato nell’Incarnazione e attraverso i quali Lui stesso parla, tocca e salva le persone oggi. Uno solo infatti è il Buon Pastore che ama le sue pecore e dona la vita per esse (cfr. Gv 10): è Lui, Gesù, il Buon Pastore, che vive in essi e agisce attraverso di essi. 
Continuiamo così anche questa domenica a parlare dei sacerdoti in questo anno particolare che il Santo Padre ha voluto che dedicassimo proprio a loro, i sacerdoti che sono chiamati a renderci presente l’amore di Gesù Buon Pastore. Volevo – carissimi fratelli e sorelle – che rifletteste su un aspetto particolare della vita del sacerdote, in particolare del sacerdote cattolico romano chiamato dalla Chiesa ad abbracciare anche il celibato. Quante storie su questo celibato, quante chiacchiere vuote su di esso, ecco volevo ricordare a voi e a me i tre significati del celibato sacerdotale, il primo è cristologico: l’imitazione di Gesù che non si è sposato, Egli è il Vergine; il secondo è escatologico (che riguarda cioè l’escaton – l’al di là): lassù nessuno prenderà moglie o marito, ma saremo come gli angeli del cielo (cfr. Lc 20,34-36); il terzo è ecclesiologico: il prete non si sposa perché le sue braccia non possono stringersi su una persona sola, egli deve abbracciarle tutte, tutte indifferentemente: bambini, adolescenti, giovani, adulti, anziani…… ricchi, poveri e abbienti… bianchi, gialli o neri… rozzi o intelligenti… sani o malati… egli deve abbracciare tutti, deve amare tutti, deve compatire tutti, deve servire tutti, deve immolarsi per tutti, in particolare le sue braccia si distenderanno sui poveri, gli abbandonati, i soli, i malati, ma senza escludere gli altri. Il prete, il vero prete, non può non essere innamorato dell’umanità tutta perché in Lui c’è vivo il cuore del Verbo Incarnato che quest’umanità ha sposato nel seno di Sua Mamma e per quest’umanità è morto in croce dissanguato d’amore.
Ecco pensiamo qualche volta a questo quando ci troviamo davanti un prete o parliamo di lui. Egli è il segno tangibile che Dio ancora ci ama e ci abbraccia in quelle braccia che hanno rinunciato, per amore nostro, all’abbraccio.
Preghiamo dunque – carissimi fratelli e sorelle – per i nostri preti perché sappiano compatirci come Gesù, sappiano illuminarci come Gesù, sappiano, soprattutto, aiutarci a portare la croce con Gesù, risollevandoci con amore e compassione quando cadiamo sotto il suo peso e sostenendoci lungo il cammino faticoso della vita donandoci Gesù nella sua Parola e nell’Eucarestia e insegnandoci a “stare” con Lui nell’intimità della nostra anima.
La Vergine Maria, Madre e Regina degli Apostoli, interceda per i nostri preti, perché sappiano essere veri strumenti della presenza del Figlio suo nell’oggi del mondo, della sua tenerezza e della sua compassione.  

Amen.

mercoledì 18 luglio 2018

angelo


GLI ANGELI NELLA BIBBIA DI GIANFRANCO RAVASI


GLI ANGELI NELLA BIBBIA DI GIANFRANCO RAVASI

Dalla prima pagina delle Scritture Sacre coi “Cherubini dalla fiamma della spada folgorante”, posti a guardia del giardino dell’Eden (Genesi 3,24), fino alla folla angelica che popola il cielo dell’Apocalisse, tutti i libri della Bibbia sono animati dalla presenza di queste figure sovrumane, ma non divine, che già occhieggiavano nelle religioni circostanti al mondo ebraico e cristiano. Proprio i Cherubini, che saranno destinati a proteggere l’Arca dell’Alleanza (Esodo 25,18-21), sono noti anche nel nome (karibu) all’antica Mesopotamia, simili quasi a sfingi alate, dal volto umano e dal corpo zoomorfo, posti a tutela delle aree sacre templari e regali, mentre i Serafini della vocazione di Isaia (6,1-7), nella loro radi- ce nominale, rimandano a qualcosa di serpentiniforme e ardente.
L’Angelo, “trasparenza” del divino
Ma lasciamo questo intreccio marginale – coltivato, però, con entusiasmo dalle successive tradizioni apocrife e popolari – tra mitologia e angelologia per individuare, in modo sia pure molto semplificato, il vero volto dell’Angelo secondo le Scritture. V’è subito da segnalare un dato statistico: il vocabolo mal’ak, in ebraico “messaggero”, tradotto in greco come ‘Anghelos (donde il nostro “angelo”) risuona nell’Antico Testamento ben 215 volte e diventa persino il nome (o lo pseudonimo) di un profeta, Malachia, che in ebraico significa “angelo del Signore”.
Certo, come prima si diceva a proposito di Cherubini e Serafini, non mancano elementi di un retaggio culturale remoto che la Bibbia ha fatto suoi: la Rivelazione ebraico-cristiana si fa strada nei meandri della storia e nelle coordinate topografiche di una regione appartenente all’antico Vicino Oriente e ne raccoglie echi e spunti tematici e simbolici.
I “figli di Dio”, ad esempio, nella religione cananea, indigena della Palestina, erano dèi inferiori che facevano parte del consiglio della corona della divinità suprema del pantheon, ’El (o in altri casi Ba’al, il dio della fecondità e della vita). Israele declassa questi “figli di Dio”, che qua e là appaiono nei suoi testi sacri (Genesi 6,1-4; Giobbe 1,6 e Salmi 29,1), al rango di Angeli che assistono il Signore, il cui nome sacro, unico e impronunziabile, è JHWH. Anche “il Satana”, cioè 1’avversario (in ebraico è un titolo comune e ha l’articolo), in Giobbe appare come un pubblico ministero angelico della corte divina (1,6-12).
L’Angelo biblico, perciò, conserva tracce divine. Anzi diventa non di rado – soprattutto quando è chiamato mal’ak Jhwh, “Angelo del Signore” – una rappresentazione teofanica, ossia un puro e semplice rivelarsi di Dio in modo indiretto. Come scriveva uno dei più famosi biblisti del Novecento, Gerhard von Rad, “attraverso 1’Angelo è in realtà Dio stesso che appare agli uomini in forma umana”. E’ per questo che talvolta 1’Angelo biblico sembra entrare in una dissolvenza e dal suo volto lievitano i lineamenti del Re celeste che lo invia. Infatti in alcuni racconti l’Angelo e Dio stesso sono intercambiabili.
Nel roveto ardente del Sinai a Mosè appare innanzitutto “l’Angelo del Signore” ma, subito dopo, la narrazione continua così: ”Il Signore vide che Mosè si era avvicinato e Dio lo chiamò dal roveto” (Esodo 3,2.4). Questa stessa identificazione può essere rintracciata nel racconto che vede protagonisti Agar, schiava di Abramo e di Sara, e suo figlio Ismaele dispersi nel deserto (Genesi 16,7.13) in quello del sacrificio di Isacco al monte Moria (Genesi 22,11-17), nella vocazione di Gedeone (Giudici 6,12.14) e così via.
Lasciamo ai nostri lettori più esigenti la verifica all’interno dei passi biblici citati. In questa funzione di “trasparenza” del divino, 1’Angelo può acquistare anche fisionomie umane per rendersi visibile. Così nel capitolo 18 della Genesi – divenuto celebre nella ripresa iconografica di Andrej Rublev – gli Angeli si presentano davanti alla tenda di Abramo come tre viandanti; uno solo di loro annunzia la promessa divina; nel prosieguo del racconto (19,1) diventano “due Angeli”, ritornano poi a essere “tre uomini” per ritrasformarsi in Angeli (19,15), mentre è uno solo a pronunziare le parole decisive per Lot, nipote di Abramo (19,17-22). E’ ancora sotto i tratti di un uomo misterioso che si cela 1’Angelo della lotta notturna di Giacobbe alle sponde del fiume Jabbok (Genesi 32,23- 33), ma il patriarca è convinto di “aver visto Dio faccia a faccia”.
Dobbiamo, allora, interrogarci sul significato di questa personificazione “angelica” di Dio che appare in non poche pagine bibliche come espressione della sua benedizione ma anche del suo giudizio (si pensi all’Angelo sterminatore dei primogeniti egiziani nell’Esodo che il libro della Sapienza reinterpreta come la stessa Parola divina).
Se non leggiamo materialmente o “fondamentalisticamente” (cioè in modo letteralistico) quei passi, ma cerchiamo di coglierne il significato genuino sotto il velo delle modalità espressive, ci accorgiamo che in questi casi l’Angelo biblico racchiude in sé una sintesi dei due tratti fondamentali del volto di Dio. Da un lato, infatti, il Signore è per eccellenza 1’Altro, cioè colui che è diverso e superiore rispetto all’uomo, è – se usiamo il linguaggio teologico – il Trascendente. D’altra parte, però, egli è anche il Vicino, 1’Emmanuele, il Dio - con - noi, presente nella storia dell’uomo. Ora, per impedire che questa vicinanza ‘impolveri’ Dio, lo imprigioni nel mondo come un oggetto sacro, 1’autore biblico ricorre all’Angelo. Egli, pur venendo dall’area divina, entra nel mondo degli uomini, parla e agisce visibilmente come una creatura.
Ma il messaggio che egli porta con sé è sempre divino. In altri termini 1’Angelo è spesso nella Bibbia una personificazione dell’efficace parola di Dio che annunzia e opera salvezza e giudizio. La visione della scala che Giacobbe ha a Betel è in questo senso esemplare: “Gli angeli di Dio salivano e scendevano su una scala che poggiava sulla terra mentre la sua cima raggiungeva il cielo” (Genesi 28,12). L’Angelo raccorda cielo e terra, infinito e finito, eternita e storia, Dio e uomo.
Il volto “ personale” dell’Angelo
Ma gli Angeli sono anche qualcosa di più di una semplice immagine di Dio. E’ necessario, perciò, percorrere altre pagine bibliche. Ebbene, in altri testi antico o neotestamentari gli Angeli appaiono nettamente con una loro entità e identità e non come rappresentazione simbolica dello svelarsi e dell’agire di Dio. E’ necessaria, però, una nota preliminare. Soprattutto nell’Antico Testamento, non si parla mai di “purissimi spiriti” come noi siamo soliti definire gli Angeli, perché per i Semiti era quasi impossibile concepire una creatura in termini solo spirituali, separata dal corpo (Dio stesso è raffigurato antropomorficamente).
Essi, perciò, hanno connotati e fisionomie con tratti concreti e umani. Ed è soprattutto nella letteratura biblica successiva all’esilio babilonese di Israele (dal VI secolo a.C. in poi) che 1’Angelo acquista un’identità propria sempre più spiccata. Evochiamone alcuni desumendoli dalla narrazione biblica. Iniziamo con la storia esemplare di Tobia jr. che parte verso la meta di Ecbatana, ove 1’attenderanno le nozze con Sara, accompagnato da un giovane di nome Azaria. Egli ignora che, sotto le spoglie di questo ebreo che cerca lavoro, si cela un Angelo dal nome emblematico, Raffaele, in ebraico “Dio guarisce”. Egli, infatti, non solo preparerà un filtro magico per esorcizzare il demonio Asmodeo che tiene sotto il suo malefico influsso la promessa sposa di Tobia, Sara, ma anche appronterà una pozione oftalmica per far recuperare la vista a Tobia sr., il vecchio padre accecato da sterco caldo di passero.
Come è facile intuire, il racconto “fine e amabile” di Tobia - secondo la definizione di Lutero che ne raccomandava la lettura alle famiglie cristiane – è percorso da elementi fiabeschi, ma la certezza dell’esistenza di un “Angelo custode” del giusto è indiscussa. discorso finale che egli rivolge ai suoi beneficati nel capitolo 12 del libro di Tobia, al momento dello svelamento, è significativo: Raffaele-Azaria ha introdotto 1’uomo nel segreto del re divino e 1’b rivelato come quello di un Dio d’amore (“quando ero con voi, io non stavo con voi per mia iniziativa, ma per la volontà di DIO” confessa in Tobia 12,18).
L’idea di un Angelo che non lascia solo il povero e il giusto per le strade del mondo, ma gli cammina a fianco è, d’altronde, reiterata nella preghiera dei Salmi: “L’angelo del Signore si accampa attorno a quelli che lo temono e li salva (...). Il Signore darà ordine ai suoi angeli di custodirti in tutti i tuoi passi; sulle loro mani ti porteranno perchè non inciampi nella pietra il tuo piede” (Salmi .34, 91,11-12).
Nel libro di Giobbe appare anche 1’Angelo intercessore che placa la giustizia divina educando 1’uomo alla fedeltà e incamminandolo sulle vie della salvezza: “Se 1’uomo incontra un angelo un intercessore tra i mille, che gli sveli il suo dovere, che abbia compassione di lui e implori: Scampalo, Signore, dal discendere nella fossa della morte perchè io gli ho trovato un riscatto!, allo la carne dell’uomo ritroverà la freschezza della giovinezza e tornerà ai giorni dell’adolescenza” (Giobbe 33,23-25).
Un’altra figura angelica “personale” di grande rilievo per entrambi i Testamenti è, con Michele (“chi è come Dio?”), Angelo combattente, Gabriele (“uomo di Dio” o “Dio si è mostrato forte” o “uomo fortissimo”). Nel libro di Daniele egli entra in scena nel funzioni di Angelo “interprete”, perchè consegna e decifra ai fedeli gli enigmi della Rivelazione divina, spesso affidata ai sogni. Si leggano appunto i capitoli 7-12 del libro apocalittico di Daniele, che è mo lto simile a una sciarada storico- simbolica, i cui fili aggrovigliati vengono dipanati da Gabriele, 1’Angelo che – come vedremo – sarà presente anche alla soglia del Nuovo Testamento.
Nella tradizione giudaica, soprattutto in quella della letteratura apocalittica apocrifa dei secoli III-I a.C., egli si affaccia dal cielo per abbracciare con sguardo tutti gli eventi del mondo così da poterne riferire a Dio. E presiede le classi angeliche dei Cherubini e delle Potestà e ha in pratica la gestione dell’intero palazzo celeste. Gli Angeli si moltiplicheranno in particolare nel racconto biblico dell’epoca dei Maccabei, combattenti per la libertà di Israele sotto il regime siro-ellenistico nel II secolo a.C. Questa proliferazione è naturalmente lo specchio di un’epoca storica e della convinzione di combattere una battaglia giusta e santa, avallata da Dio stesso che ne produce 1’esito positivo attraverso la sua armata celeste. Ma v’è anche la netta certezza che 1’Angelo faccia parte delle verità di fede secondo una sua precisa identità e funzione. Così, al ministro siro Eliodoro, che vuole confiscare il tesoro del tempio di Gerusalemme, si fanno incontro prima un cavaliere rivestito d’armatura aurea e poi “due giovani dotati di grande forza splendidi per bellezza e con vesti meravigliose” che lo neutralizzano e lo convincono a riconoscere il primato della volontà divina ( 2Maccabei 3,24-40).
Durante un violento scontro tra Giuda Maccabeo e i Siri “apparvero dal cielo ai nemici cinque cavaliere splendidi su cavalli dalle briglie d’oro: essi guidavano gli Ebrei e, prendendo in mezzo a loro Giuda, lo ripararono con le loro armature rendendolo invulnerabile” (2 Maccabei 10,29-30). Altre volte è un solitario “cavaliere in sella, vestito di bianco, in atto di agitare un’arma tura d’oro”, a guidare Israele alla battaglia (2 Maccabei 11,8). E non manca neppure una vera e propria squadriglia angelica composta da “cavalieri che correvano per 1’aria con auree vesti, armati di lance roteanti e di spade sguainate” (2 Maccabei 5,2).Al di là della retorica marziale di queste pagine v’è la sicurezza di una presenza forte che, come si diceva nei Salmi già citati, si accampa accanto agli oppressi e ai fedeli per tutelarli e salvarli.

lunedì 16 luglio 2018

San Bonaventura


SAN BONAVENTURA VESCOVO E DOTTORE DELLA CHIESA - 15 LUGLIO


SAN BONAVENTURA VESCOVO E DOTTORE DELLA CHIESA - 15 LUGLIO

Bagnoregio, Viterbo, 1217/8 - Lione, Francia, 15 luglio 1274

Giovanni Fidanza nacque a Bagnoregio (Viterbo) nel 1218. Bambino fu guarito da san Francesco, che avrebbe esclamato: « Oh bona ventura ». Gli rimase per nome ed egli fu davvero una «buona ventura» per la Chiesa. Studiò a Parigi e durante il suo soggiorno in Francia, entrò nell'Ordine dei Frati Minori. Insegnò teologia all'università di Parigi e formò intorno a sé una reputatissima scuola. Nel 1257 venne eletto generale dell'Ordine francescano, carica che mantenne per diciassette anni con impegno al punto da essere definito secondo fondatore dell'Ordine. Scrisse numerose opere di carattere teologico e mistico ed importante fu la «Legenda maior», biografia ufficiale di San Francesco, a cui si ispirò Giotto per il ciclo delle Storie di San Francesco. Fu nominato vescovo di Albano e cardinale. Partecipò al II Concilio di Lione che, grazie anche al suo contributo, segnò un riavvicinamento fra Chiesa latina e Chiesa greca. Proprio durante il Concilio, morì a Lione, il 15 luglio 1274. (Avvenire)
Patronato: Fattorini

Etimologia: Bonaventura = fortunato, significato intuitivo
Emblema: Bastone pastorale, cappello da cardinale
Martirologio Romano: Memoria della deposizione di san Bonaventura, vescovo di Albano e dottore della Chiesa, che rifulse per dottrina, santità di vita e insigni opere al servizio della Chiesa. Resse con saggezza nello spirito di san Francesco l’Ordine dei Minori, di cui fu ministro generale. Nei suoi molti scritti unì una somma erudizione a una ardente pietà. Mentre si adoperava egregiamente per il II Concilio Ecumenico di Lione, meritò di giungere alla visione beata di Dio.  
Bonaventura da Bagnoregio visse a cavallo della metà del XIII secolo, in un’epoca in cui la fede cristiana, penetrata profondamente nella cultura e nella società dell’Europa, ispirò imperiture opere nel campo della letteratura, delle arti visive, della filosofia e della teologia. Tenendo presente velocemente le condizioni ambientali di quel torno di tempo, di rinnovamento e di crisi, colpisce la sicurezza con cui Bonaventura affronta le varie situazioni con grande carattere e sicura certezza, manifestando uno spirito perfettamente guidato da un fine ben determinato, ossia l’amore di Dio e le vie che a Dio conducono, specialmente con la scienza della teologia. 
Per realizzare tale fine, Bonaventura non esita ad accogliere sia dai pensatori precedenti sia dai contemporanei tutto ciò che gli permette di realizzare il suo disegno, permettendogli di formarsi un pensiero proprio e autonomo, il cui tono e carattere non è prescindibile dalla preoccupazione di guida intellettuale dell’Ordine francescano e del legame fideistico e mistico insieme. E questo spiega il motivo per cui la fede e la certezza assoluta del dato rivelato sono alla base della sua esperienza intellettuale e spirituale sempre finalizzata all’amore di Dio, la cui bontà e bellezza si manifestano nel grande libro del creato, le cui pagine sono penetrate di significati e di simboli della bontà di Chi l’ha “scritto”. Lettura già fatta poeticamente da Francesco d’Assisi nel suo Cantico delle creature.
LA VITA
Nato probabilmente a Bagnoregio (Viterbo) nel 1217 e morto nel 1274 a Lione in Francia. Il borgo natio sorge sulla cima di un colle vicino al lago di Bolsena, minacciato da continue frane, e per questo è detto “la città che muore”. Il suo nome di battesimo è Giovanni, come quello del padre, Giovanni di Fidanza, medico di professione. Solo quando entrò nell’Ordine minoritico, a Parigi nel 1243, prese il nome di Bonaventura. Sua madre, Maria di Ritello, era una donna semplice pia e devota di san Francesco d’Assisi. Non sembra verosimile che Bonaventura abbia conosciuto personalmente san Francesco. L’episodio della sua guarigione miracolosa per intercessione di San Francesco è posteriore alla morte dell’Assisiate.
La prima formazione culturale l’ha ricevuta nel suo paese nativo, presso il locale convento dei frati minori, secondo l’uso del tempo. A diciotto anni, verso il 1235, si recò a Parigi per frequentare la Facoltà delle Arti di quella Università, ritenuta la “culla degli studi”. A Parigi conobbe Alessandro di Hales: Maestro nella facoltà delle arti, prima del 1210; poi Maestro di teologia (negli anni 1229-31); entrato nell’Ordine francescano (1235-36) assicurò all’Ordine la prima cattedra nello studio parigino, (una seconda cattedra l’Ordine l’avrà poi con Giovanni de la Rochelle, nel 1238).
Probabilmente, l’esempio e l’influenza di Alessandro di Hales furono l’occasione per Giovanni di Fidanza di farsi francescano ed entrare nello studium (scuola interna) dei Minori di Parigi. Così, dopo il conseguimento del titolo di magister artium (1235-1243), entrò nell’Ordine nel 1243 e iniziò contemporaneamente gli studi di Teologia presso lo studium minoritico. Nel 1244, dopo il noviziato trascorso nel convento di Parigi, entrò definitivamente nell’Ordine, con il nome di frate Bonaventura, ascritto alla Provincia romana dalla quale proveniva per nascita.
Nel 1248, dopo i cinque anni di teologia, conseguì il titolo di baccalaureus biblicus, con i maestri francescani Alessandro di Hales e Giovanni de la Rochelle (che entrambi morirono nel 1245), e poi di Eudes Rigaud (che nominato arcivescovo nel 1247, lasciava l’insegnamento) e di Guglielmo di Melitone, sotto la cui guida fu incaricato della “lettura cursoria”, ossia in senso letterale della Bibbia. Dopo questo biennio di tirocinio, Bonaventura conseguì, nel 1250, il grado di baccalaureus sententiarius; e nei due anni successivi cominciò le sue lezioni sulle Sententiae di Pietro Lombardo. Il risultato di queste lezioni fu la stesura del Commentarius in quattuor libros Sententiarum, la più monumentale delle sue opere. 
Sembra abbastanza significativo ricordare che Alessandro di Hales sia stato il primo maestro ad adottare le Sententiae di Pier Lombardo come libro di testo nella facoltà di teologia, che, ben presto, divenne il testo ufficiale della stessa facoltà di teologia. Questa importante introduzione significò dare un’impostazione sistematica allo studio della teologia, e, di conseguenza, anche un carattere formale di scienza. Secondo lo schema già presente nel testo di Pier Lombardo, i quattro libri, di cui si compone l’opera, espongono gli argomenti nel seguente ordine: Dio (vol I: de Dei unitate et trinitate); Creazione e Uomo (vol II: de rerum creatione et formatione corporalium et spiritualium); Redenzione (vol III: de incarnatione et humani generis reparatione); e Sacramenti e Giudizio finale (vol IV: de sacramentis et novissimis). 
Il lavoro di Alessandro di Hales è storicamente di estrema importanza, perché ha dato un forte impulso al lavoro di riflessione e di approfondimento della Parola di Dio, allargando l’orizzonte alla dimostrazione teologica nella sua funzione di rendere più chiara e profonda la conoscenza degli articoli di fede.
È da notare che la divisione degli argomenti delle Sententiae non viene rispettata alla lettera da Bonaventura, perché, dopo aver commentato il I e il II libro, anticipò la lettura del IV a quella del libro III; ciò nonostante, la sua opera risulta straordinariamente unitaria.
Lotta contro gli ordini mendicanti
Alla fine dell’anno accademico 1252, Bonaventura avrebbe dovuto conseguire la licentia docendi in teologia. Ma proprio in quell’anno scoppiò la terribile lotta dei maestri secolari contro le scuole e i maestri degli ordini mendicanti; di conseguenza, per un certo periodo, i maestri “regolari” (o religiosi), non furono riconosciuti ufficialmente dall’Università.
Quale il motivo?
L’ostilità affonda le radici nel secolo XII, quando la concezione ecclesiale altomedievale si era espressa contro i movimenti religiosi popolari e pauperistici, condannandoli come eretici. La nuova politica di Innocenzo III, invece, li aveva inseriti nel corpo vivo della Chiesa, alle dirette dipendenze del papato. In seguito, le continue esenzioni e i privilegi accordati dai papi agli Ordini mendicanti non solo avevano intaccato il prestigio e il potere del clero diocesano, ma gli procurarono anche dei danni economici. E quando gli Ordini mendicanti penetrarono nell’Università e costituirono proprie scuole, l’ostilità del clero crebbe a dismisura, tanto che spesso scoppiavano delle crisi interne alla stessa Università. 
Diversi fattori fecero precipitare la situazione. Nel 1252, l’Università aveva deciso di ridurre il numero delle cattedre destinate ai maestri “regolari”, riconoscendone solo una per i due ordini mendicanti. L’anno successivo, a causa di una dura rappresaglia da parte della polizia parigina ai danni di alcuni studenti, l’Università proclamò uno sciopero, al quale però i maestri degli ordini mendicanti non aderirono per disposizione dei superiori, e la tensione aumentò. L’Università pretese che tutti i suoi membri si impegnassero per giuramento a osservare i suoi Statuti, e, poiché i maestri mendicanti rifiutarono di giurare, vennero esclusi dal Consiglio universitario. 
La tensione tra i maestri secolari e gli Ordini mendicanti si acuì maggiormente, nel 1254, quando il francescano Gerardo di Borgo San Donnino pubblicò la Concordia Novi et Veteris Testamenti di Gioacchino da Fiore, premettendo a essa un Liber introductorius in evangelium aeternum, in cui annunciava l’avvento di una “nuova età dello Spirito Santo” e di una “Chiesa cattolica puramente spirituale fondata sulla povertà”, profezia che si doveva realizzare - secondo Gioacchino da Fiore - attorno al 1260. 
I maestri secolari, oltre denunciare la pubblicazione di Gerardo al papa Innocenzo IV, chiesero anche la revoca di tutti i privilegi agli Ordini mendicanti. In conseguenza di questo, il Papa annullò i privilegi concessi agli Ordini mendicanti. E il nuovo papa Alessandro IV condannò il libro di Gerardo con la lettera Libellum quemdam del 23 ottobre 1255, prendendo tuttavia posizione a favore degli Ordini mendicanti e senza più porre limiti al numero delle cattedre che essi potevano ricoprire. I Maestri secolari rifiutarono queste decisioni, venendo così scomunicati, anche per il boicottaggio da loro operato ai danni dei corsi tenuti dai frati mendicanti.  
Il francescano cardinale
A partire da 1257, come Ministro Generale, Bonaventura, preso da impegni del nuovo servizio, compì vari viaggi per l’Europa. Il suo obiettivo principale fu quello di conservare l’unità dei Minori, prendendo posizione sia contro la corrente spirituale (influenzata dalle idee di Gioacchino da Fiore e incline ad accentuare la povertà del francescanesimo primitivo), sia contro le tendenze mondane insorte in seno all’Ordine. Favorì l’inserimento dell’Ordine francescano nel ministero pastorale e nella struttura organizzativa della Chiesa; e nel Capitolo generale di Narbona del 1260, contribuì alla stesura delle prime norme applicative della Regola, dette appunto “Costituzioni Narbonensi”, che dovevano guidare la vita dell’Ordine. 
Nello stesso Capitolo del 1260, gli venne affidato l’incarico di redigere una nuova biografia di san Francesco d’Assisi che, puntualmente presentò al Capitolo generale di Pisa del 1263, con il nome di Legenda Maior, che diventerà la biografia ufficiale nell’Ordine; mentre il Capitolo del 1266, riunito a Parigi, giunse a decretare la distruzione di tutte le biografie precedenti alla Legenda Maior. Negli ultimi anni della sua vita, Bonaventura intervenne nelle lotte contro l’aristotelismo e nella rinata polemica fra maestri secolari e mendicanti. A Parigi, tra il 1267 e il 1269, tenne una serie di conferenze sulla necessità di subordinare e finalizzare la filosofia alla teologia. Nel 1270 lasciò Parigi per farvi però ritorno nel 1273 quando pronunciò altre conferenze nelle quali attacca coloro che a suo parere erano gli errori dell’aristotelismo. 
Il 13 giugno 1273, Papa Gregorio X consacrò Bonaventura Vescovo e    Cardinale, con il delicato incarico di preparare un importantissimo evento ecclesiale: il Concilio Ecumenico di Lione 1274, che aveva come scopo il ristabilimento della comunione tra la Chiesa Latina e la Chiesa Greca. Egli si dedicò a questo compito con molta diligenza, ma non riuscì a vedere la conclusione di quell’assise ecumenica, perché morì durante il suo svolgimento, forse, a causa di un avvelenamento, stando almeno a quanto affermò in seguito il suo segretario, Pellegrino da Bologna. 
Il futuro papa Innocenzo V celebrò le esequie del Cardinale Bonaventura, e venne inumato nella chiesa francescana di Lione. Nel 1434 la salma venne traslata in una nuova chiesa, dedicata a San Francesco d’Assisi; la tomba venne aperta e la sua testa venne trovata in perfetto stato di conservazione: questo fatto ne facilitò la canonizzazione, che avvenne ad opera del papa francescano Sisto IV, il 14 aprile 1482; mentre il 14 maggio 1588 venne insignito del titolo di dottore della Chiesa, da papa Sisto V. Il 14 marzo 1490, a seguito della ricognizione del corpo del santo a Lione, venne estratto il braccio destro, per donarlo alla sua città d’origine Bagnoregio, e nel 1491, fu collocata nella concattedrale di San Nicola. Oggi, pertanto, il santo braccio di san Bonaventura è l’unica reliquia al mondo, dopo la profanazione del suo sepolcro e la dispersione dei suoi resti eseguita dagli Ugonotti nel 1562.  
La festa liturgica si celebra il 15 luglio, giorno della sua morte.
 IL PENSATORE
Secondo la ratio studiorum dell’Università di Parigi, la culla della cultura, Bonaventura maturò una propria concezione dottrinale e una sensibilità spirituale di grande spessore, come si può evidenziare dalla ricca e abbondante produzione letteraria e scientifica, che, nella stessa dissertazione dottorale dal titolo Questioni sulla conoscenza di Cristo, trova una perfetta sintesi e sistematica esposizione.
Poiché sarebbe estremamente difficoltoso, per non dire inutile, tentare una sintesi del suo pensiero che possa essere proposta al lettore moderno, causa la diversità culturale dei rispettivi tempi storici, si preferisce proporre soltanto qualche concetto per dare una pallida idea della vitalità della sua dottrina. Tra questi concetti interessanti si possono indicare: l’antropologia, la formazione del termine cristocentrismo e l’itinerario di perfezione. Tre tematiche che hanno ancora oggi tutta la loro vitalità e attualità, purché si sappia tenere ben distinta la diversità culturale e metodologica.                           
Antropologia
L’idea fondamentale dell’antropologia di Bonaventura è la concezione dell’uomo come microcosmo: “l’uomo è un piccolo mondo” (Itinerarium, II, 3); posto al centro dell’universo tra Dio e tutte le altre creature a lui inferiori: “l’uomo è medium tra Dio e le altre creature” (Commento alle Sentenze, II, 5). Questa condizione di centralità gli viene riconosciuta in tre modi: è la “coscienza” dell’universo; è il “fine” al quale sono “ordinate” tutte le altre creature; è dotato di poteri e facoltà per dominare la natura. 
Tutto il pensiero di Bonaventura intorno alla natura e alla condizione dell’uomo si polarizza intorno alla dottrina del libero arbitrio, per il quale è “immagine” di Dio, che costituisce anche il fondamento alla “dignità” dell’uomo. La libertà, secondo Bonaventura, non significa tanto che la ragione può giudicare liberamente sulla base di alcuni criteri, ma piuttosto che la volontà autonomamente comanda regolando l’atto razionale, in modo da eleggere il bene o il male, cioè sceglie quello che vuole e come lo vuole. La libertà nell’uomo è un continuo divenire verso la perfezione, intesa come uno speciale itinerario o percorso esistenziale.
L’uomo, per Bonaventura, è il punto di incontro tra due mondi, quello dello spirito e quello della materia: è costituito dall’anima razionale (che è la più nobile delle forme) e dal corpo umano (che la realtà più nobile della natura). Per questa sua composizione, l’uomo viene a trovarsi a contatto con le creature inferiori sulle quali esercita un dominium nel suo “piccolo mondo”, come Dio lo esercita nel macrocosmo.
In rapporto al mondo, Bonaventura considera la caratteristica della “bellezza” (pulcrum) come una delle proprietà “trascendentali” dell’ente, ossia come una delle proprietà che tutti gli esseri hanno in comune, quali l’unum, il verum e il bonum. In particolare, il “bello” è un valore oggettivo e intrinseco alle cose, e non solo soggettivo, cioè in relazione a un sentimento o a uno stato d’animo del soggetto. Tale oggettività si manifesta nella “proporzione” e nella “luminosità”: l’una costituisce l’aspetto quantitativo e numerico (simmetria, ordinati rapporti di grandezze); l’altra, l’aspetto qualitativo (splendore della luce, varietà dei colori). “L’universo, scrive Bonaventura, è come una bellissima composizione artistica, che si svolge secondo ottime consonanze, in cui le parti si succedono l’una all’altra, sino a che ogni cosa si ordina perfettamente al fine” (Commento alla Sentenze, I, d. 44, a. 1, q. 3, arg. 2 et ad 2).
A fondamento di questa visione secondo rapporti matematici del cosmo, c’è sempre qualche riferimento biblico. Un versetto della Sapienza recita: “omnia in numero, pondere et mensura disposuisti” (11, 20: tutto hai disposto, o Signore, con misura calcolo e peso). Per quanto riguarda l’altro aspetto del mondo quello della “luminosità”, è da ricordare che la luce viene considerato principio della struttura matematica dell’universo, perché è stata la prima realtà creata da Dio, ed ha la capacità di diffondersi e moltiplicarsi in tutte le altre realtà esistenti nel cosmo. La luce è di per sé principio della bellezza (“lux per se pulcra est”) e rende ragione dell’intrinseca bellezza del creato. 
Formazione del termine “cristocentrismo”
Da una attenta analisi di alcuni suoi scritti teologici e spirituali, si evince a tutto tondo, che la formazione del vocabolo “cristocentrismo” deriva dall’elaborazione, quasi sistematica, del termine medium fino alla sua identificazione con quello di centrum. Chiara è l’esposizione nel Commento alle Sentenze: “Cristo è medium tra la natura umana e la natura divina… tra Dio e gli uomini” (III, d. 19, a. 2, q. 2, Respondeo). Nelle “conferenze” sull’Hexaemeron, Bonaventura identifica il termine medium con quello di centrum, onde la formazione del termine cristocentrismo. In questo modo l’attenzione si sposta dalla partecipazione alla natura degli estremi al fatto di stare al centro: ogni posizione centrale, indipendentemente dalla partecipazione alle due nature, costituisce un medium e un centrum.
Con questo nuovo termine medio-centro, si precisa sempre di più la posizione di Bonaventura, che nella 1Conferenza sull’Hexaemeron, afferma che “Cristo è medio di tutte le scienze” (n. 11); affermazione che ha l’aria di una dichiarazione programmatica abbastanza esplicita. E nella stessa “conferenza”, viene formulato il secondo principio “idem est principium essendi et cognoscendi” (n. 1), “identico è il principio dell’essere e del conoscere”, che determina meglio il suo programma cristocentrico: Cristo non solo è il centro e il principio che dà senso e valore a ogni ordine di essere, ma anche il centro e il principio da cui partire per conoscere ogni ordine di essere.
Da queste esplicite premesse, si spetterebbe che Bonaventura trattasse la teologia in chiave cristocentrica, cosa che invece non avviene, in quanto nelle sue trattazioni teologiche ritorna alla dottrina comune del teocentrismo, senza ricordare esplicitamente i nessi che realmente esistono con Cristo. In questo modo, si può concludere che il “cristocentrismo” di Bonaventura è più di natura “spirituale” che teologico, perché considera Cristo come centro e modello di perfezione e non come anche chiave di lettura dell’intera storia della salvezza. Tuttavia è da riconoscere che le posizioni di Bonaventura hanno influito molto sull’Ordine, perché ha saputo fissare le esigenze di una nuova realtà storica e spirituale nella struttura giuridica della Chiesa.
Itinerarium mentis in Deum
Dopo aver composto, nel 1257, il gioiello filosofico-teologico del Breviloquium, a uso degli studenti di teologia, Bonaventura concepì anche l‘idea di comporre un “breviloquium” di dottrina spirituale a chi si sentiva chiamato alla contemplazione, cioè a chi voleva trascendere “ogni umana comprensione” (Itinerarium, prol., n.1). Insieme al Breviloquium, si può considerare il capolavoro di Bonaventura. Lo scrisse nel 1259 sulle vette boscose e verdeggianti del monte della Verna, dove Francesco d’Assisi era stato insignito delle sacre stigmate, o come dice Dante “da Cristo prese l’ultimo sigillo, che le sue membra due anni portarono” (Paradiso, XI, 107-108). È un opuscolo piccolo di mole, ma denso di contenuto.  Ha un carattere prevalentemente mistico e profondamente umano insieme. Rivela una suggestiva anima d’artista che anela all’unione con Dio. Anelito che costituisce anche la finalità dell’opuscolo: insegnare come ascendere a Dio, “che trascende ogni nostra comprensione” (Itinerarium, Prol., n. 1), come “contemplare Dio non solo fuori di noi e dentro di noi, ma anche al di sopra di noi” (Itinerarium, V, n. 1).
L’ascesa è scandita in tre tappe o vie: il mondo sensibile, l’anima umana e Cristo; ognuna delle quali abbraccia due momenti o capitoli; il settimo e ultimo capitolo rappresenta il raggiungimento del traguardo o “estasi” che esige l’abbandono di ogni attività intellettiva per sprofondare nel pelago dell’amore di Dio, che è tutta grazia dello Spirito Santo, di cui Cristo è pieno.  L’opuscolo, pertanto, si compone di un prologo e di sette capitoli.
La “prima tappa” descrive nelle linee generali l’itinerario che si propone di percorrere, attraverso due immagini quella della scala e quello dello specchio. L’intero creato si configura come una “scala formata di sei gradini”, nei quali sono adombrati i sei giorni biblici della creazione e le sei facoltà conoscitive umane; o come uno “specchio” che fa vedere le meravigliose bellezze operate da Dio attraverso tutte e singole le creature. Queste, considerate in sé stesse o nella loro struttura ontologica, rimandano a Dio come a loro Primo Principio; considerate, invece, nel loro dinamismo operativo, a Dio come loro fine Ultimo. Dall’insieme, si ricava anche la concezione che l’uomo è formato in modo da costituire la “coscienza” dell’universo e il pensiero vivente dell’essere. 
La “seconda tappa” conduce a scoprire Dio attraverso la sua immagine presente nell’uomo stesso e nelle sue facoltà spirituali, che permettono di vedere Dio come una “immagine riflessa in uno specchio…  in cui brilla l’immagine della Trinità” (Itinerarium, III, n. 1). Onde l’invito a rientrare in sé stessi: “Entra in te stesso, o uomo, e vedi con quale ardore la mente tua ama sé stessa. Ora non potrebbe amarsi, se non si conoscesse; e non potrebbe conoscersi se non avesse il ricordo di sé stessa, dal momento che è impossibile per noi apprendere qualcosa con l’intelletto se prima non è presente nella memoria” (Ibidem). 
Con l’applicazione dei gradini delle tre facoltà spirituali, “l’anima è vicina a Dio: la memoria ti conduce a Dio come Realtà Eterna; l’intelletto ti conduce a Dio come Verità Suprema; e la volontà ti conduce a Dio come Sommo Bene” (Itinerarium, III, n. 4). Questi attributi di Dio vengono gradualmente scoperti e conquistati con l’esercizio delle rispettive facoltà e costituiscono l’oggetto delle tappe successive.
Così, nella “terza e quarta tappa” l’anima contempla l’immagine di Dio nell’anima rinnovata dai doni della grazia, fino alla soglia dell’estasi. Le facoltà dell’anima, infatti, nella terza tappa, conducono naturalmente quasi per mano alle realtà divine, come loro specifica conclusione scientifica. Nella quarta, invece, le stesse facoltà, riplasmate dai doni della grazia e arricchite dalle virtù teologali, conducono gradualmente l’anima a Dio, attraverso la triplice operazione di “purificazione, illuminazione e perfezionamento dell’anima… che si compie tutto per la sincerissima carità di Cristo” (Itinerarium, IV, nn. 7-8).
Nelle ultime due tappe, “quinta e sesta”, Bonaventura, dopo aver contemplato Dio “fuori di noi e dentro di noi” invita a contemplarlo “al di sopra di noi” (Itinerarium, V, n.1). La quinta tappa lo contempla attraverso il suo nome rivelato a Mosè: “Colui che è” (Es 3, 14), cioè attraverso l’esistenza di Dio e dei suoi attributi; la sesta tappa, invece, attraverso la nozione di “bene”, rivelata direttamente da Cristo: “Nessuno è buono se non Dio solo” (Lc 18,19). Il mistero della Trinità si contempla solo attraverso il suo nome, che è “Bontà”.  In breve: “come l’Essere è la sorgente di tutti gli attributi essenziali e il suo nome ci conduce alla loro conoscenza, così il Bene è il fondamento principalissimo sul quale noi dobbiamo appoggiarci per contemplare le emanazioni divine (delle tre Persone)” (Itinerarium, VI, n. 1).
 Con il settimo e ultimo capitolo, dedicato all’“estasi”, l’itinerario della mente a Dio si è compiuto, dopo aver percorso le sei tappe graduate di contemplazione: natura, uomo e Cristo. Il termine di questa ascesi è la dolcezza dell’estasi, ossia l’abbandono totale a Dio, nel suo “raggio soprannaturale delle tenebre divine”. Nell’estasi, “è necessario abbandonare tutte le operazioni intellettuali, trasportare e trasformare in Dio tutto l’affetto del cuore. Questo è un dono mistico e segretissimo che nessuno conosce se non chi lo riceve, che nessuno riceve se non chi lo desidera, e nessuno poi lo desidera se non è infiammato profondamente dal fuoco dello Spirito Santo, che Cristo Gesù mandò sulla terra” (Itinerarium, VII, n. 4). 
E poiché “ad ottenere questo dono, nulla può la natura e poco la scienza bisogna dare poca importanza all’indagine e molta all’unzione (spirituale); poco alla lingua e molta alla gioia interiore; poco alla parola e ai libri e tutta al dono di Dio, cioè allo Spirito Santo; poco o niente alla creatura e tutto al Creatore: al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo” (Itinerarium, VII, n. 5).
Le parole conclusive dell’Itinerarium andrebbero scolpite nel profondo del cuore: “se brami di sapere come ciò avviene, interroga la grazia e non la scienza, il desiderio e non l’intelletto, il gemito della preghiera e non lo studio, lo sposo e non il maestro, Dio non l’uomo, l’oscurità non la chiarezza; non la luce che brilla, ma il fuoco che tutto infiamma e trasporta in Dio, con una unzione che rapisce e un affetto che divora. Questo fuoco è Dio… e Cristo l’accende col fervore della sua passione. Chi prova questo fuoco… desidera morire insieme a Cristo crocifisso e così passare dal mondo al Padre… e dire con Filippo: ‘Ciò mi basta’ (Gv 14, 8)… ed esultare con Davide: ‘O Dio del mio cuore, la mia carne e il mio cuore vengono meno; tu sei la mia porzione per l’eternità. Benedetto Dio, in eterno!” (Itinerarium, VII, n. 7).
L’inverare il pellegrinaggio mistico nell’amore del Cristo crocifisso pone Bonaventura tra i grandi mistici nella storia dello spirito umano. Il suo misticismo non è un distacco dal mondo, ma un rivelarlo nella sua bellezza e verità. Così scrive: “Colui… che non vede gli splendori innumerevoli delle creature, è cieco; colui che non si sveglia per le tante voci, è sordo; colui che per tutte queste meraviglie non loda Dio, è muto; colui che da tanti segni non si innalza al primo principio, è stolto” (Itinerarium, I, n. 15). 
Per Bonaventura, infatti, la creazione tutta parla ad alta voce di Dio buono e bello; e Cristo, da sempre Dio e per sempre uomo, conduce l’uomo verso Dio, attraverso l’itinerario dentro sé stesso, nel quale lo stesso Cristo si è degnato di prendere dimora. Questo cenno all’itinerario di Bonaventura si conclude com’era cominciato: “Conducimi, Signore, nella tua via e io camminerò nella tua verità. Si rallegri il mio cuore nel temere il tuo nome” (Itinerarium, I, n. 1). È un messaggio all’uomo a recuperare intera la sua autenticità e a raggiungere la sua pienezza.

Autore: P. Giovanni Lauriola ofm