venerdì 20 luglio 2018

SEDICESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - OMELIA


SEDICESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - OMELIA

“Venite in disparte, in un luogo solitario” 

Carissimi fratelli e sorelle,

domenica scorsa avevamo lasciato i Dodici che per la prima volta andavano in giro, a due a due, a predicare il Vangelo, Gesù li aveva mandati nella povertà e nell’umiltà ad annunciare il Regno.
Oggi partecipiamo al ritorno di questa loro prima missione, gli apostoli raccontano a Gesù quanto hanno fatto, esperimentato, vissuto annunciando il Regno. Sono stanchi, hanno camminato molto, hanno incontrato tanta gente, hanno faticato. La loro predicazione è stata benedetta da Dio, infatti tantissima è la gente che li ha seguiti per conoscere il Maestro e Lui allora li invita a riposarsi, ad andare “in un luogo solitario”.
Sappiamo da quanto abbiamo ascoltato come questo invito non poté essere realizzato perché la gente li assediava. Ma prendiamo spunto da questo invito di Gesù per dare uno sguardo alla nostra vita e vedere se c’è spazio in essa per questo “riposarsi in un luogo solitario”. 
Il tempo estivo che viviamo ci fa partecipi di questa corsa affannosa alla ricerca di un riposo, di una vacanza, di uno svago che spesso si tramuta in una fatica in più e si ritorna più stanchi di prima. La nostra esistenza ha bisogno di spazi di “silenzio”, di “deserto”, di “riflessione”, la vita ci sfugge e viviamo senza accorgercene, abbiamo bisogno di “staccare” di “fermarci” per prenderne possesso nella consapevolezza di essa e del suo significato, altrimenti viviamo senza accorgecene e senza capirne il perché, divorati dal tempo che inesorabile ci rapisce velocemente la vita.
Che bella questa scena in cui gli apostoli si radunano vicino a Gesù e gli raccontano la loro storia, con Lui rileggono la loro storia: quanto hanno fatto, detto, subito nel Suo Nome. Come sarebbe diversa la nostra vita – carissimi fratelli e sorelle – se in essa ci fossero sparsi qua e là questi spazi d’incontro con Gesù in cui Gli raccontiamo la nostra storia, quanto abbiamo fatto, detto, subito per il Suo Nome. 
Che bello la sera trovare un minuto – un minuto! – per chiedersi davanti a Gesù: “Oggi cosa ho fatto per te, Gesù? Cosa ho detto di Te, Gesù? Cosa ho subito per Te, Gesù?”. 
Piccole domande che racchiudono tutto il senso profondo della nostra vita, della nostra missione di cristiani chiamati a far conoscere al mondo l’Amore di Dio.
Che bella la nostra vita quando è intercalata dalla “domenica”. Il Signore Gesù ogni domenica rinnova a noi l’invito: “Venite in disparte e riposatevi un po’”. Quante volte mi sono sentito dire dalle persone: “Padre, quando riesco ad andare a Messa la domenica, tutta la settimana mi sembra diversa, più serena”. Che senso ha infatti tutto quel tempo che ci sfugge tra un’azione e l’altra, tra una corsa e l’altra, tra una cosa da fare e l’altra, tra un affanno e l’altro, se tutto questo fiume di vita che scorre senza fermarsi non lo riversiamo nell’Oceano dell’Amore di Dio? Verso dove scorre il fiume della nostra vita se non verso quest’Oceano? 
Sono molti i cristiani che sempre più comprendono questa necessità dell’anima di riposarsi nell’incontro con Gesù e così partecipano ai vari ritiri mensili o annuali, in cui ci si ferma con Gesù in disparte per riprendere possesso di noi stessi e delle motivazioni più profonde della nostra vita per riproiettarci in essa con più energia d’amore.
Ma agli Apostoli non è concesso questa volta riposarsi, la folla li insegue e non dà loro tregua. Vorrebbero prendersela con loro, arrabbiarsi, ma non possono perché il loro Maestro insegna loro a commuoversi per quella gente che “sono come pecore senza pastore”, sono sbandati senza nessuno che si interessi con amore e per amore di loro, dei loro guai, delle loro preoccupazioni, delle loro vicissitudini. Senza nessuno che annunci loro l’Amore di Dio: “Dio vi ama ed è vostro Padre”. L’evangelista Marco ci dice che Gesù cominciò ad “insegnare loro molte cose”, cosa insegnò loro il Maestro se non che erano amati dal Padre e che la loro vita apparentemente abbandonata a sé si svolge nel cavo delle sue mani, sotto il suo sguardo d’Amore? (cfr. Is 49,15-16). 
E Gesù continua nell’oggi della Chiesa a commuoversi per la sua gente, a istruirla, a parlare loro del Padre che li ama attraverso coloro che Lui ha scelto per costituirli “Pastori”, ai quali comunica il Suo affetto per l’umanità tutta che Egli ha abbracciato nell’Incarnazione e attraverso i quali Lui stesso parla, tocca e salva le persone oggi. Uno solo infatti è il Buon Pastore che ama le sue pecore e dona la vita per esse (cfr. Gv 10): è Lui, Gesù, il Buon Pastore, che vive in essi e agisce attraverso di essi. 
Continuiamo così anche questa domenica a parlare dei sacerdoti in questo anno particolare che il Santo Padre ha voluto che dedicassimo proprio a loro, i sacerdoti che sono chiamati a renderci presente l’amore di Gesù Buon Pastore. Volevo – carissimi fratelli e sorelle – che rifletteste su un aspetto particolare della vita del sacerdote, in particolare del sacerdote cattolico romano chiamato dalla Chiesa ad abbracciare anche il celibato. Quante storie su questo celibato, quante chiacchiere vuote su di esso, ecco volevo ricordare a voi e a me i tre significati del celibato sacerdotale, il primo è cristologico: l’imitazione di Gesù che non si è sposato, Egli è il Vergine; il secondo è escatologico (che riguarda cioè l’escaton – l’al di là): lassù nessuno prenderà moglie o marito, ma saremo come gli angeli del cielo (cfr. Lc 20,34-36); il terzo è ecclesiologico: il prete non si sposa perché le sue braccia non possono stringersi su una persona sola, egli deve abbracciarle tutte, tutte indifferentemente: bambini, adolescenti, giovani, adulti, anziani…… ricchi, poveri e abbienti… bianchi, gialli o neri… rozzi o intelligenti… sani o malati… egli deve abbracciare tutti, deve amare tutti, deve compatire tutti, deve servire tutti, deve immolarsi per tutti, in particolare le sue braccia si distenderanno sui poveri, gli abbandonati, i soli, i malati, ma senza escludere gli altri. Il prete, il vero prete, non può non essere innamorato dell’umanità tutta perché in Lui c’è vivo il cuore del Verbo Incarnato che quest’umanità ha sposato nel seno di Sua Mamma e per quest’umanità è morto in croce dissanguato d’amore.
Ecco pensiamo qualche volta a questo quando ci troviamo davanti un prete o parliamo di lui. Egli è il segno tangibile che Dio ancora ci ama e ci abbraccia in quelle braccia che hanno rinunciato, per amore nostro, all’abbraccio.
Preghiamo dunque – carissimi fratelli e sorelle – per i nostri preti perché sappiano compatirci come Gesù, sappiano illuminarci come Gesù, sappiano, soprattutto, aiutarci a portare la croce con Gesù, risollevandoci con amore e compassione quando cadiamo sotto il suo peso e sostenendoci lungo il cammino faticoso della vita donandoci Gesù nella sua Parola e nell’Eucarestia e insegnandoci a “stare” con Lui nell’intimità della nostra anima.
La Vergine Maria, Madre e Regina degli Apostoli, interceda per i nostri preti, perché sappiano essere veri strumenti della presenza del Figlio suo nell’oggi del mondo, della sua tenerezza e della sua compassione.  

Amen.

Nessun commento:

Posta un commento

se mi scrivete mi fate piacere