venerdì 31 agosto 2018

Mc 7,1-8.14-15.21-23


XXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO “B” - “IL SUO CUORE È LONTANO DA ME”


XXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO “B” -  “IL SUO CUORE È LONTANO DA ME”                            

Carissimi fratelli e sorelle,

dopo la lunga parentesi giovannea iniziata alla fine di luglio, riprendiamo oggi a seguire il Maestro secondo quanto ci ha riportato di Lui l’evangelista Marco.
Il tema generale della Liturgia della Parola di questa domenica verte sulla purezza del culto a Dio, cioè su ciò che è vera religiosità e ciò che non lo è. 
La Prima Lettura ci introduce nel cuore della religiosità del pio israelita che era l’osservanza della legge di Dio, legge di vita data da Dio al suo popolo perché esso sia intelligente, saggio. Chi non osserva la legge di Dio, non fa un dispetto a Dio, ma agisce da stolto, cioè agisce senza intelligenza e quindi non agisce da uomo qual è. La legge di Dio quindi non è qualcosa di esteriore alla persona umana, è interiore, essa ne illumina le profondità e ne mostra le esigenze della sua dignità.
Nella Seconda Lettura l’apostolo Giacomo ci ricorda che ogni religiosità è vana se non ci conduce all’amore concreto verso il prossimo, specialmente verso chi ha più bisogno.
Nel Vangelo Gesù Maestro c’insegna che il primato va dato alla Parola di Dio che deve essere al di sopra di ogni tradizione o legge umana.
Ma cerchiamo ora con l’aiuto dello Spirito Santo di andare in profondità e cogliere qualcosa della Parola che tocchi la nostra esistenza, che la illumini nella conoscenza della verità, che la scuota dall’assopimento spirituale nel quale spesso siamo immersi, che la slanci con entusiasmo alla sequela del Signore Gesù che ogni domenica rinnova il suo invito a seguirLo sulla strada stretta e difficile (cf Mt 7,13-14), ma bella, troppo bella, del suo Vangelo.
“Ipocriti!” – dice il Maestro oggi ad alcuni farisei e scribi che erano attenti a criticare l’inosservanza di alcune pratiche ritualistiche comuni – lavarsi le mani prima di mangiare –, ma poi erano indifferenti a cose ben più importanti: “Filtrate il moscerino e ingoiate il cammello!” (Mt 23,24) e citando loro Isaia, “questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me” (Is 29,13), li mette davanti alla maliziosità, alla perfidia del proprio atteggiamento.
Carissimi fratelli e sorelle, vorrei che insieme ci fermassimo su queste parole di Gesù, sempre attuali, sempre vere, sempre forti…, non andando però a cercare in giro i destinatari di esse tra i nostri conoscenti, amici o parenti… chissà quanti ce ne sono venuti in mente al sentire la parola “ipocriti”…, ma come esse sono in realtà dirette a ciascuno di noi, dirette a voi… dirette a me…
Oggi più che mai le persone sono sensibili all’“ipocrisia”, sempre più spesso sentiamo esaltare tra noi la sincerità come contrapposizione all’ipocrisa, quanti in mezzo a noi amano definirsi persone sincere, ma sarà vero poi? E cosa s’intende poi con sincerità? Molte volte questa parola non vuol dire altro che spontaneità e nulla di più. C’è una differenza tra spontaneità e sincerità, la prima, la spontaneità, spesso non è altro che azione inconscia non ponderata e quindi senza il vaglio del giudizio della coscienza. In nome di una sincerità poco intesa talora si giustificano atteggiamenti, parole che offendono gli altri, quante volte abbiamo sentito frasi tipo questa, dopo che si era offeso qualcuno con parole dure: “Bhé, io dico quello che penso, sono sincera… sono sincero”, giustificando così un atteggiamento anticaritatevole!
Poi invece, ci sono anche alcune persone che comportandosi gentilmente con altri che sono loro antipatici o verso i quali nutrono dei risentimenti interiori, pensano di non essere sincere, perché vedono la sincerità come armonia interiore tra ciò che si sente nell’affettività, nell’emotività con quello che si fa esteriormente.
Non è così, la sincerità è l’armonia interiore tra i desideri profondi del nostro cuore e ciò che siamo esteriormente nelle azioni della nostra vita. Non è quindi l’armonia tra la sfera affettiva-emotiva e quella dell’agire, si tratta di andare più in profondità in noi stessi al di là delle emozioni del momento per cogliere ciò che biblicamente viene chiamato, e Gesù stesso lo chiama così, “cuore”. Se sono gentile e caritatevole con una persona che mi è antipatica o che mi ha ferito nell’intimo e verso la quale provo del risentimento, non manco di sincerità con lei perché sono gentile, sono sincero perché la mia azione è in armonia con la profondità del mio cuore che desidera e vuole amare quella persona anche se suscita nella mia affettività delle emozioni negative, e desidero e voglio amarla “perché se amo solo quelli che mi amano che merito ne ho?” (Mt 5,46).
La sincerità è dunque questa armonia tra la nostra interiorità più profonda e ciò che manifestiamo di noi con il nostro agire, potremo dire che la sincerità è l’armonia tra ciò che noi siamo in profondità e ciò che noi siamo in superficie. 
Per contro l’ipocrisia è proprio questo contrasto tra ciò che diciamo di essere e ciò che facciamo. Una domanda è d’obbligo di fronte a questo Vangelo: “Chi di noi non è ipocrita, almeno un po’?”
Certamente i più tacciati di ipocrisia – come i farisei, gli scribi e i sacerdoti ebrei – siamo noi clero, non per nulla c’è anche il proverbio: “Da che pulpito viene la predica!”.
Ma come fare per superare e vincere la tentazione dell’ipocrisia che è sempre in agguato nella nostra vita? Cercherò in poche parole di tracciarvi un piccolo cammino che in realtà è grande.
Prima di tutto bisogna, con l’aiuto dello Spirito Santo, cercare di andare in profondità in noi stessi, nel nostro cuore, cerchiamo di coglierne gli aneliti più profondi, i desideri più autentici i pensieri più belli, quelli che mi aprono il cuore, me lo elevano, me lo addolciscono, me lo dilatano, quei soavi sentimenti che mi fanno sentire più buono, più bello, più vero, più autentico. 
Come fare a far emergere tutto questo? Il buon Dio quando ci ha pensati e quando ci ha creati ha seminato nel nostro cuore, nel profondo del nostro essere tante cose belle e buone, bisogna scoprirle, ravvivarle, farle emergere, ma come? Tra i diversi modi ce n’è uno facile facile: “Guardare Gesù, ascoltare Gesù, stare con Gesù”, infatti è nell’incontro prolungato con Gesù nella preghiera, nell’adorazione dell’Eucaristia, nella lettura meditata del suo Vangelo che noi siamo toccati dallo Spirito di Gesù nel cuore e attraverso l’attrazione che lo Spirito opera nei nostri cuori verso il “più bello tra i figli degli uomini” (Sal 45,3) scopriamo il nostro vero volto e ciò che siamo chiamati a essere nell’unione con Lui, figli buoni e bravi dello stesso Padre.
Nello stesso tempo scopriamo però che c’è una disarmonia tra tutta questa bellezza interiore che possediamo e ciò che facciamo e realizziamo nella vita. Il segreto della santità consiste proprio nel coraggio di entrare in profondità in quanto ci accorgiamo essere ipocrita, incoerente e quindi brutto, non degno di me, avvilente. Bisogna andare in profondità con freddezza, molti fuggono di fronte alla propria malizia, fanno finta che non ci sia, la coprono, la scusano, le cambiano il vestito. No, se non vuoi essere ipocrita, cioè se vuoi seguire sinceramente Gesù fino in fondo, devi vincerti in questo e avere il coraggio di guardare le motivazioni profonde delle tue azioni, anche le più piccole, con sincerità: la sincerità è innanzi tutto con se stessi, se non siamo sinceri con noi stessi, come mai potremo esserlo con gli altri? Se saremo sinceri scopriremo che dietro a tante nostre azioni c’è un cuore sporco, cioè non c’è quel cuore bello e buono di cui abbiamo parlato prima, ma ce n’è un altro che fa guerra al primo (cf 1Pt 2,11; Rm 7,23) c’è un pizzico di gelosia, di volontà di successo a tutti i costi, c’è invidia, c’è spirito di rivalità, di vendetta, c’è tanto egoismo e desiderio di comodità, c’è desiderio di godere qualcosa, c’è in definitiva incapacità di amare!
Dal giorno del nostro Battesimo  lo Spirito di Gesù è all’opera in noi  per toglierci questo  cuore sporco e trapiantarne uno pulito:  “Darò loro un cuore nuovo e uno spirito nuovo metterò dentro di loro;  toglierò dal loro petto il cuore di pietra  e  darò loro un cuore di carne,  perché seguano i miei decreti e osservino le mie leggi  e  li mettano in pratica; saranno il mio popolo e  io sarò il loro Dio” (Ez 11-19-20), ma questo trapianto non avviene senza la nostra collaborazione che  consiste in pratica  nel potenziare  al massimo in noi il  desiderio  di quel cuore di carne,  bello, pulito, di vero figlio di Dio. L’importanza dei desideri belli nella vita spirituale è grande!
E, in secondo luogo, bisogna prendere coscienza del cuore di pietra, del cuore impuro che spesso batte o vuole battere nel nostro petto, prenderne coscienza con semplicità, senza paura, senza scandalizzarsi di noi stessi e di quanto bassi possiamo essere in fondo. Bisogna raccogliere questa malizia e bruttura nelle proprie mani e offrirla al Padre in unione all’offerta che ha fatto di sé una volta per tutte Gesù sulla Croce. Lì, appeso al legno Lui ha portato tutte le nostre malizie, brutture, peccati, lì Lui si è fatto brutto, talmente brutto da non sembrare più neanche un uomo (cf Is 53,3), perché noi fossimo fatti belli, si è fatto maledizione perché noi potessimo essere benedetti (cf Gal 3,13-14), si è fatto peccato perché noi potessimo essere fatti figli (cf 2Cor 5,21)!
Avere tanta pazienza, la perseveranza è frutto di pazienza, pazienza con noi stessi, con le nostre ricadute, con le nostre debolezze, senza mai stancarci di elevare gli occhi al cielo per desiderare quel cuore bello offrendo al buon Dio nostro Padre, giorno per giorno quel cuore brutto che ci ritroviamo ad avere nelle circostanze concrete della vita, senza mai disperarci, sempre confidenti e fiduciosi che alla fine Lui vincerà e me lo strapperà quel cuore brutto per metterci definitivamente il Suo. Quanto sbagliano coloro che si allontanano dalla confessione sacramentale perché stufi di confessare sempre le stesse cose! Ci vuole pazienza, la pazienza è anche frutto dell’umiltà che è consapevolezza di essere poveri peccatori chiamati a “grandi cose” (Lc 1,49), consapevolezza di essere piccoli, fragili e deboli e quindi sempre accolti da Colui che amò essere chiamato l’“Amico dei pubblicani e dei peccatori” (Lc 7,34)
Carissimi fratelli e sorelle, affidiamo a Maria SSma il nostro povero cuore bisognoso di purificazione e di santificazione, Lei ci ottenga dallo Spirito Santo quelle grazie di rinnovamento e di trasformazione interiore per essere fino in fondo e nella realtà di ogni giorno quei figli buoni, bravi e belli che tutti noi desideriamo intimamente e fortemente essere. Amen. 

giovedì 30 agosto 2018

Isaia 40, 1-2


L'AMORE DI DIO CONSOLA L'UOMO



L'AMORE DI DIO CONSOLA L'UOMO

Scritto da Vescovo, Luigi Antonio Cantafora. Postato in La parola del Vescovo

“Come una madre consola un figlio così io vi consolerò. Voi lo vedrete e gioirà il vostro cuore”. Cari fratelli e sorelle, l’amore di Dio per l’uomo è un dono tanto grande che la Sacra Scrittura per farcelo comprendere ricorre a tutte le esperienze dell’amore umano. L’amore del padre verso i figli, l’amore degli sposi e dei fidanzati, l’amore degli amici, sono tutti usati dalla parola di Dio per offrirci una qualche comprensione, una chiave di lettura dell’amore divino. Ma oggi, come abbiamo sentito nella prima lettura, il Signore attraverso l’immagine dell’amore materno ci esprime il suo amore: “come una madre  così io”. Tutti noi abbiamo avuto l’esperienza dell’amore materno. Voi, carissime madri presenti, capite meglio di tutti quanto sto dicendo. Tuttavia oggi la parola di Dio mette in risalto una particolare dimensione, un atto proprio dell’amore materno di Dio: la consolazione. L’amore di Dio consola l’uomo: “come una madre consola un figlio così io vi consolerò”. Quando pronunciamo la parola “consolazione”, noi pensiamo subito ad una persona che vive una grande sofferenza ed attraversa una grande tribolazione e ad una persona che si fa vicina per sostenerla ed aiutarla. Ma la consolazione del Signore è molto di più! L’esperienza della consolazione è prima di tutto un dono dello Spirito Santo, chiamato il Consolatore, il Paraclito. Cosa fa il Signore? Come ci consola? Il Signore ci consola non con una pacca sulla spalla e neanche con parole più o meno dolci… Il Signore ci consola facendosi presente nella nostra vita. È la percezione intima della sua presenza che ci consola veramente. Questa è la sua promessa: “Io sono con voi tutti i giorni…”.   La consolazione non è l’assenza di dolore, di prove o di difficoltà, ma la concreta presenza del Signore, il suo accompagnamento dentro queste prove. Miei cari fedeli, questo è ciò che il Signore fa con ciascuno di noi. Lo aveva ben sperimentato l’apostolo Paolo che chiama Dio il “Dio di ogni consolazione”. E la consolazione di Dio è tale da sostenerci in ogni difficoltà e ci aiuta a resistere anche di fronte alla tribolazione. La consolazione è dunque associata all’esperienza di alcune virtù cardinali come la fortezza, il dominio di sé, la pazienza. La consolazione del Signore ci fortifica interiormente e ci rende capaci di offrire e soffrire come Gesù. Per questo, la giornata odierna, ci consente anche di dire un grazie profondo e sentito a quanti diventano servi della consolazione. Mi rivolgo ai volontari e alle volontarie dell’Unitalsi che da cinquant’anni svolgono qui a Lamezia il loro prezioso servizio.  Ma penso anche ai volontari dell’Avo, dell’Acmo e di tutte le associazioni qui presenti.  Oggi la Chiesa ricorda un avvenimento ed un luogo dove all’uomo è dato di sperimentare la consolazione di Dio: le apparizioni della S. Vergine a Lourdes. A Lourdes i tribolati, gli infermi sperimentano la verità delle parole divine: “come una madre consola un figlio così io vi consolo. Voi lo vedrete e gioirà il vostro cuore”. Non a caso, la Chiesa pertanto ha voluto che proprio oggi si celebrasse la Giornata del malato.Ma Lourdes ci dona un insegnamento importante. Ci insegna che la consolazione di Dio giunge a noi attraverso Maria. Oggi la dimensione materna della cura che Dio si prende di noi, risulta particolarmente evidente. La pagina evangelica appena proclamata ci narra precisamente la consolazione materna di Maria. Abbiamo ascoltato il racconto della visita di Maria a sua cugina Elisabetta. La consolazione di Dio raggiunge le due donne, che si trovavano in un momento bello ma molto difficile, attraverso la loro reciproca presenza, l’abbraccio, la visita, “la voce”. “Appena la tua voce è giunta ai miei orecchi…”, dice Elisabetta.  Maria entra a casa dell’anziana cugina e non fa omelie, discorsi o esortazioni. Il mistero della “sua voce” raggiunge il cuore della cugina e la riempie di Spirito Santo. La lode traboccante è il risultato di due donne consapevoli della Presenza del Signore attraverso le loro vite. Così si realizza la parola del profeta: “La mano del Signore si farà manifesta ai suoi servi”. Questa promessa si adempie nella casa di Elisabetta mediante Maria. La mano del Signore si fa manifesta attraverso la presenza e l’opera di Maria. Carissimi fedeli, noi invochiamo Maria come “consolatrice degli afflitti”. Partiamo da questa santa celebrazione nella certezza di avere in Maria colei che ci farà sentire la consolazione del Signore.  Ricorriamo fiduciosi a lei in ogni nostra necessità, lei che è Madre nostra e Madre di Dio e il Signore benedica ogni gesto, ogni azione, ogni scelta fatta per consolare, per confortare i nostri fratelli! Amen



Scritto da Vescovo, Luigi Antonio Cantafora. Postato in La parola del Vescovo

“Come una madre consola un figlio così io vi consolerò. Voi lo vedrete e gioirà il vostro cuore”. Cari fratelli e sorelle, l’amore di Dio per l’uomo è un dono tanto grande che la Sacra Scrittura per farcelo comprendere ricorre a tutte le esperienze dell’amore umano. L’amore del padre verso i figli, l’amore degli sposi e dei fidanzati, l’amore degli amici, sono tutti usati dalla parola di Dio per offrirci una qualche comprensione, una chiave di lettura dell’amore divino. Ma oggi, come abbiamo sentito nella prima lettura, il Signore attraverso l’immagine dell’amore materno ci esprime il suo amore: “come una madre  così io”. Tutti noi abbiamo avuto l’esperienza dell’amore materno. Voi, carissime madri presenti, capite meglio di tutti quanto sto dicendo. Tuttavia oggi la parola di Dio mette in risalto una particolare dimensione, un atto proprio dell’amore materno di Dio: la consolazione. L’amore di Dio consola l’uomo: “come una madre consola un figlio così io vi consolerò”. Quando pronunciamo la parola “consolazione”, noi pensiamo subito ad una persona che vive una grande sofferenza ed attraversa una grande tribolazione e ad una persona che si fa vicina per sostenerla ed aiutarla. Ma la consolazione del Signore è molto di più! L’esperienza della consolazione è prima di tutto un dono dello Spirito Santo, chiamato il Consolatore, il Paraclito. Cosa fa il Signore? Come ci consola? Il Signore ci consola non con una pacca sulla spalla e neanche con parole più o meno dolci… Il Signore ci consola facendosi presente nella nostra vita. È la percezione intima della sua presenza che ci consola veramente. Questa è la sua promessa: “Io sono con voi tutti i giorni…”.   La consolazione non è l’assenza di dolore, di prove o di difficoltà, ma la concreta presenza del Signore, il suo accompagnamento dentro queste prove. Miei cari fedeli, questo è ciò che il Signore fa con ciascuno di noi. Lo aveva ben sperimentato l’apostolo Paolo che chiama Dio il “Dio di ogni consolazione”. E la consolazione di Dio è tale da sostenerci in ogni difficoltà e ci aiuta a resistere anche di fronte alla tribolazione. La consolazione è dunque associata all’esperienza di alcune virtù cardinali come la fortezza, il dominio di sé, la pazienza. La consolazione del Signore ci fortifica interiormente e ci rende capaci di offrire e soffrire come Gesù. Per questo, la giornata odierna, ci consente anche di dire un grazie profondo e sentito a quanti diventano servi della consolazione. Mi rivolgo ai volontari e alle volontarie dell’Unitalsi che da cinquant’anni svolgono qui a Lamezia il loro prezioso servizio.  Ma penso anche ai volontari dell’Avo, dell’Acmo e di tutte le associazioni qui presenti.  Oggi la Chiesa ricorda un avvenimento ed un luogo dove all’uomo è dato di sperimentare la consolazione di Dio: le apparizioni della S. Vergine a Lourdes. A Lourdes i tribolati, gli infermi sperimentano la verità delle parole divine: “come una madre consola un figlio così io vi consolo. Voi lo vedrete e gioirà il vostro cuore”. Non a caso, la Chiesa pertanto ha voluto che proprio oggi si celebrasse la Giornata del malato.Ma Lourdes ci dona un insegnamento importante. Ci insegna che la consolazione di Dio giunge a noi attraverso Maria. Oggi la dimensione materna della cura che Dio si prende di noi, risulta particolarmente evidente. La pagina evangelica appena proclamata ci narra precisamente la consolazione materna di Maria. Abbiamo ascoltato il racconto della visita di Maria a sua cugina Elisabetta. La consolazione di Dio raggiunge le due donne, che si trovavano in un momento bello ma molto difficile, attraverso la loro reciproca presenza, l’abbraccio, la visita, “la voce”. “Appena la tua voce è giunta ai miei orecchi…”, dice Elisabetta.  Maria entra a casa dell’anziana cugina e non fa omelie, discorsi o esortazioni. Il mistero della “sua voce” raggiunge il cuore della cugina e la riempie di Spirito Santo. La lode traboccante è il risultato di due donne consapevoli della Presenza del Signore attraverso le loro vite. Così si realizza la parola del profeta: “La mano del Signore si farà manifesta ai suoi servi”. Questa promessa si adempie nella casa di Elisabetta mediante Maria. La mano del Signore si fa manifesta attraverso la presenza e l’opera di Maria. Carissimi fedeli, noi invochiamo Maria come “consolatrice degli afflitti”. Partiamo da questa santa celebrazione nella certezza di avere in Maria colei che ci farà sentire la consolazione del Signore.  Ricorriamo fiduciosi a lei in ogni nostra necessità, lei che è Madre nostra e Madre di Dio e il Signore benedica ogni gesto, ogni azione, ogni scelta fatta per consolare, per confortare i nostri fratelli! Amen


mercoledì 29 agosto 2018

Gesù in preghiera


PAPA FRANCESCO - 22.8.18 - CATECHESI SUI COMANDAMENTI: 6. RISPETTARE IL NOME DEL SIGNORE.


PAPA FRANCESCO - 22.8.18 - CATECHESI SUI COMANDAMENTI: 6. RISPETTARE IL NOME DEL SIGNORE.

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI

Mercoledì, 22 agosto 2018 

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Continuiamo le catechesi sui comandamenti e oggi affrontiamo oggi il comandamento «Non pronuncerai invano il nome del Signore, tuo Dio» (Es 20,7). Giustamente leggiamo questa Parola come l’invito a non offendere il nome di Dio ed evitare di usarlo inopportunamente. Questo chiaro significato ci prepara ad approfondire di più queste preziose parole, di non usare il nome di Dio invano, inopportunamente.
Ascoltiamole meglio. La versione «Non pronuncerai» traduce un’espressione che significa letteralmente, in ebraico come in greco, «non prenderai su di te, non ti farai carico».
L’espressione «invano» è più chiara e vuol dire: «a vuoto, vanamente». Fa riferimento a un involucro vuoto, a una forma priva di contenuto. È la caratteristica dell’ipocrisia, del formalismo e della menzogna, dell’usare le parole o usare il nome di Dio, ma vuoto, senza verità.
Il nome nella Bibbia è la verità intima delle cose e soprattutto delle persone. Il nome rappresenta spesso la missione. Ad esempio, Abramo nella Genesi (cfr 17,5) e Simon Pietro nei Vangeli (cfr Gv 1,42) ricevono un nome nuovo per indicare il cambiamento della direzione della loro vita. E conoscere veramente il nome di Dio porta alla trasformazione della propria vita: dal momento in cui Mosè conosce il nome di Dio la sua storia cambia (cfr Es 3,13-15).
Il nome di Dio, nei riti ebraici, viene proclamato solennemente nel Giorno del Grande Perdono, e il popolo viene perdonato perché per mezzo del nome si viene a contatto con la vita stessa di Dio che è misericordia.
Allora “prendere su di sé il nome di Dio” vuol dire assumere su di noi la sua realtà, entrare in una relazione forte, in una relazione stretta con Lui. Per noi cristiani, questo comandamento è il richiamo a ricordarci che siamo battezzati «nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo», come affermiamo ogni volta che facciamo su noi stessi il segno della croce, per vivere le nostre azioni quotidiane in comunione sentita e reale con Dio, cioè nel suo amore. E su questo, di fare il segno della croce, io vorrei ribadire un’altra volta: insegnate i bambini a fare il segno della croce. Avete visto come lo fanno i bambini? Se dici ai bambini: “Fate il segno della croce”, fanno una cosa che non sanno cosa sia. Non sanno fare il segno della croce! Insegnate loro a fare il nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Il primo atto di fede di un bambino. Compito per voi, compito da fare: insegnare i bambini a fare il segno della croce.
Ci si può domandare: è possibile prendere su di sé il nome di Dio in maniera ipocrita, come una formalità, a vuoto? La risposta è purtroppo positiva: sì, è possibile. Si può vivere una relazione falsa con Dio. Gesù lo diceva di quei dottori della legge; loro facevano delle cose, ma non facevano quello che Dio voleva. Parlavano di Dio, ma non facevano la volontà di Dio. E il consiglio che dà Gesù è: “Fate quello che dicono, ma non quello che fanno”. Si può vivere una relazione falsa con Dio, come quella gente. E questa Parola del Decalogo è proprio l’invito a un rapporto con Dio che non sia falso, senza ipocrisie, a una relazione in cui ci affidiamo a Lui con tutto quello che siamo. In fondo, fino al giorno in cui non rischiamo l’esistenza con il Signore, toccando con mano che in Lui si trova la vita, facciamo solo teorie.
Questo è il cristianesimo che tocca i cuori. Perché i santi sono così capaci di toccare i cuori ? Perché i santi non solo parlano, muovono! Ci si muove il cuore quando una persona santa ci parla, ci dice le cose. E sono capaci, perché nei santi vediamo quello che il nostro cuore profondamente desidera: autenticità, relazioni vere, radicalità. E questo si vede anche in quei “santi della porta accanto” che sono, ad esempio, i tanti genitori che danno ai figli l’esempio di una vita coerente, semplice, onesta e generosa.
Se si moltiplicano i cristiani che prendono su di sé il nome di Dio senza falsità – praticando così la prima domanda del Padre Nostro, «sia santificato il tuo nome» – l’annuncio della Chiesa viene più ascoltato e risulta più credibile. Se la nostra vita concreta manifesta il nome di Dio, si vede quanto è bello il Battesimo e che grande dono è l’Eucaristia!, quale sublime unione ci sia fra il nostro corpo e il Corpo di Cristo: Cristo in noi e noi in Lui! Uniti! Questa non è ipocrisia, questa è verità. Questo non è parlare o pregare come un pappagallo, questo è pregare con il cuore, amare il Signore.
Dalla croce di Cristo in poi, nessuno può disprezzare sé stesso e pensare male della propria esistenza. Nessuno e mai! Qualunque cosa abbia fatto. Perché il nome di ognuno di noi è sulle spalle di Cristo. Lui ci porta! Vale la pena di prendere su noi il nome di Dio perché Lui si è fatto carico del nostro nome fino in fondo, anche del male che c’è in noi; Lui si è fatto carico per perdonarci, per mettere nel nostro cuore il suo amore. Per questo Dio proclama in questo comandamento: “Prendimi su di te, perché io ti ho preso su di me”.
Chiunque può invocare il santo nome del Signore, che è Amore fedele e misericordioso, in qualunque situazione si trovi. Dio non dirà mai di “no” a un cuore che lo invoca sinceramente. E torniamo ai compiti da fare a casa: insegnare ai bambini a fare il segno della croce ben fatto.

martedì 28 agosto 2018

Sant'Agostino


28 AGOSTO 2018 SANT'AGOSTINO - DISCORSO DI PAPA BENEDETTO XVI "Se il mondo invecchia Cristo è sempre giovane"


28 AGOSTO 2018 SANT'AGOSTINO - DISCORSO DI PAPA BENEDETTO XVI "Se il mondo invecchia Cristo è sempre giovane"

Pubblichiamo di seguito il discorso pronunciato da Papa Benedetto XVI nell'udienza generale di mercoledì 16 gennaio 2008.

All'udienza generale il Papa parla dell'attualità della fede predicata da Agostino

Se il mondo invecchia Cristo è sempre giovane
Cari fratelli e sorelle!
Oggi, come mercoledì scorso, vorrei parlare del grande Vescovo di Ippona, sant’Agostino. Quattro anni prima di morire, egli volle nominare il successore. Per questo, il 26 settembre 426, radunò il popolo nella Basilica della Pace, ad Ippona, per presentare ai fedeli colui che aveva designato per tale compito. Disse: "In questa vita siamo tutti mortali, ma l’ultimo giorno di questa vita è per ogni individuo sempre incerto. Tuttavia nell’infanzia si spera di giungere all’adolescenza; nell’adolescenza alla giovinezza; nella giovinezza all’età adulta; nell’età adulta all’età matura; nell’età matura alla vecchiaia. Non si è sicuri di giungervi, ma si spera. La vecchiaia, al contrario, non ha davanti a sé alcun altro periodo da poter sperare; la sua stessa durata è incerta… Io per volontà di Dio giunsi in questa città nel vigore della mia vita; ma ora la mia giovinezza è passata e io sono ormai vecchio" (Ep 213,1). A questo punto Agostino fece il nome del successore designato, il prete Eraclio. L’assemblea scoppiò in un applauso di approvazione ripetendo per ventitré volte: "Sia ringraziato Dio! Sia lodato Cristo!". Con altre acclamazioni i fedeli approvarono, inoltre, quanto Agostino disse poi circa i propositi per il suo futuro: voleva dedicare gli anni che gli restavano a un più intenso studio delle Sacre Scritture (cfr Ep 213, 6).

Di fatto, quelli che seguirono furono quattro anni di straordinaria attività intellettuale: portò a termine opere importanti, ne intraprese altre non meno impegnative, intrattenne pubblici dibattiti con gli eretici – cercava sempre il dialogo – intervenne per promuovere la pace nelle province africane insidiate dalle tribù barbare del sud. In questo senso scrisse al conte Dario, venuto in Africa per comporre il dissidio tra il conte Bonifacio e la corte imperiale, di cui stavano profittando le tribù dei Mauri per le loro scorrerie: "Titolo più grande di gloria – affermava nella lettera - è proprio quello di uccidere la guerra con la parola, anziché uccidere gli uomini con la spada, e procurare o mantenere la pace con la pace e non già con la guerra. Certo, anche quelli che combattono, se sono buoni, cercano senza dubbio la pace, ma a costo di spargere il sangue. Tu, al contrario, sei stato inviato proprio per impedire che si cerchi di spargere il sangue di alcuno" (Ep 229, 2). Purtroppo, la speranza di una pacificazione dei territori africani andò delusa: nel maggio del 429 i Vandali, invitati in Africa per ripicca dallo stesso Bonifacio, passarono lo stretto di Gibilterra e si riversarono nella Mauritania. L’invasione raggiunse rapidamente le altre ricche province africane. Nel maggio o nel giugno del 430 "i distruttori dell’impero romano", come Possidio qualifica quei barbari (Vita, 30,1), erano attorno ad Ippona, che strinsero d’assedio.

In città aveva cercato rifugio anche Bonifacio, il quale, riconciliatosi troppo tardi con la corte, tentava ora invano di sbarrare il passo agli invasori. Il biografo Possidio descrive il dolore di Agostino: "Le lacrime erano, più del consueto, il suo pane notte e giorno e, giunto ormai all’estremo della sua vita, più degli altri trascinava nell’amarezza e nel lutto la sua vecchiaia" (Vita, 28,6). E spiega: "Vedeva infatti, quell’uomo di Dio, gli eccidi e le distruzioni delle città; abbattute le case nelle campagne e gli abitanti uccisi dai nemici o messi in fuga e sbandati; le chiese private dei sacerdoti e dei ministri, le vergini sacre e i religiosi dispersi da ogni parte; tra essi, altri venuti meno sotto le torture, altri uccisi di spada, altri fatti prigionieri, perduta l’integrità dell’anima e del corpo e anche la fede, ridotti in dolorosa e lunga schiavitù dai nemici" (ibid., 28,8).

Anche se vecchio e stanco, Agostino restò tuttavia sulla breccia, confortando se stesso e gli altri con la preghiera e con la meditazione sui misteriosi disegni della Provvidenza. Parlava, al riguardo, della "vecchiaia del mondo" – e davvero era vecchio questo mondo romano –, parlava di questa vecchiaia come già aveva fatto anni prima per consolare i profughi provenienti dall’Italia, quando nel 410 i Goti di Alarico avevano invaso la città di Roma. Nella vecchiaia, diceva, i malanni abbondano: tosse, catarro, cisposità, ansietà, sfinimento. Ma se il mondo invecchia, Cristo è perpetuamente giovane. E allora l’invito: "Non rifiutare di ringiovanire unito a Cristo, anche nel mondo vecchio. Egli ti dice: Non temere, la tua gioventù si rinnoverà come quella dell’aquila" (cfr Serm. 81,8). Il cristiano quindi non deve abbattersi anche in situazioni difficili, ma adoperarsi per aiutare chi è nel bisogno. È quanto il grande Dottore suggerisce rispondendo al Vescovo di Tiabe, Onorato, che gli aveva chiesto se, sotto l’incalzare delle invasioni barbariche, un Vescovo o un prete o un qualsiasi uomo di Chiesa potesse fuggire per salvare la vita: "Quando il pericolo è comune per tutti, cioè per vescovi, chierici e laici, quelli che hanno bisogno degli altri non siano abbandonati da quelli di cui hanno bisogno. In questo caso si trasferiscano pure tutti in luoghi sicuri; ma se alcuni hanno bisogno di rimanere, non siano abbandonati da quelli che hanno il dovere di assisterli col sacro ministero, di modo che o si salvino insieme o insieme sopportino le calamità che il Padre di famiglia vorrà che soffrano" (Ep 228, 2). E concludeva: "Questa è la prova suprema della carità" (ibid., 3). Come non riconoscere, in queste parole, l’eroico messaggio che tanti sacerdoti, nel corso dei secoli, hanno accolto e fatto proprio?

Intanto la città di Ippona resisteva. La casa-monastero di Agostino aveva aperto le sue porte ad accogliere i colleghi nell’episcopato che chiedevano ospitalità. Tra questi vi era anche Possidio, già suo discepolo, il quale poté così lasciarci la testimonianza diretta di quegli ultimi, drammatici giorni. "Nel terzo mese di quell’assedio – egli racconta – si pose a letto con la febbre: era l’ultima sua malattia" (Vita, 29,3). Il santo Vegliardo profittò di quel tempo finalmente libero per dedicarsi con più intensità alla preghiera. Era solito affermare che nessuno, Vescovo, religioso o laico, per quanto irreprensibile possa sembrare la sua condotta, può affrontare la morte senza un’adeguata penitenza. Per questo egli continuamente ripeteva tra le lacrime i salmi penitenziali, che tante volte aveva recitato col popolo (cfr ibid., 31,2).

Più il male si aggravava, più il Vescovo morente sentiva il bisogno di solitudine e di preghiera: "Per non essere disturbato da nessuno nel suo raccoglimento, circa dieci giorni prima d’uscire dal corpo pregò noi presenti di non lasciar entrare nessuno nella sua camera fuori delle ore in cui i medici venivano a visitarlo o quando gli si portavano i pasti. Il suo volere fu adempiuto esattamente e in tutto quel tempo egli attendeva all’orazione" (ibid.,31,3). Cessò di vivere il 28 agosto del 430: il suo grande cuore finalmente si era placato in Dio.

"Per la deposizione del suo corpo – informa Possidio – fu offerto a Dio il sacrificio, al quale noi assistemmo, e poi fu sepolto" (Vita, 31,5). Il suo corpo, in data incerta, fu trasferito in Sardegna e da qui, verso il 725, a Pavia, nella Basilica di San Pietro in Ciel d’oro, dove anche oggi riposa. Il suo primo biografo ha su di lui questo giudizio conclusivo: "Lasciò alla Chiesa un clero molto numeroso, come pure monasteri d’uomini e di donne pieni di persone votate alla continenza sotto l’obbedienza dei loro superiori, insieme con le biblioteche contenenti libri e discorsi suoi e di altri santi, da cui si conosce quale sia stato per grazia di Dio il suo merito e la sua grandezza nella Chiesa, e nei quali i fedeli sempre lo ritrovano vivo" (Possidio, Vita, 31, 8). È un giudizio a cui possiamo associarci: nei suoi scritti anche noi lo "ritroviamo vivo". Quando leggo gli scritti di sant’Agostino non ho l’impressione che sia un uomo morto più o meno milleseicento anni fa, ma lo sento come un uomo di oggi: un amico, un contemporaneo che parla a me, parla a noi con la sua fede fresca e attuale. In sant’Agostino che parla a noi, parla a me nei suoi scritti, vediamo l’attualità permanente della sua fede; della fede che viene da Cristo, Verbo Eterno Incarnato, Figlio di Dio e Figlio dell’uomo. E possiamo vedere che questa fede non è di ieri, anche se predicata ieri; è sempre di oggi, perché realmente Cristo è ieri oggi e per sempre. Egli è la Via, la Verità e la Vita. Così sant’Agostino ci incoraggia ad affidarci a questo Cristo sempre vivo e a trovare così la strada della vita.

lunedì 27 agosto 2018

Santa Monica e Sant'Agostino


SANTA MONICA MADRE DI SANT'AGOSTINO - 27 AGOSTO


SANTA MONICA MADRE DI SANT'AGOSTINO - 27 AGOSTO

Tagaste, attuale Song-Ahras, Algeria, 331 - Ostia, Roma, 27 agosto 387

Nacque a Tagaste, antica città della Numidia, nel 331. Da giovane studiò e meditò la Sacra Scrittura. Madre di Agostino d'Ippona, fu determinante nei confronti del figlio per la sua conversione al cristianesimo. A 39 anni rimase vedova e si dovette occupare di tutta la famiglia. Nella notte di Pasqua del 387 poté vedere Agostino, nel frattempo trasferitosi a Milano, battezzato insieme a tutti i familiari, ormai cristiano convinto profondamente. Poi Agostino decise di trasferirsi in Africa e dedicarsi alla vita monastica. Nelle «Confessioni» Agostino narra dei colloqui spirituali con sua madre, che si svolgevano nella quiete della casa di Ostia, tappa intermedia verso la destinazione africana, ricevendone conforto ed edificazione; ormai più che madre ella era la sorgente del suo cristianesimo. Monica morì, a seguito di febbri molto alte (forse per malaria), a 56 anni, il 27 agosto del 387. Ai figli disse di seppellire il suo corpo dove volevano, senza darsi pena, ma di ricordarsi di lei, dovunque si trovassero, all'altare del Signore. (Avvenire)

Patronato: Donne sposate, Madri, Vedove
Etimologia: Monica = la solitaria, dal greco

Martirologio Romano: Memoria di santa Monica, che, data ancora giovinetta in matrimonio a Patrizio, generò dei figli, tra i quali Agostino, per la cui conversione molte lacrime versò e molte preghiere rivolse a Dio, e, anelando profondamente al cielo, lasciò questa vita a Ostia nel Lazio, mentre era sulla via del ritorno in Africa. 
A Monica si adatta alla perfezione, la definizione che Chiara Lubich fa di Maria nei “Scritti spirituali” (Città Nuova ed.) chiamandola ‘sede della sapienza, madre di casa’; perché Monica fu il tipo di donna che seppe appunto imitare Maria in queste virtù, riuscendo ad instillare la sapienza nel cuore dei figli, donando al mondo quel genio che fu Aurelio Agostino, vescovo e Dottore della Chiesa. 
Nacque a Tagaste, antica città della Numidia, nel 331 in una famiglia di buone condizioni economiche e profondamente cristiana; contrariamente al costume del tempo, le fu permesso di studiare e lei ne approfittò per leggere la Sacra Scrittura e meditarla. 
Nel pieno della giovinezza fu data in sposa a Patrizio, un modesto proprietario di Tagaste, membro del Consiglio Municipale, non ancora cristiano, buono ed affettuoso ma facile all’ira ed autoritario. 
Per il suo carattere, pur amando intensamente Monica, non le risparmiò asprezze e infedeltà; tuttavia Monica riuscì a vincere, con la bontà e la mansuetudine, sia il caratteraccio del marito, sia i pettegolezzi delle ancelle, sia la suscettibilità della suocera. 
A 22 anni le nacque il primogenito Agostino, in seguito nascerà un secondo figlio, Navigio ed una figlia di cui s’ignora il nome, ma si sa che si sposò, poi rimasta vedova divenne la badessa del monastero femminile di Ippona. 
Le notizie che riportiamo sono tratte dal grande libro, sempre attuale e ricercato anche nei nostri tempi, le “Confessioni”, scritto dal figlio Agostino, che divenne così anche il suo autorevole biografo. Da buona madre diede a tutti con efficacia, una profonda educazione cristiana; dice s. Agostino che egli bevve il nome di Gesù con il latte materno; il bambino appena nato fu iscritto fra i catecumeni, anche se secondo l’usanza del tempo non fu battezzato, in attesa di un’età più adulta; crebbe con l’insegnamento materno della religione cristiana, i cui principi saranno impressi nel suo animo, anche quando era in preda all’errore. 
Monica aveva tanto pregato per il marito affinché si ammansisse ed ebbe la consolazione, un anno prima che morisse, di vederlo diventare catecumeno e poi battezzato sul letto di morte nel 369. 
Monica aveva 39 anni e dové prendere in mano la direzione della casa e l’amministrazione dei beni, ma la sua preoccupazione maggiore era il figlio Agostino, che se da piccolo era stato un bravo ragazzo, da giovane correva in modo sfrenato dietro i piaceri del mondo, mettendo in dubbio persino la fede cristiana, così radicata in lui dall’infanzia; anzi egli aveva tentato, ma senza successo, di convincere la madre ad abbandonare il cristianesimo per il manicheismo, riuscendoci poi con il fratello Navigio. 
Il Manicheismo era una religione orientale fondata nel III secolo d.C. da Mani, che fondeva elementi del cristianesimo e della religione di Zoroastro, suo principio fondamentale era il dualismo, cioè l’opposizione continua di due principi egualmente divini, uno buono e uno cattivo, che dominano il mondo e anche l’animo dell’uomo. 
Le vicende della vita di Monica sono strettamente legate a quelle di Agostino, così come le racconta lui stesso; lei rimasta a Tagaste continuò a seguire con trepidazione e con le preghiere il figlio, trasferitosi a Cartagine per gli studi, e che contemporaneamente si dava alla bella vita, convivendo poi con un’ancella cartaginese, dalla quale nel 372, ebbe anche un figlio, Adeodato. 
Dopo aver tentato tutti i mezzi per riportarlo sulla buona strada, Monica per ultimo gli proibì di ritornare nella sua casa. Pur amando profondamente sua madre, Agostino non si sentì di cambiare vita, ed essendo terminati con successo gli studi a Cartagine, decise di spostarsi con tutta la famiglia a Roma, capitale dell’impero, di cui la Numidia era una provincia; anche Monica decise di seguirlo, ma lui con uno stratagemma la lasciò a terra a Cartagine, mentre s’imbarcavano per Roma. 
Quella notte Monica la passò in lagrime sulla tomba di s. Cipriano; pur essendo stata ingannata, ella non si arrese ed eroicamente continuò la sua opera per la conversione del figlio; nel 385 s’imbarcò anche lei e lo raggiunse a Milano, dove nel frattempo Agostino, disgustato dall’agire contraddittorio dei manichei di Roma, si era trasferito per ricoprire la cattedra di retorica. 
Qui Monica ebbe la consolazione di vederlo frequentare la scuola di s. Ambrogio, vescovo di Milano e poi il prepararsi al battesimo con tutta la famiglia, compreso il fratello Navigio e l’amico Alipio; dunque le sue preghiere erano state esaudite; il vescovo di Tagaste le aveva detto: “È impossibile che un figlio di tante lagrime vada perduto”. 
Restò al fianco del figlio consigliandolo nei suoi dubbi e infine, nella notte di Pasqua del 387, poté vederlo battezzato insieme a tutti i familiari; ormai cristiano convinto profondamente, Agostino non poteva rimanere nella situazione coniugale esistente; secondo la legge romana, egli non poteva sposare la sua ancella convivente, perché di ceto inferiore e alla fine con il consiglio di Monica, ormai anziana e desiderosa di una sistemazione del figlio, si decise di rimandare, con il suo consenso, l’ancella in Africa, mentre Agostino avrebbe provveduto per lei e per il figlio Adeodato, rimasto con lui a Milano. 
A questo punto Monica pensava di poter trovare una sposa cristiana adatta al ruolo, ma Agostino, con sua grande e gradita sorpresa, decise di non sposarsi più, ma di ritornare anche lui in Africa per vivere una vita monastica, anzi fondando un monastero. 
Ci fu un periodo di riflessione, fatto in un ritiro a Cassiciaco presso Milano, con i suoi familiari ed amici, discutendo di filosofia e cose spirituali, sempre presente Monica, la quale partecipava con sapienza ai discorsi, al punto che il figlio volle trascrivere nei suoi scritti le parole sapienti della madre, con gran meraviglia di tutti, perché alle donne non era permesso interloquire. 
Presa la decisione, partirono insieme con il resto della famiglia, lasciando Milano e diretti a Roma, poi ad Ostia Tiberina, dove affittarono un alloggio, in attesa di una nave in partenza per l’Africa. 
Nelle sue ‘Confessioni,’ Agostino narra dei colloqui spirituali con sua madre, che si svolgevano nella quiete della casa di Ostia, ricevendone conforto ed edificazione; ormai più che madre ella era la sorgente del suo cristianesimo; Monica però gli disse anche che non provava più attrattiva per questo mondo, l’unica cosa che desiderava era che il figlio divenisse cristiano, ciò era avvenuto, ma non solo, lo vedeva impegnato verso una vita addirittura di consacrato al servizio di Dio, quindi poteva morire contenta. 
Nel giro di cinque-sei giorni, si mise a letto con la febbre, perdendo a volte anche la conoscenza; ai figli costernati, disse di seppellire quel suo corpo dove volevano, senza darsi pena, ma di ricordarsi di lei, dovunque si trovassero, all’altare del Signore. Agostino con le lagrime agli occhi le dava il suo affetto, ripetendo “Tu mi hai generato due volte”. 
La malattia (forse malaria) durò nove giorni e il 27 agosto del 387, Monica morì a 56 anni. Donna di grande intuizione e di straordinarie virtù naturali e soprannaturali, si ammirano in lei una particolare forza d’animo, un’acuta intelligenza, una grande sensibilità, raggiungendo nelle riunioni di Cassiciaco l’apice della filosofia. 
Rispettosa e paziente con tutti, resisté solo al figlio tanto amato, che voleva condurla al manicheismo; era spesso sostenuta da visioni, che con sicuro istinto, sapeva distinguere quelle celesti da quelle di pura fantasia. 
Il suo corpo rimase per secoli, venerato nella chiesa di S. Aurea di Ostia, fino al 9 aprile del 1430, quando le sue reliquie furono traslate a Roma nella chiesa di S. Trifone, oggi di S. Agostino, poste in un artistico sarcofago, scolpito da Isaia da Pisa, sempre nel sec. XV. 
Santa Monica, considerata modello e patrona delle madri cristiane, è molto venerata; il suo nome è fra i più diffusi fra le donne. La sua festa si celebra il 27 agosto, il giorno prima di quella del suo grande figlio il vescovo di Ippona s. Agostino, che per una singolare coincidenza, morì il 28 agosto 430.

Autore: Antonio Borrelli 

Poche altre figure nella storia del cristianesimo riescono a impersonare il carisma femminile come santa Monica, la madre amorosa e tenace che diede alla luce sant'Agostino, vescovo e dottore della Chiesa, e che ebbe un ruolo determinante nella conversione di lui. La liturgia fa memoria di lei il 27 agosto e la sua festività anticipa di un giorno quella dell'illustre figlio. In questa donna vissuta in gran parte nell'ombra troviamo la mitezza e la dolcezza, ma anche una straordinaria forza d'animo. E' una fede che non s'arrende, la sua, cresciuta, viene da pensare, sull'esempio di Maria.
Figlia di famiglia agiata, Monica nacque nel 331 a Tagaste, nell'attuale Algeria, in quel mondo "globalizzato" che era il tardo impero romano. Diversamente dall'usanza comune, che non permetteva alle donne di studiare, ricevette una buona educazione e fin da giovane lesse e meditò la Bibbia. Una donna cristiana, colta e libera, dunque, col cuore orientato ai tesori spirituali. Ciò che sappiamo della sua biografia si ricava dagli scritti di Agostino: in particolare nelle Confessioni il grande vescovo ripercorre la sua tortuosa, travagliata storia personale e spesso ci parla della madre. Sappiamo dunque che Monica sposò Patrizio, uomo di carattere aspro e difficile, che tuttavia lei seppe accogliere con dolcezza e avvicinare anche alla fede: venne infatti battezzato nel 371, poco prima di morire. Così Monica, a 39 anni, si trovò sola alla guida della casa dovendo anche prendere in mano l'amministrazione dei beni. Sappiamo che ai suoi tre figli la donna trasmise l'educazione cristiana fin dalla più tenera età: lo stesso Agostino dice di aver bevuto il nome di Gesù insieme al latte materno e di essere stato iscritto, appena nato, tra i catecumeni.
Crescendo però, arrivò, com'è noto, l'allontanamento: il giovane prese altre strade, sedotto dalle retorica e delle correnti filosofico-religiose più in voga in quegli anni, come il manicheismo, ma soprattutto iniziò una vita spregiudicata e sregolata, tra Cartagine e Roma. Non per questo Monica si arrese, ma continuò ad accompagnare il figlio con l'amore e la preghiera: nel 385 la troviamo a Milano, dove Agostino insegnava retorica. E fu proprio lì che avvenne il grande cambiamento: grazie alla predicazione di sant'Ambrogio, dopo tante traversie, Agostino abbracciò la fede cristiana, avviandosi su quella strada di santità che oggi ben conosciamo e che ha lasciato un segno indelebile nei secoli. Monica era presente al suo battesimo, nel 387.
Da allora i due non si separarono più. Deciso a intraprendere una vita monastica, Agostino decise di ritornare in Africa, fermandosi, come tappa intermedia, ad Ostia. E' in questo luogo, nella quiete serena di una casa, che tra madre e figlio si svolsero colloqui spirituali di straordinaria intensità, che Agostino scelse di trascrivere e che tutt'oggi rappresentano una guida per tanti cercatori di Dio. Monica si spense il 27 agosto del 387: Il suo corpo rimase per secoli nella chiesa di Sant'Aurea di Ostia, poi traslato a Roma nella chiesa di San Trifone, oggi di Sant'Agostino. «Mi hai generato due volte» le disse un giorno il figlio: alla vita e alla fede. La tenacia, la dolcezza e la sensibilità di Monica fanno di lei la patrona delle donne sposate e delle madri.

Autore: Lorenzo Montanaro

venerdì 24 agosto 2018

Ultima cena


XXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO B - “QUESTO LINGUAGGIO È DURO!”


XXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO B - “QUESTO LINGUAGGIO È DURO!” 

Carissimi fratelli e sorelle,

concludiamo oggi la parentesi giovannea che ci ha accompagnato attraverso più di un mese per in cui Gesù Maestro ci ha introdotto nel mistero del suo Corpo e del suo Sangue, cibo d’immortalità misticamente simboleggiato da quei pani moltiplicati dalla sua compassione per la folla affamata, Pane vivo e Bevanda di salvezza che non scendono miracolosamente dall’alto, ma che si rendono presenti in quel po’ di pane e po’ di vino – “frutti della terra e del nostro lavoro” – che investiti dalla potenza d’Amore dello Spirito Santo vengono trasformati, come l’acqua di Cana (cf Gv 2,1ss), nel sacramento dell’Eucaristia.
Nel suo lungo discorso a Cafarnao che abbiamo spezzettato in queste domeniche abbiamo visto come il Signore Gesù si presenta al mondo come il “Pane vivo disceso dal cielo”, “Pane vivo” che ci sazia solamente se superiamo nell’adesione di fede lo scandalo dell’umiliazione di Dio – del Dio tre volte Santo e Potente – presente con tutta la pienezza della sua divinità (cf  Col 2,9) nel “figlio di Giuseppe”. (Gv 6,42) Solo se avremo questa fede potremo cibarci di Lui masticandoLo e bevendoLo nell’Eucaristia per radicarci sempre più in Lui e vivere in Lui e per Lui e non vedere mai più la morte.
Ma “questo linguaggio è duro” è difficile, Gesù sembra pretendere troppo dai suoi… “mangiare la sua carne… bere il suo sangue…” tanto più se teniamo presente la mentalità dell’uomo biblico che mai e poi mai si nutrirebbe di sangue, oggetto di un espresso divieto divino (Lv 17,10-14; 1Sam 14,31-44). È un “linguaggio duro” che Gesù Maestro non addolcisce affatto, anzi sembra proprio che ci provi gusto ad acuire e radicalizzare le sue parole: “Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dove era prima?”.
Carissimi fratelli e sorelle, oggi Gesù Maestro ci dà una grande lezione di evangelizzazione, non sarà proponendo un Vangelo annacquato che porteremo le persone a Lui, ma questo potremo fare solo se avremo il coraggio di fede di proporre il Suo scandaloso Vangelo “alla lettera” come diceva il Poverello d’Assisi. E qual’è ancora oggi ciò di più scandaloso che noi siamo chiamati ad annunciare all’uomo e alla donna nostri contemporanei se non che Lui, il Signore Gesù, l’unico vero Dio con il Padre e lo Spirito Santo è presente con tutta la pienezza della sua Persona divina insieme alla sua natura umana assunta, in quel po’ di pane e in quel po’ di vino su cui la Chiesa pronunzia le parole consacratorie? Senza questa fede precisa, come potremo poi annunziare all’umanità le alte esigenze di vita dei figli di Dio? 
Questa fede non sembra forse essere una sfida al buon senso, alla ragione, alla scienza? Quando veramente noi crediamo nell’Eucarestia tutto il resto scivola via facile facile… Quanti ad esempio mi dicono: “Padre sa, io credo, ma la confessione… non riesco a capire perché dire i miei peccati ad un uomo…”. A questi tali normalmente rispondo così: “Ma tu credi nell’Eucaristia?”, la risposta è scontata! Ti rispondono di sì: sembra più facile credere nell’Eucaristia che nella Confessione! Ma non è così, non è così, normalmente la gente ti dice di credere, ma senza averci mai riflettuto abbastanza, senza mai essere andata in profondità. Quando cominci a spiegare che cos’è l’Eucaristia e loro cominciano a capirla, io continuo normalmente così: “Tu credi dunque nell’Eucaristia, che cioè un pezzo di pane che vedi e tocchi e mastichi come qualunque altro pane sia Gesù Cristo vivo e vero e non credi che lo stesso Gesù possa poi assolverti attraverso un povero uomo come te?” ed entrano in crisi.
A noi, quindi, come ai Giudei di Cafarnao la fede nell’Eucaristia si pone come scelta decisiva, primaria  e fondante il nostro essere cristiani, a noi come a loro Gesù chiede: “Volete andarvene via anche voi?”, così come Giosuè introducendo il popolo santo nel possesso della terra promessa chiede ad esso una scelta precisa, radicale nei confronti di quel Dio che li aveva condotti fino a lì, scelta che inevitabilmente comporta un rifiuto di ogni altro idolo o falsa divinità: “Scegliete oggi chi volete servire!” (Prima Lettura).
Quando crediamo veramente all’Eucaristia non abbiamo difficoltà particolari ad accettare anche gli altri “linguaggi duri” della vita cristiana con le sue esigenze di santità, di eroismo, di coraggio per vivere il Vangelo del Perdono, il Vangelo del Servizio, il Vangelo della Purezza, il Vangelo della Bontà, tutto scivola via facile facile perché c’è Lui, Gesù Eucaristia incontrato settimanalmente (magari quotidianamente!) che sempre più dimora in noi e noi in Lui e piano piano “non viviamo più per noi stessi, ma per Lui che è morto e risorto per noi” (Canone Euc. IV). La fede autentica nell’Eucaristia reca con sé inevitabilmente il rifiuto d’ogni “linguaggio morbido” che vuole conquistare il cuore della persona per farla scivolare nell’adorazione dei falsi idoli di sempre racchiusi in quelle tre parole che intontendo l’uomo e la donna di tutti i tempi – avere, potere, godere -, li conducono ad allontanarsi da Gesù.
I più, di fronte alla “durezza” del linguaggio di Gesù, Lo abbandonarono, la storia si ripete nel tempo e la viviamo nell’oggi e di fronte alla tentazione di un “linguaggio meno duro” che continuamente ci accarezza, siamo tentati anche noi come gli apostoli di andarcene via, ma non possiamo farlo. Perché non possiamo farlo? Per lo stesso motivo che non l’hanno fatto loro, perché è il Padre che ci attira a Lui, che suscita in noi quella fede che, anche se piccola, fragile e traballante ci fa dire con Pietro: “Ma Signore, da chi potremo andare mai noi? Tu solo hai parole di vita eterna! Noi abbiamo conosciuto e creduto che tu sei il Santo di Dio”.
Ecco – carissimi fratelli e sorelle – perché noi rimaniamo con Gesù? Non può esserci che questa risposta: “Perché l’abbiamo conosciuto”, abbiamo conosciuto quell’amore con cui ci ha amato di cui ci ha parlato anche Paolo nella Seconda Lettura, un amore sconosciuto all’umanità perché assolutamente gratuito e fuori dai nostri piccoli schemi umani. Un amore che spinse l’Infinito Dio a farsi piccolo bambino, il Dominatore dei Secoli a sottomettersi a delle povere creature, il Giudice dell’Universo a farsi condannare a morte e tutto questo per noi…,“per me”!
Conquistati e affascinati dunque da quest’amore, nell’esperienza continua di esso, nutriti di esso nell’Eucaristia siamo chiamati a renderlo visibile a chi non lo conosce nella concretezza della nostra vita, amando così come Lui ci ha insegnato scandalizzando e stupendo quel mondo che non sa amare perché ancora “non ha conosciuto e creduto che Lui è il Santo di Dio!”.

Maria SSma nostra Madre ci aiuti a vivere sempre in quest’amore.

Amen.

giovedì 23 agosto 2018

contadini al lavoro nel medioevo


IL TEMPO NELL'UNIVERSO MEDIEVALE


IL TEMPO NELL'UNIVERSO MEDIEVALE

La concezione del tempo varia in rapporto a determinati periodi storico culturali: il modo in cui l'uomo intende il tempo indica la concezione che egli ha del proprio esistere e del suo abitare nel mondo. Nel mondo antico l'idea del tempo è essenzialmente legata ai cicli della natura (tempo agricolo) _ svolgimento circolare del tempo-ripetizione periodica delle situazioni- essenzialmente antropomorfa l'idea del tempo nell'antichità là dove le attività dell'uomo fanno da punto di riferimento. Un esempio: il termine inglese tide (marea) anticamente aveva anche il senso di tempo. Presso le culture barbariche il tempo è un concetto legato all'esperienza della propria vita: nella tradizione mitologica islandese sono le genealogie degli uomini da ricercare i punti di riferimento per collocare gli eventi. Non esiste poi un solo tempo: c'è il tempo quotidiano, ma c'è anche il tempo sacro che viene concepito e vissuto come una interruzione del coso del tempo quotidiano.

Quindi:
" Tempo circolare
" Tempo scandito dai ritmi della natura
" Tempo legato alle attività umane
" Assenza di precisione nella misurazione del tempo e della collocazione degli eventi.

Con l'affermazione del Cristianesimo cambia la nozione di tempo anche se elementi dell'antica concezione permangono. L'anno è adesso segnato da feste religiose mentre la stessa giornata ha come punto di riferimento le campane della chiesa. Da tempo circolare passiamo ad una concezione lineare, con la centralità di Cristo che segna la svolta decisiva tra due età- Inoltre si sente con forza la frattura tra dimensione del tempo e dimensione dell'eternità, frattura che spiega la drammaticità della condizione esistenziale del cristiano medievale

Quindi:
" Tempo lineare (però con permanenza di elementi di ciclicità)
" Tempo scandito da eventi di carattere religioso (centralità del Cristo)
" Tempo drammatico segnato da una frattura profonda tra piano dell'umano e piano del divino

Il pensiero di S.Agostino è a monte della concezione medievale del tempo. Il tempo ha uno scopo e si risolve nella realizzazione del disegno divino. La distinzione tra tempo ed eternità corre parallela alla distinzione tra città dell'uomo e città di Dio. Il tempo appartiene al creato e Dio si colloca al di fuori del tempo. Tempo come extensio animae: il tempo è la dimensione dell'esistere dell'uomo.

 Nel Medioevo il valore del tempo assume una forte connotazione simbolica:

AETERNITAS                     AEVUM                     TEMPUS


                        è atemporale-                  ha inizio e non fine        ha inizio e fine
                     è attributo di Dio     

Lo svolgimento del tempo secondo la mentalità medievale vede al suo interno caratteri per certi aspetti contrastanti: se da un lato il tempo è tempo del riscatto, della speranza che per l'uomo diventa reale possibilità di salvezza, dopo il sacrificio di Cristo, dall'altro il cambiamento è vissuto come decadenza: per questo è bene non tanto essere originali quanto rifarsi all'auctoritas del passato  ( manca nel rapporto con gli antichi una sensibilità filologica: la storiografia medievale è anacronistica, per cui il passato viene visto con gli occhi del presente.
Particolari dimensioni della concezione medievale del tempo

Tempo giuridico Tempo della città Ruota della fortuna Il tempo dissolutore
Gli atti non hanno valore al di là della vita terrena dell'uomo.Le concessioni di beni devono essere sempre rinnovate Nuovo modo di penare il tempo.Comparsa dell'orologio cittadino. Misurazione del tempo meccanico che esclude la presenza dell'uomo.Si delinea un'unica mentalità temporale. Simbolo della instabilità della società feudale. La vita dell'uomo è percepita come fragile ed esposta  a repentini mutamenti. Accettazione della morte purché sia preparata. Si delinea una sorta di ars moriendi (cfr. raffigurazioni della morte del ricco in Bosh)

Nel mondo primitivo-antico la percezione del tempo e dello spazio è fortemente legata fattori emozionali: in particolare il luogo sacro è visto come quel fattore capace di segnare un passaggio da una regione all'al'altra, una sorta di apertura che rompe l'omogeneità dello spazio quotidiano.
L'uomo del medioevo percepisce lo spazio in base ad alcune condizioni:
" Distribuzione degli insediamenti umani
" Stato delle comunicazioni
" Idee religiose concernenti la collocazione dell'uomo nel creato
" Relazione spazio-corpo dell'uomo ( l corpo umano è il metro del mondo, è fisicamente la misura delle cose)

Lo spazio circoscritto sotto il controllo dell'uomo viene spesso contrapposto allo spazio aperto, quello che incute timore, che è abitato da creature mostruose (Utgard lo chiamano i popoli scandinavi intendendo indicare le terre che sono al di là dell'azione dell'uomo). Lo spazio circoscritto comprende alcune dimensioni quali :
1. la terra coltivata
2. la casa
3. il castello
4. luoghi simbolici come la torre , il verziere, il letto

Accanto agli spazi circoscritti che costituiscono elementi importanti per la definizione dell'organizzazione delle relazioni  sociali, da non scordare  alcuni luoghi particolari quali il deserto e la foresta che possiamo chiamare i luoghi della solitudine e dell'avventura. In un certo senso sono collocabili in una dimensione a metà strada tra lo spazio circoscritto  e lo spazio delle forze misteriose ed ostili. A metà strada perché sono luoghi "scelti" come occasione di prova personale da superare. Nel deserto si ritira l'uomo santo per vivere in solitudine; nel deserto egli può incontrare il demonio e superare le tentazioni che questi propone. La foresta  è luogo d'avventura per eccellenza: il cavaliere medievale nella foresta incontra prove  superando le quali  attraversa una sorta di percorso di iniziazione. Infatti nella foresta l'uomo incontra  la perdita possibile della sua identità , la sua riduzione ad uomo primitivo.

mercoledì 22 agosto 2018

cartino absidale della Chiesa di San Rubo, periodo tardo medioevale


SALMO 144: NELLA GIOIA DEL SIGNORE


SALMO 144: NELLA GIOIA DEL SIGNORE

Salmo 144
O Dio, mio re, voglio esaltarti e benedire il tuo nome in eterno e per sempre.
Ti voglio benedire ogni giorno, lodare il tuo nome 
in eterno e per sempre.
Grande è il Signore e degno di ogni lode, la sua grandezza non si può misurare.
Una generazione narra all’altra le tue opere, annunzia le tue meraviglie.
Proclamano lo splendore della tua gloria e raccontano i tuoi prodigi.
Dicono la stupenda tua potenza e parlano della tua grandezza.
Diffondono il ricordo della tua bontà immensa, acclamano la tua giustizia.
Paziente e misericordioso è il Signore, lento all’ira e ricco di grazia.
Buono è il Signore verso tutti, la sua tenerezza si espande su tutte le creature.
Ti lodino, Signore, tutte le tue opere e ti benedicano i tuoi fedeli.
Dicano la gloria del tuo regno e parlino della tua potenza, per manifestare agli uomini i tuoi prodigi e la splendida gloria del tuo regno.
Il tuo regno è regno di tutti 
i secoli, il tuo dominio si estende ad ogni generazione.

Il Salmo 144 è una gioiosa lode al Signore che è esaltato come un sovrano amoroso e tenero, preoccupato per tutte le sue creature. La Liturgia ci propone questo inno in due momenti distinti, che corrispondono anche ai due movimenti poetici e spirituali del Salmo stesso. Ora noi ci soffermeremo sulla prima parte, che corrisponde ai vv. 1-13.
Il Salmo è innalzato al Signore invocato e descritto come «re» (cf Sal 144,1), una raffigurazione divina che domina altri inni salmici (cf Sal 46;92;95-98). Anzi, il centro spirituale del nostro canto è costituito proprio da una celebrazione intensa e appassionata della regalità divina. In essa si ripete per quattro volte – quasi ad indicare i quattro punti cardinali dell’essere e della storia – la parola ebraica malkut, «regno» (cf Sal 144,11-13).
Sappiamo che questa simbologia regale, che sarà centrale anche nella predicazione di Cristo, è l’espressione del progetto salvifico di Dio: egli non è indifferente riguardo alla storia umana, anzi ha nei suoi confronti il desiderio di attuare con noi e per noi un disegno di armonia e di pace. A compiere questo piano è convocata anche l’intera umanità, perché aderisca alla volontà salvifica divina, una volontà che si estende a tutti gli «uomini», a «ogni generazione» e a «tutti i secoli». Un’azione universale, che strappa il male dal mondo e vi insedia la «gloria» del Signore, ossia la sua presenza personale efficace e trascendente.
Celebrare la salvezza
Verso questo cuore del Salmo, posto proprio al centro della composizione, si indirizza la lode orante del Salmista, che si fa voce di tutti i fedeli e vorrebbe essere oggi la voce di tutti noi. La preghiera biblica più alta è, infatti, la celebrazione delle opere di salvezza che rivelano l’amore del Signore nei confronti delle sue creature. Si continua in questo Salmo a esaltare «il nome» divino, cioè la sua persona (cf vv. 1-2), che si manifesta nel suo agire storico: si parla appunto di «opere», «meraviglie», «prodigi», «potenza», «grandezza», «giustizia», «pazienza», «misericordia», «grazia», «bontà» e «tenerezza».
È una sorta di preghiera litanica che proclama l’ingresso di Dio nelle vicende umane per portare tutta la realtà creata a una pienezza salvifica. Noi non siamo in balía di forze oscure, né siamo solitari con la nostra libertà, bensì siamo affidati all’azione del Signore potente e amoroso, che ha nei nostri confronti un disegno, un «regno» da instaurare (cf v. 11).
Il regno della tenerezza
Questo «regno» non è fatto di potenza e di dominio, di trionfo e di oppressione, come purtroppo spesso accade per i regni terreni, ma è la sede di una manifestazione di pietà, di tenerezza, di bontà, di grazia, di giustizia, come si ribadisce a più riprese nel flusso dei versetti che contengono la lode.
La sintesi di questo ritratto divino è nel versetto 8: il Signore è «lento all’ira e ricco di grazia». Sono parole che rievocano l’auto-presentazione che Dio stesso aveva fatto di sé al Sinai, dove aveva detto: «Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di grazia e di fedeltà» (Es 34,6). Abbiamo qui una preparazione della professione di fede di San Giovanni, l’Apostolo, nei confronti di Dio, dicendoci semplicemente che Egli è amore: «Deus Caritas est» (cf 1 Gv 4,8.16).
L’opera della misericordia
Oltre che su queste belle parole, che ci mostrano un Dio «lento all’ira, ricco di misericordia», sempre disponibile a perdonare e ad aiutare, la nostra attenzione si fissa anche sul successivo bellissimo versetto 9: «Buono è il Signore verso tutti, la sua tenerezza si espande su tutte le creature». Una parola da meditare, una parola di consolazione, una certezza che Egli porta nella nostra vita.
A tale riguardo, San Pietro Crisologo (380 ca. - 450 ca.) così si esprime nel Secondo discorso sul digiuno:
«Grandi sono le opere del Signore»: ma questa grandezza che vediamo nella grandezza della Creazione, questo potere è superato dalla grandezza della misericordia. Infatti, avendo detto il profeta: «Grandi sono le opere di Dio», in un altro passo aggiunse: «La sua misericordia è superiore a tutte le sue opere».
La misericordia, fratelli, riempie il cielo, riempie la terra... Ecco perché la grande, generosa, unica, misericordia di Cristo, che riservò ogni giudizio per un solo giorno, assegnò tutto il tempo dell’uomo alla tregua della penitenza...
Ecco perché si precipita tutto verso la misericordia il profeta che non aveva fiducia nella propria giustizia: “Abbi pietà di me, o Dio – dice –, per la tua grande misericordia” (Sal 50,3)» (42,4-5: Sermoni 1-62bis, Scrittori dell’Area Santambrosiana, 1, Milano-Roma 1996, pp. 299. 301).
E così diciamo anche noi al Signore: «Abbi pietà di me, o Dio, tu che sei grande nella misericordia».

Benedetto XVI
L’Osservatore Romano, 01-02-2006