venerdì 28 settembre 2018

Occhi nuovi per un bene più grande


VENTISEIESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


VENTISEIESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Nm 11, 25-29; Sal 18; Gc 5, 1-6; Mc 9, 38-48

Il racconto di Marco continua a sottolineare, anche questa domenica, l’incapacità dei Dodici di comprendere la via paradossale di Gesù: una via di libertà totale a cui si accede attraverso il farsi schiavo. L’ “insospettabile” Giovanni si fa portavoce di una gelosia di potere, qui non più personale ma “di gruppo”: non era dei nostri, dice Giovanni di questo esorcista “abusivo” perché fuori dalla cerchia “canonica” di Gesù! Gesù è fermo: Non glielo impedite! Gesù non è un esclusivista, non è “integrista”: Non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito dopo possa parlare male di me. Gesù dichiara invalida la posizione dei discepoli; il problema è sapere che se ne fa del nome di Gesù! Gesù invita qui a guardare dentro e non fuori per stigmatizzare gli esterni … il problema è che quelli di dentro un giorno rinnegheranno e tradiranno … specie se si sentono “al sicuro”; il problema è per quelli di dentro che se ne vanno, non per quelli di fuori che, addirittura, possono usare il nome di Gesù per compiere opere di liberazione.
L’antico detto patristico, attribuito a S. Cipriano di Cartagine, “extra ecclesiam nulla salus” (“fuori dalla chiesa nessuna salvezza”), spesso impugnato in modo integrista da certi cristiani, è in realtà un detto che non vuole colpire e mandare all’inferno quelli di fuori, ma è un monito a quelli “di dentro” che “sanno” e che abbandonano la Chiesa palesemente o, più tremendamente, nel profondo di loro stessi con scelte mortifere pur rimanendo apparentemente “dentro”! Non a caso Marco fa seguire a questo episodio una serie di detti di Gesù sul tema dello “scandalo”!
Lo scandalo è opera di quelli di dentro che fanno danno dentro facendo inciampare i “piccoli”. I discepoli non stessero a guardare fuori impedendo questo o quello agli esterni, pensassero a custodire l’Evangelo che è stato loro consegnato … pensassero a togliere ciò che è inciampo nelle loro stesse vite: la mano, l’ occhio, il piede da tagliare sono le azioni (mano), i desideri (occhi), le direzioni e le scelte (piede) che impediscono l’accesso al Regno, che portano lontano da Cristo e dalla sua scelta di fondo che è quella di essere offerta d’amore capace di prendere su di sé la violenza del mondo per spegnerla. La scelta d’amore di Gesù non si fece accusa o esclusione (pensiamo alle sue parole dalla croce, parole di perdono per i crocifissori e di accoglienza del brigante crocefisso!) ma divenne tensione all’unità dei dispersi
Il racconto di Marco continua a sottolineare, anche questa domenica, l’incapacità dei Dodici di comprendere la via paradossale di Gesù: una via di libertà totale cui si accede attraverso il farsi schiavo … Marco ha fatto passare dinanzi ai nostri occhi prima Pietro che si fa inciampo a Gesù nel suo andare a Gerusalemme, poi i Dodici tutti che disputano miseramente su presunti ed agognati primati, oggi l’“insospettabile” Giovanni che si fa paladino di un integrismo che Gesù non tollera in alcun modo.
Gesù è fermo: Non glielo impedite! Forse i discepoli credevano di ottenere un elogio da Gesù per il loro “zelo”, ma Gesù mostra loro che hanno uno “zelo cattivo” perché geloso ed esclusivista.
Il problema, dice Gesù, non è far parte di una cerchia, il problema è il “nome di Gesù”: l’esorcista sconosciuto agisce “nel nome di Gesù” e riesce a compiere l’esorcismo; si badi che all’inizio di questo stesso capitolo (9, 18b) si dice che i discepoli, richiesti di un esorcismo dal padre del fanciullo epilettico, “non ne hanno avuto la forza”… come mai? Forse perché pretendevano di agire nel loro stesso nome e non nel nome di Gesù; qui, invece, c’è un tale che, nel nome di Gesù, ci riesce!
Gesù non è un esclusivista, non è “integrista”: Non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito dopo possa parlare male di me. Gesù agisce come già aveva agito Mosè
con il giovane Giosuè, come abbiamo ascoltato nella Prima Lettura di questa domenica; anche lì c’è qualcuno che “profetizza” senza essere parte del gruppo dei settanta designati da Mosè e Giosuè, anch’egli preso da uno “zelo cattivo”, vorrebbe impedirlo ma Mosè dice con forza che quella non è una via di Dio, anzi proclama parole di tutt’altro tono: Fosserro tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore dare loro il suo spirito!
Gesù invita i suoi ad avere il suo stesso sguardo libero e capace di accogliere il “buono” da qualunque parte venga e per farli convinti di questa sua linea associa i Dodici a Lui stesso: Chi non è contro di noi è per noi!
Quello di Gesù non è uno stolto “buonismo”: ci sono quelli che sono contro, esistono e sono gli avversari di Gesù, quelli che lo inchioderanno alla croce; con questi Gesù non è stato “buonista”, li ha chiamati “ipocriti e sepolcri imbiancati”! Gesù però non crea dei nemici, non ha l’ossessione di riconoscere nemici dovunque … qui, infatti, si tratta di un’altra situazione: si tratta del rischio di fare della Chiesa (chiaramente questo è il problema di Marco e della Chiesa nascente!) una setta o una èlite; ci sono alcuni di fuori che, nella loro condizione, sono per il Regno!
Per mettere in guardia da settarismi e chiusure Marco introduce qui, come dicevamo, il tema dello “scandalo”. Guai a chi fa inciampare i “piccoli”! In greco “skandalon” indica una pietra che fa inciampare i passi di un viandante.
Chi sono questi “piccoli”? Per comprendere questo termine credo che bisogna riferirsi alla terminologia paolina (in 1Cor 8-10 e Rm 14) in cui si dice che nella Chiesa ci sono i “deboli” e i “forti”; i “deboli” (i “piccoli” dice qui Gesù) sono quei credenti non illuminati, poco istruiti, privi di scienza, la cui fede è ancora debole e soggetta agli scandali … la loro coscienza non può essere ferita dai “forti”! Addirittura Gesù qui dice che è meglio suicidarsi che essere fonte di scandalo per questi “piccoli”, lo dice con un’immagine brutale, quella della macina di asino da mettere al collo, una grossa pietra tonda che un asino girava su un perno per macinare olive o grano; il rischio, poi, per Gesù è anche scandalizzare se stessi, inciampando e andando a finire nella Geenna, luogo delle immondizie e del non-senso!
Il discorso è duro per quelli di dentro … Lo scandalo sarà nei secoli la cattiva vita dei discepoli di Gesù … la vita non evangelica di chi è custode dell’Evangelo è inciampo verso il Regno per tanti e specie per i fragili, per i semplici, per i poveri … e, ricordiamolo, questi sono i prediletti del Regno!
L’Evangelo oggi, ancora una volta, ci mette dinanzi alla responsabilità che ci è affidata; aver ricevuto l’Evangelo non è privilegio che ci mette al riparo ma è responsabilità per un dono ricevuto e da donare ancora.
Vite non compromesse per l’Evangelo non annunziano l’Evangelo, ma lo occultano! È questa la verità! Non bisogna trovare scappatoie a questa verità!

P. Fabrizio Cristarella Orestano

giovedì 27 settembre 2018

Gli arcangeli


ANGELI E ARCANGELI: MICHELE, RAFFAELE E GABRIELE ED I LORO COMPAGNI DEI CORI ANGELICI NELLA FEDE CATTOLICA


ANGELI E ARCANGELI: MICHELE, RAFFAELE E GABRIELE ED I LORO COMPAGNI DEI CORI ANGELICI NELLA FEDE CATTOLICA

Le affermazioni sugli angeli, nella fede cattolica, sono precise ed insieme discrete. Se ne riconosce come verità di fede l’esistenza ed il ministero di servitori di Cristo e della sua opera di salvezza e, perciò, la loro presenza a vantaggio dell’uomo e della Chiesa. E’ la testimonianza biblica il continuo punto di riferimento per queste affermazioni teologiche.
Il primo testo che mettiamo a disposizione on-line sul nostro sito è tratto dal catechismo della Chiesa cattolica e presenta la fede della Chiesa.
Il secondo ed il terzo testo sono di Roberto Beretta e sono apparsi su Avvenire del 28.9.2001. Ci introducono, in maniera giornalistica, alla conoscenza delle speculazioni che nella storia sono state fatte sugli angeli, da quelle di alto spessore teologico dello pseudo-Dionigi l’Aeropagita, a quelle di ben diverso valore dei vangeli apocrifi e dei loro epigoni New Age.
Beretta ci mostra come la fede ci riporti continuamente alla sobrietà del dettato biblico e teologico. Ripresentiamo questi due articoli nel contesto del Progetto Portaparola del quotidiano cattolico.
Indice
Gli angeli nel Catechismo della Chiesa cattolica (nn.328-336)
I nove cori angelici nello pseudo-Dionigi l’Aeropagita di Roberto Beretta
Uriele, l’arcangelo scomparso di Roberto Beretta
Gli angeli nel Catechismo della Chiesa cattolica (nn.328-336)
L'esistenza degli angeli - una verità di fede
328 L'esistenza degli esseri spirituali, incorporei, che la Sacra Scrittura chiama abitualmente angeli, è una verità di fede. La testimonianza della Scrittura è tanto chiara quanto l'unanimità della Tradizione.
Chi sono?
329 Sant'Agostino dice a loro riguardo: “Angelus officii nomen est, non naturae. Quaeris nomen huius naturae, spiritus est; quaeris officium, angelus est: ex eo quod est, spiritus est, ex eo quod agit, angelus - La parola angelo designa l'ufficio, non la natura. Se si chiede il nome di questa natura si risponde che è spirito; se si chiede l'ufficio, si risponde che è angelo: è spirito per quello che è, mentre per quello che compie è angelo” [Sant'Agostino, Enarratio in Psalmos, 103, 1, 15]. In tutto il loro essere, gli angeli sono servitori e messaggeri di Dio. Per il fatto che “vedono sempre la faccia del Padre. . . che è nei cieli” (Mt 18,10), essi sono “potenti esecutori dei suoi comandi, pronti alla voce della sua parola” (Sal 103,20).
330 In quanto creature puramente spirituali, essi hanno intelligenza e volontà: sono creature personali [Cf Pio XII, Lett. enc. Humani generis: Denz. -Schönm., 3891] e immortali [Cf Lc 20,36]. Superano in perfezione tutte le creature visibili. Lo testimonia il fulgore della loro gloria [Cf Dn 10,9-12].
Cristo “con tutti i suoi angeli”
331 Cristo è il centro del mondo angelico. Essi sono “i suoi angeli”: “Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli. . . ” (Mt 25,31). Sono suoi perché creati per mezzo di lui e in vista di lui: “Poiché per mezzo di lui sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili: Troni, Dominazioni, Principati e Potestà. Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui” (Col 1,16). Sono suoi ancor più perché li ha fatti messaggeri del suo disegno di salvezza: “Non sono essi tutti spiriti incaricati di un ministero, inviati per servire coloro che devono ereditare la salvezza?” (Eb 1,14).
332 Essi, fin dalla creazione [Cf Gb 38,7] e lungo tutta la storia della salvezza, annunciano da lontano o da vicino questa salvezza e servono la realizzazione del disegno salvifico di Dio: chiudono il paradiso terrestre, [Cf Gen 3,24] proteggono Lot. [Cf Gen 19] salvano Agar e il suo bambino, [Cf Gen 21,17] trattengono la mano di Abramo; [Cf Gen 22,11] la Legge viene comunicata “per mano degli angeli” (At 7,53), essi guidano il Popolo di Dio, [Cf Es 23,20-23] annunziano nascite [Cf Gdc 13] e vocazioni, [Cf Gdc 6,11-24; Is 6,6] assistono i profeti, [Cf 1Re 19,5] per citare soltanto alcuni esempi. Infine, è l'angelo Gabriele che annunzia la nascita del Precursore e quella dello stesso Gesù [Cf Lc 1,11; Lc 1,26].
333 Dall'Incarnazione all'Ascensione, la vita del Verbo incarnato è circondata dall'adorazione e dal servizio degli angeli. Quando Dio “introduce il Primogenito nel mondo, dice: lo adorino tutti gli angeli di Dio” (Eb 1,6). Il loro canto di lode alla nascita di Cristo non ha cessato di risuonare nella lode della Chiesa: “Gloria a Dio. . . ” (Lc 2,14). Essi proteggono l'infanzia di Gesù, [Cf Mt 1,20; Mt 2,13; Mt 1,19] servono Gesù nel deserto, [Cf Mc 1,12; Mt 4,11] lo confortano durante l'agonia, [Cf Lc 22,43] quando egli avrebbe potuto da loro essere salvato dalla mano dei nemici [Cf Mt 26,53] come un tempo Israele [Cf 2Mac 10,29-30; 2Mac 11,8]. Sono ancora gli angeli che “evangelizzano” (Lc 2,10) annunziando la Buona Novella dell'Incarnazione [Cf Lc 2,8-14] e della Risurrezione [Cf Mc 16,5-7] di Cristo. Al ritorno di Cristo, che essi annunziano, [Cf At 1,10-11] saranno là, al servizio del suo giudizio [Cf Mt 13,41; Mt 25,31; Lc 12,8-9].
Gli angeli nella vita della Chiesa
334 Allo stesso modo tutta la vita della Chiesa beneficia dell'aiuto misterioso e potente degli angeli [Cf At 5,18-20; At 8,26-29; At 10,3-8; At 12,6-11; At 27,23-25].
335 Nella Liturgia, la Chiesa si unisce agli angeli per adorare il Dio tre volte santo; [Messale Romano, “Sanctus”] invoca la loro assistenza (così nell'“In Paradisum deducant te angeli. . . ” - In Paradiso ti accompagnino gli angeli - della Liturgia dei defunti, o ancora nell'“Inno dei Cherubini” della Liturgia bizantina), e celebra la memoria di alcuni angeli in particolare (san Michele, san Gabriele, san Raffaele, gli angeli custodi).
336 Dal suo inizio [Cf Mt 18,10] fino all'ora della morte [Cf Lc 16,22] la vita umana è circondata dalla loro protezione [Cf Sal 34,8; Sal 91,10-13] e dalla loro intercessione [Cf Gb 33,23-24; Zc 1,12; Tb 12,12]. “Ogni fedele ha al proprio fianco un angelo come protettore e pastore, per condurlo alla vita” [San Basilio di Cesarea, Adversus Eunomium, 3, 1: PG 29, 656B]. Fin da quaggiù, la vita cristiana partecipa, nella fede, alla beata comunità degli angeli e degli uomini, uniti in Dio.
I nove cori angelici nello pseudo-Dionigi l’Aeropagita
di Roberto Beretta
Il cielo? E’ una macchina a 9 ruote. L'angelologia occidentale si deve soprattutto al De coelesti Hierarchia del cosiddetto pseudo-Dionigi Areopagita, un autore siriaco del V-VI secolo, la cui opera fu a lungo attribuita al filosofo ateniese Dionigi, convertito all'Areopago da san Paolo. Fu lui a sistematizzare la gerarchia a 9 cerchi che era già stata accettata da sant’Ambrogio e poi da Gregorio Magno (ma con un diverso ordine dei cori), fornendo una base a Dante ed a Tommaso d’Aquino nonostante lo scetticismo di sant’Agostino (il quale dichiarava di credere negli angeli, ma d'ignorare come fossero organizzati).
Secondo la dottrina areopagitica - che è pure una puntuale ipotesi teologica - gli angeli sono divisi in tre ordini e 9 cori (anche nell'islam ci sono tre categorie di angeli: quelli del trono, i celesti e i terrestri. Per Marsilio Ficino, invece, i tre ordini corrispondevano alle Persone della Trinità). Il piano superiore è composto da Serafini, Cherubini e Troni.
I Serafini (i «brucianti») sono gli angeli «rossi», caldi; gli spiriti dell’amore. Illuminano, purificano col fuoco e sono in continuo movimento, anche perché - secondo il profeta Isaia - sono dotati di 6 ali: con una coppia si coprono la faccia, con l’altra i piedi e con la terza volano. A loro si deve il triplice canto del «santo». Un serafino procurò le stimmate a san Francesco e l’estasi a Teresa d’Avila.
I Cherubini, il cui nome forse significa «effusione di scienza» o forse deriva dall’accadico «pregare, benedire», sono gli angeli «azzurri», freddi, anche se hanno servito da guardiani dell’Eden armati di spada fiammeggiante. Sono gli angeli dell’intelletto e della luce purissima. Hanno 4 (in altre versioni meno antiche anche 6) ali coperte di occhi e sembianze semi-umane; qualche studioso li ha assimilati a sfingi alate. Erano i custodi dell’Arca dell'alleanza. Con la loro sapienza conoscono passato e futuro e penetrano il mistero della Trinità.
I Troni siedono intorno all’Altissimo. La loro caratteristica, secondo Bernardo di Chiaravalle, è la quiete assoluta; rappresentano la stabilità divina e il distacco dalle attrazioni terresti. Origene li chiama «sedie di Dio», altre tradizioni li raffigurano come ruote del carro divino. Il loro colore è il giallo-arancione; proteggono le diocesi e le abbazie.
L'ordine intermedio si costituisce di Signorie o Dominazioni, Virtù o Potenze, Potestà. Le Dominazioni sono preposte al governo dei governanti, li, consigliano, li illuminano. Possono essere invocate dai sudditi per ottenere reggenti saggi. Appaiono cinti di corona e impugnano uno scettro e la sfera; proteggono mistici, missionari e direttori spirituali. Sono citati due volte da san Paolo.
Le Virtù sono capaci di compiere prodigi nelle manifestazioni naturali e grazie per gli uomini, dei quali sanno irrobustire la fede e allontanare le cattive ispirazioni. Alcune di loro sarebbero assegnate come consiglieri ai “vip”: dal Papa ai re o ai presidenti. Certe tradizioni li considerano angeli “zodiacali”, in quanto preposti al moto dei corpi celesti. Il loro segno iconografico è il giglio.
Le Potestà possono ostacolare i diavoli e frenare gli spiriti maligni, nonché gli uomini cattivi. Furono incaricati di cacciare gli angeli ribelli dal cielo e di incenerire Sodoma e Gomorra. Grazie alla loro mediazione si può ottenere equilibrio psichico. La loro veste è verde; proteggono sacerdoti e confessori.
L’ordine più basso (Principati, Arcangeli, Angeli) è preposto al governo delle azioni umane “affinché – dice Dionigi – si produca in maniera ordinata l’elevazione spirituale verso Dio”. I Principati presiedono tra l’altro alle grandi religioni. Sono vestiti come militari. Degli Arcangeli si dice in questa pagina. Gli Angeli infine sono i classici custodi, affidati ad ogni uomo: proteggono, consigliano e istruiscono. Sono citati nella Lettera agli Ebrei e si festeggiano il 2 ottobre; il loro colore è bianco.
Uriele, l’arcangelo scomparso
di Roberto Beretta
"I nomi dei sette nani li sanno tutti. Ma i sette arcangeli, quelli, chi li conosce? I più preparati arrivano a Michele, Gabriele e Raffaele; gli altri 4 non si trovano nemmeno nella Treccani". Eppure gli arcangeli erano proprio 7: come i ministri assistenti al trono in Oriente, come i pianeti conosciuti nell’antichità ed a cui essi sarebbero preposti. Lo testimoniano pure un paio di passaggi biblici: “Sono uno dei 7 angeli che stanno innanzi al trono di Dio per servirlo”, si svela l’arcangelo Raffaele a Tobia; e l’Apocalisse segnala “i sette angeli ritti davanti a Dio”.
Perché allora quella schiera celeste oggi non la ricorda più nessuno tra i cattolici (ne parla poco anche Philippe Olivier ne Gli arcangeli, appena tradotto da De Vecchi editore), mentre la loro devozione è invece tuttora viva nella Chiesa copta? E pensare che gli arcangeli avevano persino un nome: oltre ai tre canonici, c’erano Uriele, Sariele (o Saraqaele, o Salathiel), Raguele, Remiele (o Geremiele). Così almeno secondo alcuni apocrifi come i 3 libri di Enoch o il IV Libro di Esdra; ché altre fonti fornivano nome alternativi: Fanuele (l’ “angelo della Faccia” o “della Presenza”), Euchidiele (detto anche Tobiel, già precettore di Sem figlio di Noè), Barachiele (o Malthiel: la colonna di fuoco che condusse il popolo eletto in fuga nel deserto), Jeudiele (il “rimuneratore”, che distribuisce corone o flagelli)...
Ma la pluralità di scelte, oltre che alla fantasia dei commentatori, è dovuta anche al fatto che – secondo alcune scuole teologiche – gli arcangeli ammonterebbero addirittura a 9, in modo da averne uno a capo di ogni coro angelico. All’opposto, nell’angelologia ebraica gli “archistrateghi” superni sarebbero solo 6: come i giorni della creazione (ad essi gli gnostici aggiunsero poi lo stesso Cristo come “settimo arcangelo”). Del resto, nei primi secoli cristiani i nomi degli arcangeli prolificavano all’infinito: ne sono stati contati ben 269 nei vari apocrifi, e ben di più nei testi ebraici.
Servivano per pratiche superstiziose e magiche, poiché si credeva che bastasse pronunciare il nome giusto per piegare lo spirito corrispondente al proprio volere: più o meno come garantisce anche oggi la New Age, che propone un angelo dal nome diverso per ogni giorno dell’anno.
"Fu dunque per evitare abusi che alcuni sinodi e concili - quello di Laodicea nel 360, il romano del 745 e quello tenutosi ad Aquisgrana nel 789 - proibirono esplicitamente sotto pena di scomunica di dar qualsivoglia nome agli arcangeli, aldi fuori dei biblici Michele, Gabriele e Raffaele. I sette arcangeli dunque scomparvero anche fisicamente e le loro icone - non infrequenti nelle chiese occidentali - vennero tosto imbiancate.
L'ultima loro apparizione risale al 1516, allorché nella chiesa palermitana di Sant’Angelo riaffiorò sotto la calce un antico affresco con la schiera completa degli "angeli-capo", rilanciandone la devozione popolare. In particolare un giovane sacerdote siciliano, il maestro di cappella don Antonio del Duca, ne diffuse con successo il culto, esportandolo prima a Roma e di lì in Germania e Russia.
Lo stesso del Duca, con Girolamo Maccabei, compose una messa per i 7 arcangeli; una chiesa fu loro dedicata a Palermo, un’altra venne in parte realizzata nella capitale su progetto di Michelangelo. Pare inoltre che una loro raffigurazione danzante sia inserita nella facciata del santuario di Santiago di Compostela e un dipinto seicentesco del manipolo celeste al gran completo è tuttora conservato nell’ex convento di Santa Chiara a Solofra (AV). Ivi appare con tanto di spada fiammeggiante Uriele, il quarto arcangelo: un personaggio che, ai tempi d'oro, aveva fatto ombra addirittura al grande Raffaele." Uriele è infatti il D’Artagnan delle sfere superne, il quarto incomodo nel trio dei “canonici” in –ele. Il suo nome significa “luce” ovvero “fiamma di Dio” e tuttora i copti – che lo chiamano talvolta Suriele - ne celebrano la festa il 15 luglio (22 gennaio del calendario latino).
Ma Uriele è citato dal midrash ebraico a completamento dei moschettieri celesti, nonché da altre scritture cristiane spurie e ancora da sant’Isidoro di Siviglia e sant’Ambrogio. L’Epistola Apostolorum, per esempio, risalente al II secolo, sostiene che furono proprio Uriele e i suoi tre più famosi colleghi ad accompagnare Cristo “fino al quinto firmamento” nel suo viaggio di discesa verso l’incarnazione, “pensando in cuor loro che fosse uno di loro”. Il Vangelo di Bartolomeo, altro apocrifo del III secolo, narra che Uriele fu creato per quinto, subito dopo Beliar (l’angelo ribelle) e i tre arcangeli “ufficiali”, insieme ai quali venne posto a difesa del trono di Dio.
La stessa fonte lo colloca tra i “quattro angeli” destinati a governare i “quattro angoli della terra” e i “quattro fiumi del paradiso”: una posizione particolarmente prestigiosa, dal momento che i “quattro angeli” appaiono pure nell’Apocalisse come coloro che trattengono i venti. Anche per gli apocrifi di Enoch gli arcangeli sono una sorta di guardie del corpo che occupano i punti cardinali intorno al trono di Dio, e ad Uriele è assegnato il posto davanti.
La stessa basilica di Santa Maria Maggiore a Roma doveva avere 4 cappelle dedicate agli arcangeli “maggiori”, mentre il loro nome corrispondeva alle 4 divisioni dell’antica armata di Israele. Tra gli altri incarichi, sempre secondo lo pseudo-Enoch, Uriele avrebbe partecipato alla sepoltura di Adamo e di Abele nonché – avendo osservato insieme agli altri tre arcangeli lo sfacelo combinato dalla lotta tra uomini e giganti – fu inviato ad avvisare Noè che sarebbe arrivato un diluvio punitivo e ad insegnargli come costruire l’arca.
Il legame con tale evento è ribadito dall’Apocalisse di Pietro, altro apocrifo, nel quale ad Uriele “inviato gagliardo” è assegnato il compito di spezzare “le mostruose chiusure dell’Ade” per chiamare (talvolta infatti è raffigurato con la tromba) al giudizio universale e alla conseguente dannazione sia i titani delle origini sia “le anime dei peccatori che perirono con il diluvio” oltre a quelle degli adoratori di idoli; inoltre egli stesso punirà legandoli a ruote di fuoco i maghi e le streghe.
Dunque Uriele aveva un ruolo di tutto rispetto nell’immaginario religioso occidentale, allorché il sinodo del 745 proibì d’invocarlo, sostenendo che non era un essere celeste bensì un demonio, e – quarant’anni dopo – da Aquisgrana - fu disposta addirittura la pena di morte per chi venerava “il grande Uriel”. La minaccia non impedì tuttavia a un Vangelo spurio molto tardo, quello di Barnaba scritto forse nel V-VI secolo, di richiamare in servizio il quarto arcangelo insieme agli inseparabili compagni come scorta per far fuggire Gesù dall’Orto degli Ulivi fino “al terzo cielo”, così da sottrarlo al Calvario; né al poeta John Milton di affidargli nel 1667 una parte consistente nel suo Paradiso Perduto. Oggi invece Uriele deve accontentarsi del controllo dell’Era dell’Acquario, affidatogli esplicitamente da certi autori New Age: forse è un altro caso di arcangelo decaduto.

martedì 25 settembre 2018

angelo musicante


LA PROVVIDENZA DIVINA SI DIMOSTRA NELL’ORDINE DEGLI ELEMENTI CONTRAPPOSTI - ATANASIO, CONTRO I PAGANI, 36-37


LA PROVVIDENZA DIVINA SI DIMOSTRA NELL’ORDINE DEGLI ELEMENTI CONTRAPPOSTI - ATANASIO, CONTRO I PAGANI, 36-37

"Chi mai, nel vedere esseri di natura opposta unirsi e osservare fra di loro concordia e armonia, come il fuoco che si mescola col freddo e il secco con l’umido, e ciò senza contrastare l’uno con l’altro, ma per produrre un solo corpo, come se non vi fosse che un solo principio; chi mai non affermerebbe esservi al di fuori di essi qualcuno che riunisca insieme questi elementi? Chi mai, vedendo l’inverno cedere il posto alla primavera, la primavera all’estate, l’estate all’autunno, pur essendo tali stagioni di natura opposta l’una rispetto all’altra: mentre una gela, l’altra cuoce; mentre una cresce, l’altra diminuisce, rendendo tuttavia ognuna di esse eguali servigi agli uomini; chi mai dunque, vedendo tutto ciò, non direbbe che vi sia qualcuno al di sopra di queste cose che, sebbene invisibile, le governi e le renda utili?
Nel vedere le nuvole portate nell’aria con l’acqua imprigionata dentro, chi non concepirebbe l’idea di colui che le ha così immaginate e ha loro ordinato d’esistere? O ancora, vedendo la terra, naturalmente più pesante, poggiata tuttavia sulle acque e immobile sopra quest’elemento di natura mobile, chi non penserebbe esservi un Dio per crearla e disporla così?
Vedendo la terra recare frutti a suo tempo, la pioggia cadere dal cielo, i fiumi scorrere, le sorgenti zampillare, nascere gli animali di razze differenti, e tutto ciò non sempre, ma solo in epoche ben determinate; considerando, altresì, che questi elementi diversi e opposti sono sottoposti a un identico ordinamento; chi non penserebbe che vi debba essere un’unica e stabile potenza che ha tutto ordinato e diretto a suo piacimento? Da soli, infatti, questi elementi non soltanto non potrebbero sussistere insieme, ma neppure apparire, a causa delle loro opposte nature. L’acqua, infatti, è per natura pesante e scorre verso il basso, mentre le nuvole sono leggere e sottili e si portano in alto; ciò nondimeno vediamo che l’acqua, più pesante, viene trasportata dalle nuvole. D’altronde, la terra è quanto vi sia di più pesante, mentre l’acqua, dal canto suo, è più leggera di essa; il più pesante, perciò, è sorretto dal più leggero, e la terra non si sfonda, ma resta immobile.
Il maschio non è la stessa cosa che la femmina: ciò nonostante essi si uniscono e tutt’e due danno la vita a un essere vivente che assomiglia a loro. Il freddo è contrario al caldo e l’umido lotta contro il secco; quando essi si uniscono, tuttavia, non lottano fra di loro, ma il loro accordo, anzi, produce un solo corpo e dà vita a tutti gli esseri.
Questi esseri naturalmente opposti e in lotta fra loro non si sarebbero mai uniti, se non vi fosse un essere superiore a loro a legarli gli uni agli altri, un Signore al quale gli elementi stessi siano sottomessi e obbediscano, come schiavi sottoposti al loro padrone. In effetti, essi non guardano alla loro propria natura individuale per lottare e darsi battaglia fra loro, ma conoscono il Signore che li ha riuniti e vivono in un accordo reciproco; per natura essi sono opposti, ma per la volontà di colui che li governa, essi stringono amicizia. Infatti, se una tale unione non avvenisse dietro ordine di un essere superiore, come avrebbero potuto mescolarsi e riunirsi il pesante e il leggero, il secco e l’umido, il circolare e il rettilineo, il fuoco e il freddo, il mare e la terra, il sole e la luna, gli astri e il cielo, l’aria e le nuvole, dal momento che la natura di ciascuno di questi elementi è differente da quella dell’altro? Dovrebbe regnare grande discordia fra di loro, poiché uno brucia, e l’altro raffredda, il pesante viene trascinato in basso e il leggero, invece, in alto, il sole illumina l’aria che è oscura. Anche gli astri sarebbero in rivolta gli uni contro gli altri, poiché alcuni di essi hanno la loro posizione in alto, altri, invece, in basso; la notte non cederebbe il posto al giorno, ma conserverebbe il proprio posto lottando e disputando contro di esso.

In tali condizioni, non vi sarebbe più ordine né bellezza, ma solamente disordine; nessun ordine, ma confusione; nessuna armonia, ma una disarmonia universale; nessuna misura, ma dismisura ovunque. Queste lotte e queste guerre reciproche finirebbero col distruggere l’universo, oppure sopravvivrebbe soltanto l’elemento più forte. E anche ciò rivelerebbe un disordine universale. Infatti, rimasto solo e privo del servizio degli altri, l’elemento più forte distruggerebbe l’armonia dell’universo, come se il piede restasse solo, oppure la mano, privando in tal modo il corpo della sua integrità. Che cosa sarebbe il mondo, se solo il sole brillasse, se soltanto la luna compisse le sue rivoluzioni, se esistesse solo la notte o se facesse sempre giorno? Quale armonia vi sarebbe se il cielo esistesse da solo senza gli astri, o gli astri senza il cielo? Quale utilità, se il mare esistesse da solo, o se la terra fosse sola, senza le acque o senza le altre parti della creazione? In che modo l’uomo, o un qualsiasi essere vivente, potrebbe apparire sulla terra, se gli elementi fossero così in lotta e uno soltanto di essi sopravvivesse, senza poter bastare a dar vita agli altri corpi? Nessun essere, infatti, potrebbe essere costituito dal solo caldo o dal solo freddo, o unicamente dall’umido o dal secco; tutto sarebbe confusione e disordine. Anche l’elemento apparentemente vincitore, d’altronde, non potrebbe sussistere senza l’aiuto degli altri: infatti, è in questo modo che adesso, di fatto, sussiste." 

lunedì 24 settembre 2018

Sapienza


LA SAPIENZA PERSONIFICATA


LA SAPIENZA PERSONIFICATA

Per cogliere la specificità della sapienza d'Israele è indispensabile conoscere il fenomeno noto come ipostatizzazione o personificazione della sapienza. A questo fine richiamiamo, anzitutto, i testi principali nei quali la sapienza è presentata come una grandezza che agisce in modo personale nella funzione di mediare Dio e la sua rivelazione all'uomo. 
Tali testi sono Gb 28,1-28; Pro 8,22-31; Sir 24,1-32. Un'attenzione particolare sarà anche riservata all'invocazione per ottenere la sapienza di Sap 
a. Gb 28,1-28
Prescindiamo dai problemi relativi al rapporto di questo capitolo con il libro di Giobbe [23] per concentrare la nostra attenzione sul testo che ci interessa. Esso si divide in tre parti chiaramente delimitate dalle domande, tra loro affini, del v. 12 ("Ma la sapienza da dove si estrae? dove è il luogo dell'intelligenza?") e del v. 20 (.Ma la sapienza da dove proviene? dove è il luogo dell'intelligenza?").
 Un'altra espressione (ricorrente nei vv. 7a.13a.23a) svolge ancora una funzione letterariamente rilevante per la comprensione dei nostro brano altamente poetico e teologico. La prima parte (vv. 11-11) contiene una descrizione entusiasta delle straordinarie capacità dell'uomo che, spinto dalla sete dell'oro, dell'argento e di quanto è prezioso, con la sua tecnica e il proprio lavoro giunge nelle profondità della terra, di cui "l'uccello rapace ignora la via" (v. 7). 
Questa descrizione s'arresta improvvisamente nella seconda parte (vv. 12-19) dove, alla domanda "Ma la sapienza da dove si estrae (timmash)?", si delinea per l'uomo una situazione di impotenza analoga a quella dell'uccello rapace di cui parla il v. 7. L'homo faber "non ne conosce la via" (v. 13 a)! Anzi non la potrà mai conoscere con le proprie capacità, perché essa "non si estrae (timmaseh) nella terra" (v. 13b) ed è un bene incomparabile e, conseguentemente, impermutabile. 
Risuona quindi, in tutta la sua drammaticità, la domanda del v. 12, ma con una significativa variante. Ora, nel v. 20 non ci si chiede più da dove si estrae la sapienza, ma da dove "viene. (tabô'). L'incontro con la sapienza non si attua per opera dell'uomo, anzi tutto il brano è costruito in modo da focalizzare l'assurdità di una simile pretesa. 
Esso, se ha luogo, è unicamente dovuto alla provvida "venuta" della sapienza stessa. Si compie questo evento? In che modo? L'autore prepara la risposta affermativa proclamando, in un contrasto stilisticamente felice con i vv. 7a.13a., che solo Dio "comprende la via della sapienza e conosce il suo luogo" (v.23). Qui la sapienza appare "prima di ogni cosa creata" e, coestensivarnente, "il presupposto dell'opera della creazione" [24].  
Essa è in Dio ("non si estrae nella terra dei viventi", v. 13 b) e, al tempo stesso, è in stretto rapporto con la creazione nel suo inizio (vv. 25-27) e nel suo perdurare (v. 24). Più che come ordine cosmico, immanente al mondo creato, la sapienza qui descritta si profila come lo stesso disegno divino che presiede all'intera creazione e, conseguentemente, alla storia dell'uomo. Solo Dio, dunque, ne può conoscere la via e il luogo, perché vede nel dispiegarsi della creazione l'emergere del suo eterno disegno, che si realizza nel tempo e nello spazio riempiendoli della sua luce e del suo amore.
Appare chiaro, a questo punto, che la venuta" della sapienza può compiersi unicamente per la via conosciuta da Dio, mediante la comunicazione della sua Parola, la manifestazione del suo disegno. Usando una forma verbale che richiama il racconto della creazione (wajjomer) il nostro autore proclama l'evento della Parola che Dio rivolge all'uomo e con la quale lo abilita a ciò che, con le sue forze, gli sarebbe stato impossibile: conoscere la via della sapienza [25]. Il contenuto di questa divina Parola è formulato nei seguenti termini:
e (Dio) disse all'uomo:
"Ecco, temere 'adonaj [26] è sapienza
tenersi lontani dal male è intelligenza" (v. 28)
Anzitutto si deve notare la prospettiva universalistica di questo testo e della sua frase culminante. Chi parla non è Dio come lo ha incontrato Israele nella sua esperienza di salvezza (Jhwh), ma Dio in quanto mistero operante in tutta la creazione e storia umana (‘elohîm). La stessa espressione "temere 'adonaj" intende evitare il tetragrarnma divino nella formula "temere Jhwh", propria della tradizione israelitica, per conferire al detto una dimensione universalmente valida. La parola divina, di cui qui si tratta, è l'autocomunicazione di Dio all'"uomo": ad ogni uomo. 
Proprio qui affiora la risposta alla domanda che aveva attraversato tutto il poema: Da dove si estrae, da dove viene la sapienza? Quale è il luogo dell'intelligenza? La parola divina mostra come l'uomo accoglie il dono della sapienza quando attua la propria esistenza in una dimensione religiosa autenticata dalla vita. Alla luce di Is 1,16-17, con il quale il nostro versetto è da connettere sotto il profilo della storia della tradizione, risulta che tenersi lontani dal male significa, in concreto, un positivo orientamento al bene nell'effettiva ricerca della giustizia e, conseguentemente, nella protezione dei deboli e degli indifesi (indicati nelle categorie delle "personae miserabiles" della società di allora: oppressi, orfani, vedove).
Quando l'uomo vive la propria esperienza religiosa con una vita "Iontana dal male", secondo il messaggio ricco del nostro testo, egli manifesta di essere raggiunto dal dono della divina sapienza, egli mostra di ascoltare una parola che non viene dalla terra, ma giunge dall'infinito di Dio. Ogni uomo è dunque chiamato ad essere "uditore della parola". Nell'"ascolto" si compie l'incontro con quella sapienza "che non si trova sulla terra dei viventi" (v. 13) [27].
b. Pro 8,22-31
Più ancora che in Gb 28,1-28 qui la sapienza appare come una persona che chiama, fa sentire la sua voce e rivolge l'invito agli uomini ad ascoltare e imparare. L'invito all'ascolto (cfr vv. 1 - 1 1 e 3 2 - 36) costituisce appunto la cornice del discorso con il quale la sapienza, elogiando se stessa, manifesta la propria natura: essa è la fonte della giustizia e dell'equità che assicura la vita e il benessere dei popoli e dei regni, dunque degli uomini nella loro dimensione socio- politica (vv. 12 -2 1) e nelle loro relazioni interpersonali. 
Essa, inoltre, come è indicato dai vv. 22-31, è il "principio" (re’šît come in Gn 1,1) che ha origine da jhwh prima dell'universo ed è presente nella totalità della creazione [28]. La funzione, che assolve la sapienza con la sua presenza, è descritta nel v. 30:
"Ero accanto a Lui 'mwn,
ero la sua delizia ogni giorno,
danzavo davanti a lui in ogni tempo 
danzavo sull'orbe terrestre
e la mia delizia era con gli uomini".
Particolare difficoltà semantica è costituita dal termine "'mwn", che i masoreti hanno letto "'amôn". Esso potrebbe significare "artigiano", "architetto". Però questa interpretazione, favorita dal libro della Sapienza (Sap 7,22; 8,6; 14,2), non sembra convincente. In Pro 8, infatti, la sapienza non svolge una funzione di artefice, in quanto Dio solo crea l'universo. Nella linea del Gese, ci sembra che il vocabolo sia da mettere in diretto rapporto con la radice 'mn [29]. 
In questo caso anziché il significato di "tenuta in grembo", proposto dal citato autore, riteniamo più confacente al nostro testo il senso di "sicurezza" [30]. La sapienza al momento della creazione è presso Dio ed è la sorgente della sua sicurezza nei confronti della propria opera. Nell'ambito delle esperienze umane la sicurezza ha due forme particolari di realizzazione: quella del figlio nelle braccia dei propri genitori (cfr Sal 131,2) e quella dello sposo e della sposa nella gioia della reciproca comunione (cfr Pro 3 1, 1 0). 
Qui tutto porta a ritenere che la sicurezza di cui si parla abbia una connotazione sponsale. In altri termini la sapienza, cioè il disegno eterno di Dio ipostatizzato in quanto disegno di vita e di comunione, pone Dio in un rapporto di sicurezza, di fiducia e di amore con la creazione e, quindi, in modo eminente con gli uomini. Questa "sponsalità", che la sapienza instaura tra il Creatore e la creatura, tra Dio e gli uomini, risulta confermata dal vocabolo "delizia" che in Is 5,7 si trova in parallelo con "vigna", il cui simbolismo sponsale è chiaramente attestato e riconosciuto [31].  
La sapienza appare appunto come delizia del Signore che si compiace del suo disegno d'amore. È una delizia che si esprime in danza, dunque in ritmo e armonia, segno di uno spazio e di un tempo ricolmi di gioia che li trascende. 
Nella "danza" la sapienza è davanti a Dio e, simultaneamente, sul globo terrestre e pone tra gli uomini la "sua" delizia, cioè se stessa, etrna delizia di Dio. L'uomo che accoglie la sapienza partecipa dunque della sicurezza sponsale di Dio, della sua delizia. la creazione e la storia diventano epifania di un eterno disegno. Qui si percepisce indubbiamente l'armonia dell'ordine, ma anche molto di più: la delizia dell'amore, il fascino della contemplazione, il mistero della trascendenza 2].
c. Sir 24,1-32
Un passo ulteriore in questa tradizione della sapienza personificata è costituito da Sir 24,1-32 [33]. In sintonia con la prospettiva teologica di tutta la sua opera [34] l'autore identifica la sapienza con la Torah, dunque con l'evento della rivelazione che ha raggiunto la sua forma canonica con "il libro dell'alleanza del Dio altissimo" (v. 22). 
Una lettura attenta del brano mostra che questa identificazione non esprime una realtà totalmente nuova, tale da separare nettamente Israele dagli altri uomini e dal loro cammino nella storia. Fin dall'inizio la sapienza è presentata come "uscita dalla bocca dell'Altissimo", dunque come Parola di Dio (cfr Dt 8,3). Con immagini provenienti dalla tradizione dell'esodo (nebbia, dimora, colonna di nube) - e opportunamente reinterpretate - si delinea la presenza della sapienza in tutta la creazione e la storia: una presenza dinamica in quanto proprio la sapienza "ha esercitato il dominio sulle onde del mare e su tutta la terra, su ogni popolo e nazione" [35] . 
L'uomo e la sua azione, nello spazio (mare, terra) e nel tempo della storia (popolo, nazione), sono sotto il "dominio" della sapienza, raggiunti dalla sua luce, guidati nel cammino della conoscenza e della vita. La sapienza che dimora (kateskenosen) nell'alto dei cieli (dunque trascedente) è presente, con la sua opera, nel mondo e nella storia dell'uomo (immanente). 
Il culmine di questa presenza si realizza nel popolo dell'esodo e dell'alleanza che ha nel tempio di Gerusalemme, e quindi nel culto, il luogo dove avviene l'incontro con fl Signore e la sua parola, il simbolo della salvezza e della rivelazione. Qui la sapienza pone la sua dimora obbedendo al volere divino (kataskeneson, v. 8) e dunque avviene la fusione dell'orizzonte della trascendenza con quello dell'immanenza; qui la sapienza trova "il luogo del riposo", perché nel popolo che ha la Torah l'uomo giunge a conoscere il disegno amoroso di Dio e questo disegno si esprime nella fede vissuta e diventa liturgia della Parola proclamata, perché radicata nel cuore del credente (cfr v. 10). 
In Israele, quindi, la sapienza esercita pienamente la sua "exousia", sviluppando nel tempo la sua azione salutare e feconda, producendo frutti copiosi di dolcezza, offrendo il banchetto della Parola, fonte di una vita ricca di ascolto e di opere buone (cfr Sir 24,18-21 con Pro 9,1-6). A questo punto l'autore afferma in modo esplicito il suo pensiero:
"Tutto ciò è il libro dell'alleanza dell'Altissimo, 
la <Torah> che ci ha ordinato Mosè" (v. 23).
Quanto è stato detto nei vv. 1-22 viene identificato con il "nomos", termine che non va inteso in senso legalistico, essendo l'equivalente bíblico del termine "Torah", che, come è stato dimostrato, connota "tutta la rivelazione divina" [36]. Ne segue che per Ben Sira "creazione e storia sono <unificate> dalla presenza in esse della sapienza... La divina sapienza, in quanto presenza comunicativa di Dio, pervade sia la creazione sia la storia salvifica di Israele" [37]. 
Ciò significa, a quanto è dato di capire, non solo che "l'ordine primordiale ricercato dai saggi di Israele trova la sua migliore formulazione nella Torah" [38], ma anche che quanti hanno la Torah possono scorgere, nel patrimonio culturale e religioso degli altri popoli, il frutto dell'azione della sapienza, l'irradiazione del "dominio" salvifico da essa esercitato.
Come ha giustamente rilevato il Bonora, questa prospettiva del Siracide in definitiva attribuisce "sia alla creazione sia alla storia israelitica una valenza 'simbolica' nei confronti della presenza attiva e comunicativa di Dio, che è la rivelazione" [39]. Tanto i popoli quanto Israele possono aprirsi alla presenza di Dio e al suo disegno (= sapienza) solo se si pongono in un atteggiamento autentico di ascolto e di desiderio, di ricerca e di memoria, di fame e sete di quell'insegnamento che, giungendo da Dio, ha in sé l'energia vitale della profezia (cfr Sir 24,31).
d. Sap 9,1-18
Un ultimo testo richiede ancora la nostra attenzione. Si tratta della preghiera per ottenere il dono della sapienza (Sap 9). In questa pagina la sapienza appare seduta in trono presso Dio (v. 4). Presente nell'opera della creazione, essa conosce ciò che è gradito agli occhi di Dio (v. 9). Nessuno senza di essa può conoscere la volontà, il consiglio, il disegno (boulè) di Dio. 
Infatti se l'uomo si raffigura con fatica le realtà terrestri (ta epi gès), che ha a portata di mano, come può investigare, rintracciare le realtà celesti (ta en ouranois)? Questa prospettiva, descritta nei vv. 13-16, mette in luce la funzione rivelatrice della sapienza. Essa media la conoscenza del disegno di Dio per la vita dell’uomo, come è affermato esplicitamente nel v. 17:
"Chi conosce il tuo disegno (boulè), 
se tu non doni la sapienza
e dall'alto non mandi il santo tuo spirito?".
In questo testo la sapienza e lo Spirito di Dio sono posti, in forza del parallelismo, in un rapporto di stretta e mutua connessione. Dove c'è la sapienza ivi è lo Spirito; inversamente quando Dio manda il suo Spirito comunica all'uomo la sua sapienza. Proprio la menzione dello Spirito, ci sembra, permette al nostro autore di delineare in modo nuovo e grandioso la funzione soteriologica della sapienza.
 L'espressione "furono raddrizzati i sentieri (diorthothesan ai triboi) di quanti sono sulla terra" richiama molto da vicino l'appello di Is 40,3: "raddrizzate i sentieri (eutheias poieite tas tribous) del nostro Dio". Analogamente l'affermazione "gli uomini furono ammaestrati nelle cose a te gradite" richiama la promessa di Is 54,13 dove il profeta, dopo aver annunciato l'amore del Signore che riprende con immensa tenerezza la sua sposa (cfr. Is 54,4-8), contempla la nuova Sion che vive nell'"alleanza della pace" e vede tutti i suoi figli "ammaestrati dal Sígnore" (didaktous theou). 
A nostro avviso queste allusioni letterarie non sono casuali. Mediante esse il nostro autore attribuisce alla sapienza l'opera che la tradizione riservava allo Spirito. Lo Spirito, dono della nuova alleanza (cfr Ez 36,24-28), era considerato la sorgente della salvezza del popolo, la guida all'incontro con il Dio santo nell'esperienza luminosa della rivelazione del suo amore. Ora è mediante la sapienza che si raddrizzano i sentieri e si riceve l'insegnamento divino, in una parola la salvezza. 
Un altro aspetto è insito in questo procedimento: trasferendo alla sapienza quanto nella tradizione precedente era attribuito allo Spirito è possibile - anzi sotto un certo profilo si rende necessaria - l'universalízzazione della salvezza. Infatti i sentieri non sono soltanto quelli del Signore che viene a liberare A suo popolo, ma quelli di tutti gli uomini che, nella sapienza e nello Spirito, conoscono il disegno e la volontà di Dio. Analogamente se Is 54,13 parla di tutti i figli della (nuova) Sion, Sap 9,18 contempla tutti gli uomini "ammaestrati dal Signore" (edidachthesan anthropoi).
Si può dunque ritenere che "la sapienza attiva nella creazione dell'universo si fa presenza purificatrice e sanante di Dio stesso nel cuore dell'uomo, donandogli la vera conoscenza e la pratica della volontà di Dio" [40].
Anzi non è da escludere che, nella prospettiva universalistica della tradizione sapienziale, il nostro autore consideri tutta l'umanità chiamata a partecipare, mediante la sapienza, al dono dello Spirito e quindi al dono della nuova alleanza. In questa visuale occorre comprendere il valore della Torah (cfr 2,11.12; 6,4.18; 9,5; 14,16; 16,6; 18,4.9). essa è la "luce incorruttibile" concessa al mondo per mezzo dei figli d'Israele (cfr Sap 18,4). 
Nella Torah, che può essere compresa solo mediante la sapienza e lo Spirito, Israele contempla che tutto il mondo è "illuminato di luce splendente" (Sap 17,19a) ed è illuminato perché quando l'uomo ama la giustizia e cerca il Signore, con la semplicità del cuore e l'autenticità della vita, in lui entra la sapienza, entra il "santo Spirito che ammaestrai (cfr Sap 1,1-5).


sabato 22 settembre 2018

Gesù e i bambini


VENTICINQUESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


VENTICINQUESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Sap 2,12.17-20; Sal 53, Gc 3,16-4,3, Mc 9,30-37

È una mania costante dell’umanità quella di fare gerarchie, ordini di importanza e di potere … gradi e ranghi politici, militari, civili … ecclesiastici!
Anche per il “Paradiso” già la tarda teologia rabbinica distingueva sette gradi, sette altezze e poi anche nel cristianesimo, per esempio Dante nella sua Commedia, si parlerà di diversi “cieli” …
Nell’evangelo di questa domenica sono gli apostoli che discutono di ranghi e di gradi di un’ipotetica gerarchia futura: discutevano tra loro chi fosse il più grande!
Gesù ha appena detto di nuovo della strada di morte e dolore che Lui sta per imboccare e ancora prima aveva detto con chiarezza che per essere suoi discepoli si deve perdere la vita (cfr Mc 8,35), cioè si deve esser disposti a perdere tutto, eppure i suoi discutono sull’acquistare posti di potere. Dinanzi a questo quadro, a dir poco avvilente, Gesù non si perde d’animo e con una divina e infinita pazienza continua a lottare per scardinare la terribile mentalità che si cela dietro quella discussione. Lo fa con parole intense, che ribadiscono ciò che già aveva detto dopo il primo vaticinio della Passione, e con un gesto profetico semplicissimo, spiazzante e troppo spesso travisato: mette in mezzo a loro un bambino; nel Regno che Lui sta instaurando il primo è l’ultimo, il servo, il disprezzato … lo dovrà ripetere di continuo; lo farà anche dopo il terzo vaticinio della Passione (cfr Mc 10, 42-45): “I grandi delle genti le dominano ed esercitano su di esse il potere ma tra voi non è così: chi vuol essere il più grande tra voi si farà vostro servo … il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito ma per servire e dare la propria vita”.
Come dicevo, il gesto profetico che compie prendendo un bambino, mettendolo in mezzo e abbracciandolo, è un gesto altamente provocatorio che nulla ha a che vedere con un gesto melenso che alluda alla presupposta innocenza dei bambini! Infatti, dinanzi all’orgoglio carri eristico, all’arroganza di chi vuole potere, alla lotta spesso “all’ultimo sangue” per il potere e per il successo, all’idolatria di se stessi, alle vie ambite da tutti dei trionfi e degli applausi, Gesù oppone la via che Lui stesso sta percorrendo, la via di Gerusalemme ove verrà, riprovato, disprezzato, consegnato e ucciso. Prendendo quel bambino Gesù sta dicendo ai suoi, anch’essi accecati dalla mondanità, che quel “piccolo” ha qualcosa da insegnare loro … e non solo a loro, a tutti! Come? Solo con una cosa: la sua “piccolezza”.
Questo di Gesù è un gesto provocatorio perché nell’antico oriente il bambino era considerato una creatura marginale, imperfetta, che non ha nulla da insegnare; per alcuni, per la sua indeterminatezza, era considerato addirittura impuro; è significativo, a tal proposito, ciò che scrive Isaia con tono di maledizione e di minaccia: “Io metterò loro come capi ragazzi, a dominarli saranno i bambini!” (cfr Is 3,4). In queste concezioni il bambino può essere solo oggetto di educazione da parte di un adulto; deve essere domato. Gesù qui, di contro, sta dicendo, con il suo gesto, che il bambino è diventato soggetto che può trasmettere un messaggio prezioso, anzi essenziale al rapporto con Dio e con i fratelli, una verità essenziale per poter avere davvero cittadinanza nel Regno. Dunque il messaggio non è quello dell’innocenza ma quello della piccolezza, della semplicità, della disponibilità fiduciosa, dell’abbandono senza calcoli, senza doppiezze e interessi; l’insegnamento che quel bambino posto “in mezzo” dà è nel fatto che il bambino non pensa di dover meritare l’amore ma si fida dei suoi genitori semplicemente perché è figlio e sa che questo è il più grande e solo vero titolo per essere amato! Non per niente gesù insegnerà ai suoi a chiamare Dio con il vezzeggiativo che il bambino usa per suo padre: “Abbà”!
L’icona del bambino che Gesù ci pone dinanzi corrisponde, in qualche modo, alla figura veterotestmentaria del “povero del Signore”. Questi è uno che non cerca successi clamorosi, non pensa neanche di schiacciare gli altri per vincere, non depreda, non uccide, non opprime ma si consegna a Dio fidandosi di Lui e del suo Amore!
Gesù mette “in cattedra” un bambino; l’aveva fatto già il Salmo 131: “Io sono saldo nel mio cuore nella calma e nel silenzio come un bambino in braccio a sua madre in me è tranquillo il mio cuore”.
S. Elisabetta della Trinità (1880-1906) scriveva: “Dio ha messo nel mio cuore una sete infinita e un grandissimo bisogno di amore che solo Lui può saziare. Allora io vado a Lui come il bambino va da sua madre perché egli colmi e invada tutto e mi prenda in braccio”.
Per Gesù il suo discepolo deve entrare nel mondo non con l’orgoglio del potere, col prestigio della finanza, con l’arroganza dei privilegi, con il desiderio di “contare”, con la forza delle armi, ma con lo spirito dell’agnello, con l’attitudine del servo, con l’atteggiamento del bambino che si consegna, si affida perché sa di essere amato.
Gli uomini così costruiscono il Regno di Dio e hanno da dire parole in questo Regno; gli altri costruiscono miseri regni che puzzano di sangue e di morte, di odio e di sopraffazione.

giovedì 20 settembre 2018

volto di Cristo crocifisso


GIOVANNI PAOLO II - Lo Spirito e i "semi di verità" del pensiero umano (16.9.98)


GIOVANNI PAOLO II - Lo Spirito e i "semi di verità" del pensiero umano (16.9.98)

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 16 settembre 1998 

1. Riprendendo un'affermazione del Libro della Sapienza (1,7), il Concilio Ecumenico Vaticano II ci insegna che "lo Spirito del Signore", il quale colma dei suoi doni il popolo di Dio pellegrino nella storia, "replet orbem terrarum", riempie tutto l'universo (cfr Gaudium et spes, 11). Egli guida incessantemente gli uomini verso la pienezza di verità e di amore che Dio Padre ha comunicato in Cristo Gesù.
Questa profonda consapevolezza della presenza e dell'azione dello Spirito Santo illumina da sempre la coscienza della Chiesa, facendo sì che tutto ciò che è genuinamente umano trovi eco nel cuore dei discepoli di Cristo (cfr ibid., 1).
Già nella prima metà del secondo secolo, il filosofo san Giustino poteva scrivere: "Tutto quanto è stato affermato sempre in modo eccellente e quanto scoprirono coloro che fanno filosofia o istituiscono leggi, è stato compiuto da loro attraverso la ricerca o la contemplazione di una parte del Verbo" (II Apol., 10,1-3).
2. L'apertura dello spirito umano alla verità e al bene si realizza sempre nell'orizzonte della "Luce vera che illumina ogni uomo" (Gv 1,9). Questa luce è lo stesso Cristo Signore, che ha illuminato fin dalle origini i passi dell'uomo ed è entrato nel suo "cuore". Con l'Incarnazione, nella pienezza dei tempi, la Luce è apparsa nel mondo in tutto il suo fulgore, brillando agli occhi dell'uomo come splendore di verità (cfr Gv 14,6).
Preannunciata già nell'Antico Testamento, la manifestazione progressiva della pienezza di verità che è Cristo Gesù si compie lungo il corso dei secoli per opera dello Spirito Santo. Tale specifica azione dello "Spirito della verità" (cfr Gv 14,17; 15,26; 16,13) riguarda non solo i credenti, ma, in modo misterioso, tutti gli uomini che, pur ignorando senza colpa il Vangelo, sinceramente cercano la verità e si sforzano di vivere rettamente (cfr Lumen gentium, 16).
Sulle orme dei Padri della Chiesa, san Tommaso d'Aquino può ritenere che nessuno spirito sia "così tenebroso da non partecipare in nulla alla luce divina. Infatti, ogni verità conosciuta da chicchessia è dovuta totalmente a questa 'luce che brilla nelle tenebre'; giacché ogni verità, chiunque sia che la dica, viene dallo Spirito Santo" (Super Ioannem, 1,5 lect. 3, n.103).
3. Per questo motivo, la Chiesa è amica di ogni autentica ricerca del pensiero umano e stima sinceramente il patrimonio di sapienza elaborato e trasmesso dalle diverse culture. In esso ha trovato espressione l'inesauribile creatività dello spirito umano indirizzato dallo Spirito di Dio verso la pienezza della verità.
L'incontro tra la parola di verità predicata dalla Chiesa e la sapienza espressa dalle culture ed elaborata dalle filosofie, sollecita queste ultime ad aprirsi e a trovare il proprio compimento nella rivelazione che viene da Dio. Come sottolinea il Concilio Vaticano II, tale incontro arricchisce la Chiesa, rendendola capace di penetrare sempre più a fondo nella verità, di esprimerla attraverso i linguaggi delle diverse tradizioni culturali e di presentarla - immutata nella sostanza - nella forma più adatta al mutare dei tempi (cfr Gaudium et spes, 44).
La fiducia nella presenza e nell'azione dello Spirito Santo anche nel travaglio della cultura del nostro tempo, può costituire, all'alba del Terzo Millennio, la premessa per un nuovo incontro tra la verità di Cristo e il pensiero umano.
4. Nella prospettiva del grande Giubileo dell'anno 2000, occorre approfondire l'insegnamento del Concilio a proposito di questo incontro sempre rinnovato e fecondo tra la verità rivelata, custodita e trasmessa dalla Chiesa, e le molteplici forme del pensiero e della cultura umana. Resta purtroppo ancor oggi valida la constatazione di Paolo VI nella lettera Enciclica Evangelii nuntiandi, secondo cui "la rottura tra Vangelo e cultura è senza dubbio il dramma della nostra epoca" (n. 20).
Per ovviare a questa rottura, che incide con gravi conseguenze sulle coscienze e sui comportamenti, occorre risvegliare nei discepoli di Gesù Cristo quello sguardo di fede capace di scoprire i "semi di verità" diffusi dallo Spirito Santo nei nostri contemporanei. Si potrà contribuire anche alla loro purificazione e maturazione attraverso la paziente arte del dialogo, che mira in particolare alla presentazione del volto di Cristo in tutto il suo splendore.
In particolare è necessario tener ben presente il grande principio formulato dall'ultimo Concilio, che ho voluto richiamare nell'Enciclica Dives in misericordia: "Mentre le varie correnti del pensiero umano nel passato e nel presente sono state e continuano ad essere propense a dividere e persino a contrapporre il teocentrismo e l'antropocentrismo, la Chiesa invece, seguendo Cristo, cerca di congiungerli nella storia dell'uomo in maniera organica e profonda" (n. 1).
5. Tale principio si mostra fecondo non solo per la filosofia e la cultura umanistica, ma anche per i settori della ricerca scientifica e dell'arte. Infatti, l'uomo di scienza che "si sforza con umiltà e con perseveranza di scandagliare i segreti della realtà, anche senza avvertirlo viene come condotto dalla mano di Dio, il quale, mantenendo in esistenza tutte le cose, fa che siano quelle che sono" (GS, 36b).
D'altro canto, il vero artista ha il dono di intuire e di esprimere l'orizzonte luminoso e infinito in cui è immersa l'esistenza dell'uomo e del mondo. Se è fedele all'ispirazione che lo abita e lo trascende, egli acquisisce una segreta connaturalità con la bellezza di cui lo Spirito Santo riveste la creazione.
Lo Spirito Santo, Luce che illumina le menti e divino "artista del mondo" (S. Bulgakov, Il Paraclito, Bologna 1971, p. 311), guidi la Chiesa e l'umanità del nostro tempo lungo i sentieri di un nuovo sorprendente incontro con lo splendore della Verità!

mercoledì 19 settembre 2018

il settimo giorno Dio si riposò


PAPA FRANCESCO - Catechesi sui Comandamenti: 7. Il giorno del riposo. (5.9.18)


PAPA FRANCESCO - Catechesi sui Comandamenti: 7. Il giorno del riposo. (5.9.18)

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 5 settembre 2018 

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Il viaggio attraverso il Decalogo ci porta oggi al comandamento sul giorno del riposo. Sembra un comando facile da compiere, ma è un’impressione errata. Riposarsi davvero non è semplice, perché c’è riposo falso e riposo vero. Come possiamo riconoscerli?
La società odierna è assetata di divertimenti e vacanze. L’industria della distrazione è assai fiorente e la pubblicità disegna il mondo ideale come un grande parco giochi dove tutti si divertono. Il concetto di vita oggi dominante non ha il baricentro nell’attività e nell’impegno ma nell’evasione. Guadagnare per divertirsi, appagarsi. L’immagine-modello è quella di una persona di successo che può permettersi ampi e diversi spazi di piacere. Ma questa mentalità fa scivolare verso l’insoddisfazione di un’esistenza anestetizzata dal divertimento che non è riposo, ma alienazione e fuga dalla realtà. L’uomo non si è mai riposato tanto come oggi, eppure l’uomo non ha mai sperimentato tanto vuoto come oggi! Le possibilità di divertirsi, di andare fuori, le crociere, i viaggi, tante cose non ti danno la pienezza del cuore. Anzi: non ti danno il riposo.
Le parole del Decalogo cercano e trovano il cuore del problema, gettando una luce diversa su cosa sia il riposo. Il comando ha un elemento peculiare: fornisce una motivazione. Il riposo nel nome del Signore ha un preciso motivo: «Perché in sei giorni il Signore ha fatto il cielo e la terra e il mare e quanto è in essi, ma si è riposato il settimo giorno. Perciò il Signore ha benedetto il giorno del sabato e lo ha consacrato» (Es 20,11).
Questo rimanda alla fine della creazione, quando Dio dice: «Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco era cosa molto buona» (Gen 1,31). E allora inizia il giorno del riposo, che è la gioia di Dio per quanto ha creato. È il giorno della contemplazione e della benedizione.
Che cos’è dunque il riposo secondo questo comandamento? È il momento della contemplazione, è il momento della lode, non dell’evasione. È il tempo per guardare la realtà e dire: com’è bella la vita! Al riposo come fuga dalla realtà, il Decalogo oppone il riposo come benedizione della realtà. Per noi cristiani, il centro del giorno del Signore, la domenica, è l’Eucaristia, che significa “rendimento di grazie”. E’ il giorno per dire a Dio: grazie Signore della vita, della tua misericordia, di tutti i tuoi doni. La domenica non è il giorno per cancellare gli altri giorni ma per ricordarli, benedirli e fare pace con la vita. Quanta gente che ha tanta possibilità di divertirsi, e non vive in pace con la vita! La domenica è la giornata per fare pace con la vita, dicendo: la vita è preziosa; non è facile, a volte è dolorosa, ma è preziosa.
Essere introdotti nel riposo autentico è un’opera di Dio in noi, ma richiede di allontanarsi dalla maledizione e dal suo fascino (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 83). Piegare il cuore all’infelicità, infatti, sottolineando motivi di scontento è facilissimo. La benedizione e la gioia implicano un’apertura al bene che è un movimento adulto del cuore. Il bene è amorevole e non si impone mai. Va scelto.
La pace si sceglie, non si può imporre e non si trova per caso. Allontanandosi dalle pieghe amare del suo cuore, l’uomo ha bisogno di fare pace con ciò da cui fugge. È necessario riconciliarsi con la propria storia, con i fatti che non si accettano, con le parti difficili della propria esistenza. Io vi domando: ognuno di voi si è riconciliato con la propria storia? Una domanda per pensare: io, mi sono riconciliato con la mia storia? La vera pace, infatti, non è cambiare la propria storia ma accoglierla, valorizzarla, così com’è andata.
Quante volte abbiamo incontrato cristiani malati che ci hanno consolato con una serenità che non si trova nei gaudenti e negli edonisti! E abbiamo visto persone umili e povere gioire di piccole grazie con una felicità che sapeva di eternità.
Dice il Signore nel Deuteronomio: «Io ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione. Scegli dunque la vita, perché viva tu e la tua discendenza» (30,19). Questa scelta è il “fiat” della Vergine Maria, è un’apertura allo Spirito Santo che ci mette sulle orme di Cristo, Colui che si consegna al Padre nel momento più drammatico e imbocca così la via che porta alla risurrezione.
Quando diventa bella la vita? Quando si inizia a pensare bene di essa, qualunque sia la nostra storia. Quando si fa strada il dono di un dubbio: quello che tutto sia grazia,[1] e quel santo pensiero sgretola il muro interiore dell’insoddisfazione inaugurando il riposo autentico. La vita diventa bella quando si apre il cuore alla Provvidenza e si scopre vero quello che dice il Salmo: «Solo in Dio riposa l’anima mia» (62,2). E’ bella, questa frase del Salmo: «Solo in Dio riposa l’anima mia».

lunedì 17 settembre 2018

Creazione degli elementi, San Giovanni, Firenze


LA PERFEZIONE DI DIO NELLA CREAZIONE


LA PERFEZIONE DI DIO NELLA CREAZIONE

3 febbraio 2016 

Dio; l’Eterno; Colui che è, che è sempre stato e che sempre sarà, è stato spinto dal suo immenso amore a compiere l’opera della creazione che include il mondo (Genesi 1:1 “Nel principio Dio creò i cieli e la terra”), ogni forma di vita animata e inanimata (Genesi 1:24 “Poi Dio disse: Produca la terra esseri viventi secondo la loro specie; bestiame, rettili e fiere della terra, secondo la loro specie. E così fu”) e infine l’uomo che è l’apice della sua creazione, la Sua massima espressione in quanto creato a sua immagine e somiglianza (Genesi 1:26,31 “Poi Dio disse: “Facciamo l’uomo a nostra immagine e a nostra somiglianza ed abbia dominio sui pesci del mare, sugli uccelli del cielo, sul bestiame e su tutta la terra e su tutti i rettili che strisciano sulla terra”. Così Dio creò l’uomo a sua immagine; lo creò a immagine di Dio; li creò maschio e femmina. E Dio li benedisse; e Dio disse loro: “Siate fruttiferi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela e dominate sui pesci del mare, sugli uccelli del cielo e sopra ogni essere vivente che si muove sulla terra”. E Dio disse: “Ecco io vi do erba che fa seme sulla superficie di tutta la terra e ogni albero che abbia frutti portatori di seme; questo vi servirà di nutrimento. E a ogni animale della terra, e a ogni uccello dei cieli e a tutto ciò che si muove sulla terra e ha in sé un soffio di vita, io do ogni erba verde per nutrimento”. E così fu”. Allora Dio vide tutto ciò che aveva fatto, ed ecco, era molto buono. Così fu sera, poi fu mattina: il sesto giorno).
La creazione di Dio è perfetta e quella dell’uomo e della donna riflettono la Sua potenza e sono il risultato del Suo massimo capolavoro per eccellenza, lo scopo della loro creazione è di amare e amministrare le risorse del mondo che Dio gli ha affidato, di averne cura e di offrire lode e preghiere a Dio. Infatti l’uomo ha il mandato di vivere in comunione con Dio, di prendersi cura del creato, degli animali, del suo prossimo e del mondo. 
UNA GRANDE RESPONSABILITA’ al quale, l’uomo, ha dimostrato sin dall’inizio della creazione di non essere in grado di poter sopperire.
L’uomo già dall’inizio della creazione ha dimostrato di essere di natura ribelle al mandato di Dio, scegliendo liberamente di disubbidire al proprio Creatore per vivere nell’io dell’individualismo e dell’auto-realizzazione (Genesi 2:16,17 “E l’Eterno DIO comandò l’uomo dicendo: «Mangia pure liberamente di ogni albero del giardino; ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non ne mangiare, perché nel giorno che tu ne mangerai, per certo morrai»). Questa condizione di ribellione da parte dell’uomo nei confronti di Dio ha fatto sì che gli esseri umani divenissero (come disse il teologo evangelico Francis Schaeffer) “indiscutibilmente piegati”. 
A motivo della caduta nel peccato del primo Adamo, Dio spinto sempre dal suo immenso e infinito amore ha stabilito il bisogno di un Adamo Redentore che riscattasse l’umanità dagli effetti della caduta.
La perfezione di Dio nella creazione è chiara, evidente e indiscutibile.
Se l’uomo e il mondo continuano ad andare di male in peggio non si può attribuire a Dio la colpa. Dio ha creato l’uomo in forma perfetta e complessa e gli ha donato sia l’intelligenza, sia i sentimenti e sia il libero arbitrio. E’ colpa dell’uomo che non li ha saputo gestire nel modo giusto perché è di indole ribelle e egoista, ma il secondo Adamo ci ha riscattati e ci ha riconciliati a Dio e alla sua grazia.
Riflettiamo sugli errori dei nostri antenati e scegliamo di vivere la nostra vita sulle basi del mandato che Dio ci ha delegati.

Luisa Lanzarotta