mercoledì 31 ottobre 2018

Gesù, Resurrezione dai morti


GIOVANNI PAOLO II - 1. “Aspetto la risurrezione dei morti e la vita eterna”. (2.11.83)


GIOVANNI PAOLO II - 1. “Aspetto la risurrezione dei morti e la vita eterna”. (2.11.83)

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 2 novembre 1983

Oggi, commemorazione liturgica dei defunti, il nostro pensiero si sofferma sulla schiera dei fratelli che ci hanno preceduto al grande traguardo dell’eternità. Siamo invitati a riprendere con essi, nell’intimo del cuore, quel dialogo, che la morte non deve troncare. Non v’è persona che non abbia parenti, amici, conoscenti da ricordare. Non v’è famiglia che non risalga al proprio ceppo originario, con i sentimenti del rimpianto, della pietà umana e cristiana.
Ma il nostro ricordo vuole andare oltre i legittimi e cari vincoli affettivi ed estendersi all’orizzonte del mondo. In tal modo raggiungiamo tutti i morti, ovunque essi siano deposti, in ogni angolo della terra, dai cimiteri delle metropoli a quelli del più modesto villaggio. Per tutti, con cuore fraterno, eleviamo la pia invocazione di suffragio al Signore della vita e della morte.
2. La giornata commemorativa di tutti i defunti, deve essere una giornata di riflessione, particolarmente nell’occasione straordinaria dell’Anno Giubilare della Redenzione che stiamo celebrando. Infatti, la commemorazione dei defunti ci fa meditare prima di tutto sul messaggio escatologico del cristianesimo: sulla parola rivelatrice di Cristo, il Redentore, noi siamo sicuri dell’immortalità dell’anima. In realtà, la vita non è chiusa nell’orizzonte di questo mondo: l’anima, creata immediatamente da Dio, quando giunge la fine fisiologica del corpo, rimane immortale e i nostri stessi corpi risorgeranno trasformati e spiritualizzati. Il significato profondo e decisivo della nostra esistenza umana e terrena sta nella nostra “personale” immortalità: Gesù è venuto a rivelarci questa verità. Il cristianesimo è certamente anche un “umanesimo” e propugna con forza lo sviluppo integrale di ogni uomo e di ogni popolo, associandosi a tutti i movimenti che vogliono il progresso individuale e sociale; ma il suo messaggio è essenzialmente ultraterreno, impostando tutto il senso dell’esistenza nella prospettiva dell’immortalità e della responsabilità. Quindi le moltitudini immense di coloro che già nei secoli passati hanno raggiunto il termine della propria vita, sono tutte ben vive; i nostri cari defunti sono tuttora viventi e presenti anche, in qualche modo, nel nostro quotidiano cammino. “La vita non è tolta ma trasformata; e mentre si distrugge la dimora di questo esilio terreno, viene preparata un’abitazione eterna nel cielo!” (Prefazio defunctorum).
3. In secondo luogo, questa giornata ci fa pensare giustamente alla fragilità e alla precarietà della nostra vita, alla condizione mortale della nostra esistenza. Quante persone son già passate su questa nostra terra! Quanti, che un giorno erano con noi con il loro affetto e la loro presenza, ora non sono più! Siamo pellegrini sulla terra e non siamo sicuri della lunghezza del tempo che ci è concesso. L’autore della Lettera agli Ebrei ammonisce pensosamente: “È stabilito che gli uomini muoiano una sola volta, dopo di che viene il giudizio” (Eb 9, 27). L’Anno Santo della Redenzione ci ricorda specialmente che Cristo è venuto a portare la “grazia” divina, a redimere l’umanità dal peccato, a perdonare le colpe. La realtà della nostra morte ci ricorda l’ammonizione pressante del Divin Maestro: “Siate vigilanti!” (cf. Mt 24, 32; 25, 13; Mc 13, 35). Dobbiamo dunque vivere in grazia di Dio, mediante la preghiera, la Confessione frequente, l’Eucaristia; dobbiamo vivere in pace con Dio, con noi stessi e con tutti.
4. L’intero insegnamento e tutto l’atteggiamento di Gesù sono proiettati verso le eterne realtà, in vista delle quali il Divin Maestro non esita a chiedere dure rinunzie e gravi sacrifici. La realtà della nostra morte non deve rendere triste la vita né bloccarla nelle sue attività; deve farla solo estremamente seria. L’autore della Lettera agli Ebrei ci avverte che “non abbiamo quaggiù una città stabile, ma andiamo in cerca di quella futura” (Eb 13, 14) e san Paolo gli fa eco con un’espressione di vivo realismo: “Tratto duramente il mio corpo e lo tengo in schiavitù” (1 Cor 9, 27). Infatti sappiamo che “le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi” (Rm 8, 18).
5. Alla luce del messaggio tipico dell’Anno Santo, questa giornata dei defunti ci ricorda ancora la grande e preziosa realtà dell’Indulgenza che la Chiesa concede in remissione della pena dovuta per i peccati. Certamente il Signore rimette le colpe di chi è veramente pentito e a lui ritorna mediante il sacramento della Penitenza; rimane però, potremmo dire, quella zona d’ombra che è appunto detta “pena” del peccato, rimane cioè il dovere della perfetta purificazione per l’immediato possesso della visione beatifica dopo questa vita.
L’Indulgenza giubilare - al pari delle altre indulgenze - può essere ottenuta per i defunti a modo di suffragio. Vi esorto pertanto ad approfittare sempre, ma specialmente in quest’anno, del tesoro della misericordia di Dio, per godere la sua amicizia ed essere trovati degni della sua infinita felicità.
6. Carissimi fratelli e sorelle! Le riflessioni suggeriteci dalla commemorazione dei defunti ci immettono nel grande capitolo dei “Novissimi” - Morte, Giudizio, Inferno e Paradiso -. È la prospettiva che dobbiamo avere ininterrottamente dinanzi agli occhi, è il segreto perché la vita abbia sempre pienezza di significato e si svolga ogni giorno con la forza della speranza.
Meditiamo spesso i Novissimi e comprenderemo sempre più il senso profondo del vivere.
Con questa esortazione vi imparto di cuore la mia affettuosa e paterna benedizione apostolica.

martedì 30 ottobre 2018

Festa di Tutti i Santi


TUTTI I SANTI (01/11/2018) - SIMILI A LUI


TUTTI I SANTI (01/11/2018) - SIMILI A LUI

don Luciano Cantini  

Giovanni ci invita a stupirci... vedete quale grande amore ci ha dato il Padre. Capita troppo spesso di dare tutto per scontato, per ovvio, normale; l'invito è quello di aguzzare la vista, entrare nel mistero, andare oltre le apparenze, i luoghi comuni.
E' vero, siamo chiamati figli di Dio, lo diciamo di noi stessi perché riconosciamo Dio come creatore: egli ci ha fatti e noi siamo suoi (Sal 100,3), ma che senso diamo a questa appartenenza?
S. Agostino, scrive: “Chi di figlio ha soltanto il nome, non è vero figlio, che vantaggio ha da tal nome, se nulla significa per lui? Quanti si dicono medici ma non sanno curare i malati! Quanti hanno il nome di guardia, ma dormono tutta la notte! Allo stesso modo molti si dicono cristiani, ma in definitiva non lo sono, non sono ciò che il loro nome significa, non lo sono nella vita, non nei costumi, nella fede, nella speranza, nella carità” (commento alla lettera di san Giovanni, omelia 4).
Per dirci figli di Dio dobbiamo meravigliarci del grande amore con il quale da lui siamo amati; questa meraviglia però non viene da una ispirazione, o da una ascesa spirituale, ma è un dono che ci ha dato il Padre.
Fin d'ora
Il messaggio di Giovanni non è per comunicare una ovvietà, piuttosto ci invita ad andare oltre l'immaginazione, le aspettative, il pensiero dell'uomo. Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri (Is 55,9). È un salto di qualità incredibile che ci viene chiesto nel tentativo di intuire appena la dimensione dell'amore di Dio che ci ha reso figli. Tra le frasi della lettera troviamo questa fatica che prima ci dice di essere chiamati figli di Dio per poi affermare fin d'ora siamo figli di Dio; ma il cammino non si ferma qui, la prospettiva è ben maggiore ciò che saremo non è stato ancora rivelato.
Il nostro futuro rimane nella oscurità, però ogni presente è rivelazione del successivo futuro, perché già lo contiene. Il nostro sguardo è breve e con dei limiti possiamo programmare e prevedere, immaginare e sognare; l'esistenza dell'uomo è tesa tra presente e il futuro, tanto più per il cristiano che ha coscienza di quanto futuro è già nel presente e quanto dell'oggi giungerà a compimento (“fin d'ora” e “non ancora”). Da qui nasce l'imperativo di leggere i segni dei tempi nella storia che viviamo nel presente.
Lo vedremo così come egli è
Ciò che percepiamo del nostro presente, la dimensione della storia, è solo la punta dell'iceberg di ciò che è in serbo per il futuro: Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano (1Cor 2,9). La prospettiva è senza misura saremo simili a lui. 
Eppure, questa prospettiva è “già” nostra se nel racconto della creazione si dice: Dio creò l'uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò (Gen 1,27). Giovanni ci annuncia il compimento di quanto è iniziato.
Occorre fare attenzione alle scorciatoie, è il racconto del primo peccato e il peccato di sempre: quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio (Gen 3,5). L'uomo con il peccato ha chiuso gli occhi e perso la capacità di guardare negli occhi di Dio - «tu non puoi vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedermi e restare in vita» (Es 33,20).
È questione d'amore, di stupore per l'amore, di pienezza dell'amore: La speranza poi non delude, perché l'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato (Rm 5,5).
Chiunque ha questa speranza
La nostra relazione con Gesù, il nostro sguardo su di lui, l'ascolto attento della sua Parola, la conversione quotidiana ai suoi insegnamenti, ci prepara alla visione finale di quella gloria il cui bagliore intravediamo nel volto di Cristo, oggi nascosto nel volto del povero, del malato, del forestiero (cfr. Mt 25,35): Per questo il mondo non ci conosce: perché non ha conosciuto lui. 
La fede è vita: è vivere l'amore di Dio che ci ha cambiato l'esistenza. La fede è questione di incontro, non di teoria. (Papa Francesco@Pontifex_it· 28 Oct 18)

lunedì 29 ottobre 2018

preghiera


LA PREGHIERA, ECO DELL'INQUIETUDINE DELL'UOMO


LA PREGHIERA, ECO DELL'INQUIETUDINE DELL'UOMO

di Teresa Della Croce * 

Una inquietudine mai placata, dimora di fango, consueta per il nostro tempo, scopre nella cenere il suo fondamento. Proteso in un andare gravido di barcollanti certezze, sazio di dubbi, a stento l’uomo si espone, come argilla, alla morsura del silenzio, alle strettoie dell’attesa per scoprire in sé la stabilità della terracotta, della maturità nello Spirito. L’ansia che gonfia il grembo di vento1 è il sintomo più evidente di questo malessere interiore a cui pochi sanno dare un nome. Rumori, luci, agitazione, smania, sofferenze come scintille planano in alto, mentre i nostri sensi si ritrovano tutti in prossimità degli scogli della frenesia della vita quotidiana. Chi non riesce a star dietro al suo lazzo e migrando da un sentire all’altro lega o separa deboli pensieri viene da essa imperiosamente respinto. È necessario trovare il coraggio di smentire una realtà fatta di apparenza, di vuoto, di barche di giunchi che non tengono la veemenza dei flutti. Urge recuperare tutto ciò che fa dell’uomo il signore del tempo e non lo schiavo di mode, di costumi, di scontate tradizioni, paglia secca spazzata via in un frangente dal vento di novità esasperate. In questo vortice di turbamento l’uomo ha paura del silenzio, paura dell’ignoto, paura di fermarsi, paura di sostare. Ha paura, paura di ciò che non è in grado di dominare, di controllare e di gestire, come l’attesa e la solitudine. Paura del non conosciuto, dell’inafferrabile che fascia la mente. Quando avverte qualcosa che lo sovrasta, cibo di tormento per ogni giorno della sua vita, per non far crescere l’ansia, insieme a farmaci di tranquillità, si protende alla ricerca di Qualcuno che sa e può dargli la pace. Si apre allora un varco sul bivio esistenziale. Può scegliere. Spesso ha inizio una ritualità esatta, fatta il più delle volte di brevi sgranate preghiere, di medaglie e immaginette, di candele accese che si sommano agli amuleti; la Bibbia a portata di mano e i segni della croce scandiscono giudizi di caligine per tutto ciò che ruota intorno a momenti di panico che afferrano senza pietà. In tal caso l’ansia, il timore, la paura, sono fruscio dell’agire giornaliero. Ma… più raramente, se tende l’orecchio, entra in contatto con il ricordo di Dio.
Mi sono ricordato di Dio e ho gioito
L’uomo intravede la propria debolezza, la sperimenta e impara a conoscerla. Sant’Isacco proclama costui beato2 e aggiunge: «L’uomo che è giunto a conoscere la misura della propria debolezza, è giunto alla perfezione dell’umiltà»3. È disposto all’ascolto dello shofar, che per tutti risuona, del ritorno al dialogo con Dio, del richiamo alla preghiera4, della memoria Dei.
Nell’arsura di serenità, approdati ai bacini dell’angoscia, avverte pungente la necessità di lasciarsi affascinare dall’Assoluto e di concedersi momenti di vita solitaria per ritrovare l’equilibrio interiore nella quiete, in quella tranquillità che non è più uno stato d’animo passeggero, bensì un modo di vivere, uno stato di vita, precisamente è il passare “dentro” il turbamento, l’agitazione, l’avvilimento, dentro il sentire per entrare in contatto con la ricerca appassionata di ciò che ci abita, della sola quiete: la pace in Dio. Risuona allora l’invito a sostare: «Fermatevi! e sappiate che io sono Dio» (salmo 46).
Sii silenzioso e avrai la quiete in qualsiasi luogo abiterai
La ricerca della quiete, dell’esichia è importante per la preghiera. I padri del deserto raccomandano il silenzio: non labbra chiuse, ma mente a riposo per non lasciarsi inondare dai rumori, dalle tante voci, dalle eco delle distrazioni. Mente solitaria, poiché solo nella solitudine è possibile che il silenzio parli e operi meraviglie. E la solitudine ha un suo luogo che è figura concreta della custodia di una dimensione interiore: la cella, la stanza più intima in cui ci si dispone all’incontro con Dio. Il ricordo di Dio costante e abituale, l’orazione hanno la loro scaturigine dal sostare assiduo nel luogo del silenzio.
Teresa di Lisieux racconta: «Da bambina andavo dietro al mio letto, in un cantuccio che potevo facilmente chiudere con una tenda e là pensavo, cercavo Dio»5. Il “vacare Deo”, il percepire la sua assenza e il cercarlo nella preghiera è in sé risposta a una chiamata, ascolto incessante e vigile che non frappone i diaframmi immobili della durezza di udito, ma schiude alla voce che ci abita nel profondo: Padre nostro6.
L’ascolto invoca vigilanza e umiltà
Non ogni uomo calmo è umile, ma ogni uomo umile è calmo. L’uomo dei nostri tempi invece è agitato, parla fino al logorio delle parole, non comprende e non tollera l’ascolto, spazio di libertà al parlare altrui. E il suo non ascolto lo porta a usare il linguaggio degli astuti che crea conflitti, incomprensioni, ingiustizie, pensieri tormentosi, drammi profondi, ad accamparsi ai margini del suo cuore diroccato e della sua mente priva di senno, a rodersi in quell’implacabile smania che sommerge e perseguita… Appare difficile e duro raggiungere il silenzio di tutti i pensieri. La custodia del cuore richiede vigilanza e umiltà. La custodia della mente un duro esercizio. Vigilanza nel proprio territorio, perché il sentire non sommerga l’intendere né il volere, e i progetti di argilla siano fondati sulla roccia.
Umiltà per accogliersi come creta impastata di spirito, aderente alla terra, ma portata dal soffio dell’eterno su sentieri di verità. Privato di questo habitus, l’uomo sorseggia l’iniquità come acqua fresca, non trova più il suo volto e affannosamente ricerca pozzanghere in cui specchiarsi nella speranza di ritrovarsi. L’umiltà fa dell’uomo una creatura serena, che non ha bisogno di mettersi in mostra, una creatura che dà pace in quanto rappacificata con la vita e con se stessa, una creatura capace di ascolto e quindi di pronunciare parole sagge, una creatura capace di pregare.
L’umiltà fa sì che l’altro circoli tra le mie idee e vi aggiunga le sue, che entrando lasci spalancata la porta della mia stanza segreta invitandomi a vivere a cuore aperto, e io mi scopra predato e donato nel dialogo dell’amore, della preghiera, del raccontarmi e farmi raccontare da Dio, dall’uomo, nella terra della mia nudità7.
Senza umiltà la preghiera svilisce in un monologo, precipita nell’abisso delle incongruenze quotidiane e nella sclerosi della pochezza che siamo. Solo respirando l’humus del nostro peccato possiamo accostarci a Dio. Attraverso l’umiltà sperimentiamo la distanza tra noi e Lui, e dopo aver vagato a tentoni, come ubriachi barcollanti, fino all’alba, iniziamo a comprendere attraverso un dire semplice l’amore di Dio per l’uomo. Allora ci accostiamo al Mistero lasciando le nostre solitudini senza strada, le nostre veglie trascorse in un tormento privo di speranza, abbacinati dalla notte della presunzione. Ricorda Isacco di Ninive: «Quando nella preghiera ti metterai davanti a Dio il tuo pensiero diventi semplice… Dio vedendo i tuoi desideri, la purezza dei tuoi pensieri che riposano in Lui e non in te, la tua speranza fiduciosa, farà scendere in te questo potere inscrutabile e tu avrai coscienza di possederlo. La coscienza di questo potere ha permesso ad alcuni di affrontare senza paura le fiamme, ad altri di camminare sulle acque con la certezza di non affondare»8.
Questo potere straordinario, l’umiltà, è al tempo stesso origine e frutto di preghiera. Apre a Dio e all’uomo. Apre alla pro-esistenza, all’esserci per l’altro, ad offrire la speranza di un amore che sappia farsi presenza. Ciò avviene non solo con coloro che incontriamo e con cui viviamo, ma con quanti “frequentiamo” spiritualmente nel segreto della preghiera.
Saltem frequenter in vita
Quante volte la nostra preghiera è un lasciar sostare lo sguardo sul male del mondo, dimentichi della croce di Cristo: ci si consegna alla disperazione. Solo il non senso possiamo incontrare se, accovacciati alla sponda del male, come spettatori sprovveduti, spezziamo le reti della delusione nella pesca di una beneficenza spicciola. Dalla sponda del male non giunge altra risposta che pianto e lamento. La lontananza da Dio, la ribellione dell’intelligenza ostinata dell’uomo, la rivendicazione d’autonomia da lui, hanno solcato di male la storia degli uomini che dalle profondità di un sentire trasceso si fa «voce che grida all’uomo fino al suo ultimo respiro: oggi convèrtiti»9.
Si ha la presunzione di poter pregare per il male che ci affligge, ci schiaccia, ci divora, senza considerare la croce di Cristo, provvisti solo del nostro dolore. Se impariamo a pregare davanti al Crocifisso intravediamo l’amore di Dio per l’uomo, Cristo diventa la nostra preghiera, è il cuore della preghiera.
Impariamo a ringraziare per ogni cosa10: per il tribolare e il patire, per tutto ciò che ci accade e che accade alla sorella, al fratello, perché noi dobbiamo entrare nel regno attraverso molto soffrire11, confortati dalla fede che ci consente di vedere «le prime luci del sabato» (Lc 23,54). Memore di quelle parole: «Tuo fratello risorgerà» (Gv 11,23), l’uomo di ogni tempo potrà costruire accampamenti di amore nella fatica delle attività più ordinarie, nello svolgimento dei compiti di ogni giorno, nella santificazione della ferialità, in quella preghiera dell’oggi e dell’attesa che non ha più parole.
Oggi, convèrtiti (Eb 4,7)
In un mondo fatto di ombre e di silenzio, in cui le voci – una dietro l’altra – terminano la loro corsa affannosa, in quel mondo interiore che assale, carpisce e insidiosamente intrappola il pensiero in un sentire mostruoso, la bellezza dell’integrità umana non può che narrare l’invito cocente della liberazione dai ceppi di sé, per ripercorrere il sentiero dell’allontanamento e tornare alla fonte. Oggi convèrtiti. La metanoia è dono di Dio, origine e frutto delle opere della fede, prima fra tutte la preghiera.
A volte il dolore lascia segni indimenticabili che solo la frequentazione assidua della preghiera può sanare. Tornare indietro è più facile che andare avanti, perché la memoria dei fallimenti, delle angosce, delle paure è esperta di precisione. «Io mi sono schiantato sui tempi di cui ignoro l’ordine, e i miei pensieri, queste intime viscere della mia anima, sono dilaniati da molteplici tumultuosità». Esperienza di un uomo simbolo, Agostino, che ha letto il segreto di Dio sugli scogli di una vita che si è scoperta preghiera, sui sentieri della sua interiorità, dopo essersi disperso in una ricerca estranea al suo essere. È l’esperienza dell’uomo di tutti i tempi. Incredibile quest’uomo che non si finisce mai di scoprire! Mistero di pienezza e fragilità, parabola di un cammino che lo porta via da se stesso alla scoperta del suo significato. Vive, ma non può definire la sua vita, se non scrivendo pagine di storia, pagine sacre o pagine maledette, pagine che strappa e pagine che ricostruisce.
Il percorso dell’esistenza, questo ricucire oggi ciò che sembra essersi lacerato per sempre è l’avventura meravigliosa della preghiera. Restituire l’uomo a se stesso, quale compito più alto? Restituirlo alla bellezza, al bene, a ciò che è vero e non tramonta. È un cammino di ricerca in cui l’uomo chiede di non andare solo per non smarrirsi ancora, un cammino in cui l’uomo si fida di un altro uomo, fragile come lui in quanto figlio dell’uomo, Salvatore per lui in quanto Figlio di Dio: un uomo che può indicargli la strada del ritorno. Anche questo esperire è preghiera. L’orante guarda, osserva, acquisisce la capacità di vedere. È la preghiera a trasformare lo sguardo, ad aprire la coscienza alla precarietà della vita, alla pienezza della comunione con i viventi e Dio. Pensiero purificato, occhio limpido, mente desta. Colui che non si sottrae alla conversione, ma persevera nell’orazione, sa vedere Dio, sa riconoscerlo nelle Scritture, nella mensa della Parola e del Pane, in ogni cosa. «L’anima purificata dalle passioni e illuminata dalla contemplazione delle cose ultime dimora in Dio e la sua preghiera è vera»12.
Chi prega, somiglia a un esploratore
«Dio ha creato l’uomo come un “esploratore” (Qo 1,13) perché cammini verso la verità e nulla lasci di intentato nonostante il continuo ricatto del dubbio» (FR 21). Chiamato a valicare i limiti di una conoscenza naturale e sensoriale, attraverso la fede e le opere della fede13, l’uomo smarrito, scettico e incredulo può ritrovare la fiducia nella sua capacità di riflettere14 criticamente sui dati del reale e sul senso della vita: Chi sono? Da dove vengo? Dove vado? Perché il male? La capacità metafisica dell’uomo fa di lui un orante per sollevare lo sguardo e volare in alto verso la verità15. Motore di questo volo è la preghiera.
Per rispondere all’inquietante domanda di senso che si annida nel suo vivere, la persona umana tenta di acquisire una conoscenza profonda e realistica di sé, delle proprie potenzialità e dei propri limiti, unitamente a una certa consapevolezza della propria personalità, al fine di orientare al raggiungimento dei suoi ideali, in modo costruttivo, tutte le energie a sua disposizione16.
Attraverso la preghiera assidua, la persona si scopre orientata verso il bene assoluto, questo tendere «sorge dall’intuizione e dall’esperienza della creaturalità e dai limiti della persona che anela a trascendersi per giungere alla pienezza della propria personalità»17. La preghiera consente di assimilare progressivamente i valori, liberamente scelti, ordinati a cercare la trascendenza di sé e non la propria gratificazione, tende naturalmente al suo fine ultimo, Dio, Bene desiderabile in se stesso, degno di essere amato, cercato, Libertà infinita in cui ritrova la sua libertà di figlio nel Figlio: «Noi riceviamo da Lui, che è la norma concreta e perfetta di ogni attività morale, la libertà di compiere la volontà di Dio e di compiere il nostro destino di figli liberi del Padre»18.
Libero e fragile, aperto all’Assoluto ma tentato dal relativo, l’uomo che prega, interiorizzando i valori eterni in vista di una sempre più ricca risposta personale all’amore del Signore, assume la responsabilità della sua vita mediante scelte libere e consapevoli in risposta all’appello che Dio rivolge a ciascuno. Infatti «Dio non ha voluto creare un museo, ma un universo vivente e libero che si crea o si discrea. Ciascuno è fonte di un potere creatore, fonte di un superamento possibile, capace di mancare alla sua dignità»19.
Orante per vocazione
Chiamata a trascendersi, la persona umana può disperdere questa spinta vitale profonda in una orizzontalità di possesso e di appagamento immediato che la ingabbia nel recinto di risorse scontate e le preclude la possibilità di attingere forze nuove da potenzialità per lei ignote, ma pur suo patrimonio costitutivo. Eletto per vocazione a ruminare nel cuore la parola che come seme che germoglia alla contemplazione è forza invocante lo Spirito e parola con cui Dio parla alla Sua creatura, l’orante è colui, o colei, che si applica alla lettura amorosa delle Scritture. L’uomo, se, «dopo aver purificato il suo cuore, riceve la parola di Dio e dimora in essa (cfr. 2Gv 9), emette pensieri buoni, così che i comandamenti di Dio dimorano in lui»20. È la fecondità della preghiera autentica. Nel segreto di una vita in abbondanza, scandita dal ringraziamento e dalla domanda, dalla supplica fino alla contemplazione, la preghiera porta al raggiungimento della propria completezza, della maturità, all’essere ciò per cui siamo nati: uomini e donne unificati dal dono dello Spirito.
Un modello di sviluppo di una vita di preghiera che orienta l’agire può essere quello della spirale: a ogni fase si assorbono le fasi precedenti e si procede verso un più alto livello di integrazione. Un modello che esprime continuità dinamica. È un cammino “intelligente”, tracciato dalla grazia che trova disponibilità interiore e apre a una vita senza fine, il volto di Dio in noi, un’acqua viva che mormora il proprio nome proveniente dalle sorgenti pure dell’essere. Allora potremo rendere visibile il “nostro uomo”. Lo scriveva Teofilo di Antiochia nel suo dialogo con il pagano del suo tempo: «Se tu mi dici: “Mostrami il tuo Dio”, io potrei risponderti: “Mostrami il tuo uomo, e io ti mostrerò il mio Dio”»21. Il volto dell’uomo ha in sé i tratti del suo creatore. La preghiera consente di vedere con occhi luminosi il volto di Dio nei fratelli e nelle sorelle.
Il rapporto in cui ogni persona trova la pienezza del proprio essere è quello con il divino, quindi con un tu che non sia alla pari, ma che sia all’origine della sua esistenza, la fonte da cui riceversi, Colui che egli/ella prega. Non è l’alterità orizzontale l’ambito in cui la creatura trova il proprio accesso a Dio, ma quello verticale. Solo dopo aver delineato i confini della propria autonomia da Colui che lo ha creato, solo pregando, l’uomo può decifrare, nel volto del fratello e della sorella, l’immagine di Dio22.
A questo punto possiamo capire dove sia andato a nascondersi un uomo che non ha messo in opera il suo essere dominus dei propri pensieri, sentimenti, esperienze, ma ne è rimasto soggiogato, imbrigliato in una preghiera di parole, suoni e poco cuore… dove sia andato a ritrovarsi una persona che si è specchiata nella pozzanghera del possesso e della fuga da un impegno di giustizia… dove sia andato a cadere un essere umano che invece di custodire il creato, i suoi fratelli e le sue sorelle, ha tentato di espropriarli della loro dignità per sentirsi padrone.
Pienezza di vita
Il comandamento dell’amore, sintesi mirabile della shekinah (presenza) di Dio, realizzato in Cristo, verbum salutis, sarà sempre l’oggetto attraente della volontà dell’orante, il fascino irresistibile che lo porta al telos del suo cammino: la comunione perfetta con Dio, con i fratelli e con le sorelle. «La natura intelligente della persona umana può e deve raggiungere la perfezione. Questa, mediante la sapienza, attrae con dolcezza la mente a cercare e ad amare il vero e il bene; l’uomo che se ne nutre è condotto attraverso il visibile all’invisibile» (GS 15 ). Nella follia della croce è racchiuso il segreto del Mistero lì, dove il paradosso dell’Amore che disarma parla del Padre di misericordia, e ci conforta nel sentiero della vita per affidarci a Lui, sapendo che «restiamo nella notte, ma sotto le stelle».
Al di là di tutti gli enigmi, le incognite, le tortuosità, le curve della sorte umana nel mondo, la verità sull’uomo che Dio ha scritto nelle pagine di una storia straordinaria di salvezza si afferma nell’esperienza di un’umanità nuova, quella di Cristo, in cui ogni persona è chiamata a partecipare in pienezza alla vita di Dio (2Pt 1,4). Nell’inquietudine creativa dell’uomo, generata dalla consapevolezza del limite della temporalità, pulsa ciò che è più profondamente umano: il desiderio del ritorno alla Fonte della propria immagine, la nostalgia di ricongiungersi con Colui da cui ha ricevuto l’impronta dell’essere. Questa nostalgia è preghiera.
La persona umana è davvero un essere visitato, una dimora aperta all’ospitalità in nome di quella somiglianza con Dio che la rende capace di custodire l’autenticità della vita, diventando per le cose, gli eventi, le persone, icona di preghiera. La biografia dell’uomo è una crescita fino a quando non si identifica con la parola che Dio ha pronunciato a suo riguardo, Parola di vita che non tramonta. La persona umana resta l’ambito privilegiato per l’incontro con l’Essere.
…a mo’ di conclusione
L’esperienza del sonno che porta via ogni notte ci ricorda che si può andare dalla imperfezione al compimento, per essere specchi di Lui, non annullando la notte, ma riposando in essa, non più come homo dormiens, colui che non si interroga mai, che vive senza interessi, che non vuole vedere né sentire, che non si lascia toccare, che vive nella paura, superficialmente più che in profondità, e per paura quantifica preghiere, che negli eventi si confronta restando in posizione orizzontale, sonnecchiando… bensì come homo vigilans, il vero orante, colui che è sempre presente a se stesso e agli altri, al proprio lavoro e servizio, colui che responsabilmente non si esaurisce nell’immediato, ma sa misurarsi nella lunga e paziente attesa, colui che esprime il tutto che è in ogni frammento della sua vita, colui che non ha più paura di sentirsi vulnerabile, perché sa che le ferite della sua umanità possono trasformarsi in feritoie attraverso le quali la Vita giunge nel fluire del tempo, una Vita che, potendo realizzare finalmente il suo Fine, canta all’Amore con il suo «cuore piagato», avvolto in una «fiamma che consuma e non dà pena» e pur di incontrarlo definitivamente è disposta a «rompere la tela». La sofferenza non è più un peso del disordine, ma un peso ordinato, il dolce peso del limite, protetto dalla «deliziosa piaga» e sempre aperto al «dolce incontro»: «L’Amato è le montagne, le valli solitarie e ricche d’ombra… è come notte calma, molto vicina al sorger dell’aurora, musica silenziosa, solitudine sonora… Chi potrà sanarmi questo mio cuor piagato?… è fiamma che consuma e non dà pena! O Amato, al dolce incontro rompi la tela».

   

venerdì 26 ottobre 2018

Signore Gesù abbi pietà di me


TRENTESIMA DOMENICA TEMPO ORDINARIO


TRENTESIMA DOMENICA TEMPO ORDINARIO

Ger 31, 7-9; Sal 125; Eb 5, 1-6; Mc 10, 46-52

E’ strano: i discepoli, quelli che erano con Gesù e si sentivano dalla sua parte (tanto in intimità con Lui da pretendere di “dargli insegnamenti” come Pietro e tanto da chiedergli con sfacciataggine i primi posti come Giacomo e Giovanni) non capiscono chi davvero è Gesù e non si sono ancora compromessi … e qui, invece, a Gerico, incontriamo uno “ai margini”, uno rifiutato, uno zittito che si compromette: è Bartimeo il cieco!
Marco ce lo presenta come “icona” del vero discepolo disposto ad uscir fuori dalla sua condizione, dalla sua cecità, dalla sua mendicità per mettersi sulla strada di Gesù.
Dinanzi alla cecità dei discepoli, di fronte alla passione di Gesù annunziata tre volte ed ormai imminente, Marco, con questo racconto del cieco Bartimeo, ci dice che è necessario lasciarsi guarire ed illuminare da Gesù per poter entrare con Lui nella passione, al seguito di questo Messia altro che i Dodici ancora non riescono a comprendere e ad accettare.
Bartimeo è cieco, e sa di esserlo, e sa di aver bisogno di Gesù; è diventato cieco (infatti chiede di riavere la vista; alla lettera di “ri-vedere”!); la vita, il “mondo” l’hanno reso cieco, e Bartimeo conosce questa sua vicenda di accecamento. E’ quanto accade a tanti … forse a tutti? Si diviene ciechi per i “fumi” del mondo, per le false piste che il mondo prepara perché si creda “possibile” ed allettante ciò che, alla fine, ci rende ciechi, insensibili, egoisti, bramosi di dominio.
Notiamo che Bartimeo chiama Gesù con un titolo messianico pericoloso (Figlio di Davide), pericoloso perché è un titolo che evoca direttamente una regalità fraintendibile; Gesù, però, questa volta non rifiuta questo titolo, lo accetta; tra poco, infatti, sulla croce, ogni fraintendimento sulla sua regalità verrà spazzato via. Gesù desidera incontrare quel povero che lo aveva chiamato Figlio di Davide. Nessuno sente la voce di Bartimeo e quelli che la sentono vogliono farlo tacere: solo Gesù sente davvero quella voce di povero che chiede luce e salvezza. Chiede che sia chiamato. Quelli che vanno a chiamarlo lo fanno con un invito che non può che essere una chiara allusione a ciò che avviene nel credente che si lascia illuminare da Gesù, ed è disposto a seguirlo per la sua via: Coraggio! Alzati! Ti chiama. Una chiara allusione alla risurrezione: égheire è l’imperativo del verbo egheíro che è il verbo che il Nuovo Testamento userà per dire la risurrezione di Gesù. E Bartimeo si alza lasciando il mantello che, nella tradizione Biblica, è il segno della dignità e della potenza dell’uomo (pensiamo ad Elia che lascia il suo mantello ad Eliseo investendolo così del suo ministero profetico; cfr 2Re 2,13-14). Il mantello di Bartimeo è la sua vita di prima, la sua condizione di prostrato, di umiliato, di accecato. E Bartimeo si trova dinanzi a Gesù, e Gesù si pone dinanzi alla libertà e alla volontà di Bartimeo: Che vuoi che io faccia?, gli chiede. Bartimeo gli chiede di riavere la vista chiamando Gesù “Rabbunì” che significa “Maestro mio”: ecco che Bartimeo apre qui la sua libertà alla luce di Gesù. Con Lui Bartimeo dichiara di voler avere una relazione profonda e personale; si apre alla luce che è relazione con questo Maestro che non insegna solo belle parole ma che sta andando a Gerusalemme a dare la vita … Se il cieco di Betsaida (cfr Mc 8, 22-26) era stato guarito “a tappe”, Bartimeo è guarito immediatamente; in più Gesù non lo rimanda a casa. Come non aveva impedito a Bartimeo di gridare il “segreto messianico” (“Figlio di Davide!”) così non gli impedisce di seguirlo sulla strada per Gerusalemme! Ecco il fine del discepolato: gridare chi è Gesù, lasciandosi illuminare da Lui, e seguirlo sulla via verso la Passione.
Questo mendicante, a differenza del giovane ricco, ha un nome che l’Evangelo custodisce e che ci consegna: è icona di quel discepolato che anche i Dodici devono imparare da questo povero. Bartimeo è un insegnamento estremo che Gesù dona a Pietro, che si mette come inciampo tra Lui e Gerusalemme (cfr Mc 8,32-33), dona ai Dodici che disputano sul primato dell’uno sull’altro (cfr Mc 9, 33-37),e dona a Giacomo e Giovanni che vogliono posti di potere (cfr Mc 10,35-40). Bartimeo è l’antitesi del giovane ricco, è la “beatitudine” dei poveri che è resa visibile: un povero che ancora si spoglia per seguire Gesù sulla sua stessa via di spoliazione, sulla via del Figlio di Davide che da re si farà schiavo fino alla croce.
Per l’evangelista Marco, Bartimeo è un invito al suo lettore che – ricordiamolo – era il catecumeno il quale, nel prepararsi al Battesimo, doveva decidere di lasciare la sua vita di prima per seguire questo Dio scandaloso, che si era lasciato “affogare” (alla lettera “battezzare”; cfr Mc 10,38) nella violenza del mondo per raccontare l’amore del Padre. Un invito a gridare a Gesù di poter vedere fino in fondo quello che accadrà a Gerusalemme! Un invito a chiedere a Gesù di non lasciarsi scandalizzare dalla croce, un invito a chiedere occhi per continuare a leggere, senza paura, l’Evangelo con cui imparerà a seguire Gesù sulla sua stessa strada.Per seguire Gesù è necessario contemplare, nella fede, il suo cammino. La sequela è itinerario faticoso che richiede conversione, spoliazione, vendite, scelte di servire e di dare la vita come il Figlio dell’Uomo.on è un caso che tutta questa sezione dell’Evangelo di Marco che riguarda la sequela autentica di Gesù – dalla domanda “Voi chi dite che io sia?” (cfr Mc 8,29) fino all’invito a servire dando la vita come il Figlio dell’uomo (cfr Mc 10,45) – sia racchiusa tra due guarigioni di ciechi: il cieco di Betsaida che pian piano vede (Mc 8, 22-26) e Bartimeo che vede subito e si mette a seguire Gesù immediatamente!
Bartimeo, al termine di questo cammino sulla sequela di Gesù, è davvero per noi provocazione e domanda. Lasciamoci interpellare e gridiamo verso Gesù senza lasciarci mettere a tacere dal mondo che non crede alle novità e che vorrebbe che tutto restasse immutato per custodire un presente imprigionanante ma comodo, forse monotono ma pieno di sicurezze.
La luce che Gesù dona illumina nuovi cammini e chiama a rischi pieni di vita!

Padre Fabrizio Cristarella Orestano

mercoledì 24 ottobre 2018

Christ Pantocrator


PAPA FRANCESCO - Quando il diavolo fa l'educato (12.10.18)


PAPA FRANCESCO - Quando il diavolo fa l'educato (12.10.18)

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Venerdì, 12 ottobre 2018 

(da: L'Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVIII, n.233, 13/10/2018)

Dalla strategia del diavolo, che fa «l’educato» e suona persino il campanello di casa presentandosi come amico, Papa Francesco ha messo in guardia celebrando la messa venerdì 12 ottobre a Santa Marta. Preghiera, esame di coscienza, oltre a «vigilanza e calma» come insegnava Isaia, sono le risposte giuste per smascherare le astuzie del diavolo e non finire «sulla strada della mediocrità e della mondanità».
«Il demonio, quando prende possesso del cuore di una persona, rimane lì, come a casa sua e non vuole uscirne» ha affermato il Pontefice. «Per questo tante volte quando Gesù scaccia i demoni, questi cercano di rovinare la persona, di fare del male, anche fisicamente» ha detto, suggerendo di pensare «a quel ragazzino, che il papà presenta a Gesù perché sia guarito, cioè perché il demonio sia scacciato via. E quando esce il demonio lo lascia come morto sul pavimento. Non vuole uscire da noi quando è dentro. Non vuole uscire».
«Gesù tante volte nei Vangeli ha scacciato i demoni, che erano i suoi veri nemici e nemici nostri» ha fatto presente Francesco. «La lotta fra il bene e il male — ha spiegato — a volte sembra troppo astratta: la vera lotta è la prima lotta fra Dio e il serpente antico, fra Gesù e il diavolo». E «questa lotta si fa dentro di noi: ognuno di noi è in lotta, forse a nostra insaputa, ma siamo in lotta».
Riferendosi al passo evangelico di Luca (11, 15-26) proposto dalla liturgia, il Papa ha fatto notare appunto che «Gesù scaccia questo demonio», ma «sempre ci sono le cattive lingue che incominciano a dire: “ma questo è un guaritore, anche lui ha un patto segreto con il demonio; questa è una farsa: lui li scaccia via col permesso del capo loro, cioè di Beelzebùl”».
Proprio così, ha ricordato il Papa, «incomincia questo passo del Vangelo, con una discussione fra Gesù e questa gente». Ma «lasciamo da parte questa discussione — ha proseguito il Pontefice — e andiamo alla fine del passo evangelico. Cosa succede? Alla fine il demonio è scacciato via e se ne va. E quell’uomo, quella donna, quel ragazzo, quella ragazza, diventa libera, liberata, felice, guarito, ma guarito proprio nella ferita più profonda dell’anima».
A questo punto però «che cosa fa il demonio? Alcuni fanno strage; pensiamo a quelli che si chiamavano “legione”, perché erano tanti, e quando Gesù li scaccia via gli chiedono di andare dai porci e lì fanno una strage di maiali, perché il compito del demonio è distruggere. Questa è la sua vocazione: distruggere l’opera di Dio». In realtà, ha rilanciato Francesco, «nessuno può dire “no, io conosco un diavolo che non si comporta così”» perché «l’essenza del demonio è distruggere». Eppure «noi siamo come bambini, tante volte ci succhiamo il dito e crediamo: “no, ma non è così, sono invenzioni dei preti, no, non è vero”».
«Nel Vangelo il diavolo distrugge — ha spiegato il Pontefice — e quando non può distruggere faccia a faccia, perché di fronte c’è una forza di Dio che difende la persona, il demonio è più furbo di una volpe, è astuto, e cerca il modo di riprendere possesso di quella casa, di quell’anima, di quella persona». Il passo evangelico di Luca ci ripropone le parole di Gesù: «Quando lo spirito impuro esce dall’uomo, si aggira per luoghi deserti cercando sollievo — cioè non sa cosa fare, non sa cosa distruggere — e, non trovandone, dice: “Ritornerò nella mia casa — da dove era stato cacciato da Gesù — da cui sono uscito”».
Il diavolo, ha fatto notare il Papa, «anche nel parlare si presenta educatamente», tanto che dice: «sono uscito». No, in realtà «sei stato scacciato». Il brano evangelico prosegue facendo presente che il diavolo, una volta rientrato nella casa da cui era stato cacciato, «la trova spazzata e adorna — oh, gli piace! — e allora va, prende altri sette spiriti peggiori di lui, vi entrano e vi prendono dimora, e la condizione di quell’uomo diventa peggiore della prima». Egli infatti, ha insistito Francesco, «prima era, per così dire, un indemoniato, perché il demonio era lì dentro e non lo lasciava; adesso continua a essere un indemoniato, ma a sua insaputa».
«Quando il diavolo — ha affermato il Pontefice — non può imporsi per la forza, non può distruggere una persona per i vizi chiari, non può distruggere un popolo con le guerre, le persecuzioni, pensa un’altra strategia e, cari fratelli e sorelle, è la strategia che usa con tutti noi» E infatti «noi siamo cristiani, cattolici, andiamo a messa, preghiamo: sembra tutto in ordine, sì, abbiamo i nostri difetti, i nostri peccatucci, ma sembra tutto in ordine».
Così il diavolo «fa “l’educato”: va, vede, cerca una bella cricca, bussa alla porta — “permesso? posso entrare?” — suona il campanello e questi demoni educati sono peggiori dei primi, perché tu non ti accorgi che li hai a casa». E «questo è lo spirito mondano, lo spirito del mondo».
«Il demonio o distrugge direttamente con i vizi, con le guerre, con le ingiustizie direttamente — ha spiegato ancora il Papa — o distrugge educatamente, diplomaticamente in questo modo delineato da Gesù». Insomma, ha aggiunto, «non fanno rumore, si fanno amici, ti persuadono — “No, va, non fa tanto, no, ma fino a qui sta bene” — e ti portano sulla strada delle mediocrità, ti fanno un “tiepido” sulla strada della mondanità». E non è facile rendersene conto: «“Padre, io a casa non ho un nemico” — “Ma guarda, quando tu vai a letto, fra le lenzuola c’è lo scorpione” — “Ma è uno scorpione amico, non fa del male”». E così facendo «noi cadiamo in questa mediocrità spirituale, in questo spirito del mondo: “Ma non sono tanto male queste cose”». E «lo spirito del mondo ci rovina, ci corrompe da dentro».
«Io vi dico: ho più paura di questi demoni che dei primi» ha affermato Francesco. E così «quando mi dicono: “abbiamo bisogno di un esorcista perché una persona è posseduta dal diavolo”, non mi preoccupo tanto come quando vedo questa gente che ha aperto la porta ai demoni educati, a quelli che persuadono da dentro di non essere tanto nemici: “Siamo amici”». Perché, come dice il Vangelo odierno, «l’ultima condizione di quell’uomo diventa peggiore della prima».
Così il Pontefice ha rilanciato: «Io tante volte mi domando cosa è peggiore nella vita di una persona: un peccato chiaro o vivere nello spirito del mondo, della mondanità? Che il demonio ti butti su un peccato — anche, non uno, venti, trenta peccati, ma chiari, che tu ti vergogni — o che il demonio sia a tavola con te e viva, abiti con te ed è tutto normale, ma lì, ti dà le insinuazioni e ti possiede con lo spirito della mondanità?».
«Mi viene in mente — ha confidato il Papa — la preghiera di Gesù nell’ultima cena: “Padre, io ti chiedo per questi, difendili dallo spirito del mondo”». E «lo spirito della mondanità è questo: quello che portano i demoni educati».
«Preghiamo, senza paura» è l’invito del Pontefice, che ha voluto ricordare l’avvertimento di Isaia ad Acaz. «Quando una volta, il popolo di Israele ha visto venire contro di lui un esercito grande, capace di distruggere tutto, si è impaurito e il profeta, nel nome di Dio disse: “vigilanza e calma”». E così, ha affermato Francesco, «davanti a questi demoni educati che vogliono entrare per la porta di casa come invitati a nozze, diciamo: “vigilanza e calma”».
Dunque «vigilanza è il messaggio di Gesù, la vigilanza cristiana». E in conclusione il Papa ha suggerito anche alcune domande per un esame di coscienza su questo punto: «Cosa succede nel mio cuore? Perché sono così mediocre? Perché sono così tiepido? Quanti “educati” abitano a casa senza pagare l’affitto?».

martedì 23 ottobre 2018

Dio misericordioso


PROPOSTE DI PREGHIERA CONTEMPLATIVA - A TU PER TU CON DIO


  PROPOSTE DI PREGHIERA CONTEMPLATIVA / 8

A TU PER TU CON DIO

Ah, che cosa possiamo temere, essendo figli d'un Padre 
così ricco di bontà da amarci e volerci salvi, 
così sapiente da prepararci i mezzi a ciò convenienti e così saggio da applicarli?
                                                                   (San Francesco di Sales)

TOCCHIAMO IL CUORE DEL PADRE
Eccomi, a tu per tu con te, Padre nostro, che sei nei cieli. O dolcissimo Papà, sia santificato il Nome tuo, venga il Regno tuo, sia fatta la Volontà tua. 
Risplenda in me il Nome tuo santo, perché lo voglio scolpire su tutte le rocce che si ergono su questo pianeta. In me e su tutta la faccia della terra, sii Tu riconosciuto e glorificato e amato, unico Dio Creatore e Signore di tutto il creato. 
Tu che sei "Colui che è", "il Vivente", "l'Iddio con noi", Tu che pronunci una Parola e tutto è creato, Tu dal quale tutto e tutti ricevono l'essere: Tu sei "l'Amore" che si è donato completamente a noi nel tuo Unigenito, l'amorosissimo Figlio Gesù Cristo. E così hai compiuto la tua volontà.
Questo tuo bel Figlio ha scelto con molto gusto e pieno di gioia, di incarnarsi, per opera dello Spirito Santo, nel seno di Maria Vergine, la sposa di Giuseppe, compiendo pienamente la tua volontà.
Sei meraviglioso Signore mio e Padre, non finiremo di stupirci della bellezza del tuo amore, perché Tu sei l'Amore: ed ecco l'Effusione dello Spirito Santo che procede da te, buon Papà e dal Figlio tuo e nostro fratello Gesù Cristo. 
Così ebbe inizio il grande, stupendo progetto amoroso della tua volontà: l'UOMO. A te, Padre, ogni onore e gloria per tutti i secoli dei secoli. Tante grazie. Amen.
O Trinità beata che io amo, adoro, santifico, glorifico e annuncio: Dio Uno e Trino, vita della mia vita, unico desiderio del mio cuore. Tu sogno beato e nostalgia infinita dei miei occhi, desiderio acutissimo di conoscerti, gioia piena di amarti nella esaltante tua intimità. Tutto si concluderà in te, Padre buono, e sarà felicità senza fine per tutti: Tu il solo Santo, Tu il mio Tutto, Tu l'Amore: Tu Yahweh, Colui che è, per sempre! (Esodo 3,14).
Dell'amore di Dio Padre è piena la terra.
Per questa grande verità, io mi rivolgo a te, caro Papà, perché né io né quanti amo possiamo vivere senza di te, senza il tuo aiuto. 
La Bibbia ci conferma che se anche vi fosse una donna che si dimenticasse del frutto del suo grembo, Tu invece, o Padre, non ti dimenticherai mai d'aver somma pietà dei figli nel tuo Figlio. (cfr Isaia 49, 8-15) Le tue viscere materne sanno esprimere solo infinita misericordia e grande perdono per noi peccatori.
"Ricordati, Signore, del tuo amore". (Salmo 144)
Quando dunque mi rivolgo a te, Dio nostro Padre, invoco sempre lo Spirito Santo perché mi attiri a sè e mi ponga nel Cuore di Gesù. Allora è arrivato per me il momento di alzare la voce e le braccia e di fare violenza amorosa al tuo Cuore, o Padre nostro. Così voglio presentarmi a te, Padre, con tutto il gran bagaglio delle mie richieste e con le persone che amo e che mi chiedono aiuto, nella sicurezza di essere esaudito. Del resto Tu già le conosci tutte, ancor prima che io te le presenti. Lo faccio per la tua maggior gloria e il mio e nostro maggior bene. Mi rivolgo a te, con il Tu, come un figlio amato che ti riama.
"Ricordati, Signore, del tuo grande amore per noi".
Riversa dunque il tuo amore nelle nostre famiglie, perché i genitori sappiano rispettarsi e stimarsi a vicenda, e perdonarsi come vuole Gesù, e si impegnino ad amarsi come Tu li ami. Gli sposi che Dio benedice, saranno sempre custoditi nel suo cuore. 
Quando purtroppo non riconoscono il tuo amore, si dividono per un nulla, e il peggio è quando ci sono i figli piccolini. Abbi pietà di loro e soprattutto dei bimbi. Allora i nonni versano lacrime e i figli non sanno chi meglio ascoltare. Fa', ti prego, che la tua compassione di Padre tocchi il cuore di tutti i genitori. 
In questi casi, molti cristiani si rivolgono alla intercessione della Vergine Maria, la nostra buona mamma, e dei Santi che ci sono più cari. Essi infatti ci portano sempre a Gesù e con lui arriviamo a te, caro Papà.
E ora sono qui, come Abramo, a intercedere per le nuove Sodoma e Gomorra, le città e le nazioni di oggi, nelle quali viviamo. In tante si ignora del tutto il tuo amore, l'unico che crea la pace e la buona convivenza. Dove domina la legge del mondo che non piace in modo assoluto a Gesù, scarseggia l'amore, e per questo lancio il mio "pietà di noi, pietà di loro", caro Papà. Con forti grida e lacrime aggiungo: E se ci fossero anche solo dieci giusti nelle nostre città e paesi, non ti senti di salvarli tutti, o Dio mio? (Genesi 18,32). E aggiungo quello che non poteva dirti allora il nostro grande Patriarca: Sii buono e pieno di misericordia, o Padre, te lo chiedo nel nome di tuo Figlio che si è offerto a te in croce, per tutto il genere umano.
E in più so che Tu, o Padre, ami tutte le tue creature umane e vuoi che tutti si salvino (cfr 2Tm 3). E aggiungo ancora quanto hai rivelato apparendo a Mosè: "Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all'ira e ricco di amore e di fedeltà" (Esodo 34). A tua immagine ci hai creati. Per il Figlio tuo, Cristo Signore, fatto uomo per noi, usaci benevolenza e grande compassione e cancella tutti i nostri peccati.
Siamo in tanti con Gesù e ti offriamo il dono più gradito: il Calice del Sangue di Cristo per la Nuova ed Eterna Alleanza, versato per tutti in remissione dei peccati. Come vedi, caro Papà, fa tutto il tuo Figlio ed è lui stesso che ci chiede di partecipare con il nostro nulla a questa grande opera di salvataggio del mondo.
"Ricordati, Signore, del tuo amore". (Salmo 144)
A tu per Tu tratto con te, Padre, e con la massima confidenza perché siamo fratelli e sorelle del tuo Figlio e dunque figli tuoi. Per questo posso parlare con te, Padre buono, e voglio esporre a te tutti i casi che ci fanno soffrire e sospirare. Scusami se lo faccio anche con forza e sicurezza e se oso contrattare, impegnandomi a cambiar vita senza attendere di essere esaudito. So infatti che Tu mi vieni incontro molto al di là di quanto chiedo.
So bene che Tu, buon Padre, nulla disprezzi di ciò che hai creato e che ti prendi cura di tutti perché nulla vada perduto. E so anche che noi troppe volte ci intromettiamo negli affari tuoi che sono tutti rivolti in nostro favore. Davvero siamo dei poveri insipienti che non comprendono il tuo amore. 
Della misericordia di Dio Padre è piena la terra.
Con la preghiera che ci ha insegnato Gesù, ci rivolgiamo a te, Padre nostro, per chiederti ciò di cui maggiormente abbiamo bisogno per questa vita e per l'altra, e siamo sicuri di ottenere, non solo, ma sappiamo anche che Tu ne avrai gran piacere. E subito ti diciamo grazie.
Ogni richiesta racchiude in sé anche un grande impegno da parte nostra, per collaborare con te alla nostra realizzazione terrena e alla salvezza eterna. 
Pertanto a ogni domanda suggerisco a me stesso una piccola riflessione, come mio impegno di vita. 
Quando dunque dico il Padre nostro, almeno una volta al giorno, lo dirò adagio, con cuore, aggiungendo qualche riflessione che mi interessa di più come mio proposito.
Padre nostro che sei nei cieli. Il tuo cielo è il mio cuore, il nostro cuore, Papà. Sii Tu il Padre di tutti, buoni e cattivi, giusti e ingiusti, bianchi e neri, cristiani e non cristiani.
Sia santificato il tuo nome. E voi siate santi come io sono santo. Sì, voglio farmi santo, se non mi faccio santo non faccio nulla. Come? Farò bene il mio dovere e sarò sempre lieto.
Venga il tuo regno. 
La mèsse è molta ma gli operai sono pochi, ti prego, Padre, Padrone della mèsse, manda operai nella tua mèsse. In qualche modo voglio collaborare anch'io.
Sia fatta la tua volontà come in cielo e così in terra. Scelgo di fare la tua volontà, o Padre, ma Tu fammela conoscere, ti prego.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano. A mensa ringraziamo e benediciamo il pane che ci dai, o buon Papà, e ci impegniamo a non sprecare alcun cibo, ma a dividerlo con chi non ne ha.
Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri 
debitori. Sarò sempre il primo a perdonare e a 
fare la pace con tutti e Tu abbi pietà di me peccatore. Grazie.
E non ci indurre in tentazione: Tu non tenti mai nessuno. Rendici forti contro le tentazioni del mondo e della carne. Ecco da parte mia: la morte ma non scandali.
Ma liberaci dal male. Da Satana liberami e da tutte le sue arti occulte: Nulla mi turberà mai, perché Tu sei con me, Tu unica mia difesa.
Amen.
Questa intercessione è la più importante e noi la vogliamo presentare a te, Padre nostro che sei nei cieli. La possiamo commentare in modi diversi , per noi, per i nostri cari e amici. 
Della compassione di Dio Padre è piena la terra. 
Ecco ora elevo le mie suppliche per tutti i peccatori, soprattutto per i più bisognosi della tua misericordia.
Buon Padre, ricordati che Gesù prega con noi, per noi e in noi.
Non stare dunque lontano, ma affrettati, o mia forza, ad aiutarmi, perché io sono un verme e non un uomo, un obbrobrio per tutti, lo scherno della gente, come dice il Salmo 21. Caro Papà, ecco il tuo Figlio, colui che ha pagato per me, egli sta dalla nostra parte: lui che è da sempre nel grembo tuo, lui che si è fatto uomo come noi e per noi, lui il nostro Avvocato, lui eterno Amore tuo. 
O caro Papà, tu solo sei la mia sicurezza, per questo ti dico:
"Signore, io non ho altro aiuto che te. La mia vita è nelle tue mani" (Ester 4,171). Grido di donna, grido di Ester. E se è necessario faccio come Mosè, mi siedo e mi aggrappo a qualcuno dei miei santi, perché le mie braccia siano sempre alzate contro il nemico mio e di tutti i miei amici e di quelli che si raccomandano alle mie preghiere. (Esodo 17,12). Ecco, ora inchiodo le mie braccia alla Croce di Cristo e alla mia croce di ogni giorno, e ripeterò: "Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno" (Luca 23,34).
"Inchina, o mio Dio, il tuo orecchio, e ascolta il nostro grido. Apri i tuoi occhi, e vedi la nostra desolazione. Tocca il nostro cuore e agisci per amore del tuo Nome" (cfr Daniele 9,18-19). Così preghiamo con Daniele, sì da costringere il nostro buon Padre a esclamare: Voi mi avete rapito il cuore, perché a immagine del mio Figlio prediletto vi ho creati (cfr Cantico 4,9; Gn 1).
Grazie, sempre grazie perché "tu dimentichi i peccati di quanti si convertono e li perdoni, perché tu sei il Signore nostro Dio" (Sap 11, 24-25.27). 
Davvero: è quasi una nuova creazione tutto ciò che esce dalle labbra e dai cuori di coloro che stanno esercitando il sacerdozio regale della intercessione, per la conversione dei peccatori e perché si estenda sempre più il tuo Regno. O Padre buono, lo sappiamo bene, Tu ti lasci amorosamente sconfiggere dalle nostre preghiere, proprio come il tuo Gesù che ha accondisceso alle richieste di sua Madre a Cana (cfr Giovanni 2,1-1 1).
Eccomi dunque nel tuo cuore, o Dio mio e Signore e Padre amoroso: "Tu mi hai ascoltato, hai avuto pietà di me, Tu sei il mio aiuto" (cfr Sal 29, 11). Ma come vedi io non sono solo, porto con me una bella schiera di figli tuoi, gementi e piangenti in questa valle di lacrime. Tu li conosci tutti e li ami, e ora e sempre voglio esercitare per loro il sacrificio della supplica e della lode: lo faccio con lacrime e giubilo e canto inni di gioia e di ringraziamento nella tua tenda, e così vedrò le meraviglie della destra del mio Signore. Addirittura, canto vittoria perché con Cristo e lo Spirito Santo sono stato esaudito.

Grazie e sempre grazie.
E ora intoniamo il nostro canto, un bel coro:
Padre, t'adoriamo,
la nostra vita t'offriamo noi ti amiamo.

TU MI HAI RAPITO IL CUORE, SORELLA MIA, SPOSA! ( Ct 4,9).
"Io sono la salvezza del mio popolo", dice il Signore.
Eccomi, a tu per Tu con te, Gesù, per dirti che ti amo, Signore mio. Il mio cuore è fragile, poco o tanto sbaglio sempre. Anche il tuo è fragile, ma non sbaglia mai perché sa soltanto amare e perdonare.
Dice infatti la Bibbia: "Tu hai compassione di tutti, perché tutto puoi, chiudi gli occhi sui peccati degli uomini, aspettando il loro 
pentimento. (Sap 11, 23)
Esulterò e mi rallegrerò per la tua misericordia, perché hai guardato con bontà alla mia miseria". (Sal 30, 7-8) Vieni in mio soccorso, Signore, vieni e non tardare. Accogli la mia supplica, Gesù, e non respingere l'intercessione che ti presento. Sono qui, davanti a te, prostrato a terra e canto: Stirpe eletta, gente santa, o regale sacerdozio, vieni e adora il Signore, il glorioso Redentore. 
Non sono solo, siamo in tanti. Lo Spirito, il tuo dolce Spirito, Gesù, ci ha consacrati sacerdoti, ci ha fatto gente santa, tua stirpe eletta ed è per questo che io, che tutti noi qui riuniti, osiamo intercedere per i nostri fratelli e sorelle. 
"Tutto quello che domandate nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto e vi sarà accordato" (Mc
11,24). 
Mio caro, Tu ci riempi di gaudio, perché abbiamo già ottenuto. 
Dunque preghiamo, prima di tutto, per la santa Chiesa, tuo corpo glorioso e santo, e in particolar modo per i successori degli Apostoli: il Papa e i Vescovi e con loro i Sacerdoti, i religiosi e tutti coloro che si impegnano nel servizio della chiesa stessa. 
Purifica le loro menti e i loro cuori sì che siano santi e non di scandalo al popolo cristiano. 
Ora chiedo a quanti hanno il cuore sensibile di metterci d'accordo per pregare in favore di tutti i peccatori, perché Gesù li converta, li salvi e vivano.
" In qualunque prova mi invocheranno, li esaudirò, e sarò il loro Signore in eterno " dice il Signore.
Così va bene, mio caro, sei bravissimo
Gesù, quanto sei stato buono e caro quando per nostro amore hai voluto cancellare la nostra morte e i nostri peccati, offrendoti liberamente alla tua terribile e ignominiosa passione e morte in croce. Ti adoriamo, o Cristo, e ti benediciamo, perché con la tua santa croce hai vinto la nostra condanna e hai redento il mondo. Grazie infinite.
Gesù, dolce nome, che scende come un torrente d'acqua pura e fresca nella mia memoria!
Tutti abbiamo peccato, Signore Gesù. Per noi tutti ti preghiamo di avere pietà, ma soprattutto ti preghiamo per i peccatori più incalliti e bisognosi della tua misericordia. Quelli dal cuore indurito che continuano a rinnegarti con cattiveria. Quelli che inventano, con astuzie diaboliche, ogni stratagemma per corrompere la nostra gioventù. Difendila dal maligno. Proteggi i nostri bambini dai pedofili. Metti nei cuori dei conviventi il vivo desiderio e la volontà precisa di fondare il loro amore nel sacramento che li renderà veramente felici in Cristo. Tocca con un terribile mortale rimorso tutti gli spacciatori di droga. Colpisci allo stesso modo questo infinito groviglio di persone e famiglie votate alla mafia, e simili, brutta bestia dai mille tentacoli.
Sconfiggi e converti con amore tutti costoro, come sai fare tu che hai vinto il mondo con l'amore. La nostra supplica non cesserà mai.
Caro Gesù, dona ai nostri cuori stanchi e desolati, tu solo puoi donarci, il vero gaudio da gustare sempre.
Abbracciandoci tutti, o buon Gesù, ti preghiamo: perdona le nostre colpe, preservaci dal fuoco dell'inferno, porta in cielo tutte le anime, specialmente le più bisognose della tua misericordia.
Noi siamo sicurissimi di quello che chiediamo, infatti non possiamo dimenticare la tua passione e morte, caro Gesù, meravigliosa vittoria tua, e anche nostra quindi, sul peccato e sulla morte.
"Il Figlio dell'uomo è venuto non per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per tutti gli uomini" (Mt 20,28).
Davanti a questo tuo eroico martirio in nostro favore, non possiamo fermarci. Tu ci sospingi e ci sostieni perché non veniamo meno, e ci accompagni, anzi Tu stesso agisci in noi, poiché formiamo con te un solo corpo e un solo spirito. Grazie, Gesù buono, noi da soli siamo nulla ma con te possiamo tutto.
E allora con forza mi offro a te e ti presento le mie suppliche, e sono molte, e lo faccio con coraggio e senza esitazione. 
Tu sei buono, Gesù, e mi ascolti sempre, Tu sei dolcissimo , molto più del miele, Tu puoi tutto e mi esaudisci.
Voglio ripetere i tuoi gesti, le tue preghiere, le tue parole e la tua grande scelta quando "ti sei offerto liberamente alla tua passione". Grido aiuto, salvami, perché mi sovrastano paure e angosce, abbandoni e solitudini, peccati e smarrimenti di fede in te e nella tua provvidenza. Ma voglio presentarti anche gli sconforti, le delusioni, le sconfitte e i terribili drammi di tante famiglie che io conosco e che mi sono molto care e che a me si sono aggrappate. Tu hai presente le gravi difficoltà nelle quali si dibattono. Asciuga le loro lacrime, sciogli quei terribili nodi che strozzano il loro amore.
Tu puoi tutto, mio buon Gesù, perché hai scelto liberamente di amarci fino in fondo quando hai suggerito al tuo Profeta: mi sono rivestito della vostra fragile carne, ho caricato sulle mie spalle tutti i vostri peccati, le vostre miserie e le sconfitte della vita, la fame, la sete, la morte e tutto ho innalzato là, nudo, sul Calvario, al Padre nostro.
Grazie infinite a te, mio caro, mentre nel silenzio del mio cuore ti sto presentando tutte queste creature tue, che sono anche fratelli miei e sorelle mie.
Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore e di tutti quelli che ti ho raccomandato e che tu ami più di me. 
"Il mio cuore e la mia carne esultano per il Dio vivente". (Sal 83, 3)
Grazie Gesù!
La mia meraviglia è una grande esultanza che non trova paragoni qui in terra: ti sei fatto uomo per unirti a tutti i malati e agli sventurati di questo mondo, per affrontare la passione e la morte in unione con noi e per subire tutte le umiliazioni e le vergogne innominabili, fuorché il peccato, tutto retaggio nostro. 
Così salvati possiamo esultare nel nostro Dio vivente.
Dunque prima di tutto la nostra intercessione in favore degli ammalati, è che tutti con te, Gesù, saremo vittoriosi per la vita eterna. Ti prego per tutti i tribolati nel corpo e nello spirito, gli scrupolosi, gli increduli e gli infedeli, la gioventù sbandata, le mamme che perdono i loro figli e per tutti quelli che procurano aborti. Vedi quanto hai da fare, Signore Gesù, poiché tu ti sei fatto uomo come noi e per noi e ti sei rivestito della nostra fragilità mortale e peccatrice per salvarci tutti.
O Gesù, Figlio della Vergine di Nazaret, Tu sei per davvero "carne della nostra carne e ossa delle nostre ossa", Tu sei lo Sposo della nostra umanità che Tu stesso hai voluto con infinito amore. Infatti il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma quello che i Padri della Chiesa hanno sempre scritto, che cioè Tu sulla croce ci hai amati intensamente con il tuo grande cuore umano.
Per questo ci rivolgiamo, con fiduciosa attesa e grande confidenza, a te, caro Gesù: sentiamo rumori di guerre fratricide, mentre tanti innocenti muoiono; ci sono esodi forzati di popolazioni inermi; vediamo gente piena di soldi e gente che muore di fame; ci sovrastano terremoti, inondazioni e uragani terribili. E non mancano mai nefandezze di ogni genere, sotto i tuoi occhi, su bambini e donne. 
Signore soccorrici e abbi pietà. 
Ci uniamo alla tua passione e morte, insieme ai tanti martiri cristiani e non cristiani. 
Abbi pietà di noi e del mondo intero.
In tutti questi terribili casi, vorrei gustare con loro tutto quello che ti ha torturato orribilmente nel Getsemani. Non ci sono solo io, ma siamo in moltissimi che vogliamo condividere con te la tua passione di oggi, per la pace e la salvezza del mondo intero.
Eccoci, Signore Gesù, siamo noi peccatori in pianto sotto la tua croce e questo ci basta.
Ti chiedo una fede forte senza tentennamenti, una fede che trasporta le montagne, come si legge nel vangelo. Da te solo attendo i miracoli, e già ti ringrazio di cuore per tutto quello che fai per me e per quanti ti presento ogni giorno. Per tutto questo adoro te Gesù, ti lodo, te, te solo cerco e altro non voglio. La mia resa a te è incondizionata e fa parte della mia libera scelta definitiva.
"Si rallegrino, Signore, quelli che in te confidano, esultino in te perché Tu sei con loro. (Sal 5,12)
O Re della gloria, Gesù, mio Re, Tu sei il mio Tutto e la gloria è tutta tua: consacraci Tu nella tua gloria e nella tua potenza, come Tu stesso, Gesù di Nazaret, sei stato "costituito Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santificazione" (Rm 1,4). 
Eccoci a te, peccatori ma tuoi fratelli, figli dello stesso Padre, perché così ci hai voluti Tu, o Amore d'infinita misericordia.
Eccomi dunque qui, caro Gesù, in ginocchio o seduto e a braccia alzate, con le mie lacrime e suppliche, che Tu ami, sicuro che mi sarà concesso non secondo la mia fede, ma secondo la tua bontà e il nostro bene e la maggior gloria del Padre. 
Abbi pazienza, Signore, se ti importuno ancora. Ti debbo dire che il nostro volto ti è ben conosciuto e molto caro: è quello che la Vergine Madre, tua e nostra, ha sempre contemplato in te, caro Gesù. 
Vieni, Gesù, in mezzo alla tua gente, visita e salva il tuo popolo, là dove il cibo scarseggia, e si muore di fame; là dove infuria la guerra e la persecuzione; là dove la natura si ribella colpendo ricchi e poveri. 
Guarisci con la tua Parola, tocca la radice del male, posa la tua mano sul nostro capo e infondi su di noi il tuo Santo Spirito. Donaci ancora tanti santi e martiri, come una ventata di ossigeno che può ringiovanire la tua Chiesa. 
E ora innamoriamoci di Gesù.

Dolcissimo Gesù, 
che altro devo dirti?
Vorrei rubare il tuo cuore 
e incantare i tuoi occhi su di me. 
Vorrei che tu mio Amore gustassi il profumo della mia povera esistenza 
e che Tu contassi 
i battiti calorosi del mio cuore, 
posando la tua mano sul mio petto, 
su di me figlio che ti ama 
perdutamente.
"Tu mi hai rapito il cuore, 
sorella mia, sposa, 
tu mi hai rapito il cuore con un solo tuo sguardo, 
con una sola perla della tua collana" (Ct 4,9). 
Grazie, questi tuoi accenti amorosi 
mi commuovono 
e hanno ferito il mio cuore per sempre.

SOFFIA IL TUO SPIRITO E RINNOVA LA FACCIA DELLA TERRA
E ora sono qui con te, Spirito Santo. 
O Spirito del Padre e del Figlio, io rivolgo a te la mia preghiera e con tutte le forze ti prego che si realizzi quello che il mio cuore ti chiede. Sto intercedendo per me e per i miei fratelli e sorelle. Eccomi qui alla tua presenza, come un nulla davanti al mio Tutto, con le mie piaghe di fronte a chi può guarirmi, e in lacrime sono e grido perché nessuno può salvarmi se non Tu, Spirito d'Amore. Posa i tuoi occhi di somma misericordia su di me e dammi un cuore grande per amare. 
Renditi conto delle nostre famiglie benedette dal sacramento. Quelle ancora unite, rafforzale nella fede, e quelle che si sono sfasciate, fa' che comprendano il loro errore. Conforta e irrobustisci chi è rimasto fedele al "si" e proteggi, come tu sai, i loro figli giovani. Tu vedi quante inimicizie nascono, a volte per motivi banali. In alcune famiglie purtroppo non si conosce il perdono. Scuoti la loro vita e riempi i loro cuori della tua santa grazia con l'abbondanza del perdono. Tu che rinnovi la faccia della terra, santifica i genitori e i figli perché siano veri testimoni del Cristo risorto.
O Spirito del Padre e del Figlio, il tuo lavoro fra la nostra gente è come una nuova creazione e Tu sei proprio quello che ci vuole per noi. 
Un tuo sguardo sui nostri figli: ti prego difendi i bambini dalla brutta razza dei pedofili e da quelli che li uccidono, come hai difeso Gesù bambino.
Gli adolescenti e i più grandi liberali dalla droga, dalle vane discoteche, rendili puri, forti e laboriosi, capaci di prendersi delle responsabilità. 
Una brutta consuetudine si è instaurata: la convivenza. Aiutali a riflettere bene. Metti nel loro cuore il desiderio sincero che arrivi il giorno, non troppo lontano, nel quale dire il loro "sì" davanti a Dio. 
Consola e asciuga le lacrime di tutte le mamme. Sii per loro fonte vivace, fresca e limpida, ma anche fuoco di vero amore da donare e da trasmettere ai figli e in particolare a quelli che Tu chiami al servizio del Regno.
Concedi a chi ti invoca, i sette santi doni, Tu, potenza della destra paterna di Dio, Tu, che porti a compimento le promesse dei profeti, dotando il nostro labbro di parole nuove.
Abbi benevola compassione e pietà di noi stanchi e sfiduciati. Tu sei il nostro Consolatore, la dolce Brezza che ci sorregge ogni giorno nelle nostre fatiche, nelle lotte contro il maligno, e sii balsamo nelle nostre malattie, quelle fisiche e quelle psichiche. 
Venga dunque per mezzo tuo, il Regno del nostro Dio e Salvatore Gesù Cristo, l'Amore crocifisso. 
Null'altro, se non quanto segue, così assolutamente importante per me e per quanti io amo, ti chiedo.
Ecco dunque: Dolcissimo Spirito d'Amore, ti prego di avere un cuore grande, che superi le costellazioni che hai creato, quando offri i tuoi stupendi sette doni, e tanti altri con i carismi, a coloro che, con amorevole garbo e dolce insistenza, te li chiedono per sé e per il bene comune. 
A chi in particolar modo? Al Papa che tanto amiamo, ai Vescovi, ai Sacerdoti, ai Diaconi, ai religiosi e ai fedeli tutti, soprattutto i più impegnati nella santa Chiesa. Ti prego con tutte le mie forze, cerca di essere di mano larga, come sai fare Tu. La Sapienza non solo ci conduce a una più intima amorosa e cordiale conoscenza di Dio, ma ci rende sereni e fiduciosi nella divina Provvidenza per tutto quello che ci assilla. Questo dono è particolarmente necessario ai nostri sacerdoti. Se non si fanno santi loro, 
chi condurrà la nostra gente alla conoscenza profonda e amorosa di Dio Padre e del Figlio e di te, Spirito Santo? Ma alla santità dobbiamo mirare tutti: un santo laico è un piccolo grande faro che converte i fratelli e illumina la chiesa tutta. Guide sante si trascinano dietro squadre di santi.
Fammi conoscere e gustare, o Soffio Divino, fino a qual punto è meraviglioso l'Amore, che è Dio stesso. Lo possiamo penetrare e comunicare, limitatamente alle nostre forze, con il dono della Sapienza? Me lo farai gustare? 
Tu, mio caro, aggiungi, per favore, anche gli altri doni, e in particolare il dono del Consiglio. Perché? Sono molti quelli che ricorrono ai sacerdoti, ai religiosi e alle religiose e ad altri, per essere confortati e illuminati. Ma se non hanno questo tuo dono, che possono fare?
Poiché tutti vogliamo essere innamorati del nostro Gesù Cristo e tutti desideriamo comunicarlo agli altri, ti chiediamo di non cessare di essere molto generoso nel distribuire i sette doni. In particolare la Fortezza nel testimoniare Gesù, la Scienza nel leggere questa bellissima creazione che ci circonda, inoltre la Pietà che ci mette in ginocchio davanti a Cristo crocifisso e ci aiuta a portare amore a chi soffre, infine il dono del Timor di Dio, perché il nostro più grande dispiacere e dolore sia sempre e solo l'offesa di Dio. 
Ma non dimenticare le virtù teologali e i carismi. Sii generoso,
senza questi potenti aiuti come possono le nostre guide condurre le pecorelle del gregge di Gesù?
E quando Gesù regnerà su di me e su coloro che ti presento ogni giorno, e quando avrai preso pieno possesso dei tuoi figli, allora saremo guariti e salvati. 
Grazie, dolcissima luce, 
illumina coloro che non vedono i propri errori e accusano sempre gli altri. 
Benedetto sii Tu, fragrante Amore, riscalda i cuori che non sanno né amare né perdonare.
O valoroso medico, prenditi cura dei nostri malati nell'anima e nel corpo.
O grande condottiero, con te la vittoria sul serpente antico e sul peccato è sicura.
O dolce riposo nelle fatiche, vedi i nostri abbattimenti e soccorrici.
O nostro beato Consolatore, nei grandi dolori asciugaci le lacrime.
O grande magnifico Avvocato, rappacifica e ricostruisci l'armonia nelle nostre famiglie.
Ottimo Condottiero, guidaci Tu sulla strada tracciata dal nostro amato Gesù.
Caro Diletto mio, come ben vedi le nostre richieste non finiscono più, o meglio finiranno quando sarà santificato in noi il nome del Padre, quando il Regno di Dio troverà compimento e quando tutto e tutti saremo salvi. 
Le piaghe, i dolori, le croci, le offese, le persecuzioni, la morte, tutte queste cose non ci interessano più. Portando questi pesi, miei e dei fratelli e del mondo intero con Gesù e vivendo nella tua amicizia, o dolce Spirito del Padre e del Figlio, io sono un guarito, un salvato e di nulla avrò timore.
Vieni Spirito creatore e rinnova la faccia della terra.

LA NOSTRA PREGHIERA DI INTERCESSIONE.
Ecco alcuni punti fissi sulla preghiera di intercessione.
Intercedere, nel suo significato etimologico, vuol dire: "andare in mezzo", e pertanto quando uno fa una preghiera di intercessione in favore di qualcuno, vuoi dire che si intromette, interviene, fa opera di mediazione presso Dio perché sia benevolo e conceda quanto viene richiesto.
Nella Bibbia, Dio a volte si lamenta di non trovare sulla terra degli intercessori (Isaia 59.16).
"Io ho cercato fra loro un uomo che costruisse un muro e si ergesse sulla breccia di fronte a me, per difendere il paese, perché io non lo devastassi, ma non l'ho trovato" (Ezechiele 22.30).
Non stanchiamoci mai di intercedere con forza presso Dio in favore delle nostre famiglie e in particolare dei nostri figli e nipoti. Facciamolo con forza e sicurezza di essere esauditi.
Non siamo soli, Colui che ci ha creati e redenti è più interessato di noi circa la nostra salvezza. Gesù Cristo risorto "intercede per noi" (Romani 8,34).
Con la stessa determinazione eleviamo la preghiera d'intercessione anche per noi stessi e in particolare per la nostra salvezza eterna: questo è il grande affare da concludere bene.
Santa Caterina da Genova diceva che a volte si metteva a pregare con l'intenzione di chiedere qualcosa a Dio, ma interiormente sentiva la voce del suo Amore che le diceva: "Comanda, perché l'Amore lo può fare".
Ecco, proviamoci anche noi, ma con fede e con amore grande.
L'Apostolo che Gesù amava lasciò scritto: "Questa è la confidenza che abbiamo presso Dio: qualunque cosa gli domandiamo secondo la sua volontà, egli ci esaudisce. E se sappiamo che ci ascolta in quello che gli domandiamo, sappiamo di avere già quello che gli abbiamo chiesto" (1 Giovanni 5,14).
Dio Padre ha mandato a noi il suo Figlio e lo Spirito Santo per salvarci, e a lui che è amore infinito non manca "una doviziosa abbondanza di mezzi atti a salvarci. Egli ha previsto già tutto quello che si richiede a tale scopo sia per noi che per coloro per i quali poniamo con decisione la nostra intercessione.
Dio nostro Padre ci ama e ci vuole salvi, egli è così buono a volere, così perspicace a ordinare, così prudente a eseguire!" (S.F. di Sales. Il Teotimo IV.VIlI)

Ti rendo grazie, Signore, con tutto il cuore: 
hai ascoltato le parole della mia bocca. 
Nel giorno in cui ti ho invocato, mi hai risposto, 
Signore, il tuo amore è per sempre: 
non abbandonare l'opera delle tue mani. R
(cfr Sal 137/138)

 D. Timoteo MUNARI sdb