venerdì 30 novembre 2018

Parusia


PRIMA DOMENICA DI AVVENTO C


PRIMA DOMENICA DI AVVENTO C

Ger 33,14-16; Sal 24; 1 Ts 3,12-4,2; Lc 21,25-28,34-36

            Inizia l’Avvento in questo nuovo anno di grazia che ci è donato! Un tempo che purtroppo, per una lettura svisata e malamente semplificata, ma pure per una vera debolezza della più autentica fede cristiana, è diventato risibilmente il “tempo di preparazione al Natale” (persino in certi testi liturgici; ad esempio in un prefazio leggiamo: “lo stesso Signore che ci invita a preparare il suo Natale”!)!
            In modo più veritiero dovremmo dire che il Natale viene dopo l’Avventoa confermare la sensatezza di quell’ attesa che l’Avventoci invita ad esercitare. Insomma l’Avvento è un tempo annuale in cui ci esercitiamo a fare e ad esserequalcosa che è davvero essenziale per l’identità cristiana: attendiamoil Signore Gesù che è il Veniente, siamo il popolo che con gioia, con fatica, con speranzainfinita e lottando per questa speranzalo attende! Di conseguenza la Chiesa è sempre un popolo di pellegrini (cfr Eb 11,13 e 2Pt 2,11), un popolo sa di avere patria altrove, un popolo che non può essere sazio del presente e del possesso. Paradossalmente, però, è un popolo che, mentre è rivolto al futuro di Dio, alla sua promessache deve compiersi, vive con piena responsabilità (sa che deve risponderne!) la storia con tutte le sue esigenze, contraddizioni, fatiche! La Chiesa è il popolo che sa che in questo oggi della storia, in ogni oggi della storia, deve accendere la luce della speranza! La corona d’Avventoche lodevolmente da qualche decennio anche la Chiesa cattolica ha preso ad allestire nelle sue assemblee, vuol dire proprio di questa luce di speranzache noi credenti in Cristo ci impegniamo ad accendere in ogni oggi della storia! Anche oggi: in questo oggi che è l’Avvento dell’anno di grazia 2018!
            Nelle contraddizioni spesso mortifere di quest’oggi storico in cui particolarismi, difese egoistiche del “nostro”, ipocrita mascheramento di tutto ciò con le menzogne allettanti e seducenti dei “piani di sicurezza”, in questo oggi noi discepoli di Cristo dobbiamo accendere luci di speranza. Non una vaga speranzadi un mondo migliore! No! È troppo poco! Anzi, è nulla! La nostra speranza, quella che dobbiamo gridare al mondo e quella in cui noi, per primi, dobbiamo esercitarci, è quella generata dal SignoreVeniente! Una venuta tremenda e misericordiosa; una venutain cui ci sarà detta una parola di giudizio sul mondo e sulle sue ipocrite vie di morte; una venuta nella quale, mentre si farà chiaro dove è la giustizia, la verità e l’umano, sarà pure mostrata tutta la morte che alberga nel cuore della mondanità!
            L’evangelo di Luca, che oggi iniziamo a leggere e che ci accompagnerà nel “viaggio” liturgico di quest’anno, ci invita all’inizio dell’Avvento ad alzare il capo che in fondo significa “guardare per davvero”; insomma l’Evangelo oggi dice a noi che ci dichiariamo discepoli di Gesù di Nazareth che noi abbiamo la vera possibilità di vedere ciò che a molti, a troppi, resta invisibile; e cioè che tra le sofferenze della storia la promessa del Signore è salda! La sua promessa di salvezza non teme le abbondanti macerie della storia, le abbondanti macerie delle nostre vite e dei nostri progetti. Si badi non è invito ad uno stupido ottimismo quantomeno ingenuo … non è una fuga per trovare conforti in vie religiose rassicuranti, è invece invito a volgere lo sguardo verso al meta della storia che è la Venuta del Signoreche tutto verrà a compiere e a consegnare al Padre (cfr Ef 1,10); per volgere lo sguardo al Venientetutti dobbiamo sapere che c’è il rischio enorme di essere vinti e schiacciati dalla storia e dalle sue sofferenze; è un rischio per tutti! Anche per la Chiesa! Guai se la Chiesa smarrisce la speranza nel Signore Veniente! Non è più la Chiesa! La Chiesa riceve oggi riceve un comando preciso: vigilare! Un comando che nell’Avventoè esercizio per impoarare a viverlo sempre!
            Vigilare! Cioè? Stare attenti a che l’angoscia non la afferri … quanta gente angosciata preda di paure, di superstizioni, di credenze che nulla hanno a che vedere con l’Evangelo! Vigilare è “non smarrirsi”; l’espressione greca en aporíache in italiano è tradotto con “in ansia” (e sulla terra angoscia delle genti in ansia), sarebbe meglio tradurla con “nello smarrimento”, “nella confusione” … si tratta cioè del disorientamento che fa perdere la strada, si tratta di quell’essere presi dagli eventi che accadono e restarne schiacciati piombando nella paura che agghiaccia e che conduce alla morte (gli uomini verranno meno– in greco “apopsiuchónton” – per la paura).
            La vigilanza è impedire al cuore di essere pesante fino a perdere lucidità; la vigilanza è non anestetizzare il proprio cuore chiudendolo in armature che paiono difenderlo! Lo smarrimento, l’angoscia, la paura, che prendono chi non vigila, possono portare a voler esorcizzare tutte queste cose in ubriachezzee orgeche pare allontanino la morte! Chi non vigila è esposto al terribile rischio della philautìache vuole sempre e solo una cosa: salvare noi stessi!      
            Se si vigila si vive invece l’oggi ben protesi al futuro della promessa e l’attesa diviene l’ “habitus” quotidiano che nutre di senso e di speranza la vita del credente.
            Chi attende il Signore già lo fa regnare nell’oggi del suo cuore; chi lo attende ha già, nel proprio profondo, un “trono” che attende il Veniente.
            Vegliate e pregate, ci chiede il Signore … verifichiamo la nostra attesa e la nostra preghiera … capiremo che spessore ha la nostra fede cristiana e che qualità ha davvero la nostra vita di uomini!
            L’Avventoci pone in questa prospettiva; al termine dell’Avvento verrà il Natale a rassicurarci: se è venuto a Betlemme, mantenendo e superando le promesse fatte alla Prima Alleanza, verrà come ha promesso quando camminava sulle nostre strade, nella nostra carne!
            Natale verrà a confermarci: Dio è fedele! Il nostro è un Dio affidabile che mantiene – anzi supera! – le sue promesse! Se è così attendere non è né insensato, né è evasione dall’oggi!

            Attendere è dare luce e forma ad ogni oggi!


Fabrizio Cristarella Orestano

giovedì 29 novembre 2018

SS. Trinità


II. GESÙ DIVIN MAESTRO - DI MONS. GIANFRANCO RAVASI


Atti del Seminario internazionale
su "Gesù, il Maestro"
(Ariccia, 14-24 ottobre 1996)

II. GESÙ DIVIN MAESTRO - DI MONS. GIANFRANCO RAVASI 

Entriamo nel Nuovo Testamento e, in maniera particolare, nei vangeli. Il titolo dato a questa sezione, «Gesù Divin Maestro», ci permette ora di costruire un vero e proprio profilo della figura di Gesù come didàskalos. Ripercorriamo due momenti diversi per comporre la figura di Gesù didàskalos. (torna al sommario)
1. Il ritratto di Gesù Maestro
Nel Nuovo Testamento si usa il termine didàskalos 58 volte, di cui 48 nei vangeli, prevalentemente applicato a Gesù; e 95 volte il verbo didàskein, insegnare, due terzi di esse nei vangeli, anche in questo caso prevalentemente applicato a Gesù. Quindi Gesù è per eccellenza il "maestro" della comunità cristiana.
Questo ritratto può essere ora abbozzato in tre lineamenti:
º. Gesù è chiamato rabbì. Due passi tra i molti, come esempio: Mc 9,5 e 10,51. È un rabbì che parla in pubblico, come facevano i maestri di Israele: nelle sinagoghe, nelle piazze, nel tempio. Gesù è un maestro circondato dai mathetài, cioè dai discepoli, ha una sua scuola.
Inoltre Gesù usa le tecniche dei maestri, cioè ha anche un’attrezzatura pedagogica, didattica. Certo, ha qualcosa di originale. C’è soprattutto un aspetto curioso da sottolineare subito. A differenza degli altri rabbì di Israele, egli sceglie i suoi discepoli. È l’esatto contrario di ciò che facevano i rabbì, i quali si comportavano nella stessa maniera dei predicatori di Hyde Park: incominciavano a parlare nelle piazze, e chi si convinceva li seguiva. Gesù fa il contrario. Gli studiosi parlano di una "discontinuità" del Gesù storico col mondo-ambiente e la cultura entro cui era inserito. Ai discepoli egli dice nei discorsi dell’ultima cena: «Non siete stati voi a scegliere me, ma io ho scelto voi» (Gv 15,16).
º. Gesù è un maestro autorevole. È incisiva la frase di Marco (1,22): «Li ammaestrava come uno che ha autorità, e non come gli scribi». È un maestro che si erge non col potere dell’autorità, ma con l’autorità dell’autorevolezza. Un altro passo di Marco (12,14) è molto significativo: «Maestro, sappiamo che sei sincero e non ti preoccupi di nessuno, perché non guardi in faccia alle persone, ma insegni la via di Dio secondo verità». Questo è un ritratto stupendo del vero maestro, che non piega le ginocchia, che non insegna secondo la convenienza. Quanti maestri sono falsi maestri in questo senso! «Ma insegni la via di Dio secondo verità»: ancora una volta via e verità unite insieme, e concretamente via e vita unite insieme.
º. La radice del suo insegnamento è trascendente. Due passi sono emblematici in questo senso: Gv 8,28: «Come mi ha insegnato il Padre (didàskein), così io parlo», e Mt 11,27: «Nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio voglia rivelarlo». L’insegnamento di Gesù è l’insegnamento del mistero del Padre, è un insegnamento trascendente. 
Ecco dunque alcuni lineamenti essenziali del ritratto di Gesù Maestro. Riassumendo: Gesù è un Maestro storico, che usa le tecniche di un mondo in cui è inserito (le parabole per esempio), ma egli ha qualcosa già di diverso e di originale, come la scelta dei discepoli; inoltre è maestro autorevole e libero; infine, è un maestro trascendente, che insegna una verità che va oltre i confini del sapere umano e che promana da una rivelazione. (torna al sommario)
2. Le sette qualità del Cristo Maestro
Per restare fedeli alla simbolica dei numeri e al sistema didascalico frequente nella Bibbia, possiamo riassumere in sette elementi le qualità del Cristo Maestro in azione. Con questi sette tratti (naturalmente esemplificativi) si vuole rappresentare le modalità con cui Cristo insegna, come presenta il suo messaggio.
1º. Cristo è maestro dell’annunzio fondamentale del Regno. Cristo è l’annunziatore perfetto della sostanza del messaggio cristiano. Basti come esempio la prima predica di Gesù. Naturalmente essa è redazionale, offerta secondo la teologia dei Sinottici e della catechesi delle origini cristiane. La troviamo ben formulata in Marco (1,15). I contenuti dell’annuncio di Gesù sono quattro elementi: due secondo la dimensione teologica, due secondo la dimensione antropologica.
a. «Il tempo è compiuto», anzi, secondo il verbo greco pleroùn, il tempo è giunto a pienezza. Cristo afferma che egli è venuto per dare senso alla storia. Come dice il titolo di un saggio di Conzelmann sulla teologia di Luca, Cristo è die Mitte der Zeit, cioè il punto di mezzo, il centro, il perno del tempo. Affermando che il «tempo è compiuto», Gesù viene a dire: "Io do senso, con la mia parola e con la mia azione, a tutta la vicenda secolare delle azioni salvifiche di Dio". Il tempo, che è composto di tanti elementi dispersi, di tanti atti disseminati, riceve un nodo d’oro che lo tiene insieme e gli dà senso.
b. «Il regno di Dio è vicino». Il termine greco énghiken (dal verbo engùzein) merita una certa attenzione, perché ha vari significati: anzitutto il verbo è al perfetto e quindi indica il passato: vuol dire che il regno di Dio è già attuato, accaduto, instaurato in Cristo. Però il perfetto in greco indica un’azione del passato, il cui effetto perdura nel presente. Quindi vuol dire che il regno di Dio è ancora in azione oggi. Inoltre, il verbo, semanticamente, indica qualcosa che riguarda il futuro: è vicino, è prossimo. E allora si sottolinea che il regno di Dio abbraccia tutte le dimensioni della storia della salvezza. Noi siamo nell’oggi, ma partecipiamo di un evento passato, il cui effetto agisce dinamicamente nell’oggi, nell’attesa della pienezza, cioè di quella vicinanza che è sempre in azione e che si completerà solo alla fine della storia. Il regno di Dio significa il progetto di salvezza di Dio, che attraversa tutta la storia. Queste sono le due dimensioni dell’azione di Dio, che Gesù Maestro annuncia: "il tempo ha la sua pienezza in me", ed "è un tempo che è tutto irradiato dal regno di Dio", cioè dall’azione e dal progetto di gioia, di libertà e di speranza che Gesù è venuto ad annunciare. Di conseguenza:
c. Metanoéite, convertitevi. È la reazione che deve avere il credente, il discepolo: cambiare mentalità e vita, dopo aver ascoltato questa lezione.
d. Pistéuete tò euanghelìo, credete sul vangelo, come dice il greco. Ritrascrivendo l’ebraico, perché nella Bibbia il verbo del credere, l’amen, regge la preposizione be-, e quindi indica un "appoggiarsi su" (letteralmente, "fondarsi su"): fondate la vostra vita sul vangelo. Così, in questa prima grande lezione di Cristo, Maestro dell’annunzio, troviamo anche il contenuto del nostro annuncio: noi dobbiamo annunciare il regno. E questo annuncio genera conversione e fede; deve essere accolto nella fede e nell’esistenza. (torna al sommario)
2º. Gesù è un maestro sapiente, che usa la parabola, il simbolo, la narrazione, il paradosso, l’immagine folgorante. Qui basterebbe soltanto leggere i Vangeli; non c’è bisogno di aggiungere molto di più. Rispetto alle nostre squallide, grigie, modeste predicazioni, che passano sopra la testa dei fedeli, Gesù parlava, come ha detto uno studioso, passando dai piedi, dalle mani, dalla polvere della terra. Consideriamo, per esempio, Lc 11,12: «Se un figlio chiede a un padre un uovo, gli darà forse uno scorpione?». Gesù parla dal contesto vivo: in Palestina c’è uno scorpione – lo scorpione bianco palestinese, velenoso – grosso come un uovo e che si annida tra le pietraie del deserto. A partire da quest’immagine, Gesù costruisce in maniera icastica la sua lezione sull’amore del Padre. Se tu gli chiedi l’uovo, non ti darà mai lo scorpione che ti avvelena. Un altro esempio: Gesù deve rappresentare la propria morte e la sua funzione salvifica; i teologi userebbero (e a ragione) tutte le categorie della soteriologia; però la gente resterebbe insoddisfatta. Gesù, invece, parte dal chicco di grano (Gv 12,24): «Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore produce molto frutto». Il morire e l’entrare nel sepolcro, comparato al morire del seme cui segue lo stelo e la spiga, esprime la fecondità pasquale della morte di Cristo, e anche del credente.
Esemplari le sue parabole: come insegnare l’amore meglio di quanto faccia la parabola del buon samaritano? E farlo soprattutto con quello spostamento d’accento, dall’oggettività del prossimo: «Chi è il mio prossimo?», alla soggettività: «Chi si è comportato da prossimo?», che stabilisce una radicale differenza nella visione morale cristiana. Così la parabola delle dieci vergini per la tensione escatologica. Le parabole di Gesù partono sempre dalla storia concreta, dall’esistenza: figli in crisi, i portieri di notte, le relazioni sindacali (la parabola dei lavoratori della vigna), i giudici corrotti, le previsioni meteorologiche, la donna di casa, i pescatori, i contadini, il tarlo, gli uccelli, i gigli ecc. Questo parlare porta la Parola di Dio all’interno della quotidianità, fecondandola.
Un detto rabbinico dice: «È molto meglio un grano di pepe che un cesto di cocomeri». L’insegnamento prolisso come il cesto di cocomeri, il parlare grigio, incolore, insapore non regge il confronto con il grano di pepe, che riesce a dare sapore a una massa di cibo. Gesù ha usato anche l’immagine del lievito e del sale. Egli ci insegna una comunicazione sàpida, vivace, incisiva e "narrativa". Dobbiamo recuperare, sulla base di Gesù e della Bibbia, la nostra capacità di comunicazione, le grandi doti che la tradizione cristiana ha avuto di annunziare la fede attraverso il racconto, l’immagine, la bellezza, l’estetica. E qui ci soccorre la grande lezione di von Balthasar e dei grandi autori cristiani del passato, come Agostino, che aveva tutto il rigore anche del linguaggio formale, quando era necessario, ma che usava fare teologia "al tu", col dialogo: una teologia-preghiera, che conosce tutta la ricchezza della comunicazione umana e che è un’avventura straordinaria dello spirito. Il mondo è ricco, la storia è continuamente creativa, il nostro linguaggio rincorre sempre la realtà. C’è un verso di Borges, scrittore argentino, che afferma: «el universo es fluido y cambiante – el lenguaje rígido»: l’universo è fluido e mutevole, il linguaggio è rigido, per cui occorre uno sforzo per rendere il linguaggio, soprattutto religioso, sempre più caldo, più mobile. E Gesù è stato un grande maestro anche in questo.
3. Gesù è un maestro paziente, che si adatta al nostro lento viaggio, cioè al nostro lento apprendimento. Nel vangelo di Marco ci è presentato un Gesù maestro "progressivo" che lentamente porta alla luce il discepolo, passando attraverso l’oscurità delle resistenze umane. Prima lo conduce al riconoscimento della messianicità («Tu sei il Cristo», Mc 8,27-29) e poi gli svela la pienezza, alla conclusione del vangelo, quando il pagano, centurione romano, giunge alla fede, e dice: «Veramente quest’uomo era figlio di Dio» (15,39). Ma quale cammino bisogna fare! Il cammino della croce. Gesù, che è un maestro "progressivo", ci fa passare dall’oscurità alla luce non in maniera sconcertante, ma in modo paziente e lento. Il capitolo 9 di Giovanni (il cieco nato) illustra questo cammino coi titoli cristologici usati in progressione. Si parte da «un tale di nome Gesù » e si arriva all’ultima frase: «Credo, kyrie, credo, o Signore»: è ormai la scoperta di Gesù come il kyrios per eccellenza, cioè come Dio.
4. Gesù maestro polemico. In Lc 11, ma ancor più in Mt 23, Gesù ci appare anche come un maestro polemico, provocatore, sdegnato. I suoi sette "guai" o sette "maledizioni" (che vengono usate tra l’altro secondo un genere profetico come in Is 5,8ss) sono una testimonianza che il vero maestro non teme di denunciare i male, come d’altronde fa il Battista: «Non ti è lecito!» (Mt 14,4). Il vero maestro corre il rischio anche dell’impopolarità. Cristo è stato condannato anche per le sue parole, che erano colpi di staffile. La parola del Maestro conosce non la rabbia, non la collera, che è un vizio, ma lo sdegno, che è una virtù: Gesù ci ha rivelato spesso il suo messaggio attraverso una parola che è fuoco, come lui stesso ha detto: «Io sono venuto a portare una spada che divide padre da figlio, madre da figlia, suocera da nuora...» (Mt 10,35). Questo aspetto occorre recuperarlo anche nella nostra comunicazione religiosa. Non è contraddittorio rispetto al precedente: dobbiamo avere la pazienza, ma anche, quando è necessario, dobbiamo introdurre la parola che sconcerta, la parola dei profeti. Dobbiamo dire "sì sì, no no; tutto il resto viene dal maligno" (cf Mt 5,37). E per reazione (giusta) a una retorica o all’enfasi del passato (i grandi predicatori che atterrivano!), non si deve perdere la dimensione della parola che attacca, che non è adulterata (cf 2Co 2,17; 4,2), mercanteggiata; dobbiamo riconoscere che la Parola di Dio è spesso, come si è detto, offensiva.
5. Gesù è stato anche un maestro profetico, nel senso autentico del termine. Profeta non vuol dire colui che tele-vede, che indovina il futuro. Il profeta biblico è colui che interpreta invece i segni dei tempi. È l’uomo del presente, colui che attualizza la Parola. È esemplare al riguardo la predica che Gesù fa nella sinagoga di Nazareth (Lc 4,16ss). Egli prende la Parola di Dio da Isaia; la legge e la commenta: come? «Oggi questa parola si è qui adempiuta». Ecco l’attualizzazione! La Parola di Dio viene incarnata in un evento, in una persona presente! Tutto il Nuovo Testamento è in questa linea. L’Apocalisse, che tante volte viene contrabbandata come oroscopo della fine del mondo, è invece una lezione per le Chiese dell’Asia Minore in crisi interna ed esterna e perseguitate. La Chiesa di Laodicea, per esempio (cf Ap 3,14-22), genera la nausea di Cristo. È un’immagine durissima, espressa con il verbo emésai, vomitare, per indicare la nausea di Cristo verso una comunità tiepida. Ebbene, a quella Chiesa in crisi la Parola di Dio arriva con la funzione di dare un senso, di indicare una meta, un fine. L’Apocalisse infatti non insegna la fine del mondo, ma indica il fine del mondo. Non è tanto la rappresentazione della distruzione, bensì della meta verso cui noi siamo orientati. Il profeta insegna dove dobbiamo camminare mentre siamo nella storia, nel presente. Ecco allora la definizione di Gesù secondo Lc 24,19 (nel viaggio di Emmaus): «Gesù era profeta potente in opere e in parole davanti a Dio e a tutto il popolo». Profeta potente in opere e in parole: è questo il Gesù maestro profetico.
6. Gesù maestro-Mosè. Con una espressione paradossale, Lutero diceva: Gesù è il Mosissimus Moyses; il Mosè all’ennesima potenza. Il riferimento è al Discorso della montagna, che è la pienezza della torah: «Gesù salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli. Prendendo la parola, edìdasken, (li ammaestrava, insegnava loro) dicendo...» (Mt 5,1ss). Come è evidente, il Discorso della montagna è una lezione, ed essa avviene su un monte non storico (Luca anzi, secondo una nota più attenta alla storia, colloca il discorso in una pianura "campestre"). Esso per Matteo è il nuovo Sinai. Questa lezione segna l’inizio del "pentateuco cristiano". Gesù non fa che portare a pienezza il messaggio della torah: il suo è un messaggio che non introduce una legge limitata nella sua sequenza di commi, di articoli, di norme, ma una legge tendente all’infinito. Gesù insegna la radicalità: «Siate perfetti...», non come un santo, ma «come è perfetto il Padre vostro che è nei cieli» (Mt 5,48). Ed è questo il messaggio cristiano: un infinito viaggio nell’infinito mistero di Dio. Non esiste mai la tappa di arrivo, noi andiamo sempre oltre fino ad entrare in Dio. L’insegnamento del vero Maestro, del vero Mosè cristiano si lega a una "scontentezza" continua, a un superamento sistematico; bisogna sempre andare oltre. È l’esatto contrario di un certo nostro insegnamento tante volte fondato solo sul buon senso, con un messaggio che potrebbe essere il minimo comun denominatore di tutte le religioni: una genericità, una vaga solidarietà, una vaga fede sentimentale in Dio. Ma il Mosissimus Moyses è radicale. Teresa d’Avila fece due osservazioni in proposito: «I predicatori oggi non convertono più perché hanno troppo buon senso e quindi non hanno più il fuoco di Cristo». E riguardo alla preghiera: «O Signore, liberami dalle sciocche devozioni dei santi dalla faccia triste». Ecco, è necessario ritornare all’annuncio e all’impegno radicale del Mosissimus Moyses.
7. Gesù è maestro supremo, è il Maestro Divino. Come annunciavano i profeti nell’Antico Testamento? Essi dichiaravano: «Koh ‘amar Adonai: Così parla il Signore», cioè io sono la bocca del Signore. Gesù ha ripreso questa frase, ma l’ha deformata, in maniera quasi blasfema: «Egò dè légo hymìn»: «io vi dico»; è «stato detto agli antichi, io vi dico». Una parola efficace, imperativa, estrema. Una parola decisiva nei confronti del male; una parola che sfida i tempi; una parola eterna. Ed è in questo senso che dobbiamo intendere il motto: «Io sono la via, la verità e la vita». È una parola supremamente "blasfema", perché si arroga tutto ciò che è di Dio. Anzi è una parola così divina da continuare a risuonare attraverso lo Spirito che egli ci manda nell’interno della Chiesa e del singolo, nei secoli. Giovanni riporta (14,26) le parole dell’ultima sera terrena di Gesù: il Padre nel nome di Cristo manderà lo Spirito Santo, «che vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto». Chi è dunque il Divin Maestro che continuamente opera dentro di noi ora, nella Chiesa, e in noi singoli e nella comunità? È lo Spirito Santo, mandato nel nome di Cristo dal Padre, per "ricordare". La memoria biblica non è un’evocazione pallida, non è la commemorazione della festa nazionale, ma è la memoria viva, operante, il memoriale celebrativo ed efficace. (torna al sommario)

lunedì 26 novembre 2018

Andrej Rublëv SS, Trinità

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ANDREJ RUBLËV


ANDREJ RUBLËV

L. Ouspensky

da: Contacts, N° 32, 1960

Nel settembre del 1960, in Russia, è stato commemorato solennemente il 6° centenario del grande iconografo Andrej Rublëv. Dal 15 al 21 di quel mese, al Teatro del Cremlino e all’Accademia si sono svolti incontri di studio che hanno analizzato l’arte di Rublëv e del suo tempo e sono state organizzate visite ai luoghi dove si è svolta la sua attività. A Mosca, alla Galleria Tret’jakov gli è stata dedicata una mostra, e nell’antico monastero Sant’Andronico, è stato aperto un museo A. Rublëv. Numerose monografie, davvero oneste, sono venute a completare la sua bibliografia; i periodici di Mosca hanno pubblicato tutta una serie di articoli dedicati a lui ed è stato girato un film scientifico e popolare sulla sua opera. Questi studi si collocano in una prospettiva che, sicuramente, non rende conto della dimensione spirituale di un’opera che gli ha valso la canonizzazione tra i “santi iconografi” dell’Ortodossia, ciononostante la mettono in luce ed involontariamente (e talora anche volutamente) diffondono la sua testimonianza spirituale.
Rublëv è conosciuto in Occidente soprattutto per la sua celebre icona della Trinità riprodotta in quasi tutte le opere che trattano di Ortodossia o di cultura russa. Ma oggi, grazie all’immenso lavoro dei restauratori russi, conosciamo molte altre pitture di A. Rublëv.
L’uomo rimane molto nascosto. Non si conosce dove è nato e la sua nascita viene collocata approssimativamente tra il 1360 e il 1370. Si sa che, a Mosca, fu monaco al monastero Sant’Andronico. L’inizio della sua attività è legato al primo sviluppo del monastero della Trinità, fondato da San Sergio di Radonez. Sicuramente, fece il suo apprendistato nel laboratorio di icone di quel monastero, perché spesso infatti viene citato col soprannome “l’iconografo di Radonez”. I Racconti sui santi iconografi riferiscono: “il santo Padre Andrej di Radonez, iconografo, di cognome Rublëv, dipinge un gran numero di icone, tutte miracolose…”.
Rublëv visse in un’epoca tumultuosa della storia russa. La vittoria sui Tartari, nel 1380, a Koulikovo, aveva esaltato le forze del popolo russo che ora poteva sperare sulla liberazione definitiva. Fu quella l’epoca di un grande sviluppo della coscienza nazionale e del decisivo progresso dell’unità attorno a Mosca. Fu anche il tempo dell’età aurea della santità russa, il momento in cui il monachesimo, in tutte le sue forme, conobbe una splendida rinascita, in cui la cultura e l’arte si diffusero attorno ai monasteri. Fu, per dirla in breve, l’epoca di san Sergio di Radonez, perché illuminata realmente dalla santità particolare di Sergio, dal suo stile personale di spiritualità. La si potrebbe definire come la forma russa della grande corrente mistica ortodossa, nota col nome di esicasmo.
San Sergio appartenne al secolo di San Gregorio Palamas, la cui lotta ed insegnamento sulla luce increata del Tabor consentirono la definizione dogmatica delle energie divine che santificano l’uomo. La vita di San Sergio fu interamente votata alla Santa Trinità, oggetto della sua contemplazione, fonte della sua vita interiore così come del suo servizio tra gli uomini. Nella sua persona egli realizzò “la pace che va oltre ogni intelligenza” e fece risplendere quella pace attorno a lui. Egli dedicò la sua chiesa alla Trinità e si sforzò di realizzare ovunque l’unità dell’immagine della Trinità, a cominciare dalla sua comunità fino alla vita politica russa del suo tempo. Per facilitare l’unità del paese, riconciliò i príncipi feudali nemici; benedisse il principe di Mosca Dimitri nella sua lotta contro i Tartari. Alla sua morte, divenne per il popolo cristiano di Russia il protettore celeste della patria. San Sergio morì il 25 settembre 1392. Lasciava nella Chiesa Russa un gran numero di discepoli.
Andrea Rublëv, il più giovane dei suoi discepoli, sicuramente lo conobbe personalmente. Comunque, visse costantemente in contatto coi discepoli diretti del grande santo, di coloro che continuavano la sua opera e mettevano in pratica i suoi insegnamenti sino all’estremo: l’umiltà, l’amore, il disinteresse e la solitudine contemplativa, orientata alla purificazione dello spirito e all’unione con Dio nella preghiera continua. Al centro di questa spiritualità c’è l’amore – inscindibilmente virtù dell’uomo e partecipazione alla grazia increata -, l’amore per Dio e per il prossimo.
Nelle fonti più antiche, A. Rublëv e Daniele, l’amico suo più grande di lui di qualche anno, suo “compagno di penitenza”, soprannominato “il Negro”, con il quale collaborava, vengono caratterizzati come “uomini perfetti in virtù”; Rublëv è descritto come molto umile, “pieno di gioia e di luminosità”. Tutta la sua arte del resto è improntata all’immagine di questa umiltà, è piena di gioia e di luminosità. La sua pittura possiede una straordinaria profondità di contenuto, ma allo stesso tempo, per la gioia, la leggerezza, la pace imperturbabile, per il fervore, è quasi infantile.
Le cronache citano per la prima volta il nome di Rublëv nel 1405, quando, a Mosca, fu decorata la cattedrale dell’Annunciazione al Cremlino. Vi partecipa insieme ad una squadra di pittori, diretta dal celebre Teofane il Greco. Malgrado l’immensa influenza di quest’ultimo sull’arte russa dell’epoca e la sua meritata ed incontestata autorità, tuttavia, Rublëv non seguì l’esempio di Teofane, ma la sua via, ispirata dall’ambiente spirituale di San Sergio. Al contrario di Teofane, il cui colorito appare come “attenuato”, i colori di Rublëv sono luminosi, gioiosi e chiari. Ha più leggerezza, scioltezza, calore. Nelle sue opere l’accento non poggia sul pesante travaglio della vita ascetica, bensì sulla gioia la cui grazia viene a coronarlo. “Prendete il mio giogo su di voi e seguitemi, il mio cuore è dolce ed umile, le vostre anime ne avranno sollievo. Il mio giogo infatti è dolce e il mio fardello è leggero” (Matteo 11, 28-30): questo è il principio della vita e dell’arte di Rublëv, la sua opera ne è testimone.
 Nei giorni festivi, quando non dipingevano, Rublëv e il suo amico Daniele “si sedevano davanti alle venerabili e divine icone e, guardandole senza distrarsi..., innalzavano costantemente lo spirito ed il pensiero nella luce immateriale e divina”. Quella luce, alla cui contemplazione si abbandonava, Rublëv seppe manifestarla e trasmettere nella sua arte, in modo particolare e con forza incomparabile nell’icona della Trinità.
Attraverso l’eredità bizantina, studiando antiche icone, con grande perspicacia, invero, egli aveva trovato i fondamenti dell’arte antica. Ecco cosa scrive a riguardo lo storico dell’arte M. Alpatov: “In quel tempo, in nessun altro paese d’Europa, neppure in Italia, si sentivano così profondamente i principi della composizione greca come li interpretava A. Rublëv che li incarnò nelle sue opere. Nell’iconografia russa, la pittura di Rublëv rappresenta la manifestazione più impressionante del retaggio dell’Antichità, l’interpretazione e l’utilizzazione degli stessi princípi classici di ordine e di armonia. Qui rinasce, trasfigurata, tutta la bellezza dell’arte greca antica, rinnovata e insieme autenticata. La pittura di Rublëv si distingue per freschezza giovanile, quasi infantile, per il senso della misura, la perfetta sintonia dei colori, il ritmo, o meglio l’ «euritmia», la musicalità delle linee”.
Nel 1408, a Vladimir, insieme con Daniele, A. Rublëv decora la cattedrale dell’Assunzione. Poco dopo il 1422, l’amatissimo discepolo di san Sergio, l’egumeno Nikon lo chiama al monastero della Trinità di San Sergio per decorare la nuova chiesa della Trinità, costruita al posto della chiesa originaria che era stata bruciata dai Tartari. Però Andrej trascorse molti anni soprattutto al monastero Sant’Andronico, fondato dal metropolita di Mosca sant’Alessio. Negli anni venti del XV secolo, partecipa alla costruzione della chiesa della Trasfigurazione, interessandosi ai piani, contribuendo alle spese di costruzione. Lì morì il 9 gennaio 1430. Non si conosce più il luogo dove fu sepolto: la sua tomba esisteva ancora nel XVIII secolo, poi scomparve.
Nell’arte liturgica della Chiesa ortodossa, l’opera di Rublëv manifesta attraverso l’immagine la santità e l’eredità spirituale di S. Sergio di Radonez, la pace interiore che lo contraddistingueva e si propagava in tutti i suoi campi di attività, quell’unità di amore all’immagine della Trinità divina la cui espressione artistica suprema resta la celebre icona della Santa Trinità. Rublëv la dipinse proprio a gloria di san Sergio e per la sua Chiesa. In un inventario di pitture della Laura della Trinità di San Sergio, nel 1920, G. A. Olsoufiev descriveva così questa icona: “Si può dire che essa non ha uguali, per la sintesi perfetta di una concezione teologica sublime col simbolismo artistico che l’esprime attraverso la struttura dei ritmi e delle linee, dei colori e di una plasticità che va al di là. Questa icona è ontologica per eccellenza, non solo nella sua concezione, ma anche in tutti i suoi dettagli”.
La profondità spirituale della visione di sant’Andrej trovò la sua espressione attraverso la grazia di un dono artistico eccezionale. L’Icona della Trinità, dove culmina la sua opera rimane, sia dal punto di vista artistico che teologico, l’acme dell’arte ortodossa. 

Traduzione dal francese del prof. G. M.

venerdì 23 novembre 2018

Cristo Re dell'Universo


NOSTRO SIGNORE GESÙ CRISTO RE DELL’ UNIVERSO - 25 novembre 2018


NOSTRO SIGNORE GESÙ CRISTO RE DELL’ UNIVERSO - 25 novembre 2018

Dn 7,13-14; Sal 92; Ap 1,5-8; Gv 18,33b-37

L’anno liturgico termina con questa domenica mostrandoci il senso di tutta la storia che noi viviamo; un anno è un tratto di storia e, al termine di questo ulteriore pezzo di cammino che ci è stato dato, questa liturgia ci ripete dove risiede e la meta e il senso della storia stessa, di tutta la storia.
La regalità di Cristo, la sua signoria sulla storia è ciò per cui noi discepoli possiamo essere certi che un “porto” esiste per l’approdo, che una dimora verso cui la storia cammina c’è per davvero.
La sua signoria contraddice tutte le presunzioni dei poteri di questo mondo. Non a caso il Papa Pio XI volle questa solennità nel 1925 mentre i totalitarismi iniziavano a mostrare il volto disumano e mortifero e tanti uomini e donne (troppi anche tra quelli che si dicevano cristiani!) erano disposti ad applaudire, ad acclamare, a riempire le piazze, addirittura esano disposti a dare la vita per logiche nazionalistiche, particolaristiche, fondate sul “contro” gli altri, i supposti diversi … si pensi all’italianità di triste memoria fascista, o alla grandezza della razza germanica di stampo nazista, al “messianismo” comunista e proletario sovietico!
In tempi ambigui come i nostri (non temiamo di dircelo!) è salutare non solo non essere dimentichi della storia (che stoltezza minimizzare i segni che vediamo ed obliare gli orrori del passato!) ma soprattutto è salutare volgere lo sguardo a Gesù il Cristo, il solo che, con la sua logica, davvero può dare al mondo un volto umano, un volto umano per tutti!
Il tema del Regno è essenziale per i tre Evangeli sinottici soprattutto nella predicazione di Gesù, per il Quarto Evangelo questo tema ha un rilievo straordinario solo alla fine della vicenda storica di Gesù, infatti nel racconto della Passione Giovanni fa riapparire il tema del Regno per ben dodici volte. Nel brano evangelico di questa solennità di Cristo Re ecco uno di questi casi. È una scena questa che ha per protagonisti Gesù e il Procuratore romano Pilato.
Anche gli altri evangelisti riportavano la domanda di Pilato sulla pretesa regalità di Gesù … lì la risposta suona secca ed essenziale: Tu lo dici. Giovanni invece ci pone dinanzi ad un dialogo vero e proprio con una chiara definizione di cosa sia questo Regno di Gesù. Una definizione su cui bisogna fermarsi; è in due dimensioni. Una prima definizione e al negativo: Il mio regno non è di questo mondo, non è di quaggiù. Gesù vuole che a Pilato sia chiaro: il Regno di cui stanno parlando non è un progetto politico, né tantomeno un sistema di potere e di poteri che si intersecano, non è una strategia economica o militare, non è un piano sociale. Gesù sottolinea le suo Regno alla dimensione militare per significare tutto ciò che questo Regno non è … è in questa estraneità che si vede quanto questa regalità sia radicalmente altro rispetto a quelle mondane: non ci sono guardie del corpo, legioni terrene, eserciti … tutte cose estranee al Regno e Gesù contrappone tutto questo terribile armamentario alla sua solitaria debolezza che è lì dinanzi a Pilato.
Ah, se la Chiesa avesse sempre colto questa estraneità! Quanti sentieri perversi e sviati avrebbe evitato, quante menzogne avrebbe evitato di avallare, quante complicità mondane avrebbe fuggito e quanta verità di se stessa avrebbe saputo proclamare! Di certo avrebbe avuto meno prestigio presso i regnanti di questo mondo, forse non avrebbe vestito i paludamenti del potere ammantandoli di sacralità … la storia però non si fa con le ipotesi e con i “se” … è tempo però di spogliare la regalità di Cristo da ogni trionfalismo becero e complice dei poteri del mondo!
La regalità di Cristo si fonda su qualcosa di diverso; ed è la seconda dimensione della definizione del suo Regno che Gesù dà a Pilato: la sua regalità si fonda sulla testimonianza resa alla verità. Per la Scrittura tutta e per Giovanni in particolare, e con una tonalità tutta sua, la parola “verità” (in ebraico hemet, in greco alethèia) ha risonanze molteplici. È la bontà del Padre, è la sua fedeltà alle promesse di salvezza, è la conoscenza che ci è data del vero volto di Dio, è annunzio di questo Regno; la verità è l’Evangelo che Gesù è venuto a portare, la verità è Gesù stesso (Io sono la verità cfr Gv 14,6).
Comprendiamo allora perché Giovanni ci presenti questo confronto nell’ora culmine della vita di Gesù: è il confronto tra due regni antitetici. I due regni antitetici e inconciliabili sono, da un lato quello imperiale che continua ad esistere e ad opprimere l’umanità fino ad oggi in forme diverse. Questo regno imperiale, di cui Pilato è rappresentante, per esistere, per fondarsi e durare ha bisogno di sangue, di lacrime, di menzogne, di rabbia dei poveri oppressi, di sopraffazione; ha bisogno di creare continuamente nemici da odiare e combattere (attenti a noi oggi!!).
Dall’altro canto c’è il Regno altro di quel Galileo prigioniero che dice di testimoniare la verità … un Regno che si fonda su un’impensabile alleanza tra Dio e uomo che ha bisogno solo di adesione colma d’amore … solo così si entra in questo Regno! Un Regno che paradossalmente non ha bisogno di sangue se non quello del suo Re e Signore!
Gesù scardina tutte le sensate proposte della secolare logica di Roma, logica che per il mondo è quella vincente!
La verità che Gesù propone non solo Pilato non la conosce ma non la vuole e non la può conoscere, In tutto l’Evangelo, infatti, Gesù proclama una logica che è totalmente opposta a quella dell’Impero e degli imperi che con mille e molteplici facce hanno preteso di fare la storia dell’umanità. Per Gesù la verità, la radice di ogni bene, è nel dono di sé, nel perdersi per amore, nel consegnarsi non salvando se stessi. Il Regno, di cui Gesù stesso è il volto, ha come legge il servizio colmo di amore e non il dominio, non si edifica prevaricando e distruggendo i sogni degli uomini ma si edifica sulla giustizia e fiorisce dando all’ uomo la forza e la concreta possibilità di realizzare i suoi sogni di vera umanità. Il suo è un piccolo Regno, è un seme che sarà sempre nascosto nella terra della storia … però viene da Dio e perciò è indistruttibile.
Tutta la liturgia di questa domenica lo dice con fermezza: nella visione apocalittica del Libro di Daniele c’è un Figlio dell’uomo rivestito da Dio di un potere eterno che mai tramonterà e mai sarà distrutto. Lo stesso Salmo 92 (93) parla di un trono che è saldo fin dal principio e che è eterno. Il Cristo della visione dell’Apocalisse di Giovanni, nella seconda lettura, si presenta come Alfa e Omega della storia! Che consolazione! È Lui la prima e l’ultima parola della vicenda umana; Lui è Colui che è, che era e che viene! Capite? In Lui tutte e tre le dimensioni del tempo sono abbracciate: presente, passato e futuro.
Nessun trionfalismo in tutto ciò! Questo Regno è un regno che ha un trono paradossale: la croce! Se preso sul serio questo Regno ha però una possibilità incredibile: pur senza eserciti, senza potere politico né potere economico può seminare terrore tra le file del male. Sì, se ci voltiamo a guardare anche solo i mesi trascorsi di questo anno che si sta chiudendo vediamo che la storia continua ad essere un groviglio di contraddizioni, continua ad essere il teatro dei giochi delle potenze e delle superpotenze, continua ad essere il luogo in cui si gioca sulla pelle dei poveri e dei deboli, è il triste teatro di sofismi più o meno raffinati in cui si osa affermare che la tenebra è luce e la luce tenebra (cfr Is 5,20) … e oggi ci sarà pure qualcuno (Dio ne scampi!) che oserà predicare la regalità di Cristo contro gli altri, contro le altre fedi! … Eppure la solennità di oggi ci dice che dentro questo fango della storia c’è una logica misteriosa, quella del Regno di Cristo, che agisce paziente!

Dove?
Nel cuore di quelli che dicono sì a questo Regno e non agli imperi mondani, nel cuore di quelli che per questo Regno sono disposti a pagare un prezzo per essere come il Signore e Maestro testimoni di una verità in cui vince solo chi è capace di perdersi!
Dove si collocheranno le Chiese? Noi stessi dove ci collochiamo?
Abbiamo davvero il coraggio di non stare dalla parte degli infiniti Pilato che, con il loro “buon senso” mondano, si oppongono al Regno di Cristo?

P. Fabrizio Cristarella Orestano

Nikolay Nikolaevich Ge: “Cos’è la verità?”( 189

martedì 20 novembre 2018

21 novembre, Presentazione di Maria al Tempio


PRESENTAZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA - 21 NOVEMBRE


PRESENTAZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA - 21 NOVEMBRE

Memoria mariana di origine devozionale, si collega a una pia tradizione attestata dal protovangelo di Giacomo. La celebrazione liturgica, che risale al secolo VI in Oriente e al secolo XIV in Occidente, dà risalto alla prima donazione totale che Maria fece di sé, divenendo modello di ogni anima che si consacra al Signore. (Mess. Rom.)
Martirologio Romano: Memoria della Presentazione della beata Vergine Maria. Il giorno dopo la dedicazione della basilica di Santa Maria Nuova costruita presso il muro del tempio di Gerusalemme, si celebra la dedicazione che fece di se stessa a Dio fin dall’infanzia colei che, sotto l’azione dello Spirito Santo, della cui grazia era stata riempita già nella sua immacolata concezione, sarebbe poi divenuta la Madre di Dio. 
Dopo aver celebrato l’8 settembre la Natività di Maria Santissima e quattro giorni dopo, il 12, la festa del suo santissimo Nome, impostole poco dopo la nascita, il Ciclo mariano celebra in questo giorno la Presentazione al tempio, di questa Fanciulla figlia di benedizione.

Un po’ di storia
Queste prime tre feste del Ciclo mariano sembrano un’eco del Ciclo cristologico, che in egual modo celebra il 25 dicembre la nascita di Gesù, otto giorni dopo il suo Santissimo Nome, e il 2 febbraio la Presentazione sua al tempio.
La Presentazione di Maria al tempio trae origine da un’antica tradizione, che il Padre Roschini illustra nei suoi testi di Mariologia e che si può intuire, come spiegheremo, dallo stesso Vangelo di Luca. Questo fatto è celebrato in Oriente dal V secolo ed è legato alla dedicazione della Chiesa di Santa Maria Nuova in Gerusalemme nel 543.
L’Imperatore di Bisanzio, Michele Commeno, ne parla in una sua costituzione del 1166. Filippo di Maizières, gentiluomo francese cancelliere presso la corte del Re di Cipro, essendo stato inviato come ambasciatore ad Avignone presso il Papa Gregorio XI nel 1372, gli narrò con quale magnificenza, si celebrasse presso i Greci il 21 novembre in onore della Madre di Dio. Gregorio XI introdusse allora questa festa ad Avignone, e Sisto V la rese obbligatoria per tutta la Chiesa, nel 1585. Clemente VIII la innalzò al grado “doppio maggiore”, e come per altre feste ne rielaborò l’Ufficiatura. Il nuovo calendario liturgico, dal 1969, giustamente conservò questa memoria per additare in Maria Colei che, concepita senza peccato originale, fin dalla sua più tenera età si è offerta totalmente a Dio per il Suo progetto di Salvezza: davvero una singolare Fanciulla tutta di Dio.

Il suo significato
Narra l’Evangelista Luca, in occasione della Presentazione di Gesù al tempio (cf. Lc 2,21-40), dopo l’incontro della Sacra Famiglia con il santo vecchio Simeone, che al tempio «c’era pure Anna, una profetessa figlia di Fanuel, della tribù di Aser, che era molto avanzata in età, vissuta con il marito sette anni, dopo il suo matrimonio, e vedova era giunta fino agli 84 anni. Ella non si allontanava mai dal tempio e con digiuni e preghiere serviva Dio notte e giorno. Sopraggiunta proprio in quell’ora, dava lode a Dio e parlava del Bambino Gesù a tutti quelli che aspettavano la liberazione di Gerusalemme».
Al riguardo di questa pagina delicatissima, il Servo di Dio Mons. Pier Carlo Landucci (1900-1986), nel suo libro Maria Santissima nel Vangelo (Ed. San Paolo, Milano 2000), scrive con finissima intuizione: «Fu l’incontro di due anime – Maria, la Madre di Gesù, e Anna – che si erano da tanto tempo e per tanto tempo conosciute, stimate e amate. Si ritrovavano insieme la più giovane ospite di quella sacra dimora, e la più anziana: la giovane Maria, che per tanti anni aveva guardato con umile e pia riverenza a quella santa vecchiezza; e la vecchia Anna, cui la celestiale piccola Maria aveva già lungamente rapito lo sguardo piamente pensoso e il cuore. Ora, per entrambe, v’era la riprova e il più alto sigillo dell’antica comprensione».
Dunque, tutto questo fa supporre con fondamento che Maria Bambina sia stata presentata al tempio, in tenera età, per una sua singolare consacrazione a Dio, fin dai primissimi anni della sua vita. C’era davvero un corpo di donne stabilmente addette al servizio del tempio e dimoranti in appositi locali attorno al tempio stesso. La presenza di queste donne, addette soprattutto alla preghiera, è chiaramente suggerita da Esodo 38,8, e 1Sam 2,22, che parlano di donne che “prestano servizio” – “sabà” in ebraico –, indicando turni fissi quasi come le guardie militari. Anche Giuseppe Flavio nelle sue Antiquitates judaicae (I, 8, c. 3) parla di numerose celle attorno al tempio, quasi come di un monastero.
Il fatto che Maria sia stata condotta giovanissima a vivere presso il tempio, in una totale offerta a Jahvè, è suggerito da forti argomenti di convenienza alla luce dell’elaborazione teologica e dell’analisi psicologica. La singolarissima perfezione di natura e di Grazia, della immacolata Bambina, si manifestò infatti, pur nel quadro della umile vita ordinaria, con sorprendente bellezza naturale e soprannaturale, perfezione pratica di vita, trasporto in Dio.
Rispetto a ogni altra bambina, pure ottima, c’era l’enorme differenza che correva tra chi era nata Immacolata e piena di Grazia e chi era venuta al mondo con il peccato originale; tra chi aveva le passioni perfettamente soggette e chi le aveva ribelli; tra chi era precocissima e chi nasceva con la solita debolezza dei figli di Adamo; tra chi era destinata a diventare Madre di Dio e chi aveva solo un ordinario destino umano.
Tutto ciò colpì i suoi santi genitori, Giacchino e Anna, dalla Chiesa venerati sugli altari, e mostrò loro la grande convenienza che una così eccezionale e celestiale figlia venisse in modo del tutto speciale consacrata a Dio e godesse della privilegiata dimora del tempio, come altre vergini destinate ivi al servizio di Dio.
Sicuramente anche Maria, piccola immacolata Fanciulla desiderò e volle intimamente tutto questo. Tanto più vegliava su di Lei la amabilissima e specialissima Provvidenza di Dio. Come Dio aveva singolarmente segregato per sé Giovanni il precursore di Gesù, tanto similmente pensò alla Madre del Figlio suo incarnato. Questa “segregazione”, questa “fuga mundi”, per cui il Santo, secondo l’etimologia greca “Hagios”, è colui che è separato dalla terra, era straordinariamente conveniente, pressoché indispensabile a Maria, per rispetto alle perfezioni sublimi che Dio le aveva donato fin dal suo Immacolato Concepimento.
Come avrebbe potuto permettere Dio che Ella potesse essere oggetto degli sguardi, anche puri, degli affetti e dei progetti di vita dei giovani del luogo? Tutto doveva essere bello, puro, verginale, tutto immacolato in Lei: mio Dio, che meraviglia, per noi impastati di fango! A tale riguardo era necessario un ritiro al tempio fin allo sposalizio castissimo con Giuseppe.
Dunque Maria Santissima, ancora bambina e fanciulla, noi la contempliamo nella sua presentazione al tempio, nella sua vita tutta di Dio – insieme ad Anna, assai più anziana di Lei – in attesa del compimento del suo sublime destino: l’Immacolata, la Tota Pulchra, la Vergine per eccellenza, tutta di Dio, nel corpo e nello spirito, diventerà la Madre del Figlio di Dio, Gesù, la Corredentrice accanto all’unico Redentore del mondo, la Madre della Chiesa, nata anche dal suo Cuore.
Giustamente il 21 novembre, i Consacrati celebrano con gioia anche la loro festa: essere con Maria, tutti di Dio per adorare Lui solo e generare in sé e nelle anime il Cristo Gesù.

Autore: Paolo Risso

venerdì 16 novembre 2018

"Dalla pianta di fico imparate la parabola: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l’estate è vicina. Così anche voi: quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, è alle porte."


TRENTATREESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


TRENTATREESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Dn 12, 1-3: Sal 15; Eb 10, 11-14.18; Mc 13, 24-32

Il traguardo della storia o è qualcosa che si tiene presente sempre, in ogni generazione, o si rischia di restare imprigionati nelle reti di un oggi che non sazia! Che non può saziare!
Il dramma è quando ci si illude d’essere sazi dell’“oggi” e si scherniscono quelli che pensano all’oltre tacciandoli di essere degli “evasori” dalla storia … E così tanti si saziano di quel che sono, di quel che hanno, di quel che vedono. Sono i sazi dell’“oggi”! Sarebbe terribile rimanere sazi dell’“oggi”!
Sarebbe … ed è terribile! Lo è ogni qual volta noi credenti in Cristo pensiamo che l’orizzonte sia solo quello che vediamo e, in qualche modo, possediamo. Lo è ogni qual volta siamo troppo “contenti” del nostro oggi e siamo incapaci di desiderare altro ed oltre. Lo è quando noi credenti ci accontentiamo, e il presente “ci basta”.
Non si può non considerare l’esito della storia se non imminente, e non perché dobbiamo avere predicazioni e preoccupazioni millenaristiche – quasi che la “fine del mondo” fosse databile ed incombente – ma perché ogni generazione deve fare i conti con il limite del tempo e con la Venuta del Signore Gesù nella sua Parusìa. Una venuta che, d’altro canto, invochiamo in ogni Eucaristia («nell’attesa della tua venuta», «nell’attesa che si compia la beata speranza e venga il nostro salvatore Gesù Cristo»)!
Ogni generazione deve vivere questa tensione verso il Suo ritorno, e deve riconoscere nel proprio tempo quei segni che la annunziano, che ne proclamano la necessità. Ogni generazione deve ravvisare nel suo tempo quei limiti che sono “grido” verso la sua venuta, quelle povertà che sono invocazione al suo ritorno, quelle “impossibilità” o “incapacità” che domandano quell’unico compimento che è pienezza d’ogni compimento: il Suo ritorno!
Nell’Evangelo di oggi ascoltiamo che Gesù prende in prestito dal linguaggio apocalittico del suo tempo (di cui abbiamo avuto un saggio nella Prima lettura di oggi tratta dal Libro di Daniele) dei segni che evocano quei limiti, quei dolori, quelle “potenze” che sovrastano l’uomo e le sue pretese potenze. Nei versetti precedenti aveva parlato di guerre, carestie, terremoti, persecuzioni, tempi oscuri e disperati ma qui aggiunge altri segni che mostrano anche la caducità di quelle cose che a noi paiono fisse ed immutabili: il sole e la sua luce, gli astri che per gli antichi erano fissi nella gran volta del cielo … eppure il sole si spegne, la luna non dà più il suo chiarore e gli astri cadono. Tutto questo accade non perché l’uomo l’ha prodotto, e neanche l’ha provocato con le sue dissolutezze e con i suoi peccati; no! La fine del mondo non è un castigo! La fine del mondo è il fine del mondo, e questo appartiene al progetto di Dio. E’ la volontà di Dio, fuori della storia, a determinare questo fine e a mettere fine a ciò che noi conosciamo e in cui abbiamo realizzato l’essere uomo, in cui abbiamo costruito le premesse di quel Regno eterno in cui tutto deve acquistare senso e bellezza!
Se le potenze dei cieli cadono (è al plurale: “ai diunámeis”) è perché deve venire la sola potenza che ha senso e stabilità, quella del Figlio dell’uomo che è la potenza di Dio (al singolare: “metà diunámeos”, “con potenza”!).
Il Figlio dell’uomo è colui che sta andando verso la croce ma che qui si autorivela come colui che ancora verrà a dire l’ultima parola di Dio sulla storia, sugli uomini!
Il discorso escatologico, di cui oggi leggiamo un breve tratto, era iniziato quando i discepoli avevano posto a Gesù una domanda: «Quando accadrà questo e quale sarà il segno che questo starà per compiersi?» (cfr Mc 13,4) ma Gesù ancora non ha risposto al “quando” e non lo fa neanche in questo passo. Usa la parabola del fico per chiedere la capacità di leggere la storia, leggere l’oggi per poter essere protesi verso il futuro che Dio sta preparando.
Se si sanno leggere i segni come quelli del germogliare del fico è necessario imparare a leggere anche i segni che la storia offre per capire che non tutto è in essa e per essa!
Gesù non dà tempi, e non si tenti di decifrare un tempo e un’ora: il Messia (che Lui è) non è onnisciente come noi vorremmo nei nostri deliri “religiosi” …è invece un Messia fragile e vicino (tanto è vero che sta per andare in croce!), ma nella sua umanità – piena e senza sconti – c’è tutto il senso della storia che va vissuta senza millenarismi e ossessioni, ma con lucidità per discernere ciò che ci conduce all’oltre e ciò che ci libera dalle catene del tempo.
Se Gesù non dà indicazioni di tempo, dà però ai suoi tre parole con cui li rassicura circa la certezza della sua Parusia, del suo ritorno glorioso. Il Figlio dell’uomo verrà per quella generazione perversa che continua a fare ciò che avvenne durante l’esodo: tentare Dio e disobbedire, verrà perché Dio non si fa fermare dalle nostre miserie e infedeltà; verrà di sicuro perché le sue parole non passeranno perché non sono come le parole che diciamo noi e che spesso sono senza stabilità e fondamento. Le sue parole non passeranno perché provengono da Dio, e Dio è fedele. Infine assicura che verrà anche se non si sa il “quando”, ma quel “quando” – essendo custodito nel cuore del Padre -, è promessa certa che sarà rivelata al tempo opportuno.
Intanto? Intanto bisogna impostare i propri giorni con una tensione autentica verso l’oltre: è necessario vivere il tempo in pienezza ma senza chiudersi negli orizzonti del tempo … è qui che l’uomo deve sentire il “profumo” dell’eterno; un profumo che non lo disamora della storia, e delle lotte della storia e nella storia, ma che gli fa vivere la storia senza sconti, con lo sguardo capace di scrutare – proprio nella storia – i segni dell’approssimarsi del giorno di Dio.
In questa domenica l’Evangelo ci ricorda che dobbiamo respirare ampio, che siamo fatti per questo. La storia non è meta della storia, il tempo sarà dilatato nell’eterno e se non si vive in questa tensione si rischia di fare della fede una “religione” che assicura il presente e ci tiene ben accomodati in un oggi tanto soddisfacente quanto imprigionante.
In fondo oggi Gesù ci dice: “Vivi il presente e leggi in esso i segni continui che ti richiamano a slanciarti verso l’oltre!”
Gesù l’ha fatto, e dopo di Lui la Chiesa nascente. Poi l’hanno fatto i santi e con loro tanti cristiani che hanno saputo coniugare storia ed Evangelo senza farsi intrappolare dalle reti del mondo. Oggi se c’è bisogno di una cosa nella Chiesa è di uomini e donne così.

Padre Fabrizio Cristarella Orestano

giovedì 15 novembre 2018

Il coniglio simbolo delle due nature di Cristo


PAPA FRANCESCO - Una lotta bellissima


PAPA FRANCESCO - Una lotta bellissima

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Giovedì, 30 ottobre 2014 

(da: L'Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIV, n.249, Ven. 31/10/2014) 

La vita del cristiano «è una milizia» e ci vogliono «forza e coraggio» per «resistere» alle tentazioni del diavolo e per «annunciare» la verità. Ma questa «lotta è bellissima», perché «quando il Signore vince in ogni passo della nostra vita, ci dà una gioia, una felicità grande». Riflettendo sulle parole di Paolo nella Lettera agli Efesini (6, 10-20) e sul «linguaggio militare» da lui adoperato, Papa Francesco, nella messa celebrata a Santa Marta giovedì 30 ottobre, ha parlato di quella che i teologi hanno definito la «lotta spirituale: per andare avanti nella vita spirituale si deve combattere».
C’è bisogno di «forza e coraggio», ha spiegato anzitutto il Pontefice, perché non si tratta di un «semplice scontro» ma di un «combattimento continuo» contro il «principe delle tenebre». È quel serrato confronto, ha ricordato il Papa, che veniva richiamato dal catechismo, nel quale «ci hanno insegnato che i nemici della vita cristiana sono tre: il demonio, il mondo e la carne». Si tratta della lotta quotidiana contro «la mondanità» e contro «invidia, lussuria, gola, superbia, orgoglio, gelosia», tutte passioni «che sono le ferite del peccato originale».
Qualcuno potrebbe allora chiedersi: «Ma la salvezza che ci dà Gesù è gratuita?». Sì, ha risposto Francesco, «ma tu devi difenderla!». E, come scrive Paolo, per farlo bisogna «indossare l’armatura di Dio», perché «non si può pensare a una vita spirituale, a una vita cristiana» senza «resistere alle tentazioni, senza lottare contro il diavolo».
E pensare — ha constatato Francesco — che hanno voluto farci credere «che il diavolo fosse un mito, una figura, un’idea, l’idea del male». Invece «il diavolo esiste e noi dobbiamo lottare contro di lui». Lo ricorda san Paolo, «la parola di Dio lo dice», eppure sembra che «noi non siamo tanto convinti» di questa realtà.
Ma com’è fatta questa «armatura di Dio»? Qualche dettaglio ce lo fornisce l’apostolo: «State saldi, dunque, state saldi, attorno ai fianchi la verità». Quindi occorre innanzitutto la verità, perché «il diavolo è il bugiardo, è il padre dei bugiardi»; poi, continua Paolo, occorre indossare «la corazza della giustizia»: infatti, ha spiegato il vescovo di Roma, «non si può essere cristiani, senza lavorare continuamente per essere giusti».
E ancora: «I piedi, calzati e pronti a propagare il Vangelo della pace». Difatti «il cristiano è un uomo o una donna di pace» e se non ha la «pace nel cuore» c’è in lui qualcosa che non va: è la pace che «ti dà forza per la lotta».
Infine, si legge nella Lettera agli Efesini: «Afferrate sempre lo scudo della fede». Su questo dettaglio si è soffermato il Pontefice: «Una cosa che ci aiuterebbe tanto sarebbe domandarci: Ma come va la mia fede? Io credo o non credo? O credo un po’ sì e un po’ no? Sono un po’ mondano e un po’ credente?». Quando recitiamo il Credo, lo facciamo solo a «parole»? Siamo consapevoli, ha chiesto Francesco, che «senza fede non si può andare avanti, non si può difendere la salvezza di Gesù?».
Richiamando il brano evangelico di Giovanni, al capitolo nono, in cui Gesù guarisce il ragazzo che i farisei non volevano credere fosse cieco, il Papa ha fatto notare come Gesù non chieda al ragazzo: «Sei contento? Sei felice? Hai visto che io sono buono?», ma: «Tu credi nel Figlio dell’uomo? Tu hai fede?». Ed è la stessa domanda che rivolge «a noi tutti i giorni». Una domanda ineludibile perché «se la nostra fede è debole, il diavolo ci vincerà».
Lo scudo della fede non solo «ci difende, ma anche ci dà vita». E con questo, dice Paolo, potremo «spegnere tutte le frecce infuocate del maligno». Il diavolo infatti «non ci butta addosso fiori» ma «frecce infuocate, velenose, per uccidere».
L’armatura del cristiano, ha continuato il Papa, è composta anche dall’«elmo della salvezza», dalla «spada dello Spirito» e dalla preghiera. Lo ricorda san Paolo: «in ogni occasione, pregate». E lo ha ribadito il Pontefice: «Pregate, pregate». Non si può, infatti, «portare avanti una vita cristiana senza la vigilanza».
Per questo la vita cristiana può essere considerata «una milizia». Ma è, ha affermato il Papa, «una lotta bellissima», perché ci dà «quella gioia che il Signore ha vinto in noi, con la sua gratuità di salvezza». Eppure, ha concluso, siamo tutti «un po’ pigri» e «ci lasciamo portare avanti dalle passioni, da alcune tentazioni». Ma anche se «siamo peccatori» non dobbiamo scoraggiarci, «perché c’è il Signore con noi, che ci ha dato tutto» e ci farà «anche vincere questo piccolo passo di oggi», la nostra battaglia quotidiana, con la «grazia della forza, del coraggio, della preghiera, della vigilanza e la gioia».

   

lunedì 12 novembre 2018

Jezreel Vally from Nazareth (Israel)


CARDINALE RAVASI: “DIO NON CI GUARISCE DAL DOLORE, CI SOSTIENE NELLA SOFFERENZA”

CARDINALE RAVASI: “DIO NON CI GUARISCE DAL DOLORE, CI SOSTIENE NELLA SOFFERENZA”

Secondo la tesi di Ravasi, il dolore umano viene attraversato dal divino: "Per questo - aggiunge - non è più come prima. Proprio perché Cristo non cessa di essere Figlio di Dio, Egli assumendo il dolore e la morte lascia in essi un germe di divino e di luce. Grazie a questa condivisione per amore, Dio non ci guarisce dal dolore, ma ci sostiene in ogni sofferenza"

Il presidente del Pontificio Consiglio della cultura lo ha affermato oggi, tenendo una lectio al Policlinico Gemelli di Roma

In vista della venticinquesima Giornata mondiale del malato che ricorrerà domani, stamani il presidente del Pontificio Consiglio della cultura cardinale Gianfranco Ravasi ha tenuto una lectio al Policlinico universitario Agostino Gemelli di Roma: «La malattia – esordisce – è sostanzialmente un evento simbolico, non solo fisiologico; è anzitutto una questione esistenziale. Per questo, oltre alla scienza medica, accanto al malato è necessaria anche la scienza umana: anatomia e spiritualità. La terapia deve essere accompagnata da un’antropologia globale».
Nel corso della mattinata è stato presentato il Libro bianco dell’oncologia ed è stato inaugurato il Centro di radioterapia oncologica Gemelli Art (Advanced Radiation Therapy). Due le “tavole” nelle quali il porporato ha articolato la sua riflessione intitolata “Il dolore innocente: sfida per la fede”. Partendo dalla prima, l’oscurità e la mancanza di senso, il cardinale Ravasi osserva: «Le malattie spesso generano disperazione; non bisogna giudicare questo stato d’animo».
Da qui l’affermazione di Martin Lutero, delle cui tesi ricorrono i 500 anni: «Dio, probabilmente, – riflette il porporato – gradisce molto di più le bestemmie dell’uomo disperato, che non le lodi compassate del borghese benestante la domenica mattina durante il culto. E dall’oscurità che ogni tanto attanaglia il credente e il non credente, non è esente l’uomo di Chiesa».
Successivamente, il presidente del Pontificio Consiglio della cultura ha chiarito in che modo la preghiera agisce sulla malattia: «Dio – precisa il cardinale Gianfranco Ravasi – non ci guarisce dal dolore, ma ci sostiene nella sofferenza».
Di fronte alla questione della presunta impotenza/ostilità di Dio, riassunta nell’interrogativo che spesso suscita ribellione “Dio non toglie il male perché non può o non vuole?”, il porporato ha poi spiegato che male e sofferenza sono strutturali alla creatura che di sua natura comprende questo limite: «Ma la risposta – aggiunge Ravasi – risiede nella “cristologia della sofferenza”. Dio decide di entrare attraverso il Figlio in questa qualità che non è sua, nella nostra carta d’identità, la realtà umana. E nel racconto della passione, gli evangelisti si sforzano di far patire a Cristo tutti i mali possibili, paura della morte, solitudine, tradimento degli amici, tortura, crocifissione e morte per asfissia, ed è una gran brutta morte, ma l’apice è il silenzio del Padre».
Tuttavia, secondo la tesi di Ravasi, questo dolore umano viene attraversato dal divino: «Per questo – aggiunge – non è più come prima. Proprio perché Cristo non cessa di essere Figlio di Dio, Egli assumendo il dolore e la morte lascia in essi un germe di divino e di luce. Grazie a questa condivisione per amore, Dio non ci guarisce dal dolore, ma ci sostiene in ogni sofferenza».
Per approfondire ancora meglio il concetto, il cardinale ha citato Dietrich Bonhoeffer, l’oppositore di Hitler ucciso in un lager: “Dio è impotente e debole nel mondo e così e soltanto così rimane con noi e ci aiuta… Cristo non ci aiuta in virtù della sua onnipotenza ma in virtù della sua sofferenza”. Nella sua lectio sul dolore innocente, il porporato ha poi affermato: «Dio soffre in Cristo, che nella sua vita terrena è diventato fratello dei sofferenti».
Il Vangelo secondo Marco, fa notare il cardinale, per il 46% è un continuo racconto di guarigione di malati: lebbrosi, ciechi, storpi, epilettici ma anche prostituite e pubblicani. Quanto alla lebbra – la malattia più significativa per la cultura dell’epoca sia per i suoi segni esteriori sia per l’elevato timore di contagio, vista simbolicamente come castigo per i peccati commessi – chi ne era colpito veniva isolato ed era considerato il peggior peccatore di tutti.
Di qui il comportamento “sovversivo” di Cristo che viola tutte le regole rituali e sanitarie: «Gesù – osserva Ravasi – non ha paura di toccare, tocca il lebbroso e gli chiede che cosa vuole. La fisicità dell’assumere su di sé il dolore e del condividerlo è parabola dell’incarnazione e insegnamento anche per noi. L’alleanza tra paziente e medico (o anche infermiere, parente) non è solo quella delle cure ma anche quella del toccare, è vicinanza, partecipazione».
A conclusione Ravasi ha ricordato la commovente testimonianza di un ateo, agnostico e anticlericale come Ennio Flaiano, padre di una bambina colpita a otto anni da encefalopatia. Dopo la morte dello scrittore, venne trovato tra le sue carte l’abbozzo di una sceneggiatura per un film dedicato al ritorno di Cristo sulla terra, circondato e infastidito da tv e giornalisti, attento solo ai malati e agli ultimi: “Non voglio che tu la guarisca – chiede nel film a Gesù un uomo portando con sé la sua bambina malata che cammina a fatica –, ma voglio solo che tu l’ami. Gesù, scrive Flaiano, baciò quella ragazza e disse: ‘In verità, quest’uomo ha chiesto ciò che io posso dare’”.

venerdì 9 novembre 2018

L'obolo della povera vedova


TRENTADUESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


TRENTADUESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

1Re 17, 10-16;Sal 145; Eb 9, 24-28; Mc 12, 38-44

Bisogna subito liberare il testo dell’Evangelo di oggi da ogni pessima aura di moralismo, da ogni tono di bell’esempio; non è una lezione sulla generosità, non un elogio di una donna povera ma generosa! Non è un incitamento a fare beneficenza! Che impoverimento dell’Evangelo sono letture di questo tipo!
In questa pagina del cosiddetto obolo della vedova ci sono per lo meno due cose che ci fanno capire che qui non si deve guardare al piano morale, non è quello in rilievo: la prima è che non c’è mai la parola offerta, il che significa che non si tratta di mettere in risalto una generosità con i propri beni materiali, né tanto meno è in questione l’essere generosi con le istituzioni religiose. La seconda cosa è che le parole di Gesù che sottolineano il gesto della vedova sono introdotte da un solenne “Amen” (che in genere viene tradotto in italiano con “in verità”), modo questo di Gesù di introdurre discorsi o parole di alto profilo rivelativo; si tratta insomma di qualcosa di importante che Gesù sta per dire ed a cui bisogna prestare estrema attenzione. Capiamo allora che non può trattarsi della lezioncina morale che scaturisce dal bell’esempio!
Nei versetti precedenti questo racconto, Gesù mostra le perversioni della “religione”: la vanagloria, l’ipocrisia, l’avidità e quando si presenta questa vedova il suo sguardo si posa su qualcuno che, invece, gli rivela il volto che Lui stesso deve assumere dinanzi alla storia, nella storia: il volto del dono di sè, “fino all’estremo”, senza nulla trattenere per sé.
Gesù invita a “guardarsi” dagli scribi vanagloriosi, ipocriti, e avidi (certo Gesù non fa di tutt’erba un fascio: ci sono anche gli scribi onesti, e la scorsa domenica Marco ce ne ha fatto incontrare uno!), e annunzia che la loro vita è insensata ed è sottoposta a dura condanna, la condanna di chi vive per se stesso, la condanna di chi crede di stringere tra le mani tesori e si ritrova solo sabbia che gli scivola tra le dita … bisogna guardarsi dal “vivere per se stessi!”Per questo Marco fa seguire una potente “parabola”. Non è però una parabola come le altre, non è un mirabile racconto fiorito dalla fantasia di Gesù, è una parabola in carne, ossa e … povertà!
La povera vedova è l’oggetto dello sguardo indagatore di Gesù che, in lei, ci propone non una parabola sulla generosità e neanche sulla fiducia in Dio e nella sua provvidenza, ma, nientedimeno, come parabola della croce verso la quale Lui sta per andare!
Marco fa dire a Gesù: dalla sua povertà ha dato tutto quello che aveva. Ha gettato tutta la vita (in greco è proprio così: “ólon tòn bíon”, “tutta la vita”).
La storia della vedova di Zarepta che abbiamo ascoltata nella prima lettura, tratta del Primo libro dei Re, in fondo ci racconta una vicenda simile: quella povera donna getta tutta la vita, rischia in modo insensato per le logiche umane.
Il punto allora è, come sempre, il dono della vita senza riserve! Nel passo di Marco di oggi, alla vigilia della passione, questa povera donna che prende dalla sua povertà il tutto che è, e lo getta nel tesoro del Tempio, diventa parabola di Gesù che sta per fare proprio questo! Possiamo senz’altro dire che la povera vedova anonima di questo racconto è profezia di Gesù, ed è profezia per Gesù ed in seguito per la Comunità di coloro che vorranno seguirlo! Vedere il gesto di questa donna ha dato a Gesù la misura del gesto d’amore che Lui stesso sta per compiere; la Chiesa, a cui Marco consegna questo racconto, riceve in esso una parola che la invita a tuffarsi nel cuore dell’Evangelo di Gesù: il dono totale di sé. Ai discepoli, invischiati ancora nelle dispute sui primati (cfr Mc 10, 35-40), Gesù ancora una volta indica l’unica via identitaria che la Chiesa può avere: il dono totale di sé. Ecco la misura della loro vita fraterna, della loro vita ecclesiale!
Il testo, però, aggiunge ancora una cosa ed è una cosa impressionante: il Tempio, per il quale la vedova offre “tutta la vita”, è un tempio corrotto ed ormai prossimo ad una distruzione
disastrosa! Il dono della vedova … la sua vita gettata è una vita gettata per nulla, una vita gettata invano (per un tempio corrotto, e alle soglie di una distruzione totale!). C’è, però, ancora di più: il gesto della donna è profezia del gesto di Gesù: la croce è apparentemente inutile! E’ ignominia e fallimento agli occhi del mondo!
La vedova con questo suo gesto è uno scandalo, ma scandalo ancora più grande sarà la croce di Gesù! Una morte assurda la sua, nell’abbandono più totale, un epilogo senza luce in cui Gesù sprofonda. Insomma come ha scritto E. Cuvillier nel suo commento all’Evangelo di Marco, la croce è irrilevante per il mondo! E’ fallimento scandaloso e misero! Come la vedova anche Gesù si espone ad una “morte per nulla”!
Noi che leggiamo l’Evangelo sappiamo nella fede che da quella “morte per nulla”, da quell’assurdo insensato, proverrà vita autentica per moltitudini … Intanto però si deve passare il buio tunnel dell’assurdo, del nulla, dell’assolutamente privo di senso per le logiche degli uomini. Se ci pensiamo bene, la morte di Gesù non ha nulla di “morale” in senso stretto (scrive sempre Cuvillier) … è una morte assurda e basta! La salvezza però verrà proprio da quell’assurdo, da quello scandalo!
La vedova dell’Evangelo di questa domenica ci fa intravedere, dietro di lei, un Altro che ha perduta, ha gettata tutta la sua vita perché altri la ricevessero in dono.

Padre Fabrizio Cristarella Orestano