lunedì 17 dicembre 2018

TEMPO DI AVVENTO


TEMPO DI AVVENTO

Siamo agli inizi del nuovo anno liturgico e mi piace pensare che la saggezza popolare espressa nel detto, da me traslitterato dal siciliano: «Bel tempo e mal tempo non dura sempre un tempo», contribuisca a mettere in risalto che il tempo liturgico non è un periodo sempre uguale, statico, (anche se potrebbe sembrarlo) ma un tempo dinamico, in continua tensione che dall’inizio dall’attesa del Redentore si dipana verso il compimento della sua venuta escatologica. In questo periodo la comunità cristiana, fa memoria, attraverso i segni sensibili, del mistero Pasquale di Cristo, fondamento della nostra fede. L’anno liturgico inizia con l’Avvento, che comprende quattro settimane che precedono il Natale del Signore.
Il termine Avvento - adventus indica venuta, arrivo o presenza. Nel mondo romano indicava la visita o la venuta dell’imperatore, nella religione pagana indicava la visita annuale della divinità ai templi o santuari, nei quali si credeva che abitassero durante le feste in loro onore.
Nel Nuovo Testamento il vocabolo che indica avvento o presenza è «Parusia o epifania», adoperato con sfumature diverse e tradotto dalla Vulgata con «adventus».
I Padri greci usano il termine «parusia» per indicare la venuta di Cristo sia nella carne che nella gloria. Il primo a far menzione del duplice avvento di Cristo è Giustino nel II sec. Egli nella lettera all’imperatore Antonino Pio parla della venuta storica di Cristo verificatasi nel passato e di un’altra escatologica che dovrà compiersi nel futuro. La prima consiste nella rivelazione del Verbo che ha assunto la natura umana, portandone il peso; la seconda avverrà alla fine dei tempi nella potenza e nella gloria. Un altro Padre greco che fa riferimento alla avvento del Signore è Cirillo di Gerusalemme. Anche lui nelle sue catechesi fa menzione delle due venute di Cristo, nella carne e nella gloria. Nella prima il Verbo di Dio era avvolto in fasce e ci ha mostrato la sua pazienza; nella seconda, invece, verrà nella gloria e sarà avvolto di luce e porterà con se la corona di gloria.
Nei Padri latini il termine adventus è usato per indicare la duplice venuta di Cristo, sia nella carne che nella gloria. Tertulliano nel suo trattato Adversus Marcionem fa riferimento alle due venute di Cristo: la prima nell’umiltà e nella sofferenza della carne; la seconda avverrà, alla fine dei tempi, nella maestà e nella gloria. Ambrogio da Milano si serve della locuzione «adventus Domini» per indicare la duplice venuta del Redentore: La prima nella carne, in vista della redenzione e la seconda, nella gloria, per reprimere le colpe.
Agostino, invece, usa la parola adventus per indicare le due venute di Cristo nella forma mortale e nella gloria, e afferma che il riconoscerlo nella carne prelude il suo riconoscimento nella seconda venuta.
Dal V secolo in poi il termine adventus verrà utilizzato per indicare in particolare la prima venuta di Cristo, e sarà Cassiano a parlarne per primo, identificando l’Avvento del Signore con la sua natività.
Il tempo di avvento ha iniziato a celebrarsi nella chiesa latina a partire dalla metà del VI sec., anche se il Natale a Roma si festeggiava già dal 336. Il primo testo liturgico che fa riferimento all’Avvento del Signore è il Sacramentario Gelasiano Vetus (VII sec.) in latino. L’eucologia presente in questo testo - orazioni e prefazi - fa riferimento alle due venute di Cristo ed esprime nello stesso tempo la dimensione escatologica della Chiesa. La terminologia che verrà usata per indicare questo periodo, nei libri liturgici, varierà da «adventus Domini» al solo termine «adventus». Oltre al nome anche la durata del periodo varia in base al sacramentario a cui facciamo riferimento. Nel Gelasiano Vetus l’avvento è composto da sei settimane, nell’Hadrianum da quattro settimane. All’inizio, nei primi secoli, a Roma erano presenti due differenti tempi di celebrazione dell’Avvento: il primo era regolato dal sacramentario Gelasiano Vetus usato dai presbiteri nella chiese titolari a Roma e il secondo era regolato dal sacramentario Hadrianun usato nella cappella papale. Alla fine del VII sec. prevalse la forma di celebrazione usata dalla corte papale anche per le chiese titolari romane, così la struttura del tempo di avvento da questo momento in poi sarà di quattro settimane che precedono il Natale del Signore. Durante la sua formazione nel tempo, l’avvento acquisisce anche altre peculiarità: viene considerato come una piccola quaresima o tempo penitenziale, si finisce così col perdere di vista la dimensione escatologica. Lo stesso Pio XII nella sua enciclica sulla liturgia «Mediator Dei», presenta il tempo di Avvento come tempo fortemente penitenziale che aiuta a ritornare a Dio.
Il cambiamento di rotta si ha con la riforma iniziata dal Concilio Vaticano II che ha voluto restituire a questo periodo la peculiarità escatologica che lungo la storia era stata smarrita, infatti il n 39 delle Norme generali sull’ordinamento dell’anno liturgico afferma: «Il tempo di avvento ha una doppia caratteristica: è tempo di preparazione alla solennità del Natale, in cui si ricorda la prima venuta del Figlio di Dio fra gli uomini, e contemporaneamente è il tempo in cui, attraverso tale ricordo, lo spirito viene guidato all’attesa della seconda venuta del Cristo alla fine dei tempi». Si torna a camminare sul binario del ricordo e dell’attesa, e questo tempo non è solo preparazione al ricordo della nascita di Gesù, ma è anche attesa orante della sua venuta nella gloria.
Le preghiere delle collette domenicali nel messale, in particolare, sono tutte rinnovate e attinte ai sacramentari antichi. Il tema che attraversa la preghiera eucologica fa eco a quanto affermato nell’Ordinamento generale dell’Anno Liturgico: le due venute di Cristo, la prima nella carne e la seconda nella gloria.
Nelle prima e seconda domenica è accentuata in modo particolare non solo la venuta di Cristo nella gloria, ma anche la nostra decisione a metterci in cammino verso di lui; si vuole suscitare in noi la volontà «di andare incontro al Signore che viene» e la forza per non cadere nelle tentazioni della vita quotidiana: «fa che il nostro impegno nel mondo non ci ostacoli nel cammino verso il tuo Figlio». Questo tempo che si apre dinanzi a noi, mistero della sua presenza, è un camminare con Cristo verso il Padre.
Le collette delle altre due domeniche, invece, ci aprono al ricordo storico della venuta del Signore.
Nella terza domenica, chiamata «Gaudete» la nota della gioia è presente nella colletta che manifesta l’esultanza per la venuta del Signore facendo eco all’antifona d’ingresso che apre la liturgia di questo giorno: «Rallegratevi sempre nel Signore… ». Nella quarta domenica è riportato un testo caro alla pietà popolare, perché recitato alla conclusione della preghiera dell’Angelus ogni giorno. Il testo non solo ci permette di contemplare il Verbo che si fa carne, come in ogni celebrazione, ma ci fa contemplare e vivere, nello stesso tempo, il mistero nella sua pienezza, facendocene intravedere il compimento nella morte e nella resurrezione del Verbo incarnato.
Il tempo di avvento si conclude con l’ottavario in preparazione al Natale del Signore, tempo fortemente orientato al ricordo della venuta storica di Cristo, senza che si perda di vista la dimensione escatologica. Le antifone dette in «O», perché iniziano sempre con questa vocale dell’alfabeto, utilizzate sia nella liturgia eucaristica che in quella delle Ore, mettono in luce le promesse fatte nell’AT della Venuta del Messia, promesse che si sono realizzate con l’Incarnazione del Verbo di Dio.
Anche la Liturgia delle Ore, che «estende alle diverse ore del giorno le prerogative del mistero eucaristico» (PNLDO 12), orienta il sacrificio della lode allo specifico di questo tempo: vivere il ricordo storico della nascita di Gesù «Verbo, splendore del Padre, nella pienezza dei tempi tu sei disceso dal cielo, per redimere il mondo» (inno Ufficio) e recuperare inoltre la dimensione escatologica: «Nell’avvento glorioso, alla fine dei tempi ci salvi dal nemico la sua misericordia» (inno Vespri).
La riforma conciliare scaturita dal Concilio Vaticano II ha recuperato il senso più autentico di questo periodo, espresso nel pensiero dei Padri, considerandolo non solo come tempo di preparazione alla celebrazione dell’anniversario della nascita di Gesù, ma anche come tempo di attesa escatologica della sua seconda venuta. La vita del cristiano è protesa verso il mistero della redenzione di Cristo che si compie tra il «il già e il non ancora». Questo si vive nell’intreccio tra un tempo che ne fa memoria perché si è rivelato e un non ancora che si deve compiere: presente e futuro.
Un ruolo importate è riservato alla Vergine Maria, per la parte da lei avuta nel mistero della salvezza e per la dignità singolare che ne consegue, come afferma Paolo VI nella sua esortazione apostolica Marialis Cultus. La liturgia di questo periodo congiunge «in felice equilibrio cultuale» (n 4) l’attesa messianica ed escatologica di Cristo con «l’ammirata memoria» (n 4) di Maria, e ciò, se da una parte contribuisce ad allontanare il pericolo di separare il culto della Vergine dal quello di Cristo, suo unico punto di riferimento, dall’altra ci permette di considerare l’avvento come un «Tempo particolarmente adatto per il culto alla Madre del Signore» (n 4). Nell’avvento Maria è la Madre che nel silenzio orante ha atteso con ineffabile amore la venuta del Figlio e ci ha donato l’autore della vita. Per un arcano disegno di Dio Maria è la via che ci conduce a Cristo e ci aiuta ad accogliere in modo qualitativo l’opera salvezza che si è attuata per opera del Figlio.

per la stesura del testo cf. P. Regan, Dall'Avvento alla Pentecoste. La riforma liturgica nel messale di Paolo VI, EDB, 2013.

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