venerdì 12 luglio 2019

Il Buon Samaritano


QUINDICESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


QUINDICESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Dt 30,10-14; Sal 18; Col 1,15-20; Lc 10, 25-37

La grande attenzione che oggi si deve fare dinanzi a questa pagina dell’evangelista Luca che è al cuore di questa domenica è quella di non ridurla a parola moralistica che dà buoni consigli religiosi e pii invitando a comportamenti solo etici … questa pagina infatti non è questo e se indica una via morale non è cero questo il suo primo scopo.
Il dottore della Legge che chiede a Gesù che cosa deve fare per avere la vita eterna si sente ricondotto da Gesù stesso verso il campo della Santa Scrittura di cui dovrebbe essere esperto; la risposta che dà a Gesù, pure esatta ed unificante (Luca pone sulle labbra di questo personaggio l’unificazione tra amore per Dio ed amore per il prossimo), attende ancora un compimento, un compimento che consiste nell’andare oltre quel “come se stessi”. Gesù conduce pian piano questo dottore della Legge verso questo compimento e lo fa sottolineando quella parola d’amore che Dio ha pronunciato sul suo popolo, una parola, che come oggi ascoltiamo dal passo del Deuteronomio, è stata posta sulle labbra e nel cuore del popolo perche sia fatta, sia fatta diventare vita. La parola dell’amore vuole concretezza e il dottore della Legge lo comprende; ecco, infatti, che il suo domandare, nato insidioso e malizioso (un dottore della Legge si alzò per tentare Gesù, cosi scrive Luca), pare che qui si trasformi in domanda sincera; la risposta a questa domanda è la celebre parabola del Buon Samaritano.
Il dottore chiede a Gesù, in fondo, dove, a chi, donare quell’amore preziosissimo che il cuore della Legge e Gesù, che rifugge dai mille casi e pure dalle rispostine pie e preconfezionate, risponde con il racconto di una storia, una storia precisa ma ampia, tanto ampia da avere il sapore della storia dell’umanità, da avere il sapore della storia della sua stessa vicenda di uomo tra gli uomini. Alcuni Padri, infatti, amano chiamare questa parabola non del Buon Samaritano ma Parabola del Figlio intendendo che in questo racconto è adombrata la vicenda del Figlio di Dio che si accosta compassionevole alle nostre piaghe. Così i Padri ne fecero una straordinaria allegoria per cui ogni elemento della narrazione divenne, nella loro lettura, un simbolo della vicenda della nostra salvezza, fino a parlare della locanda-Chiesa per arrivare ai due denari interpretati in svariati modi …
Senza entrare in questi particolari, quello che mi pare vada custodito è che certamente Gesù sta rispondendo alla domanda del dottore (Chi è il mio prossimo?) con una storia che non fa altro che raccontare il suo modo di agire con l’uomo. Infatti non è un caso che in questa parabola tutti i personaggi abbiano una specificazione che dà loro un nome: i briganti, un sacerdote, un levita, un samaritano, l’albergatore … tutti tranne uno: colui che non fa nulla tranne che lasciarsi amare e servire dal samaritano dopo essere stato vittima di briganti, lui è semplicemente un uomo. Di fronte all’uomo ci si può porre con rapina, con violenza, con indifferenza, col passare oltre oppure con compassione. Un samaritano passandogli accanto lo vide e ne ebbe compassione (in greco esplanchnìste dal verbo splanchìizo) dice Luca, usando un verbo che negli Evangeli è usato per dirci della commozione profonda di Gesù (cfr Mc 6,34; Lc 7,13); è il verbo della commozione della donna-madre dinanzi al dolore del proprio figlio, dinanzi al pianto del proprio figlio … è commozione viscerale, è dolore che parte dall’ “utero” dove quel figlio si è formato. Il verbo greco che Luca usa è lo stesso che traduce, nell’Antica Alleanza, il verbo ebraico che i profeti usano per dire che il Signore si commuove per il suo popolo (cfr Os 11,8). Questo verbo dunque tradisce l’identità del samaritano: adombra Gesù stesso, Gesù che si è accostato all’uomo ferito, abbandonato a se stesso, preda della violenza e della morte.
Capiamo così che la parabola è rivelativa; è necessario dunque leggerla non sul piano morale che resta sullo sfondo come conseguenza di quell’evento d’amore che è il Figlio di Dio venuto a cercarci sulle nostre strade di deserto e di morte.
La parabola ci invita a cambiare le prospettive delle nostre domande a Dio, domande sempre sul piano moraleggiante, sempre con lo scopo di farci rassicurare sulle cose da fare.
Chi è il mio prossimo?, aveva chiesto il dottore intendendo chiedere Chi devo amare?; la risposta di Gesù è una risposta assolutamente capovolgente: Il tuo prossimo è chi ha compassione di te! E’ una risposta sconvolgente: non bisogna cercare tanto a favore di chi agire e a chi dispensare la propria generosità, quanto è necessario farsi trovare da Colui che ha compassione di noi. Se non ci lasciamo trovare da Gesù, che è venuto a cercarci nella nostra povertà ferita e malata di morte, non potremo essere capaci di misericordia vera. Se non ci lasciamo afferrare da Lui che vuole farsi carico di noi, la nostra sarà sempre una parodia di misericordia, una parodia di amore per il prossimo. Una parodia perché il grande rischio è che i nostri siano gesti ed atti egoistici paludati da amore, gesti protesi a volersi sentire buoni e giusti. Questo non accade invece quando mi lascio trovare da Gesù, quando gli so mostrare le mie ferite, le mie solitudini senza speranza, le mie impotenze … allora dovrò abbandonare ogni autosufficienza, ogni pretesa di attività e dovrò lasciarmi vedere, amare, curare, caricare, affidare da Gesù. Riconoscendo in primo luogo che Gesù si è fatto a me prossimo fisserò lo sguardo su di Lui e sulla sua gratuità ad ogni costo … allora capirò che amare il prossimo come me stesso chiede un oltre, chiede un compimento: contemplando Colui che si è fatto buon samaritano per me capirò che l’amore parte dall’amare il prossimo come me stesso ma deve compiersi in un amare il prossimo più di me stesso, in un amore fino all’estremo.
Un amore così solo Gesù ce lo può dire e donare.
Il racconto allora è chiaramente rivelativo perché ci conduce alla contemplazione di Gesù, il Figlio di Dio nella nostra carne in cui, come dice l’autore della Lettera ai cristiani di Colosse di cui oggi leggiamo un tratto del primo capitolo, abita ogni pienezza e che ha riconciliato il mondo con il sangue della sua croce; ha amato con il suo sangue, nel suo sangue.
La via della vita eterna di cui il dottore della Legge chiede all’inizio del suo incontro con Gesù, passa per l’amore di Gesù; è il lasciarsi amare nella verità per camminare, pur se con fatica, verso un amore nella verità, un amore che non abbia paura di amare il prossimo più di se stesso. Questa è la via di Gesù.

P. Fabrizio Cristarella Orestano

venerdì 28 giugno 2019

"ti seguirò ovunque tu vada"


TREDICESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


TREDICESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

 1Re 19,16b. 19-21; Sal 15; Gal 5,1. 13-18; Lc  9, 51-62

L’Evangelo di questa domenica è il racconto dell’inizio del grande viaggio di Gesù verso Gerusalemme, verso la passione, verso il compimento (stavano per compiersi i giorni in cui sarebbe stato tolto dal mondo) un viaggio che Gesù affronta con un “sì” netto ad una strada della quale comprende solo una cosa: deve fidarsi del Padre pur tra il rifiuto degli uomini e tra i dolori. Luca scrive alla lettera che Gesù indurì il suo volto verso Gerusalemme; questo indurimento è il contrario dell’indurimento del cuore, è un essere fermo e stabile nel volere la volontà del Padre.
            In questo cammino Gesù sarà sempre più solo; nell’Evangelo di Luca Gesù dodicenne aveva detto che doveva essere nelle cose del Padre suo, ed ecco che ora sta andandoci definitivamente: sul Calvario starà tra le cose del Padre suo, ci starà sulla croce ma mettendosi nelle sue mani (Padre, nelle tue mani consegno l’anima mia cfr Lc 23,46).
            Qui, al capitolo nove, inizia questo cammino verso quelle mani, mani che non vedrà ma che Gesù saprà, nella fede, essere reali più di ogni realtà.
            Nel suo cammino di Messia impotente delle potenze mondane, Gesù conoscerà rifiuto ed incomprensione; da subito i samaritani lo rifiutano e proprio perché sta andando verso Gerusalemme; è qui ci pare che Luca usi una sottigliezza con un testo a doppio livello: per i samaritani Gerusalemme è la città nemica luogo del culto rivale (primo livello), ma Gerusalemme sarà anche il luogo della croce ed un Messia crocefisso è oltre ogni possibilità di accettazione (secondo livello)! Non sono però solo i samaritani a rifiutarlo, anche i suoi mostrano tutta la distanza da quelle logiche del Regno che Gesù aveva annunziato per tutto quel lungo tempo con loro; Giacomo e Giovanni, infatti, ancora qui sognano un Messia che usi le potenze del cielo per rendere schiavi gli uomini (vuoi che diciamo che un fuoco scenda dal cielo e li distrugga?)…anche i suoi non capiscono che il Messia incamminato nel suo esodo (cfr Lc 9, 31) ha scelto l’impotenza della croce ed è solo su quella strada che lo si può seguire per davvero.
            La sequela del Messia Gesù non può sopportare dei “ma”; se Elia (nella prima lettura tratta dal Primo libro dei Re) può tollerare un piccolo rinvio della sequela da parte di Eliseo, Gesù non tollera né “se”, né “ma”. Non basta essere affascinati da Gesù e non basta il generico volerlo seguire, è necessario sapere che Colui che si segue ci porta su una via davvero altra rispetto ad ogni attesa mondana; la sua è certo una via di libertà autentica, come scrive Paolo nella Lettera ai cristiani della Galazia nel passo che oggi si proclama, una libertà con uno straordinario sapore di verità ma che ha anche un prezzo.
            I tre uomini che compaiono nel testo evangelico di oggi sono lì a dirci di questa vera sequela che ha delle esigenze con le quali non si può giocare.
Il primo è pieno di entusiasmo e dice parole impegnative che paiono compromettenti; per Gesù però non bastano; non lo si segue presi solo da un entusiasmo di un momento, si deve sapere che quella di Gesù è davvero una via altra; segno di questa alterità è un’affermazione di Gesù: Il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo, espressione tipicamente semitica non per dire che Gesù è povero (quanta retorica si è fatta su questo punto!) ma per dire che Gesù ha scelto il celibato, non ha una moglie. La scelta celibataria di Gesù è segno di una via davvero altra, scelta perlomeno insolita per un ebreo se non addirittura considerata empia.
Il secondo riceve addirittura da Gesù stesso la parola di chiamata: Seguimi! Quest’uomo però ha un problema grave, pone davanti a Gesù ed alle esigenze della sequela un “prima”: Lascia prima che vada a seppellire mio padre. Il “no” di Gesù è carico di forza drammatica: porre un “prima” (un qualsiasi “prima”) è diventare un morto tra i morti; quello che conta è andare ed annunciare il Reno con una vita donata.
Il terzo promette di seguire Gesù ma pure lui ha dei “ma”; sono “ma” malati di nostalgie e rimpianti, sono “ma” che spingono a voltarsi indietro ed invece Gesù è Colui che ha reso duro il suo volto verso una meta che gli sta davanti; volgersi indietro è imboccare un altro cammino, non quello di Gesù; dietro c’è la sicurezza di ieri, c’è la calda certezza dell’oggi, davanti invece c’è un futuro incerto di una vita tutta consegnata all’amore. E’ questa la via di Gesù!
La domanda che ancora questa domenica ci interpella è allora: “Ti basta davvero lo stare con Gesù in una via tanto “altra” che non tollera né mondanità, né rimandi, né rimpianti?” Insomma, siamo disposti, come scrive Paolo, a lasciarci guidare dallo spirito per non essere più schiavi dei desideri e dei punti di vista mondani?
La via di Gesù è via di libertà, una libertà “costosa” in cui ogni compromesso porta inquinamento e catene.
            Seguire Gesù è indurire come Lui, con Lui, il nostro volto con un “sì” sempre più libero e gioioso alle vie del Padre. 

             P.Fabrizio Cristarella Orestano

giovedì 27 giugno 2019

SS. Pietro e Paolo


SOLENNITÀ DEI SANTI APOSTOLI PIETRO E PAOLO - PAPA FRANCESCO (2014)


CAPPELLA PAPALE 

NELLA SOLENNITÀ DEI SANTI APOSTOLI PIETRO E PAOLO

SANTA MESSA E IMPOSIZIONE DEL PALLIO AI NUOVI METROPOLITI

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO (2014)

Basilica Vaticana 
Domenica, 29 giugno 2014 

Nella solennità dei santi Apostoli Pietro e Paolo, patroni principali di Roma, accogliamo con gioia e riconoscenza la Delegazione inviata dal Patriarca Ecumenico, il venerato e amato fratello Bartolomeo, guidata dal Metropolita Ioannis. Preghiamo il Signore perché anche questa visita possa rafforzare i nostri fraterni legami nel cammino verso la piena comunione tra le due Chiese sorelle, da noi tanto desiderata.
«Il Signore ha mandato il suo angelo e mi ha strappato dalla mano di Erode» (At 12,11). Agli inizi del servizio di Pietro nella comunità cristiana di Gerusalemme, c’era ancora grande timore a causa delle persecuzioni di Erode contro alcuni membri della Chiesa. C’era stata l’uccisione di Giacomo, e ora la prigionia dello stesso Pietro per far piacere al popolo. Mentre egli era tenuto in carcere e incatenato, sente la voce dell’Angelo che gli dice: «Alzati in fretta! ... Mettiti la cintura e legati i sandali ... Metti il mantello e seguimi!» (At 12,7-8). Le catene cadono e la porta della prigione si apre da sola. Pietro si accorge che il Signore lo «ha strappato dalla mano di Erode»; si rende conto che Dio lo ha liberato dalla paura e dalle catene. Sì, il Signore ci libera da ogni paura e da ogni catena, affinché possiamo essere veramente liberi. L’odierna celebrazione liturgica esprime bene questa realtà, con le parole del ritornello al Salmo responsoriale: «Il Signore mi ha liberato da ogni paura».
Ecco il problema, per noi, della paura e dei rifugi pastorali. Noi – mi domando –, cari fratelli Vescovi, abbiamo paura? Di che cosa abbiamo paura? E se ne abbiamo, quali rifugi cerchiamo, nella nostra vita pastorale, per essere al sicuro? Cerchiamo forse l’appoggio di quelli che hanno potere in questo mondo? O ci lasciamo ingannare dall’orgoglio che cerca gratificazioni e riconoscimenti, e lì ci sembra di stare sicuri? Cari fratelli vescovi, dove poniamo la nostra sicurezza?
La testimonianza dell’Apostolo Pietro ci ricorda che il nostro vero rifugio è la fiducia in Dio: essa allontana ogni paura e ci rende liberi da ogni schiavitù e da ogni tentazione mondana. Oggi, il Vescovo di Roma e gli altri Vescovi, specialmente i Metropoliti che hanno ricevuto il Pallio, ci sentiamo interpellati dall’esempio di san Pietro a verificare la nostra fiducia nel Signore.
Pietro ritrovò la fiducia quando Gesù per tre volte gli disse: «Pasci le mie pecore» (Gv 21,15.16.17). E nello stesso tempo lui, Simone, confessò per tre volte il suo amore per Gesù, riparando così al triplice rinnegamento avvenuto durante la passione. Pietro sente ancora bruciare dentro di sé la ferita di quella delusione data al suo Signore nella notte del tradimento. Ora che Lui gli chiede: «Mi vuoi bene?», Pietro non si affida a sé stesso e alle proprie forze, ma a Gesù e alla sua misericordia: «Signore tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene» (Gv 21,17). E qui sparisce la paura, l’insicurezza, la pusillanimità.
Pietro ha sperimentato che la fedeltà di Dio è più grande delle nostre infedeltà e più forte dei nostri rinnegamenti. Si rende conto che la fedeltà del Signore allontana le nostre paure e supera ogni umana immaginazione. Anche a noi, oggi, Gesù rivolge la domanda: «Mi ami tu?». Lo fa proprio perché conosce le nostre paure e le nostre fatiche. Pietro ci mostra la strada: fidarsi di Lui, che “conosce tutto” di noi, confidando non sulla nostra capacità di essergli fedeli, quanto sulla sua incrollabile fedeltà. Gesù non ci abbandona mai, perché non può rinnegare se stesso (cfr 2 Tm 2,13). E’ fedele. La fedeltà che Dio incessantemente conferma anche a noi Pastori, al di là dei nostri meriti, è la fonte della nostra fiducia e della nostra pace. La fedeltà del Signore nei nostri confronti tiene sempre acceso in noi il desiderio di servirlo e di servire i fratelli nella carità.
L’amore di Gesù deve bastare a Pietro. Egli non deve cedere alla tentazione della curiosità, dell’invidia, come quando, vedendo Giovanni lì vicino, chiede a Gesù: «Signore, che cosa sarà di lui?» (Gv 21,21). Ma Gesù, di fronte a queste tentazioni, risponde: «A te che importa? Tu seguimi» (Gv 21,22). Questa esperienza di Pietro costituisce un messaggio importante anche per noi, cari fratelli Arcivescovi. Il Signore oggi ripete a me, a voi, e a tutti i Pastori: Seguimi! Non perdere tempo in domande o in chiacchiere inutili; non soffermarti sulle cose secondarie, ma guarda all’essenziale e seguimi. Seguimi nonostante le difficoltà. Seguimi nella predicazione del Vangelo. Seguimi nella testimonianza di una vita corrispondente al dono di grazia del Battesimo e dell’Ordinazione. Seguimi nel parlare di me a coloro con i quali vivi, giorno dopo giorno, nella fatica del lavoro, del dialogo e dell’amicizia. Seguimi nell’annuncio del Vangelo a tutti, specialmente agli ultimi, perché a nessuno manchi la Parola di vita, che libera da ogni paura e dona la fiducia nella fedeltà di Dio. Tu seguimi!


martedì 25 giugno 2019

Sacro Cuore di Gesù


GIOVANNI PAOLO II - ANGELUS - Sacro Cuore di Gesù (28.6)


GIOVANNI PAOLO II - ANGELUS - Sacro Cuore di Gesù (28.6)

Castel Gandolfo - Domenica, 17 settembre 1989 

Carissimi fratelli e sorelle!
1. In quest’ora dell’Angelus, fermiamoci per qualche istante a riflettere su quell’invocazione delle litanie del Sacro Cuore che dice: “Cuore di Gesù, salvezza di coloro che sperano in te, abbi pietà di noi”.
Nella Sacra Scrittura ricorre costantemente l’affermazione che il Signore è “un Dio che salva” (cf. Es 15, 2; Sal 51, 16; 79, 9; Is 46, 13) e che la salvezza è un dono gratuito del suo amore e della sua misericordia. L’apostolo Paolo, in un testo di alto valore dottrinale, afferma incisivamente: Dio “vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità” (1 Tm 2, 4; 4, 10).
Questa volontà salvifica, che si è manifestata in tanti mirabili interventi di Dio nella storia, ha raggiunto il suo culmine in Gesù di Nazaret, Verbo incarnato, Figlio di Dio e Figlio di Maria. In lui, infatti, si è compiuta pienamente la parola rivolta dal Signore al suo “Servo”: “Io ti renderò luce nelle nazioni / perché porti la mia salvezza / fino all’estremità della terra” (Is 49, 6; cf. Lc 2, 32).
2. Gesù è l’epifania dell’amore salvifico del Padre (cf. Tt 2, 11; 3, 4). Quando Simeone prese tra le braccia il bambino Gesù, esclamò: “I miei occhi hanno visto la tua salvezza” (Lc 2, 30).
In Gesù, infatti, tutto è in funzione della sua missione di salvatore: il nome che porta (“Gesù” significa “Dio salva”), le parole che pronunzia, le azioni che compie, i sacramenti che istituisce.
Gesù è pienamente cosciente della missione che il Padre gli ha affidato: “Il Figlio dell’uomo è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto” (Lc 19, 10). Dal suo Cuore, cioè dal nucleo più intimo del suo essere, sgorga quell’impegno per la salvezza dell’uomo che lo spinge a salire, come mite agnello, il monte Calvario, a stendere le braccia sulla croce e a “dare la propria vita in riscatto per molti” (Mc 10, 45).
3. Nel Cuore di Cristo noi possiamo, dunque, riporre la nostra speranza. Quel Cuore - dice l’invocazione - è salvezza “per coloro che sperano in lui”. Il Signore stesso che, la vigilia della sua Passione, chiese agli apostoli di avere fiducia in lui - “Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fiducia in Dio e abbiate fiducia anche in me” (Gv 14, 1) - oggi chiede a noi di confidare pienamente in lui: ce lo chiede perché ci ama, perché, per la nostra salvezza, ha avuto il Cuore trafitto, le mani e i piedi forati. Chiunque confida in Cristo e crede nella potenza del suo amore, rinnova in sé l’esperienza di Maria di Magdala, quale ce la presenta la liturgia pasquale: “Cristo, mia speranza. è risorto!” (Sequentia “in Dom. Paschae”).
Rifugiamoci, dunque, nel Cuore di Cristo! Egli ci offre una Parola che non passa (cf. Mt 24, 25), un amore che non viene meno, un’amicizia che non s’incrina, una presenza che non cessa (cf. Mt 28, 20).
La beata Vergine, “che accolse nel suo cuore immacolato il Verbo di Dio e meritò di concepirlo nel suo grembo verginale” (cf. Praefatio in Missa vot. B.V.M. Matris Ecclesiae), ci insegni a riporre nel Cuore del suo Figlio la nostra totale speranza, nella certezza che questa non sarà delusa.

venerdì 21 giugno 2019

Ultima Cena


SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO (ANNO C) (23/06/2019)


SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO (ANNO C) (23/06/2019)

Dodici ceste
don Luciano Cantini  

Congeda la folla
Al termine di una giornata faticosa, visto il luogo desertico e senza risorse, i dodici si preoccupano della situazione che si era venuta a creare e si rivolgono a Gesù: «Congeda la folla».
Se da una parte i discepoli manifestano una giusta preoccupazione per tanta gente, dall'altra la soluzione prospettata fa molto pensare: che ognuno si arrangi, chi ha denaro può comprarsi il cibo, chi non ce l'ha è problema suo, si dia da fare... non è un problema nostro, torni a casa sua. Quel deserto di cose e risorse diventa anche un deserto di persone. Si chiudono le porte, i confini, alle navi si impedisce di attraccare, si mettono in atto i respingimenti, si frappongono ostacoli di ogni genere con un solo risultato certo che il deserto si allarga e i cuori si inaridiscono. Stiamo costruendo una società con lo sguardo corto, togliamo speranza agli altri perché noi l'abbiamo persa, abbiamo fatto dell'egoismo il metro della nostra esistenza, così finanza e politica annaspano senza prospettive.
Voi stessi date
L'invito di Gesù: «Voi stessi date loro da mangiare» sembra piuttosto una sfida, quella della “comunione”, della condivisione, di mettersi in gioco, di stare con questa folla affamata, di partecipare attivamente alla soluzione dei problemi. Fare “la comunione” non è relegabile in un puro atto di spiritualità avulso dalla concretezza della storia, cieco alle provocazioni che la Provvidenza ci sta inviando in continuazione. La comunione chiede una particolare attenzione al momento che stiamo vivendo, la storia non ci è estranea come non sono estranei gli altri con i loro bisogni. La comunione non si fa con i sentimenti o con le parole ma con fatti concreti che ci mettono all'opera. L'invito di Gesù è di una chiarezza estrema.
Cinque pani e due pesci
La prima risposta è semplice si mette a disposizione quello che c'è... cinque pani e due pesci. La seconda è ancora più impegnativa... andiamo noi a comprare: se mettere a disposizione quello che c'è non basta si mette mano alla borsa. Eppure, queste risposte per quanto generose peccano della pretesa di voler risolvere la situazione da soli, non si tiene contro delle risorse degli altri. È la proposta di chi pensa di avere la soluzione pronta per gli altri e al posto degli altri; c'è generosità (a volte anche il compiacimento di essere benefattore) ma manca di “comunione”.
Gesù chiede che la moltitudine impari a fare comunione, i piccoli gruppi servono a guardarsi negli occhi, condividere le fatiche della giornata, scoprire ed apprezzare i doni di cui ciascuno è portatore... inizia così nella fraternità un cammino di liberazione. Infatti, letteralmente, la richiesta di Gesù suona: "fateli sdraiare a gruppi di circa cinquanta": lo sdraiarsi è l'atteggiamento dell'uomo libero che consuma il pasto (i servi mangiano seduti). Non c'è comunione senza libertà e non ci può essere libertà senza comunione.
Li spezzò
La successione dei verbi usati, rende evidente il richiamo all'Eucarestia, allo spezzare il pane che è segno sommo della comunione e della presenza del Cristo in mezzo a noi. Nel vangelo non c'è traccia del "moltiplicare", piuttosto spezzare e dare, queste parole sono il miracolo: è un gesto alla nostra portata, alla portata di tutti. Il Signore dà il pane ed i pesci ai discepoli e questi lo danno alla folla. Qui si chiude il cerchio della comunione: il pane offerto dai discepoli nelle mani del Cristo diventa segno del suo dono, i discepoli lo ricevono di nuovo per portare a compimento la loro offerta. Gesù consegna ai discepoli di allora, alla Chiesa di oggi, agli uomini di ogni tempo il segno di un pane spezzato e condiviso, ciò che è di ciascuno condiviso per molti. Proprio il contrario del nostro mondo d'oggi che concentra in poche mani le risorse disponibili. La nuova umanità, la Chiesa, si realizza dallo spezzare il pane, dalla comunione, dalla libertà dall'egoismo e le sue paure: ci sono risorse da condividere, calore umano e parole di speranza da scambiarci. Lo spezzare il pane rende presente e riconoscibile il Signore nella nostra vita, le dodici ceste di ciò che è avanzato sono il segno dell'abbondanza con cui Dio corona la Comunione.

giovedì 20 giugno 2019

la predicazione di San Pietro


CAMMINARE CON CRISTO NELLA STORIA / 2: IN ATTESA DELLO SPIRITO


CAMMINARE CON CRISTO NELLA STORIA / 2: IN ATTESA DELLO SPIRITO

Iniziamo le nostre meditazioni sugli Atti, tenendo presente che Luca non perde mai di vista Gesù. gli sa che la vita cristiana e quella comunitaria sono essenzialmente una vita di relazione con il Signore-Risorto, che trasforma con il suo Spirito e rende Suoi testimoni. L’azione dello Spirito, tuttavia ha una premessa. Gli Apostoli come si sono preparati a ricevere l’investitura dello Spirito? Gli Atti raccontano che essi dopo che Gesù fu assunto in cielo, “ritornarono a Gerusalemme dal monte degli Ulivi, che è vicino a Gerusalemme quanto il cammino permesso in un sabato” (At 1,11-12). Il verbo “ritornare” già dice che sono in atteggiamento di ubbidienza a Gesù che ha loro detto di “non allontanarsi dalla città fino a quando non saranno rivestiti di forza dall’alto”, mentre la ripetizione del nome della città dice quanto sia importante che la loro missione inizi dove Gesù ha concluso la sua, mediante il Mistero della sua morte e Risurrezione.
Ma c’è qualcosa di più nel testo citato. Solo da questo testo, infatti, conosciamo il luogo dell’ultimo incontro con Gesù: è il monte degli Ulivi, una località assai evocativa. È qui, infatti, secondo Ez 11,23, che si posa la “gloria del Signore” che lascia Gerusalemme per recarsi tra i deportati ed essere “un santuario in mezzo a loro” (Ez 11,16); ed è ancora su questo monte che il Signore poserà i suoi piedi alla fine dei tempi (Zac 14,4). Anche Gesù un giorno ritornerà. Il fatto poi che si affermi che la distanza tra il monte degli Ulivi e Gerusalemme sia “il cammino permesso in un sabato”, vuole certamente indicarci che la prima comunità era composta da persone che osservavano la Legge di Mosè e, forse, che quel giorno era sabato. Però non è solo questo che la qualifica. La prima comunità, infatti, è...
Una comunità-comunione (1,12-14)
È un tema assai caro a Luca che ora caratterizza la comunità dicendo: “erano tutti perseveranti e concordi nella preghiera” (1,14). Si tratta di una preghiera compiuta nella più perfetta intimità e di un modo di vivere che non tiene conto né dei vincoli di parentela né dei ruoli sociali o qualifiche culturali. Ciò che conta è l’adesione a Gesù e al suo progetto di vita. Questo è il vero e unico fondamento di una comunità-comunione. Ed è solo questo che ancora oggi deve caratterizzare ogni comunità cristiana. Ma perché gli Apostoli sono in preghiera? Per imitare Gesù! Ecco un’altra caratteristica della vita cristiana, anzi la più importante. Per questo non si può mai perdere di vista Gesù. La situazione concreta che la comunità sta vivendo è di attesa del dono dello Spirito Santo. Perciò si comporta come Gesù, che dopo essere stato battezzato, con semplice acqua, da Giovanni, si raccolse in preghiera e su di Lui scese lo Spirito Santo che lo qualificò, come uomo, per la sua missione messianica. Per questo, anche la prima comunità è ora in preghiera, perché come ha loro detto Gesù “fra non molti giorni sarete battezzati in Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni, iniziando da Gerusalemme”.
Ma chi sono questi testimoni? Innanzitutto gli Apostoli: “Pietro e Giovanni, Giacomo e Andrea, Filippo e Tommaso, Bartolomeo e Matteo, Giacomo di Alfeo e Simone lo Zelota, Giuda di Giacomo e ...” (1,13). È la seconda volta che Luca offre la lista degli Apostoli, dei testimoni oculari della vita di Gesù. La prima volta (Lc 6,14-15) però erano “Dodici”, ora invece come indicano i puntini finali, ne manca uno: sono solo “Undici”, c’è un posto vuoto, manca il nome di Giuda, di colui che tradì il Maestro. Può forse rimanere vuoto il suo posto? No! Perché, secondo Gesù, sono Dodici quelli che debbono sedere in trono nel suo regno “per giudicare le dodici tribù d’Israele” (Lc 22,36). Il posto vuoto suscita quindi un problema che sarà presto risolto.
Gli Apostoli non erano soli: con loro c’era “Maria, la madre di Gesù”. E non poteva mancare perché è colei che, “adombrata dallo Spirito Santo, dalla Potenza dell’Altissimo” (Lc 1,35) ha dato alla luce il Messia; è colei che è “beata perché ha creduto...”, come disse Elisabetta (Lc 1,45): per questo ora siede tra i credenti; è colei che nel Magnificat ha cantato le grandi opere di Dio, come faranno tra poco i discepoli (At 2,11). Perciò, Essa, esperta di Spirito Santo, non poteva mancare nella prima comunità: è la madre di Gesù. Poi ci sono alcune donne, forse quelle che hanno accompagnato Gesù fin dalla Galilea (Lc 8,1-3); e infine i “fratelli”, cioè quelli della parentela di Gesù, una volta increduli (Gv 7,5), ora credenti.

C’èra un posto vuoto (1,15-26)
Non poteva rimanere vuoto, ma come colmarlo? Luca ne approfitta per continuare il tema “comunità”. Quando una comunità cristiana o un cristiano è di fronte a un problema cruciale, deve raccogliersi nell’ascolto della Parola di Dio e nella preghiera. Qui l’iniziativa dell’ascolto la prende Pietro che, alzatosi in mezzo ai “fratelli” (tali sono i cristiani), dice: “È necessario che si compia ciò che fu predetto dallo Spirito Santo per bocca di Davide riguardo a Giuda che fece da guida a quelli che arrestarono Gesù”.
Ci si aspetterebbe subito la citazione della Scrittura e invece ecco Pietro che aiuta i “fratelli” a riflettere, quasi a farsi un esame di coscienza pensando a Giuda: “Era uno dei nostri e ha avuto la sua parte nel nostro servizio”. Cioè: era uno dei Dodici che ha fatto arrestare Gesù; uno di noi che ha tradito Gesù. Forse pensa al pericolo in cui tutti si sono trovati “durante la Passione”: la tentazione di abbandonare il Maestro è stata forte.
La meditazione continua con la mano di Luca che parla della triste fine di Giuda. Lo fa citando una leggenda “nota a tutti gli abitanti di Gerusalemme”, ma ce n’erano molte assai diverse. Luca ne sceglie una e non gli interessa che sia vero o no quello che racconta; a lui interessa infondere nel lettore un senso di orrore in modo che senta quanto sia orribile la sorte di un traditore, di un uomo iniquo, di uno che abbandonò il ruolo che Gesù gli aveva affidato nella sua Chiesa: non ha più voluto essere uno dei “Dodici”.
Ebbene è questo evento che realizza quanto dice lo Spirito Santo nella Scrittura: “La sua dimora diventi deserta” (Sal 69,25). Il salmo dice : “la loro dimora”, perché parla di tutti gli iniqui; ora però lo Spirito Santo intende riferirsi al solo Giuda e perciò dice “la sua dimora”. Solo che ha lasciato vuoto un posto importante nella comunità, un posto che non può rimanere vuoto e perciò, citando un altro salmo, si dice (traduciamo con più aderenza il testo): “Un altro subentri nel suo incarico di supervisore”; traslitterando: “nell’episcopato”.
“Un altro”, ma chi può assumersi un tale compito? Pietro ne enuncia con chiarezza i criteri: dev’essere uno che “è stato con Gesù dal battesimo di Giovanni fino al giorno in cui fu tolto a noi ed elevato in cielo”. Cioè, solo un testimone oculare della vita terrena di Gesù e di Gesù-Risorto può diventare testimone della sua Risurrezione. Tra i presenti (circa 120) ce n’erano due: “Giuseppe, soprannominato Giusto, e Mattia”. La parola “Giusto” direbbe: è questo che dev’essere scelto! Ma i discepoli non se la sentono di essere loro a scegliere. Essi, gli Undici, sono stati scelti dal Signore; è quindi logico che anche il “Dodicesimo” lo sia. Perciò eccoli affidarsi alla preghiera: “Tu, Signore, mostraci quale di questi due hai scelto”. Gettarono la sorte e questa cadde su Mattia che subito fu aggregato agli Undici.

Pentecoste (2,1-13)
“Finalmente giunse al suo compimento il cinquantesimo (= pentecoste) giorno”. Lasciateci tradurre così, e anche dire: “Finalmente giunse quel giorno”. C’è forse un modo migliore per esprimere che la parola “compimento” implica il senso di un’intensa attesa? Di una lunga attesa, iniziata con il profeta Ezechiele (36,27)? E per i discepoli di un’imminente attesa? Sono ancora lì, tutti riuniti insieme e ora sentono che è giunto il giorno promesso da Gesù, il giorno in cui saranno battezzati in Spirito Santo, il giorno che li renderà suoi testimoni e che darà loro la possibilità di confrontarsi con le “dodici tribù d’Israele”. È il giorno in cui ha inizio la Chiesa.
Se la Pentecoste ebraica ricordava a Israele il giorno in cui fu data la legge (Es 19,16-19; 20,1-17), la Pentecoste cristiana ricorda il giorno in cui viene data la “legge dello Spirito”, della “Nuova Alleanza” (Ger 31,31). Per questo i cristiani continuano a vivere la loro esistenza facendo memoria di questo inizio storico e rileggendo con gioia quello che avvenne quel giorno: “Si trovavano tutti insieme quando all’improvviso venne dal cielo un rombo come di vento che si abbatte gagliardo e riempì tutta la casa dove si trovavano. Apparvero loro lingue come di fuoco che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro ed essi furono tutti pieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue come lo Spirito dava loro il potere di esprimersi”.
La terminologia riecheggia la teofania del Sinai (Es 19,8.16-18). Là e qui si afferma che erano tutti insieme, cioè uniti e concordi senza discriminazioni o esclusivismi, tutti affascinati e sbigottiti dall’azione sovrana e potente di Dio che si visibilizza loro con i simboli del vento e del fuoco. Il vento rappresenta la forza dello Spirito che soffia dove vuole (Gv 3,8); il fuoco indica la forza trasformante dello Spirito che si visibilizza in tante lingue di fuoco. Lingue diversificate perché lo Spirito abilita gli apostoli a parlare “altre lingue”, le lingue dei popoli a cui si deve annunciare la salvezza. Una cosa simile avvenne anche al Sinai. Secondo la tradizione giudaica, però, non ci fu solo un “tuono” (= voce di Dio), ma dei “tuoni” perché la voce di Dio si divise in più lingue, 70, in modo che tutte le nazioni potessero comprendere.
Meditando ci accorgiamo che un senso di universalità pervade tutto il testo, subito confermato dalla lunga lista dei popoli appartenenti a “ogni nazione che è sotto il cielo” (v. 5). C’era gente di ogni nazione quel giorno a Gerusalemme e tutti, appena udirono il fragore del vento, si radunarono e furono sbigottiti perché ciascuno sentiva gli apostoli parlare nella propria lingua e annunziare nel suo dialetto “le grandi opere di Dio”. Chi legge sente che il racconto sprigiona un entusiasmo indescrivibile e forse è così perché Luca a cinquant’anni di distanza sente che quel giorno “il seme della Parola di salvezza” è stato seminato nei cuori di tanti che poi l’hanno portato lontano e l’hanno fatto fruttificare, riunendo gente di ogni nazione in Cristo e in comunione tra loro. La parola dell’annuncio, infatti, si adatta e si incultura in ogni popolo e annulla per sempre quanto è avvenuto a Babele. Anche oggi, alcuni vogliono standardizzare la vita dei popoli, e annullare ogni diversità. Lo Spirito invece è una forza unificatrice e rispettosa di ogni cultura e di ogni differenza.
Significativo è il fatto che i popoli siano indicati con il nome del loro territorio, con una variante: “visitatori di Roma che risiedono qui, sia giudei sia convertiti al giudaismo”. Con questa espressione Luca vuole indicare che il cristianesimo, forse, è giunto a Roma prima ancora che arrivasse un Apostolo, grazie a questi romani presenti a Gerusalemme.
Ma osserviamo attentamente l’atteggiamento dei presenti. Il testo dice che “tutti udivano gli Apostoli annunciare le grandi opere di Dio”. Ma come reagiscono all’annuncio? Alcuni dicendo: “Che significa questo?”, altri invece ridendo, esclamano: “Sono pieni di vino dolce”, cioè: sono cose incomprensibili. Ebbene queste espressioni dicono che non basta l’annuncio: è necessaria la catechesi. Ed è quello che Pietro sta per fare e che noi continueremo a costatare negli Atti e che possiamo costatare nella storia della Chiesa: il bisogno di una catechesi che evidenzi l’azione dello Spirito distruttore di ogni “Babele” e creatore di comunione in ogni comunità e tra i popoli.

Preghiamo
O Padre, che hai effuso l’amore nei nostri cuori mediante lo Spirito Santo, fa’ che io sappia ogni giorno unirmi alla preghiera della Chiesa che in ogni Eucaristia invoca la pienezza dello Spirito Santo perché formiamo un solo corpo e un solo spirito. Concedi che questa preghiera crei in noi l’impegno ad essere nella società portatori di riconciliazione e di pace. Aiutaci a collaborare con lo Spirito Santo che vuole formare di tutti i popoli una sola famiglia nel rispetto di ogni persona e cultura. Amen!
 Mario Galizzi SDB

lunedì 17 giugno 2019

Chagall, vetrata della creazione


CHI HA SCRITTO I SALMI?


CHI HA SCRITTO I SALMI?

Un lettore si chiede perché esista una doppia numerazione per i Salmi contenuti nell'omonimo libro della Bibbia e chi li abbia realmente scritti. Risponde don Filippo Belli, docente di Sacra Scrittura alla facoltà teologica dell'Italia centrale.

Percorsi: BIBBIA
La Sacra Bibbia
17/12/2017 di Redazione Toscana Oggi

Nella Bibbia c’è il Libro dedicato ai 150 Salmi, preghiere rivolte al Signore. La mia domanda è questa: i salmi biblici sono stati scritti tutti da Re Davide o anche da Asaf o Salomone, anch’esso Re d’Israele? E come mai quando si recita un salmo c’è scritto «Salmo 23(22)»? Lo chiedo per capire se il numero giusto è quello scritto fuori o dentro la parentesi, tutto qua.
Marco Giraldi

Affronto per prima cosa la seconda questione, che è più semplice da risolvere. In effetti ogni volta è fastidioso trovare una doppia numerazione nei Salmi, almeno nella maggior parte di essi. Questo è dovuto a uno scarto tra l’originale ebraico e la traduzione in greco - detta dei Settanta  - degli stessi salmi ebraici. I salmi sono stati tutti scritti in ebraico, ma nel II-III secolo a.C. per esigenze della diaspora ebraica, soprattutto quella presente in Egitto, che non aveva più dimestichezza con l’ebraico e per stabilire anche un confronto culturale col mondo ellenistico, sono stati tradotti in greco (così come anche gli altri libri biblici). A causa di questa traduzione, si è venuta a stabilire una diversa numerazione dei salmi perché in greco alcuni salmi sono stati riuniti in uno (i salmi 9-10 ebraici sono diventati un salmo solo, il 9, per es.) e viceversa il greco ha spezzato in due un unico salmo (es: il salmo 116 ebraico sono diventati i salmi 114-115 in greco). Ora, la liturgia della Chiesa, prima in greco e poi in latino ha seguito la numerazione greca, che ancora oggi è rimasta nelle nostre traduzioni moderne. Così, in genere si usa la doppia numerazione per segnalare questa divergenza che non tocca però il contenuto dei salmi.
La prima domanda esige una risposta più articolata. All’inizio di numerosi salmi troviamo una sorta di intestazione con alcune informazioni, che variano di volta in volta. Esse  riguardano il genere letterario del salmo, la modalità di esecuzione musicale, o l’uso liturgico che se ne può fare, oppure ancora la circostanza storica in cui è nato, e in diverse occasioni anche l’autore della composizione salmica. In 73 casi (che diventano 80 per la traduzione in greco) il salmo è attribuito come autore al re Davide. In altri casi ad Asaf (cantore ufficiale della corte davidica). Da qui la tradizione che vuole che i salmi siano stati tutti composti dal re Davide.
Ora, gli studi esegetici ci dicono che tale attribuzione davidica di tutti i salmi non può essere accettata senza alcune precisazioni. Gli studi letterari ci dicono che se è accertato uno strato antico corrispondente all’epoca davidica (e in alcuni casi anche precedente), ci sono invece diversi salmi del salterio che sono stati composti in epoche successive, coprendo un arco storico abbastanza ampio di quasi un millennio.  Non mi dilungo sulla questione, che risulta complessa e oltremodo discussa. Non c’è, infatti,  un accordo unanime tra gli studiosi sulla datazione dei singoli salmi, le ipotesi a questo riguardo si sprecano. Ma credo che affermare, come gli studiosi ci fanno ritenere, che il salterio non sia una composizione statica di una precisa epoca, sia una grande risorsa anche per noi.
La bellezza e la ricchezza dei salmi consiste in effetti nella loro capacità espressiva della storia di un popolo, quello di Israele, che è diventata paradigmatica della storia umana.  Una storia che si è dipanata lungo secoli, che ha visto alterne vicende, molteplici protagonisti, diverse e variegate prese di coscienza sulle cose fondamentali, su Dio, sull’uomo, sulla storia, sulle sue speranze. Così il salterio risulta essere significativo di tutta questa storia, ovvero della storia che Dio ha generato nella vita del mondo attraverso questo particolare popolo. La genialità che ritroviamo nei salmi nell’esprimere la vita dell’uomo, il senso della storia, il rapporto con Dio, è una genialità letteraria e simbolica che deriva da questa particolare storia che Dio ha stabilito con Israele.
L’iniziatore di questa tradizione poetica e religiosa assieme, è stato sicuramente, come diversi dati ci inducono a pensare, il re Davide. Nella sua scia si sono allineati diversi altri donandoci un tesoro inestimabile che ancora oggi è capace di esprimere le coordinate essenziali della vita umana affacciata al Mistero di Dio.

Filippo Belli

sabato 15 giugno 2019

SS. Trinità


SOLENNITÀ DELLA SANTISSIMA TRINITÀ (C)


SOLENNITÀ DELLA SANTISSIMA TRINITÀ (C)

Gv  16,12-15
12Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. 13Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. 14Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. 15Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà.

(Letture: Proverbi 8,22-31; Salmo 8; Romani 5,1-5; Giovanni 16, 12-15).

Una comunione d’amore e di vita
Enzo Bianchi

È la festa cosiddetta della Trinità, fissata dalla chiesa la prima domenica dopo la Pentecoste: una festa “strana”, perché non è memoriale di un evento della vita di Cristo, ma piuttosto una confessione e una celebrazione dogmatica dovuta ai concili di Nicea (325) e di Costantinopoli (381). In verità nella Bibbia non si trova mai la parola Trinità, ma vi è piuttosto la rivelazione di Dio come Padre, della Parola fatta carne, Gesù il Figlio di Dio, e dello Spirito santo che come forza scende su alcuni uomini, quindi su Gesù stesso, e poi sulla chiesa. Nelle Scritture vi è dunque il racconto del mistero di Dio, comunione di vita e di amore, ma mai appare la parola Trinità – anzi, sarebbe meglio dire Tri-unità –, termine proveniente dalla lingua greca, razionale e astratta: Dio si è rivelato mediante eventi e azioni, non con formule dottrinali. Noi cattolici però, in obbedienza all’intenzione della chiesa, celebriamo questa festa ascoltando i testi biblici nei quali troviamo la parola di Dio, e ci fermiamo a questo.
Il brano evangelico è tratto dai “discorsi di addio” di Gesù, già più volte incontrati nel tempo di Pasqua, quelli da lui rivolti ai discepoli prima della sua gloriosa passione. Chi parla è il Gesù glorioso del quarto vangelo, Signore del mondo e della chiesa nel suo oggi; parla qui e ora alla chiesa, spiegandole che egli, ormai risorto, è vivente presso Dio e in Dio quale Dio. Ha già promesso di non lasciare orfani quanti credono in lui (cf. Gv 14,18) e perciò di mandare loro lo Spirito Paraclito, avvocato difensore (cf. Gv 14,15-17.26; 15,26-27; 16,7-11); ha invitato i credenti ad avere fede in lui e li ha messi in guardia rispetto al mondo nel quale ancora essi vivono, preannunciando loro ostilità e persecuzione (cf. Gv 14,27; 16,1-4.33), ma dichiarando anche che il Principe di questo mondo è stato da lui vinto per sempre (cf. Gv 12,31; 14,30; 16,11).
Gesù, che ha insegnato per anni ai suoi discepoli e che nel quarto vangelo si attarda a lasciare loro le sue ultime volontà, a un certo punto deve confessare: “Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso” (letteralmente: “portarle”). Anche Gesù ha fatto l’esperienza del desiderio di comunicare molte cose ma di rendersi conto che l’altro, gli altri non sono in grado di condividerle, di comprenderle, di portarle dentro di sé. In ogni relazione – lo sperimentiamo quotidianamente – l’assiduità provoca una crescita di conoscenza, l’ascolto e le parole scambiate permettono una maggior comunicazione con l’altro, ma a volte ci si trova di fronte a dei limiti che non si possono oltrepassare. L’altro non può comprendere, non può accogliere ciò che si dice, e addirittura comunicargli delle verità può diventare imprudente, a volte non opportuno. Si manifesta il limite, una barriera che può anche far soffrire ma che va accettata. Anzi, occorre non solo sottomettersi a essa, ma addirittura arrivare alla resa: non si può né si deve comunicare di più…
Non c’era difficoltà a esprimersi da parte di Gesù, bensì incapacità di ricezione da parte dei discepoli. Gesù però getta lo sguardo sul tempo dopo di sé, con fede-fiducia e con speranza: “Oggi non capite, ma domani capirete”. Perché? Perché egli sa che la vita e la storia sono anch’esse rivelatrici; che vivendo si arriva a capire ciò che abbiamo semplicemente ascoltato; che è con quelli con cui camminiamo che si comprendono più profondamente le parole affidateci. Si potrebbe dire – parafrasando un celebre detto di Gregorio Magno – che “la parola cresce con chi la ascolta”, con chi la scambia con altri, con chi la medita insieme ad altri, con chi sa ascoltare la vita, gli eventi, la storia. Il cammino della conoscenza non è mai finito, l’itinerario verso la verità non ha un termine qui sulla terra, perché solo nell’al di là della morte, nel faccia a faccia con Dio, conosceremo pienamente (cf. 1Cor 13,12).
Questa verità dà alla fede cristiana uno statuto che non sempre teniamo presente. Dovremmo cioè prestare più attenzione alle vicende di Gesù e dei suoi discepoli, leggendole non solo come fatti del passato ma anche come tracce sulle quali camminiamo ancora oggi. La nostra fede non è statica, non ci è data una volta per tutte come un tesoro da conservare gelosamente, ma è come un dono che cresce nelle nostre mani. Dicendo queste parole, Gesù certamente intravedeva anche tra i suoi discepoli il pericolo del voler conservare ciò che avevano conosciuto come uno scrigno chiuso, come un museo, invece di permettere alle sue parole di percorrere le strade del mondo e i secoli della storia crescendo, arricchendosi nell’incontro con altre parole, storie, culture. Sì, la verità che ci è stata consegnata progredisce in approfondimento e in estensione, e per molti aspetti la chiesa di oggi, come quella di ieri, conosce ciò che è essenziale alla salvezza; ma la chiesa di oggi conosce di più e comprende il Vangelo stesso in modo più approfondito. Non è il Vangelo che cambia ma siamo noi oggi a comprenderlo meglio di ieri – come diceva papa Giovanni –, meglio anche dei padri della chiesa.
Ma questa crescita della comprensione non avviene per energie che sono in noi, non è un’avventura dello spirito umano, ma è un cammino “guidato” dal dono del Risorto, lo Spirito santo: “Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità”. Abbiamo una guida nel tempo in cui Gesù non è più tra di noi allo stesso modo in cui camminava accanto ai suoi sulle strade della Palestina. Siamo sulle strade del mondo, tra le genti, in mezzo ai pagani, come “viandanti e pellegrini” (cf. Eb 11,13, 1P 2,11): non siamo soli, orfani, senza orientamento. Ecco il dono di Gesù risorto, lo Spirito santo, “suo compagno inseparabile” (Basilio di Cesarea), che ora è divenuto il nostro compagno inseparabile. Lo Spirito è luce, è forza, è consolazione, e ci guida: dolce luce quando è notte, brezza che rinfresca nella calura, forza che sostiene nella debolezza. Noi cercatori della verità mai posseduta percorriamo il nostro cammino, ma lo Spirito santo ci dà la possibilità di andare oltre la conoscenza della verità acquisita, attraverso inizi senza fine. E sia chiaro che questa comprensione non sta all’interno di una dimensione intellettuale, gnostica, ma è conoscenza esperita da tutta la nostra persona; e la verità che cerchiamo e inseguiamo non è una dottrina, non sono formule o idee, ma è una persona, è Gesù Cristo che ha detto: “Io sono la verità” (Gv  14,6).
Lo Spirito santo però non è una forza, un vento che viene da dove vuole e va dove vuole, ma è lo Spirito di Cristo, che resta libero rispetto alla chiesa, anche se mai dissociato da Gesù. Quando lo Spirito è presente e ci parla di Gesù, è come se ci parlasse Gesù stesso, e in questo modo ci parla di Dio, perché dopo la resurrezione non si può più parlare di Dio senza guardare e conoscere Gesù suo Figlio che lo ha raccontato (cf. Gv 1,18) con parole d’uomo e con la sua vita umanissima. Le parole di Gesù sullo Spirito santo, dunque, in realtà ci indicano il Padre, Dio, perché il Padre e il Figlio hanno tutto in comune: il Figlio è la Parola emessa dal Padre e lo Spirito è il Soffio di Dio che consente di emettere la Parola. È in questo modo che Giovanni, attraverso le parole di Gesù, ci accompagna a intravedere il nostro Dio come Padre, Figlio e Spirito santo: un Dio che è intimamente comunione plurale, un Dio che è comunione d’amore, un Dio che nel Figlio si è unito alla nostra umanità e attraverso lo Spirito santo è costantemente trascinato in questa comunione di vita.
Nel leggere o ridire questa pagina evangelica, stiamo però attenti a non trasformarla in un trattato di dottrina, in una sorta di enigma, in una formula matematica sconosciuta… Se questa è una verità, verifichiamola annunciandola ai “piccoli”, a quanti sono privi di strumenti intellettuali, ai poveri. Solo se essi, ascoltandola dalle nostre labbra, la capiscono, ciò significa che qualcosa abbiamo capito anche noi; altrimenti siamo nell’inganno di aristocratici gnostici che credono di vedere e invece sono ciechi (cf. Gv 9,40-41), credono di conoscere e invece restano ignoranti, credono di confessare la fede e invece sono legati alla dottrina. Il Vangelo è semplice, è per i piccoli, è una realtà nascosta agli intellettuali e agli eruditi (cf. Mt 11,25; Lc 10,21): non rendiamolo difficile o addirittura enigmatico, degno di stare su una stele di pietra e incapace di entrare nel cuore di ogni persona. Imprimendo su di noi il segno della croce, diciamo il nostro desiderio e impegno di credere con la mente, con il cuore e con le braccia, cioè con quanto operiamo nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito santo.

http://www.monasterodibose.it

giovedì 13 giugno 2019

sant'Antonio da Padova


SANT' ANTONIO DI PADOVA SACERDOTE E DOTTORE DELLA CHIESA - 13 GIUGNO


SANT' ANTONIO DI PADOVA SACERDOTE E DOTTORE DELLA CHIESA - 13 GIUGNO

Lisbona, Portogallo, c. 1195 - Padova, 13 giugno 1231

Fernando di Buglione nasce a Lisbona. A 15 anni è novizio nel monastero di San Vincenzo, tra i Canonici Regolari di Sant'Agostino. Nel 1219, a 24 anni, viene ordinato prete. Nel 1220 giungono a Coimbra i corpi di cinque frati francescani decapitati in Marocco, dove si erano recati a predicare per ordine di Francesco d'Assisi. Ottenuto il permesso dal provinciale francescano di Spagna e dal priore agostiniano, Fernando entra nel romitorio dei Minori mutando il nome in Antonio. Invitato al Capitolo generale di Assisi, arriva con altri francescani a Santa Maria degli Angeli dove ha modo di ascoltare Francesco, ma non di conoscerlo personalmente. Per circa un anno e mezzo vive nell'eremo di Montepaolo. Su mandato dello stesso Francesco, inizierà poi a predicare in Romagna e poi nell'Italia settentrionale e in Francia. Nel 1227 diventa provinciale dell'Italia settentrionale proseguendo nell'opera di predicazione. Il 13 giugno 1231 si trova a Camposampiero e, sentondosi male, chiede di rientrare a Padova, dove vuole morire: spirerà nel convento dell'Arcella. (Avvenire) 

Patronato: Affamati, oggetti smarriti, Poveri
Etimologia: Antonio = nato prima, o che fa fronte ai suoi avversari, dal greco
Emblema: Giglio, Pesce

Martirologio Romano: Memoria di sant’Antonio, sacerdote e dottore della Chiesa, che, nato in Portogallo, già canonico regolare, entrò nell’Ordine dei Minori da poco fondato, per attendere alla diffusione della fede tra le popolazioni dell’Africa, ma esercitò con molto frutto il ministero della predicazione in Italia e in Francia, attirando molti alla vera dottrina; scrisse sermoni imbevuti di dottrina e di finezza di stile e su mandato di san Francesco insegnò la teologia ai suoi confratelli, finché a Padova fece ritorno al Signore.     

Il periodo trentennale (1190-1220), in cui Fernando di Martino de’ Buglioni visse, in Portogallo, coincide con il periodo a cavallo tra la fine del secolo XI e la prima parte del XII secolo. È uno spazio di tempo in cui l’intera Europa vive dei profondi cambiamenti sociali e culturali, storici e religiosi, economici e politici. Basti pensare: alla nascita dei Comuni e delle società urbane; alla trasformazione della produzione agricola; allo sviluppo del commercio specialmente via mare; alla nascente borghesia con la costituzione di notai e avvocati, che si aggiungevano alle già presenti classi dei cavalieri, dei nobili e del clero.
In questo periodo, anche l’istituzione della Chiesa vive profondi cambiamenti di rinnovamento spirituale, culturale e artistico. Ne sono un esempio: il richiamo alle origini della fede evangelica; la costruzione di “cattedrali” di gotico stile, attorno alle quali gravitavano le diverse attività sociali; il fenomeno tanto discusso delle crociate, per la conquista dei luoghi Santi; la coincidenza di grandi Papi, come Innocenzo III e Gregorio IX, sia per la difesa del potere della Chiesa e sia per l’attuazione della grande riforma ab imis della cristianità, come mostrano la nascita di ordini sia contemplativi, come i cistercensi, sia apostolici, come i Canonici regolari di Sant’Agostino, e, in particolare, gli Ordini Mendicanti dei domenicani e dei francescani. 

LA VITA
La tradizione e alcune antiche fonti vogliano che i coniugi Martino de’ Buglioni e Maria Taveira, nella città di Lisbona, il 15 agosto del 1190, diedero alla luce il loro primogenito, cui al fonte battesimale posero nome Fernando. Nome di origine germanica, che etimologicamente significa “audace, coraggioso nella pace”. Della sua infanzia non si conosce nulla di certo. Come data di nascita viene riportata l’anno 1195; tuttavia, per ragioni indirette, ossia per la ratio studiorum del tempo, e per l’età canonica richiesta per ricevere l’ordine sacro, fissata intorno ai 30 anni dal diritto canonico dell’epoca, dev’essere anticipata almeno al 1190. Poiché la residenza della nobile famiglia era nei pressi della cattedrale di Lisbona, è logico pensare che abbia avuto la prima formazione culturale e spirituale dai Canonici della stessa cattedrale; e abbia seguito anche la carriera delle armi, secondo la tradizione della famiglia e della nobiltà del tempo 
Difficile precisare l’occasione che abbia orientato il giovane Fernando alla scelta della vita religiosa. Nelle allegre comitive giovanili, si possono trovare compagni predisposti sia alla vita religiosa che a quella delle armi, come anche si possono sperimentare situazioni di mediocrità morale, di superficialità e di corruzione sociale; di facili amori e amorose delusioni. Tutti elementi che hanno potuto orientare Fernando, alla sua maggiore età dei 18 anni, a fare qualche scelta di esperienza personale. Come di fatto, è avvenuto tra i Canonici Regolari di Sant’Agostino, e così entrò nel monastero di San Vincenzo di Fuori, ossia ubicato fuori le mura della sua città nativa.
Tra gli agostiniani 
A San Vicenzo di Fuori dimorò per circa due anni, come prova esperienziale della nuova scelta di vita, dedicata alla preghiera, allo studio e al ministero apostolico. Infastidito, però, dalle continue visite degli amici, con i quali più nulla aveva a che spartire, chiese e ottenne di trasferirsi altrove, sempre all’interno dell’Ordine, per completare la sua formazione al sacerdozio. Fernando affrontò così il suo primo grande viaggio, di circa 230 chilometri, quanti separavano Lisbona dal grande convento di Santa Cruz, in Coimbra, allora capitale del Portogallo. Il nuovo ambiente religioso era formato da una numerosa comunità di circa 70 religiosi. Il corso di studi durava almeno 8 anni. E sono stati gli anni più importanti e delicati per la formazione intellettuale e spirituale di Fernando, il quale, poteva fare affidamento non solo su valenti maestri, ma anche su una ricca e aggiornata biblioteca conventuale.
Fernando si dedicò completamente allo studio delle scienze umane, teologiche e bibliche. Impegno che gli servì anche per estraniarsi dalle tante e difficili tensioni, che attraversava la comunità religiosa. Gli anni trascorsi a Coimbra lasciarono una profonda traccia nella sua personalità, che, già per indole, era incline alla solitudine e al silenzio interiore. Per libera scelta, divenne un uomo privo di ambizioni sociali e restio a ogni ostentazione ed esibizione di sé e delle sue doti: diffidente delle polemiche e indifferente alle esteriorità di qualunque tipo. Dagli studi di Coimbra, uscì un uomo maturo ed esperto in ogni campo dello scibile umano e teologico, sostanziato di Bibbia e di tradizione patristica.
Ferdinando sacerdote 
A Coimbra, Fernando ricevette l’ordine presbiteriale, che gli fu conferito nella stessa chiesa di Santa Cruz, probabilmente nel 1220, all’età circa 30 anni, secondo le norme ecclesiastiche dell’epoca. Essendo ben versato nelle Sacre Scritture e nella predicazione, gli si prospettava una buona carriera all’interno dell’Ordine. Purtroppo, due avvenimenti contribuirono a scrivere una storia diversa per il neo sacerdote agostiniano don Fernando: le difficoltà interne alla comunità e l’incontro con il francescanesimo.
Difficoltà in comunità
Al re Alfonso I succedette, sul trono del Portogallo, il figlio Sancho I, e, alla sua morte (1211), il nipote Alfonso II. Mentre Alfonso I era un re devoto e rispettoso del potere religioso; i suoi successori, invece, si intromisero nelle decisioni ecclesiastiche a vari livelli decisionali, finanche negli affari interni al monastero di Santa Cruz. Alfonso II nominò, come “priore” del locale convento, un religioso di sua fiducia, indipendentemente dagli effettivi interessi spirituali del monastero, e anche dalla scarsa capacità gestionale del relativo patrimonio. In breve tempo, le sostanze del ricchissimo monastero furono completamente sperperate, a causa di uno stile di vita non sempre coerente con lo stato religioso. A poco a poco, perciò, la comunità monastica finì per spaccarsi in due correnti: da una parte coloro che sostenevano il nuovo priore; e dall’altra coloro che desideravano condurre una vita sobria e dedita alla contemplazione e allo studio. Tra questi ultimi, si schierò anche il giovane don Fernando.
L’incontro con il francescanesimo
Nel 1219 Francesco d’Assisi approntò una spedizione missionaria alla volta del Marocco, con l’intento di convertire i musulmani d’Africa. I membri della spedizione, tre sacerdoti - Berardo, Pietro ed Ottone - e due fratelli laici - Adiuto e Accursio - transitarono anche da Coimbra. Non è certo se Don Fernando abbia conosciuto personalmente il gruppetto di questi francescani approdati in terra lusitana. Certo, ne sentì parlare, e ne subì il fascino. Dapprima, essi si portarono a Siviglia, in Spagna, dove iniziarono a predicare la fede di Cristo nelle moschee. Vennero malmenati, fatti prigionieri e condotti davanti al sultano Miramolino, e, in seguito, trasferiti in Marocco con l’ordine di non predicare più in nome di Cristo. Nonostante questo divieto, essi continuarono a predicare il Vangelo nelle loro moschee, e, per questo, furono di nuovo imprigionati e sottoposti più volte alla fustigazione. Noncuranti del pericolo, sfidarono le autorità religiose del luogo e anche la suscettibilità religiosa del popolo e, ben presto, il 16 gennaio 1220, vennero decapitati e i loro corpi furono barbaramente trucidati ed esposti all’aperto, in pasto agli uccelli. La Provvidenza ha voluto, però, che i loro resti mortali venissero recuperati, custoditi e racchiusi in due cofani d’argento e portati dall’Infante Pedro e dal suo seguito fino a Ceuta, da qui trasportati ad Algesiras, indi a Siviglia e finalmente traslati a Coimbra, dove furono collocati nella stessa chiesa agostiniana di Santa Cruz, nella quale tuttora sono custoditi e venerati. Tutto questo contribuì, da un lato, a porre il movimento francescano al centro dell’attenzione del popolo portoghese e, dall’altro, ad orientare la decisione di don Fernando ad entrare nell’Ordine francescano. 
Frate Antonio 
Nel settembre 1220, don Fernando lasciò le bianche vesti lanose degli agostiniani, per rivestirsi della grezza tunica di bigello e un cordiglio ai fianchi dei francescani. Per l’occasione, abbandonò anche il nome di battesimo per assumere quello di “Antonio”, in onore dell’eremita egiziano titolare del romitorio di Santo Antonio de Olivares, presso cui vivevano i francescani. Tuttavia, è simpatico ricordare che il cambio del nome in “Antonio”, nel suo etimo etrusco, conserva lo stesso significato di Fernando: “coraggioso, inestimabile che combatte per la pace”. E don Fernando lo sapeva bene!
Dopo un breve periodo di studio della regola francescana, frate Antonio parte alla volta del Marocco. L’itinerario da lui seguito, per via terra e via mare, è sconosciuto. Molto probabilmente, insieme a qualche confratello, sarà arrivato nel territorio del sultano Miramolino, e ospitato in casa di qualche cristiano, ivi residente per ragioni di commercio. Frate Antonio non poté dare corso al suo progetto di predicazione, perché fortemente condizionato da una malattia tropicale, forse, la malaria, provocata certamente da una vita di penitenza e dalle scarse norme d’igiene. Male che lo accompagnerà per tutta la vita. Per recuperare la salute, decise di ritornare in patria, senza però abbandonare l’ideale missionario e neppure il suo tacito desiderio di martirio.
Fu costretto a lasciare il Marocco, per riprendere la via del ritorno. Ma, a causa di una tempesta, la nave venne trascinata sulle coste della Sicilia, nei pressi di Milazzo (Messina). I due Frati furono soccorsi da alcuni pescatori, e portati nel vicino convento francescano della zona. Qui, frate Antonio apprese che, in occasione della Pentecoste, Francesco aveva convocato tutti i suoi frati per il Capitolo Generale, da celebrarsi in Assisi, dal 30 maggio all’8 giugno del 1221. Così, nella primavera del 1221, frate Antonio insieme ai frati di Messina cominciarono a risalire l’Italia a piedi, per raggiungere Assisi. 
Frate Antonio era uno sconosciuto fraticello straniero, giovane e senza incarichi di governo, fisicamente provato. La sua convalescenza siciliana durò circa due mesi. Ad Assisi, rimase ugualmente sconosciuto a tutti, perché entrato solo da pochi mesi nell’Ordine; passò i nove giorni dell’adunanza appartato e solingo, immerso nell’osservazione e nella riflessione. Era uno dei tanti, nulla aveva che lo distinguesse. Al momento del commiato non fu preso in considerazione da nessuno dei “ministri”. Quando furono partiti quasi tutti per le rispettive residenze, frate Antonio fu notato da frate Graziano, ministro provinciale della Romagna. Saputo che il giovane frate era anche sacerdote, lo pregò di seguirlo.
Eremita a Montepaolo 
In compagnia di fra Graziano da Bagnacavallo e di altri confratelli romagnoli, frate Antonio arrivò a Montepaolo (Forlì) nel giugno 1221. Le giornate nell’eremo trascorrevano in preghiera, mediazione, lavoro e umili servizi. Durante questo periodo, frate Antonio poté confrontare meno la dottrina che l’esperienza della sua nuova vocazione francescana, approfondire l’esperienza missionaria bruscamente interrotta, rinvigorire l’impegno ascetico, affinarsi nella contemplazione, esercitarsi nel nuovo carisma. Data la visione prevalentemente sacrale e di prestigio, in cui era guardata la figura del sacerdote, i confratelli trattavano frate Antonio con grande venerazione e profondo rispetto e sincera stima, perché spezzava loro il Pane celeste. Un giorno, avendo visto che uno dei compagni aveva trasformato una grotta in una cella solitaria, frate Antonio gli chiese con insistenza che la cedesse a lui. Il buon confratello accondiscese all’appassionato desiderio del giovane sacerdote. Così, frate Antonio si ritirava spesso in tale grotta, per gustare la presenza di Dio nella contemplazione solitaria.
L’ora della chiamata 
Nel settembre 1222, si tenevano a Forlì le ordinazioni sacerdotali di religiosi domenicani e francescani. Prima che il drappello degli ordinandi si recasse nella cattedrale cittadina per ricevere gli ordini sacri dal vescovo Alberto, si era soliti rivolgere un discorso esortativo ai candidati e a tutti gli ospiti. Tra coloro che furono interpellati a tale compito, nessuno volle accettare la delicata responsabilità: né domenicani né francescani. Intanto, il momento della cerimonia sacra stava per cominciare, e tutti ricusarono d’improvvisare l’esortazione di circostanza. Il superiore di Montepaolo, che conosceva bene le doti di frate Antonio, lo pregò di prendere la parola. Così, frate Antonio ebbe l’occasione di rivelare la sua profonda cultura biblica e la salda dottrina teologica con la nuova spiritualità. Commozione, esultanza e, soprattutto, stupore e ammirazione invase l’intero uditorio, che osannava al Signore, per il dono manifestato. La sacra ordinazione si svolse con grande gioia; e gli occhi di molti furono captati dalla rivelazione del neo predicatore.
Antonio predicatore
Dopo l’esperienza rivelativa di Forlì, iniziò per frate Antonio la nuova missione di predicatore. Parlava con la gente, ne condivideva l’esistenza umile e tormentata, alternando l’impegno della catechesi con l’opera pacificatrice; insegnava la scienza sacra ai confratelli e attendeva alle confessioni, si confrontava personalmente o in pubblico con i sostenitori di eresie. La Romagna, all’epoca, era una regione funestata da una guerriglia civile endemica: le fazioni, maggiori e minori, avvelenavano le città e i clan familiari, disgregando le strutture comunali e seminando dovunque sospetti, congiure, colpi di mano, vendette. Non bastava questa situazione civile, ma anche sul piano religioso si pativa la calamità delle sette, prima fra tutte, nelle sue diverse ramificazioni, quella dei Catari. La Chiesa reagiva scarsamente e male, a causa della sua poco credibilità esemplativa e per la mediocrità della forza dottrinale e spirituale dei suoi figli. Buon gioco avevano dunque gli eretici che diffondevano teorie distorte e dubbi pericolosi. Proprio a Rimini ebbe luogo l’episodio della mula. Tenuta a digiuno per tre giorni, la mula andò verso l’Eucaristia presentata nell’ostensorio da frate Antonio e non verso la fresca biada offerta dall’eretico, il quale poi si convertì. 
“Antonio, mio vescovo”
Francesco d’Assisi voleva che i suoi frati si dedicassero, con prudenza, allo studio della teologia. Ecco, come “ordinò” a frate Antonio di insegnarla: “Placet mihi quod sacram theologiam legas fratribus, dummodo inter huius studium orationis et devotionis spiritum non estinguas, sicut in regula continetur”: “Approvo che tu insegni sacra teologia ai fratelli, purché in questo studio tu non spenga lo spirito di orazione e devozione, come è stabilito nella Regola” (in K. Esser, Gli scritti di S. Francesco d’Assisi, Padova 1982, p. 183). In questo testo, Raoul Manselli scorge un valore normativo e un “significato essenziale per tutta la storia dell’Ordine” (San Francesco, Roma 1980, pp. 280-288), perché esprime il fondamento della prima “ratio studiorum del francescano” (G. Lauriola, Introduzione a Francesco d’Assisi, Noci 1986, p. 146).
Il periodo padovano
A Padova, frate Antonio fece un paio di soggiorni ravvicinati relativamente brevi: il primo, fra il 1229 e il 1230; il secondo, fra il 1230 e il 1231. Durante quest’ultimo periodo, sorella morte lo chiamò precocemente. Nella sua patria di elezione, frate Antonio non trascorse che appena un anno, sommando i due momenti della sua permanenza. Padova gli servì come scriptorium dei suoi scritti, perché trovò, forse, una ricca biblioteca e dei validi collaboratori nella stesura dei testi. I Sermones di frate Antonio vanno considerati come l’opera letteraria di carattere religioso più notevole, compilata in Padova durante l’epoca medievale. Frate Antonio aveva un debole per i centri culturali. Difatti, come prima aveva prediletto le università di Bologna, Montpellier, Tolosa, Vercelli, così privilegiò Padova per la sua università. Dire università era soprattutto sinonimo di concentrazione di elementi giovanili. E frate Antonio era un esperto “pescatore di giovani”. 
La morte
Nella tarda primavera del 1231, frate Antonio fu colto da malore. Deposto su un carro trainato da buoi venne trasportato dall’eremo di Camposampiero a Padova, dove aveva chiesto di poter morire. Giunto però all’Arcella, un borgo della periferia della città, la morte lo colse. Spirò mormorando: “Vedo il mio Signore”. Era il 13 giugno. Aveva 41 anni! Venne sepolto a Padova, nella chiesetta di santa Maria Mater Domini, il rifugio spirituale del Santo nei periodi di intensa attività apostolica. Prima di un anno dalla morte, la fama dei tanti prodigi compiuti, convinse Gregorio IX a bruciare le tappe del processo canonico e a proclamarlo Santo, il 30 maggio 1232, a Spoleto.