lunedì 30 dicembre 2019

MARIA SS. MADRE DI DIO


MARIA SS.MA MADRE DI DIO - OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO (2018)


SANTA MESSA NELLA SOLENNITÀ DI MARIA SS.MA MADRE DI DIO

LI GIORNATA MONDIALE DELLA PACE

CAPPELLA PAPALE

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Basilica Vaticana
Lunedì, 1° gennaio 2018 

L’anno si apre nel nome della Madre di Dio. Madre di Dio è il titolo più importante della Madonna. Ma una domanda potrebbe sorgere: perché diciamo Madre di Dio e non Madre di Gesù? Alcuni, in passato, chiesero di limitarsi a questo, ma la Chiesa ha affermato: Maria è Madre di Dio. Dobbiamo essere grati perché in queste parole è racchiusa una verità splendida su Dio e su di noi. E cioè che, da quando il Signore si è incarnato in Maria, da allora e per sempre, porta la nostra umanità attaccata addosso. Non c’è più Dio senza uomo: la carne che Gesù ha preso dalla Madre è sua anche ora e lo sarà per sempre. Dire Madre di Dio ci ricorda questo: Dio è vicino all’umanità come un bimbo alla madre che lo porta in grembo.
La parola madre (mater), rimanda anche alla parola materia. Nella sua Madre, il Dio del cielo, il Dio infinito si è fatto piccolo, si è fatto materia, per essere non solo con noi, ma anche come noi. Ecco il miracolo, ecco la novità: l’uomo non è più solo; mai più orfano, è per sempre figlio. L’anno si apre con questa novità. E noi la proclamiamo così, dicendo: Madre di Dio! È la gioia di sapere che la nostra solitudine è vinta. È la bellezza di saperci figli amati, di sapere che questa nostra infanzia non ci potrà mai essere tolta. È specchiarci nel Dio fragile e bambino in braccio alla Madre e vedere che l’umanità è cara e sacra al Signore. Perciò, servire la vita umana è servire Dio e ogni vita, da quella nel grembo della madre a quella anziana, sofferente e malata, a quella scomoda e persino ripugnante, va accolta, amata e aiutata.
Lasciamoci ora guidare dal Vangelo di oggi. Della Madre di Dio si dice una sola frase: «Custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore» (Lc 2,19). Custodiva. Semplicemente custodiva. Maria non parla: il Vangelo non riporta neanche una sua parola in tutto il racconto del Natale. Anche in questo la Madre è unita al Figlio: Gesù è infante, cioè “senza parola”. Lui, il Verbo, la Parola di Dio che «molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato» (Eb 1,1), ora, nella «pienezza del tempo» (Gal 4,4), è muto. Il Dio davanti a cui si tace è un bimbo che non parla. La sua maestà è senza parole, il suo mistero di amore si svela nella piccolezza. Questa piccolezza silenziosa è il linguaggio della sua regalità. La Madre si associa al Figlio e custodisce nel silenzio.
E il silenzio ci dice che anche noi, se vogliamo custodirci, abbiamo bisogno di silenzio. Abbiamo bisogno di rimanere in silenzio guardando il presepe. Perché davanti al presepe ci riscopriamo amati, assaporiamo il senso genuino della vita. E guardando in silenzio, lasciamo che Gesù parli al nostro cuore: che la sua piccolezza smonti la nostra superbia, che la sua povertà disturbi le nostre fastosità, che la sua tenerezza smuova il nostro cuore insensibile. Ritagliare ogni giorno un momento di silenzio con Dio è custodire la nostra anima; è custodire la nostra libertà dalle banalità corrosive del consumo e dagli stordimenti della pubblicità, dal dilagare di parole vuote e dalle onde travolgenti delle chiacchiere e del clamore.
Maria custodiva, prosegue il Vangelo, tutte queste cose, meditandole. Quali erano queste cose? Erano gioie e dolori: da una parte la nascita di Gesù, l’amore di Giuseppe, la visita dei pastori, quella notte di luce. Ma dall’altra: un futuro incerto, la mancanza di una casa, «perché per loro non c’era posto nell’alloggio» (Lc 2,7); la desolazione del rifiuto; la delusione di aver dovuto far nascere Gesù in una stalla. Speranze e angosce, luce e tenebra: tutte queste cose popolavano il cuore di Maria. E lei, che cosa ha fatto? Le ha meditate, cioè le ha passate in rassegna con Dio nel suo cuore. Niente ha tenuto per sé, niente ha rinchiuso nella solitudine o affogato nell’amarezza, tutto ha portato a Dio. Così ha custodito. Affidando si custodisce: non lasciando la vita in preda alla paura, allo sconforto o alla superstizione, non chiudendosi o cercando di dimenticare, ma facendo di tutto un dialogo con Dio. E Dio che ci ha a cuore, viene ad abitare le nostre vite.
Ecco i segreti della Madre di Dio: custodire nel silenzio e portare a Dio. Ciò avveniva, conclude il Vangelo, nel suo cuore. Il cuore invita a guardare al centro della persona, degli affetti, della vita. Anche noi, cristiani in cammino, all’inizio dell’anno sentiamo il bisogno di ripartire dal centro, di lasciare alle spalle i fardelli del passato e di ricominciare da ciò che conta. Ecco oggi davanti a noi il punto di partenza: la Madre di Dio. Perché Maria è come Dio ci vuole, come vuole la sua Chiesa: Madre tenera, umile, povera di cose e ricca di amore, libera dal peccato, unita a Gesù, che custodisce Dio nel cuore e il prossimo nella vita. Per ripartire, guardiamo alla Madre. Nel suo cuore batte il cuore della Chiesa. Per andare avanti, ci dice la festa di oggi, occorre tornare indietro: ricominciare dal presepe, dalla Madre che tiene in braccio Dio.
La devozione a Maria non è galateo spirituale, è un’esigenza della vita cristiana. Guardando alla Madre siamo incoraggiati a lasciare tante zavorre inutili e a ritrovare ciò che conta. Il dono della Madre, il dono di ogni madre e di ogni donna è tanto prezioso per la Chiesa, che è madre e donna. E mentre l’uomo spesso astrae, afferma e impone idee, la donna, la madre, sa custodire, collegare nel cuore, vivificare. Perché la fede non si riduca solo a idea o a dottrina, abbiamo bisogno, tutti, di un cuore di madre, che sappia custodire la tenerezza di Dio e ascoltare i palpiti dell’uomo. La Madre, firma d’autore di Dio sull’umanità, custodisca quest’anno e porti la pace di suo Figlio nei cuori, nei nostri cuori, e nel mondo. E come figli, semplicemente, vi invito a salutarla oggi con il saluto dei cristiani di Efeso, davanti ai loro vescovi: “Santa Madre di Dio!”. Diciamo, tre volte, dal cuore, tutti insieme, guardandola [rivolto alla statua esposta accanto all’altare]: “Santa Madre di Dio!”.


venerdì 27 dicembre 2019

Fuga in Egitto


SANTA FAMIGLIA (A) OMELIA


SANTA FAMIGLIA (A) OMELIA

Storia della famiglia di Nazaret
Don Angelo Casati 

Storia della famiglia di Nazaret. Non so se è un caso, ma, se non vado errato, la Bibbia non dà spazio a tante teorizzazioni sulla famiglia, non indugia sulla famiglia in generale, ma su storie, storie di famiglie, e – dobbiamo ammetterlo – anche molto diverse: ognuna con la sua tipicità, quella di Nazaret certamente con una sua particolarissima tipicità, in un certo senso quindi non imitabile.
E dunque dovremmo, per fedeltà alla Parola di Dio, far parlare le storie, le storie così come sono. Mi sono chiesto se non nasca forse di qui un invito ad essere attenti, sempre e comunque, alle biografie, non ce n’è una che sia calco di un’altra. Entriamo nelle storie. Anche in quelle bibliche per come suonano e non idealizzando. Oggi il vangelo di Matteo, della famiglia di Nazaret racconta i giorni del ritorno dall’Egitto.
C’è stata una notte – e immagino non una sola – di fuga verso l’Egitto, su mandato di un angelo. A rischio era la vita del bambino. Ora c’è un ritorno. La narrazione è sobria e non lascia spazio a fantasticherie. Per alleggerire la drammaticità di un viaggio e di un esilio in terra straniera – voi lo sapete – i vangeli apocrifi, che danno ampio spazio al miracoloso, hanno dato stura a racconti di miracoli che accompagnarono il viaggio. Il vangelo non ne racconta uno.
E dunque rimaniamo alla storia, al viaggio. Con tutto quello che di preoccupazione e fatica porta con sé un viaggio simile. A volte sono i poeti a raccontare, facendoci percepire sentimenti profondi. Al cuore mi è ritornata una poesia di Antonia Pozzi, dal titolo “Paesaggio siculo” che parla di questo viaggio. Eccola:

Sul greppo che di tenero verde
il nuovo grano riveste
cavalca
una donna –
tra la sella ed il grembo adagiato
porta il figlio
perché senz’urti
dorma –
lenta guardando il cielo che s’annuvola
rialza
fin sulla fronte
i lembi del mantello –
il bimbo vi si cela
tutto –
Così è dipinta Maria nella sua fuga –

Sella e grembo, cielo che si annuvola, i lembi del mantello, il bimbo che vi si cela. Siamo ricondotti alla storia. E anche alla fatica e alle sorprese di un viaggio. Di un viaggio si tratta. Sempre di un viaggio, il viaggio della vita, si tratta quando, le famiglie le raccontiamo e non ci fermiamo a fare declamazioni. Come fu – potremmo chiedere – il vostro viaggio? Come è ora il vostro viaggio?
Ebbene il viaggio-fuga di Giuseppe e Maria con il loro bambino di che cosa è segno, che cosa può suggerire a questa o a quella famiglia, dentro la sua reale, e non supposta, biografia? Parla di sradicamenti, è una famiglia che vive sulla sua pelle il dramma che milioni e milioni di famiglie vivono oggi: prima un viaggio verso un’altra terra, poi il ritorno alla propria terra.
Verso un’altra terra, perché c’è un agguato di morte. E Dio viene con un angelo nel sonno a comandare una fuga. Altra drammatica realtà sotto i nostri occhi, fughe da terre, perché l’alternativa nella propria terra è la morte. Morte di guerra o di fame o di libertà, ma sempre morte. E Dio non è per la morte.
E io a chiedermi se nei sogni di tanti non ci sia il passaggio dell’angelo. E noi, se abbiamo occhi per la famiglia migrante di Nazaret, come non potremmo averne per le famiglie migranti di oggi? Sarebbe pura schizofrenia!
Ogni volta che sosto su questo brano di fuga e ritorno dall’Egitto, mi viene spontaneo anche pensare come ogni indicazione di Dio – “Va’ in Egitto… Va’ nella terra di Israele” – chieda un prendersi cura. Che tocca la responsabilità di Giuseppe, diremmo dell’uomo: “Alzati, prendi con te il bambino e sua madre”. Che cosa tocca alle nostre famiglie nel concreto. Ascoltare i sogni della notte, forse anche le preoccupazioni della notte, leggervi la Parola di Dio, una indicazione di orizzonte: l’Egitto, la terra di Israele.
Ma poi – lasciatemi dire – il resto è affidato a te. La via di fuga la studi tu, Giuseppe. Ciò che devi portare lo prepari tu con Maria. Lo spaesamento lo provate in due, in due a cercare casa e lavoro – le due cose che si cercano oggi! – . Anche l’indicazione della terra in cui ritornare è fondamentalmente generica, ma Giuseppe è tutt’altro che l’uomo passivo in cui spesso lo incorniciamo. Viene a sapere di Archelao, decide di mettere casa in un’altra regione, va a Nazaret.
Mi sembra – perdonate – di vedere nel racconto quasi un elogio di Giuseppe, della sua intelligenza e intraprendenza. E così dovrebbe essere. Nei testi sacri non sta scritto tutto. Come dovremmo tenerlo presente proprio in questi giorni in cui si parla di famiglie. Prendersi cura. Ma che cosa poi significa prendersi cura? Di questo ci si dovrebbe preoccupare, pensare, confrontarsi, capire, trovare soluzioni.
E Giuseppe – lasciatemi dire anche questo, perché mi sembra messaggio per i nostri giorni – Giuseppe è un laico, non è né un prete né un mezzo prete. E’ chiamato in causa lui, con la sua intelligenza, la sua visione della realtà, il suo coraggio di rischiare, rischia lui.
“La nazione” ci ha ricordato papa Francesco a Firenze “non è un museo, ma è un’opera collettiva in permanente costruzione in cui sono da mettere in comune proprio le cose che differenziano, incluse le appartenenze politiche o religiose” E ancora: “La società italiana si costruisce quando le sue diverse ricchezze culturali possono dialogare in modo costruttivo: quella popolare, quella accademica, quella giovanile, quella artistica, quella tecnologica, quella economica, quella politica, quella dei media…
La Chiesa sia fermento di dialogo, di incontro, di unità. Non dobbiamo aver paura del dialogo: anzi è proprio il confronto e la critica che ci aiuta a preservare la teologia dal trasformarsi in ideologia. Ricordatevi inoltre che il modo migliore per dialogare non è quello di parlare e discutere, ma quello di fare qualcosa insieme, di costruire insieme, di fare progetti: non da soli, tra cattolici, ma insieme a tutti coloro che hanno buona volontà”.
Mi sembra indicato uno stile: è qualcosa di più di uno stile, è il nostro modo di essere fedeli al vangelo. Lo invochiamo dal Signore in questa eucaristia. E ce lo auguriamo, come credenti.

http://www.sullasoglia.it

lunedì 23 dicembre 2019

Natale del Signore



SANTA MESSA DELLA NOTTE - SOLENNITÀ DEL NATALE DEL SIGNORE - OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO 2017


SANTA MESSA DELLA NOTTE - SOLENNITÀ DEL NATALE DEL SIGNORE - OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO 2017

CAPPELLA PAPALE

Basilica Vaticana
Domenica, 24 dicembre 2017 

Maria «diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio» (Lc 2,7). Con questa espressione semplice ma chiara, Luca ci conduce al cuore di quella notte santa: Maria diede alla luce, Maria ci ha dato la Luce. Un racconto semplice per immergerci nell’avvenimento che cambia per sempre la nostra storia. Tutto, in quella notte, diventava fonte di speranza.
Andiamo indietro di alcuni versetti. Per decreto dell’imperatore, Maria e Giuseppe si videro obbligati a partire. Dovettero lasciare la loro gente, la loro casa, la loro terra e mettersi in cammino per essere censiti. Un tragitto per niente comodo né facile per una giovane coppia che stava per avere un bambino: si trovavano costretti a lasciare la loro terra. Nel cuore erano pieni di speranza e di futuro a causa del bambino che stava per venire; i loro passi invece erano carichi delle incertezze e dei pericoli propri di chi deve lasciare la sua casa.
E poi si trovarono ad affrontare la cosa forse più difficile: arrivare a Betlemme e sperimentare che era una terra che non li aspettava, una terra dove per loro non c’era posto.
E proprio lì, in quella realtà che era una sfida, Maria ci ha regalato l’Emmanuele. Il Figlio di Dio dovette nascere in una stalla perché i suoi non avevano spazio per Lui. «Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto» (Gv 1,11). E lì… in mezzo all’oscurità di una città che non ha spazio né posto per il forestiero che viene da lontano, in mezzo all’oscurità di una città in pieno movimento e che in questo caso sembrerebbe volersi costruire voltando le spalle agli altri, proprio lì si accende la scintilla rivoluzionaria della tenerezza di Dio. A Betlemme si è creata una piccola apertura per quelli che hanno perso la terra, la patria, i sogni; persino per quelli che hanno ceduto all’asfissia prodotta da una vita rinchiusa.
Nei passi di Giuseppe e Maria si nascondono tanti passi. Vediamo le orme di intere famiglie che oggi si vedono obbligate a partire. Vediamo le orme di milioni di persone che non scelgono di andarsene ma che sono obbligate a separarsi dai loro cari, sono espulsi dalla loro terra. In molti casi questa partenza è carica di speranza, carica di futuro; in molti altri, questa partenza ha un nome solo: sopravvivenza. Sopravvivere agli Erode di turno che per imporre il loro potere e accrescere le loro ricchezze non hanno alcun problema a versare sangue innocente.
Maria e Giuseppe, per i quali non c’era posto, sono i primi ad abbracciare Colui che viene a dare a tutti noi il documento di cittadinanza. Colui che nella sua povertà e piccolezza denuncia e manifesta che il vero potere e l’autentica libertà sono quelli che onorano e soccorrono la fragilità del più debole.
In quella notte, Colui che non aveva un posto per nascere viene annunciato a quelli che non avevano posto alle tavole e nelle vie della città. I pastori sono i primi destinatari di questa Buona Notizia. Per il loro lavoro, erano uomini e donne che dovevano vivere ai margini della società. Le loro condizioni di vita, i luoghi in cui erano obbligati a stare, impedivano loro di osservare tutte le prescrizioni rituali di purificazione religiosa e, perciò, erano considerati impuri. La loro pelle, i loro vestiti, l’odore, il modo di parlare, l’origine li tradiva. Tutto in loro generava diffidenza. Uomini e donne da cui bisognava stare lontani, avere timore; li si considerava pagani tra i credenti, peccatori tra i giusti, stranieri tra i cittadini. A loro – pagani, peccatori e stranieri – l’angelo dice: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore» (Lc 2,10-11).
Ecco la gioia che in questa notte siamo invitati a condividere, a celebrare e ad annunciare. La gioia con cui Dio, nella sua infinita misericordia, ha abbracciato noi pagani, peccatori e stranieri, e ci spinge a fare lo stesso.
La fede di questa notte ci porta a riconoscere Dio presente in tutte le situazioni in cui lo crediamo assente. Egli sta nel visitatore indiscreto, tante volte irriconoscibile, che cammina per le nostre città, nei nostri quartieri, viaggiando sui nostri autobus, bussando alle nostre porte.
E questa stessa fede ci spinge a dare spazio a una nuova immaginazione sociale, a non avere paura di sperimentare nuove forme di relazione in cui nessuno debba sentire che in questa terra non ha un posto. Natale è tempo per trasformare la forza della paura in forza della carità, in forza per una nuova immaginazione della carità. La carità che non si abitua all’ingiustizia come fosse naturale, ma ha il coraggio, in mezzo a tensioni e conflitti, di farsi “casa del pane”, terra di ospitalità. Ce lo ricordava San Giovanni Paolo II: «Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo» (Omelia nella Messa d’inizio del Pontificato, 22 ottobre 1978).
Nel Bambino di Betlemme, Dio ci viene incontro per renderci protagonisti della vita che ci circonda. Si offre perché lo prendiamo tra le braccia, perché lo solleviamo e lo abbracciamo. Perché in Lui non abbiamo paura di prendere tra le braccia, sollevare e abbracciare l’assetato, il forestiero, l’ignudo, il malato, il carcerato (cfr Mt 25,35-36). «Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo». In questo Bambino, Dio ci invita a farci carico della speranza. Ci invita a farci sentinelle per molti che hanno ceduto sotto il peso della desolazione che nasce dal trovare tante porte chiuse. In questo Bambino, Dio ci rende protagonisti della sua ospitalità.
Commossi dalla gioia del dono, piccolo Bambino di Betlemme, ti chiediamo che il tuo pianto ci svegli dalla nostra indifferenza, apra i nostri occhi davanti a chi soffre. La tua tenerezza risvegli la nostra sensibilità e ci faccia sentire invitati a riconoscerti in tutti coloro che arrivano nelle nostre città, nelle nostre storie, nelle nostre vite. La tua tenerezza rivoluzionaria ci persuada a sentirci invitati a farci carico della speranza e della tenerezza della nostra gente.


sabato 21 dicembre 2019

Il sogno di Giuseppe


IV DOMENICA DI AVVENTO (ANNO A) (22/12/2019)


IV DOMENICA DI AVVENTO (ANNO A) (22/12/2019)

Giuseppe
don Giacomo Falco Brini 

Gli anelli della lunga genealogia di Gesù con cui Matteo avvia il suo racconto si interrompono al nome di Giuseppe, detto lo sposo di Maria (Mt 1,16). L'interruzione segna l'irruzione di Dio all'interno di questa storia con qualcosa di assolutamente nuovo che la rende asimmetrica. Colui che deve venire secondo le promesse dalla discendenza davidica, giunge saltando la generazione umana: prima che andassero a vivere insieme Maria si trovò incinta per opera dello Spirito Santo (Mt 1,18b). Per noi che abbiamo ereditato la fede cristiana può sembrare alquanto semplice accogliere questa verità. L'incarnazione del verbo di Dio è uno dei fondamenti del cristianesimo. Ma provare a immaginare e meditare sulle scarne notizie che ci dà il vangelo di Matteo, può aprire una finestra su ciò che per Giuseppe (e anche Maria) deve essere stato un vero e proprio dramma.
A Giuseppe infatti si è promessa Maria quale sua sposa (Mt 1,18a). Dunque egli si trovava sulla soglia del coronamento del suo sogno d'amore, quando viene a sapere direttamente da lei sul suo stato interessante. Probabilmente anche da Maria ricevette subito il suo segreto, cioè di come le fosse stata annunciata l'imminente gravidanza attraverso la visita e la comunicazione dell'angelo Gabriele. E così Giuseppe, non allo stesso modo di Maria, vede la propria attesa d'amore saltare per aria. La sua promessa sposa porta in grembo una vita per la quale non ha fatto nulla, non c'è stato il concorso della sua relazione esclusiva. In Israele una tale situazione colloca l'uomo nella possibile, estrema opzione della lapidazione quale atto di ripudio verso un amore promesso ma infranto. Ma è qui che Giuseppe ci viene già presentato come un uomo sorprendente: poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto (Mt 1,19).
Giuseppe sa che la legge gli riconosce un diritto/dovere preciso. Eppure non riesce nemmeno a pensare di esporre Maria al pubblico ludibrio. Una certa reazione al “maschile” lo richiederebbe. No, il suo pensiero si volge piuttosto a un'ipotesi di ripudio segreto, cioè qualcosa con cui egli prende atto della relazione irreversibilmente cambiata con Maria senza però ledere la sua dignità, senza recarle offesa. Ora, questo modo di pensare denota 2 aspetti precisi della sua anima: 1) Giuseppe non riesce ad accogliere il cambiamento di programma che la realtà gli presenta insieme alla spiegazione di Maria. Diversamente non si sarebbe affacciato al suo cuore il pensiero che potremmo riassumere così: “devo ripudiarla, ma come?” 2) C'è però in Giuseppe uno sguardo su Maria così “giusto” che lui stesso non saprebbe spiegare. Il fatto che il suo cuore sia orientato verso un ripudio così originale e rispettoso, denota una giustizia che supera quella della legge del suo popolo. Siamo agli albori della nuova legge, quella che Dio ha promesso di scrivere nel cuore umano e senza la quale non lo si può conoscere.
Giuseppe era talmente innamorato di Maria da non sottrarsi a quel tormento interiore che prima o poi tocca solo chi ama veramente. Vediamo il suo cuore tanto umano mentre si dibatte nel dilemma di cosa fare con Maria. Ma se gli occhi sono la finestra dell'anima, allora c'è anche qualcosa di divino dentro di lui: il suo perdurante sguardo d'amore su Maria dopo la sconvolgente notizia del concepimento, indica un'apertura straordinaria del suo cuore. Giuseppe ha solo bisogno di capire di cosa si tratta. Da solo non ce la fa, non riesce a capire né lei, né se stesso.
Giuseppe figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa... (Mt 1,20-21). Mentre egl stava considerando queste cose, cioè mentre il cuore è ancora in cerca di risposte alle proprie domande, mentre il cuore si trova di fronte a qualcosa che lo supera e non riesce a prendere una decisione, ecco che Dio viene in soccorso. Ora le parole dell'angelo in sogno rivelano chiaramente, per contrasto, ciò che tormentava Giuseppe: prendere Maria così com'è, fidandosi dello sguardo del proprio cuore e dunque credendo all'impossibile, oppure obbedire alla legge? Dio conferma in sogno a Giuseppe la versione di Maria e la sua altissima vocazione. Lo sguardo che ha su di lei è “giusto”, cioè non è stato ingannato e non si è ingannato. Lo sguardo che ha su di lei è un dono di Dio unico, come unico è Giuseppe nella sua missione: portare avanti la tappa decisiva del suo disegno di salvezza per l'umanità, custodendo la vita di Maria e del suo bambino. In Giuseppe, Dio ha donato a Maria il segno visibile e tangibile dell'amore di predilezione annunciato dall'angelo. A noi, un padre e un amico prezioso nella lotta che la fede deve sostenere lungo il cammino.

mercoledì 18 dicembre 2019

Natale 2019


PAPA FRANCESCO - UDIENZA GENERALE 19.12.2018 - Catechesi - Natale: le sorprese che piacciono a Dio


PAPA FRANCESCO - UDIENZA GENERALE 19.12.2018 - Catechesi - Natale: le sorprese che piacciono a Dio

Aula Paolo VI
Mercoledì, 19 dicembre 2018 

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Tra sei giorni sarà Natale. Gli alberi, gli addobbi e le luci ovunque ricordano che anche quest’anno sarà festa. La macchina pubblicitaria invita a scambiarsi regali sempre nuovi per farsi sorprese. Ma mi domando: è questa la festa che piace a Dio? Quale Natale vorrebbe Lui, quali regali, quali sorprese?
Guardiamo al primo Natale della storia per scoprire i gusti di Dio. Quel primo Natale della Storia fu pieno di sorprese. Si comincia con Maria, che era promessa sposa di Giuseppe: arriva l’angelo e le cambia la vita. Da vergine sarà madre. Si prosegue con Giuseppe, chiamato a essere padre di un figlio senza generarlo. Un figlio che – colpo di scena – arriva nel momento meno indicato, cioè quando Maria e Giuseppe erano sposi promessi e secondo la Legge non potevano coabitare. Di fronte allo scandalo, il buon senso del tempo invitava Giuseppe a ripudiare Maria e salvare il suo buon nome, ma lui, che pur ne aveva diritto, sorprende: per non danneggiare Maria pensa di congedarla in segreto, a costo di perdere la propria reputazione. Poi un’altra sorpresa: Dio in sogno gli cambia i piani e gli chiede di prendere con sé Maria. Nato Gesù, quando aveva i suoi progetti per la famiglia, ancora in sogno gli vien detto di alzarsi e andare in Egitto. Insomma, il Natale porta cambi di vita inaspettati. E se noi vogliamo vivere il Natale, dobbiamo aprire il cuore ed essere disposti alle sorprese, cioè a un cambio di vita inaspettato.
Ma è nella notte di Natale che arriva la sorpresa più grande: l’Altissimo è un piccolo bimbo. La Parola divina è un infante, che letteralmente significa “incapace di parlare”. E la parola divina divenne “incapace di parlare”. Ad accogliere il Salvatore non ci sono le autorità del tempo o del posto o gli ambasciatori: no; sono dei semplici pastori che, sorpresi dagli angeli mentre lavoravano di notte, accorrono senza indugio. Chi se lo sarebbe aspettato? Natale è celebrare l’inedito di Dio, o meglio, è celebrare un Dio inedito, che ribalta le nostre logiche e le nostre attese.
Fare Natale, allora, è accogliere in terra le sorprese del Cielo. Non si può vivere “terra terra”, quando il Cielo ha portato le sue novità nel mondo. Natale inaugura un’epoca nuova, dove la vita non si programma, ma si dona; dove non si vive più per sé, in base ai propri gusti, ma per Dio; e con Dio, perché da Natale Dio è il Dio-con-noi, che vive con noi, che cammina con noi. Vivere il Natale è lasciarsi scuotere dalla sua sorprendente novità. Il Natale di Gesù non offre rassicuranti tepori da caminetto, ma il brivido divino che scuote la storia. Natale è la rivincita dell’umiltà sull’arroganza, della semplicità sull’abbondanza, del silenzio sul baccano, della preghiera sul “mio tempo”, di Dio sul mio io.
Fare Natale è fare come Gesù, venuto per noi bisognosi, e scendere verso chi ha bisogno di noi. È fare come Maria: fidarsi, docili a Dio, anche senza capire cosa Egli farà. Fare Natale è fare come Giuseppe: alzarsi per realizzare ciò che Dio vuole, anche se non è secondo i nostri piani. San Giuseppe è sorprendente: nel Vangelo non parla mai: non c’è una parola, di Giuseppe, nel Vangelo; e il Signore gli parla nel silenzio, gli parla proprio nel sonno. Natale è preferire la voce silenziosa di Dio ai frastuoni del consumismo. Se sapremo stare in silenzio davanti al presepe, Natale sarà anche per noi una sorpresa, non una cosa già vista. Stare in silenzio davanti al presepe: questo è l’invito, per Natale. Prenditi un po’ di tempo, vai davanti al presepe e stai in silenzio. E sentirai, vedrai la sorpresa.
Purtroppo, però, si può sbagliare festa, e preferire alle novità del Cielo le solite cose della terra. Se Natale rimane solo una bella festa tradizionale, dove al centro ci siamo noi e non Lui, sarà un’occasione persa. Per favore, non mondanizziamo il Natale! Non mettiamo da parte il Festeggiato, come allora, quando «venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto» (Gv 1,11). Fin dal primo Vangelo dell’Avvento il Signore ci ha messo in guardia, chiedendo di non appesantirci in «dissipazioni» e «affanni della vita» (Lc 21,34). In questi giorni si corre, forse come mai durante l’anno. Ma così si fa l’opposto di quel che Gesù vuole. Diamo la colpa alle tante cose che riempiono le giornate, al mondo che va veloce. Eppure Gesù non ha incolpato il mondo, ha chiesto a noi di non farci trascinare, di vegliare in ogni momento pregando (cfr v. 36).
Ecco, sarà Natale se, come Giuseppe, daremo spazio al silenzio; se, come Maria, diremo “eccomi” a Dio; se, come Gesù, saremo vicini a chi è solo; se, come i pastori, usciremo dai nostri recinti per stare con Gesù. Sarà Natale, se troveremo la luce nella povera grotta di Betlemme. Non sarà Natale se cercheremo i bagliori luccicanti del mondo, se ci riempiremo di regali, pranzi e cene ma non aiuteremo almeno un povero, che assomiglia a Dio, perché a Natale Dio è venuto povero.
Cari fratelli e sorelle, vi auguro buon Natale, un Natale ricco delle sorprese di Gesù! Potranno sembrare sorprese scomode, ma sono i gusti di Dio. Se li sposeremo, faremo a noi stessi una splendida sorpresa. Ognuno di noi ha nascosta nel cuore la capacità di sorprendersi. Lasciamoci sorprendere da Gesù in questo Natale.

venerdì 13 dicembre 2019

Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?


III DOMENICA DI AVVENTO – LA PICCOLEZZA CHE SALVA


III DOMENICA DI AVVENTO – LA PICCOLEZZA CHE SALVA

In questa terza domenica del nostro cammino d’Avvento, domenica “Gaudete”, della gioia per la promessa di Dio che certamente si compirà come già si è compiuta, la figura di riferimento è Giovanni il Battista; il profeta del Giordano oggi però ci appare debole nella sua crisi, ma poi forte nelle parole di Gesù che lo descrivono.
L’uomo del deserto è prigioniero, sta vivendo la sua notte; si è fatto buio su di lui perché è stata “fermata” la sua missione profetica, si vuol far tacere la sua voce … Lui che si era definito “voce che grida nel deserto” (cfr Mt 3,3; Gv 1,23)…ora la sua voce è stata precipitata in un carcere buio! Da lì, da quella notte che sta vivendo, il profeta Giovanni mostra la sua crisi, si lascia anche lui attraversare da domande e da dubbi: Sei tu il veniente o è un altro che aspettiamo? Domanda tragica sulle labbra di Giovanni, domanda che mette in dubbio tutta la sua azione di profeta e quindi tutta la sua vita, una vita che per altro sta per essere spenta; se Giovanni aveva indicato Gesù ad Israele, come mai ora è trafitto dal dubbio? Qualche esegeta (antico e anche moderno) cerca di scolorire il dramma del Battista ricorrendo alla solita tesi pedagogica: Giovanni fingerebbe dubbio perché i suoi discepoli vadano da Gesù … pare davvero banale! Contemporaneamente però bisogna dire che Matteo, nello scrivere questa pagina, non è tanto interessato al buio di Giovanni (tanto è vero che nulla scriverà della conclusione di quell’ambasceria!) quanto alla rivelazione che Gesù stesso farà della sua identità.
Alla domanda dei discepoli di Giovanni Gesù non dà una risposta diretta, ma rinvia a due cose che bisogna saper leggere: la Santa Scrittura e le sue opere. Gesù, infatti, cita alcuni passi di Isaia che annunziano i tempi dell’intervento di Dio; tempi che si potranno riconoscere dalla lotta vittoriosa che il Signore farà contro il male della storia. Ora Gesù indica ai discepoli del Battista che tale lotta vittoriosa si può già contemplare nelle sue opere: Gesù infatti sta lottando contro le tenebre del mondo (i ciechi recuperano la vista), contro le immobilità che fermano il cammino degli uomini verso la pienezza (gli storpi camminano), contro il male che sfigura l’uomo (i lebbrosi sono guariti), contro l’incapacità di ascolto tanto essenziale ad ogni vita nella fede (i sordi riacquistano l’udito); è venuto a lottare contro la nemica per eccellenza, la più temibile e la più devastante, la più “anti-Dio”….la morte (i morti risuscitano)! E tutto questo è annunzio di buona notizia che muta la sorte dei poveri, di quelli cioè che, segnati dalle miserie della storia perché fragili, perché oppressi, perché peccatori, perché “nullificati” dagli altri, riconoscono di poter essere salvati solo da Dio ed a Lui si affidano.
Ai discepoli di Giovanni, Gesù fa capire che è nel saper mettere in relazione le parole della Scrittura e le sue opere, che si comprende chi Lui è davvero. Gesù con la sua parola e con le sue opere è l’annunzio di questo evangelo che irrompe nella storia. La verità è però che questo evangelo irrompe attraverso vie e modalità nuove ed imprevedibili, attraverso l’uomo Gesù che o si coglie nella fede ed in una fede che sia capace di spogliarsi di precomprensioni e di “religione” o diviene davvero incomprensibile ed inaccettabile; fin quando cioè si pensa come il mondo non si può “leggere” la verità su Gesù…quando si accoglie una logica altra, quella di Dio, allora si comprende che proprio Lui è il Veniente e non si deve aspettare altri. Lui è il Veniente che, proprio perché è veniente dal mondo di Dio e non dal nostro mondo, è un Veniente che è davvero altro! Gesù chiede chiaro, di fronte a questa alterità, la capacità di non scandalizzarsi, cioè di non inciampare … anzi su questo Gesù pronunzia una “beatitudine”: E beato chi non si scandalizza di me.
Nell’elogio del Battista, che Gesù pronunzia subito dopo la partenza dei messaggeri, viene fuori questa alterità: mentre dice parole grandissime su Giovanni (Tra i nati di donna nessuno è più grande di Giovanni il Battista), aggiunge anche che il più piccolo del Regno è più grande di lui … parole enigmatiche che non devono essere lette in modo irrispettoso nei confronti di Giovanni, il grande profeta, e neppure nei confronti dello stesso Israele; come se l’ultimo (!!) cristiano potesse vantare una grandezza maggiore del profeta Giovanni e quindi di ogni profeta d’Israele … se si legge così diviene incomprensibile l’elogio straordinario che Gesù ha fatto del Battista, perchè poi lo metterebbe addirittura fuori del Regno … e questo non è! Non è possibile!
Clemente Alessandrino (e dopo di lui altri Padri ed esegeti) hanno colto qui una parola che riguarda Gesù stesso: il più piccolo è Gesù stesso che è più grande di Giovanni perchè è il Messia, è il Figlio amato su cui il Padre  stende ogni suo compiacimento (cfr Mt 3, 17); la storia però ha letto Gesù  come più piccolo del Battista, in realtà è Lui il più grande … intanto vive la storia da più piccolo perchè con i più piccoli  si identifica (cfr Mt 25, 40.45 Ogni qual volta avete fatto queste cose al più piccolo, l’avete fatto a me), perchè sarà il più piccolo fino allo scandalo della croce … è questa piccolezza che bisogna riconoscere ed assumere, è lì l’alterità del Messia Gesù che anche Giovanni, nel suo carcere, deve riconoscer,e e nella quale deve e può trovare pace la sua profezia giunta a compimento proprio in quel più piccolo in cui, paradossalmente, si manifesta la grandezza del Regno veniente.
Il Quarto Evangelo metterà sulle labbra stesse del Battista questa dinamica per cui il più piccolo diventa il più grande; parlando di Gesù, Giovanni infatti dice: Colui che mi veniva dietro (cioè “era mio discepolo” e dunque più piccolo) mi è passato avanti (cioè, ora è lui il maestro e dunque il più grande) (cfr Gv 1,30).
Il cammino di Gesù sarà tutto un cammino verso la tensione ad essere il più piccolo, e proprio attraverso questa stupefacente piccolezza lo si potrà riconoscere (come i Magi che si prostreranno al bambino a Betlemme – cfr Mt 2,11; come il centurione che riconosce nel crocefisso il Figlio di Dio – cfr Mt 27,54); la visita di Dio al suo popolo si veste di povertà, di “insignificanza”. Nell’oggi della Chiesa Lui vuole ancora essere riconosciuto nel più piccolo, e lo può riconoscere quale Dio-con-noi solo chi ha il coraggio di accoglierlo così come è, infinitamente piccolo e visibilmente piccolo agli occhi del mondo! In fondo i ciechi recuperano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi riacquistano l’udito e i morti risuscitano perchè Dio si è fatto piccolo dalla mangiatioia di Betlemme, fino all’uomo inchiodato alla croce sul Golgotha … è quella piccolezza che salva, è quel’impotenza che crea l’uomo nuovo … essere suoi discepoli non può che essere la ricerca e la ripresentazione di questa via.
Il salmo 24 cantava: “Alzate porte i vostri frontali, alzatevi porte eterne ed entri il Re della gloria” e annunziava così che il Tempio sarebbe stato purificato dalla visita di Dio, la cui grandezza è tale che, in quel giorno, bisognerà alzare i frontali delle pur immense porte del Tempio … in realtà quando questo Dio, in Gesù, visiterà il Tempio vi entrerà come un bambino, piccolo, tra le braccia di Maria e Giuseppe … è davvero il più piccolo … così Gesù contraddice e capovolge tutte le immagini del divino che l’uomo si è creato …
E’ necessario, dinanzi a tutto ciò, che il cristiano assuma questa “minorità” per poter annunziare l’Evagelo ai poveri, come Gesù! Solo così la Chiesa sarà credibilmente discepola di Gesù! D’altro canto, come Gesù avrebbe potuto annunziare l’Evangelo ai poveri se non avesse scelto d’essere il più piccolo? Che questo evangelo di oggi ci inquieti!
p. Fabrizio Cristarella Orestano


giovedì 12 dicembre 2019

creazione del mondo


PAPA FRANCESCO - UDIENZA GENERALE 25.10.17 - 38. Il paradiso, meta della nostra speranza


PAPA FRANCESCO - UDIENZA GENERALE 25.10.17 - 38. Il paradiso, meta della nostra speranza

Piazza San Pietro
Mercoledì, 25 ottobre 2017 

La Speranza cristiana - 38. Il paradiso, meta della nostra speranza

Cari fratelle e sorelle, buongiorno!

Questa è l’ultima catechesi sul tema della speranza cristiana, che ci ha accompagnato dall’inizio di questo anno liturgico. E concluderò parlando del paradiso, come meta della nostra speranza.
«Paradiso» è una delle ultime parole pronunciate da Gesù sulla croce, rivolto al buon ladrone. Fermiamoci un momento su quella scena. Sulla croce, Gesù non è solo. Accanto a Lui, a destra e a sinistra, ci sono due malfattori. Forse, passando davanti a quelle tre croci issate sul Golgota, qualcuno tirò un sospiro di sollievo, pensando che finalmente veniva fatta giustizia mettendo a morte gente così.
Accanto a Gesù c’è anche un reo confesso: uno che riconosce di aver meritato quel terribile supplizio. Lo chiamiamo il “buon ladrone”, il quale, opponendosi all’altro, dice: noi riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni (cfr Lc 23,41).
Sul Calvario, in quel venerdì tragico e santo, Gesù giunge all’estremo della sua incarnazione, della sua solidarietà con noi peccatori. Lì si realizza quanto il profeta Isaia aveva detto del Servo sofferente: «E’ stato annoverato tra gli empi» (53,12; cfr Lc 22,37).
È là, sul Calvario, che Gesù ha l’ultimo appuntamento con un peccatore, per spalancare anche a lui le porte del suo Regno. Questo è interessante: è l’unica volta che la parola “paradiso” compare nei vangeli. Gesù lo promette a un “povero diavolo” che sul legno della croce ha avuto il coraggio di rivolgergli la più umile delle richieste: «Ricordati di me quando entrerai nel tuo regno» (Lc 23,42). Non aveva opere di bene da far valere, non aveva niente, ma si affida a Gesù, che riconosce come innocente, buono, così diverso da lui (v. 41). È stata sufficiente quella parola di umile pentimento, per toccare il cuore di Gesù.
Il buon ladrone ci ricorda la nostra vera condizione davanti a Dio: che noi siamo suoi figli, che Lui prova compassione per noi, che Lui è disarmato ogni volta che gli manifestiamo la nostalgia del suo amore. Nelle camere di tanti ospedali o nelle celle delle prigioni questo miracolo si ripete innumerevoli volte: non c’è persona, per quanto abbia vissuto male, a cui resti solo la disperazione e sia proibita la grazia. Davanti a Dio ci presentiamo tutti a mani vuote, un po’ come il pubblicano della parabola che si era fermato a pregare in fondo al tempio (cfr Lc 18,13). E ogni volta che un uomo, facendo l’ultimo esame di coscienza della sua vita, scopre che gli ammanchi superano di parecchio le opere di bene, non deve scoraggiarsi, ma affidarsi alla misericordia di Dio. E questo ci dà speranza, questo ci apre il cuore!
Dio è Padre, e fino all’ultimo aspetta il nostro ritorno. E al figlio prodigo ritornato, che incomincia a confessare le sue colpe, il padre chiude la bocca con un abbraccio (cfr Lc 15,20). Questo è Dio: così ci ama!
Il paradiso non è un luogo da favola, e nemmeno un giardino incantato. Il paradiso è l’abbraccio con Dio, Amore infinito, e ci entriamo grazie a Gesù, che è morto in croce per noi. Dove c’è Gesù, c’è la misericordia e la felicità; senza di Lui c’è il freddo e la tenebra. Nell’ora della morte, il cristiano ripete a Gesù: “Ricordati di me”. E se anche non ci fosse più nessuno che si ricorda di noi, Gesù è lì, accanto a noi. Vuole portarci nel posto più bello che esiste. Ci vuole portare là con quel poco o tanto di bene che c’è stato nella nostra vita, perché nulla vada perduto di ciò che Lui aveva già redento. E nella casa del Padre porterà anche tutto ciò che in noi ha ancora bisogno di riscatto: le mancanze e gli sbagli di un’intera vita. È questa la meta della nostra esistenza: che tutto si compia, e venga trasformato in amore.
Se crediamo questo, la morte smette di farci paura, e possiamo anche sperare di partire da questo mondo in maniera serena, con tanta fiducia. Chi ha conosciuto Gesù, non teme più nulla. E potremo ripetere anche noi le parole del vecchio Simeone, anche lui benedetto dall’incontro con Cristo, dopo un’intera vita consumata nell’attesa: «Ora lascia, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza» (Lc 2,29-30).
E in quell’istante, finalmente, non avremo più bisogno di nulla, non vedremo più in maniera confusa. Non piangeremo più inutilmente, perché tutto è passato; anche le profezie, anche la conoscenza. Ma l’amore no, quello rimane. Perché «la carità non avrà mai fine» (cfr 1 Cor 13,8).

lunedì 9 dicembre 2019

San Francesco il Presepio


PAOLO VI - UDIENZA GENERALE - L’ISPIRATA DECISIONE DI S. FRANCESCO D’ASSISI (il Presepio) 28.12.1966


PAOLO VI - UDIENZA GENERALE - L’ISPIRATA DECISIONE DI S. FRANCESCO D’ASSISI (il Presepio) 28.12.1966

Mercoledì, 28 dicembre 1966 

«Conoscere Gesù Cristo»

Diletti Figli e Figlie!

Il primo biografo di S. Francesco d’Assisi, fra Tommaso da Celano, in Abruzzo, narra, al capitolo XXX della prima vita da lui scritta del Santo (1228), per ordine di Papa Gregorio IX, l’origine del Presepio, cioè della rappresentazione scenica della nascita di nostro Signore Gesù Cristo, secondo il Vangelo di San Luca, con l’aggiunta convenzionale del bue e dell’asinello (Isaia, 1, 3, vi ha dato occasione, e S. Ambrogio, con altri, la ricorda nella sua Expositio Evang. Luc. 2, 42; PL. 15, 1568). Scrive fra Tommaso che il supremo proposito di S. Francesco era quello di osservare in tutto e sempre il santo Vangelo. «Specialmente, egli scrive, l’umiltà dell’Incarnazione e la carità della Passione gli erano presenti alla memoria, così che raramente voleva pensare ad altro. Va ricordato a questo proposito e celebrato con riverenza quanto egli fece, tre anni prima di morire, presso il paese che si chiama Greccio, per il giorno di Natale del Signor nostro Gesù Cristo (cioè nel 1223). Viveva da quelle parti un certo Giovanni, di buona fama e di vita anche migliore, che il beato Francesco amava particolarmente, poiché, essendo quegli nobile e assai stimato trascurava la nobiltà del sangue e ambiva solo la nobiltà dello spirito. Il beato Francesco, come faceva spesso, circa quindici giorni prima del Natale lo fece chiamare e gli disse: Se hai piacere che celebriamo a Greccio questa festa del Signore, precedimi e prepara quanto ti dico. Voglio infatti celebrare la memoria di quel Bambino, che nacque a Betlem, e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si trovava per la mancanza di quanto occorre ad un neonato; come fu adagiato in una greppia e come giaceva sul fieno, vicino al buone e all’asinello. Ciò udito, quell’uomo buono e pio se ne andò in fretta e preparò nel luogo indicato tutto ciò che il Santo aveva detto» (Vita prima, c. 30, Analecta Franciscana, X, p. 63).
Questa è l’origine del nostro presepio.
«ANDIAMO A VEDERE».
Ed ora che questa popolare rappresentazione della storia evangelica è nella mente di tutti, viene spontaneo riflettere come il Signore volle farsi conoscere e come il primo dovere che noi uomini abbiamo verso questo misterioso Fratello venuto in mezzo a noi è di conoscerlo. La prima conoscenza è quella sensibile, quella che San Francesco volle concedere a sé e agli altri con la composizione del presepio, quella di contemplare in qualche modo con gli occhi del corpo, «utcumque corporis oculis pervidere». Ed è una forma naturalissima di conoscenza, che Cristo volle concedere a quei fortunati, i quali poterono avvicinarlo durante la sua vita temporale, «in illo tempore», in quel tempo, come ci istruisce la lettura evangelica della santa Messa; ed è una forma desideratissima, che tutti vorremmo godere, ed i Santi più di tutti. Ricordate che cosa dicono i pastori, dopo l’annuncio dell’Angelo: «Andiamo a vedere»? (Luc. 2, 15) e il desiderio dei Gentili, presenti all’ingresso trionfale di Gesù in Gerusalemme: «Vogliamo vedere Gesù»? (Io. 12, 21). E la testimonianza degli Apostoli: «. . . quello che abbiamo veduto con gli occhi nostri, quello che abbiamo contemplato e che le nostre mani hanno toccato . . .»? (1 Io. 1, 1). Era il desiderio dell’Apostolo Tommaso: «Se non vedo . . . . se non tocco . . . . io non credo» (Io. 20, 25).
Ma questa conoscenza sensibile ha avuto la sua funzione iniziale, parziale e passeggera per dare certezza concreta, positiva, storica a coloro che avrebbero poi avuto la missione di predicare la testimonianza circa la realtà umana e prodigiosa di Gesù, e di suscitare quella nuova forma di conoscenza, sulla quale è fondato tutto l’edificio religioso stabilito da Cristo: la fede. Fu Lui ad ammonirci: «Beati coloro che avranno creduto, senza avere veduto» (Io. 20, 29). «Per fede, scrive S. Paolo, noi camminiamo non per visione» (2 Cor. 5, 7).
a sta il fatto che la venuta di Cristo nel mondo genera per noi il problema e di dovere di conoscerlo. Come conoscerlo? Ecco la domanda che ciascuno deve porre a se stesso: conosco io Gesù Cristo? Lo conosco davvero? Lo conosco abbastanza? Come posso conoscerlo meglio? Nessuno è in grado di rispondere in modo soddisfacente a questi interrogativi, non solo perché la conoscenza di Cristo pone tali problemi e nasconde tali profondità, che solo l’ignoranza, non l’intelligenza, può dirsi paga d’una qualsiasi nozione su Cristo; ma anche perché ogni nuovo grado di conoscenza che di Lui acquistiamo, invece di calmare il desiderio della conoscenza di Cristo, vieppiù lo risveglia: l’esperienza degli studiosi, e ancor più quella dei Santi, lo dice.
LA DOVEROSA COSTANTE RICERCA DI GESÙ
Allora, Figli carissimi, bisogna che ci mettiamo alla ricerca di Gesù, cioè allo studio di quanto possiamo sapere su di Lui; ed ecco che ritorna a noi l’immagine del presepio, cioè il ricordo del racconto evangelico. La prima conoscenza, che dovremo avere di Cristo, è quella documentata dai Vangeli. Se non abbiamo avuto la fortuna della conoscenza diretta e sensibile del Signore, dobbiamo cercar di avere una conoscenza storica, una memoria sicura di Lui, dando la dovuta importanza alla forma umana, con cui il Verbo di Dio si è rivelato.
E qui, subito, grandi discussioni, grandi difficoltà, grandi incantesimi di studi e di interpretazioni, che tentano diminuire il valore storico dei Vangeli stessi, specialmente quelli che si riferiscono alla nascita di Gesù e alla sua infanzia. Accenniamo appena a questa svalutazione del contenuto storico delle mirabili pagine evangeliche, affinché sappiate difendere, con lo studio e con la fede, la consolante sicurezza che quelle pagine non sono invenzione della fantasia popolare, ma dicono la verità. «Gli apostoli - scrive chi se ne intende, il Card. Bea - hanno un autentico interesse storico. Non si tratta evidentemente di un interesse storico nel senso della storiografia greco-latina, cioè della storia ragionata e cronologicamente ordinata, che sia fine a se stessa, bensì di un interesse agli avvenimenti passati come tali e dell’intenzione di riferire e tramandare fedelmente fatti e detti passati.
NUTRIRE LA FEDE CON LA LETTURA DEL VANGELO
Ne è una riprova il concetto stesso di «testimone», «testimonianza», «testimoniare», che nelle sue varie forme ricorre nel Nuovo Testamento più di 150 volte (La storicità dei Vang. sin., in Civ. Catt., 1964; II, 417-436 e 526-545). Né altrimenti l’autorità del Concilio si è pronunciata: «Gli autori sacri scrissero i quattro Vangeli, scegliendo alcune cose tra le molte che erano tramandate a voce, o anche in iscritto, alcune altre sintetizzando, altre spiegando con riguardo alla situazione delle Chiese, conservando infine il carattere di predicazione, sempre però in modo tale da riferire su Gesù con sincerità e verità» (Dei Verbum, 19).
Rassicurati così, i fedeli devono dedicarsi innanzi tutto con devota passione alla lettura e allo studio delle fonti scritturali, che ci parlano di Gesù. La fede dev’essere nutrita di questa sacra dottrina. Se abbiamo bene celebrato il Natale, se ci siamo soffermati anche noi, con sapiente semplicità, davanti al presepio, dobbiamo noi pure desiderare quella «eminente scienza di Gesù Cristo» (Phil. 3, 8), che San Paolo anteponeva ad ogni altra cosa.
Conoscere Gesù Cristo: questa è oggi la Nostra esortazione, Figli carissimi, con la Nostra Apostolica Benedizione

venerdì 6 dicembre 2019

Immacolata Concezione di Maria (Rubens)


IMMACOLATA CONCEZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA (08/12/2019)


IMMACOLATA CONCEZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA (08/12/2019)

Maria donna dell'attesa
don Mario Simula  

Maria Madre e sorella. Come è soave e delicatamente solidale con i nostri interrogativi, il turbamento che assale il cuore di Maria all'annuncio dell'angelo. Le sue reazioni e i suoi interrogativi interpretano tutte le paure delle nostre giornate, il buio del nostro futuro, le esitazioni davanti all'amore di Dio. In Lei, donna del Signore, la fede è immensa, senza reticenze, senza riserve. Nuda e affidata. In noi è balbettante, sempre in bilico tra il sì e il no.
Maria è la donna della prontezza. Il fuoco dell'amore Le suggerisce le risposte. Per questo può dire: “Eccomi sono la schiava del Signore”.
Noi siamo schiavi del peccato delle origini. Della presunzione che ci spinge a voler essere come Dio. E ci ritroviamo abbandonati alla vergogna della nostra nudità. Pesa sulle nostre spalle e sul nostro cuore la parola di verità che chiude il paradiso delle delizie e ci fa andare pellegrini, smarriti per il mondo, a faticare per il lavoro e a partorire nel dolore.
Maria Madre della fedeltà, viene “costruita” da Dio nella più totale santità, fin dal concepimento. Tutta bella. Splendente come una sposa adornata per il suo Sposo. Il suo Creatore entra nel giardino fiorito del suo ventre benedetto e si fa creatura.
Fratello, povero, mendicante, nullatenente, emarginato, scartato, lebbroso, condannato e infamato. Dal tesoro del Suo grembo scaturisce la Vita. Piede che schiaccia la testa di ogni malvagità. Anche della nostra.
Maria Madre della pazienza e della misericordia conosce la miseria che contamina la nostra esistenza. Conosce l'infedeltà inguaribile dei nostri amori. Lei ha ascoltato infinite volte le nostre storie perverse o mediocri o piene di voragini senza bontà.
Eppure si mette accanto a noi, premurosa e insistente, con quella dolcezza che soltanto la Sua leggerissima maternità riesce a infondere nelle nostre vene infette.
Maria oggi splende, vergine, madre, sposa, come la primizia di sempre e per sempre. Anche a noi fa cantare l'inno di lode e di gratitudine scaturito dalla Sua vita, dalla Sua esperienza; dalla consuetudine affabile e intima col Suo Signore e Figlio. Ci prende per mano, pedagoga della Grazia, e ci aiuta a ripetere assieme a Lei:
Benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo.
Nonostante la nullità e l'ostinazione che mortificano i sussulti di amore che mette in noi.
In Gesù, il Figlio donato, visibile, nostro concittadino, sfigurato secondo l'immagine di ogni uomo sofferente, verme e non uomo, uomo dei dolori, che patendo impara ad incarnarsi nei nostri patimenti, ci ha scelti prima della creazione del mondo, da sempre amante, da sempre sofferente per questo piccolo essere che popola e infesta la terra.
E ci ha scelti per essere santi e immacolati di fronte a Dio nella carità, perché Dio non rinuncia mai al Suo progetto.
Gesù, il Figlio prediletto è pronto anche per la croce, purché il progetto del Padre si realizzi in noi.
Dio ci vuoi santi e immacolati, predestinandoci a essere suoi figli adottivi mediante Gesù Cristo”.
E' il canto nuovo che Maria intona con noi, salmeggia con noi, offre con noi a Dio che ha guardato l'umiltà della Sua serva.
Se le nostre voci rischiano di perdersi, la Sua arriva.
Se le nostre melodie diventano sgradevoli, l'armonia della Sua bellezza le copre.
Se noi siamo figli del mutismo davanti al Signore, il Suo salterio è incontenibile.
Maria Madre della Parola, educa i nostri linguaggi equivoci e incomprensibili.
Madre della Parola di vita, apre il nostro esistere a Gesù, e ci insegna parole vere, parole buone, parole incoraggianti, parole di dialogo; preghiere credibili, preghiere supplicanti e penitenti, preghiere colme di riconoscenza, preghiere che si possano unire alle Sue, nonostante la loro inadeguatezza.
Madre, miracolo di un concepimento purissimo, guarda le madri che generano, le madri sterili, le madri aride, le madri impaurite; insegna ai figli a diventare madri delle loro madri; aiuta le persone consacrate a generare e a partorire ogni giorno nel dolore e nella gioia. Convince i padri a essere anche madri nel rispetto e nella contemplazione della vita.
Maria Madre dell'attesa, tiene vivo in noi il desiderio di Gesù che viene, la trepidazione dei Suoi “nove mesi”, la premurosa dolcezza di Giuseppe.
L'appuntamento alla grotta, dove l'umanità rinasce, ci brucia per il bisogno dell'incontro.

Don Mario Simula

giovedì 5 dicembre 2019

San Francesco e l'uccellino


12. PERFETTA LETIZIA - SAN FRANCESCO D'ASSISI


12. PERFETTA LETIZIA - SAN FRANCESCO D'ASSISI

Venendo una volta santo Francesco da Perugia a Santa Maria degli Angeli con frate Leone a tempo di verno, e il freddo grandissimo fortemente il cruciava, chiamò frate Leone il quale andava un poco innanzi, e disse così: "Frate Leone, avvegnadio ch'e frati minori in ogni terra dieno grande esempio di santità e buona edificazione, nondimeno scrivi, e nota diligentemente, che non è ivi perfetta letizia".

E andando più oltre, santo Francesco il chiamò la seconda volta: "O frate Leone, benché 'l frate minore illumini i ciechi, distenda gli attratti, cacci i demoni, renda l'udire a' sordi, l'andare a' zoppi, il parlare a' mutoli e (maggior cosa è) risusciti il morto di quattro dì, scrivi che non è in ciò perfetta letizia".

E andando un poco, santo Francesco grida forte: "O frate Leone, se 'l frate minore sapesse tutte le lingue e tutte le scienzie e tutte le scritture, sì ch'e sapesse profetare e rivelare non solamente le cose future, ma eziandio i segreti delle coscienzie e degli animi, scrivi che non è in ciò perfetta letizia".

Andando un poco più oltre, santo Francesco ancora chiamò forte: "O frate Leone, pecorella di Dio, benché 'l frate minore parli con lingua d'angeli e sappi i corsi delle stelle e le virtù dell'erbe e fossongli rivelati tutti i tesori della terra e cognoscesse le nature degli uccelli e de' pesci e di tutti gli animali e degli uomini e degli arbori e delle pietre e delle radici e dell'acque, scrivi che non ci è perfetta letizia".

E andando anche un pezzo, santo Francesco chiama forte: "O frate Leone, benché 'l frate minore sapesse sì bene predicare, che convertisse tutti gl'infedeli alla fede di Cristo, scrivi che non è ivi perfetta letizia".
E durando questo modo di parlare bene due

...E durando questo modo di parlare ben di due miglia, Frate Lione con grande ammirazione il domandò: «Padre, io ti prego dalla parte di Dio, che tu mi dica dov'è perfetta letizia».

E Santo Francesco sì gli rispose: «Quando noi saremo a Santa Maria degli Angeli, cosi bagnati per la piova e agghiacciati per lo freddo, e infangati di loto e afflitti di fame, e picchieremo alla porta; e il portinaio verrà adirato e dirà: "Chi siete voi?", e noi diremo: "Noi siamo due de' vostri Frati". E colui dirà: "Voi non dite vero: anzi siete due ribaldi che andate ingannando il mondo e rubando le limosine de' poveri; andate via"; e non ci aprirà, e faracci star di fuori alla neve e all'acqua, col freddo e con la fame insino alla notte; allora se noi tanta ingiura e tanta crudeltate sosterremo pazientemente senza turbarsene e senza mormorare di lui; e penseremo umilmente e caritativamente che quello portinaio veramente ci cognosca, e che Iddio il fa parlare contra a noi: o Frate Lione, iscrivi, che qui è perfetta letizia. E se noi perseveriamo picchiando, e egli uscirà fuori turbato, e come gaglioffi importuni ci caccerà con villanie e con gotate, dicendo: "Partitevi quinci, ladroncelli vilissimi, andate allo spedale, che qui non mangerete né albergherete". Se noi questo sosterremo con pazienza e con allegrezza e con amore: o Frate Lione, iscrivi, che qui è perfetta letizia. E se noi, pur costretti dalla fame e dal freddo, più picchieremo e chiameremo e pregheremo per l'amore di Dio con grande pianto, che ci apra e mettaci dentro; e quello più scandalizzato dirà: "Costoro son gaglioffi importuni, io gli pagherò bene come sono degni"; e uscirà fuori con un bastone nocchieruto e piglieracci per lo cappuccio e getteracci in terra e involgeracci nella neve, e batteracci nodo a nodo con quello bastone: se noi tutto questo sosterremo pazientemente e con allegrezza, pensando le pene di Cristo benedetto, le quali dobbiamo sostenere per suo amore: o Frate Lione, iscrivi, che qui è perfetta letizia. E però odi la conclusione: sopra tutte le grazie e doni dello Spirito Santo, le quali Cristo concede agli amici suoi, si è di vincere se medesimo e volentieri per amore di Cristo sostenere pene, ingiurie e disagi. Imperocché in tutti gli altri doni di Dio noi non ci possiamo gloriare, perché non sono nostri, ma di Dio; onde dice l'Apostolo: "Che hai tu, che tu non abbi da Dio?"... Ma nella croce della tribolazione ben ci possiamo gloriare, perocché questo è nostro; e perciò dice l'Apostolo: "Io non mi voglio gloriare, se non nella croce del Nostro Signor Gesù Cristo"

mercoledì 4 dicembre 2019

la speranza cristiana, il paradiso meta della nostra salvezza


PAPA FRANCESCO - La speranza è l'aria che respira il cristiano (29.10.19


PAPA FRANCESCO - La speranza è l'aria che respira il cristiano (29.10.19

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

La speranza è come buttare l’ancora all’altra riva. Ha usato quest’immagine Papa Francesco, alla messa di martedì 29 ottobre, a Casa Santa Marta, per esortare a vivere «in tensione» verso l’incontro con il Signore, altrimenti si finisce corrotti e la vita cristiana rischia di diventare una «dottrina filosofica».
La riflessione è partita dalla prima lettura della liturgia del giorno, tratta dalla lettera di san Paolo ai Romani (Rm 8, 18-25), nella quale l’apostolo «canta un inno alla speranza». Sicuramente «alcuni dei romani» sono andati a lamentarsi e Paolo esorta a guardare avanti. «Ritengo che le sofferenze del tempo presente non siano paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi» dice parlando anche della Creazione «protesa» verso la rivelazione. «Questa è la speranza: vivere protesi verso la rivelazione del Signore, verso l’incontro con il Signore» ha sottolineato quindi il Papa.
Ci possono essere sofferenze e problemi ma «questo è domani», mentre oggi «tu hai la caparra» di tale promessa che è lo Spirito Santo, il quale «ci aspetta» e «lavora» già da questo momento. La speranza è infatti «come buttare l’ancora all’altra riva» e attaccarsi alla corda. Ma «non solo noi», tutta la Creazione «nella speranza sarà liberata», entrerà nella gloria dei figli di Dio. E anche noi che possediamo le «primizie dello Spirito», la caparra, «gemiamo interiormente aspettando l’adozione».
«La speranza è questo vivere in tensione, sempre; sapere che non possiamo fare il nido qui: la vita del cristiano è “in tensione verso”», ha evidenziato il Papa. «Se un cristiano perde questa prospettiva — ha avvertito Francesco — la sua vita diventa statica e le cose che non si muovono, si corrompono. Pensiamo all’acqua: quando l’acqua è ferma, non corre, non si muove, si corrompe. Un cristiano che non è capace di essere proteso, di essere in tensione verso l’altra riva, gli manca qualcosa: finirà corrotto. Per lui, la vita cristiana sarà una dottrina filosofica, la vivrà così, lui dirà che è fede ma senza speranza non lo è».
Papa Francesco ha notato, poi, come sia «difficile capire la speranza». Se parliamo della fede, ci riferiamo alla «fede in Dio che ci ha creato, in Gesù che ci ha redento e recitare il Credo e sappiamo cose concrete della fede»; se parliamo della carità, riguarda il «fare del bene al prossimo, agli altri», tante opere di carità che si fanno all’altro. Ma la speranza è difficile comprenderla: «È la più umile delle virtù» che «soltanto i poveri possono avere».
«E noi vogliamo essere uomini e donne di speranza, dobbiamo essere poveri, poveri, non attaccati a niente. Poveri. E aperti verso l’altra riva» ha spiegato il Pontefice ricordando che «la speranza è umile, ed è una virtù che si lavora — diciamo così — tutti i giorni: tutti i giorni bisogna riprenderla, tutti i giorni bisogna prendere la corda e vedere che l’ancora sia fissa là e io la tengo in mano; tutti i giorni è necessario ricordare che abbiamo la caparra, che è lo Spirito che lavora in noi con piccole cose».
Per far capire come vivere la speranza, il Papa ha fatto poi riferimento all’insegnamento di Gesù nel brano del Vangelo del giorno (Luca 13, 18-21) quando paragona il regno di Dio al granello di senape gettato nel campo. «Aspettiamo che cresca», non andiamo tutti i giorni a vedere come va, perché altrimenti «non crescerà mai», ha evidenziato Francesco riferendosi alla «pazienza» perché, come dice Paolo, «la speranza ha bisogno di pazienza». È «la pazienza di sapere che noi seminiamo, ma è Dio a dare la crescita. La speranza è artigianale, piccola», ha proseguito il Pontefice, è «seminare un grano e lasciare che sia la terra a dare la crescita».
Per parlare della speranza, Gesù, nel brano del Vangelo commentato dal Papa, usa anche l’immagine del «lievito» che una donna prese e mescolò in tre misure di farina. Un lievito non tenuto in frigo ma «impastato nella vita», così come il granello viene sotterrato sotto terra. «Per questo, la speranza è una virtù che non si vede: lavora da sotto; ci fa andare a guardare da sotto. Non è facile vivere in speranza, ma io direi che dovrebbe essere l’aria che respira un cristiano, aria di speranza; al contrario, non potrà camminare, non potrà andare avanti perché non saprà dove andare» ha affermato Papa Francesco, che ha concluso rimarcando come «la speranza — questo sì, è certo — ci» dia «una sicurezza: la speranza non delude. Mai. Se tu speri, non sarai deluso. Bisogna aprirsi a quella promessa del Signore, protesi verso quella promessa, ma sapendo che c’è lo Spirito che lavora in noi. Che il Signore ci dia, a tutti noi, questa grazia di vivere in tensione, in tensione ma non per i nervi, i problemi, no: in tensione per lo Spirito Santo che ci getta verso l’altra riva e ci mantiene in speranza».