giovedì 5 settembre 2019

Lc 14,25-33


VENTITREESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


VENTITREESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Sap 9, 13-18; Sal 89; Fm 9b-10.12-17; Lc 14, 25-33

Scegliere Gesù, il suo Evangelo è compromettente. Si tratta di sconvolgere la propria vita. Come Paolo che, come ci dice la Lettera a Filemone, si è lasciato mettere in catene, ha rinunciato ad una vecchiaia libera ed agiata per una via diversa, una via compromessa con Colui che si è lasciato legare sulla croce … Filemone stesso è interpellato da Paolo a lasciarsi capovolgere per l’Evangelo: deve accogliere il suo schiavo fuggiasco (per il diritto romano lo avrebbe potuto far crocifiggere senza pietà) come fratello perché ormai Paolo l’ha generato alla fede. Filemone non deve crocifiggere lo schiavo fuggiasco ma l’uomo vecchio che è in lui …
            La duplice parabola che Gesù narra nel brano evangelico di questa domenica ci invita a fare dei calcoli: posso costruire la torre? posso affrontare un nemico potente in battaglia? Nei due esempi il calcoloè  su cosa si possiede, su cosa si ha per poter costruire la torre o affrontare un nemico in battaglia, in realtà però Gesù ci chiede di fare un altro calcolo: a cosa siamo disposti a rinunciare?
            Seguire Gesù è cosa seria, le vie di Dio non possono essere vie di compromessi perché, come scrive Paolo ( cfr Gal 6,7),Non ci si prede gioco di Dio. La sequela, il discepolato hanno delle precise esigenze che non sono eludibili. Per tre volte, nel passo odierno di Luca, Gesù dice un’espressione che può suonare dura: Non può essere mio discepolo. Gesù non si lascia sedurre dalle folle che lo seguono, non cerca di compiacerle o di blandirle addolcendo il suo messaggio, anzi pare voglia scoraggiare una sequela qualsiasi, magari sollecitata da facili entusiasmi.
            Ilpiccolo greggedi cui parlava al capitolo 12 deve essere nella verità e formato da gente consapevole, forse anche fragile, ma disposta a lottare(Lottate per passare per la porta strettacfr Lc 13,24).
            La verità di questa sequela per Gesù è subordinata a tre condizioni: bisogna dare a Lui un primato assoluto, bisogna prendere la propria croce e mettersi sui suoi passi, bisogna rinunziarea tutti i propri averi. Un testo questo che allora pone delle esigenze chiare, dure, in cui ogni via di addolcimento è tradimento … esigenze che hanno un solo scopo:essere discepoli di Gesù. Non c’è altra promessa esplicita: non la vita eterna, non la beatitudine, non la pace del cuore, non la libertà; certo, poi si sperimenta che il discepolato autentico porta anche tutte queste cose per la nostra concreta esistenza, ma Gesù qui non vuole dirlo, vuole che noi ci fidiamo di Lui, della sua via, dei suoi passi, delle sue scelte. Mettersi a seguire Gesù non è una scelta che può essere in parallelo ad altre scelte, ad altri primati, seguire Gesù, dirsi suoi discepoli, non può convivere né con la mediocrità, né con la sapienza umana che spesso si configura nel buon senso del mondo. 
Il testo del Libro della Sapienza,che è stato proclamato come prima lettura, ci pone dinanzi a quella Sapienza di Dio che sorpassa le nostre vie e dice: Chi ha conosciuto il tuo pensiero, se tu non gli hai concesso la sapienza e non gli hai inviato il tuo santo spirito dall’alto?Noi, allora, possiamo percorrere vie altre, vie di Dio, vie della sua sapienza perché in Gesù ci è stata donata la sapienza di Dio, Lui è la Sapienza che viene dall’alto; in Lui ci è stato pure donato lo Spirito di Dio. Guardando a Gesù, però, scopriamo che la sua sapienza è quella della croce e la sua via è quella della rinunciaa possedere perché grande è il rischio di farsi imprigionare dalle cose.
            Accogliere la Sapienza che è Cristo e sceglierlo dandogli un vero primatoper cui tra Lui e mio padre scelgo Lui, tra Lui e mia madre scelgo Lui, tra Lui e mia moglie e i miei figli scelgo Lui, tra Lui e i miei fratelli e sorelle scelgo Lui e, se farò così, poi ritroverò padre e madre e moglie e figli e fratelli e sorelle. Ricordiamo che Gesù vuole un primatoma un primatoche non cancella gli altri amori; un primatoche significa che in testa ai nostri amori ci deve essere l’amore per Lui che libera tutti gli altri amori dai lacci di morte, di possesso, di egoismo. Questo è essere discepolo.
            Accogliere la Sapienza che è Cristo è prendere la propria crocee seguirlo. E qui bisogna essere molto attenti a non banalizzare la croce, a non usarla per giustificare il male, a non mettere croci sulle spalle degli altri; la croceè cosa serissima. Scrive Enzo Bianchi: La croce non è metafora delle semplici avversità quotidiane ma è memoria dello “strumento della propria esecuzione” per mettere a morte l’uomo vecchio. Prendere la croceè essere disposti a crocifiggere l’uomo vecchio, è fidarsi delle vie altredi Gesù in un amore fino all’estremoche è costoso, come fu costoso per Gesù. Prendere la croce è fidarsi più di Dio che di noi stessi … e questo è duro, è costoso, è contraddicente …
            Chi espone la crocesul proprio petto o sui muri delle sue stanze è uno disposto a questo perché non si può fare della crocesolo l’emblema cristiano (magari controgli altri!) o un monile ornamentale o, peggio ancora, uno strumento di potere! E’ tradire Cristo, è prendersi gioco di Dio, della serietà del suo amore fino all’estremo. Essere discepoli è prendere sul serio la crocedi Cristo!
            Accogliere la Sapienza che è Cristo è rinunziare all’ avereper non ricevere identità da ciò che si possiede ma solo dalla propria autentica umanità. Cristo ci umanizzaperché Egli è il Figlio eterno che ha scelto l’uomo e dunque  i suoi discepoli non possono essere che uomini dinanzi ad altri uomini; non ricchi di fronte a ricchi, non poveri di fronte a poveri, non ricchi di fronte a poveri … ma uomini di fronte, accanto ad altri uomini!

            Possiamo bere questo calice? (cfr Mt 20,22)
            Siamo disposti a questa Sapienza che il mondo non può comprendere?
            Sediamoci e facciamo i nostri calcoli, facciamo le nostre scelte; fuori da ogni via di mediocrità!


                  P.Fabrizio Cristarella Orestano

martedì 3 settembre 2019

San Pietro Apostolo


SOLENNITÀ DEL SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO - OMELIA PAPA FRANCESCO


SANTA MESSA E PROCESSIONE EUCARISTICA NELLA SOLENNITÀ DEL SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO

SANTA MESSA

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Parrocchia di S. Maria Consolatrice a Casalbertone (Roma)
Domenica, 23 giugno 2019 

La Parola di Dio ci aiuta oggi a riscoprire due verbi semplici, due verbi essenziali per la vita di ogni giorno: dire e dare.
Dire. Melchisedek, nella prima Lettura, dice: «Sia benedetto Abram dal Dio altissimo, e benedetto sia il Dio altissimo» (Gen 14,19-20). Il dire di Melchisedek è benedire. Benedice Abramo, nel quale saranno benedette tutte le famiglie della terra (cfr Gen 12,3; Gal 3,8). Tutto parte dalla benedizione: le parole di bene generano una storia di bene. Lo stesso accade nel Vangelo: prima di moltiplicare i pani, Gesù li benedice: «prese i cinque pani, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli» (Lc 9,16). La benedizione fa di cinque pani il cibo per una moltitudine: fa sgorgare una cascata di bene.
Perché benedire fa bene? Perché è trasformare la parola in dono. Quando si benedice, non si fa qualcosa per sé, ma per gli altri. Benedire non è dire belle parole, non è usare parole di circostanza: no; è dire bene, dire con amore. Così ha fatto Melchisedek, dicendo spontaneamente bene di Abramo, senza che questi avesse detto o fatto qualcosa per lui. Così ha fatto Gesù, mostrando il significato della benedizione con la distribuzione gratuita dei pani. Quante volte anche noi siamo stati benedetti, in chiesa o nelle nostre case, quante volte abbiamo ricevuto parole che ci hanno fatto bene, o un segno di croce sulla fronte… Siamo diventati benedetti il giorno del Battesimo, e alla fine di ogni Messa veniamo benedetti. L’Eucaristia è una scuola di benedizione. Dio dice bene di noi, suoi figli amati, e così ci incoraggia ad andare avanti. E noi benediciamo Dio nelle nostre assemblee (cfr Sal 68,27), ritrovando il gusto della lode, che libera e guarisce il cuore. Veniamo a Messa con la certezza di essere benedetti dal Signore, e usciamo per benedire a nostra volta, per essere canali di bene nel mondo.
Anche per noi: è importante che noi Pastori ci ricordiamo di benedire il popolo di Dio. Cari sacerdoti, non abbiate paura di benedire, benedire il popolo di Dio; cari sacerdoti, andate avanti con la benedizione: il Signore desidera dire bene del suo popolo, è contento di far sentire il suo affetto per noi. E solo da benedetti possiamo benedire gli altri con la stessa unzione d’amore. È triste invece vedere con quanta facilità oggi si fa il contrario: si maledice, si disprezza, si insulta. Presi da troppa frenesia, non ci si contiene e si sfoga rabbia su tutto e tutti. Spesso purtroppo chi grida di più e più forte, chi è più arrabbiato sembra avere ragione e raccogliere consenso. Non lasciamoci contagiare dall’arroganza, non lasciamoci invadere dall’amarezza, noi che mangiamo il Pane che porta in sé ogni dolcezza. Il popolo di Dio ama la lode, non vive di lamentele; è fatto per le benedizioni, non per le lamentazioni. Davanti all’Eucaristia, a Gesù fattosi Pane, a questo Pane umile che racchiude il tutto della Chiesa, impariamo a benedire ciò che abbiamo, a lodare Dio, a benedire e a non maledire il nostro passato, a donare parole buone agli altri.
Il secondo verbo è dare. Al “dire” segue il “dare”, come per Abramo che, benedetto da Melchisedek, «diede a lui la decima di tutto» (Gen 14,20). Come per Gesù che, dopo aver recitato la benedizione, dava il pane perché fosse distribuito, svelandone così il significato più bello: il pane non è solo prodotto di consumo, è mezzo di condivisione. Infatti, sorprendentemente, nel racconto della moltiplicazione dei pani non si parla mai di moltiplicare. Al contrario, i verbi utilizzati sono “spezzare, dare, distribuire” (cfr Lc 9,16). Insomma, non si sottolinea la moltiplicazione, ma la con-divisione. È importante: Gesù non fa una magia, non trasforma i cinque pani in cinquemila per poi dire: “Adesso distribuiteli”. No. Gesù prega, benedice quei cinque pani e comincia a spezzarli, fidandosi del Padre. E quei cinque pani non finiscono più. Questa non è magia, è fiducia in Dio e nella sua provvidenza.
Nel mondo sempre si cerca di aumentare i guadagni, di far lievitare i fatturati… Sì, ma qual è il fine? È il dare o l’avere? Il condividere o l’accumulare? L’“economia” del Vangelo moltiplica condividendo, nutre distribuendo, non soddisfa la voracità di pochi, ma dà vita al mondo (cfr Gv 6,33). Non avere, ma dare è il verbo di Gesù.
È perentoria la richiesta che Lui fa ai discepoli: «Voi stessi date loro da mangiare» (Lc 9,13). Proviamo a immaginare i ragionamenti che avranno fatto i discepoli: “Non abbiamo pane per noi e dobbiamo pensare agli altri. Perché dobbiamo dare loro da mangiare, se loro sono venuti ad ascoltare il nostro Maestro? Se non hanno portato da mangiare, tornino a casa, è un problema loro, oppure ci diano dei soldi e compreremo”. Non sono ragionamenti sbagliati, ma non sono quelli di Gesù, che non sente ragioni: voi stessi date loro da mangiare. Ciò che abbiamo porta frutto se lo diamo – ecco cosa vuole dire Gesù –; e non importa che sia poco o tanto. Il Signore fa grandi cose con la nostra pochezza, come con i cinque pani. Egli non compie prodigi con azioni spettacolari, non ha la bacchetta magica, ma agisce con cose umili. Quella di Dio è un’onnipotenza umile, fatta solo di amore. E l’amore fa grandi cose con le piccole cose. L’Eucaristia ce lo insegna: lì c’è Dio racchiuso in un pezzetto di pane. Semplice, essenziale, Pane spezzato e condiviso, l’Eucaristia che riceviamo ci trasmette la mentalità di Dio. E ci porta a dare noi stessi agli altri l’antidoto contro il “mi spiace, ma non mi riguarda”, contro il “non ho tempo, non posso, non è affare mio”. Contro il guardare dall’altra parte.
Nella nostra città affamata di amore e di cura, che soffre di degrado e abbandono, davanti a tanti anziani soli, a famiglie in difficoltà, a giovani che stentano a guadagnarsi il pane e ad alimentare i sogni, il Signore ti dice: “Tu stesso da’ loro da mangiare”. E tu puoi rispondere: “Ho poco, non sono capace per queste cose”. Non è vero, il tuo poco è tanto agli occhi di Gesù se non lo tieni per te, se lo metti in gioco. Anche tu, mettiti in gioco. E non sei solo: hai l’Eucaristia, il Pane del cammino, il Pane di Gesù. Anche stasera saremo nutriti dal suo Corpo donato. Se lo accogliamo col cuore, questo Pane sprigionerà in noi la forza dell’amore: ci sentiremo benedetti e amati, e vorremo benedire e amare, a cominciare da qui, dalla nostra città, dalle strade che stasera percorreremo. Il Signore viene sulle nostre strade per dire-bene, dire bene di noi e per darci coraggio, dare coraggio a noi. Chiede anche a noi di essere benedizione e dono. 

venerdì 16 agosto 2019

Lc 12,49-53


VENTESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


VENTESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO 

 Is 66, 18-21; Sal 116; Eb 12, 5-7.11-13; Lc 13, 22-30  

Molte volte il problema più grande che bisogna affrontare è scegliere la “porta” giusta, è scegliere per dove passare per trovare la vita, il senso della vita, la salvezza.
Nell’evangelo che oggi si ascolta pongono a Gesù ancora una domanda che a Lui interessa davvero poco … gli chiedono valutazioni numeriche: Sono pochi quelli che si salvano? Come al solito vogliono portare Gesù all’interno di una polemica francamente sterile e pericolosa: quanti si salvano? Negli ambienti rabbinici giravano espressioni come questa: “Dio ha creato questo mondo per amore di molti e quello futuro per amore di pochi”… è davvero un calcolo sterile: pochi o molti? Sterile perché diventa una discussione accademica, casistica, “religiosa”, una discussione che non porta da nessuna parte; ma è anche pericolosa perché chi si fa domande come questa, circa il numero, alla fin fine è sempre certo di stare nel numero dei pochi privilegiati, buoni, giusti che si salvano.
Queste cose davvero Gesù non le tollera … ed ecco che si impegna per portare questo discorso sterile e pericoloso su un altro campo … il problema per salvarsi è scegliere la porta giusta: attraverso cosa devo passare per accedere al Regno? Molti si affollano presso le porte larghe delle facili e rassicuranti osservanze: passeranno per quelle porte facili, ma si troveranno in un mondo “religioso” che non può offrire né vita, né verità.
Bisogna invece saper scegliere la porta giusta che è proprio quella stretta, e che potrebbe essere chiusa prima di quanto si immagini. E’ un’immagine potente questa della porta stretta, ed è anche un’immagine che evoca ancora una volta urgenza: non si può perdere tempo! E’ necessario far passare la propria vita per questa porta scomoda; l’immagine della porta che si chiude non vuole essere una minaccia, ma è un richiamo all’urgenza: la nostra vita è “breve” ed è “una”; non può essere sprecata al di qua della porta del Regno, occorre affrettarsi. Gesù dice: sforzatevi di entrare per quella porta; il verbo greco “agonízomai” significa “lottare”! Sì, bisogna lottare contro la tentazione di scegliere le porte larghe, comode, rassicuranti, che non costano … e non solo. Si deve anche far presto! Infatti è iniquo e stolto perdere tempo perché perdere tempo e perdere vita … la nostra vita, pesiamoci bene, è solo tempo!
E’ urgente passare e passare per quella porta perché solo oltre quella porta si trova il pascolo della vita; solo oltre quella porta si trova Colui che è già passato per quella porta stretta, solo oltre quella porta si trova Gesù.
L’evangelo di questa domenica si chiude con un detto celeberrimo di Gesù, un detto che troviamo più volte negli evangeli: Ci sono alcuni tra gli ultimi che saranno primi e alcuni tra i primi che saranno ultimi. Se leggiamo questo detto non moralisticamente, ma con lo sguardo fisso su Gesù, ci accorgiamo che Lui è passato per la porta stretta perché semplicemente si è fatto ultimo, ha avuto il coraggio, come scrive Paolo nell’inno della sua Lettera ai cristiani di Filippi (cfr Fil 2,5-11), di non ritenere un tesoro da preservare con avarizia il suo essere Dio, ma si è fatto ultimo e questo “fino alla morte e alla morte di croce”: così è passato per la porta stretta, che l’ha condotto ad avere un nome che è salvezza per tutti gli uomini!
E’ la porta stretta che ci conduce al Regno, è la porta stretta che ci conduce a respirare nello spazio di Dio; nessun’altra appartenenza esteriore può essere un’assicurazione in tal senso! Insomma, non basta essere figli di Abramo, bisogna avere la fede di Abramo! Non è questione di sangue, di appartenenze previe, è questione di fede!
La pagina di Luca che oggi ascoltiamo è certo una polemica con quei Giudei che non avevano accolto Gesù, ma vuole essere sferzante anche per noi, sferzante per le nostre sicurezze di cristiani troppo spesso tentati di “giustizia”, e tentati di credere di stare dalla parte dei salvati e di starci spesso anche contro gli altri.
Nessuna presunzione che crei quietismi e rassicurazioni! E’ necessaria, invece, quella santa inquietudine che ci metta in moto, che ci metta in lotta per passare per quella stessa porta che Cristo Gesù ha già attraversato. La grande riflessione del Quarto Evangelo arriverà a far dire a Gesù: “Io sono la porta!” (cfr Gv 10, 9). E’ vero! La porta stretta non è solo la via di Gesù, ma è la via che è Gesù! Solo se si passa attraverso di Lui, fidandosi di Lui, si permette alla propria vita di entrare in quei pascoli di senso e di bellezza a cui aneliamo.

Sottrarre giorni a quei pascoli – ripetiamocelo – è iniquo e stolto!
E’ necessario scegliere oggi la porta giusta! 

 P.Fabrizio Cristarella Orestano

venerdì 12 luglio 2019

Il Buon Samaritano


QUINDICESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


QUINDICESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Dt 30,10-14; Sal 18; Col 1,15-20; Lc 10, 25-37

La grande attenzione che oggi si deve fare dinanzi a questa pagina dell’evangelista Luca che è al cuore di questa domenica è quella di non ridurla a parola moralistica che dà buoni consigli religiosi e pii invitando a comportamenti solo etici … questa pagina infatti non è questo e se indica una via morale non è cero questo il suo primo scopo.
Il dottore della Legge che chiede a Gesù che cosa deve fare per avere la vita eterna si sente ricondotto da Gesù stesso verso il campo della Santa Scrittura di cui dovrebbe essere esperto; la risposta che dà a Gesù, pure esatta ed unificante (Luca pone sulle labbra di questo personaggio l’unificazione tra amore per Dio ed amore per il prossimo), attende ancora un compimento, un compimento che consiste nell’andare oltre quel “come se stessi”. Gesù conduce pian piano questo dottore della Legge verso questo compimento e lo fa sottolineando quella parola d’amore che Dio ha pronunciato sul suo popolo, una parola, che come oggi ascoltiamo dal passo del Deuteronomio, è stata posta sulle labbra e nel cuore del popolo perche sia fatta, sia fatta diventare vita. La parola dell’amore vuole concretezza e il dottore della Legge lo comprende; ecco, infatti, che il suo domandare, nato insidioso e malizioso (un dottore della Legge si alzò per tentare Gesù, cosi scrive Luca), pare che qui si trasformi in domanda sincera; la risposta a questa domanda è la celebre parabola del Buon Samaritano.
Il dottore chiede a Gesù, in fondo, dove, a chi, donare quell’amore preziosissimo che il cuore della Legge e Gesù, che rifugge dai mille casi e pure dalle rispostine pie e preconfezionate, risponde con il racconto di una storia, una storia precisa ma ampia, tanto ampia da avere il sapore della storia dell’umanità, da avere il sapore della storia della sua stessa vicenda di uomo tra gli uomini. Alcuni Padri, infatti, amano chiamare questa parabola non del Buon Samaritano ma Parabola del Figlio intendendo che in questo racconto è adombrata la vicenda del Figlio di Dio che si accosta compassionevole alle nostre piaghe. Così i Padri ne fecero una straordinaria allegoria per cui ogni elemento della narrazione divenne, nella loro lettura, un simbolo della vicenda della nostra salvezza, fino a parlare della locanda-Chiesa per arrivare ai due denari interpretati in svariati modi …
Senza entrare in questi particolari, quello che mi pare vada custodito è che certamente Gesù sta rispondendo alla domanda del dottore (Chi è il mio prossimo?) con una storia che non fa altro che raccontare il suo modo di agire con l’uomo. Infatti non è un caso che in questa parabola tutti i personaggi abbiano una specificazione che dà loro un nome: i briganti, un sacerdote, un levita, un samaritano, l’albergatore … tutti tranne uno: colui che non fa nulla tranne che lasciarsi amare e servire dal samaritano dopo essere stato vittima di briganti, lui è semplicemente un uomo. Di fronte all’uomo ci si può porre con rapina, con violenza, con indifferenza, col passare oltre oppure con compassione. Un samaritano passandogli accanto lo vide e ne ebbe compassione (in greco esplanchnìste dal verbo splanchìizo) dice Luca, usando un verbo che negli Evangeli è usato per dirci della commozione profonda di Gesù (cfr Mc 6,34; Lc 7,13); è il verbo della commozione della donna-madre dinanzi al dolore del proprio figlio, dinanzi al pianto del proprio figlio … è commozione viscerale, è dolore che parte dall’ “utero” dove quel figlio si è formato. Il verbo greco che Luca usa è lo stesso che traduce, nell’Antica Alleanza, il verbo ebraico che i profeti usano per dire che il Signore si commuove per il suo popolo (cfr Os 11,8). Questo verbo dunque tradisce l’identità del samaritano: adombra Gesù stesso, Gesù che si è accostato all’uomo ferito, abbandonato a se stesso, preda della violenza e della morte.
Capiamo così che la parabola è rivelativa; è necessario dunque leggerla non sul piano morale che resta sullo sfondo come conseguenza di quell’evento d’amore che è il Figlio di Dio venuto a cercarci sulle nostre strade di deserto e di morte.
La parabola ci invita a cambiare le prospettive delle nostre domande a Dio, domande sempre sul piano moraleggiante, sempre con lo scopo di farci rassicurare sulle cose da fare.
Chi è il mio prossimo?, aveva chiesto il dottore intendendo chiedere Chi devo amare?; la risposta di Gesù è una risposta assolutamente capovolgente: Il tuo prossimo è chi ha compassione di te! E’ una risposta sconvolgente: non bisogna cercare tanto a favore di chi agire e a chi dispensare la propria generosità, quanto è necessario farsi trovare da Colui che ha compassione di noi. Se non ci lasciamo trovare da Gesù, che è venuto a cercarci nella nostra povertà ferita e malata di morte, non potremo essere capaci di misericordia vera. Se non ci lasciamo afferrare da Lui che vuole farsi carico di noi, la nostra sarà sempre una parodia di misericordia, una parodia di amore per il prossimo. Una parodia perché il grande rischio è che i nostri siano gesti ed atti egoistici paludati da amore, gesti protesi a volersi sentire buoni e giusti. Questo non accade invece quando mi lascio trovare da Gesù, quando gli so mostrare le mie ferite, le mie solitudini senza speranza, le mie impotenze … allora dovrò abbandonare ogni autosufficienza, ogni pretesa di attività e dovrò lasciarmi vedere, amare, curare, caricare, affidare da Gesù. Riconoscendo in primo luogo che Gesù si è fatto a me prossimo fisserò lo sguardo su di Lui e sulla sua gratuità ad ogni costo … allora capirò che amare il prossimo come me stesso chiede un oltre, chiede un compimento: contemplando Colui che si è fatto buon samaritano per me capirò che l’amore parte dall’amare il prossimo come me stesso ma deve compiersi in un amare il prossimo più di me stesso, in un amore fino all’estremo.
Un amore così solo Gesù ce lo può dire e donare.
Il racconto allora è chiaramente rivelativo perché ci conduce alla contemplazione di Gesù, il Figlio di Dio nella nostra carne in cui, come dice l’autore della Lettera ai cristiani di Colosse di cui oggi leggiamo un tratto del primo capitolo, abita ogni pienezza e che ha riconciliato il mondo con il sangue della sua croce; ha amato con il suo sangue, nel suo sangue.
La via della vita eterna di cui il dottore della Legge chiede all’inizio del suo incontro con Gesù, passa per l’amore di Gesù; è il lasciarsi amare nella verità per camminare, pur se con fatica, verso un amore nella verità, un amore che non abbia paura di amare il prossimo più di se stesso. Questa è la via di Gesù.

P. Fabrizio Cristarella Orestano

venerdì 28 giugno 2019

"ti seguirò ovunque tu vada"


TREDICESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


TREDICESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

 1Re 19,16b. 19-21; Sal 15; Gal 5,1. 13-18; Lc  9, 51-62

L’Evangelo di questa domenica è il racconto dell’inizio del grande viaggio di Gesù verso Gerusalemme, verso la passione, verso il compimento (stavano per compiersi i giorni in cui sarebbe stato tolto dal mondo) un viaggio che Gesù affronta con un “sì” netto ad una strada della quale comprende solo una cosa: deve fidarsi del Padre pur tra il rifiuto degli uomini e tra i dolori. Luca scrive alla lettera che Gesù indurì il suo volto verso Gerusalemme; questo indurimento è il contrario dell’indurimento del cuore, è un essere fermo e stabile nel volere la volontà del Padre.
            In questo cammino Gesù sarà sempre più solo; nell’Evangelo di Luca Gesù dodicenne aveva detto che doveva essere nelle cose del Padre suo, ed ecco che ora sta andandoci definitivamente: sul Calvario starà tra le cose del Padre suo, ci starà sulla croce ma mettendosi nelle sue mani (Padre, nelle tue mani consegno l’anima mia cfr Lc 23,46).
            Qui, al capitolo nove, inizia questo cammino verso quelle mani, mani che non vedrà ma che Gesù saprà, nella fede, essere reali più di ogni realtà.
            Nel suo cammino di Messia impotente delle potenze mondane, Gesù conoscerà rifiuto ed incomprensione; da subito i samaritani lo rifiutano e proprio perché sta andando verso Gerusalemme; è qui ci pare che Luca usi una sottigliezza con un testo a doppio livello: per i samaritani Gerusalemme è la città nemica luogo del culto rivale (primo livello), ma Gerusalemme sarà anche il luogo della croce ed un Messia crocefisso è oltre ogni possibilità di accettazione (secondo livello)! Non sono però solo i samaritani a rifiutarlo, anche i suoi mostrano tutta la distanza da quelle logiche del Regno che Gesù aveva annunziato per tutto quel lungo tempo con loro; Giacomo e Giovanni, infatti, ancora qui sognano un Messia che usi le potenze del cielo per rendere schiavi gli uomini (vuoi che diciamo che un fuoco scenda dal cielo e li distrugga?)…anche i suoi non capiscono che il Messia incamminato nel suo esodo (cfr Lc 9, 31) ha scelto l’impotenza della croce ed è solo su quella strada che lo si può seguire per davvero.
            La sequela del Messia Gesù non può sopportare dei “ma”; se Elia (nella prima lettura tratta dal Primo libro dei Re) può tollerare un piccolo rinvio della sequela da parte di Eliseo, Gesù non tollera né “se”, né “ma”. Non basta essere affascinati da Gesù e non basta il generico volerlo seguire, è necessario sapere che Colui che si segue ci porta su una via davvero altra rispetto ad ogni attesa mondana; la sua è certo una via di libertà autentica, come scrive Paolo nella Lettera ai cristiani della Galazia nel passo che oggi si proclama, una libertà con uno straordinario sapore di verità ma che ha anche un prezzo.
            I tre uomini che compaiono nel testo evangelico di oggi sono lì a dirci di questa vera sequela che ha delle esigenze con le quali non si può giocare.
Il primo è pieno di entusiasmo e dice parole impegnative che paiono compromettenti; per Gesù però non bastano; non lo si segue presi solo da un entusiasmo di un momento, si deve sapere che quella di Gesù è davvero una via altra; segno di questa alterità è un’affermazione di Gesù: Il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo, espressione tipicamente semitica non per dire che Gesù è povero (quanta retorica si è fatta su questo punto!) ma per dire che Gesù ha scelto il celibato, non ha una moglie. La scelta celibataria di Gesù è segno di una via davvero altra, scelta perlomeno insolita per un ebreo se non addirittura considerata empia.
Il secondo riceve addirittura da Gesù stesso la parola di chiamata: Seguimi! Quest’uomo però ha un problema grave, pone davanti a Gesù ed alle esigenze della sequela un “prima”: Lascia prima che vada a seppellire mio padre. Il “no” di Gesù è carico di forza drammatica: porre un “prima” (un qualsiasi “prima”) è diventare un morto tra i morti; quello che conta è andare ed annunciare il Reno con una vita donata.
Il terzo promette di seguire Gesù ma pure lui ha dei “ma”; sono “ma” malati di nostalgie e rimpianti, sono “ma” che spingono a voltarsi indietro ed invece Gesù è Colui che ha reso duro il suo volto verso una meta che gli sta davanti; volgersi indietro è imboccare un altro cammino, non quello di Gesù; dietro c’è la sicurezza di ieri, c’è la calda certezza dell’oggi, davanti invece c’è un futuro incerto di una vita tutta consegnata all’amore. E’ questa la via di Gesù!
La domanda che ancora questa domenica ci interpella è allora: “Ti basta davvero lo stare con Gesù in una via tanto “altra” che non tollera né mondanità, né rimandi, né rimpianti?” Insomma, siamo disposti, come scrive Paolo, a lasciarci guidare dallo spirito per non essere più schiavi dei desideri e dei punti di vista mondani?
La via di Gesù è via di libertà, una libertà “costosa” in cui ogni compromesso porta inquinamento e catene.
            Seguire Gesù è indurire come Lui, con Lui, il nostro volto con un “sì” sempre più libero e gioioso alle vie del Padre. 

             P.Fabrizio Cristarella Orestano

giovedì 27 giugno 2019

SS. Pietro e Paolo


SOLENNITÀ DEI SANTI APOSTOLI PIETRO E PAOLO - PAPA FRANCESCO (2014)


CAPPELLA PAPALE 

NELLA SOLENNITÀ DEI SANTI APOSTOLI PIETRO E PAOLO

SANTA MESSA E IMPOSIZIONE DEL PALLIO AI NUOVI METROPOLITI

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO (2014)

Basilica Vaticana 
Domenica, 29 giugno 2014 

Nella solennità dei santi Apostoli Pietro e Paolo, patroni principali di Roma, accogliamo con gioia e riconoscenza la Delegazione inviata dal Patriarca Ecumenico, il venerato e amato fratello Bartolomeo, guidata dal Metropolita Ioannis. Preghiamo il Signore perché anche questa visita possa rafforzare i nostri fraterni legami nel cammino verso la piena comunione tra le due Chiese sorelle, da noi tanto desiderata.
«Il Signore ha mandato il suo angelo e mi ha strappato dalla mano di Erode» (At 12,11). Agli inizi del servizio di Pietro nella comunità cristiana di Gerusalemme, c’era ancora grande timore a causa delle persecuzioni di Erode contro alcuni membri della Chiesa. C’era stata l’uccisione di Giacomo, e ora la prigionia dello stesso Pietro per far piacere al popolo. Mentre egli era tenuto in carcere e incatenato, sente la voce dell’Angelo che gli dice: «Alzati in fretta! ... Mettiti la cintura e legati i sandali ... Metti il mantello e seguimi!» (At 12,7-8). Le catene cadono e la porta della prigione si apre da sola. Pietro si accorge che il Signore lo «ha strappato dalla mano di Erode»; si rende conto che Dio lo ha liberato dalla paura e dalle catene. Sì, il Signore ci libera da ogni paura e da ogni catena, affinché possiamo essere veramente liberi. L’odierna celebrazione liturgica esprime bene questa realtà, con le parole del ritornello al Salmo responsoriale: «Il Signore mi ha liberato da ogni paura».
Ecco il problema, per noi, della paura e dei rifugi pastorali. Noi – mi domando –, cari fratelli Vescovi, abbiamo paura? Di che cosa abbiamo paura? E se ne abbiamo, quali rifugi cerchiamo, nella nostra vita pastorale, per essere al sicuro? Cerchiamo forse l’appoggio di quelli che hanno potere in questo mondo? O ci lasciamo ingannare dall’orgoglio che cerca gratificazioni e riconoscimenti, e lì ci sembra di stare sicuri? Cari fratelli vescovi, dove poniamo la nostra sicurezza?
La testimonianza dell’Apostolo Pietro ci ricorda che il nostro vero rifugio è la fiducia in Dio: essa allontana ogni paura e ci rende liberi da ogni schiavitù e da ogni tentazione mondana. Oggi, il Vescovo di Roma e gli altri Vescovi, specialmente i Metropoliti che hanno ricevuto il Pallio, ci sentiamo interpellati dall’esempio di san Pietro a verificare la nostra fiducia nel Signore.
Pietro ritrovò la fiducia quando Gesù per tre volte gli disse: «Pasci le mie pecore» (Gv 21,15.16.17). E nello stesso tempo lui, Simone, confessò per tre volte il suo amore per Gesù, riparando così al triplice rinnegamento avvenuto durante la passione. Pietro sente ancora bruciare dentro di sé la ferita di quella delusione data al suo Signore nella notte del tradimento. Ora che Lui gli chiede: «Mi vuoi bene?», Pietro non si affida a sé stesso e alle proprie forze, ma a Gesù e alla sua misericordia: «Signore tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene» (Gv 21,17). E qui sparisce la paura, l’insicurezza, la pusillanimità.
Pietro ha sperimentato che la fedeltà di Dio è più grande delle nostre infedeltà e più forte dei nostri rinnegamenti. Si rende conto che la fedeltà del Signore allontana le nostre paure e supera ogni umana immaginazione. Anche a noi, oggi, Gesù rivolge la domanda: «Mi ami tu?». Lo fa proprio perché conosce le nostre paure e le nostre fatiche. Pietro ci mostra la strada: fidarsi di Lui, che “conosce tutto” di noi, confidando non sulla nostra capacità di essergli fedeli, quanto sulla sua incrollabile fedeltà. Gesù non ci abbandona mai, perché non può rinnegare se stesso (cfr 2 Tm 2,13). E’ fedele. La fedeltà che Dio incessantemente conferma anche a noi Pastori, al di là dei nostri meriti, è la fonte della nostra fiducia e della nostra pace. La fedeltà del Signore nei nostri confronti tiene sempre acceso in noi il desiderio di servirlo e di servire i fratelli nella carità.
L’amore di Gesù deve bastare a Pietro. Egli non deve cedere alla tentazione della curiosità, dell’invidia, come quando, vedendo Giovanni lì vicino, chiede a Gesù: «Signore, che cosa sarà di lui?» (Gv 21,21). Ma Gesù, di fronte a queste tentazioni, risponde: «A te che importa? Tu seguimi» (Gv 21,22). Questa esperienza di Pietro costituisce un messaggio importante anche per noi, cari fratelli Arcivescovi. Il Signore oggi ripete a me, a voi, e a tutti i Pastori: Seguimi! Non perdere tempo in domande o in chiacchiere inutili; non soffermarti sulle cose secondarie, ma guarda all’essenziale e seguimi. Seguimi nonostante le difficoltà. Seguimi nella predicazione del Vangelo. Seguimi nella testimonianza di una vita corrispondente al dono di grazia del Battesimo e dell’Ordinazione. Seguimi nel parlare di me a coloro con i quali vivi, giorno dopo giorno, nella fatica del lavoro, del dialogo e dell’amicizia. Seguimi nell’annuncio del Vangelo a tutti, specialmente agli ultimi, perché a nessuno manchi la Parola di vita, che libera da ogni paura e dona la fiducia nella fedeltà di Dio. Tu seguimi!


martedì 25 giugno 2019

Sacro Cuore di Gesù


GIOVANNI PAOLO II - ANGELUS - Sacro Cuore di Gesù (28.6)


GIOVANNI PAOLO II - ANGELUS - Sacro Cuore di Gesù (28.6)

Castel Gandolfo - Domenica, 17 settembre 1989 

Carissimi fratelli e sorelle!
1. In quest’ora dell’Angelus, fermiamoci per qualche istante a riflettere su quell’invocazione delle litanie del Sacro Cuore che dice: “Cuore di Gesù, salvezza di coloro che sperano in te, abbi pietà di noi”.
Nella Sacra Scrittura ricorre costantemente l’affermazione che il Signore è “un Dio che salva” (cf. Es 15, 2; Sal 51, 16; 79, 9; Is 46, 13) e che la salvezza è un dono gratuito del suo amore e della sua misericordia. L’apostolo Paolo, in un testo di alto valore dottrinale, afferma incisivamente: Dio “vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità” (1 Tm 2, 4; 4, 10).
Questa volontà salvifica, che si è manifestata in tanti mirabili interventi di Dio nella storia, ha raggiunto il suo culmine in Gesù di Nazaret, Verbo incarnato, Figlio di Dio e Figlio di Maria. In lui, infatti, si è compiuta pienamente la parola rivolta dal Signore al suo “Servo”: “Io ti renderò luce nelle nazioni / perché porti la mia salvezza / fino all’estremità della terra” (Is 49, 6; cf. Lc 2, 32).
2. Gesù è l’epifania dell’amore salvifico del Padre (cf. Tt 2, 11; 3, 4). Quando Simeone prese tra le braccia il bambino Gesù, esclamò: “I miei occhi hanno visto la tua salvezza” (Lc 2, 30).
In Gesù, infatti, tutto è in funzione della sua missione di salvatore: il nome che porta (“Gesù” significa “Dio salva”), le parole che pronunzia, le azioni che compie, i sacramenti che istituisce.
Gesù è pienamente cosciente della missione che il Padre gli ha affidato: “Il Figlio dell’uomo è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto” (Lc 19, 10). Dal suo Cuore, cioè dal nucleo più intimo del suo essere, sgorga quell’impegno per la salvezza dell’uomo che lo spinge a salire, come mite agnello, il monte Calvario, a stendere le braccia sulla croce e a “dare la propria vita in riscatto per molti” (Mc 10, 45).
3. Nel Cuore di Cristo noi possiamo, dunque, riporre la nostra speranza. Quel Cuore - dice l’invocazione - è salvezza “per coloro che sperano in lui”. Il Signore stesso che, la vigilia della sua Passione, chiese agli apostoli di avere fiducia in lui - “Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fiducia in Dio e abbiate fiducia anche in me” (Gv 14, 1) - oggi chiede a noi di confidare pienamente in lui: ce lo chiede perché ci ama, perché, per la nostra salvezza, ha avuto il Cuore trafitto, le mani e i piedi forati. Chiunque confida in Cristo e crede nella potenza del suo amore, rinnova in sé l’esperienza di Maria di Magdala, quale ce la presenta la liturgia pasquale: “Cristo, mia speranza. è risorto!” (Sequentia “in Dom. Paschae”).
Rifugiamoci, dunque, nel Cuore di Cristo! Egli ci offre una Parola che non passa (cf. Mt 24, 25), un amore che non viene meno, un’amicizia che non s’incrina, una presenza che non cessa (cf. Mt 28, 20).
La beata Vergine, “che accolse nel suo cuore immacolato il Verbo di Dio e meritò di concepirlo nel suo grembo verginale” (cf. Praefatio in Missa vot. B.V.M. Matris Ecclesiae), ci insegni a riporre nel Cuore del suo Figlio la nostra totale speranza, nella certezza che questa non sarà delusa.

venerdì 21 giugno 2019

Ultima Cena


SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO (ANNO C) (23/06/2019)


SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO (ANNO C) (23/06/2019)

Dodici ceste
don Luciano Cantini  

Congeda la folla
Al termine di una giornata faticosa, visto il luogo desertico e senza risorse, i dodici si preoccupano della situazione che si era venuta a creare e si rivolgono a Gesù: «Congeda la folla».
Se da una parte i discepoli manifestano una giusta preoccupazione per tanta gente, dall'altra la soluzione prospettata fa molto pensare: che ognuno si arrangi, chi ha denaro può comprarsi il cibo, chi non ce l'ha è problema suo, si dia da fare... non è un problema nostro, torni a casa sua. Quel deserto di cose e risorse diventa anche un deserto di persone. Si chiudono le porte, i confini, alle navi si impedisce di attraccare, si mettono in atto i respingimenti, si frappongono ostacoli di ogni genere con un solo risultato certo che il deserto si allarga e i cuori si inaridiscono. Stiamo costruendo una società con lo sguardo corto, togliamo speranza agli altri perché noi l'abbiamo persa, abbiamo fatto dell'egoismo il metro della nostra esistenza, così finanza e politica annaspano senza prospettive.
Voi stessi date
L'invito di Gesù: «Voi stessi date loro da mangiare» sembra piuttosto una sfida, quella della “comunione”, della condivisione, di mettersi in gioco, di stare con questa folla affamata, di partecipare attivamente alla soluzione dei problemi. Fare “la comunione” non è relegabile in un puro atto di spiritualità avulso dalla concretezza della storia, cieco alle provocazioni che la Provvidenza ci sta inviando in continuazione. La comunione chiede una particolare attenzione al momento che stiamo vivendo, la storia non ci è estranea come non sono estranei gli altri con i loro bisogni. La comunione non si fa con i sentimenti o con le parole ma con fatti concreti che ci mettono all'opera. L'invito di Gesù è di una chiarezza estrema.
Cinque pani e due pesci
La prima risposta è semplice si mette a disposizione quello che c'è... cinque pani e due pesci. La seconda è ancora più impegnativa... andiamo noi a comprare: se mettere a disposizione quello che c'è non basta si mette mano alla borsa. Eppure, queste risposte per quanto generose peccano della pretesa di voler risolvere la situazione da soli, non si tiene contro delle risorse degli altri. È la proposta di chi pensa di avere la soluzione pronta per gli altri e al posto degli altri; c'è generosità (a volte anche il compiacimento di essere benefattore) ma manca di “comunione”.
Gesù chiede che la moltitudine impari a fare comunione, i piccoli gruppi servono a guardarsi negli occhi, condividere le fatiche della giornata, scoprire ed apprezzare i doni di cui ciascuno è portatore... inizia così nella fraternità un cammino di liberazione. Infatti, letteralmente, la richiesta di Gesù suona: "fateli sdraiare a gruppi di circa cinquanta": lo sdraiarsi è l'atteggiamento dell'uomo libero che consuma il pasto (i servi mangiano seduti). Non c'è comunione senza libertà e non ci può essere libertà senza comunione.
Li spezzò
La successione dei verbi usati, rende evidente il richiamo all'Eucarestia, allo spezzare il pane che è segno sommo della comunione e della presenza del Cristo in mezzo a noi. Nel vangelo non c'è traccia del "moltiplicare", piuttosto spezzare e dare, queste parole sono il miracolo: è un gesto alla nostra portata, alla portata di tutti. Il Signore dà il pane ed i pesci ai discepoli e questi lo danno alla folla. Qui si chiude il cerchio della comunione: il pane offerto dai discepoli nelle mani del Cristo diventa segno del suo dono, i discepoli lo ricevono di nuovo per portare a compimento la loro offerta. Gesù consegna ai discepoli di allora, alla Chiesa di oggi, agli uomini di ogni tempo il segno di un pane spezzato e condiviso, ciò che è di ciascuno condiviso per molti. Proprio il contrario del nostro mondo d'oggi che concentra in poche mani le risorse disponibili. La nuova umanità, la Chiesa, si realizza dallo spezzare il pane, dalla comunione, dalla libertà dall'egoismo e le sue paure: ci sono risorse da condividere, calore umano e parole di speranza da scambiarci. Lo spezzare il pane rende presente e riconoscibile il Signore nella nostra vita, le dodici ceste di ciò che è avanzato sono il segno dell'abbondanza con cui Dio corona la Comunione.

giovedì 20 giugno 2019

la predicazione di San Pietro


CAMMINARE CON CRISTO NELLA STORIA / 2: IN ATTESA DELLO SPIRITO


CAMMINARE CON CRISTO NELLA STORIA / 2: IN ATTESA DELLO SPIRITO

Iniziamo le nostre meditazioni sugli Atti, tenendo presente che Luca non perde mai di vista Gesù. gli sa che la vita cristiana e quella comunitaria sono essenzialmente una vita di relazione con il Signore-Risorto, che trasforma con il suo Spirito e rende Suoi testimoni. L’azione dello Spirito, tuttavia ha una premessa. Gli Apostoli come si sono preparati a ricevere l’investitura dello Spirito? Gli Atti raccontano che essi dopo che Gesù fu assunto in cielo, “ritornarono a Gerusalemme dal monte degli Ulivi, che è vicino a Gerusalemme quanto il cammino permesso in un sabato” (At 1,11-12). Il verbo “ritornare” già dice che sono in atteggiamento di ubbidienza a Gesù che ha loro detto di “non allontanarsi dalla città fino a quando non saranno rivestiti di forza dall’alto”, mentre la ripetizione del nome della città dice quanto sia importante che la loro missione inizi dove Gesù ha concluso la sua, mediante il Mistero della sua morte e Risurrezione.
Ma c’è qualcosa di più nel testo citato. Solo da questo testo, infatti, conosciamo il luogo dell’ultimo incontro con Gesù: è il monte degli Ulivi, una località assai evocativa. È qui, infatti, secondo Ez 11,23, che si posa la “gloria del Signore” che lascia Gerusalemme per recarsi tra i deportati ed essere “un santuario in mezzo a loro” (Ez 11,16); ed è ancora su questo monte che il Signore poserà i suoi piedi alla fine dei tempi (Zac 14,4). Anche Gesù un giorno ritornerà. Il fatto poi che si affermi che la distanza tra il monte degli Ulivi e Gerusalemme sia “il cammino permesso in un sabato”, vuole certamente indicarci che la prima comunità era composta da persone che osservavano la Legge di Mosè e, forse, che quel giorno era sabato. Però non è solo questo che la qualifica. La prima comunità, infatti, è...
Una comunità-comunione (1,12-14)
È un tema assai caro a Luca che ora caratterizza la comunità dicendo: “erano tutti perseveranti e concordi nella preghiera” (1,14). Si tratta di una preghiera compiuta nella più perfetta intimità e di un modo di vivere che non tiene conto né dei vincoli di parentela né dei ruoli sociali o qualifiche culturali. Ciò che conta è l’adesione a Gesù e al suo progetto di vita. Questo è il vero e unico fondamento di una comunità-comunione. Ed è solo questo che ancora oggi deve caratterizzare ogni comunità cristiana. Ma perché gli Apostoli sono in preghiera? Per imitare Gesù! Ecco un’altra caratteristica della vita cristiana, anzi la più importante. Per questo non si può mai perdere di vista Gesù. La situazione concreta che la comunità sta vivendo è di attesa del dono dello Spirito Santo. Perciò si comporta come Gesù, che dopo essere stato battezzato, con semplice acqua, da Giovanni, si raccolse in preghiera e su di Lui scese lo Spirito Santo che lo qualificò, come uomo, per la sua missione messianica. Per questo, anche la prima comunità è ora in preghiera, perché come ha loro detto Gesù “fra non molti giorni sarete battezzati in Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni, iniziando da Gerusalemme”.
Ma chi sono questi testimoni? Innanzitutto gli Apostoli: “Pietro e Giovanni, Giacomo e Andrea, Filippo e Tommaso, Bartolomeo e Matteo, Giacomo di Alfeo e Simone lo Zelota, Giuda di Giacomo e ...” (1,13). È la seconda volta che Luca offre la lista degli Apostoli, dei testimoni oculari della vita di Gesù. La prima volta (Lc 6,14-15) però erano “Dodici”, ora invece come indicano i puntini finali, ne manca uno: sono solo “Undici”, c’è un posto vuoto, manca il nome di Giuda, di colui che tradì il Maestro. Può forse rimanere vuoto il suo posto? No! Perché, secondo Gesù, sono Dodici quelli che debbono sedere in trono nel suo regno “per giudicare le dodici tribù d’Israele” (Lc 22,36). Il posto vuoto suscita quindi un problema che sarà presto risolto.
Gli Apostoli non erano soli: con loro c’era “Maria, la madre di Gesù”. E non poteva mancare perché è colei che, “adombrata dallo Spirito Santo, dalla Potenza dell’Altissimo” (Lc 1,35) ha dato alla luce il Messia; è colei che è “beata perché ha creduto...”, come disse Elisabetta (Lc 1,45): per questo ora siede tra i credenti; è colei che nel Magnificat ha cantato le grandi opere di Dio, come faranno tra poco i discepoli (At 2,11). Perciò, Essa, esperta di Spirito Santo, non poteva mancare nella prima comunità: è la madre di Gesù. Poi ci sono alcune donne, forse quelle che hanno accompagnato Gesù fin dalla Galilea (Lc 8,1-3); e infine i “fratelli”, cioè quelli della parentela di Gesù, una volta increduli (Gv 7,5), ora credenti.

C’èra un posto vuoto (1,15-26)
Non poteva rimanere vuoto, ma come colmarlo? Luca ne approfitta per continuare il tema “comunità”. Quando una comunità cristiana o un cristiano è di fronte a un problema cruciale, deve raccogliersi nell’ascolto della Parola di Dio e nella preghiera. Qui l’iniziativa dell’ascolto la prende Pietro che, alzatosi in mezzo ai “fratelli” (tali sono i cristiani), dice: “È necessario che si compia ciò che fu predetto dallo Spirito Santo per bocca di Davide riguardo a Giuda che fece da guida a quelli che arrestarono Gesù”.
Ci si aspetterebbe subito la citazione della Scrittura e invece ecco Pietro che aiuta i “fratelli” a riflettere, quasi a farsi un esame di coscienza pensando a Giuda: “Era uno dei nostri e ha avuto la sua parte nel nostro servizio”. Cioè: era uno dei Dodici che ha fatto arrestare Gesù; uno di noi che ha tradito Gesù. Forse pensa al pericolo in cui tutti si sono trovati “durante la Passione”: la tentazione di abbandonare il Maestro è stata forte.
La meditazione continua con la mano di Luca che parla della triste fine di Giuda. Lo fa citando una leggenda “nota a tutti gli abitanti di Gerusalemme”, ma ce n’erano molte assai diverse. Luca ne sceglie una e non gli interessa che sia vero o no quello che racconta; a lui interessa infondere nel lettore un senso di orrore in modo che senta quanto sia orribile la sorte di un traditore, di un uomo iniquo, di uno che abbandonò il ruolo che Gesù gli aveva affidato nella sua Chiesa: non ha più voluto essere uno dei “Dodici”.
Ebbene è questo evento che realizza quanto dice lo Spirito Santo nella Scrittura: “La sua dimora diventi deserta” (Sal 69,25). Il salmo dice : “la loro dimora”, perché parla di tutti gli iniqui; ora però lo Spirito Santo intende riferirsi al solo Giuda e perciò dice “la sua dimora”. Solo che ha lasciato vuoto un posto importante nella comunità, un posto che non può rimanere vuoto e perciò, citando un altro salmo, si dice (traduciamo con più aderenza il testo): “Un altro subentri nel suo incarico di supervisore”; traslitterando: “nell’episcopato”.
“Un altro”, ma chi può assumersi un tale compito? Pietro ne enuncia con chiarezza i criteri: dev’essere uno che “è stato con Gesù dal battesimo di Giovanni fino al giorno in cui fu tolto a noi ed elevato in cielo”. Cioè, solo un testimone oculare della vita terrena di Gesù e di Gesù-Risorto può diventare testimone della sua Risurrezione. Tra i presenti (circa 120) ce n’erano due: “Giuseppe, soprannominato Giusto, e Mattia”. La parola “Giusto” direbbe: è questo che dev’essere scelto! Ma i discepoli non se la sentono di essere loro a scegliere. Essi, gli Undici, sono stati scelti dal Signore; è quindi logico che anche il “Dodicesimo” lo sia. Perciò eccoli affidarsi alla preghiera: “Tu, Signore, mostraci quale di questi due hai scelto”. Gettarono la sorte e questa cadde su Mattia che subito fu aggregato agli Undici.

Pentecoste (2,1-13)
“Finalmente giunse al suo compimento il cinquantesimo (= pentecoste) giorno”. Lasciateci tradurre così, e anche dire: “Finalmente giunse quel giorno”. C’è forse un modo migliore per esprimere che la parola “compimento” implica il senso di un’intensa attesa? Di una lunga attesa, iniziata con il profeta Ezechiele (36,27)? E per i discepoli di un’imminente attesa? Sono ancora lì, tutti riuniti insieme e ora sentono che è giunto il giorno promesso da Gesù, il giorno in cui saranno battezzati in Spirito Santo, il giorno che li renderà suoi testimoni e che darà loro la possibilità di confrontarsi con le “dodici tribù d’Israele”. È il giorno in cui ha inizio la Chiesa.
Se la Pentecoste ebraica ricordava a Israele il giorno in cui fu data la legge (Es 19,16-19; 20,1-17), la Pentecoste cristiana ricorda il giorno in cui viene data la “legge dello Spirito”, della “Nuova Alleanza” (Ger 31,31). Per questo i cristiani continuano a vivere la loro esistenza facendo memoria di questo inizio storico e rileggendo con gioia quello che avvenne quel giorno: “Si trovavano tutti insieme quando all’improvviso venne dal cielo un rombo come di vento che si abbatte gagliardo e riempì tutta la casa dove si trovavano. Apparvero loro lingue come di fuoco che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro ed essi furono tutti pieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue come lo Spirito dava loro il potere di esprimersi”.
La terminologia riecheggia la teofania del Sinai (Es 19,8.16-18). Là e qui si afferma che erano tutti insieme, cioè uniti e concordi senza discriminazioni o esclusivismi, tutti affascinati e sbigottiti dall’azione sovrana e potente di Dio che si visibilizza loro con i simboli del vento e del fuoco. Il vento rappresenta la forza dello Spirito che soffia dove vuole (Gv 3,8); il fuoco indica la forza trasformante dello Spirito che si visibilizza in tante lingue di fuoco. Lingue diversificate perché lo Spirito abilita gli apostoli a parlare “altre lingue”, le lingue dei popoli a cui si deve annunciare la salvezza. Una cosa simile avvenne anche al Sinai. Secondo la tradizione giudaica, però, non ci fu solo un “tuono” (= voce di Dio), ma dei “tuoni” perché la voce di Dio si divise in più lingue, 70, in modo che tutte le nazioni potessero comprendere.
Meditando ci accorgiamo che un senso di universalità pervade tutto il testo, subito confermato dalla lunga lista dei popoli appartenenti a “ogni nazione che è sotto il cielo” (v. 5). C’era gente di ogni nazione quel giorno a Gerusalemme e tutti, appena udirono il fragore del vento, si radunarono e furono sbigottiti perché ciascuno sentiva gli apostoli parlare nella propria lingua e annunziare nel suo dialetto “le grandi opere di Dio”. Chi legge sente che il racconto sprigiona un entusiasmo indescrivibile e forse è così perché Luca a cinquant’anni di distanza sente che quel giorno “il seme della Parola di salvezza” è stato seminato nei cuori di tanti che poi l’hanno portato lontano e l’hanno fatto fruttificare, riunendo gente di ogni nazione in Cristo e in comunione tra loro. La parola dell’annuncio, infatti, si adatta e si incultura in ogni popolo e annulla per sempre quanto è avvenuto a Babele. Anche oggi, alcuni vogliono standardizzare la vita dei popoli, e annullare ogni diversità. Lo Spirito invece è una forza unificatrice e rispettosa di ogni cultura e di ogni differenza.
Significativo è il fatto che i popoli siano indicati con il nome del loro territorio, con una variante: “visitatori di Roma che risiedono qui, sia giudei sia convertiti al giudaismo”. Con questa espressione Luca vuole indicare che il cristianesimo, forse, è giunto a Roma prima ancora che arrivasse un Apostolo, grazie a questi romani presenti a Gerusalemme.
Ma osserviamo attentamente l’atteggiamento dei presenti. Il testo dice che “tutti udivano gli Apostoli annunciare le grandi opere di Dio”. Ma come reagiscono all’annuncio? Alcuni dicendo: “Che significa questo?”, altri invece ridendo, esclamano: “Sono pieni di vino dolce”, cioè: sono cose incomprensibili. Ebbene queste espressioni dicono che non basta l’annuncio: è necessaria la catechesi. Ed è quello che Pietro sta per fare e che noi continueremo a costatare negli Atti e che possiamo costatare nella storia della Chiesa: il bisogno di una catechesi che evidenzi l’azione dello Spirito distruttore di ogni “Babele” e creatore di comunione in ogni comunità e tra i popoli.

Preghiamo
O Padre, che hai effuso l’amore nei nostri cuori mediante lo Spirito Santo, fa’ che io sappia ogni giorno unirmi alla preghiera della Chiesa che in ogni Eucaristia invoca la pienezza dello Spirito Santo perché formiamo un solo corpo e un solo spirito. Concedi che questa preghiera crei in noi l’impegno ad essere nella società portatori di riconciliazione e di pace. Aiutaci a collaborare con lo Spirito Santo che vuole formare di tutti i popoli una sola famiglia nel rispetto di ogni persona e cultura. Amen!
 Mario Galizzi SDB

lunedì 17 giugno 2019

Chagall, vetrata della creazione


CHI HA SCRITTO I SALMI?


CHI HA SCRITTO I SALMI?

Un lettore si chiede perché esista una doppia numerazione per i Salmi contenuti nell'omonimo libro della Bibbia e chi li abbia realmente scritti. Risponde don Filippo Belli, docente di Sacra Scrittura alla facoltà teologica dell'Italia centrale.

Percorsi: BIBBIA
La Sacra Bibbia
17/12/2017 di Redazione Toscana Oggi

Nella Bibbia c’è il Libro dedicato ai 150 Salmi, preghiere rivolte al Signore. La mia domanda è questa: i salmi biblici sono stati scritti tutti da Re Davide o anche da Asaf o Salomone, anch’esso Re d’Israele? E come mai quando si recita un salmo c’è scritto «Salmo 23(22)»? Lo chiedo per capire se il numero giusto è quello scritto fuori o dentro la parentesi, tutto qua.
Marco Giraldi

Affronto per prima cosa la seconda questione, che è più semplice da risolvere. In effetti ogni volta è fastidioso trovare una doppia numerazione nei Salmi, almeno nella maggior parte di essi. Questo è dovuto a uno scarto tra l’originale ebraico e la traduzione in greco - detta dei Settanta  - degli stessi salmi ebraici. I salmi sono stati tutti scritti in ebraico, ma nel II-III secolo a.C. per esigenze della diaspora ebraica, soprattutto quella presente in Egitto, che non aveva più dimestichezza con l’ebraico e per stabilire anche un confronto culturale col mondo ellenistico, sono stati tradotti in greco (così come anche gli altri libri biblici). A causa di questa traduzione, si è venuta a stabilire una diversa numerazione dei salmi perché in greco alcuni salmi sono stati riuniti in uno (i salmi 9-10 ebraici sono diventati un salmo solo, il 9, per es.) e viceversa il greco ha spezzato in due un unico salmo (es: il salmo 116 ebraico sono diventati i salmi 114-115 in greco). Ora, la liturgia della Chiesa, prima in greco e poi in latino ha seguito la numerazione greca, che ancora oggi è rimasta nelle nostre traduzioni moderne. Così, in genere si usa la doppia numerazione per segnalare questa divergenza che non tocca però il contenuto dei salmi.
La prima domanda esige una risposta più articolata. All’inizio di numerosi salmi troviamo una sorta di intestazione con alcune informazioni, che variano di volta in volta. Esse  riguardano il genere letterario del salmo, la modalità di esecuzione musicale, o l’uso liturgico che se ne può fare, oppure ancora la circostanza storica in cui è nato, e in diverse occasioni anche l’autore della composizione salmica. In 73 casi (che diventano 80 per la traduzione in greco) il salmo è attribuito come autore al re Davide. In altri casi ad Asaf (cantore ufficiale della corte davidica). Da qui la tradizione che vuole che i salmi siano stati tutti composti dal re Davide.
Ora, gli studi esegetici ci dicono che tale attribuzione davidica di tutti i salmi non può essere accettata senza alcune precisazioni. Gli studi letterari ci dicono che se è accertato uno strato antico corrispondente all’epoca davidica (e in alcuni casi anche precedente), ci sono invece diversi salmi del salterio che sono stati composti in epoche successive, coprendo un arco storico abbastanza ampio di quasi un millennio.  Non mi dilungo sulla questione, che risulta complessa e oltremodo discussa. Non c’è, infatti,  un accordo unanime tra gli studiosi sulla datazione dei singoli salmi, le ipotesi a questo riguardo si sprecano. Ma credo che affermare, come gli studiosi ci fanno ritenere, che il salterio non sia una composizione statica di una precisa epoca, sia una grande risorsa anche per noi.
La bellezza e la ricchezza dei salmi consiste in effetti nella loro capacità espressiva della storia di un popolo, quello di Israele, che è diventata paradigmatica della storia umana.  Una storia che si è dipanata lungo secoli, che ha visto alterne vicende, molteplici protagonisti, diverse e variegate prese di coscienza sulle cose fondamentali, su Dio, sull’uomo, sulla storia, sulle sue speranze. Così il salterio risulta essere significativo di tutta questa storia, ovvero della storia che Dio ha generato nella vita del mondo attraverso questo particolare popolo. La genialità che ritroviamo nei salmi nell’esprimere la vita dell’uomo, il senso della storia, il rapporto con Dio, è una genialità letteraria e simbolica che deriva da questa particolare storia che Dio ha stabilito con Israele.
L’iniziatore di questa tradizione poetica e religiosa assieme, è stato sicuramente, come diversi dati ci inducono a pensare, il re Davide. Nella sua scia si sono allineati diversi altri donandoci un tesoro inestimabile che ancora oggi è capace di esprimere le coordinate essenziali della vita umana affacciata al Mistero di Dio.

Filippo Belli

sabato 15 giugno 2019

SS. Trinità


SOLENNITÀ DELLA SANTISSIMA TRINITÀ (C)


SOLENNITÀ DELLA SANTISSIMA TRINITÀ (C)

Gv  16,12-15
12Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. 13Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. 14Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. 15Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà.

(Letture: Proverbi 8,22-31; Salmo 8; Romani 5,1-5; Giovanni 16, 12-15).

Una comunione d’amore e di vita
Enzo Bianchi

È la festa cosiddetta della Trinità, fissata dalla chiesa la prima domenica dopo la Pentecoste: una festa “strana”, perché non è memoriale di un evento della vita di Cristo, ma piuttosto una confessione e una celebrazione dogmatica dovuta ai concili di Nicea (325) e di Costantinopoli (381). In verità nella Bibbia non si trova mai la parola Trinità, ma vi è piuttosto la rivelazione di Dio come Padre, della Parola fatta carne, Gesù il Figlio di Dio, e dello Spirito santo che come forza scende su alcuni uomini, quindi su Gesù stesso, e poi sulla chiesa. Nelle Scritture vi è dunque il racconto del mistero di Dio, comunione di vita e di amore, ma mai appare la parola Trinità – anzi, sarebbe meglio dire Tri-unità –, termine proveniente dalla lingua greca, razionale e astratta: Dio si è rivelato mediante eventi e azioni, non con formule dottrinali. Noi cattolici però, in obbedienza all’intenzione della chiesa, celebriamo questa festa ascoltando i testi biblici nei quali troviamo la parola di Dio, e ci fermiamo a questo.
Il brano evangelico è tratto dai “discorsi di addio” di Gesù, già più volte incontrati nel tempo di Pasqua, quelli da lui rivolti ai discepoli prima della sua gloriosa passione. Chi parla è il Gesù glorioso del quarto vangelo, Signore del mondo e della chiesa nel suo oggi; parla qui e ora alla chiesa, spiegandole che egli, ormai risorto, è vivente presso Dio e in Dio quale Dio. Ha già promesso di non lasciare orfani quanti credono in lui (cf. Gv 14,18) e perciò di mandare loro lo Spirito Paraclito, avvocato difensore (cf. Gv 14,15-17.26; 15,26-27; 16,7-11); ha invitato i credenti ad avere fede in lui e li ha messi in guardia rispetto al mondo nel quale ancora essi vivono, preannunciando loro ostilità e persecuzione (cf. Gv 14,27; 16,1-4.33), ma dichiarando anche che il Principe di questo mondo è stato da lui vinto per sempre (cf. Gv 12,31; 14,30; 16,11).
Gesù, che ha insegnato per anni ai suoi discepoli e che nel quarto vangelo si attarda a lasciare loro le sue ultime volontà, a un certo punto deve confessare: “Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso” (letteralmente: “portarle”). Anche Gesù ha fatto l’esperienza del desiderio di comunicare molte cose ma di rendersi conto che l’altro, gli altri non sono in grado di condividerle, di comprenderle, di portarle dentro di sé. In ogni relazione – lo sperimentiamo quotidianamente – l’assiduità provoca una crescita di conoscenza, l’ascolto e le parole scambiate permettono una maggior comunicazione con l’altro, ma a volte ci si trova di fronte a dei limiti che non si possono oltrepassare. L’altro non può comprendere, non può accogliere ciò che si dice, e addirittura comunicargli delle verità può diventare imprudente, a volte non opportuno. Si manifesta il limite, una barriera che può anche far soffrire ma che va accettata. Anzi, occorre non solo sottomettersi a essa, ma addirittura arrivare alla resa: non si può né si deve comunicare di più…
Non c’era difficoltà a esprimersi da parte di Gesù, bensì incapacità di ricezione da parte dei discepoli. Gesù però getta lo sguardo sul tempo dopo di sé, con fede-fiducia e con speranza: “Oggi non capite, ma domani capirete”. Perché? Perché egli sa che la vita e la storia sono anch’esse rivelatrici; che vivendo si arriva a capire ciò che abbiamo semplicemente ascoltato; che è con quelli con cui camminiamo che si comprendono più profondamente le parole affidateci. Si potrebbe dire – parafrasando un celebre detto di Gregorio Magno – che “la parola cresce con chi la ascolta”, con chi la scambia con altri, con chi la medita insieme ad altri, con chi sa ascoltare la vita, gli eventi, la storia. Il cammino della conoscenza non è mai finito, l’itinerario verso la verità non ha un termine qui sulla terra, perché solo nell’al di là della morte, nel faccia a faccia con Dio, conosceremo pienamente (cf. 1Cor 13,12).
Questa verità dà alla fede cristiana uno statuto che non sempre teniamo presente. Dovremmo cioè prestare più attenzione alle vicende di Gesù e dei suoi discepoli, leggendole non solo come fatti del passato ma anche come tracce sulle quali camminiamo ancora oggi. La nostra fede non è statica, non ci è data una volta per tutte come un tesoro da conservare gelosamente, ma è come un dono che cresce nelle nostre mani. Dicendo queste parole, Gesù certamente intravedeva anche tra i suoi discepoli il pericolo del voler conservare ciò che avevano conosciuto come uno scrigno chiuso, come un museo, invece di permettere alle sue parole di percorrere le strade del mondo e i secoli della storia crescendo, arricchendosi nell’incontro con altre parole, storie, culture. Sì, la verità che ci è stata consegnata progredisce in approfondimento e in estensione, e per molti aspetti la chiesa di oggi, come quella di ieri, conosce ciò che è essenziale alla salvezza; ma la chiesa di oggi conosce di più e comprende il Vangelo stesso in modo più approfondito. Non è il Vangelo che cambia ma siamo noi oggi a comprenderlo meglio di ieri – come diceva papa Giovanni –, meglio anche dei padri della chiesa.
Ma questa crescita della comprensione non avviene per energie che sono in noi, non è un’avventura dello spirito umano, ma è un cammino “guidato” dal dono del Risorto, lo Spirito santo: “Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità”. Abbiamo una guida nel tempo in cui Gesù non è più tra di noi allo stesso modo in cui camminava accanto ai suoi sulle strade della Palestina. Siamo sulle strade del mondo, tra le genti, in mezzo ai pagani, come “viandanti e pellegrini” (cf. Eb 11,13, 1P 2,11): non siamo soli, orfani, senza orientamento. Ecco il dono di Gesù risorto, lo Spirito santo, “suo compagno inseparabile” (Basilio di Cesarea), che ora è divenuto il nostro compagno inseparabile. Lo Spirito è luce, è forza, è consolazione, e ci guida: dolce luce quando è notte, brezza che rinfresca nella calura, forza che sostiene nella debolezza. Noi cercatori della verità mai posseduta percorriamo il nostro cammino, ma lo Spirito santo ci dà la possibilità di andare oltre la conoscenza della verità acquisita, attraverso inizi senza fine. E sia chiaro che questa comprensione non sta all’interno di una dimensione intellettuale, gnostica, ma è conoscenza esperita da tutta la nostra persona; e la verità che cerchiamo e inseguiamo non è una dottrina, non sono formule o idee, ma è una persona, è Gesù Cristo che ha detto: “Io sono la verità” (Gv  14,6).
Lo Spirito santo però non è una forza, un vento che viene da dove vuole e va dove vuole, ma è lo Spirito di Cristo, che resta libero rispetto alla chiesa, anche se mai dissociato da Gesù. Quando lo Spirito è presente e ci parla di Gesù, è come se ci parlasse Gesù stesso, e in questo modo ci parla di Dio, perché dopo la resurrezione non si può più parlare di Dio senza guardare e conoscere Gesù suo Figlio che lo ha raccontato (cf. Gv 1,18) con parole d’uomo e con la sua vita umanissima. Le parole di Gesù sullo Spirito santo, dunque, in realtà ci indicano il Padre, Dio, perché il Padre e il Figlio hanno tutto in comune: il Figlio è la Parola emessa dal Padre e lo Spirito è il Soffio di Dio che consente di emettere la Parola. È in questo modo che Giovanni, attraverso le parole di Gesù, ci accompagna a intravedere il nostro Dio come Padre, Figlio e Spirito santo: un Dio che è intimamente comunione plurale, un Dio che è comunione d’amore, un Dio che nel Figlio si è unito alla nostra umanità e attraverso lo Spirito santo è costantemente trascinato in questa comunione di vita.
Nel leggere o ridire questa pagina evangelica, stiamo però attenti a non trasformarla in un trattato di dottrina, in una sorta di enigma, in una formula matematica sconosciuta… Se questa è una verità, verifichiamola annunciandola ai “piccoli”, a quanti sono privi di strumenti intellettuali, ai poveri. Solo se essi, ascoltandola dalle nostre labbra, la capiscono, ciò significa che qualcosa abbiamo capito anche noi; altrimenti siamo nell’inganno di aristocratici gnostici che credono di vedere e invece sono ciechi (cf. Gv 9,40-41), credono di conoscere e invece restano ignoranti, credono di confessare la fede e invece sono legati alla dottrina. Il Vangelo è semplice, è per i piccoli, è una realtà nascosta agli intellettuali e agli eruditi (cf. Mt 11,25; Lc 10,21): non rendiamolo difficile o addirittura enigmatico, degno di stare su una stele di pietra e incapace di entrare nel cuore di ogni persona. Imprimendo su di noi il segno della croce, diciamo il nostro desiderio e impegno di credere con la mente, con il cuore e con le braccia, cioè con quanto operiamo nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito santo.

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