giovedì 31 gennaio 2019

Elia e la vedova di Sarepta


QUARTA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


QUARTA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Ger 1,4-5.17-19; Sal 70; 1Cor 12,31-13,13; Lc 4, 21-30

Nel brano evangelico di oggi, in continuità con quello della scorsa domenica, riascoltiamo Gesù che proclama, nella Sinagoga di Nazareth, un oggi in cui si attua quella parola di Isaia che aveva letto nel rotolo: “Oggi si è compiuta questa parola che avete udita nelle vostre orecchie”. Gesù non solo spiega la Santa Scrittura ma la attualizza. Attualizzare la Parola ascolta dalla Scrittura non significa adattarla al proprio tempo, alle mentalità nuove o ai modi di sentire e vivere di un’epoca o di un luogo … rendere attuale la Parola significa compiere la Parola con la vita; significa obbedire a quella Parola e darle spazio pieno e senza addolcimenti nel proprio oggi. Per noi attualizzare la Parola è ascoltare l’Evangelo e, prestandogli vera obbedienza, divenire noi stessi attuali all’oggi di Dio, capaci di trasportare in questo nostro oggi, che così spesso ci sta stretto, gli infiniti orizzonti dell’oggidi Cristo.
Dinanzi all’affermazione di compimento di Gesù sorge lo stupore di coloro che ascoltano … lo stupore può avere due esiti: o il salto della fede o l’indurimento incredulo. Lo stupore ci può far esultare di gioia perché vediamo delle vie incredibili e impensabili di Dio che si attuano e questo stupore ci conduce alla lode e all’abbandono, all’obbedienza di quella Parola che ci ha appunto stupiti; c’è però quell’altro stupore, quello che genera incredulità, sdegno e ostilità … a Nazareth pare che i due stupori stiano assieme: alcuni – scrive Luca –  si stupivano delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca, altri fremono d’ira … a Nazareth fu vincente questo secondo stupore che divenne incredulità dinanzi al figlio del falegname che dice parole grandi su se stesso e sul mondo, su un oggi che deve e può aspirare all’oltre.
I nazaretani hanno una pretesa tremenda: che Gesù sia tutto loro; hanno la pretesa di voler disporre di Lui … avevano iniziato bene, tenendo gli occhi fissi su di lui ma poi li hanno distolti da lui per volgerli a loro stessi e al loro bisogno, alle loro aspirazioni grette. Invece di aprire lo stupore alla fede, invece di accogliere con stupore il dono di Dio si chiudono su se stessi. Conoscono i prodigi che Gesù ha operato a Cafarnao ed ora vogliono solo una cosa: “confiscare” Gesù ed i suoi segni miracolosi a loro vantaggio; i doni che Dio vuole fare al mondo intero li vogliono per loro; anzi il dono che è Gesù vogliono possederlo accampando diritti su di Lui. Nessun dono può essere preteso … questa della pretesa è la via della distruzione del dono.
Come tutti i profeti Gesù subisce rifiuto dai suoi, subisce il loro odio … come Geremia, però, fa l’esperienza di una guerra che, mossa contro di lui, non lo vince perché Dio è con lui.
I nazaretani hanno la solita logica dell’Adam peccatore: stendere la mano avida per rapire e non per aprire la mano disarmata e debole perché vuota per ricevere un dono. Cristo invece è l’Adam obbediente che tutto riceve dal Padre, che attua la Parola ascoltata e la porta fino all’estremo dell’amore facendosi totalmente dono. Uno così non può essere compreso da chi è nell’ottica della rapina, uno così suscita sdegno.
Gesù si è presentato a Nazareth, nello Spirito Santo, ad annunciare che la Scrittura è ormai piena (così alla lettera), e i nazaretani si fanno invece pieni di ira (“peplérotai”, “si è fatta piena” la Scrittura; eplésthesan”, “furono pieni” di ira). La durezza dei cuori dei suoi concittadini diviene omicida perché vogliono ucciderlo addirittura; la più cattiva delle durezze di cuore è quella degli uomini religiosi che accampano sempre pretese presso Dio. Così Gesù è respinto.
In questo inizio dell’Evangelo Luca ci dà già un anticipo della fine: lo conducono fuori della città come avverrà a Gerusalemme, quando la croce verrà piantata fuori dalle mura della città santa … (cfr Eb 13,12);  lo stesso Evangelo, sempre nel racconto di Luca negli Atti, verrà rifiutato con violenza: Paolo nella Sinagoga di Corinto subirà insulti e bestemmie e dovrà rivolgersi ai pagani (cfr At 18,6).
Nei suoi di Nazareth è adombrata la realtà dei suoi di ogni tempo. Essi sono esposti sempre al rischio di proclamarsi possessori di Gesù, di indurire il cuore in una religione fatta di pretese; sono esposti di continuo al rischio di scandalizzarsi di lui e del suo Evangelo tentando  adattamenti che piacciono al mondo e non lottando per attualizzazioni costose della Parola. Quei suoi, insomma, possiamo essere noi.
Addirittura viviamo un tempo in cui ci sono alcuni che osano impugnare l’Evangelo contro gli altri, contro i diversi, contro i poveri … ci sono alcuni che osano dirsi difensori delle tradizioni cristiane colpendo i deboli, i poveri, quelli che bussano alle nostre porte privi di tutto; guai ad impugnare l’Evangelo e Dio per fini diversi dal Regno, guai a farlo strumento per far pagare dei prezzi agli “altri” per non pagarli noi i prezzi della serietà della scelta di Cristo! Attualizzare l’Evangelo e coglierlo nell’oggi con le sue esigenze scomode, controcorrente, in cui si impara ad essere dei “perdenti” con Gesù e per Gesù! Poveri noi cristiani, povere Chiese quando hanno voluto essere dei “vincitori”, dei “trionfanti”: non si è stati dalla parte del Signore Gesù!
Nella scena odierna dell’Evangelo Gesù però passa in mezzo a loro (ai suoi di allora, come ai suoi di oggi) e attraversa il mare della violenza e della morte … non è ancora l’ora a Nazareth, diremmo con linguaggio giovanneo, o forse è una prefigurazione della sua resurrezione, vittoria d’amore di Colui che continua il suo cammino in mezzo agli uomini facendo del bene e risanando quelli che sono sotto il potere del nemico (cfr At 10,38). Gesù è Colui che è capace di camminare sulle onde tumultuose del mare della morte e del peccato, perché Dio è con lui ed ogni suo passo è narrazione di Dio, della sua paternità, delle sue vie altre … ogni passo di Cristo è canto di quell’agàpe che Paolo canta nel celebre inno all’amore della prima lettera ai Corinti che oggi la liturgia ci ha riproposto: un amore che provoca all’amore, un amore che ci mette stupore, un amore che è Gesù stesso … ecco la via migliore per far diventare attuale ogni parola della Scrittura. Quando amiamo di quell’agàpe di Cristo, di quell’ agàpe che è Cristo, possiamo anche noi proclamare, senza tema di mentire: Oggi si compie quella Scrittura che è nelle vostre orecchie. Allora la Parola si è fatta attuale perché dalla Parola ci si è fatti afferrare e non si è afferrata per usarla.


P. Fabrizio Cristarella Orestano

mercoledì 30 gennaio 2019

Popiashvili David, Jesus calm a storm


PAPA FRANCESCO - I DONI DELLO SPIRITO SANTO: 1. LA SAPIENZA


PAPA FRANCESCO - I DONI DELLO SPIRITO SANTO: 1. LA SAPIENZA

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 9 aprile 2014 

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Iniziamo oggi un ciclo di catechesi sui doni dello Spirito Santo. Voi sapete che lo Spirito Santo costituisce l’anima, la linfa vitale della Chiesa e di ogni singolo cristiano: è l’Amore di Dio che fa del nostro cuore la sua dimora ed entra in comunione con noi. Lo Spirito Santo sta sempre con noi, sempre è in noi, nel nostro cuore.
Lo Spirito stesso è “il dono di Dio” per eccellenza (cfr Gv 4,10), è un regalo di Dio, e a sua volta comunica a chi lo accoglie diversi doni spirituali. La Chiesa ne individua sette, numero che simbolicamente dice pienezza, completezza; sono quelli che si apprendono quando ci si prepara al sacramento della Confermazione e che invochiamo nell’antica preghiera detta “Sequenza allo Spirito Santo”. I doni dello Spirito Santo sono: sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà e timore di Dio.
1. Il primo dono dello Spirito Santo, secondo questo elenco, è dunque la sapienza. Ma non si tratta semplicemente della saggezza umana, che è frutto della conoscenza e dell’esperienza. Nella Bibbia si racconta che a Salomone, nel momento della sua incoronazione a re d’Israele, aveva chiesto il dono della sapienza (cfr 1 Re 3,9). E la sapienza è proprio questo: è la grazia di poter vedere ogni cosa con gli occhi di Dio. E’ semplicemente questo: è vedere il mondo, vedere le situazioni, le congiunture, i problemi, tutto, con gli occhi di Dio. Questa è la sapienza. Alcune volte noi vediamo le cose secondo il nostro piacere o secondo la situazione del nostro cuore, con amore o con odio, con invidia… No, questo non è l’occhio di Dio. La sapienza è quello che fa lo Spirito Santo in noi affinché noi vediamo tutte le cose con gli occhi di Dio. E’ questo il dono della sapienza.
2. E ovviamente questo deriva dalla intimità con Dio, dal rapporto intimo che noi abbiamo con Dio, dal rapporto di figli con il Padre. E lo Spirito Santo, quando abbiamo questo rapporto, ci dà il dono della sapienza. Quando siamo in comunione con il Signore, lo Spirito Santo è come se trasfigurasse il nostro cuore e gli facesse percepire tutto il suo calore e la sua predilezione.
3. Lo Spirito Santo rende allora il cristiano «sapiente». Questo, però, non nel senso che ha una risposta per ogni cosa, che sa tutto, ma nel senso che «sa» di Dio, sa come agisce Dio, conosce quando una cosa è di Dio e quando non è di Dio; ha questa saggezza che Dio dà ai nostri cuori. Il cuore dell’uomo saggio in questo senso ha il gusto e il sapore di Dio. E quanto è importante che nelle nostre comunità ci siano cristiani così! Tutto in loro parla di Dio e diventa un segno bello e vivo della sua presenza e del suo amore. E questa è una cosa che non possiamo improvvisare, che non possiamo procurarci da noi stessi: è un dono che Dio fa a coloro che si rendono docili allo Spirito Santo. Noi abbiamo dentro di noi, nel nostro cuore, lo Spirito Santo; possiamo ascoltarlo, possiamo non ascoltarlo. Se noi ascoltiamo lo Spirito Santo, Lui ci insegna questa via della saggezza, ci regala la saggezza che è vedere con gli occhi di Dio, sentire con le orecchie di Dio, amare con il cuore di Dio, giudicare le cose con il giudizio di Dio. Questa è la sapienza che ci regala lo Spirito Santo, e tutti noi possiamo averla. Soltanto, dobbiamo chiederla allo Spirito Santo.
Pensate a una mamma, a casa sua, con i bambini, che quando uno fa una cosa l’altro ne pensa un’altra, e la povera mamma va da una parte all’altra, con i problemi dei bambini. E quando le mamme si stancano e sgridano i bambini, quella è sapienza? Sgridare i bambini – vi domando – è sapienza? Cosa dite voi: è sapienza o no? No! Invece, quando la mamma prende il bambino e lo rimprovera dolcemente e gli dice: “Questo non si fa, per questo…”, e gli spiega con tanta pazienza, questo è sapienza di Dio? Sì! E’ quello che ci dà lo Spirito Santo nella vita! Poi, nel matrimonio, per esempio, i due sposi – lo sposo e la sposa – litigano, e poi non si guardano o, se si guardano, si guardano con la faccia storta: questo è sapienza di Dio? No! Invece, se dice: “Beh, è passata la tormenta, facciamo la pace”, e ricominciano ad andare avanti in pace: questo è sapienza? [la gente: Sì!] Ecco, questo è il dono della sapienza. Che venga a casa, che venga con i bambini, che venga con tutti noi!
E questo non si impara: questo è un regalo dello Spirito Santo. Per questo, dobbiamo chiedere al Signore che ci dia lo Spirito Santo e ci dia il dono della saggezza, di quella saggezza di Dio che ci insegna a guardare con gli occhi di Dio, a sentire con il cuore di Dio, a parlare con le parole di Dio. E così, con questa saggezza, andiamo avanti, costruiamo la famiglia, costruiamo la Chiesa, e tutti ci santifichiamo. Chiediamo oggi la grazia della sapienza. E chiediamola alla Madonna, che è la Sede della sapienza, di questo dono: che Lei ci dia questa grazia. Grazie!

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martedì 29 gennaio 2019

Il volto di Cristo crocifisso


BIBBIA E SOFFERENZA - LA ROCCIA DA SCALARE di GIANFRANCO RAVASI


LA SOFFERENZA NELLA BIBBIA
    
Il dolore umano resta invalicabile. La ragione ne comprende alcuni aspetti, ma non tutti i varchi le sono aperti. La Bibbia insegna che la sofferenza dell’uomo è un mistero che fa parte di un piano trascendentale, del quale possiamo intuire la coerenza generale. Un’ampia porzione del male, diffuso nel mondo, è riconducibile alla libertà e quindi al comportamento di chi possiede il libero arbitrio. Il dolore dell’umanità costringe ciascun uomo a porsi un forte interrogativo sull’egoismo, le prevaricazioni, le ingiustizie messe in atto a danno di altre persone. Al contrario, sostenere il sofferente, anche senza cancellare pienamente il suo dolore, significa continuare l’opera di Cristo.

BIBBIA E SOFFERENZA

LA ROCCIA DA SCALARE di GIANFRANCO RAVASI

«Perché soffro? È questa la roccia dell’ateismo». La famosa battuta del dramma La morte di Danton (1835) di George Buchner, uno dei più intensi scrittori dell’Ottocento tedesco, riassume in modo folgorante uno dei due approdi antitetici a cui conduce l’esperienza del dolore, in particolare del dolore innocente. Chi non ricorda quel passo dei Fratelli Karamazov ove Dostoevskij s’interroga: «Se tutti devono soffrire per comprare con la sofferenza l’armonia eterna, che c’entrano i bambini? È del tutto incomprensibile il motivo per cui dovrebbero soffrire anche loro e perché tocchi pure a loro comprare l’armonia con la sofferenza?».
Per millenni l’umanità ha cercato di scalare o spianare quella roccia. Già l’antica sapienza egizia registra la sconfitta della ragione con le emozionanti righe del "Papiro di Berlino 3024" (2200 a.C.), significativamente intitolato dagli studiosi Dialogo di un suicida con la sua anima, dialogo che ha come approdo solo la morte vista come liberazione, guarigione, profumo di mirra, brezza dolce della sera, fior di loto che sboccia. L’accanimento della teodicea, cioè del tentativo di difendere Dio dall’attacco dell’"ateismo" che fa leva sul proprio dolore, ha dovuto sempre confrontarsi con le alternative lapidarie del filosofo greco Epicuro, così come ce le ha trasmesse lo scrittore cristiano Lattanzio nella sua opera De ira Dei (capitolo 13): «Se Dio vuol togliere il male e non può, allora è impotente. Se può e non vuole, allora è ostile nei nostri confronti. Se vuole e può, perché allora esiste il male e non viene eliminato da lui?».
È proprio attorno a questi dilemmi e soprattutto quando si entra nella ragione tenebrosa della sofferenza personale che si celebrano le apostasie, come affermava il pensatore agnostico francese Jean Cotureau: «Non credo in Dio. Se Dio esistesse, sarebbe il male in persona. Preferisco negarlo piuttosto che addossargli la responsabilità del male». E proprio per difendere Dio da questa accusa infamante, si è fatto di tutto nella storia dell’umanità, ricorrendo appunto a quella teodicea a cui sopra si accennava, percorrendo le strade più disparate, talvolta quasi impraticabili. Si è, così, ricorso al dualismo, introducendo – accanto al Dio buono e giusto – un’altra divinità negativa e ostile, un Dio del male (pensiamo, a titolo esemplificativo, al manicheismo e a tante forme apocalittiche estremiste). Si è appellato alla cosiddetta "teoria della retribuzione", per altro ben attestata anche nella Bibbia, come vedremo: il binomio delitto-castigo ci invita a scoprire in ogni dolore un’espiazione di colpa, se non personale, almeno altrui (e così si cercherebbe di giustificare anche la sofferenza dell’innocente).
Per altri sarebbe, invece, da imboccare la via pessimistica radicale: la realtà è strutturalmente negativa proprio per il suo limite creaturale (da spiegare sarebbe eventualmente la felicità o il bene quando si presentano nella vita!). Nel Mito di Sisifo (1942) lo scrittore francese Albert Camus osservava: «C’è un solo problema importante per la filosofia, il suicidio. Decidere, cioè, se metta conto di vivere o no». Per contrasto, non è mancata anche una lettura ottimistica altrettanto radicale della realtà per cui il male è solo un non-essere, un dato concettuale, un’apparenza da superare scoprendo la serenità profonda dell’essere. In questa luce si pongono le visioni panteistiche come lo stoicismo greco-romano o il brahmanesimo indiano per il quale il male è solo maya, cioè "illusione". In questa linea si collocano anche certe concezioni evoluzionistiche che considerano il dolore come il residuato di un mondo ancora imperfetto e in costruzione. Le energie cosmiche e il progresso umano sono la via da percorrere per la graduale eliminazione di ogni negatività.
Giobbe, l’impaziente
La cittadella fortificata del dolore, comunque, rimane non del tutto valicabile dalla ragione umana, anche se in essa possono aprirsi brecce e varchi. Il suo centro ultimo, come insegna la Bibbia che ora interrogheremo su questo tema, può essere chiuso e non necessariamente nell’assurdo, ma anche nel "mistero" di un progetto metarazionale e trascendente del quale possiamo al massimo intuirne una coerenza generale. C’è, però, un dato preliminare rilevante: un’ampia porzione del male diffuso nel mondo è riconducibile alla libertà e quindi al peccato dell’uomo. È, allora, necessario partire con l’esame di coscienza ideale che è proposto da Genesi 2-3 ove è protagonista appunto ha-adam, in ebraico "l’uomo" di tutti i tempi e di tutte le regioni del mondo. Al progetto di armonia con Dio, con la natura e con il suo simile, descritto come desiderio del Creatore nel capitolo 2, egli, nella sua libertà, decide di opporre un progetto alternativo di alienazione, violenza, sopraffazione, imperialismo (si vedano il capitolo 3 e la storia successiva di Caino, del diluvio e di Babele).
Il dolore dell’umanità, allora, in molti casi, prima di appellare al mistero dell’agire divino, deve trasformarsi in un atto di accusa che l’uomo lancia contro il proprio agire immorale. Prima di gridare a Dio protestando perché lascia morire di fame o senza cure molti bambini o ne fa nascere altri deformi, l’uomo deve interrogare il suo egoismo, le sue prevaricazioni, la sua politica, le sue oppressioni e ingiustizie, la sua scienza distruttrice.
Detto questo, bisogna però riconoscere che c’è – per usare un’espressione del commento a "Giobbe" del filosofo francese Philippe Nemo – un "eccesso di male" che deborda dall’azione e dalla responsabilità umana. È appunto il "libro di Giobbe" a porre sul tappeto questa interrogazione per ragioni strettamente teologiche, cioè per scoprire il vero volto di Dio. Infatti, il testo di Giobbe – equivocato come simbolo di pazienza (cfr. Gc 5,11) – è una ricerca lacerante della genuina realtà divina che nel dolore appare in modo scandalosamente sconcertante: «La rabbia di Dio mi perseguita per dilaniarmi, contro di me digrigna i denti, contro di me il mio nemico affila gli occhi. Ero sereno e lui mi ha stritolato, mi ha afferrato per la nuca e mi ha sfondato il cranio, ha fatto di me il suo bersaglio. I suoi arcieri prendono la mira su di me, senza pietà trafigge i reni, per terra versa il mio fiele, infierisce su di me come un generale trionfatore» (Gb 16,9.12-14). Dio, quando si ha la pelle torturata dal dolore, non è visto come un padre, ma come un imperatore trionfatore, come un arciere sadico che trafigge l’uomo senza pietà. In quei momenti l’unica preghiera è solo una domanda di tregua: «Quando la finirai di spiarmi e mi lascerai inghiottire la saliva?» (7,19). «Inghiottire la saliva» è un curioso modo orientale per indicare un istante di respiro e di tregua.
Per l’uomo tormentato dalla sofferenza l’unico spiraglio liberatore sembra essere la morte: «Se devo sperare, è solo l’Ade la mia casa, nelle tenebre stenderò il mio giaciglio. Al sepolcro io grido: Padre mio sei tu! Ai vermi: Madre mia, sorelle mie!» (17,13-14). Giobbe nel dolore si spoglia di qualsiasi appoggio umano e spirituale. Il suo itinerario è quello della fede pura e nuda, priva di facili appoggi, lontana dagli schemi freddi che gli amici teologi gli oppongono per spiegare il mistero del male. Ed è proprio attraverso la povertà assoluta del soffrire che Giobbe giunge al vero Dio. Verso di lui l’uomo apre un’offensiva processuale per farlo deporre in un’ideale assise giudiziaria perché giustifichi il suo strano infierire sull’uomo: «Ecco qui la mia firma. L’Onnipotente mi risponda! Il mio Rivale scriva il suo protocollo! Sono pronto a rendergli conto di tutti i miei passi; come un principe, mi presento davanti a lui» (31,35.37).
E sorprendentemente Dio accetta di fare la sua deposizione, imboccando la via del dialogo. Il Signore pronunzia due discorsi monumentali, che sono anche le pagine poeticamente più alte del libro. Da quelle strofe grandiose emerge il mondo delle meraviglie cosmiche (terra, mare, astri, costellazioni, aurore, leoni, ibis, gazzelle, struzzi, bufali, cavalli, camosci), ma anche tutta la sfera delle energie caotiche e negative che attentano allo splendore della creazione, energie personificate nei due mostri simbolici Behemot e Leviatan (capitoli 38-41). Giobbe è un pellegrino stupito tra questi misteri, di cui egli non sa sondare che qualche particella microscopica mentre Dio li percorre totalmente con la sua onniscienza e onnipotenza.
Giobbe, allora, comprende che, accanto alla piccola logica dell’uomo che riesce solo a comprendere e a sistemare piccoli frammenti della realtà e che quindi ha ragione di trovarsi a disagio di fronte al male, esiste un grande e superiore "progetto" di Dio, infinitamente più completo e invalicabile ai nostri piccoli schemi. Questo progetto divino è capace di collocare al suo interno anche gli aspetti che a noi risultano debordanti o inutili o dannosi. Gli amici di Giobbe si illudevano, come molti "consolatori", di conoscere questo progetto identificandolo con le loro facili spiegazioni teologiche, soprattutto con la già menzionata teoria della retribuzione per cui ogni dolore è generato da una colpa. Ma la realtà li smentiva, come smentiva anche Giobbe, quando credeva che non esistesse nessuna via per sistemare la sofferenza nell’arco della storia della salvezza. Il dolore non è, quindi, spiegato a Giobbe ma, incontrando il vero Dio, Giobbe comprende che il Dio infinito e sapiente potrà inquadrarlo nel suo supremo disegno di salvezza. Solo così Giobbe si abbandona alla mano divina.
Una teologia del dolore
Con Giobbe, dunque, si passa da un’antropologia della sofferenza a una vera e propria teologia. Egli è fermamente convinto che, proprio perché "mistero" terribile e supremo, la realtà del dolore non può essere "razionalizzata", addomesticata attraverso un facile teorema teologico. Il male e il dolore urlano con tutta la loro forza contro la mente dell’uomo. Ma il poeta biblico è altrettanto fermamente convinto che esiste una ’esah, una "razionalità" da mistero, cioè superiore e totalizzante, quella di Dio: essa riesce a collocare in un progetto ciò che per l’uomo sembra invece debordare da ogni progetto. E Giobbe, allora, resta contemporaneamente teso verso la disperazione e la bestemmia a cui lo conduce "logicamente" la sua intelligenza e verso la speranza e l’inno di lode a cui lo conduce la sua autentica fede.
In questa stessa linea nettamente teologica – che corre accanto a quella più "filosofica" della retribuzione, della sofferenza come catarsi e pedagogia dell’uomo (così l’ultimo amico di Giobbe, Elihu), del limite creaturale (Qohelet) – si colloca la figura del Servo sofferente del Signore cantato da Isaia in quattro carmi (capitoli 42; 49; 50; 53), figura riletta in chiave messianica dal cristianesimo. Noi seguiremo ora il fondamentale quarto canto del Servo del Signore (Is 52,13-53,12). Egli nasce come un virgulto in un deserto solitario, ma cresce e si configura come un essere «disprezzato, reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire». Ma quella sofferenza non è frutto della punizione di una colpa, come insegnava la citata tesi della retribuzione legata al binomio "delitto-castigo". È il peccato degli altri che viene espiato da quel giusto. Il suo dolore è salutare per noi tutti, dà salvezza e pace, genera in noi pentimento e perdono.
«Egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato. Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe siamo stati guariti» (versetti 4-5). La sua donazione è totale e docile come quella dell’agnello sacrificale che vede irrompere su di sé la spada del sacerdote. E ciò che attende il Servo è ormai la morte e la sepoltura, sigillo di una vita di dolore e di disprezzo. Anche se il suo cadavere è buttato nella fossa dei perversi, una lapide ideale è posta sulla sua tomba: «Non ha commesso violenza, non ci fu inganno nelle sue parole» (versetto 9). Ma la morte non è la foce definitiva verso cui corre la vita del Servo. Anzi, la morte fa fiorire il mistero di fecondità che quel virgulto conteneva. Ora il Servo giusto contempla la luce, si sazia nella dolcezza della gloria che è il vedere Dio. «Il giusto mio servo giustificherà molti, si addosserà la loro iniquità» (versetto 11). La cornice conclusiva del carme ribalta la vicenda e presenta l’innocenza del Servo, la cui sofferenza espiatrice ha liberato gli uomini peccatori.
La sua vita, passione e morte sono state sacrificio espiatorio per noi, il suo silenzio è stato orazione esaudita, il suo dolore è stato la nostra giustificazione e riconciliazione con Dio. Per questa pagina del Secondo Isaia, allora, il dolore ha in sé una forza insospettata, una fecondità straordinaria che aiuta il compiersi della storia della salvezza. Per vie misteriose il soffrire unisce intimamente a Dio e produce al tempo stesso solidarietà salvifica coi fratelli. Apparentemente la sofferenza sembra una maledizione, in realtà essa diventa un principio di vita, come avviene per i dolori del parto (cfr. Gv 16,21).
La compagnia di Cristo
Una delle grandi figure della letteratura spirituale e filosofica del ’900 è stata certamente Simone Weil, una donna di straordinaria intensità umana, di origine israelitica, impegnata nel mondo sociale e politico, vissuta lungamente in contatto con l’esperienza cristiana e autrice di opere folgoranti. In uno di questi suoi scritti la Weil osserva: «La sola fonte di chiarezza abbastanza luminosa per illuminare il dolore è la croce di Cristo. Non importa, in quale epoca, non importa in quale Paese, dovunque ci sia un dolore, la croce di Cristo non è che la verità». Queste parole ci invitano a portare il nostro viaggio all’interno del pianeta oscuro del dolore "secondo le Scritture", fino all’ultima tappa della Bibbia, quella del Nuovo Testamento.
Durante la sua vita terrena Cristo ha messo al centro della sua attenzione proprio il mistero del dolore. Il vangelo di Marco è quasi per metà un racconto di Cristo in compagnia di malati. C’è stato un teologo, René Latourelle, che ha scritto: «Eliminare i miracoli di Gesù dai vangeli sarebbe come immaginare l’Amleto di Shakespeare senza Amleto». E i miracoli di Gesù non sono gesti spettacolari autopromozionali, destinati a sollecitare applausi e successi (quante volte Gesù impone il silenzio al malato guarito!), ma piuttosto orientati a liberare l’uomo dal male e dal dolore.
Emblematico di questa vicinanza del Cristo ai sofferenti è il suo atteggiamento nei confronti dei lebbrosi. Essi erano non solo dei malati ma degli scomunicati. Secondo le prescrizioni ufficiali della legge biblica dovevano vivere ai margini delle città, isolati dal loro passato e da ogni affetto; dovevano segnalare la loro presenza qualora sulla loro strada si fosse presentata una persona sana (Lv 14). La lebbra, infatti, era considerata – secondo la teologia "retribuzionistica" dell’Antico Testamento – frutto di una colpa gravissima di cui diventava punizione ed espiazione. Gesù, invece, spazzando via tutte queste remore, non solo si avvia sulla strada di questi "appestati", ma... Ascoltiamo la narrazione di Marco (1,41-42): «Gesù, mosso a compassione, stese la mano, lo toccò e gli disse: "Lo voglio, guarisci!". Subito la lebbra scomparve ed egli guarì».
Di fronte a un morbo, che oggi potremmo comparare al grande incubo dell’Aids, Gesù non si lascia coinvolgere in sofismi religiosi, non si fa tentare da preoccupazioni artificiose di autodifesa come fanno certi cristiani benpensanti, ma è pronto subito a condividere, a curare, ad amare. E, così, davanti a Gesù sfilano poveri, malati, angosciati, persone colpite da mali morali, fisici, sociali e psichici. Per tutti egli ha una parola e un gesto di speranza, proponendo così alla sua Chiesa di essere sempre accanto a chi soffre, anzi di considerare questi «fratelli più piccoli» la realtà più preziosa del Regno di Dio.
Possiamo, allora, dire che in Gesù è Dio stesso che viene incontro all’umanità sofferente per liberarla dalla tirannia del male. Una liberazione lenta e progressiva, destinata ad approdare a quella città perfetta in cui dolore e morte non saranno più i cittadini privilegiati, ma da essa saranno espulsi. Nel ritratto della Gerusalemme celeste, simbolo del mondo che Cristo ha inaugurato e che noi dobbiamo collaborare a costruire, l’Apocalisse ci offre questo profilo: «Ecco la dimora di Dio con gli uomini! Egli dimorerà tra di loro e tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno» (21,3-4).
Cristo, però, sperimenta non solo all’esterno, ma anche in se stesso la forza tenebrosa del dolore. Egli piange davanti alla tomba dell’amico Lazzaro; egli sa che «deve molto soffrire ed essere respinto e poi venire ucciso» (Mc 8,31). E soprattutto egli entra nella passione che è un itinerario continuo di sofferenze, è la "via dolorosa", la "via crucis" per eccellenza. È un’esperienza condotta nella solitudine, anche degli amici più cari («Non siete stati capaci di vegliare una sola ora?»), nel silenzio di Dio («Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?»), nella lotta fisica dell’agonia (il sudore di sangue), nelle torture (flagellazione e incoronazione di spine), nella crocifissione, nella catastrofe finale della morte.
Un personaggio di un film di Bergman, il sagrestano di Luci d’inverno, al pastore in crisi di fede ricorda la scena della sofferenza di Cristo: «Pensi al Getsemani, signor pastore. Tutti i discepoli si erano addormentati. Non avevano capito nulla. Ma non era ancora il peggio. Quando il Cristo fu inchiodato sulla croce e vi rimase, tormentato dalle sofferenze, esclamò: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?". Il Cristo fu preso da un grande dubbio nei momenti che precedettero la sua morte. Dovette essere quella la più crudele delle sue sofferenze. Voglio dire il silenzio di Dio». Eppure era proprio passando attraverso il dolore e la morte, qualità "impossibili" a Dio, che Cristo diventava veramente uno di noi e poteva liberare e salvare attraverso la sua divinità la nostra miseria, il nostro limite, il nostro male.
In questa luce il dolore diventa il segno supremo d’amore e di fraternità del Cristo nei confronti dell’uomo. Non per nulla egli aveva ripetuto durante la sua vita terrena: «Il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti» (Mc 10,45). È illuminante, al riguardo, quanto scriveva il teologo Dietrich Bonhoeffer il 16 luglio 1944 nel lager di Flossenburg ove sarebbe stato, di lì a poco, impiccato: «Dio è impotente e debole nel mondo e così e soltanto così rimane con noi e ci aiuta... Cristo non ci aiuta in virtù della sua onnipotenza ma in virtù della sua sofferenza». La frase è certamente paradossale, ma coglie una dimensione fondamentale dell’Incarnazione: Cristo ci aiuta, capisce il nostro dolore, lo può fare perché l’ha incontrato e l’ha vissuto come noi. E questa solidarietà del Figlio di Dio è efficace e liberatrice.
In tale luce è comprensibile la dichiarazione di Paolo: «A voi è stata concessa la grazia non solo di credere in lui, ma anche di patire per lui» (Fil 1,29). Anzi, l’apostolo può scrivere questa frase sorprendente: «Io gioisco nelle sofferenze che sopporto per voi e completo nel mio corpo ciò che manca dei patimenti di Cristo per il suo corpo che è la Chiesa» (Col 1,24). Questa dichiarazione non va intesa, ovviamente, nel senso che la passione di Cristo sia incompleta o che possa mancare qualcosa alla sua croce: la morte e la risurrezione di Gesù sono, infatti, l’evento definitivo della salvezza. Il credente soffre in comunione con Cristo, nel suo Corpo che è la Chiesa, e anche il suo dolore acquista valore redentivo: la redenzione, infatti, pur compiuta nella morte e nella gloria di Cristo, si distende nel tempo e nello spazio dell’umanità.
Le lacrime nell’otre di Dio
Al termine di questo lungo viaggio nella galleria oscura della sofferenza, facciamo risuonare le Beatitudini di Cristo. Esse sembrano una voce lontana dal groviglio della vita, delle paure e delle sofferenze: «Beati gli afflitti, perché saranno consolati... Beati voi che ora piangete, perché riderete» (Mt 5,4; Lc 6,21). Queste parole, però, non vogliono essere una facile e illusoria consolazione. Come diceva il poeta francese Paul Claudel: «Dio non è venuto a spiegare la sofferenza: è venuto a riempirla della sua presenza». Le spiegazioni filosofiche della realtà del dolore sono spesso sterili. Cristo non è venuto a giustificare lo scandalo del male inquadrandolo in un sistema di pensiero convincente. Egli è venuto a condividere il nostro limite, assumendolo in sé.
Ma, proprio perché egli è il Figlio di Dio, attraverso il dolore e la morte, ha lasciato in essi un seme di divinità, di eternità. L’amore di Dio non ci protegge da ogni sofferenza ma ci sostiene in ogni sofferenza. L’esperienza del dolore può essere disperante e angosciante, anche perché è come essere in una prigione che ci costringe e ci soffoca.
L’ingresso del Figlio di Dio in quel carcere segna una svolta: egli non elimina la nostra condizione di creature fragili e limitate, ma apre la porta e ci prende per mano per condurci oltre quel carcere, cioè oltre la sofferenza e la morte. La fede ha il compito di svelarci ciò che attende il nostro soffrire e morire: non è il gorgo oscuro del nulla e del non-senso, ma la liberazione definitiva del male, come ci ricorda l’Apocalisse (21,4). Ora, durante il cammino della storia, il Signore «raccoglie nell’otre suo le lacrime: non sono forse scritte nel suo libro?» (Sal 56,9). Ci è, quindi, solidale e compagno di strada, in attesa di condurci verso la nuova creazione che redime ogni male. Noi non dobbiamo «avere speranza in Cristo soltanto in questa vita», perché, come osserva Paolo, «saremmo da compiangere più di tutti gli uomini»; dobbiamo, invece, sperare nella meta della storia, segnata già dalla Pasqua di Cristo: là «Dio sarà tutto in tutti» (1 Cor 15,19.28).
Tutti coloro che, durante l’itinerario della storia, curano i malati e sono vicini a chi soffre non fanno che anticipare la meta del Regno di Dio, la costruiscono con le loro mani, accanto alle mani decisive di Dio. Sostenere il sofferente, anche senza cancellare pienamente il dolore, è una continuazione dell’opera di Cristo ed è un’anticipazione della liberazione offerta dal Regno. Tergere le lacrime dagli occhi dei sofferenti è compiere lo stesso gesto che Dio riserverà alla fine del tempo (Is 25,8; Ap 21,4). È in questa luce che a tutti costoro è riservata la citata benedizione di Cristo re: «Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il Regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi» (Mt 25,34-36).

Gianfranco Ravasi

giovedì 24 gennaio 2019

"Oggi si è compiuta questa Scrittura"


TERZA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


TERZA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Ne 8, 2-4a.5-6.8-10; Sal 18; 1Cor 12, 12-30; Lc 1, 1-4.4, 14-21 

I testi biblici di questa domenica ci permettono di fare una riflessione essenziale per la nostra vita di uomini e di uomini cristiani.

Luca scrive il suo Evangelo per i cristiani della terza generazione che provengono dal paganesimo; la prima generazione aveva conosciuto Gesù e questo gli bastava; la seconda aveva conosciuto quelli che lo avevano incontrato e lo aspettava presto; la terza  non ha conosciuto né Gesù,  né quelli che lo avevano incontrato e ormai non attende una sua venuta imminente; la terza generazione cristiana sa che Cristo Gesù ha annunziato un’ultima venuta ma questa non è così imminente come pareva. E allora? Deve fare i conti con la quotidianità; la terza generazione cristiana a cui Luca si rivolge comincia a chiedersi cosa significhi che Dio ci ha salvato dato che tutto appare come prima, comincia a chiedersi cosa voglia dire vivere la salvezza in una storia che scorre indifferente all’annunzio della novità cristiana, comincia a domandarsi come intendere quello che Gesù pure aveva detto (cfr Lc 17,21): Il Regno di Dio è in mezzo a voi. Come mettere radici in un passato sempre più lontano e come camminare verso un futuro anch’esso sempre più lontano? E’ possibile che dei fatti del passato abbiano una forza di salvezza per l’oggi e preparino il domani?
L’oggi tante volte è buio ed il futuro è oscuro … questo era il sentire dei cristiani a cui Luca si indirizza, ma questo è anche il nostro scenario perché noi siamo come i cristiani della terza generazione:  è il problema della storia; non un problema astruso, ma un problema reale e fortemente esistenziale … un problema che pone domande al nostro vivere concretissimo: cogliere nell’oggi un passato che abbia rilevanza e senso per il futuro; questo per vivere sensatamente l’oggi e preparare il domani.
L’uomo è un animale storico; ha dei limiti ma si sente costretto in quei limiti; l’uomo di continuo cerca se stesso e così cerca altro e si scopre, tante volte, cercatore dell’Altro … Certamente la morte è il suo limite immenso … l’uomo, troppo grande per bastare a se stesso, come scriveva Pascal, sa che dovrà scontrarsi con la morte. L’angoscia è inevitabile.
Qui si pone la promessa di Dio; il Dio della Bibbia promette all’uomo salvezza… Dio gli sussurra che è possibile un mondo buono, con il cielo aperto, è possibile quell’oltre che l’uomo neanche osava sognare; Dio si è accostato all’uomo promettendogli salvezza, educandolo ad una vera speranza; il Dio biblico chiede all’uomo fiducia perché possa accogliere la salvezza. In Israele, Dio si è scelto un lembo di terra in cui ha seminato la parola della speranza, della salvezza; lì l’ha coltivata e ad un certo momento ha aperto una breccia nel muro della storia. Di questa fatica di Dio nessuno se ne è accorto, neanche i vicini: la grande storia ha soffocato con i suoi frastuoni la storia di Dio con noi! Dio è venuto nella storia ma non si è imposto alla storia; ha agito, anzi, in modo tale da essere facilmente rifiutato: un povero Rabbi di Galilea, uomo tra gli uomini, capace anche di parole affascinanti e forti ma facilmente derubricabili a chimere di un illuso, rifiutato dai grandi del suo popolo fino a farlo uccidere per mano dei potentissimi padroni del mondo … davvero pare abbia fatto di tutto per non essere accolto!
Eppure Dio ha davvero aperto una breccia nel muro della storia … bisogna avere occhi e cuore per accorgersene e così, all’inizio del suo Evangelo, Luca ci prende per mano e ci conduce a quell’apertura: è la storia di Gesù di Nazareth … lì il muro è stato abbattuto! Lì c’è una porta per uscire dall’angoscia. Luca sa che per mezzo di Gesù c’è un oggi di salvezza. Per questo inizia il suo racconto presentandosi come uno storico della salvezza: ci sono delle cose accadute “fin dall’inizio” che Luca intende raccontare (e si riferisce ai due primi capitoli che riguardano l’infanzia di Gesù) e poi ci sono degli “eventi che si sono compiuti tra di noi come ce li hanno trasmessi quelli che divennero testimoni oculari e servi della Parola” e questi sono i discepoli che seguirono Gesù dal suo ministero in Galilea fino alla sua Pasqua. I discepoli che Luca chiama servidella Parola, di quella Parola di promessa che ora ha un volto ed una carne: Gesù! In Lui ogni oggi può essere luogo dell’adempimento della promessa; in Lui ogni oggi può conoscere la salvezza.
Il passo evangelico di questa domenica pone sulle labbra stesse di Gesù l’annunzio di questo oggi di salvezza; durante la liturgia sinagogale a Gesù tocca leggere la seconda lettura (la “haptarah” normalmente scelta tra i testi profetici; la prima lettura, la “parashah” è invece presa dalla “Torah”) … è la “haptarah” prevista dal calendario delle letture. Dopo aver letto Gesù pronunzia una brevissima omelia: Oggi si è compiuta questa Scrittura nei vostri orecchi. È il tema dell’ oggi certamente riecheggia un tema già presente in tutto il Libro del Deuteronomio(in cui la parola “oggi” è detta ben 65 volte!). Per Luca è un tema di capitale importanzada questo momento nella sinagoga di Nazareth, all’incontro con il piccolo pubblicano Zaccheo (Lc 19,9:  Oggi la salvezza è entrata in questa casa) e fino al ladro appeso alla croce (Lc 23,43: Oggi sarai con me nel Paradiso) ma ancora prima gli angeli del Natale dicono ai pastori: Oggi nella città di David vi è nato un Salvatore che è il Messia Signore(cfr Lc 2, 10).
La salvezza che la Scrittura ci annunzia non è una teoria di salvezza, la nostra salvezza è un avvenimento, una persona: Gesù di Nazareth. In Lui si adempiono le parole della promessa; in Lui è data all’uomo, immerso nelle tenebre ed angosciato nel vicolo cieco della morte, la vera luce; in Lui è data una liberazione dalle catene che disumanizzano l’uomo pretendendo di essere vie di salvezza.
La storia allora non è più un groviglio cieco e disperato; si spalanca alla storia un oggi nuovo che apre le vie del futuro mostrando la saldezza delle radici di una storia in cui Dio ha fatto irruzione con la sua promessa e con l’adempimento di essa.
L’oggi nuovo ha un volto, ha il sapore di una vicenda: il volto di Gesù di Nazareth, la sua vicenda che narra Dio ed il suo amore. Il terzo evangelo dice ai cristiani della terza generazione e di tutte le generazioni che seguiranno che se il Regno di Dio è giàvenuto in Gesù, se è giàcompiuto in Lui, attende di venire e di compiersi in noi, nei nostri oggi; ogni “oggi” può essere, in Gesù, nell’ascolto compromettente della sua Parola, “oggi di Dio”. La Parola ancora attende di farsi carne e storia in noi.
L’irruzione di Dio, l’irruzione della sua Parola, come già narra il Libro di Neemianel celebre tratto che oggi passa nella liturgia, conduce alla gioia e alla comunione; passa certo per lacrime di compunzione su un passato segnato da morte e infedeltà, ma approda alla gioia di un banchetto festoso che si fa comunione con i poveri; la Parola accolta trasforma l’oggi in un tempo santo: questo giorno è consacrato al Signore (Ne 8,10). L’oggi in cui Dio abita, dall’oggi di Gesù di Nazareth, ha una nuova forza: la gioia che proviene dal Signore (Ne 8,10).
I presenti nella sinagoga di Nazareth in quel giorno della visita di Gesù sono per noi un’icona di ciò che ci è richiesto perché tutto questo ci tocchi: gli occhi di tutti nella sinagoga erano fissi sopra di lui. Ecco, non si può distogliere lo sguardo da Lui: solo Gesù, il Figlio di Dio nella nostra carne, è il liberatore e il salvatore. Non ce ne sono altri! Lui, l’inviato a portarci un Evangelo che ci deve e può far esultare.

Teniamo fisso – dunque – lo sguardo su di Lui (cfr Eb 12,2)!

P.Fabrizio Cristarella Orestano 

mercoledì 23 gennaio 2019

Conversione di San Paolo, Parmigianino


OMELIA NELLA FESTA DELLA CONVERSIONE DI SAN PAOLO


OMELIA NELLA FESTA DELLA CONVERSIONE DI SAN PAOLO

Cattedrale di Pitigliano, 25 gennaio 

'Ma il Signore gli disse: «Va', perché egli è lo strumento che ho scelto per me, affinché porti il mio nome dinanzi alle nazioni, ai re e ai figli di Israele»' (At 9,15)
1. Queste parole che il Signore rivolge  ad Anania aiutano ad entrare in pienezza nel senso dell'evento che oggi la Liturgia ci fa celebrare e che costituisce la cornice entro la quale si conclude la Settimana di preghiera per l'unità dei cristiani: il trionfo della grazia del Cristo Risorto che con il suo splendore abbaglia ed illumina al contempo Saulo, il terribile persecutore che viene così trasformato in appassionato annunciatore del Nome di Gesù alle genti. E' un mistero di luce e di consolazione che aiuta a ricordare come Dio sa irrompere nella condizione umana e operare prodigiose trasformazioni, inattese e impreviste; la festa di oggi ci educa  al Dio  sempre oltre e sempre più grande del nostro cuore (cfr 1Gv 3,20), al Dio delle  sorprese. Anania ha sentito dire quanto male Saulo ha fatto ai discepoli di Gesù a Gerusalemme e anche che è autorizzato  dai capi dei sacerdoti ad arrestare tutti quelli che invocano il  Nome di Gesù. Ha paura, eppure si sente dire un 'va''! Quest'uomo, la cui fama lo precede è lo strumento che Gesù Cristo ha scelto perché porti il suo Nome alle genti.
2.  Siamo consapevoli che oggi il cammino ecumenico, dopo la sua rigogliosa stagione vissuta al tempo del Concilio Vaticano II, sta vivendo un momento di criticità, addirittura sembra, a volte, che si sia perso l'interesse intorno a questa questione cruciale della vita della Chiesa di Cristo; tuttavia non si può non riconoscere che la promozione del dialogo ecumenico è entrata nel sangue delle varie confessioni cristiane ed è sempre più sentita come imprescindibile oltre i pregiudizi e le storiche reciproche chiusure. Non sarebbe male chiederci in tutta onestà quanto seguito abbia la settimana che oggi nel segno della Conversione di S.Paolo si chiude, nelle nostre comunità diocesane e parrocchiali. L'impressione è che rimanga un'isola di preghiera e nulla più!3. Perché non credere appassionatamente che il Signore sempre sorprendente e più grande del nostro cuore possa irrompere nella coscienza profonda della Chiesa di Cristo e ridonarle la bella e gloriosa unità visibile ben simboleggiata dalla 'tunica' non strappata del Cristo nella Passione? L'unità, come la Pace, è dono di Dio; chiediamolo, è grazia allo stato puro! Sentiamo di assomigliare a Saulo e preghiamo questa sera di essere trasformati in tanti 'Paoli', apostoli entusiasti e gioiosi del Vangelo di Cristo. Quest'anno ricordiamo i cinquant'anni da una sorpresa grande e sconvolgente, inimmaginabile solo qualche anno prima: Papa Paolo VI e il Patriarca Atenagora, si abbracciarono e da quell'abbraccio nacque la decisione di abrogare la reciproca scomunica tra cattolici e ortodossi in vigore dal 1054! Dio agisce così, dunque sia forte la speranza!
4. Il testo biblico scelto quest'anno dal Gruppo ecumenico canadese che raccoglie tutte le Chiese cristiane della grande nazione del Canada, è tratto dalla Prima lettera ai Corinti (1,1-17), ed è il testo che abbiamo ascoltato questa sera come seconda lettura; da questo il tema della Settimana: 'Cristo non può essere diviso!'. A Corinto la situazione della Chiesa era assai compromessa dalle divisioni interne ed addirittura nel Nome di Gesù si avvaloravano le divisioni stesse. Paradosso e scandalo: divisi nel nome di Cristo! E' per questo che il Santo Padre nella Udienza di mercoledì 22 gennaio afferma 'dobbiamo riconoscere sinceramente e con dolore, che le nostre comunità continuano a vivere divisioni che sono di scandalo. Le divisioni fra noi cristiani sono uno scandalo. Non c'è un'altra parola: uno scandalo. «Ciascuno di voi ' scriveva l'Apostolo ' dice: 'Io sono di Paolo', 'Io invece sono di Apollo', 'E io di Cefa', 'E io di Cristo'» (1,12). Anche quelli che professavano Cristo come loro capo non sono applauditi da Paolo, perché usavano il nome di Cristo per separarsi dagli altri all'interno della comunità cristiana. Ma il nome di Cristo crea comunione ed unità, non divisione! Lui è venuto per fare comunione tra noi, non per dividerci'Le divisioni invece indeboliscono la credibilità e l'efficacia del nostro impegno di evangelizzazione e rischiano di svuotare la Croce della sua potenza (cfr 1,17) (Francesco)
5. Ma S.Paolo non si limita a rimproverare gli abitanti di Corinto, ma ringrazia il Signore «a motivo della grazia di Dio che vi è stata data in Cristo Gesù, perché in lui siete stati arricchiti di tutti i doni, quelli della parola e quelli della conoscenza» (1,4-5). Con gli occhi della fede egli vede prima di tutto ' e se ne rallegra sinceramente ' i doni fatti da Dio alla comunità. Riconosciamo con gioia anche noi i doni di Dio presenti nelle varie confessioni religiose. Pur soffrendo per le  divisioni, rallegriamoci  sinceramente delle grazie concesse da Dio agli altri cristiani. 'È bello, dice il Santo Padre, riconoscere la grazia con cui Dio ci benedice e, ancora di più, trovare in altri cristiani qualcosa di cui abbiamo bisogno, qualcosa che potremmo ricevere come un dono dai nostri fratelli e dalle nostre sorelle'(c.s.) e nella Esortazione Apostolica Evangelii gaudium  riafferma con vigore: 'Se realmente crediamo nella libera e generosa azione dello Spirito, quante cose possiamo imparare gli uni dagli altri! Non si tratta solamente di ricevere informazioni sugli altri per conoscerli meglio, ma di raccogliere quello che lo Spirito ha seminato in loro come un dono anche per noi...Attraverso uno scambio di doni, lo Spirito può condurci sempre di più alla verità e al bene' (246).
6. L'impegno per il dialogo ecumenico è una priorità nella vita di ogni Chiesa, chiediamolo come santa sorpresa pur chiedendoci responsabilmente quali vie stiamo percorrendo per concretizzare tale priorità pastorale; per questo mi piace concludere con un proverbio africano: 'Chi vuole sul serio qualcosa trova una strada, gli altri una scusa'. Maria Madre dell'unità sostieni la nostra preghiera e incoraggia i nostri popositi di unità e di pace! Amen.

martedì 22 gennaio 2019

Gesù deposto dalla croce


PRIMA LA BONTÀ ERA NASCOSTA (DA SAN BERNARDO DI CHIARAVALLE)


PRIMA LA BONTÀ ERA NASCOSTA (DA SAN BERNARDO DI CHIARAVALLE)

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 29 /12 /2011 - 

dai "Discorsi" di san Bernardo, abate (Disc. 1 per l'Epifania, 1-2; PL 133, 141-143)

Si sono manifestate la bontà e l'umanità di Dio Salvatore nostro (cfr. Tt 2, 11). Ringraziamo Dio che ci fa godere di una consolazione così grande in questo nostro pellegrinaggio di esuli, in questa nostra miseria. Prima che apparisse l'umanità, la bontà era nascosta: eppure c'era anche prima, perché la misericordia di Dio è dall'eternità. Ma come si poteva sapere che è così grande? Era promessa, ma non si faceva sentire, e quindi da molti non era creduta. Molte volte e in diversi modi il Signore parlava nei profeti (cfr. Eb 1, 1). Io - diceva - nutro pensieri di pace, non di afflizione (cfr. Ger 29, 11). Ma che cosa rispondeva l'uomo, sentendo l'afflizione e non conoscendo la pace? Per questo gli annunziatori di pace piangevano amaramente (cfr. Is 33, 7) dicendo: Signore, chi ha creduto al nostro annunzio? (cfr. Is 53, 1). Ma ora almeno gli uomini credono dopo che hanno visto, perché la testimonianza di Dio è diventata pienamente credibile (cfr. Salmo 92, 5). Per non restare nascosto neppure all'occhio torbido, Egli ha posto nel sole il suo tabernacolo (cfr. Salmo 18, 6). Ecco la pace: non promessa, ma inviata; non differita, ma donata; non profetata, ma presente. Dio Padre ha inviato sulla terra un sacco, per così dire, pieno della sua misericordia; un sacco che fu strappato a pezzi durante la passione perché ne uscisse il prezzo che chiudeva in sé il nostro riscatto; un sacco certo piccolo, ma pieno, se ci è stato dato un Piccolo (cfr. Is 9, 5) in cui però "abita corporalmente tutta la pienezza della divinità" (Col 2, 9). Quando venne la pienezza dei tempi, venne anche la pienezza della divinità. Venne Dio nella carne per rivelarsi anche agli uomini che sono di carne, e perché fosse riconosciuta la sua bontà manifestandosi nell'umanità. Manifestandosi Dio nell'uomo, non può più esserne nascosta la bontà. Quale prova migliore della sua bontà poteva dare se non assumendo la mia carne? Proprio la mia, non la carne che Adamo ebbe prima della colpa. Nulla mostra maggiormente la sua misericordia che l'aver egli assunto la nostra stessa miseria. Signore, che è quest'uomo perché ti curi di lui e a lui rivolga la tua attenzione? (cfr. Salmo 8, 5; Eb 2, 6). Da questo sappia l'uomo quanto Dio si curi di lui, e conosca che cosa pensi e senta nei suoi riguardi. Non domandare, uomo, che cosa soffri tu, ma che cosa ha sofferto lui. Da quello a cui egli giunse per te, riconosci quanto tu valga per lui, e capirai la sua bontà attraverso la sua umanità. Come si è fatto piccolo incarnandosi, così si è mostrato grande nella bontà; e mi è tanto più caro quanto più per me si è abbassato. Si sono manifestate - dice l'Apostolo - la bontà e l'umanità di Dio nostro Salvatore (cfr. Tt 3, 4). Grande certo è la bontà di Dio e certo una grande prova di bontà egli ha dato congiungendo la divinità con l'umanità.

lunedì 21 gennaio 2019

Conversione di San Paolo


BENEDETTO XVI - SAN PAOLO (1) L'AMBIENTE RELIGIOSO-CULTURALE


BENEDETTO XVI - SAN PAOLO (1) L'AMBIENTE RELIGIOSO-CULTURALE

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI

Mercoledì, 2 luglio 2008 

Cari fratelli e sorelle,

vorrei oggi iniziare un nuovo ciclo di Catechesi, dedicato al grande apostolo san Paolo. A lui, come sapete, è consacrato questo anno che va dalla festa liturgica dei Santi Pietro e Paolo del 29 giugno 2008 fino alla stessa festa del 2009. L'apostolo Paolo, figura eccelsa e pressoché inimitabile, ma comunque stimolante, sta davanti a noi come esempio di totale dedizione al Signore e alla sua Chiesa, oltre che di grande apertura all'umanità e alle sue culture. È giusto dunque che gli riserviamo un posto particolare, non solo nella nostra venerazione, ma anche nello sforzo di comprendere ciò che egli ha da dire anche a noi, cristiani di oggi. In questo nostro primo incontro vogliamo soffermarci a considerare l'ambiente nel quale egli si trovò a vivere e a operare. Un tema del genere sembrerebbe portarci lontano dal nostro tempo, visto che dobbiamo inserirci nel mondo di duemila anni fa. E tuttavia ciò è vero solo apparentemente e comunque solo in parte, poiché potremo constatare che, sotto vari aspetti, il contesto socio-culturale di oggi non differisce poi molto da quello di allora.
Un fattore primario e fondamentale da tenere presente è costituito dal rapporto tra l’ambiente in cui Paolo nasce e si sviluppa e il contesto globale in cui successivamente si inserisce. Egli viene da una cultura ben precisa e circoscritta, certamente minoritaria, che è quella del popolo di Israele e della sua tradizione. Nel mondo antico e segnatamente all'interno dell'impero romano, come ci insegnano gli studiosi della materia, gli ebrei dovevano aggirarsi attorno al 10% della popolazione totale; qui a Roma, poi, il loro numero verso la metà del I° secolo era in un rapporto ancora minore, raggiungendo al massimo il 3% degli abitanti della città. Le loro credenze e il loro stile di vita, come succede ancora oggi, li distinguevano nettamente dall'ambiente circostante; e questo poteva avere due risultati: o la derisione, che poteva portare all'intolleranza, oppure l'ammirazione, che si esprimeva in forme varie di simpatia come nel caso dei “timorati di Dio” o dei “proseliti”, pagani che si associavano alla Sinagoga e condividevano la fede nel Dio di Israele. Come esempi concreti di questo doppio atteggiamento possiamo citare, da una parte, il giudizio tagliente di un oratore quale fu Cicerone, che disprezzava la loro religione e persino la città di Gerusalemme (cfr Pro Flacco, 66-69), e, dall’altra, l’atteggiamento della moglie di Nerone, Poppea, che viene ricordata da Flavio Giuseppe come “simpatizzante” dei Giudei (cfr Antichità giudaiche 20,195.252; Vita 16), per non dire che già Giulio Cesare aveva ufficialmente riconosciuto loro dei diritti particolari che ci sono tramandati dal menzionato storico ebreo Flavio Giuseppe (cfr ibid. 14,200-216). Certo è che il numero degli ebrei, come del resto avviene ancora oggi, era molto maggiore fuori della terra d'Israele, cioè nella diaspora, che non nel territorio che gli altri chiamavano Palestina.
Non meraviglia, quindi, che Paolo stesso sia stato oggetto della doppia, contrastante valutazione, di cui ho parlato. Una cosa è sicura: il particolarismo della cultura e della religione giudaica trovava tranquillamente posto all'interno di un’istituzione così onnipervadente quale era l'impero romano. Più difficile e sofferta sarà la posizione del gruppo di coloro, ebrei o gentili, che aderiranno con fede alla persona di Gesù di Nazaret, nella misura in cui essi si distingueranno sia dal giudaismo sia dal paganesimo imperante. In ogni caso, due fattori favorirono l'impegno di Paolo. Il primo fu la cultura greca o meglio ellenistica, che dopo Alessandro Magno era diventata patrimonio comune almeno del Mediterraneo orientale e del Medio Oriente, sia pure integrando in sé molti elementi delle culture di popoli tradizionalmente giudicati barbari. Uno scrittore del tempo afferma, al riguardo, che Alessandro “ordinò che tutti ritenessero come patria l'intera ecumene ... e che il Greco e il Barbaro non si distinguessero più” (Plutarco, De Alexandri Magni fortuna aut virtute, §§ 6.8). Il secondo fattore fu la struttura politico-amministrativa dell'impero romano, che garantiva pace e stabilità dalla Britannia fino all'Egitto meridionale, unificando un territorio dalle dimensioni mai viste prima. In questo spazio ci si poteva muovere con sufficiente libertà e sicurezza, usufruendo tra l'altro di un sistema stradale straordinario, e trovando in ogni punto di arrivo caratteristiche culturali di base che, senza andare a scapito dei valori locali, rappresentavano comunque un tessuto comune di unificazione super partes, tanto che il filosofo ebreo Filone Alessandrino, contemporaneo dello stesso Paolo, loda l’imperatore Augusto perché “ha composto in armonia tutti i popoli selvaggi ... facendosi guardiano della pace" (Legatio ad Caium, §§ 146-147).
La visione universalistica tipica della personalità di san Paolo, almeno del Paolo cristiano successivo all'evento della strada di Damasco, deve certamente il suo impulso di base alla fede in Gesù Cristo, in quanto la figura del Risorto si pone ormai al di là di ogni ristrettezza particolaristica; infatti, per l'Apostolo “non c'è più Giudeo né Greco, non c'è più schiavo né libero, non c'è più maschio né femmina, ma tutti siete uno solo in Cristo Gesù” (Gal 3,28). Tuttavia, anche la situazione storico-culturale del suo tempo e del suo ambiente non può non aver avuto un influsso sulle sue scelte e sul suo impegno. Qualcuno ha definito Paolo “uomo di tre culture”, tenendo conto della sua matrice giudaica, della sua lingua greca, e della sua prerogativa di “civis romanus”, come attesta anche il nome di origine latina. Va ricordata in specie la filosofia stoica, che era dominante al tempo di Paolo e che influì, se pur in misura marginale, anche sul cristianesimo. A questo proposito, non possiamo tacere alcuni nomi di filosofi stoici come gli iniziatori Zenone e Cleante, e poi quelli cronologicamente più vicini a Paolo come Seneca, Musonio ed Epitteto: in essi si trovano valori altissimi di umanità e di sapienza, che saranno naturalmente recepiti nel cristianesimo. Come scrive ottimamente uno studioso della materia, “la Stoa... annunciò un nuovo ideale, che imponeva sì all’uomo dei doveri verso i suoi simili, ma nello stesso tempo lo liberava da tutti i legami fisici e nazionali e ne faceva un essere puramente spirituale” (M. Pohlenz, La Stoa, I, Firenze 2 1978, pagg. 565s). Si pensi, per esempio, alla dottrina dell'universo inteso come un unico grande corpo armonioso, e conseguentemente alla dottrina dell'uguaglianza tra tutti gli uomini senza distinzioni sociali, all'equiparazione almeno di principio tra l'uomo e la donna, e poi all'ideale della frugalità, della giusta misura e del dominio di sé per evitare ogni eccesso. Quando Paolo scrive ai Filippesi: “Tutto quello che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, quello che è virtù e merita lode, tutto questo sia oggetto dei vostri pensieri” (Fil 4,8), non fa che riprendere una concezione prettamente umanistica propria di quella sapienza filosofica.
Al tempo di san Paolo era in atto anche una crisi della religione tradizionale, almeno nei suoi aspetti mitologici e anche civici. Dopo che Lucrezio, già un secolo prima, aveva polemicamente sentenziato che “la religione ha condotto a tanti misfatti” (De rerum natura, 1,101), un filosofo come Seneca, andando bel al di là di ogni ritualismo esterioristico, insegnava che “Dio è vicino a te, è con te, è dentro di te” (Lettere a Lucilio, 41,1). Analogamente, quando Paolo si rivolge a un uditorio di filosofi epicurei e stoici nell'Areopago di Atene, dice testualmente che “Dio non dimora in templi costruiti da mani d'uomo ... ma in lui viviamo, ci muoviamo ed esistiamo” (At 17,24.28). Con ciò egli riecheggia certamente la fede giudaica in un Dio non rappresentabile in termini antropomorfici, ma si pone anche su di una lunghezza d'onda religiosa che i suoi uditori conoscevano bene. Dobbiamo inoltre tenere conto del fatto che molti culti pagani prescindevano dai templi ufficiali della città, e si svolgevano in luoghi privati che favorivano l'iniziazione degli adepti. Non costituiva perciò motivo di meraviglia che anche le riunioni cristiane (le ekklesíai), come ci attestano soprattutto le Lettere paoline, avvenissero in case private. Al momento, del resto, non esisteva ancora alcun edificio pubblico. Pertanto i raduni dei cristiani dovevano apparire ai contemporanei come una semplice variante di questa loro prassi religiosa più intima. Comunque, le differenze tra i culti pagani e il culto cristiano non sono di poco conto e riguardano tanto la coscienza identitaria dei partecipanti quanto la partecipazione in comune di uomini e donne, la celebrazione della “cena del Signore” e la lettura delle Scritture.
In conclusione, da questa rapida carrellata sull’ambiente culturale del primo secolo dell’era cristiana appare chiaro che non è possibile comprendere adeguatamente san Paolo senza collocarlo sullo sfondo, tanto giudaico quanto pagano, del suo tempo. In questo modo la sua figura acquista in spessore storico e ideale, rivelando insieme condivisione e originalità nei confronti dell’ambiente. Ma ciò vale analogamente anche per il cristianesimo in generale, di cui appunto l’apostolo Paolo è un paradigma di prim’ordine, dal quale tutti noi abbiamo ancora sempre molto da imparare. E’ questo lo scopo dell’Anno Paolino: imparare da san Paolo, imparare la fede, imparare il Cristo, imparare infine la strada della retta vita.

venerdì 18 gennaio 2019

le nozze di Cana, Jacopo Torriti


SECONDA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


SECONDA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

 Is 62, 1-5; Sal 95; 1Cor 12, 4-11; Gv 2, 1-11

 Il brano evangelico, come pure il passo di Isaia di oggi, ci portano in un clima nuziale che ci conduce nel percorso ordinario della liturgia e, contemporaneamente, ci presenta, in continuità con le feste appena trascorse, la terza epifania del Signore: dopo quella ai Magi (a tutte le genti), dopo quella al Giordano (all’ Israele che attende), ecco quella di Cana (all’ embrione della Chiesa). Questo ciclo C della liturgia domenicale ci dona questa completezza delle tre “epifanie”, che le Chiese d’Oriente celebrano tutte assieme, e che nel rito romano ci viene consegnato solo in questo ciclo.
Il clima nuziale dei testi biblici però non ci inganni portandoci a fare discorsi più o meno moralistici sul matrimonio e sulla vita coniugale; il livello che oggi si deve cogliere è un livello rivelativo; infatti, dinanzi ad un’epifania, ad una manifestazione, è necessario comprendere quale rivelazione di sé il Signore vuole donare alla nostra vita credente.
Il quarto evangelista ci tiene a datare l’evento di Cana e lo fa con un’espressione che certo non è casuale: tre giorni dopo, al terzo giorno. Questo richiamo certo conduce al terzo giorno della resurrezione (espressione ormai consolidata al tempo della stesura del Quarto Evangelo) ma anche all’evento del Sinai quando il Signore, al  “terzo giorno” rivelò la sua gloria e il popolo credette (cfr Es 19, 9.11). Sinai, Cana, Pasqua: tre eventi in cui la gloria del Signore si mostra e in cui è necessaria un’adesione a Lui nella fede … c’è in questi tre eventi tutto un sapore di alleanza, di rivelazione: al Sinai il Signore diede la “Torah” ed Israele credette, qui a Cana Gesù dona il vino buono, l’Evangelo, ai discepoli appena radunati ed essi credono … nella sua Pasqua Gesù stesso soffierà lo Spirito su quella Chiesa che nel cenacolo è chiusa ancora nelle sue paure (cfr Gv 20,19-23) perché essa possa gridare agli uomini la remissione dei peccati ed il mondo nuovo.
A Cana allora non c’è un miracolo (come, d’altro canto, in tutto il Quarto Evangelo) ma un segno; bisogna cogliere questo dato altrimenti si rischia di banalizzare il tutto e di non giungere al cuore di ciò che il Signore vuole consegnarci: così Gesù diede inizio ai suoi segni in Cana di Galilea e i suoi discepoli credettero in lui; la stessa presenza di Maria non deve portarci a conclusioni devozionali, infatti qui Maria che Giovanni non designa con il suo nome ma come “la madre di Gesù”,  è segno dell’Israele che sa; sa che le attese dell’umanità possono essere colmate solo da quel suo Figlio venuto dall’alto; l’umanità attende la gioia, la comunione vera e piena ed il vino e le nozze sono segno di questa gioia e di questa comunione. Solo il Figlio di Dio venuto nella carne può colmare quelle attese … deve scoccare un ora in cui tutto si compirà; sì, c’è un’ora che qui a  Cana è annunziata, attesa e preannunciata, un’ ora che sarà ora di nozze di sangue … ora che si compirà pienamente solo sulla croce; Gesù rimanda  a quell’ora quando rifiuta il suo intervento; la Madre però gli apre una comprensione ulteriore: la partenza dell’annunzio dell’Evangelo è già inizio dell’ora. A Cana Gesù si presenta non come il soccorritore contro una brutta figura per la mancanza di vino (che banalizzazioni che si è costretti a volte a leggere e sentire!) ma come lo Sposo che inaugura un tempo nuovo di presenza: la tenda di Dio è ormai piantata in mezzo agli uomini (Gv 1, 14) e quando il Figlio dell’uomo sarà innalzato (cfr Gv 3, 14) le nozze saranno piene.  
Il vino abbondante di Cana (più di seicento litri!!) è segno di una rivelazione piena che lo Sposo innamorato dona alla sua Chiesa per tutta l’umanità; l’acqua delle purificazioni dei Giudei è mutata nel vino del Messia: ormai la purificazione non è data più dall’osservanza della “Torah” ma dall’Evangelo del Cristo accolto con gioia … nel Quarto Evangelo i discepoli sono resi puri dalla parola di Gesù: voi siete puri per la parola che vi ho annunziato (Gv 15, 3) dirà Gesù nei discorsi di addio; a Cana si proclama che l’attesa è finita, le giare sono colme fino all’orlo … dopo Gesù non c’è un di più, un meglio, un ancora, un dopo …
Oggi è necessario chiedersi con coraggio se Lui è davvero per noi questo culmine, questa attesa colmata, questa speranza saziata e sempre riaccesa; è necessario chiedersi quali nozze abbiamo celebrato nelle nostre vite di credenti … le abbiamo celebrate con il Cristo ed il suo Evangelo?  La sua Parola ha per noi il sapore della definitività nelle nostre scelte quotidiane, nel nostro modo di affrontare la vita?
Nel racconto del segno di Cana ci sono quelle parole di Maria che è necessario cogliere in modo assoluto: Fate tutto quello che vi dirà. Maria non ha altre parole da dire, questa è l’ultima parola che Maria dice nel Nuovo Testamento (diffidiamo delle tante, troppe parole attribuite a Maria!!). Se la Madre qui è icona dell’Israele fedele la sua parola non altro, pensiamoci, che la consegna dello “Sh’mà” alla Chiesa, uno “Sh’mà” precisamente indirizzato: è Gesù che bisogna ascoltare!
Ci è chiesto, dunque,  un ascolto obbediente che è la sola via per camminare in un ordinario che può e deve essere tinto dei colori dello straordinario!
E’ possibile! Isaia ci dice il perché: il nostro Dio ci ha sposati, ci ha liberati da ogni abbandono e da ogni devastazione. Chi gusta il vino buono-bello dell’Evangelo impara la dolcezza coraggiosa del fare ciò che Lui dice, chi gustando quel vino riconosce la sua gloria intraprende un cammino di libertà e comunione impensabili! Di contro quando permettiamo all’abbandono e alla devastazione di dominare i nostri giorni rendiamo vane per noi quelle nozze di sangue che il Messia Gesù ha celebrato con noi per la nostra gioia e perché avessimo la vita e l’avessimo in abbondanza (Gv 10,10). 

P.Fabrizio Cristarella Orestano

mercoledì 16 gennaio 2019

Last Supper


PAPA FRANCESCO - I guai di San Paolo (16.5.13)


PAPA FRANCESCO - I guai di San Paolo (16.5.13)

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Giovedì, 16 maggio 2013 

(da: L'Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIII, n. 112, Ven. 17/05/2013) 

Con la sua testimonianza di verità il cristiano deve «dar fastidio» alle «nostre strutture comode», anche a costo di finire «nei guai», perché animato da una «sana pazzia spirituale» per tutte «le periferie esistenziali». Sull’esempio di san Paolo, che passava «da una battaglia campale a un’altra», i credenti non devono rifugiarsi «in una vita tranquilla» o nei compromessi: oggi nella Chiesa ci sono troppo «cristiani da salotto, quelli educati», «tiepidi», per i quali va sempre «tutto bene», ma che non hanno dentro l’ardore apostolico. È un forte appello alla missione — non solo nelle terre lontane ma anche nelle città — quello che Papa Francesco ha lanciato stamani, giovedì 16 maggio, nella messa celebrata nella cappella della Domus Sanctae Marthae.
Punto di partenza della sua riflessione il passo degli Atti degli apostoli (22, 30; 23, 6-11) che vede protagonista appunto san Paolo nel pieno di una delle sue «battaglie campali». Ma stavolta, ha detto il Papa, è una battaglia «anche un po’ iniziata da lui, con la sua furbizia. Quando si è accorto della divisione fra quelli che lo accusavano», tra sadducei e farisei, ha fatto in modo che andassero «uno contro l’altro. Ma tutta la vita di Paolo era di battaglia campale in battaglia campale, di persecuzione in persecuzione. Una vita con tante prove, perché anche il Signore aveva detto che questo sarebbe stato il suo destino»; un destino «con tante croci, ma lui va avanti; lui guarda il Signore e va avanti».
E «Paolo dà fastidio: è un uomo — ha spiegato il Pontefice — che con la sua predica, con il suo lavoro, con il suo atteggiamento dà fastidio perché proprio annuncia Gesù Cristo. E l’annuncio di Gesù Cristo alle nostre comodità, tante volte alle nostre strutture comode, anche cristiane, dà fastidio. Il Signore sempre vuole che noi andiamo più avanti, più avanti, più avanti». Vuole «che noi non ci rifugiamo in una vita tranquilla o nelle strutture caduche. E Paolo, predicando il Signore, dava fastidio. Ma lui andava avanti, perché aveva in sé quell’atteggiamento tanto cristiano che è lo zelo apostolico. Aveva proprio il fervore apostolico. Non era un uomo di compromesso. No! La verità: avanti! L’annuncio di Gesù Cristo: avanti! Ma questo non era soltanto per il suo temperamento: era un uomo focoso».
Tornando al racconto degli Atti, il Papa ha rilevato come «anche il Signore s’immischia» nella vicenda, «perché proprio dopo questa battaglia campale, la notte seguente, dice a Paolo: coraggio! Va’ avanti, ancora di più! È proprio il Signore che lo spinge ad andare avanti: “Come hai testimoniato a Gerusalemme le cose che mi riguardano, così è necessario che tu dia testimonianza anche a Roma”». E, ha aggiunto il Papa, «fra parentesi, a me piace che il Signore si preoccupi di questa diocesi fin da quel tempo: siamo privilegiati!».
«Lo zelo apostolico — ha quindi precisato — non è un entusiasmo per avere il potere, per avere qualcosa. È qualcosa che viene da dentro e che lo stesso Signore vuole da noi: cristiano con zelo apostolico. E da dove viene questo zelo apostolico? Viene dalla conoscenza di Gesù Cristo. Paolo ha trovato Gesù Cristo, ha incontrato Gesù Cristo, ma non con una conoscenza intellettuale, scientifica — è importante perché ci aiuta — ma con quella conoscenza prima, quella del cuore, dell’incontro personale. La conoscenza di Gesù che mi ha salvato e che è morto per me: quello proprio è il punto della conoscenza più profonda di Paolo. E quello lo spinge a andare avanti, annunciare Gesù».
Ecco allora che per Paolo «non ne finisce una che ne incomincia un’altra. È sempre nei guai, ma nei guai non per i guai, ma per Gesù: annunciando Gesù, le conseguenze sono queste! La conoscenza di Gesù Cristo fa che lui sia un uomo con questo fervore apostolico. È in questa Chiesa e pensa a quella, va in quella e poi torna a questa e va all’altra. E questa è una grazia. È un atteggiamento cristiano il fervore apostolico, lo zelo apostolico».
Papa Francesco ha poi fatto riferimento agli Esercizi spirituali di sant’Ignazio di Loyola, suggerendo la domanda: «Ma se Cristo ha fatto questo per me, cosa devo fare io per Cristo?». E ha risposto: «Il fervore apostolico, lo zelo apostolico si capisce soltanto in un’atmosfera di amore: senza l’amore non si capisce perché lo zelo apostolico ha qualcosa di pazzia, ma di pazzia spirituale, di sana pazzia. E Paolo aveva questa sana pazzia».
«Chi custodisce proprio lo zelo apostolico — ha proseguito il Pontefice — è lo Spirito Santo; chi fa crescere lo zelo apostolico è lo Spirito Santo: ci dà quel fuoco dentro per andare avanti nell’annuncio di Gesù Cristo. Dobbiamo chiedere a lui la grazia dello zelo apostolico». E questo vale «non soltanto per i missionari, che sono tanto bravi. In questi giorni ho trovato alcuni: “Ah padre, è da sessant’anni che sono missionario nell’Amazzonia”. Sessant’anni e avanti, avanti! Nella Chiesa adesso ce ne sono tanti e zelanti: uomini e donne che vanno avanti, che hanno questo fervore. Ma nella Chiesa ci sono anche cristiani tiepidi, con un certo tepore, che non sentono di andare avanti, sono buoni. Ci sono anche i cristiani da salotto. Quelli educati, tutto bene, ma non sanno fare figli alla Chiesa con l’annuncio e il fervore apostolico».
Il Papa ha invocato quindi lo Spirito Santo perché «ci dia questo fervore apostolico a tutti noi; ci dia anche la grazia di dar fastidio alle cose che sono troppo tranquille nella Chiesa; la grazia di andare avanti verso le periferie esistenziali. La Chiesa ha tanto bisogno di questo! Non soltanto in terra lontana, nelle Chiese giovani, nei popoli che ancora non conoscono Gesù Cristo. Ma qui in città, in città proprio, hanno bisogno di questo annuncio di Gesù Cristo. Dunque chiediamo allo Spirito Santo questa grazia dello zelo apostolico: cristiani con zelo apostolico. E se diamo fastidio, benedetto sia il Signore. Avanti, come dice il Signore a Paolo: “Coraggio!”».
Hanno concelebrato, tra gli altri, il cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson e il vescovo Mario Toso, rispettivamente presidente e segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, monsignor Luigi Mistò, segretario dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica (Apsa), e il gesuita Hugo Guillermo Ortiz, responsabile dei programmi di lingua spagnola di Radio Vaticana. Tra i presenti, personale del dicastero Iustitia et Pax e un gruppo di dipendenti dell’emittente vaticana.