mercoledì 27 febbraio 2019

La via dell'Angelo


PAPA FRANCESCO - Piccolina e santa (2014)


PAPA FRANCESCO - Piccolina e santa (2014)

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Lunedì, 8 settembre 2014 

(da: L'Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIV, n.204, Lun.-Mart. 08-09/09/2014)

Dio è «il Signore della storia» e anche della «pazienza». Egli «cammina con noi»: per questo il cristiano è chiamato a non spaventarsi delle cose grandi e a prestare attenzione anche alle cose piccole. È questa l’esortazione che, citando san Tommaso d’Aquino, Papa Francesco ha rivolto stamani, lunedì 8 settembre, ai fedeli che hanno partecipato alla messa celebrata nella cappella della Casa Santa Marta.
Anzitutto il Pontefice ha osservato che «quando leggiamo nella Genesi il racconto della creazione» rischiamo «di pensare che Dio sia stato un mago», con tanto di «bacchetta magica» in grado di fare tutte le cose. Ma «non è stato così». Infatti, ha spiegato, «Dio ha fatto le cose — ognuna — e le ha lasciate andare con le leggi interne, interiori, che lui ha dato a ognuna, perché si sviluppassero, perché arrivassero alla pienezza». Dunque «il Signore alle cose dell’universo ha dato autonomia», ma «non indipendenza». E così «la creazione è andata avanti durante secoli e secoli e secoli, finché è arrivata al modo com’è oggi». Proprio «perché Dio non è mago, è creatore».
Per quanto riguarda l’uomo, invece, il discorso cambia. «Quando al sesto giorno di quel racconto arriva la creazione dell’uomo», ha spiegato il vescovo di Roma, Dio «dà un’altra autonomia, un po’ diversa, ma non indipendente: un’autonomia che è la libertà». E «dice all’uomo di andare avanti nella storia: lo fa il responsabile della creazione, anche perché domini il creato, perché lo porti avanti e così arrivi alla pienezza dei tempi». La «pienezza dei tempi», ha affermato, è «quello che lui aveva nel cuore: l’arrivo di suo Figlio».
A questo proposito il Pontefice ha fatto riferimento al passo della Lettera di san Paolo ai romani (8,28-30) proposto dalla liturgia. «Dio — ha spiegato citando le parole dell’apostolo — ci ha predestinati, tutti, a essere conformi all’immagine del Figlio. E questo è il cammino dell’umanità, è il cammino dell’uomo: Dio voleva che noi fossimo come suo Figlio e che suo Figlio fosse come noi».
«Così è andata avanti la storia», come si evince anche dal brano del Vangelo di Matteo (1,1-16.18-23) che presenta la genealogia di Gesù: «Questo generò questo; questo generò questo; questo generò questo... Ma è la storia» ha affermato il Papa. E «in questo elenco — ha fatto notare — ci sono dei santi e anche dei peccatori; ma la storia va avanti perché Dio ha voluto che gli uomini fossero liberi». Tuttavia «il giorno che l’uomo ha usato male la sua libertà, Dio lo ha cacciato via dal paradiso». La Bibbia ci dice che «gli ha fatto una promessa e l’uomo è uscito dal paradiso con speranza: peccatore, ma con speranze».
«Questo elenco di storia — ha proseguito il Pontefice — porta avanti i problemi, le guerre, le inimicizie, i peccati, ma anche la speranza. Il loro cammino non lo fanno da soli: Dio cammina con loro. Perché Dio ha fatto una opzione: ha fatto la opzione per il tempo, non per il momento». È «il Dio del tempo, è il Dio della storia, è il Dio che cammina con i suoi figli» fino alla «pienezza dei tempi», cioè quando suo Figlio si fa uomo.
Ecco allora che questo racconto un po’ ripetitivo «ha dentro questa ricchezza: Dio cammina con giusti e peccatori». E se il cristiano si riconosce peccatore, sa che Dio cammina anche con lui, «con tutti, per arrivare all’incontro definitivo dell’uomo con lui». Del resto, «il Vangelo, che fa questa storia da secoli, finisce in una cosa piccolina, in un piccolo paese, con questa storia di Giuseppe e Maria: lei si trovò incinta per opera dello Spirito Santo». Quindi «il Dio della grande storia è anche nella piccola storia, lì, perché vuole camminare con ognuno».
Nella Summa theologiae san Tommaso, ha ricordato il Papa, «ha una frase tanto bella che viene a proposito. Dice così: “Non spaventarsi delle cose grandi, ma anche avere conto delle piccole, questo è divino”». Perché Dio «sta nelle cose grandi, ma anche nelle cose piccine, nelle nostre cose piccine». Inoltre, ha aggiunto, «il Signore che cammina con Dio è anche il Signore della pazienza»: la pazienza «che ha avuto con tutte queste generazioni, con tutte queste persone che hanno vissuto la loro storia di grazia e peccato». Dio, ha affermato, «è paziente, Dio cammina con noi, perché lui vuole che tutti noi arriviamo a essere conformi all’immagine di suo Figlio». E «da quel momento che ci ha dato la libertà nella creazione — non l’indipendenza — fino a oggi continua a camminare».
Quindi Francesco ha rivolto il pensiero a Maria, nel giorno della festa della sua natività. «Oggi — ha detto — siamo nell’anticamera di questa storia: la nascita della Madonna». E per questo al Signore «chiediamo nella preghiera che ci dia unità per camminare insieme e pace nel cuore. È la grazia di oggi: così arriviamo qui, perché il nostro Dio è paziente, ci ama, ci accompagna».
Oggi dunque, ha proseguito il Pontefice, «possiamo guardare la Madonna, piccolina, santa, senza peccato, pura, prescelta per diventare la madre di Dio, e anche guardare questa storia che è dietro, tanto lunga, di secoli». Da qui alcune domande fondamentali: «Come cammino io nella mia storia? Lascio che Dio cammini con me? Lascio che lui cammini con me o voglio camminare da solo? Lascio che lui mi carezzi, mi aiuti, mi perdoni, mi porti avanti per arrivare all’incontro con Gesù Cristo?». Perché proprio questo, ha sottolineato, «sarà il fine del nostro cammino: incontrarci col Signore».
Così, ha proseguito il Papa, c’è una domanda a cui «ci farà bene oggi» rispondere: «Lascio che Dio abbia pazienza con me?». Solo «guardando questa storia grande e anche questo piccolo paese», ha assicurato in conclusione, «possiamo lodare il Signore e chiedere umilmente che ci doni la pace, quella pace del cuore che soltanto lui ci può dare, che soltanto ci dà quando noi lasciamo lui camminare con noi».

martedì 26 febbraio 2019

Re Davide suona l'arpa


GIOVANNI PAOLO II - Salmo149 - Festa degli amici di Dio (Lodi Domenica I settimana) (2001)


GIOVANNI PAOLO II - Salmo149 - Festa degli amici di Dio (Lodi Domenica I settimana) (2001)

UDIENZA GENERALE 

Mercoledì, 23 maggio 2001 

1. “Esultino i fedeli nella gloria, sorgano lieti dai loro giacigli”. Questo appello del Salmo 149, che è stato appena proclamato, rimanda ad un’alba che sta per schiudersi e vede i fedeli pronti a intonare la loro lode mattutina. Tale lode è definita, con un’espressione significativa, “un canto nuovo” (v. 1), cioè un inno solenne e perfetto, adatto ai giorni finali, in cui il Signore radunerà i giusti in un mondo rinnovato. Tutto il Salmo è percorso da un’atmosfera festosa, inaugurata già dall’alleluia iniziale e ritmata poi in canto, lode, gioia, danza, suono dei timpani e delle cetre. La preghiera che questo Salmo ispira è l’azione di grazie di un cuore colmo di religiosa esultanza.
2. I protagonisti del Salmo sono chiamati, nell’originale ebraico dell’inno, con due termini caratteristici della spiritualità dell’Antico Testamento. Per tre volte essi sono definiti innanzitutto come hasidim (vv. 1.5.9), cioè “i pii, i fedeli”, coloro che rispondono con fedeltà e amore (hesed) all’amore paterno del Signore.
La seconda parte del Salmo desta meraviglia, perché è piena di espressioni belliche. Ci sembra strano che, in uno stesso versetto, il Salmo metta insieme “le lodi di Dio nella bocca” e “la spada a due tagli nelle loro mani” (v. 6). Riflettendo, possiamo capire il perché: il Salmo fu composto per dei “fedeli” che si trovavano impegnati in una lotta di liberazione; combattevano per liberare il loro popolo oppresso e rendergli la possibilità di servire Dio. Durante l’epoca dei Maccabei, nel II secolo a.C., i combattenti per la libertà e per la fede, sottoposti a dura repressione da parte del potere ellenistico, si chiamavano proprio hasidim, “i fedeli” alla Parola di Dio e alle tradizioni dei padri.
3. Nella prospettiva attuale della nostra preghiera questa simbologia bellica diventa un’immagine dell’impegno di noi credenti che, dopo aver cantato a Dio la lode mattutina, ci avviamo per le strade del mondo, in mezzo al male e all’ingiustizia. Purtroppo le forze che si oppongono al Regno di Dio sono imponenti: il Salmista parla di “popoli, genti, capi e nobili”. Eppure egli è fiducioso perché sa di aver accanto il Signore che è il vero Re della storia (v. 2). La sua vittoria sul male è, quindi, certa e sarà il trionfo dell’amore. A questa lotta partecipano tutti gli hasidim, tutti i fedeli e i giusti che con la forza dello Spirito conducono a compimento l’opera mirabile che porta il nome di Regno di Dio.
4. Sant’Agostino, partendo dai riferimenti del Salmo al ‘coro’ e ai ‘timpani e cetre’, commenta: “Che cosa rappresenta un coro? […] Il coro è un complesso di cantori che cantano insieme. Se cantiamo in coro dobbiamo cantare d’accordo. Quando si canta in coro, anche una sola voce stonata ferisce l’uditore e mette confusione nel coro stesso” (Enarr. in Ps. 149: CCL 40,7,1-4).
E riferendosi poi agli strumenti utilizzati dal Salmista, si chiede: “Perché il Salmista prende in mano il timpano e il salterio?” Risponde: “Perché non soltanto la voce lodi il Signore, ma anche le opere. Quando si prendono il timpano e il salterio, le mani si accordano alla voce. Così per te. Quando canti l’alleluia, devi porgere il pane all’affamato, vestire il nudo, ospitare il pellegrino. Se fai questo, non è solo la voce che canta, ma alla voce si armonizzano le mani, in quanto con le parole concordano le opere” (ibid., 8,1-4).
5. C’è un secondo vocabolo con cui sono definiti gli oranti di questo Salmo: essi sono gli ‘anawim, cioè “i poveri, gli umili” (v. 4). Questa espressione è molto frequente nel Salterio e indica non solo gli oppressi, i miseri, i perseguitati per la giustizia, ma anche coloro che, essendo fedeli agli impegni morali dell’Alleanza con Dio, vengono emarginati da quanti scelgono la violenza, la ricchezza e la prepotenza. In questa luce si comprende che quella dei “poveri” non è soltanto una categoria sociale ma una scelta spirituale. Questo è il senso della celebre prima Beatitudine: “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il Regno dei cieli” (Mt 5,3). Già il profeta Sofonia si rivolgeva così agli ‘anawim: “Cercate il Signore voi tutti, poveri della terra, che eseguite i suoi ordini; cercate la giustizia, cercate l’umiltà, per trovarvi al riparo nel giorno dell’ira del Signore” (Sof 2,3).
6. Ebbene, il “giorno dell’ira del Signore” è proprio quello descritto nella seconda parte del Salmo quando i “poveri” si schierano dalla parte di Dio per lottare contro il male. Essi, da soli, non hanno la forza sufficiente, né i mezzi, né le strategie necessarie per opporsi all’irrompere del male. Eppure la frase del Salmista non ammette esitazioni: “Il Signore ama il suo popolo, incorona gli umili (‘anawim) di vittoria” (v.4). Si configura idealmente quanto l’apostolo Paolo dichiara ai Corinzi: “Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono” (1Cor 1,28).
Con questa fiducia “i figli di Sion” (v. 2), hasidim e ‘anawim, cioè i fedeli e i poveri, si avviano a vivere la loro testimonianza nel mondo e nella storia. Il canto di Maria nel Vangelo di Luca - il Magnificat - è l’eco dei migliori sentimenti dei “figli di Sion”: lode gioiosa a Dio Salvatore, azione di grazie per le grandi cose operate in lei dal Potente, lotta contro le forze malvagie, solidarietà con i poveri, fedeltà al Dio dell’Alleanza (cfr Lc 1,46-55).

venerdì 22 febbraio 2019

"amate i vostri nemici"


SETTIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


SETTIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

1Sam 26, 2.7-9.12-13.22-23; Sal 102; 1Cor 15, 45-49; Lc 6, 27-38

            Questa settima domenica del tempo ordinario che difficilmente si celebra nell’anno liturgico, quest’anno, data la Pasqua così bassa, ci è data con le sue letture così, direi, “di frontiera”.
            Sì, “di frontiera” perché l’Evangelo di questa domenica, correlata alla prima lettura tratta dal Primo Libro di Samuele, ci conduce ad uno dei confini più difficili da valicare, a uno dei confini più repellenti per il nostro istinto di conservazione: la frontiera del nemico; l’Evangelo chiede di amare il nemico. Qualcosa di in sensato e, vien voglia di dire, “contro natura”!
            Il testi di oggi vogliono farci capire che varcare quella frontiera che tanto ci ripugna è, in verità, una straordinaria conquista di libertà del cuore.
            Il racconto del Primo Samuele ci mostra la straordinaria capacità di David di non voler approfittare del fatto che Saul, il nemico che vuole la sua morte, cade, per una serie di circostanze, nelle sue mani … David fuggiasco e perseguitato, ingiustamente odiato e condannato a morte, non dà la morte al suo nemico che dorme e, dandogli la prova di questa sua scelta, gli grida che non ha voluto stendere la mano sul consacrato del Signore. David è rimasto fedele a Saul, al consacrato del Signore pur se macchiato da iniquità ed ingiustizia.
            Il testo dell’Evangelo riprende questo tema e lo porta fino all’estremo! È il seguito del discorso della pianura di cui leggevamo l’inizio domenica scorsa. Matteo aveva posto questo discorso inaugurale di Gesù su di una montagna per il suoi motivi teologici, Luca pone invece Gesù in basso, in posizione di “sottomissione”, tanto che per parlare, scrive l’evangelista, deve alzare lo sguardo sugli astanti. Il discorso della pianura si apre, come scrive Daniel Attinger, con un “portale” che è dato da quella contrapposizione tra quattro beatitudini e quattro lamenti; Luca, diversamente da Matteo, pone subito, dopo il “portale” le parole di Gesù sull’amore terribile per il nemico.
            Parole queste che suonano, in questa posizione, come una forte provocazione; rispetto a Matteo Luca aggiunge subito “fate del bene a coloro che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per quelli che vi insultano”; il tutto preceduto da un’ espressione che ci fa pensare: “Dico a voi che mi ascoltate”; si rivolge, cioè, a quelli che tra tutti gli astanti intendono essere obbedienti (ascoltanti!), cioè a quelli che vogliono essere suoi discepoli … le folle sono testimoni che questo, proprio questo, è richiesto al discepolo; chi è disposto a prendere quella via così antimondana delle beatitudini e chiamato proprio a questa frontiera che pare invalicabile ad ogni uomo di buon senso: amare il nemico.
            Seguono tre esemplificazioni durissime … esemplificazioni che troppo spesso sono state declassate ad iperboli, ma iperboli non sono! Sono semplicemente delle concretizzazioni di quell’amore di frontiera che è l’amore per il nemico: a chi percuote una guancia porgere anche l’altra che è la scelta di fermare la violenza su di sé perché non si propaghi e corra per il mondo; porgere l’altra guancia è impedire all’inimicizia di farla da padrona nelle relazioni umane; sarà la scelta di Gesù che, alla fine dell’Evangelo, subirà la violenza senza rigettarla sui violenti e dandoci così la via per fermare il male. C’è poi la richiesta insensatissima per il mondo di donare a chi ruba; questo perché si fermi la violenza verso le cose e a causa delle cose: A chi ti toglie il mantello dagli anche la tunica (che significava restare nudo!). In ultimo chiede di dare a chi chiede ma senza pretendere una restituzione! Incredibile!
            Queste tre terribili esemplificazioni si concludono con la versione al positivo di un antico detto sapienziale presente anche nel buddismo come negli antichi testi rabbinici e, nella Scrittura nel Libro di Tobia (4,15); testi concordi nel dire che non si deve fare agli altri quello che non si vuole sia fatto a sé. Qui Luca pone sulle labbra di Gesù la versione positiva di questo detto, definito spesso come “regola d’oro”: Ciò che volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro. Notiamo un particolare sottile: non si parla né di prossimo, né di fratelli ma semplicemente ed immensamente di uomini!
            In tutto questo c’è uno sfondo straordinario che Gesù, qui in Luca, grida con la forza della sua mitezza: la gratuità! Gesù chiede di allontanarsi da qualsiasi idea di contraccambio:  si deve amare il nemico e non si spera nulla in cambio; non si deve amare il nemico perché diventi amico, perché si converta e ci ami! Questo, d’altro canto, è inverosimile; bisogna anzi dire che spesso (così è l’uomo, purtroppo!) all’amore il nemico risponde con un accrescimento di odio! Insomma, dice Gesù, il tutto deve avere per sfondo e motivo la gratuità: Se amate quelli che vi amano … se fate del bene a quelli che vi fanno del bene … se date a coloro da cui sperate di ricevere … che grazia è per voi? E Luca usa qui il termine greco “chàris”; che vuol dire “dov’è la vostra grazia?”, “dov’è la vostra gratuità?”; potremmo ancora dire: “dov’è l’oltre del vostro comportamento?”
            Amare chi  ama, beneficare quelli che beneficano e dare con la speranza di riceverne un ritorno (a volte … anzi sempre … pure con l’interesse!) è la logica del mondo! È il buon-senso del mondo! Matteo nel suo evangelo aveva scritto: Che salario ne avete? ed aveva usato il termine “misthòs” che purtroppo spesso è tradotto con “merito”! Per Luca non è questione di accumulare “meriti” ma di mostrare la gratuità assoluta dell’amore del discepolo di Gesù. Alla fine, sulla croce, come dicevamo, Gesù farà proprio così: amerà i non amabili, pregherà per i crocifissori, perdonerà senza nulla chiedere in cambio! Gesù non chiede mai nulla che Lui stesso non faccia!
            Il passo di oggi si conclude con una promessa da parte di Gesù di una ricompensa e pare che questo contraddica tutto quanto detto sulla gratuità. In realtà, se vediamo bene, la “ricompensa” è l’essere figli dell’Altissimo! In fondo non è qualcosa che si riceve come un pagamento, è qualcosa che si riceve perché si è accolto un dono, il dono dell’Evangelo che fa discepoli di Gesù, il dono straordinario e impegnativo di una parola che ci chiede quell’amore gratuito con cui per primi siamo stati amati quando eravamo ancora nemici (per dirla con Paolo in Rm 5,10), quell’amore che ci fa capaci di varcare la tremenda frontiera dell’amore per il nemico.
            Dobbiamo dirci che questo testo di Luca è estremamente semplice ma pure tremendamente duro per il nostro egoismo e per quella visione del mondo sempre più chiusa, prepotente e prevaricante che troppe volte contamina e contagia anche quelli che si proclamano discepoli di Gesù.
            Come più volte ci stiamo dicendo, viviamo un tempi difficili e pericolosi, tempi in cui i nemici si creano per secondi, sporchi fini! Viviamo in un’Italia in cui si dà credito a chi prima ha creato il nemico del meridionale sporco, rozzo e invadente le industriose terre del nord ed ora ha creato ad arte il nemico dell’immigrato … sempre sporco, delinquente e per giunta anche terrorista … Come gridare no non solo all’odio per il nemico ma ancor prima alla creazione del nemico? Terribile è ergere la croce per creare ed additare nemici! Il Signore ci perdoni e ci liberi ma soprattutto  dia la forza ed il coraggio al “piccolo gregge” di resistere alla barbarie! E bisognerà fare anche la fatica di amare questi nuovi “barbari” che vogliono imbarbarirci approfittando delle paure di tanti e blaterando di “confini di patria” e di “porti da sigillare”!

            La frontiera da dover valicare per obbedire a questo Evangelo di oggi ha ancora nuovi orizzonti! 

     P.Fabrizio Cristarella Orestano

mercoledì 20 febbraio 2019

Madonna con il bambino


PAPA FRANCESCO - La Famiglia - 10. Maschio e Femmina (I) - catechesi 15.4.15


PAPA FRANCESCO - La Famiglia - 10. Maschio e Femmina (I) - catechesi 15.4.15

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 15 aprile 2015 

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

La catechesi di oggi è dedicata a un aspetto centrale del tema della famiglia: quello del grande dono che Dio ha fatto all’umanità con la creazione dell’uomo e della donna e con il sacramento del matrimonio. Questa catechesi e la prossima riguardano la differenza e la complementarità tra l’uomo e la donna, che stanno al vertice della creazione divina; le due che seguiranno poi, saranno su altri temi del Matrimonio.
Iniziamo con un breve commento al primo racconto della creazione, nel Libro della Genesi. Qui leggiamo che Dio, dopo aver creato l’universo e tutti gli esseri viventi, creò il capolavoro, ossia l’essere umano, che fece a propria immagine: «a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò» (Gen 1,27), così dice il Libro della Genesi.
E come tutti sappiamo, la differenza sessuale è presente in tante forme di vita, nella lunga scala dei viventi. Ma solo nell’uomo e nella donna essa porta in sé l’immagine e la somiglianza di Dio: il testo biblico lo ripete per ben tre volte in due versetti (26-27): uomo e donna sono immagine e somiglianza di Dio. Questo ci dice che non solo l’uomo preso a sé è immagine di Dio, non solo la donna presa a sé è immagine di Dio, ma anche l’uomo e la donna, come coppia, sono immagine di Dio. La differenza tra uomo e donna non è per la contrapposizione, o la subordinazione, ma per la comunione e la generazione, sempre ad immagine e somiglianza di Dio.
L’esperienza ce lo insegna: per conoscersi bene e crescere armonicamente l’essere umano ha bisogno della reciprocità tra uomo e donna. Quando ciò non avviene, se ne vedono le conseguenze. Siamo fatti per ascoltarci e aiutarci a vicenda. Possiamo dire che senza l’arricchimento reciproco in questa relazione – nel pensiero e nell’azione, negli affetti e nel lavoro, anche nella fede – i due non possono nemmeno capire fino in fondo che cosa significa essere uomo e donna.
La cultura moderna e contemporanea ha aperto nuovi spazi, nuove libertà e nuove profondità per l’arricchimento della comprensione di questa differenza. Ma ha introdotto anche molti dubbi e molto scetticismo. Per esempio, io mi domando, se la cosiddetta teoria del gender non sia anche espressione di una frustrazione e di una rassegnazione, che mira a cancellare la differenza sessuale perché non sa più confrontarsi con essa. Sì, rischiamo di fare un passo indietro. La rimozione della differenza, infatti, è il problema, non la soluzione. Per risolvere i loro problemi di relazione, l’uomo e la donna devono invece parlarsi di più, ascoltarsi di più, conoscersi di più, volersi bene di più. Devono trattarsi con rispetto e cooperare con amicizia. Con queste basi umane, sostenute dalla grazia di Dio, è possibile progettare l’unione matrimoniale e familiare per tutta la vita. Il legame matrimoniale e familiare è una cosa seria, lo è per tutti, non solo per i credenti. Vorrei esortare gli intellettuali a non disertare questo tema, come se fosse diventato secondario per l’impegno a favore di una società più libera e più giusta.
Dio ha affidato la terra all’alleanza dell’uomo e della donna: il suo fallimento inaridisce il mondo degli affetti e oscura il cielo della speranza. I segnali sono già preoccupanti, e li vediamo. Vorrei indicare, fra i molti, due punti che io credo debbono impegnarci con più urgenza.
Il primo. E’ indubbio che dobbiamo fare molto di più in favore della donna, se vogliamo ridare più forza alla reciprocità fra uomini e donne. E’ necessario, infatti, che la donna non solo sia più ascoltata, ma che la sua voce abbia un peso reale, un’autorevolezza riconosciuta, nella società e nella Chiesa. Il modo stesso con cui Gesù ha considerato la donna in un contesto meno favorevole del nostro, perché in quei tempi la donna era proprio al secondo posto, e Gesù l’ha considerata in una maniera che dà una luce potente, che illumina una strada che porta lontano, della quale abbiamo percorso soltanto un pezzetto. Non abbiamo ancora capito in profondità quali sono le cose che ci può dare il genio femminile, le cose che la donna può dare alla società e anche a noi: la donna sa vedere le cose con altri occhi che completano il pensiero degli uomini. E’ una strada da percorrere con più creatività e audacia.
Una seconda riflessione riguarda il tema dell’uomo e della donna creati a immagine di Dio. Mi chiedo se la crisi di fiducia collettiva in Dio, che ci fa tanto male, ci fa ammalare di rassegnazione all’incredulità e al cinismo, non sia anche connessa alla crisi dell’alleanza tra uomo e donna. In effetti il racconto biblico, con il grande affresco simbolico sul paradiso terrestre e il peccato originale, ci dice proprio che la comunione con Dio si riflette nella comunione della coppia umana e la perdita della fiducia nel Padre celeste genera divisione e conflitto tra uomo e donna.
Da qui viene la grande responsabilità della Chiesa, di tutti i credenti, e anzitutto delle famiglie credenti, per riscoprire la bellezza del disegno creatore che inscrive l’immagine di Dio anche nell’alleanza tra l’uomo e la donna. La terra si riempie di armonia e di fiducia quando l’alleanza tra uomo e donna è vissuta nel bene. E se l’uomo e la donna la cercano insieme tra loro e con Dio, senza dubbio la trovano. Gesù ci incoraggia esplicitamente alla testimonianza di questa bellezza che è l’immagine di Dio

martedì 19 febbraio 2019

IL Monte Tabor visto dal Monte del Precipizio


LE CIME DELL’INFINITO - DI GIANFRANCO RAVASI


LE CIME DELL’INFINITO - DI GIANFRANCO RAVASI

   Jesus n. 4 aprile 2002 -

Le vette, al pari delle colline, che appaiono tanto maestose quanto più sono isolate in ampie pianure, hanno assunto un simbolismo negativo e idolatrico anche nella Bibbia. A quelli negativi (che saranno spazzati via dal giudizio divino) fanno però riscontro i monti santi come quello, celebre, delle Beatitudini.
«Addio, monti sorgenti dall’acque, ed elevati al cielo, cime inuguali, note a chi è cresciuto tra voi e impresse nella sua mente, non meno che lo sia l’aspetto de’ suoi più familiari...». Chi non ricorda questo struggente addio ai monti del Lecchese che Manzoni ci ha lasciato nei Promessi sposi? La copertina del volume I monti di Dio. Il mistero della montagna tra parola e immagine, di Gianfranco Ravasi (San Paolo, 2002, pp. 128, € 23,24).Anche noi ora ci interesseremo di questa realtà, la montagna, così incombente nelle pagine bibliche: pensiamo solo all’Ararat, il monte di Noè, al Moriah ove Abramo conduce il figlio Isacco per immolarlo secondo lo sconcertante ordine divino, al Sinai e al Nebo, i due monti di Mosè, al Carmelo sul quale si celebrò l’ordalia di Elia (1Re 18), al celeberrimo Sion di Gerusalemme, e poi ai monti cristiani, da quello delle Beatitudini a quello della Trasfigurazione, dal monte della Tentazione al Golgota-Calvario sino al monte degli Ulivi, che segna la congiunzione tra terra e cielo con l’ascensione di Gesù.
Sì, perché la montagna è in tutte le religioni proprio il simbolo della trascendenza – che è immaginata sempre in alto (anche se in realtà essa è semplicemente "oltre" tutto ciò che è creato e limitato) –, dell’infinito e dell’eterno, sulla base probabilmente della "stazione eretta" dell’uomo che ha all’apice la parte più nobile, la testa. Così, fin dalle più remote forme di religiosità la verticalità dei monti, le cui vette penetrano nei cieli e sono avvolte dalle nubi come da un manto di mistero, diventa il simbolo del divino. Non per nulla uno dei più antichi modelli di tempio, la ziqqurrat mesopotamica, è delineato sulla mole di una montagna sacra: i vari gradoni segnano l’ascesa alla cima ove risiede il tempietto della divinità, accessibile solo ai sacerdoti. Ed ecco, in parallelo, i vari monti santi, dal Sion ebraico all’Olimpo greco, dal Fujiyama giapponese al Safôn dei cananei, gli indigeni della Terra promessa, e così via. È curioso notare che uno dei titoli più arcaici di Dio nella Bibbia è El-Shaddaj, cioè "Il Dio della montagna".
Ma perché vogliamo ora evocare questo simbolo? Molti lettori ne avranno già notizia: il 2002 è l’Anno internazionale della montagna. Proprio per questa occasione ho deciso di preparare un volume, riccamente illustrato, per presentare – sotto il titolo I monti di Dio (San Paolo, pp. 128, H 23,24) – non solo quella dozzina di montagne bibliche che sono più note ma anche una vera e propria storia e teologia della montagna secondo le Scritture. Non voglio ovviamente riassumere ora quanto ho scritto in quelle pagine né tanto meno cercare di tracciare un profilo generale del valore simbolico che riveste il monte: solo per fare un esempio molto intrigante e moderno, si legga lo stupendo romanzo di Thomas Mann (1924), La montagna incantata, ambientato nel sanatorio di Davos in Svizzera, parabola di una crisi personale ed epocale. Vorrei solo proporre due modelli antitetici di montagna.
Da un lato, ci sono le "alture", in ebraico bamôt, che sono sistematicamente denunziate dalla Bibbia come sedi di santuari cananei, legati ai culti della fertilità (ma talora anche luoghi di culto israelitico). Sono centinaia i passi biblici in cui si condannano questi colli, a partire dallo stesso Salomone che dedicò un santuario al dio dei Moabiti Camosh e un altro per il dio degli Ammoniti Milcom «sul monte che è di fronte a Gerusalemme» (1Re 11,7), imitato poi dai suoi successori e dai sovrani del regno settentrionale di Samaria. Noi ci accontenteremo ora di illustrare questo simbolismo negativo e idolatrico della montagna con un testo curioso e, a prima vista, neutro, anzi legato al monte santo per eccellenza, il Sion. Si tratta dell’avvio del secondo "canto delle ascensioni", il Salmo 121 (120): «Alzò gli occhi verso i monti: da dove verrà il mio aiuto? Il mio aiuto è dal Signore che ha fatto cielo e terra».
L’orante leva lo sguardo implorante "verso i monti" e pronunzia una domanda: «Da dove verrà il mio aiuto?». Ebbene, molti esegeti pensano che in questa scenetta apparentemente scontata ci sia proprio un rimando polemico alle "alture" idolatriche. L’orante sarebbe tentato di rivolgere il suo appello (e i suoi piedi) verso i santuari dei colli cananei ove si ergono stele e pali sacri, segni del dio Baal, la divinità della fecondità e della fertilità. Sarà forse lui a offrire l’aiuto atteso? La risposta del Salmista è netta: «Il mio aiuto è dal Signore», il creatore del cielo e della terra, sorgente di ogni dono di vita. Si tratta di una professione di fede "jahvistica" di impronta liturgica (è entrata anche nella liturgia cattolica: Audiutorum nostrum in nomine Domini qui fecit caelum et terram) che rimanda implicitamente all’altro monte santo, l’unico vero per Israele, il Sion, «altura stupenda, gioia di tutta la terra..., capitale del gran Re» (Salmo 48,3).
D’altro lato, ai monti negativi che saranno spazzati via dal giudizio divino, si oppongono i monti santi. Tra questi ne scegliamo uno che è, in realtà, più simbolico che topografico. Alludiamo al "Monte delle Beatitudini", che è attualmente identificato in una collina che domina il lago di Tiberiade e che è sede di un noto santuario cristiano, eretto nel 1937.
In verità parte del discorso che Matteo ambienta proprio su un monte (5,1) è collegato da Luca (6,17) a un "luogo pianeggiante". Considerata la qualità "programmatica" e da "Magna Charta del cristianesimo" del discorso che viene presentato da Matteo, quella montagna è molto più simbolica che storico-geografica. L’evangelista vuole, infatti, evocare il Sinai della rivelazione mosaica; Gesù diventa così la Torah vivente che assume la prima legge di Mosè, non la abolisce ma la porta alle sue estreme conseguenze, la radicalizza, la esalta perché raggiunga la "pienezza": «Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge e i Profeti; non sono venuto per abolire, ma per portare a pienezza» (il verbo greco usato, pleroum, non è tanto un "compiersi" quanto un fiorire in totalità e pienezza assoluta).
Si apre così nei capitoli 5-7 di Matteo il Discorso della Montagna, il primo dei cinque che costellano quel Vangelo: «Chi non lo ha mai letto», affermava lo scrittore francese François Mauriac, «non è in grado di sapere che cosa sia il cristianesimo». E le Beatitudini con cui il discorso si apre (5,3-10) sono forse la pagina più alta e impressionante di Matteo.
In otto sentenze solenni e paradossali vengono proclamati makàrioi, cioè beati, felici, proprio gli infelici e gli sconfitti della storia. Una nona beatitudine («Beati voi quando vi insulteranno...») è un’aggiunta dell’evangelista, stilisticamente differente, destinata a commentare l’ottava beatitudine. È evidente la proposta di Gesù: si ha la gioia non vincendo o possedendo o compiendo alcune opere di successo, ma adottando un atteggiamento radicale di donazione e di distacco, come si evince dalla prima e dalla quinta beatitudine («Beati i poveri di spirito... Beati i puri di cuore...»).
Esse coinvolgono "spirito" e "cuore": nel linguaggio biblico questi vocaboli non significano intimità o vaga spiritualità, bensì una scelta che si radica nella profondità della coscienza e si ramifica in tutto l’essere e l’agire del fedele. Ciò che Gesù esige dal cristiano (il "discepolo" e non solo dall’"apostolo") è una tensione totale e assoluta e non una sequenza di atti religiosi e caritativi: «Siate perfetti come perfetto è il Padre vostro celeste» (5,48). Nella stessa linea procedono le successive "antitesi" (5,21-48), definizione comune ma non felice. Infatti, come ha scritto lo studioso David Daube, «la relazione tra le due parti dello schema – "Avete udito che fu detto agli antichi... ma io vi dico..." – non è di puro contrasto. Il secondo elemento dell’antitesi vuole rivelare il senso profondo racchiuso nel primo, anziché sopprimerlo». Gesù, dunque, assume l’antico comandamento biblico, ne rifiuta l’interpretazione riduttiva e letteralista e ne mostra la potenza radicale qualora esso sia assunto nel suo significato profondo, nella sua spiritualità autentica.
Al cristiano non deve bastare l’osservanza circoscritta del precetto decalogico "Non uccidere!", ma deve impegnarsi nella cancellazione di ogni "desiderio" (in senso forte di progetto, macchinazione, decisione): si può, infatti, compiere adulterio anche senza giungere, forse per motivi estrinseci, a commetterlo realmente ma solo attuandolo con il cuore, con le scelte e con una programmazione coerente e cosciente di tradimento. Il matrimonio è concepito da Gesù come atto di donazione totale, nello spirito primordiale del progetto divino (Genesi 2), ed è per questo che egli esclude il ripudio. Il giuramento era la forma più alta di attestazione della verità e quindi era inviolabile, come suggeriva il comandamento decalogico "Non pronunziare falsa testimonianza". Gesù va oltre ed esige, nello spirito profondo del precetto biblico, la sincerità costante e assoluta.
La legge del taglione ("occhio per occhio, dente per dente") era una norma di giustizia distributiva. Gesù la conduce sino alla logica del perdono. E, infine, l’amore per il prossimo, che nella tradizione era ancorato al proprio orizzonte razziale o socio-culturale, viene spogliato di ogni riserva, condizionamento e confine per allargarsi, com’è nella sua natura, a tutti, anche ai nemici.
Con le Beatitudini e con queste sei "antitesi" il monte simbolico di Matteo rivela il vero significato delle montagne sacre, come lo era il pur reale Sinai. Sono il segno dell’infinito, della pienezza, della tensione verso il divino a cui siamo chiamati. Quel Gesù che si leva sul nuovo Sinai delle Beatitudini è, come curiosamente diceva Martin Lutero, un Mosissimus Moses, cioè un Mosè estremo nella pienezza della rivelazione divina. E anche il cristiano diventa, seguendone la via tracciata, l’Israele vero e genuino che ascolta la Parola e la compie con pienezza.

Gianfranco Ravasi
    

I MONTI DI DIO di ENZO BIANCHI


Luoghi dell'infinito - Luglio Agosto 2017

I MONTI DI DIO di ENZO BIANCHI

Il paesaggio da cui provengo è quello collinare del Monferrato e delle Langhe, colline e colline senza fine – le cui cime chiamiamo “brich” –, colline quasi sempre coperte di vigne e, solo se rivolte a nord, boschive. Ma anche in una terra collinare salire il “brich” era per me qualcosa di straordinario: il paesaggio si apriva e si potevano vedere le alpi e distinguere bene le cime del Monviso, il monte visto ovunque, il massiccio del monte Bianco e il monte Rosa; si poteva volgere lo sguardo fin dove giungeva il Piemonte, la terra “ai piedi dei monti”. Il mare ligure non si vedeva, così quando si riusciva ad andare al mare l’emozione era grande davanti a quella distesa azzurra che incuteva soprattutto curiosità: cosa ci sarà oltre il mare?, ci chiedevamo…
In montagna si andava qualche volta, raramente, ma giunto nelle valli avevo l’impressione di trovarmi di fronte ad altezze irraggiungibili, che mi sovrastavano fino a incutermi timore. Confesso che non ho mai scalato montagne; ho certamente amato fare passeggiate, ma se salgo su un monte le vertigini mi colgono e, dopo una salita per raccogliere stelle alpine o fiori di artemisia, la discesa mi pare paurosa. Sì, la montagna mi incute timore, mi affascina e nello stesso tempo mi intimorisce. Se il sacro è tremendum et fascinosum, la montagna è la realtà più sacra che conosco.
Per questo, credo, da sempre gli esseri umani hanno visto le montagne come dimore degli dèi, come simbolo del mistero trascendente, come luogo “altro” rispetto al loro abitare la terra, altare naturale che si leva verso Dio. In tutte le culture il monte ha una valenza simbolica, stabile e incrollabile, e per questo è abitato da Dio, è alto e irraggiungibile come il Dio che dimora nei cieli, sovente coperto da nubi che lo nascondono, come Dio è nascosto (cf. Is 45,15). Pochi lo sanno, ma il nostro Dio, il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, che si rivelerà a Mosè con il nome ineffabile di JHWH, ha come primi nomi ’El ’Eljon, l’Altissimo, e anche ’El Shaddaj, il Montanaro, colui che abita le cime dei monti, titoli purtroppo spesso tradotti con Onnipotente o Potente.
Nella Bibbia molti sono i monti – sovente poco più che alture o colline – nominati, descritti, ricordati come luoghi significativi “santi”, cioè altri. Certo, molti monti sono le alture sacre delle credenze cananaiche che i profeti desacralizzano e combattono perché luoghi di idolatria. Alcuni monti invece sono testimonianze dell’azione di Dio nella storia di Israele, memoriali di eventi nei quali il Signore Dio si è rivelato, ha alzato il velo su di sé facendosi conoscere al suo popolo. Impossibile in questo contesto ricordarli tutti: dal monte Ararat, sulla quale si ferma l’arca di Noè dopo il diluvio (cf. Gen 8,4); al monte Gelboe (cf. 1Sam 31), dove morì il primo unto, il Messia; al monte Tabor, già menzionato nei salmi (cf. Sal 89,13), sul quale Gesù fu trasfigurato (cf. Mc 9,2 e par.); al monte degli Ulivi, dove Gesù fu acclamato Messia, figlio di David (cf. Mc 11,9-10 e par.) e da dove salì al cielo (cf. Lc 24,50-51; At 1,9-11).
Ho operato dunque una scelta, limitandomi a riflettere solo su tre montagne: il monte Moriah, il Sinai-Oreb e infine la mia esperienza di salita e discesa dal monte Nebo.
1. Il monte Moria
Il monte Moriah è quello su cui il Signore invita Abramo a salire con Isacco, il figlio della promessa, per offrire un sacrificio (cf. Gen 22). Abramo vi sale portando la legna per accendere il fuoco, ma solo durante la salita Isacco diventa consapevole di essere lui la vittima designata per il sacrificio. Il midrash che commenta questo racconto ci fornisce un approfondimento commovente: padre e figlio salgono il monte concordi, Abramo come sacrificatore e Isacco come vittima del sacrificio, entrambi nel pianto ma obbedienti al Signore al punto da rinunciare a se stessi, rispettivamente al proprio essere padre e figlio promesso. Il Moriah è il monte della fede obbediente, della passione per Dio: su quel monte “Dio vide” o “fu visto” (Gen 22,14). Qui venne stretta l’alleanza tra Dio e Abramo e la sua discendenza, così che esso assurge al rango di memoriale.
I rabbini identificheranno questo monte con l’altura di Gerusalemme, dove venne costruito il tempio di Salomone come luogo della dimora della Shekinah, della Presenza del Dio vivente, luogo ombelico del mondo, dove per secoli furono compiuti sacrifici di comunione e di perdono. Su questo monte il tempio indicava il sito dove il Dio tre volte santo dimorava sulla terra e il Santo dei santi lo testimoniava (cf. 2Cr 3,1).
E i padri della chiesa, memori del sacrificio di Gesù Cristo sulla croce, identificheranno il monte Moriah con il luogo del Cranio, la collina calva fuori delle mura di Gerusalemme (cf. Mc 15,22 e par.; Gv 19,17): dove fu sacrificato Isacco, che Abramo riebbe vivo come risorto (cf. Eb 11,17-19), anche Gesù fu dato dal padre al mondo da lui amato (cf. Gv 3,16). Riferendosi a tradizioni rabbiniche, i padri diranno che quel monte è anche il luogo della morte e del seppellimento di Adamo, il terrestre. Dove Adamo è morto, anche Cristo è morto, quale nuovo Adamo, ma per risorgere a vita eterna. L’iconografia cristiana, che purtroppo nessuno più sa leggere, testimonia questa tradizione: sotto la croce, in un piccolo antro, vi è un cranio che non è simbolo della morte o allusione al “Memento mori”, ma il cranio di Adamo sul quale è sceso il sangue di Gesù, che ha portato la salvezza.
Il monte Moriah, dunque, ha attraversato i secoli, accumulando su di sé interpretazioni, simboli, immagini…
2. Il monte Sinai-Oreb
Il monte Sinai-Oreb è “il monte di Dio” (Es 3,1; 24,13), oggi chiamato anche Gebel Musa, montagna di Mosè, ai piedi del quale sorge il monastero ortodosso di Santa Caterina del Sinai. In molti passi dell’Esodo e dei Numeri prevale l’appellativo Sinai, mentre nel Deuteronomio e nelle tradizioni successive lo stesso monte è chiamato Oreb.
È questo il monte sul quale Dio si è rivelato a Mosè, fuggiasco in terra straniera, la terra di Madian (cf. Es 3). Mentre Mosè pascola il gregge, ecco che si accorge di un roveto ardente, una fiamma di fuoco dalla quale il Signore lo chiama, chiedendogli ascolto e consegnandogli il Nome santo: “Io sono colui che sono” (Es 3,14). Il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe ha un Nome finalmente rivelato a Mosè e consegnato quindi al popolo di Israele che egli deve liberare dalla schiavitù d’Egitto. Quando Mosè avrà adempiuto la missione affidatagli, dopo essere uscito con il popolo dall’Egitto verrà di nuovo a questo monte, per adorare il Signore. Dio stringerà con questo popolo l’alleanza (cf. Es 19-24), diventando il Dio di Israele, che a sua volta sarò il suo popolo per sempre. Alleanza sulla base di dieci parole (cf. Es 20,1-21) che impegnano Israele a essere testimone di Dio tra le genti, a essere il figlio di Dio, cui è destinata la promessa fatta ad Abramo, la promessa di una terra dove Dio abiterà in mezzo al suo popolo.
Sul monte Sinai-Oreb (a cui salirà anche Elia: cf. 1Re 19) il Signore dimora, ma quando il popolo deve muoversi per entrare nella terra la nube, segno della Shekinah di Dio, scende nella tenda e accompagna il popolo nel cammino (cf. Es 14; 33): Dio è l’Immanu-El, il Dio-con-noi (Is 7,14; Mt 1,23). Se abitava il monte Sinai-Oreb, abiterà poi il monte Sion, dove il tempio sarà costruito (cf. 1Re 8,10-13). 
3. Il monte che molto mi ha insegnato
Sono salito più volte sul monte Moria, cioè il monte Sion sul quale sorgeva il tempio di Gerusalemme e ora fanno il loro culto le genti che nei loro tempi (“i tempi delle genti”) calpestano Gerusalemme (cf. Lc 21,24). Sono salito anche sul Sinai, dove ho sostato in preghiera contemplativa, partecipando all’incessante preghiera dei monaci ortodossi di Santa Caterina. Ma mi sembra doveroso ricordare un altro monte, il monte Nebo, che in un momento preciso della mia vita ha mutato per me significato.
Nel 1977 ero a Gerusalemme, in una lunga sosta, per imparare l’ebraico moderno. Con un fratello della mia comunità decidemmo di fare un pellegrinaggio al monte Nebo, dove Mosè era morto, escluso dalla terra promessa, in vista della quale aveva compiuto la liberazione del popolo schiavo in Egitto. Andammo alle pendici del monte Nebo in autostop sulle strade della Giordania, allora veramente percorse solo da beduini, senza turisti. Giunti ai piedi del monte, là pregammo leggendo il racconto biblico della morte di Mosè (cf. Dt 34). Meditammo sul dialogo tra Mosè e Dio immaginato dai rabbini: “O entri tu, oppure entra il tuo popolo…”. Poi alla sera, sempre in autostop, raggiungemmo Amman, dove alloggiavamo presso l’ospedale italiano gestito dalle suore comboniane.
Dopo cena le suore ci diedero le camere in una corsia dell’ospedale. Per il caldo passeggiavo nel corridoio, quando udii dei gemiti. Entrai in una stanza e vidi dei bambini nei lettini: uno aveva aghi nelle vene della testa che lo nutrivano e lo dissetavano, perché le suore lo avevano trovato denutrito e disidratato. Andai poi a dormire e il mattino dopo mi riaffacciai in quella stanza: quel bambino di pochi mesi era morto. Subito mi tornò in mente la morte di Mosè. Eravamo saliti sul monte Nebo per pregare e fare memoria della morte del grande profeta, e qui era morto un bambino anonimo di pochi mesi: ma per il Signore quel bambino era come Mosè, un figlio amato! Mi sentii allora spinto ad andare vicino a quel lettino e a inchinarmi come avevo fatto dove era morto Mosè, sul monte Nebo…

Pubblicato su: Luoghi dell'Infinito

lunedì 18 febbraio 2019

Bartolomeo Vivarini, SS Trinità


GIOVANNI PAOLO II - "Conoscere" il Padre (1999)


GIOVANNI PAOLO II - "Conoscere" il Padre (1999)

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 17 marzo 1999

1. Nell’ora drammatica in cui si appresta ad affrontare la morte, Gesù conclude il suo grande discorso di addio (cfr Gv 13ss.) rivolgendo una stupenda preghiera al Padre. Essa può considerarsi un testamento spirituale in cui Gesù rimette nelle mani del Padre il mandato ricevuto: far conoscere il suo amore al mondo, attraverso il dono della vita eterna (cfr Gv 17, 2). La vita che egli offre è significativamente spiegata come un dono di conoscenza. “Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato” (Gv 17, 3).
La conoscenza, nel linguaggio biblico dell'Antico e del Nuovo Testamento, non interessa solo la sfera intellettuale, ma implica normalmente un’esperienza vitale che chiama in causa la persona umana nella sua globalità e quindi anche nella sua capacità d’amare. È una conoscenza che fa “incontrare” Dio, ponendosi all’interno di quel processo che la tradizione teologica orientale ama chiamare “divinizzazione” e che si compie per l'azione interiore e trasformante dello Spirito di Dio (cfr san Gregorio di Nissa, Oratio catech., 37: PG 45, 98B). Abbiamo già toccato tali temi nella catechesi per l’anno dello Spirito Santo. Tornando ora sulla citata frase di Gesù, vogliamo approfondire che cosa significa conoscere vitalmente Dio Padre.
2. Si può conoscere Dio come padre a diversi livelli, secondo la prospettiva da cui si guarda, e l’aspetto del mistero che si considera. C’è una conoscenza naturale di Dio a partire dalla creazione: essa conduce a riconoscere in Lui l’origine e la causa trascendente del mondo e dell'uomo e in questo senso a intuirne la paternità. Questa conoscenza si approfondisce alla luce progressiva della Rivelazione, cioè sulla base delle parole e degli interventi storico-salvifici di Dio (cfr CCC, 287).
Nell’Antico Testamento conoscere Dio come padre significa risalire alle origini del popolo dell'alleanza: “Non è lui il Padre che ti ha creato, che ti ha fatto e ti ha costituito?” (Dt 32, 6). Il riferimento a Dio in quanto padre garantisce e conserva l’unità dei membri di una stessa famiglia: “Non abbiamo forse tutti noi un solo Padre? Forse non ci ha creati un unico Dio?” (Ml 2, 10). Si riconosce Dio come padre anche nel momento in cui redarguisce il figlio per il suo bene: “Il Signore corregge chi ama, come un padre il figlio prediletto” (Pr 3, 12). E ovviamente un padre può essere sempre invocato nell’ora dello sconforto: “Esclamai: Signore, mio padre tu sei e campione della mia salvezza, non mi abbandonare nei giorni dell'angoscia, nel tempo dello sconforto e della desolazione” (Sir 51,10). In tutte queste forme vengono applicate a Dio per eccellenza quei valori che si sperimentano nella paternità umana. Si intuisce tuttavia che non è possibile conoscere a fondo il contenuto di una tale paternità divina, se non nella misura in cui Dio stesso la manifesta.
3. Negli eventi della storia della salvezza si rivela sempre più l’iniziativa del Padre, che con la sua azione interiore apre il cuore dei credenti ad accogliere il Figlio incarnato. Conoscendo Gesù essi potranno conoscere anche Lui, il Padre. È quanto insegna Gesù stesso rispondendo a Tommaso: “Se conoscete me, conoscerete anche il Padre” (Gv 14, 7, cfr. vv. 7-10).
Bisogna dunque credere in Gesù e guardare a lui, luce del mondo, per non rimanere nelle tenebre dell’ignoranza (cfr Gv 12, 44-46) e per conoscere che la sua dottrina viene da Dio (cfr Gv 7, 17s.). A questa condizione è possibile conoscere il Padre, diventando capaci di adorarlo “in spirito e verità” (Gv 4, 23). Questa conoscenza viva è inseparabile dall’amore. Viene comunicata da Gesù, come egli ha detto nella sua preghiera sacerdotale: “Padre giusto, … io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi” (Gv 17, 25-26).
“Quando preghiamo il Padre, siamo in comunione con lui e con il Figlio suo Gesù Cristo. È allora che lo conosciamo e lo riconosciamo in uno stupore sempre nuovo” (CCC, 2781). Conoscere il Padre significa, dunque, trovare in lui la fonte del nostro essere e della nostra unità, in quanto membri di un’unica famiglia, ma significa anche essere immersi in una vita, “soprannaturale”, la vita stessa di Dio.
4. L’annuncio del Figlio rimane dunque la via maestra per conoscere e far conoscere il Padre; infatti, come ricorda una suggestiva espressione di sant’Ireneo, “la conoscenza del Padre è il Figlio” (Adv. haer., 4,6,7: PG 7, 990B). È la possibilità offerta a Israele, ma anche alle genti, come Paolo sottolinea nella Lettera ai Romani: “Forse Dio è Dio soltanto dei Giudei? Non lo è anche dei pagani? Certo, anche dei pagani! Poiché non c’è che un solo Dio, il quale giustificherà per la fede i circoncisi, e per mezzo della fede anche i non circoncisi” (Rm 3, 29s.). Dio è unico, ed è Padre di tutti, desideroso di offrire a tutti la salvezza operata per mezzo del suo Figlio: è quello che il vangelo di Giovanni chiama il dono della vita eterna. Questo dono ha bisogno di essere accolto e comunicato, sull'onda di quella riconoscenza che faceva dire a Paolo, nella Seconda Lettera ai Tessalonicesi: “Noi però dobbiamo rendere sempre grazie a Dio per voi, fratelli amati dal Signore, perché Dio vi ha scelti come primizia per la salvezza, attraverso l’opera santificatrice dello Spirito e la fede nella verità” (2 Ts 2, 13).

venerdì 15 febbraio 2019

Le beatitudini


SESTA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


SESTA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Ger 17, 5-8; Sal 1; 1Cor 15, 12.16-20; Lc 6, 17.20-26

In Gesù Dio si è fatto vicino agli uomini e tra gli uomini ha fatto una scelta, quella dei poveri, degli ultimi, di quelli non possono accampare proprie grandezze e meriti, di quelli che non possono essere pieni di altro se non del loro bisogno di altro!
Luca è particolarmente impegnato a farci giungere questo messaggio: l’Evangelo di Betlemme è cantato dagli angeli ai poveri pastori chiamati a riconoscere un segno povero e contraddittorio di ogni fantasia su Dio; al Tempio al quarantesimo giorno dalla sua nascita Gesù è accolto dai poveri che attendono la redenzione di Gerusalemme, fragili e forti nella loro vecchiaia, nella Sinagoga di Nazareth Gesù si presenta come il profeta inviato ad evangelizzare i poveri e viene subito annoverato tra i perseguitati tanto che vogliono ucciderlo; al Giordano Gesù si mette, senza timore, nella fila della povertà più estrema, in fila con i peccatori … Oggi ascoltiamo la beatitudine dei poveri che apre il discorso fondativo di una comunità che voglia seguirlo.
Tutto l’Evangelo di Luca proseguirà così in una lettura commossa della scelta d’amore di Gesù per i poveri … i poveri sono coloro che Gesù incontra (i tanti ammalati, la peccatrice del capitolo 7 e così via fino al ladrone appeso con lui alla croce), di poveri sono le figure che fioriscono dalla sua fantasia quando narra tante delle sue parabole (pensiamo al povero Lazzaro in 16,19-31; ai poveri chiamati al banchetto rifiutato in 14,21; alla vedova che non riesce ad ottenere giustizia in 18, 1-7; al pubblicano al Tempio in 18, 9-14 e così via). Per Luca i poveri sono “i poveri” e basta, senza altra specificazione come aveva scritto Matteo dicendo i poveri nello spirito. Luca intende per poveri i curvati, gli oppressi … la parola greca che è usata significa nullatenenti, chi è “ptochòs” è chi non ha davvero nulla e per quanto possa affaticarsi rimane sempre senza alcun possesso … di conseguenza vive di dipendenza e sottomissione, è in una condizione che lo porta a nascondersi, a rannicchiarsi su di sé: il verbo da cui deriva il termine “ptochòs” (povero, pitocco appunto) ha questo significato. Insomma sono poveri reali, che hanno fame, piangono, sono in balìa di tutti, oppressi, deboli e sfruttati; sono incapaci di difendere la loro dignità. Su di loro, però, Dio ha posato il suo sguardo, per loro interviene; per questo sono beati!
Gesù non proclama beatitudine la miseria che è sempre frutto della malvagità dell’uomo ma causa della beatitudine è la scelta di Dio che li fa protagonisti di una nuova storia.
I grandi, i ricchi, i potenti, gli arroganti, i violenti, i sazi, i gaudenti, gli idolatri dell’effimero e gli schiavi del mondo credono di essere loro i costruttori e i padroni della storia, il mondo li applaude e li fa ciechi e sordi  incapaci di rendersi conto di essere loro stessi gli alleati più formidabili di ciò che più di tutto temono: la morte; il Regno di Dio è invece di coloro che essi tengono sotto i piedi …
La contrapposizione tra la beatitudine e quel “guai” (che dovremo cercare di capire) è che le due categorie vivono diversamente il rapporto con la loro vita, con il presente, con al storia: Per quelli che sono ricchi, sazi, gaudenti il presente è chiuso in sé, basta a sé; non hanno mancanze, non hanno vuoti e, di conseguenza, non hanno neppure attese, desideri, speranze … la loro situazione di sazio benessere li rende maledettamente idolatri, la loro idolatria imprigionante è paradossalmente la loro autosufficienza! Gli altri, quelle che Gesù proclama beati, sono quelli che, sperimentando dei vuoti, delle mancanze vivono, anche questi paradossalmente, un presente aperto perché colmo del desiderio, dell’attesa, dell’appassionata ricerca del cambiamento, della disponibilità a lottare per questo. In chi è così si sviluppa la capacità di fidarsi, di affidarsi; chi è sazio e ricco si chiude in se stesso e crede di essere onnipotente, chi è povero è aperto e disposto a fidarsi.
La  miseria di questi ricchi è paradossale e Gesù non può che dire il suo Ahimè su di loro; forse è meglio tradurre così invece di guai … è infatti un lamento pieno di pietà per chi vive e vuole vivere nell’inganno; è un grido pieno di dolore che desidera far breccia in quei cuori induriti. Già i profeti usavano questa espressione per indicare che sta per incombere un giudizio che però può ancora essere evitato se ci si converte … è dunque un ahimè, è come dire poveri voi!  Gesù sa che anche ai ricchi è possibile una conversione se si lasciano incontrare da lui: Zaccheo ne sarà l’esempio lampante. Sceso dal suo sicomoro Zaccheo, il ricco pubblicano, condividerà e farà giustizia e allora la salvezzaentrerà sotto il  suo tetto (cfr Lc 19, 1-10).
Già Geremia aveva proclamato (prima lettura) l’infelicità di coloro che confidano in se stessi, nel mondo; un uomo così ha radici senza speranza, il povero, invece, può confidare solo in Dio e questo è la sua salvezza.
Questa è una verità di salvezza e l’Evangelo proclama con chiarezza che Gesù stesso è il povero, il perseguitato, è l’ affamato di giustizia, è colui che già in questo discorso delle beatitudini è il piangente per la miseria dei ricchi, dei sazi, dei ridenti, di quelli a cui tutti si inchinano. È il piangente che sa dire ahimè. Gesù è l’icona delle beatitudini, è il povero che nell’estrema povertà della croce si consegnerà tutto al Padre; Luca pone sulle labbra del Crocefisso quel dolcissimo Padre, nelle tue mani consegno la mia anima. Certo, per Luca, Gesù è il povero che non ha rifugio se non in quelle mani paterne che egli sa che ci sono anche se lì sul Golgotha non le vede … Gesù nella povertà estrema della croce è lui stesso il Regno! Un Regno che si consegna  a quelli che lo seguono in una via di umile ma vera alternativa al mondo e alle sue vacuità.
La beatitudine che Gesù pronuncia per i poveri  non è al futuro, è al presente: già oggi i poveri hanno il Regno! Hanno il Regno perché, fiduciosi di Dio, gli danno spazio e trono nella loro vita, una vita in cui non c’è altra possibilità di senso se non in Dio.
Questa parola che oggi viene a cercarci è una parola radicale, è un aut-aut. Va presa così altrimenti il rischio è immenso: è il rischio tutto mondano di pretendere di conciliare le proprie vedute, esigenze e conquiste con l’ Evangelo.
L’alternativa è o conciliare o scegliere!
Oggi il mondo suggerisce che lo scegliere è integrista, che bisogna sempre rimanere sulla soglia per non essere giudicati  fanatici; il mondo ama le mezze misure perché quando diventa impossibile conciliare l’inconciliabile diviene inevitabile voltare le spalle al Cristo ed al suo Evangelo o renderlo irriconoscibile in una contraffazione vergognosa.
Oggi viviamo un tempo in cui alcuni si parano dietro all’Evangelo per scacciare i poveri, per respingerli, per chiudere le porte e i porti! Vergogna! Non si può mischiare l’Evangelo e la bieca volontà di salvare se stessi… ci si prepara a creare leggi per autorizzare a “difendersi”, ad “armarsi” contro l’altro, il diverso … foss’anche un aggressore … l’Evangelo non dice così! L’Evangelo è netto … non concilia l’inconciliabile! Ci chiede di scegliere!
La sfida è grande: scegliere o la pretendere di conciliare! Che faremo?
La scelta è tra una parola che ci porta a casa: Beati! ed una parola che ci proclama dolorosamente abitanti di un freddo lago di non-senso: Ahimè.
Il problema è credere che la ricchezza del mondo è miseria e la vera povertà fatta di condivisione e giustizia è beatitudine, il problema è credere al mondo o all’Evangelo.


    P.Fabrizio Cristarella Orestano

mercoledì 13 febbraio 2019

serafini


PAPA FRANCESCO - QUATTRO PERSONAGGI IN CERCA DELL'AUTORE (8 febbraio 2019)


PAPA FRANCESCO - QUATTRO PERSONAGGI IN CERCA DELL'AUTORE (8 febbraio 2019)

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Venerdì, 8 febbraio 2019

Quattro personaggi in cerca dell’Autore della vita. Il martirio di Giovanni, con l’immagine cruda e desolante dei discepoli che vanno a prendere da soli il suo corpo in cella per dargli una sepoltura, ha suggerito al Papa — nella messa celebrata venerdì 8 febbraio a santa Marta — un appello a saper donare la propria esistenza agli altri. E a non cadere in quella corruzione, tra odio e vanità, di cui satana aveva avvolto il re Erode, Erodìade e sua figlia.
«I discepoli di Giovanni, saputo il fatto, vennero, ne presero il cadavere e lo posero in un sepolcro». È con queste parole — tratte dal passo del vangelo di Marco (6, 14-29) — che, ha fatto notare Francesco all’inizio della sua omelia, «finì la storia di quest’uomo al quale Gesù aveva dato la qualifica di “più grande uomo nato da donna”». Dunque, «il più grande finì così».
«Ma Giovanni — ha insistito il Pontefice — sapeva questo, sapeva che doveva annientarsi, non sapeva come sarebbe morto, ma sapeva che doveva annientarsi». E «dall’inizio lo aveva detto, parlando di Gesù: “Lui deve crescere, io invece diminuire”». Difatti, ha spiegato, Giovanni «si è diminuito fino alla morte. È stato il precursore della venuta di Gesù, l’annunciatore: lo ha fatto vedere ai discepoli, ai primi discepoli». E «poi la sua luce si era spenta poco a poco, poco a poco, fino all’oscuro di quella cella, nel carcere, dove, solo, è stato decapitato».
«Questa è la storia dell’ “uomo più grande nato da donna”» ha rilanciato il Papa, facendo presente che «la vita dei martiri non è facile da raccontare: il martirio è un servizio, è un mistero, è un dono della vita molto speciale e molto grande». E «alla fine le cose si svolgono violentemente, perché in mezzo ci sono atteggiamenti umani che portano a togliere la vita di un cristiano, di una persona onesta, e a farlo martire».
In particolare Francesco ha indicato «alcuni atteggiamenti in questo brano del Vangelo» proposto dalla liturgia. E «il primo è l’atteggiamento del re: si dice che credeva che Giovanni fosse un profeta. Credeva, lo ascoltava volentieri; a un certo punto lo proteggeva, ma lo aveva messo in carcere: metà e metà». Era «indeciso, perché Giovanni rimproverava al re il peccato dell’adulterio e lui rimaneva molto perplesso quando lo sentiva: sentiva la voce di Dio che gli diceva “cambia vita”, ma non riusciva a farlo». Insomma, ha affermato il Pontefice, «il re era corrotto e dove c’è corruzione è molto difficile uscire». Proprio perché «corrotto», il re «cercava di fare equilibri diplomatici, diciamo così, fra la propria vita — non solo quella adultera, ma anche la vita piena di tante ingiustizie che portava avanti questo re — e la santità del profeta che aveva avanti». E «questa era la perplessità, e mai arrivava a sciogliere quel nodo». Dunque, «il primo protagonista di questo finale è un corrotto».
«Il secondo protagonista è la moglie del fratello del re, Erodìade» ha proseguito il Papa. Soltanto di lei «il Vangelo dice che “odiava” Giovanni» e lo «odiava perché Giovanni parlava chiaro». Francesco ha tenuto a rimarcare bene la parola «odiava» perché «noi sappiamo che l’odio è capace di tutto, è una forza grande. L’odio è il respiro di satana: ricordiamoci che lui non sa amare, satana non sa amare, non può amare. Il suo “amore” è l’odio». E «questa donna aveva lo spirito satanico dell’odio» e «l’odio distrugge».
«Il terzo personaggio — ha detto ancora il Pontefice — è la ragazza, la figlia di Erodiade: era brava nel ballare, al punto che piacque tanto ai commensali, al re». E «il re, in quell’entusiasmo — un po’ di entusiasmo, troppo vino e tanta gente lì — a questa ragazza vanitosa fece una promessa: “Ti darò tutto”». Il Papa ha fatto notare che «usa le stesse parole che ha usato satana per tentare Gesù: “Se tu mi adori ti darò tutto, tutto il regno, tutto”». E neppure «sapeva che usava le stesse parole». Perchè «dietro questi personaggi c’è satana, seminatore di odio nella donna, seminatore di vanità nella ragazza, seminatore di corruzione nel re».
In questo contesto l’«uomo più grande nato da donna” finì solo, in una cella scura del carcere, per il capriccio di una ballerina vanitosa, l’odio di una donna diabolica e la corruzione di un re indeciso». Giovanni è «un martire che lasciò che la sua vita venisse meno, meno, meno, per dare il posto al Messia». E «muore lì, nell’anonimato, come tanti martiri nostri». Tanto che «soltanto il vangelo ci dice che i discepoli sono andati a prendere il cadavere per dargli sepoltura».
«Ognuno di noi può pensare: questa testimonianza è una grande testimonianza di un grande uomo, di un grande santo» ha affermato il Pontefice. «La vita — ha fatto notare — ha valore solo nel donarla, nel donarla nell’amore, nella verità, nel donarla agli altri, nella vita quotidiana, nella famiglia». Ma «sempre donarla». E «se qualcuno prende la vita per sé, per custodirla, come il re nella sua corruzione o la signora con l’odio, o la fanciulla, la ragazza, con la propria vanità — un po’ adolescente, incosciente — la vita muore, la vita finisce appassita, non serve». Al contrario, Giovanni «donò la sua vita: “Io invece devo diminuire perché Lui sia ascoltato, sia visto, perché Lui si manifesti, il Signore”».
In conclusione Francesco ha suggerito «di ricordare quattro personaggi: il re corrotto, la signora che soltanto sapeva odiare, la ragazza vanitosa che non ha coscienza di nulla e il profeta decapitato solo in cella». Con l’auspicio che «ognuno apra il cuore perché il Signore gli parli su questo».

lunedì 11 febbraio 2019

Maria Vergine


BEATA VERGINE MARIA DI LOURDES - 11 FEBBRAIO


BEATA VERGINE MARIA DI LOURDES - 11 FEBBRAIO

Memoria Facoltativa

Questa memoria si collega alla vita e all’esperienza mistica di Maria Bernarda Soubirous (santa Bernadetta), conversa delle suore di Nevers, favorita dalle apparizioni della Vergine Maria (11 febbraio – 16 luglio 1858) alla grotta di Massabielle. Da allora Lourdes è diventata mèta di intenso pellegrinaggio. Il messaggio di Lourdes consiste nel richiamo alla conversione, alla preghiera, alla carità. (Mess. Rom.)
Etimologia: Maria = amata da Dio, dall'egiziano; signora, dall'ebraico
Martirologio Romano: Beata Maria Vergine di Lourdes, che, a quattro anni dalla proclamazione dell’Immacolata Concezione della beata Vergine, l’umile fanciulla santa Maria Bernardetta Soubirous più volte aveva visto nella grotta di Massabielle tra i monti Pirenei sulla riva del Gave presso la cittadina di Lourdes, dove innumerevoli folle di fedeli accorrono con devozione. 
Lourdes ricorda le apparizioni mariane più famose della storia. Esse avvennero nel 1858 ed ebbero come protagonista una ragazza di quattordici anni di nome Bernadette Soubirous. La Vergine le apparve per ben diciotto volte in una grotta, lungo il fiume Gave. Le parlò nel dialetto locale, le indicò il punto in cui scavare con le mani per trovare quella che si rivelerà una sorgente d’acqua, al contatto con la quale sarebbero scaturiti molti miracoli.
Un momento importante fu quando, in un’apparizione avvenuta il 25 marzo, festa dell’Annunciazione, alla ripetuta richiesta di Bernadette, la Vergine disse di essere l’Immacolata Concezione, venendo così a confermare il dogma del concepimento immacolato di Maria promulgato da papa Pio IX l’8 dicembre 1854 (quattro anni prima).
Ma chi era Bernadette Soubirous? Una ragazza gentile, delicata, cagionevole di salute, cresciuta in una famiglia poverissima, la quale, al tempo delle apparizioni, abitava in un luogo molto umido e malsano. Talmente malsano che, essendo stato già una prigione, si era pensato di abbandonarlo perché troppo inospitale perfino per i detenuti.
Ciò che avvenne a Lourdes lo conosciamo dalle dettagliate deposizioni che Bernadette dovette fare dinanzi alla Commissione Diocesana incaricata di esaminare i fatti.
Tutto ebbe inizio giovedì 11 febbraio 1858, quando Bernadette si recò a raccogliere legna secca nel greto del fiume Gave, insieme ad una sorella e ad una loro amica. Il gruppetto, costeggiando la riva del fiume, giunse dinanzi ad una grotta, ma li separava da essa un piccolo canale. Le compagne di Bernadette lo attraversarono senza esitazione; ella invece non poté mettere i piedi nell’acqua gelata a causa della sua gracilissima salute. Ad un tratto la sua attenzione fu richiamata da un rumore simile a un colpo di vento. Istintivamente si giro versò gli alberi pensando che il rumore fosse venuto da quella parte e invece notò che gli alberi erano completamente immobili. Seguì un secondo rumore, capì che proveniva dal cespuglio che si trovava nella grotta. Fu allora che la ragazza vide una figura bianchissima che aveva l’aspetto di una signora. Questa le fece cenno di avvicinarsi, ma la fanciulla non ebbe il coraggio di farlo. Sorpresa e turbata, non sapeva cosa fare. Bernadette si stropicciò ripetutamente gli occhi pensando che si trattasse di un’allucinazione, ma la Signora era sempre lì, dinanzi alla sua vista. Un’ispirazione le fece tirare dal tascone la sua corona di Rosario e iniziò a recitarlo…e la Signora si unì alla preghiera. Al termine del Rosario l’apparizione scomparve.
Le compagne non avevano visto nulla, né tantomeno sospettarono di qualcosa. Bernadette chiese loro se avessero visto; ovviamente la risposta fu negativa. Sulla strada del ritorno, Bernadette accennò qualcosa alla sorella. Lo stesso fece alla sera con la madre, la quale, però, cercò di convincere la fanciulla ch’era stata solo vittima di un’allucinazione e le ordinò di non tornare più alla grotta. Intanto la sorella non tenne il segreto e riferì alle sue compagne: in breve tempo molte persone vennero a conoscenza di quello che Bernadette aveva visto. Infatti, domenica 14 febbraio, diverse ragazze della sua stessa età chiesero a Bernadette di tornare alla grotta insieme a lei. Ella si rifiutò per non disobbedire alla mamma; ma le ragazze parlarono con la donna e ne ottennero il permesso. Intanto in Bernadette cresceva la paura: e se si trattava di spiriti malefici? Corse subito in chiesa per procurarsi dell’acqua benedetta. Giunse poi alla grotta e avvenne una nuova apparizione. Per tre volte asperse la grotta con l’acqua benedetta: la Signora non si mosse e sorrise. La ragazza allora estrasse la corona e iniziò a recitare il Rosario.
Il 18 febbraio l’apparizione chiese a Bernadette di tornare alla grotta per quindici giorni consecutivi, le raccomandò di andare a dire ai sacerdoti di costruire una chiesa sul luogo delle apparizioni. La ragazza fu fedele all’appuntamento.
Il 24 e 25 febbraio la Signora invitò Bernadette a mangiare dell’erba, a fare dei gesti di penitenza e le ordinò di scavare con le mani sul lato sinistro della grotta. La fanciulla trovò dell’acqua, la Signora le disse di bere ed ella obbedì: portò l’acqua torbida alla bocca, si lavò e poi la bevve.
Il 25 marzo la Signora disse finalmente il suo nome. L’apparizione restò immobile, mostrandosi nell’atteggiamento della Vergine raffigurata nella famosa medaglia miracolosa rivelata a santa Caterina Labourè. La Signora sollevò le mani, le congiunse all’altezza del petto, levò gli occhi al cielo e disse: «Io sono l’Immacolata Concezione».
La Madonna promise a Bernadette la felicità, ma non in questo mondo. A Nevers la veggente visse da religiosa il messaggio di penitenza e di preghiera che aveva ricevuto alla grotta. Morì santamente il 16 aprile 1878, all’età di trentatré anni; età significativa visto le enormi sofferenze che contrassegnarono la sua vita. Fu beatificata nel 1925 e canonizzata nel 1933.
Le apparizioni di Lourdes vennero ufficialmente riconosciute dal vescovo di Tarbes il 18 febbraio del 1862. Ben presto fu eretta una grande chiesa così come la Vergine aveva richiesto.
Lourdes divenne subito il più celebre dei luoghi mariani. Un ufficio speciale (le Bureau médical) fu incaricato di vagliare scientificamente le guarigioni che iniziarono a verificarsi immediatamente. Di miracoli finora ne sono stati riconosciuti una settantina, ma di fatto sono molti di più. Ancora più numerose sono le conversioni.     
La risposta a qualsiasi utopia
Pio IX nella Bolla Ineffabilis Deus con cui promulgò il dogma dell’Immacolata Concezione dice chiaramente che la Vergine con i suoi privilegi è l’antidoto a tutti gli errori e a tutte le eresie. Così scrive: «La nostra bocca è piena di gioia e le Nostre labbra di esultanza, e rendiamo e renderemo sempre i più umili e i più vivi ringraziamenti a nostro Signore Gesù Cristo, per averci concesso la grazia singolare di potere, sebbene immeritevoli, offrire e decretare questo onore, questa gloria e questa lode alla sua santissima Madre. E poi riaffermiamo la Nostra più fiduciosa speranza nella beatissima Vergine, che, tutta bella e immacolata, ha schiacciato il capo velenoso del crudelissimo serpente, e ha portato la salvezza al mondo; in colei che è gloria dei profeti e degli apostoli, onore dei martiri, letizia e corona di tutti i santi; sicurissimo rifugio e fedelissimo aiuto di tutti coloro che sono in pericolo; potentissima mediatrice e riconciliatrice di tutto il mondo presso il suo Figlio unigenito; fulgidissima bellezza e ornamento della Chiesa e della sua saldissima difesa. Riaffermiamo la Nostra speranza in colei che ha sempre distrutto tutte le eresie, ha salvato i popoli fedeli da gravissimi mali di ogni genere, e ha liberato Noi stessi da tanti pericoli, che ci sovrastano. Noi confidiamo che ella voglia, con la sua validissima protezione, fare sì che la nostra santa madre, la Chiesa cattolica, superate tutte le difficoltà e sconfitti tutti gli errori, prosperi e fiorisca ogni giorno più presso tutti i popoli e in tutti i luoghi, dal mare al mare, e dal fiume sino ai confini della terra, e abbia pace, tranquillità e libertà completa (…)». 
Dunque, la Vergine è colei che distrugge tutte le eresie, perché è colei che ci ha donato il Salvatore permettendo la Redenzione della più grande catastrofe di tutti i tempi: il peccato originale.
Ritorniamo a Lourdes. La Provvidenza non sceglie a caso i luoghi delle apparizioni. In quei tempi la Francia era la patria del positivismo filosofico. Tale corrente affermava che solo la conoscenza sensibile potesse permettere la conoscenza della verità, se mai la verità potesse essere davvero conosciuta. Dunque un materialismo ed un sensismo radicali, che ebbero ripercussioni anche sulla concezione dell'uomo e della sua libertà. Il positivismo, infatti, portò a ritenere che l'uomo fosse totalmente determinato dalla società: una società buona renderebbe l'uomo buono, una società cattiva renderebbe l'uomo cattivo. Invece a Lourdes la Vergine, confermando il dogma dell'Immacolata Concezione, venne a ricordare al mondo la verità del peccato originale, ovvero la verità della libertà e della responsabilità umane. Quale società può essere migliore del paradiso terrestre? Eppure l'uomo, anche nel paradiso terrestre, è stato capace di peccare. Questo perché l’uomo è libero. Certamente la società può influenzarlo ma non determinarlo.  Dunque, prima di agire sulle società, bisogna agire sul cuore dell’uomo, per una continua conversione dell'uomo stesso.
Pio IX, spiegando ai cardinali il valore dell’Immacolata Concezione il giorno dopo la promulgazione del dogma, così disse: «La grandezza di questo privilegio varrà moltissimo anche a confutare coloro, i quali negano che la natura umana si sia corrotta per la prima colpa ed amplificano le forze della ragione al fine di negare o di sminuire il beneficio della rivelazione. Faccia, infine, la Vergine Beatissima, la quale sconfisse e distrusse tutte le eresie, che si svella dalle radici e si distrugga anche codesto perniciosissimo errore del razionalismo, il quale, in questi tempi infelicissimi, tanto affligge e tormenta non solo la civile società, ma anche la Chiesa» (Singulari quadam, Allocuzione al Concistoro del 9 dicembre 1854).
Il celebre pensatore spagnolo Donoso Cortes afferma che dalla negazione del peccato originale nascono tutti gli errori, perché dalla negazione del peccato originale nascono tutte le utopie. Così scrive in una sua lettera: «La negazione del peccato originale è uno dei dogmi fondamentali della Rivoluzione. Supporre che l'uomo non sia caduto nel peccato originale significa negare, e si nega, il mistero della Redenzione e della Incarnazione, il dogma della personalità esteriore del Verbo e il Verbo stesso. Supporre l'integrità naturale della volontà umana, da una  parte, e non riconoscere, dall'altra, l'esistenza di altro male e di altro peccato che il male ed il peccato filosofico, significa negare, e si nega, l'azione santificante di Dio sull'uomo e con essa il dogma della personalità dello Spirito Santo. Da tutte queste negazioni deriva la negazione del dogma sovrano della Santissima Trinità, pietra angolare della nostra fede e fondamento di tutti i dogmi cattolici».
La negazione del peccato originale vuol dire la possibilità che l’uomo sia per natura buono e che ciò che lo contamini siano solo le strutture sociali, per cui sarebbe possibile, qualora si creasse una sorta di “società perfetta”, il trionfo totale del bene e della completa bontà dell’uomo stesso. Insomma: l’essenza di ogni utopia, ma anche la convinzione, tipicamente moderna, secondo cui l’uomo possa, con il suo agire (in questo caso con il suo agire politico e sociale), essere “salvatore” di se stesso.
La Vergine a Lourdes indica invece due prospettive: 1) Quella del Cielo come unico fine dell’uomo. 2) Quella dell’eliminazione del peccato come principale scopo dell’agire umano.
Quella del Cielo come unico fine dell’uomo. A Bernadette l’Immacolata disse: «Non ti prometto la felicità quaggiù, ma in Paradiso». Il che significava ricordare all’uomo che la legittima speranza di migliorare la vita terrena non poteva essere sostituita con la pretesa di eliminare totalmente il male da questa stessa vita. Sappiamo che il positivismo filosofico alimentò l’utopia di un possibile mondo senza malattia e senza morte, utopia che poi naufragò tragicamente soprattutto a causa della catastrofe della Grande Guerra.
Quella dell’eliminazione del peccato come principale compito dell’agire umano. L’uomo può diventare buono principalmente con la conversione; le strutture sociali e il progresso medico scientifico hanno senz’altro un valore importante ma certamente relativo: ciò che conta è la santità. Ed ecco perché Lourdes è diventata anche la vera oasi della sofferenza fisica, che, nella tenerezza della Vergine Immacolata, può trovare straordinariamente la guarigione (i miracoli), ma ordinariamente trova di certo la forza per andare avanti e la luce per capire la relatività della vita terrena in comparazione alla pienezza della vita del Paradiso.

Autore: Corrado Gnerre