venerdì 29 marzo 2019

il figliol prodigo


QUARTA DOMENICA DI QUARESIMA


QUARTA DOMENICA DI QUARESIMA

 Gs 5, 9a.10-12; Sal 33; 2Cor 5, 17,21; Lc 15, 1-3.11-32

E’ la domenica della gioia (“Laetare”) e, nel ciclo C del lezionario romano, siamo condotti alla contemplazione di Dio, a leggere Dio per ciò che davvero è, e non per quello che le nostre malevole e stolte presunzioni lo hanno voluto vedere e percepire.
Il capitolo 15 di Luca è un luogo rivelativo di altissimo spessore; Agostino diceva che questo capitolo è “l’Evangelo nell’Evangelo”. Il tema di questo capitolo di Luca, e quindi il tema di questa domenica “laetare”, non è il comportamento morale dell’uomo ma il comportamento di Dio.
Sul banco degli accusati, in fondo, c’è Dio e non l’uomo peccatore; questo lo è di partenza, ma il dibattito verte sul modo retto o meno di comportarsi di Dio. Gesù è accusato perché pretende di dire che Dio si comporta con misericordia e accoglienza verso i peccatori; Gesù ha una condotta che viene bollata come scandalosa in quanto, non solo accoglie i peccatori, ma addirittura li attrae: «Si facevano vicini a lui», scrive Luca e i farisei e gli scribi mormorano che il Rabbi di Nazareth siede con gli empi.
Già quel banchetto con cui inizia il capitolo è evangelo: il Figlio di Dio siede con i peccatori, condivide la vita con loro; già solo questo banchetto giustifica la letizia di questa domenica. Con quel sedere a mensa con i peccatori Gesù vuole essere trasparenza di Dio, vuol far presente la misericordia di Dio, vuole rivelare il vero comportamento di Dio; in fondo scribi e farisei si proclamano servi di Dio ma vorrebbero un altro Dio, non quello vero che ha inviato il suo Figlio proprio perché sedesse a quella mensa di peccatori.
Gesù spera che anche i cosiddetti “giusti” siedano a quella mensa, non per condiscendenza verso i peccatori ma mettendosi dalla parte dei peccatori; la parabola del Padre misericordioso, infatti, termina proprio con questa speranza: il padre spera che il figlio maggiore si sieda alla mensa preparata per il figlio sciagurato! Finché i “giusti” non si sederanno a quella mensa assieme agli altri peccatori, peccatori con i peccatori, non conosceranno davvero Dio, anche se se ne proclamano interpreti e difensori! La misericordia di Dio fa paura ai “giusti” perché questi temono di perdere terreno, temono di essere equiparati ai reprobi, ai maledetti, a quelli sui quali amano ergersi con le loro vesti immacolate e con le loro mani pulite; e i “giusti, su chi si ergerebbero – superbi di loro stessi – se quelli che devono guardare loro con tremore e rispetto per la “santità” e la “giustizia” vengono elevati a loro da un Dio che non è quello che loro vogliono, un Dio sempre “a servizio” del loro primato?
Seguono le tre parabole della misericordia di cui oggi la liturgia ci fa leggere solo l’ultima, quella del Padre misericordioso, tralasciando quelle della Pecora smarrita e quella della Dracma smarrita. E’ difficile scinderle, e non lo farò neanche in questa sede. Tre parabole celeberrime e perciò tante volte abusate e lette in chiave moralistica; tre parabole che hanno premura di gridare con gioia la gioia di Dio per la conversione del peccatore, anzi la gioia e l’amore di Dio che lo spingono a lavorare, a perdonare, ad attendere, a cercare perché il peccatore si converta!
Lo scandalo delle tre parabole è proprio qui. Il discorso che Gesù vuole fare è chiaramente teologico e non morale! Noi poi lo abbiamo svilito tingendolo di bieco moralismo.
Dov’è l’ evangelo? Dov’è la buona notizia? Innanzitutto nel comportamento di Dio che Gesù mostra nella sua narrazione: un Dio che cerca e gioisce per il ritrovato!
Si badi che Gesù non si sofferma sulla modalità della conversione dell’uomo; la domanda su Dio viene prima della domanda morale: prima “chi è Dio?” e poi, eventualmente, “che devo fare per obbedire a Dio?”. E’ chiaro che, se non so chi è Dio, non so a quale Dio devo obbedire, e quindi quali sono i contenuti veri delle sue domande. Gesù ci chiede di guardare il tutto dalla parte di Dio.
La prima e la seconda parabola sono, in fondo, perfettamente uguali: due modi per dire la stessa cosa. Certo la parabola della Pecora perduta ha in più un grande retroterra nella Prima Alleanza, retroterra che fa grandemente gioco a Gesù ed al suo annunzio. Infatti già nella Prima Alleanza, di cui i mormoratori si dicono discepoli e custodi, si dice di pecore smarrite di cui Dio si fa cercatore; opporsi a questa icona di Dio che Gesù sta ripresentando è allora contraddire quelle stesse Scritture che dicono di amare e custodire; la polemica è sottile e pure irritante per i nemici di Gesù! In più tutti i testi sui pastori, in quella stessa Prima Alleanza, avevano un altro risvolto polemico: Dio è il pastore buono che si oppone ai cattivi pastori che cercano solo se stessi ed i loro privilegi, che cercano di esaltare la loro “giustizia” a discapito degli altri.
Notiamo che Luca nulla dice di ciò che deve fare la pecora perduta, ma ci dice cosa fa Dio per ritrovarla, e della sua gioia nell’ora in cui la trova.
Così preparati arriviamo alla terza parabola, quella dei Due figli, o meglio, del Padre misericordioso. Il tema è limpido: l’attenzione deve essere puntata sul padre e su come si pone verso i due figli – il figlio peccatore “prodigo” e il figlio “giusto” -,  e di come i due si pongono dinanzi a lui. Le storie dei due figli si devono scontrare con la novità della paternità di questo padre. Un padre che non cessa mai di amare: a questo padre non importa nulla del patrimonio perduto; quello che ha in cuore è la lontananza ed il dolore del figlio che ha sbagliato; lo attende nella sua lontananza e quando lo scorge gli corre incontro. Più di quella corsa, che pure è commovente e per noi foriera di grande gioia, più commozione e gioia deve produrre in noi la sua attesa contemporanea alla lontananza del figlio … Il padre è impaziente di ridire al figlio fuggito chi è per lui: «Presto! – dice ai servi – portate qui la veste più bella!» . Non gli dice “sei di nuovo figlio”, ma “sei sempre rimasto figlio, anche nella tua lontananza, anche quando figlio non ti sentivi!”.
Chiediamoci: quale era stato il vero peccato di questo figlio? Non la vita dissoluta, non la prodigalità, ma l’aver pensato alla casa del padre come ad una prigione, l’aver pensato che il padre fosse ingombrante: in fondo aveva detto, nell’andarsene, che avrebbe tanto voluto che il padre fosse morto: «Dammi la parte di eredità che mi spetta»; per avere un’eredità bisogna che il padre sia morto! Per lui la lontananza era stata una liberazione!
Ecco il vero peccato. Quello che gli è accaduto nella lontananza non è castigo, ma condizione in cui lui stesso si è posto … è conseguenza della lontananza … certo servirà a dargli l’impulso per partire ed andare a contemplare il volto vero del Padre; un volto che lui non immagina neanche, finché non lo vedrà e non sentirà su di sé i baci e gli abbracci di quel padre che voleva morto! Finché non arriva a casa non conosce ancora suo padre: pensa d’averne perso l’amore a causa della sua condotta e crede di dover rimeritare l’amore lavorando come un servo. Questo figlio ha una concezione tutta errata di suo padre, una concezione moralistica e retributiva, ed è afflitto dalla terribile malattia dei “meriti”; ma quando arriva a casa capisce che l’amore del padre era prima del suo pentimento! E’ quell’amore che genera il suo pentimento e la sua conversione perché quell’amore gli dona la vera conoscenza di suo padre. L’amore lo ha guarito … ed esplode la gioia del padre che la esprime ordinando una grande festa. Il suo ritorno non gli ha ottenuto né l’amore, né il perdono; questi già erano suoi; il suo ritorno gli ha donato la rivelazione del vero volto di suo padre, gli ha donato la conoscenza del cuore vero del padre; perciò può intraprendere una vita nuova! Diversamente sarebbe sempre e solo la logica del “do ut des” e quella non è un evangelo, è la stessa solita storia che noi uomini recitiamo nelle nostre relazioni.
Ecco che, a questo punto di questa straordinaria narrazione di Gesù, entra in scena l’altro figlio, quello “buono”. Che fa? Si irrita e anche lui si pone lontano dal padre e dalla sua gioia; questo figlio maggiore è peggiore dell’altro. In fondo anche lui è lontano e vive lontano dal padre, ma fingendo di essere in casa e con il padre: neanche lui conosce suo padre, non ragiona né come figlio, né come fratello. Vede la sua fedeltà, il suo rimanere, come un peso e la sua obbedienza come una sudditanza. Il figlio maggiore somiglia al minore ma in peggio e soprattutto somiglia agli scribi e ai farisei mormoratori, somiglia a noi quando ci paludiamo di “giustizia” e disprezziamo chi è lontano, chi è peccatore palesemente, chi è segnato da una diversità irriducibile da noi.
Il dramma è che mentre il figlio minore, lo sappiamo ormai, è entrato alla festa, questo maggiore è ancora fuori; Gesù lo lascia al termine del racconto lì fuori ove sta trattenendo anche il padre che, come ha fatto per l’altro figlio, si è recato nella sua lontananza e nella sua durezza di cuore a raccontargli l’amore e la sua filialità («Tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo»); il padre vorrebbe tanto che entrasse, e scoprendo il fratello come fratello, scoprisse la sua paternità.
Gesù lascia in sospeso la parabola ed anche la gioia piena del Padre! La conversione dei “giusti” è tanto più difficile di quella dei peccatori!
Domenica della gioia. Sì, la nostra gioia, la gioia di noi che riceviamo questo evangelo, questa buona notizia, ma gioia soprattutto di Dio che però noi dobbiamo rendere piena con il coraggio di sedere, anche noi, alla mensa dei peccatori, da peccatori con i peccatori!
Solo Gesù è giusto!
Lo capirà il ladro inchiodato alla croce nelle ultime pagine dell’Evangelo di Luca … se avessimo la sua sapienza e il suo coraggio nella verità! 

P.Fabrizio Cristarella Orestano

martedì 26 marzo 2019

oranti


LA PREGHIERA, ECO DELL'INQUIETUDINE DELL'UOMO DI TERESA DELLA CROCE *


LA PREGHIERA, ECO DELL'INQUIETUDINE DELL'UOMO DI TERESA DELLA CROCE *

Una inquietudine mai placata, dimora di fango, consueta per il nostro tempo, scopre nella cenere il suo fondamento. Proteso in un andare gravido di barcollanti certezze, sazio di dubbi, a stento l’uomo si espone, come argilla, alla morsura del silenzio, alle strettoie dell’attesa per scoprire in sé la stabilità della terracotta, della maturità nello Spirito. L’ansia che gonfia il grembo di vento1 è il sintomo più evidente di questo malessere interiore a cui pochi sanno dare un nome. Rumori, luci, agitazione, smania, sofferenze come scintille planano in alto, mentre i nostri sensi si ritrovano tutti in prossimità degli scogli della frenesia della vita quotidiana. Chi non riesce a star dietro al suo lazzo e migrando da un sentire all’altro lega o separa deboli pensieri viene da essa imperiosamente respinto. È necessario trovare il coraggio di smentire una realtà fatta di apparenza, di vuoto, di barche di giunchi che non tengono la veemenza dei flutti. Urge recuperare tutto ciò che fa dell’uomo il signore del tempo e non lo schiavo di mode, di costumi, di scontate tradizioni, paglia secca spazzata via in un frangente dal vento di novità esasperate. In questo vortice di turbamento l’uomo ha paura del silenzio, paura dell’ignoto, paura di fermarsi, paura di sostare. Ha paura, paura di ciò che non è in grado di dominare, di controllare e di gestire, come l’attesa e la solitudine. Paura del non conosciuto, dell’inafferrabile che fascia la mente. Quando avverte qualcosa che lo sovrasta, cibo di tormento per ogni giorno della sua vita, per non far crescere l’ansia, insieme a farmaci di tranquillità, si protende alla ricerca di Qualcuno che sa e può dargli la pace. Si apre allora un varco sul bivio esistenziale. Può scegliere. Spesso ha inizio una ritualità esatta, fatta il più delle volte di brevi sgranate preghiere, di medaglie e immaginette, di candele accese che si sommano agli amuleti; la Bibbia a portata di mano e i segni della croce scandiscono giudizi di caligine per tutto ciò che ruota intorno a momenti di panico che afferrano senza pietà. In tal caso l’ansia, il timore, la paura, sono fruscio dell’agire giornaliero. Ma… più raramente, se tende l’orecchio, entra in contatto con il ricordo di Dio.
Mi sono ricordato di Dio e ho gioito
L’uomo intravede la propria debolezza, la sperimenta e impara a conoscerla. Sant’Isacco proclama costui beato2 e aggiunge: «L’uomo che è giunto a conoscere la misura della propria debolezza, è giunto alla perfezione dell’umiltà»3. È disposto all’ascolto dello shofar, che per tutti risuona, del ritorno al dialogo con Dio, del richiamo alla preghiera4, della memoria Dei.
Nell’arsura di serenità, approdati ai bacini dell’angoscia, avverte pungente la necessità di lasciarsi affascinare dall’Assoluto e di concedersi momenti di vita solitaria per ritrovare l’equilibrio interiore nella quiete, in quella tranquillità che non è più uno stato d’animo passeggero, bensì un modo di vivere, uno stato di vita, precisamente è il passare “dentro” il turbamento, l’agitazione, l’avvilimento, dentro il sentire per entrare in contatto con la ricerca appassionata di ciò che ci abita, della sola quiete: la pace in Dio. Risuona allora l’invito a sostare: «Fermatevi! e sappiate che io sono Dio» (salmo 46).
Sii silenzioso e avrai la quiete in qualsiasi luogo abiterai
La ricerca della quiete, dell’esichia è importante per la preghiera. I padri del deserto raccomandano il silenzio: non labbra chiuse, ma mente a riposo per non lasciarsi inondare dai rumori, dalle tante voci, dalle eco delle distrazioni. Mente solitaria, poiché solo nella solitudine è possibile che il silenzio parli e operi meraviglie. E la solitudine ha un suo luogo che è figura concreta della custodia di una dimensione interiore: la cella, la stanza più intima in cui ci si dispone all’incontro con Dio. Il ricordo di Dio costante e abituale, l’orazione hanno la loro scaturigine dal sostare assiduo nel luogo del silenzio.
Teresa di Lisieux racconta: «Da bambina andavo dietro al mio letto, in un cantuccio che potevo facilmente chiudere con una tenda e là pensavo, cercavo Dio»5. Il “vacare Deo”, il percepire la sua assenza e il cercarlo nella preghiera è in sé risposta a una chiamata, ascolto incessante e vigile che non frappone i diaframmi immobili della durezza di udito, ma schiude alla voce che ci abita nel profondo: Padre nostro6.
L’ascolto invoca vigilanza e umiltà
Non ogni uomo calmo è umile, ma ogni uomo umile è calmo. L’uomo dei nostri tempi invece è agitato, parla fino al logorio delle parole, non comprende e non tollera l’ascolto, spazio di libertà al parlare altrui. E il suo non ascolto lo porta a usare il linguaggio degli astuti che crea conflitti, incomprensioni, ingiustizie, pensieri tormentosi, drammi profondi, ad accamparsi ai margini del suo cuore diroccato e della sua mente priva di senno, a rodersi in quell’implacabile smania che sommerge e perseguita… Appare difficile e duro raggiungere il silenzio di tutti i pensieri. La custodia del cuore richiede vigilanza e umiltà. La custodia della mente un duro esercizio. Vigilanza nel proprio territorio, perché il sentire non sommerga l’intendere né il volere, e i progetti di argilla siano fondati sulla roccia.
Umiltà per accogliersi come creta impastata di spirito, aderente alla terra, ma portata dal soffio dell’eterno su sentieri di verità. Privato di questo habitus, l’uomo sorseggia l’iniquità come acqua fresca, non trova più il suo volto e affannosamente ricerca pozzanghere in cui specchiarsi nella speranza di ritrovarsi. L’umiltà fa dell’uomo una creatura serena, che non ha bisogno di mettersi in mostra, una creatura che dà pace in quanto rappacificata con la vita e con se stessa, una creatura capace di ascolto e quindi di pronunciare parole sagge, una creatura capace di pregare.
L’umiltà fa sì che l’altro circoli tra le mie idee e vi aggiunga le sue, che entrando lasci spalancata la porta della mia stanza segreta invitandomi a vivere a cuore aperto, e io mi scopra predato e donato nel dialogo dell’amore, della preghiera, del raccontarmi e farmi raccontare da Dio, dall’uomo, nella terra della mia nudità7.
Senza umiltà la preghiera svilisce in un monologo, precipita nell’abisso delle incongruenze quotidiane e nella sclerosi della pochezza che siamo. Solo respirando l’humus del nostro peccato possiamo accostarci a Dio. Attraverso l’umiltà sperimentiamo la distanza tra noi e Lui, e dopo aver vagato a tentoni, come ubriachi barcollanti, fino all’alba, iniziamo a comprendere attraverso un dire semplice l’amore di Dio per l’uomo. Allora ci accostiamo al Mistero lasciando le nostre solitudini senza strada, le nostre veglie trascorse in un tormento privo di speranza, abbacinati dalla notte della presunzione. Ricorda Isacco di Ninive: «Quando nella preghiera ti metterai davanti a Dio il tuo pensiero diventi semplice… Dio vedendo i tuoi desideri, la purezza dei tuoi pensieri che riposano in Lui e non in te, la tua speranza fiduciosa, farà scendere in te questo potere inscrutabile e tu avrai coscienza di possederlo. La coscienza di questo potere ha permesso ad alcuni di affrontare senza paura le fiamme, ad altri di camminare sulle acque con la certezza di non affondare»8.
Questo potere straordinario, l’umiltà, è al tempo stesso origine e frutto di preghiera. Apre a Dio e all’uomo. Apre alla pro-esistenza, all’esserci per l’altro, ad offrire la speranza di un amore che sappia farsi presenza. Ciò avviene non solo con coloro che incontriamo e con cui viviamo, ma con quanti “frequentiamo” spiritualmente nel segreto della preghiera.
Saltem frequenter in vita
Quante volte la nostra preghiera è un lasciar sostare lo sguardo sul male del mondo, dimentichi della croce di Cristo: ci si consegna alla disperazione. Solo il non senso possiamo incontrare se, accovacciati alla sponda del male, come spettatori sprovveduti, spezziamo le reti della delusione nella pesca di una beneficenza spicciola. Dalla sponda del male non giunge altra risposta che pianto e lamento. La lontananza da Dio, la ribellione dell’intelligenza ostinata dell’uomo, la rivendicazione d’autonomia da lui, hanno solcato di male la storia degli uomini che dalle profondità di un sentire trasceso si fa «voce che grida all’uomo fino al suo ultimo respiro: oggi convèrtiti»9.
Si ha la presunzione di poter pregare per il male che ci affligge, ci schiaccia, ci divora, senza considerare la croce di Cristo, provvisti solo del nostro dolore. Se impariamo a pregare davanti al Crocifisso intravediamo l’amore di Dio per l’uomo, Cristo diventa la nostra preghiera, è il cuore della preghiera.
Impariamo a ringraziare per ogni cosa10: per il tribolare e il patire, per tutto ciò che ci accade e che accade alla sorella, al fratello, perché noi dobbiamo entrare nel regno attraverso molto soffrire11, confortati dalla fede che ci consente di vedere «le prime luci del sabato» (Lc 23,54). Memore di quelle parole: «Tuo fratello risorgerà» (Gv 11,23), l’uomo di ogni tempo potrà costruire accampamenti di amore nella fatica delle attività più ordinarie, nello svolgimento dei compiti di ogni giorno, nella santificazione della ferialità, in quella preghiera dell’oggi e dell’attesa che non ha più parole.
Oggi, convèrtiti (Eb 4,7)
In un mondo fatto di ombre e di silenzio, in cui le voci – una dietro l’altra – terminano la loro corsa affannosa, in quel mondo interiore che assale, carpisce e insidiosamente intrappola il pensiero in un sentire mostruoso, la bellezza dell’integrità umana non può che narrare l’invito cocente della liberazione dai ceppi di sé, per ripercorrere il sentiero dell’allontanamento e tornare alla fonte. Oggi convèrtiti. La metanoia è dono di Dio, origine e frutto delle opere della fede, prima fra tutte la preghiera.
A volte il dolore lascia segni indimenticabili che solo la frequentazione assidua della preghiera può sanare. Tornare indietro è più facile che andare avanti, perché la memoria dei fallimenti, delle angosce, delle paure è esperta di precisione. «Io mi sono schiantato sui tempi di cui ignoro l’ordine, e i miei pensieri, queste intime viscere della mia anima, sono dilaniati da molteplici tumultuosità». Esperienza di un uomo simbolo, Agostino, che ha letto il segreto di Dio sugli scogli di una vita che si è scoperta preghiera, sui sentieri della sua interiorità, dopo essersi disperso in una ricerca estranea al suo essere. È l’esperienza dell’uomo di tutti i tempi. Incredibile quest’uomo che non si finisce mai di scoprire! Mistero di pienezza e fragilità, parabola di un cammino che lo porta via da se stesso alla scoperta del suo significato. Vive, ma non può definire la sua vita, se non scrivendo pagine di storia, pagine sacre o pagine maledette, pagine che strappa e pagine che ricostruisce.
Il percorso dell’esistenza, questo ricucire oggi ciò che sembra essersi lacerato per sempre è l’avventura meravigliosa della preghiera. Restituire l’uomo a se stesso, quale compito più alto? Restituirlo alla bellezza, al bene, a ciò che è vero e non tramonta. È un cammino di ricerca in cui l’uomo chiede di non andare solo per non smarrirsi ancora, un cammino in cui l’uomo si fida di un altro uomo, fragile come lui in quanto figlio dell’uomo, Salvatore per lui in quanto Figlio di Dio: un uomo che può indicargli la strada del ritorno. Anche questo esperire è preghiera. L’orante guarda, osserva, acquisisce la capacità di vedere. È la preghiera a trasformare lo sguardo, ad aprire la coscienza alla precarietà della vita, alla pienezza della comunione con i viventi e Dio. Pensiero purificato, occhio limpido, mente desta. Colui che non si sottrae alla conversione, ma persevera nell’orazione, sa vedere Dio, sa riconoscerlo nelle Scritture, nella mensa della Parola e del Pane, in ogni cosa. «L’anima purificata dalle passioni e illuminata dalla contemplazione delle cose ultime dimora in Dio e la sua preghiera è vera»12.
Chi prega, somiglia a un esploratore
«Dio ha creato l’uomo come un “esploratore” (Qo 1,13) perché cammini verso la verità e nulla lasci di intentato nonostante il continuo ricatto del dubbio» (FR 21). Chiamato a valicare i limiti di una conoscenza naturale e sensoriale, attraverso la fede e le opere della fede13, l’uomo smarrito, scettico e incredulo può ritrovare la fiducia nella sua capacità di riflettere14 criticamente sui dati del reale e sul senso della vita: Chi sono? Da dove vengo? Dove vado? Perché il male? La capacità metafisica dell’uomo fa di lui un orante per sollevare lo sguardo e volare in alto verso la verità15. Motore di questo volo è la preghiera.
Per rispondere all’inquietante domanda di senso che si annida nel suo vivere, la persona umana tenta di acquisire una conoscenza profonda e realistica di sé, delle proprie potenzialità e dei propri limiti, unitamente a una certa consapevolezza della propria personalità, al fine di orientare al raggiungimento dei suoi ideali, in modo costruttivo, tutte le energie a sua disposizione16.
Attraverso la preghiera assidua, la persona si scopre orientata verso il bene assoluto, questo tendere «sorge dall’intuizione e dall’esperienza della creaturalità e dai limiti della persona che anela a trascendersi per giungere alla pienezza della propria personalità»17. La preghiera consente di assimilare progressivamente i valori, liberamente scelti, ordinati a cercare la trascendenza di sé e non la propria gratificazione, tende naturalmente al suo fine ultimo, Dio, Bene desiderabile in se stesso, degno di essere amato, cercato, Libertà infinita in cui ritrova la sua libertà di figlio nel Figlio: «Noi riceviamo da Lui, che è la norma concreta e perfetta di ogni attività morale, la libertà di compiere la volontà di Dio e di compiere il nostro destino di figli liberi del Padre»18.
Libero e fragile, aperto all’Assoluto ma tentato dal relativo, l’uomo che prega, interiorizzando i valori eterni in vista di una sempre più ricca risposta personale all’amore del Signore, assume la responsabilità della sua vita mediante scelte libere e consapevoli in risposta all’appello che Dio rivolge a ciascuno. Infatti «Dio non ha voluto creare un museo, ma un universo vivente e libero che si crea o si discrea. Ciascuno è fonte di un potere creatore, fonte di un superamento possibile, capace di mancare alla sua dignità»19.
Orante per vocazione
Chiamata a trascendersi, la persona umana può disperdere questa spinta vitale profonda in una orizzontalità di possesso e di appagamento immediato che la ingabbia nel recinto di risorse scontate e le preclude la possibilità di attingere forze nuove da potenzialità per lei ignote, ma pur suo patrimonio costitutivo. Eletto per vocazione a ruminare nel cuore la parola che come seme che germoglia alla contemplazione è forza invocante lo Spirito e parola con cui Dio parla alla Sua creatura, l’orante è colui, o colei, che si applica alla lettura amorosa delle Scritture. L’uomo, se, «dopo aver purificato il suo cuore, riceve la parola di Dio e dimora in essa (cfr. 2Gv 9), emette pensieri buoni, così che i comandamenti di Dio dimorano in lui»20. È la fecondità della preghiera autentica. Nel segreto di una vita in abbondanza, scandita dal ringraziamento e dalla domanda, dalla supplica fino alla contemplazione, la preghiera porta al raggiungimento della propria completezza, della maturità, all’essere ciò per cui siamo nati: uomini e donne unificati dal dono dello Spirito.
Un modello di sviluppo di una vita di preghiera che orienta l’agire può essere quello della spirale: a ogni fase si assorbono le fasi precedenti e si procede verso un più alto livello di integrazione. Un modello che esprime continuità dinamica. È un cammino “intelligente”, tracciato dalla grazia che trova disponibilità interiore e apre a una vita senza fine, il volto di Dio in noi, un’acqua viva che mormora il proprio nome proveniente dalle sorgenti pure dell’essere. Allora potremo rendere visibile il “nostro uomo”. Lo scriveva Teofilo di Antiochia nel suo dialogo con il pagano del suo tempo: «Se tu mi dici: “Mostrami il tuo Dio”, io potrei risponderti: “Mostrami il tuo uomo, e io ti mostrerò il mio Dio”»21. Il volto dell’uomo ha in sé i tratti del suo creatore. La preghiera consente di vedere con occhi luminosi il volto di Dio nei fratelli e nelle sorelle.
Il rapporto in cui ogni persona trova la pienezza del proprio essere è quello con il divino, quindi con un tu che non sia alla pari, ma che sia all’origine della sua esistenza, la fonte da cui riceversi, Colui che egli/ella prega. Non è l’alterità orizzontale l’ambito in cui la creatura trova il proprio accesso a Dio, ma quello verticale. Solo dopo aver delineato i confini della propria autonomia da Colui che lo ha creato, solo pregando, l’uomo può decifrare, nel volto del fratello e della sorella, l’immagine di Dio22.
A questo punto possiamo capire dove sia andato a nascondersi un uomo che non ha messo in opera il suo essere dominus dei propri pensieri, sentimenti, esperienze, ma ne è rimasto soggiogato, imbrigliato in una preghiera di parole, suoni e poco cuore… dove sia andato a ritrovarsi una persona che si è specchiata nella pozzanghera del possesso e della fuga da un impegno di giustizia… dove sia andato a cadere un essere umano che invece di custodire il creato, i suoi fratelli e le sue sorelle, ha tentato di espropriarli della loro dignità per sentirsi padrone.
Pienezza di vita
Il comandamento dell’amore, sintesi mirabile della shekinah (presenza) di Dio, realizzato in Cristo, verbum salutis, sarà sempre l’oggetto attraente della volontà dell’orante, il fascino irresistibile che lo porta al telos del suo cammino: la comunione perfetta con Dio, con i fratelli e con le sorelle. «La natura intelligente della persona umana può e deve raggiungere la perfezione. Questa, mediante la sapienza, attrae con dolcezza la mente a cercare e ad amare il vero e il bene; l’uomo che se ne nutre è condotto attraverso il visibile all’invisibile» (GS 15 ). Nella follia della croce è racchiuso il segreto del Mistero lì, dove il paradosso dell’Amore che disarma parla del Padre di misericordia, e ci conforta nel sentiero della vita per affidarci a Lui, sapendo che «restiamo nella notte, ma sotto le stelle».
Al di là di tutti gli enigmi, le incognite, le tortuosità, le curve della sorte umana nel mondo, la verità sull’uomo che Dio ha scritto nelle pagine di una storia straordinaria di salvezza si afferma nell’esperienza di un’umanità nuova, quella di Cristo, in cui ogni persona è chiamata a partecipare in pienezza alla vita di Dio (2Pt 1,4). Nell’inquietudine creativa dell’uomo, generata dalla consapevolezza del limite della temporalità, pulsa ciò che è più profondamente umano: il desiderio del ritorno alla Fonte della propria immagine, la nostalgia di ricongiungersi con Colui da cui ha ricevuto l’impronta dell’essere. Questa nostalgia è preghiera.
La persona umana è davvero un essere visitato, una dimora aperta all’ospitalità in nome di quella somiglianza con Dio che la rende capace di custodire l’autenticità della vita, diventando per le cose, gli eventi, le persone, icona di preghiera. La biografia dell’uomo è una crescita fino a quando non si identifica con la parola che Dio ha pronunciato a suo riguardo, Parola di vita che non tramonta. La persona umana resta l’ambito privilegiato per l’incontro con l’Essere.
…a mo’ di conclusione
L’esperienza del sonno che porta via ogni notte ci ricorda che si può andare dalla imperfezione al compimento, per essere specchi di Lui, non annullando la notte, ma riposando in essa, non più come homo dormiens, colui che non si interroga mai, che vive senza interessi, che non vuole vedere né sentire, che non si lascia toccare, che vive nella paura, superficialmente più che in profondità, e per paura quantifica preghiere, che negli eventi si confronta restando in posizione orizzontale, sonnecchiando… bensì come homo vigilans, il vero orante, colui che è sempre presente a se stesso e agli altri, al proprio lavoro e servizio, colui che responsabilmente non si esaurisce nell’immediato, ma sa misurarsi nella lunga e paziente attesa, colui che esprime il tutto che è in ogni frammento della sua vita, colui che non ha più paura di sentirsi vulnerabile, perché sa che le ferite della sua umanità possono trasformarsi in feritoie attraverso le quali la Vita giunge nel fluire del tempo, una Vita che, potendo realizzare finalmente il suo Fine, canta all’Amore con il suo «cuore piagato», avvolto in una «fiamma che consuma e non dà pena» e pur di incontrarlo definitivamente è disposta a «rompere la tela». La sofferenza non è più un peso del disordine, ma un peso ordinato, il dolce peso del limite, protetto dalla «deliziosa piaga» e sempre aperto al «dolce incontro»: «L’Amato è le montagne, le valli solitarie e ricche d’ombra… è come notte calma, molto vicina al sorger dell’aurora, musica silenziosa, solitudine sonora… Chi potrà sanarmi questo mio cuor piagato?… è fiamma che consuma e non dà pena! O Amato, al dolce incontro rompi la tela».
   

lunedì 25 marzo 2019

Annunciazione del Signore


L’ANNUNCIAZIONE DEL SIGNORE


L’ANNUNCIAZIONE DEL SIGNORE

+ Dal Vangelo secondo Luca 1,26-38
In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te».
A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine».
Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio».
Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei.

Oggi gli occhi di tutta la Chiesa sono rivolti a Nazareth.
Come innamora la scena dell'Annunciazione!
Maria è raccolta in orazione ... applica tutte le sue facoltà al colloquio con Dio. Nell'orazione conosce la Volontà divina; e con l'orazione la rende vita della sua vita.
Oggi gli occhi di tutta la Chiesa sono rivolti a Nazareth.
L’Annunciazione, narrata all’inizio del Vangelo di san Luca, è un avvenimento umile, nascosto: nessuno lo vide, nessuno lo conobbe, se non Maria, ma al tempo stesso decisivo per la storia dell’umanità.
Sant'Agostino ha scritto: «Egli scelse la madre che aveva creato; creò la madre che aveva scelto» (cfr Sermo 69, 3, 4).
L’Incarnazione del Figlio di Dio è il Mistero centrale della fede cristiana, e in esso Maria occupa un posto di prim’ordine. Per questo, contemplando il Mistero dell’Incarnazione non possiamo tralasciare di rivolgere i nostri occhi a Lei, per riempirci di stupore, di gratitudine e d’amore al vedere come, entrando nel mondo, ha voluto fare affidamento sul consenso libero di una sua creatura. Solo quando la Vergine ha risposto all’angelo: «Ecco sono la serva del Signore; avvenga per me secondo la tua parola» (Lc 1,38), a partire da quel momento, il Verbo eterno del Padre iniziò la sua esistenza umana nel tempo.
Per comprendere ciò che accadde a Nazareth duemila anni fa, dobbiamo ritornare alla lettura tratta dalla Lettera agli Ebrei. Questo testo ci permette di ascoltare una conversazione tra il Padre e il Figlio sul disegno di Dio da tutta l'eternità. «Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: Ecco, io vengo per fare, o Dio, la tua volontà» (10, 5-7). La Lettera agli Ebrei ci dice che, obbedendo alla volontà de Padre, il Verbo Eterno viene tra noi per offrire il sacrificio che supera tutti i sacrifici offerti nella precedente Alleanza. Il suo è il sacrificio eterno e perfetto che redime il mondo.
 Quando la Vergine disse il suo "sì" all’annuncio dell’Angelo, Gesù fu concepito e con Lui incominciò la nuova era della storia, che sarebbe stata poi sancita nella Pasqua come "nuova ed eterna Alleanza". In realtà, il "sì" di Maria è il riflesso perfetto di quello di Cristo stesso quando entrò nel mondo, come scrive la Lettera agli Ebrei interpretando il Salmo 39: "Ecco, io vengo – poiché di me sta scritto nel rotolo del libro – per compiere, o Dio, la tua volontà" (Eb 10,7).
L’obbedienza del Figlio si rispecchia nell’obbedienza della Madre e così, per l’incontro di questi due "sì", Dio ha potuto assumere un volto di uomo. Ecco perché l’Annunciazione è anche una festa cristologica, perché celebra un mistero centrale di Cristo: la sua Incarnazione.
"Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me secondo la tua Parola".
Come avverrà questo, se io non conosco uomo? (Lc 1, 34).
Maria è una creatura privilegiata nella storia della salvezza: in lei il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi (Gv 1, 14). Eppure fu una testimone discreta, che seppe rimanere nascosta; non amò ricevere lodi, perché non ambiva la propria gloria.
La Madonna ascolta con attenzione quello che il Signore le chiede, riflette su quanto non comprende, domanda quello che non sa. Poi, si dà totalmente al compimento della volontà divina: “Ecco la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto”. Non è meraviglioso?
 Maria Santissima, maestra di tutto il nostro agire, ci insegna così che l’obbedienza a Dio non è servilismo, non soggioga la coscienza: ci muove nel nostro intimo a scoprire la libertà dei figli di Dio.
Papa Benedetto nella Basilica della Annunciazione il 14 maggio 2009 disse: “Il racconto dell'Annunciazione illustra la straordinaria gentilezza di Dio. Il riflettere su questo gioioso mistero ci dà speranza, la sicura speranza che Dio continuerà a condurre la nostra storia, ad agire con potere creativo per realizzare gli obiettivi che al calcolo umano sembrano impossibili. Questo ci sfida ad aprirci all’azione trasformatrice dello Spirito Creatore che ci fa nuovi, ci rende una cosa sola con Lui e ci riempie con la sua vita. Ci invita, con squisita gentilezza, a consentire che egli abiti in noi, ad accogliere la Parola di Dio nei nostri cuori, rendendoci capaci di rispondere a Lui con amore ed andare con amore l’uno verso l'altro”.
 Cosa chiediamo oggi alla Madre di Dio?
Quando Paolo VI visitò i luoghi dell’annunciazione a Nazareth, la definì «La scuola del Vangelo”. E aggiunse: “Qui s'impara ad osservare, ad ascoltare, a meditare, a penetrare nel senso, tanto profondo e misterioso, di quella semplicissima, umilissima, bellissima apparizione» (5 gennaio 1964).
 Lodiamo oggi la Vergine Santissima per la sua fede e con Santa Elisabetta le diciamo anche noi: «Beata colei che ha creduto» (Lc 1,45). Come dice Sant’Agostino, Maria concepì Cristo prima nel suo cuore con la fede, che fisicamente nel suo grembo; Maria credette e si compì in Lei ciò che credeva (cfr Sermo 215, 4: PL 38,1074).
Preghiamo il Signore che aumenti la nostra fede, che la renda attiva e feconda nell’amore. Chiediamogli di essere capaci, come Maria, di accogliere nel nostro cuore la Parola di Dio e praticarla con docilità e costanza. Chiediamo a Maria un grande rinnovamento della fede, un profondo rinnovamento di fede: una professione consapevole e coraggiosa del Credo. La Vergine Madre ci ottenga da Colui che si è incarnato nel Suo grembo per il suo generoso fiat nell’annunciazione la via dell’umile e gioiosa obbedienza al Vangelo. 

venerdì 22 marzo 2019

parabola del fico sterile


TERZA DOMENICA DI QUARESIMA


TERZA DOMENICA DI QUARESIMA 

Es 3,1-8a.13-15; Sal 102; 1Cor 10,1-6.10-12; Lc 13,1-9 

            Nel passo evangelico di questa domenica alcuni riferiscono a Gesù un’atroce episodio di cronaca: un eccidio ordinato da Pilato per sterminare un gruppo di ribelli galilei; si vorrebbe che Gesù prendesse una posizione per condannare l’iniquità del potere e la sua violenza, Gesù. però, non cade in questa trappola e, come sempre, conduce tutti all’oltre, all’ oltre di Dio. In quei tempi era facile dare ad eventi come questo narrato a Gesù un’interpretazione politicao religiosa; quella politica divide il mondo in buoni e cattivie quella religiosa è capace di vedere in uno sterminio (o in incidente mortale come quello che Gesù stesso cita subito dopo) una punizione di Dio per il peccato, punizione che pure paleserebbe dei peccatori (quelli colpiti) e dei giusti (gli altri, come il fariseo della parabola del Fariseo e del Pubblicano in Lc18, 9-14, che magari ringrazianoDio di non essere come quei peccatori!)
            Gesù rifiuta nettamente queste due vie: pur sottolineando l’orrore commesso da Pilato che ha mescolato sacrilegamente sacrificio ed eccidio, non divide il mondo in buoni e cattivi, né in senso politico, né in senso religioso. Gesù si rifiuta di avallare un volto pervertito di un Dio giustiziere e pieno di astio in attesa solo di regolare i conti senza alcuna pietà; si rifiuta di dare a suo Padre questo volto orrendo in cui gli uomini religiosiamano compiacersi. Gesù sa altro del Padre, ben altro. Si rifiuta inoltre di entrare in polemiche politiche in cui Pilato è il cattivo ed i ribelli sono i buoni: anche questi sono certamente peccatori perché hanno l’assurda pretesa di fare giustizia dell’ingiustizia e della violenza con le armi e il sangue. Per Gesù il problema è altrove: che lettura siamo capaci di fare della storia?
            Alla fine del capitolo precedente Gesù aveva invitato a guardare e osservare con discernimento i segni dei tempi(Lc 12,54-59), ora qui Luca ci mostra Gesù  che indica due eventi storici precisi da cui è possibile trarre un appello pressante, due eventi da cogliersi come segni dei tempi. Non sono punizioni di Dio ma segno della nostra fragilità, della nostra caducità, segno di un tempo che è breve che grida un’urgenza: è necessario convertirsi, è necessario volgersi a Dio seriamente rigettando ciò che ci rovina, rigettando le illusorie libertà che invece ci incatenano. E’ urgente decidersiper intraprendere quella lottaper un vero esodo verso la libertà. Nella prima lettura di  il Dio dei padri chiama Mosè a decidersi per questo esodo; il nostro Dio si presenta a Mosè come un fuoco ardente che brucia di un’urgenza: la salvezza; il Dio del Sinai è lì ad attendere la decisione di Mosè e la sua disponibilità a rischiarelasciando le sue acquisite sicurezze. Mosè, pur tra le sue resistenze, riconosce il tempo di Dio per la salvezza ed intraprende l’impensabile.
            Gesù oggi ci invita a scegliere: è l’ora!
            L’urgenza della scelta da compiersi non è in contrasto con il seguito della pagina evangelica di questa domenica; la parabola del ficosembra suggerire una pazienzache incoraggi a rimandare qualsiasi urgenza; sembra che si possa aspettare a portare frutti. In realtà la misericordia paziente di Dio non può spegnere l’urgenza, è solo l’alveo meraviglioso che, una volta conosciuto, non ci fa tollerare più rimandi. In fondo chi rimanda mostra di non conoscere la qualità della misericordia di Dio, il suo caro prezzo.
            Per alcuni quei tre anni in cui il padrone è venuto a cercare invano dei frutti sono il tempo di Gesù, il tempo del suo ministero, l’anno supplementare che il vignaiolo chiede ancora è tutto il tempo della storia in cui la pazienza (alla lettera la macrotimìa) di Dio pazienta (cfr 1Pt3,20)finché gli uomini si decidano per lui.
            La misericordia allora non spegne l’urgenza di conversione, di decisione, di risposta alle chiamate di Dio;  La nostra debolezza, fragilità e caducità non sono ostacolo all’urgenza della conversione ma la profonda ragione di essa. Insomma non si può perdere tempo perché la vita passa e il tempo non va sprecato: si perde senso, gioia, vita vera! Si spreca la grazia “a caro prezzo” per cui Cristo ha versato il suo sangue.
            La parabola del fico pieno di foglie e senza frutti non contrappone la giustizia del Padre e la  misericordiadel Figlio, non oppone quel Taglialo!al Perdonalo ancora per un anno!(così alla lettera quel lascialo; sorprendentemente è lo stesso verbo che nel Padre nostroserve a dire perdona a noi i nostri peccati); in Dio giustizia emisericordia sono sempre in dialogo misterioso ma vero; se per noigiustizia emisericordiasono una tensione insolubile, in Dio esse sono misteriosamente una sola realtà ma senza annullarsi reciprocamente.
            Di contro non ci si può prendere gioco della sua paziente misericordia per sfuggire alla decisone, è invece necessario riconoscere nella bontà di Dio che Cristo Gesù ci ha narrato la più grande spinta alla conversione e alla sua urgenza. 

      P.Fabrizio Cristarella Orestano 

giovedì 21 marzo 2019

pagina del Salterio, lirturgia


LA VISIONE DI GERUSALEMME, CITTÀ DELLA PACE - Salmo 122


LA VISIONE DI GERUSALEMME, CITTÀ DELLA PACE

Pino Stancari

Il fedele sosta, contempla Gerusalemme ancora a una certa distanza; ma appaiono inconfondibilmente i contorni delle mura e la città brilla nella luce.
È un momento di intensa commozione e vivissima gioia: la città è contemplata, ammirata, apprezzata, amata e benedetta.

SALMO 122

1 Canto delle ascensioni. Di Davide.

Quale gioia, quando mi dissero:
"Andremo alla casa del Signore".

2 E ora i nostri piedi si fermano
alle tue porte, Gerusalemme!

3 Gerusalemme è costruita
come città salda e compatta.

4 Là salgono insieme le tribù,
le tribù del Signore,
secondo la legge di Israele,
per lodare il nome del Signore.

5 Là sono posti i seggi del giudizio,
i seggi della casa di Davide.

6 Domandate pace per Gerusalemme:
sia pace a coloro che ti amano,

7 sia pace sulle tue mura,
sicurezza nei tuoi baluardi.

8 Per i miei fratelli e i miei amici
io dirò: "Su di te sia pace!».

9 Per la casa del Signore nostro Dio,
chiederò per te il bene.

Il Salmo si divide in due strofe, con una introduzione.
Questa comprende i vv. 1-2 e ci aiuta a precisare quale sia la posizione nella quale si trova attualmente il pellegrino. Si tratta insieme del luogo ove si trova e del suo atteggiamento interiore.
Le strofe del Salmo sono facilmente riconoscibili: la prima comprende i vv. 3-5 e la seconda i successivi.
Si noti che l'introduzione si conclude col nome di Gerusalemme. Per la prima volta nella raccolta dei Canti delle ascensioni questo nome viene espressamente pronunciato. All'inizio di ogni strofa esso ritorna (v. 3 e v. 6).
Le due strofe sono nettamente distinte tra loro per altri motivi ancora. La prima ci aiuta a guardare verso Gerusalemme mentre il pellegrino è in sosta ed è in estasi per questa visione. È descritta allora la città come il pellegrino la vede dalla sua ideale e reale balconata, occasione che fa emergere i sentimenti, e non una pura visione del paesaggio fisico.
La seconda strofa consiste in una serie di auguri e benedizioni mentre il pellegrino muove i suoi passi. Pronuncia parole di pace; e questo termine torna tre volte: nel v. 6, primo rigo (non nel secondo rigo, come invece riporta la nostra traduzione), nel v. 7 e nel v. 8. Per tre volte ritorna Shalòm.
Ricordiamo un altro pellegrino che sale a Gerusalemme, la vede e le annuncia la pace. Ricordiamo Gesù, nel Vangelo secondo Luca in particolare, con una nota drammatica: Egli guarda la città e piange e dice: «Se tu avessi compreso oggi quel che riguarda la pace! Se tu avessi accolto l'augurio di pace per cui il pellegrino giunge a te!». Teniamo sullo sfondo di questa scena l'immagine del Messia che piange: annuncia la pace e incontra un rifiuto...
Prima di dare uno sguardo ai versetti si noti ancora come le due strofe individuate - la descrizione della città e l'annuncio di pace - sono disposte in modo da costituire un commento al nome stesso di Gerusalemme, interpretato secondo una etimologia approssimativa, ma molto antica e importante nella rivelazione biblica. Il nome Gerusalemme significherebbe città della pace: Ieru-shalàim, città della pace. Una etimologia difficilmente accettabile dal punto di vista scientifico, ma questo importa molto poco.
Gli autori biblici ricorrono a questa interpretazione popolare e antica per commentare il nome di Gerusalemme e la sua vocazione nella storia.
Ecco allora la prima strofa, dedicata al termine città, e la seconda, l'augurio di pace, la pace voluta da Dio.
Siamo di fronte, dunque, a un commento del nome della città voluta da Dio come segno epifanico della sua pace.
Una gioia che interpreta il passato
Vediamo allora l'introduzione del Salmo.
La gioia è esplosiva: il viaggio non è stato inutile, per quanto difficile.
Si noti però che il nostro pellegrino non sta semplicemente testimoniando la gioia nel momento attuale. Egli guarda all'indietro: «mi dissero...". Egli rievoca gli eventi dai quali fu determinato l'avvio del suo viaggio. Qualcuno lo ha invitato in una carovana, lo ha convinto: direttamente o no, per invito esplicito o per rispetto a una tradizione antica cui si è sottoposto, il nostro amico, quando ancora dimorava in quel suo ambiente, ha ricevuto una spinta e adesso guarda indietro e dice: «Quale gioia quando io ascoltai quella voce, quando ricevetti quel suggerimento e mi prestai ad accoglierlo!».
A dire il vero ciò che allora è avvenuto non è descritto nel Salmo 120 con note particolarmente gioiose; anzi «Nella... angoscia... » si apre quel Salmo. Ora, invece, egli guarda ad allora con una gioia che ha valore retroattivo. Ripercorre il passato a partire da un evento attuale che porta in sé un tesoro sepolto fin dall'inizio nella storia e allora non valorizzato. Quel segreto appare ora con la sua verità: fin dal tempo dell'angoscia e per tutto il tempo della fatica una grande gioia era ed è presente. Egli non vedeva, anzi gridava e protestava dichiarandosi infelice e derelitto: non se ne rendeva conto... e adesso è in grado di leggere in profondità il significato degli eventi che si sono compiuti nel corso della sua storia passata. Un potenziale di gioia era seminato in lui in vista di una immancabile fioritura e fruttificazione. C'è stato il tempo dell'ascolto ed ora è il tempo della visione. Allora tutto era buio e amaro, ora rilegge l'intero svolgimento e scruta quella oscurità, la penetra e la illumina. Gusta e assapora quella amarezza piena di doni ai quali era insensibile. Ricostruisce tutto il tragitto nella continuità della gioia.
La sua non è semplicemente la consolazione di chi ce l'ha fatta. La gioia di oggi è ricapitolazione di tutto il passato e conferma della coerenza interiore del viaggio.
«E ora i nostri piedi si fermano... »: guardare Gerusalemme è la conferma della forza trainante da cui era ispirato fin da quando era amareggiato o esposto ai pericoli.
La contemplazione del mistero glorioso di Gerusalemme
Ora ecco Gerusalemme. La prima strofa del Salmo si suddivide in tre battute. Sono rispettivamente i vv. 3, 4 e 5.
I vv. 4 e 5 si aprono con un avverbio di luogo: « Là ». Lo sguardo è fisso su Gerusalemme, calamitato. Il pellegrino la guarda e ammira, e riconosce in lei la gioia che dicevamo: un tesoro, una perla preziosa depositata nella sua vita.
Seguono tre battute.
La prima è un apprezzamento rivolto alla struttura e alla forte compagine della città. La vede tutta cinta delle mura. Una immagine di solidità e robustezza che nel linguaggio biblico serve a rimarcare la prerogativa della bellezza.
Nella nostra sensibilità, bellezza e imponenza – o robustezza - forse non si associano immediatamente. Noi pensiamo, per bellezza, a figure agili ed aggraziate. Nel linguaggio biblico non è così: una creatura è bella quando è poderosa, pesante. Così Gerusalemme è bellissima perché è solida, compatta, radicata, indistruttibile. Nei Cantici di Sion torna questo tono e così nei testi profetici che riguardano Gerusalemme e le sue prerogative.
Gerusalemme è bellissima. Non ci sono criteri estetici che specificano ulteriormente questa ammirazione. Gerusalemme è bellissima perché è creatura amata e scelta dal Signore, da Lui benedetta e abitata, e resa solida per questa presenza. Sono criteri teologali, per dire il bello: ciò che è poderoso è bello e – in quanto è bello - è depositario di un dono. Anche dell'uomo si dice "bello" quando è "ben piazzato"...
Gerusalemme è bella perché su di lei pesa l'attenzione dell'Onnipotente.
Il rapporto tra il pellegrino e Gerusalemme ha anzitutto un valore estetico, e poi un'importanza pastorale o pratica. Una "estetica teologale" si esprime qui.
Seconda battuta v. 4). Quanto più guarda alla città, tanto più egli si accorge che essa è meta di tanti come lui. Là salgono le tribù, per strade diverse, ma comunque convergenti; in tempi diversi, eppure ritmati secondo un'armonia di cui solo adesso egli può rendersi conto. .
Ha compiuto il viaggio da solo o con pochi altri e spesso ha temuto di incontrare briganti, evitando tanti sconosciuti. Giunto a Gerusalemme constata che insieme a lui e come lui tanti viandanti - incontrati o che lo hanno preceduto o che verranno - sono pellegrini verso la stessa città.
Vedere Gerusalemme è già vivere un'intensissima esperienza di comunione. Tutte le "tribù di Israele" salgono là come avanguardia della corrente che trascina con sé tutta la storia umana.
Se il pellegrino non si fosse messo in viaggio non avrebbe mai potuto sperimentare questo dono di comunione: esso è per i pellegrini e solo per loro. Guarda Gerusalemme e già si accorge di essere inserito nel flusso di una moltitudine immensa: gli uomini della strada, gli uomini di questo mondo.
Per il popolo disperso guardare Gerusalemme significa ritrovare la comunione che si realizza in modo davvero imprevedibile e pure con una efficacia incontestabile. Dai percorsi più diversi e difficili tutte le strade convergono su Gerusalemme.
Solo dal momento in cui vede Gerusalemme si rende conto di questo.
Non basta: una terza battuta (v. 5) amplia la meditazione su questo spettacolo.
Guardare Gerusalemme significa scrutare in direzione della reggia. È la città conquistata da Davide e da lui trasformata in capitale del suo regno. Là è la reggia e i «seggi del giudizio», tribunale e governo. È la città che custodisce la promessa davidica, la promessa riguardante il Messia, colui che siederà sul trono di Davide.
In epoca post-esilica non esiste più una discendenza davidica, non c'è più istituzione monarchica, eppure guardare alla città significa guardare il volto che il Messia offre a tutti i pellegrini: luce splendente sulla loro strada. Si sale a Gerusalemme per imparare a contemplare il volto del Messia.
Il volto del Messia e il nostro volto
In poche battute si ricapitola per intero il mistero glorioso di Gerusalemme, che ricapitola in sé tutta la storia della salvezza: Gerusalemme splendore di bellezza; Gerusalemme sede della comunione; Gerusalemme promessa del Messia. Profezia, Sacerdozio, e Regalità sono evocate nella loro sapiente tradizionale struttura: la bellezza di Gerusalemme, contemplata dai profeti; la comunione che si realizza a Gerusalemme, là dove è lodato il Nome del Signore, nel luogo santo; la regalità del 
Messia, che a Gerusalemme si impone.
Guardare, contemplare ed ammirare quella città fa tutt'uno con la visione del volto del Messia.
Il Salmo 122 è stato pregato anche da Gesù, pellegrino alla città della promessa. Qui Gesù piange: il volto maestoso di un Messia immerso nelle lacrime, un volto da vedere. Sono proprio quelle lacrime, che coprono il suo volto, che lo rendono visibile come il volto del Signore. Una cortina che copre rende possibile riconoscerlo ed accogliere quel volto perché, a nostra volta, possiamo consegnare il volto di cui siamo dotati e che siamo andati mascherando nel corso del nostro viaggio. Mediante quel volto velato, che così si rende "guardabile" in modo da non bruciarci, ci viene restituito il volto che noi stessi roviniamo o che ignoriamo di possedere. Chi sale a Gerusalemme ritrova una faccia: si sale là per incontrare il volto del Messia e, in quel volto, trovare un volto per sé.
Un augurio di pace
Il Salmo si conclude, nella seconda strofa, con una serie di auguri. Il pellegrino si avvicina e ripete auguri di pace.
Annunciare pace a Gerusalemme, la città la cui vista ridà pace al viandante, significa anche ricordare che Gerusalemme è abitata - questo particolare non è affatto indifferente e nel seguito di questi Salmi rivelerà aspetti anche drammatici -; «coloro che ti amano» sono esattamente gli abitanti, coloro che vivono entro la cerchia delle mura e difesi dai baluardi di esse. Il pellegrino augura pace a questi.
I vv. 8 e 9 prolungano l'augurio di pace in una duplice direzione: .Per i miei fratelli ed i miei amici io dirò Dapprima l'augurio viene rilanciato in rapporto alla presenza dei fratelli e degli amici. A Gerusalemme è augurata pace a motivo dei fratelli e degli amici incontrati nel viaggio e ora riconosciuti vicini mentre si entra nella città. Già il v. 4 ci informava su questo: quando ancora non si è raggiunta Gerusalemme si riconosce che essa ha consentito di apprezzare la presenza di fratelli e di nuovi amici. Ci si avvicina alla città in atteggiamento da debitore: mentre ancora si è viandanti e mendicanti un dono grande è riconosciuto e dà gioia.
Il v. 9, ancora, indirizza e motiva l'augurio perché in Gerusalemme è riconoscibile la casa del Signore, il tempio. Il luogo santo è inseparabile da questa città. Eppure non sono coincidenti: Gerusalemme è benedetta anche a causa della presenza del tempio. È un elemento determinante, che la qualifica insieme ai suoi abitanti e ai fratelli che si incontrano andando verso di essa.

lunedì 18 marzo 2019

San Giuseppe


SANTA MESSA NELLA FESTIVITÀ DI SAN GIUSEPPE - OMELIA DI PAOLO VI (1968)


SANTA MESSA NELLA FESTIVITÀ DI SAN GIUSEPPE - OMELIA DI PAOLO VI (1968)

Martedì, 19 marzo 1968 

La liturgia della parola ci obbliga, in questo momento, a sospendere il Rito e a concentrare la nostra attenzione sul grande Santo del giorno, Giuseppe, e a dedicare a lui un istante di intensa meditazione.
Questa elettissima figura ci appare al termine del periodo preparatorio della Redenzione e all’inizio della nuova èra: nel punto focale della storia: il più solenne, decisivo, ricco di grandi cose e di alti misteri.

LA REDENZIONE SI INIZIA NELLA PIÙ PROFONDA UMILTÀ
San Giuseppe ci si presenta nelle sembianze più inattese. Avremmo potuto supporre in lui un uomo potente, in atto di aprire la strada al Cristo arrivato nel mondo; o forse un profeta, un sapiente, un uomo di attività sacerdotali per accogliere il Figlio di Dio entrato nella generazione umana e nella conversazione nostra. Invece si tratta di quanto di più comune, modesto, umile si possa immaginare.
È bene che noi consideriamo il singolare aspetto della venuta di Cristo sulla terra. Egli ha disposto che il quadro privato, personale, per tale avvenimento, fosse di estrema semplicità.
Giuseppe doveva dare al Signore, diremo, il suo stato civile, cioè la sua inserzione nella società. E qui ancora un altro pensiero. Siccome Giuseppe apparteneva alla discendenza di Davide, si poteva supporre di trovarsi di fronte a chi avesse consuetudine con il trono, o emergesse nel fragore di qualche avvenimento guerresco, oppure nel dramma d’una contesa politica. Siamo, invece, sulle soglie d’una miserrima bottega artigiana di Nazareth. Ecco Giuseppe, il quale appartiene, sì, alla progenie di Davide, ma senza che da ciò derivi un titolo o motivo di gloria, bensì, si direbbe, un contrasto, per cui si trova livellato alla statura di tutti gli altri, senza rinomanza e senza storia.
Non solo: ma pur nella sua qualità di capo della famiglia umana in cui Gesù si è degnato vivere, nessun particolare il Vangelo ci ha dato di lui. Un uomo silenzioso, povero, ligio al dovere, pur con la sua regale ascendenza. Era giusto, questo l’unico attributo con cui lo indica il Vangelo: ma è sufficiente per darci il quadro sociale scelto da nostro Signore per Sé.
Potremmo quindi ignorare questa figura, non soffermarci dinanzi ad essa? No, affatto: poiché non capiremmo, in tal caso, la dottrina insegnata dal Divino Maestro: la Buona Novella sin dalla prima sua forma caratteristica, quella d’essere annunciata ai poveri, agli umili, a quanti hanno bisogno di essere consolati e redenti. Perciò il Vangelo delle Beatitudini comincia con questo introduttore, chiamato Giuseppe. Ci troviamo di fronte a un quadro incantevole, e che ciascuno di noi, se fosse un artista, potrebbe ideare solo in maniera inadeguata. Ma ecco: proprio Gesù ci presenta questo suo introduttore, questo suo custode e padre putativo, nelle forme le più umane, le meno solenni, quelle a tutti accessibili.

SAPER ASCOLTARE ED ESEGUIRE I PRECETTI DEL SIGNORE
Nondimeno, c’è uno speciale aspetto che merita di essere osservato e compreso. Questa sommessa vita, che si intreccia con quella del Cristo nascente e con quella beatissima della Vergine, ha qualche cosa di caratteristico, di molto bello, di misterioso.
Ricordiamo il brano di San Matteo testé letto: tre volte, nel Vangelo, si parla di colloqui d’un Angelo con Giuseppe nel sonno. Che cosa vuol dire? Significa che Giuseppe era guidato, consigliato nell’intimo dal messaggero celeste. Aveva un dettato della volontà di Dio che si anteponeva alle sue azioni: e quindi il suo comportamento ordinario era mosso da un arcano dialogo che indicava il da farsi: Giuseppe non temere; fa’ questo; parti; ritorna!
Che cosa allora scorgiamo nel nostro caro e modesto personaggio? Vediamo una stupenda docilità, una prontezza eccezionale d’obbedienza ed esecuzione. Egli non discute, non esita, non adduce diritti od aspirazioni. Lancia se stesso nell’ossequio alla parola a lui detta; sa che la sua vita si svolgerà come un dramma, che però si trasfigura ad un livello di purezza e sublimità straordinarie: ben al di sopra d’ogni attesa o calcolo umano. Giuseppe accetta il suo compito, perché gli è stato detto: «Non temere di prendere Maria quale tua sposa, poiché quel che è nato in lei è opera dello Spirito Santo».

I DOVERI DEL PROPRIO STATO E LE IMPRESE DI PERFEZIONE
E Giuseppe obbedisce. Più tardi gli sarà ingiunto: occorre partire, giacché il neonato Salvatore è in pericolo. Ed egli affronta un lungo viaggio, attraversando deserti infocati, senza mezzi e senza conoscenze, esule in paese straniero e pagano; sempre ligio e pronto alla voce del Signore che, in seguito, gli ordinerà di tornare.
Appena rientrato a Nazareth, vi ricompone la vita consueta, di riservato artigiano. Suo è l’ufficio di «educare» il Messia al lavoro, alle esperienze della vita. Lo custodirà e avrà, nientemeno, la sublime prerogativa di essere lui a guidare, dirigere, assistere il Redentore del mondo. E Gesù «erat subditus illis»: obbediva a Giuseppe ed a Maria!
La caratteristica adesione di San Giuseppe alla volontà di Dio è l’esempio sul quale dobbiamo oggi meditare.
Intendiamo, quindi, anzitutto riflettere che i grandi disegni di Dio, le provvide imprese che il Signore propone ai destini umani possono coesistere, adagiarsi sopra le condizioni più comuni della vita. Nessuno è escluso dal compiere, e a perfezione, il divino beneplacito. Anzi, ciascuno dovrebbe essere così attento alle voci del Cielo da porsi il quesito: sono io chiamato? In parole più ovvie: qual è la volontà di Dio sulla mia esistenza? Come devo dirigere l’impiego dei miei giorni, delle mie forze, dei miei talenti, per essere in corrispondenza con le disposizioni del Signore?
Sappiamo che il far coincidere la nostra volontà capricciosa, indocile, spesso errante, talvolta perfino ribelle; far coincidere questa piccola, ma pur sublime volontà e libertà con il volere di Dio, in una parola, il «fiat voluntas tua», è il segreto della grande vita. È l’innestare se stessi sopra i pensieri del Signore ed entrare nei piani della sua onniveggenza e misericordia, ed anche della sua magnanimità. Se vogliamo essere veramente in Dio e partecipare al Regno dei Cieli, questo punto di raccordo fra la volontà nostra e quella di Dio deve essere assolutamente studiato, specie negli anni, nei giorni, nei momenti in cui la nostra vita sceglie il suo stato, la sua direttiva, la sua mèta. Ci si deve convincere, allora, che una voce dal Cielo - interna o esterna, mediante alcune circostanze o la parola di qualche maestro - viene a farci conoscere l’interpretazione giusta ed elevata, che ognuno è obbligato a dare alla propria esistenza. Nessuna vita è banale, meschina, trascurabile, dimenticata. Per il fatto stesso che respiriamo e ci moviamo nel mondo, siamo dei predestinati a qualche cosa di grande: al Regno di Dio, ai suoi inviti, alla conversazione, alla convivenza e sublimazione con Lui, sino a diventare «consortes divinae naturae».

LA PERFETTA ARMONIA TRA VOLONTÀ DIVINA E LIBERTÀ UMANA
Come comportarsi per raggiungere così meraviglioso traguardo? Ce l’insegna Giuseppe, con il suo fedele e costante ascolto dell’Onnipotente.
Nelle cognizioni umane continuo è il progresso. Si diventa capaci ed abili a leggere nel creato, a fare calcoli i più complicati, ad acquisire innumerevoli scoperte: ma raramente affiora l’insegnamento sul come intuire e cogliere la volontà di Dio nei nostri confronti; i criteri fondamentali, almeno, con cui la legge dell’Altissimo si pronuncia circa la nostra esistenza. Orbene, tutto quanto è necessario, obbligato e immutabile in noi ci induce a riconoscere ed affermare: qui è la volontà di Dio. L’uno sarà infermo, l’altro povero, altri ancora si troverà nella tribolazione, in condizioni difficili. Allora si curva la fronte e si esclama in maniera convinta: tutto è disposto dal Signore! E di qui si avvia un reale colloquio con Lui. In più, c’è il possesso individuale della libertà. Chi sceglie da sé, deve essere in grado di esprimere personalmente le cose migliori. Ecco un altro aspetto della volontà di Dio. Il Signore desidera da noi che non siamo gente dimentica, aberrante, insensibile. Egli dispone che ognuno abbia una riserva di generosità nella propria coscienza, il desiderio delle cose grandi, difficili, anche, e sublimi. Possiamo nutrire tale desiderio? Lo dobbiamo: indirizzando, perciò, la nostra vita verso le più nobili mete, e ponendoci in tal modo sul cammino della completa rispondenza al Signore: fiduciosi, arditi, pronti ad affrontare il rischio delle grandi scelte.
Di conseguenza, lo stato in cui ciascuno viene a trovarsi mediante la fusione di circostanze, e intenti onesti con la volontà di Dio, accolta da quella umana, è cosa di immenso valore. Dunque, i doveri del proprio stato sono stabiliti dal manifestarsi della disposizione divina: chi bene li compie dà una grandezza incomparabile all’intera sua attività.
In ciò rivediamo l’esempio datoci da Giuseppe: da lui apprendiamo la ricerca illuminata, forte, generosa, della volontà del Signore sopra la nostra vita.

OLTRE L'ESEMPIO, LA PROVVIDA INTERCESSIONE
Si arriva, ora, a considerare un secondo benefico motivo di riflessione. Siccome tutto quanto noi pensiamo di grande, di buono, di bello, supera in ogni caso la nostra possibilità di esecuzione, ecco manifestarsi il bisogno di un aiuto, oltreché dell’esempio.
Giuseppe ci insegna non solo la fedeltà al paradigma della vita, fissato da Dio per i nostri passi, ma è altresì un elettissimo protettore per noi. Qui entriamo nel mistico campo del Regno di Dio. Giuseppe è stato il custode, l’economo, l’educatore, il capo della Famiglia in cui il Figlio di Dio ha voluto vivere sulla terra. È stato, in una parola, il protettore di Gesù. E la Chiesa, nella sua sapienza, ha concluso: se è stato il protettore del corpo, della vita fisica e storica di Cristo, in Cielo Giuseppe sarà certamente il protettore del Corpo Mistico di Cristo: cioè della Chiesa.
Oggi la Chiesa celebra appunto questa protezione del mirabile Operaio di Nazareth sulla umanità redenta.
Avviciniamoci anche noi, con devozione filiale, come gente di casa, alla porta dell’umile bottega di Nazareth e ciascuno preghi Giuseppe: dammi una mano, un sostegno; proteggi anche me. Non c’è una vita che non sia insidiata da molti pericoli, da tentazioni, debolezze, mancanze. Giuseppe, silenzioso e buono, fedele, mite, forte, invitto ci insegna come dobbiamo fare; e certamente un soccorso egli largisce con squisita bontà.
Perciò, tornando, ora, alla celebrazione del sacro Rito, chiederemo, per l’intercessione di questo carissimo Santo, che l’aiuto celeste non ci manchi nell’accettare il compimento della divina Volontà nelle nostre singole vite.
Ci dichiariamo - dice Sua Santità - vivamente partecipi alla vostra celebrazione, centenaria e cinquantenaria; nulla Ci piace più che il vedere il rigoglio dell’albero antico ‘ma sempre verdeggiante della Gioventù Maschile e quello sempre primaverile della Gioventù Femminile. Considerando l’intero panorama della Chiesa, ognor più acquistano risalto la vostra funzione, il vostro posto nella comunità ecclesiale, distinguendosi, i vostri gruppi, sia per la dignità - siete molto stimati ed onorati dalla Chiesa di Dio -, sia per la funzionalità - avete degli obblighi, avete delle missioni da compiere, potete fare una quantità di bene -, sia, ancora, per la fedeltà da voi custodita ad ottima formula organizzativa ed operativa.
E non è tutto: siete uniti, siete solidali con quanti vi hanno preceduto; siete una grande famiglia che copre tutta la nazione; e ciò è già un eccellente, splendido servizio, mediante una rete di saldi rapporti spirituali, la quale dà consistenza non solo alla Chiesa, ma a un intero popolo, il popolo italiano. Siamo lieti e fieri di rilevare tale comportamento della Gioventù Cattolica Maschile e Femminile.
Dopo il paterno saluto, così ricco di profondo compiacimento e viva speranza, una raccomandazione. Quella di ripensare e tradurre in pratica le belle cose che vi sono state dette durante il Convegno, specialmente dalle labbra del Signor Cardinale Pellegrino. Il Papa fa suo il discorso del Porporato; e dice ai giovani di rileggerlo, ed applicarlo con fervido impegno.
Quindi un’altra nota di apostolica sollecitudine: vi abbiamo sempre nel cuore, Figliuoli, preghiamo per voi, vi seguiamo; spesso parliamo di voi con i vostri dirigenti, e con la grande fiducia che voi sappiate davvero fare sul serio. Nella vostra militante operosità non si tratta più d’una preferenza, d’un diletto, d’un passatempo, di vicende occasionali, bensì d’argomento di primaria importanza, che si innesta nella causalità spirituale del momento, della storia, del popolo in cui ci troviamo. Proseguite nella convinta responsabilità! Siate realmente ligi e fedeli alla vostra insegna; cercate di rendere la vostra formula ognor più viva, moderna, efficiente, piena di opere molteplici, geniale anche in ulteriori iniziative. Cercate di essere, in una parola, felici e come inebriati della vostra appartenenza a queste due Associazioni gloriose; e sappiate che, come esse costituiscono una gloria per la Chiesa, così la Chiesa medesima vi tiene nel cuore, vi apprezza, vi benedice e confida che dall’opera e dalla collaborazione del laicato giovanile cattolico abbiano a sorgere mirabili novità per il tempo nostro.
Il cammino è arduo e la missione non sempre facile. Siete come avvolti da un dramma esterno. La vita odierna considerata nelle sue espressioni teoriche, nelle sue ideologie che si combattono l’una con l’altra, in tanta precarietà di lotte sociali e politiche, nel suo trasformismo di vario genere, soprattutto economico e morale, ha bisogno di anime generose come le vostre. Tutti hanno visto, in questi giorni, che cosa è la gioventù quando non ha ciò che voi, per grazia di Dio, possedete: la fede, la sapienza, la carità nel cuore. Cercate di essere degni di questo dono e di offrire testimonianza con la vostra letizia, con la vostra energia e con le vostre certezze cristiane. Iddio vi benedica!