martedì 30 aprile 2019

San Giuseppe e Gesù


SAN GIUSEPPE LAVORATORE - 1 MAGGIO - MEMORIA FACOLTATIVA


SAN GIUSEPPE LAVORATORE - 1 MAGGIO - MEMORIA FACOLTATIVA

Nel Vangelo Gesù è chiamato 'il figlio del carpentiere'. In modo eminente in questa memoria di san Giuseppe si riconosce la dignità del lavoro umano, come dovere e perfezionamento dell'uomo, esercizio benefico del suo dominio sul creato, servizio della comunità, prolungamento dell'opera del Creatore, contributo al piano della salvezza (cfr Conc. Vat. II, 'Gaudium et spes", 34). Pio XII (1955) istituì questa memoria liturgica nel contesto della festa dei lavoratori, universalmente celebrata il 1° maggio.

Patronato: Padri, Carpentieri, Lavoratori, Moribondi, Economi, Procuratori Legali
Etimologia: Giuseppe = aggiunto (in famiglia), dall'ebraico

Martirologio Romano: San Giuseppe lavoratore, che, falegname di Nazareth, provvide con il suo lavoro alle necessità di Maria e Gesù e iniziò il Figlio di Dio al lavoro tra gli uomini. Perciò, nel giorno in cui in molte parti della terra si celebra la festa del lavoro, i lavoratori cristiani lo venerano come esempio e patrono. 
Sotto la sua protezione si sono posti Ordini e Congregazioni religiose, associazioni e pie unioni, sacerdoti e laici, dotti e ignoranti. Forse non tutti sanno che Papa Giovanni XXIII, di recente fatto Santo, nel salire al soglio pontificio aveva accarezzato l’idea di farsi chiamare Giuseppe, tanta era la devozione che lo legava al santo falegname di Nazareth. Nessun pontefice aveva mai scelto questo nome, che in verità non appartiene alla tradizione della Chiesa, ma il “papa buono” si sarebbe fatto chiamare volentieri Giuseppe I, se fosse stato possibile, proprio in virtù della profonda venerazione che nutriva per questo grande Santo. Grande, eppure ancor oggi piuttosto sconosciuto. Il nascondimento, nel corso della sua intera vita come dopo la sua morte, sembra quasi essere la “cifra”, il segno distintivo di san Giuseppe. Come giustamente ha osservato Vittorio Messori, “lo starsene celato ed emergere solo pian piano con il tempo sembra far parte dello straordinario ruolo che gli è stato attribuito nella storia della salvezza”. Il Nuovo Testamento non attribuisce a san Giuseppe neppure una parola. Quando comincia la vita pubblica di Gesù, egli è probabilmente già scomparso (alle nozze di Cana, infatti, non è menzionato), ma noi non sappiamo né dove nè quando sia morto; non conosciamo la sua tomba, mentre ci è nota quella di Abramo che è più vecchia di secoli. Il Vangelo gli conferisce l’appellativo di Giusto. Nel linguaggio biblico è detto “giusto” chi ama lo spirito e la lettera della Legge, come espressione della volontà di Dio. Giuseppe discende dalla casa di David, di lui sappiamo che era un artigiano che lavorava il legno. Non era affatto vecchio, come la tradizione agiografica e certa iconografia ce lo presentano, secondo il cliché del “buon vecchio Giuseppe” che prese in sposa la Vergine di Nazareth per fare da padre putativo al Figlio di Dio. Al contrario, egli era un uomo nel fiore degli anni, dal cuore generoso e ricco di fede, indubbiamente innamorato di Maria. Con lei si fidanzò secondo gli usi e i costumi del suo tempo. Il fidanzamento per gli ebrei equivaleva al matrimonio, durava un anno e non dava luogo a coabitazione né a vita coniugale tra i due; alla fine si teneva la festa durante la quale s’introduceva la fidanzata in casa del fidanzato ed iniziava così la vita coniugale. Se nel frattempo veniva concepito un figlio, lo sposo copriva del suo nome il neonato; se la sposa era ritenuta colpevole di infedeltà poteva essere denunciata al tribunale locale. La procedura da rispettare era a dir poco infamante: la morte all’adultera era comminata mediante la lapidazione. Ora appunto nel Vangelo di Matteo leggiamo che “Maria, essendo promessa sposa a Giuseppe, si trovò incinta per virtù dello Spirito Santo, prima di essere venuti ad abitare insieme. Giuseppe, suo sposo, che era un uomo giusto e non voleva esporla all’infamia, pensò di rimandarla in segreto”(Mt 18-19). Mentre era ancora incerto sul da farsi, ecco l’Angelo del Signore a rassicurarlo: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Ella partorirà un figlio, e tu lo chiamerai Gesù; egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati” (Mt 1,20-21). Giuseppe può accettare o no il progetto di Dio. In ogni vocazione che si rispetti, al mistero della chiamata fa sempre da contrappunto l’esercizio della libertà, giacché il Signore non violenta mai l’intimità delle sue creature né mai interferisce sul loro libero arbitrio. Giuseppe allora può accettare o no. Per amore di Maria accetta, nelle Scritture leggiamo che “fece come l’Angelo del Signore gli aveva ordinato, e prese sua moglie con sé”(Mt 1, 24). Egli ubbidì prontamente all’Angelo e in questo modo disse il suo sì all’opera della Redenzione. Perciò quando noi guardiamo al sì di Maria dobbiamo anche pensare al sì di Giuseppe al progetto di Dio. Forzando ogni prudenza terrena, e andando al di là delle convenzioni sociali e dei costumi del suo tempo, egli seppe far vincere l’amore, mostrandosi accogliente verso il mistero dell’Incarnazione del Verbo. Nella schiera dei suoi fedeli il primo in ordine di tempo oltre che di grandezza è lui: san Giuseppe è senz’ombra di dubbio il primo devoto di Maria. Una volta conosciuta la sua missione, si consacrò a lei con tutte le sue forze. Fu sposo, custode, discepolo, guida e sostegno: tutto di Maria. (…) Quello di Maria e Giuseppe fu un vero matrimonio? E’ la domanda che affiora più frequentemente sulle labbra sia di dotti che di semplici fedeli. Sappiamo che la loro fu una convivenza matrimoniale vissuta nella verginità (cfr. Mt 1, 18-25), ossia un matrimonio verginale, ma un matrimonio comunque vissuto nella comunione più piena e più vera: “una comunione di vita al di là dell’eros, una sponsalità implicante un amore profondo ma non orientato al sesso e alla generazione” (S. De Fiores). Se Maria vive di fede, Giuseppe non le è da meno. Se Maria è modello di umiltà, in questa umiltà si specchia anche quella del suo sposo. Maria amava il silenzio, Giuseppe anche: tra loro due esisteva, né poteva essere diversamente, una comunione sponsale che era vera comunione dei cuori, cementata da profonde affinità spirituali. “La coppia di Maria e Giuseppe costituisce il vertice – ha detto Giovanni Paolo II –, dal quale la santità si espande su tutta la terra” (Redemptoris Custos, n. 7). La coniugalità di Maria e Giuseppe, in cui è adombrata la prima “chiesa domestica” della storia, anticipa per così dire la condizione finale del Regno (cfr. Lc 20, 34-36 ; Mt 22, 30), divenendo in questo modo, già sulla terra, prefigurazione del Paradiso, dove Dio sarà tutto in tutti, e dove solo l’eterno esisterà, solo la dimensione verticale dell’esistenza, mentre l’umano sarà trasfigurato e assorbito nel divino. “Qualunque grazia si domanda a S. Giuseppe verrà certamente concessa, chi vuol credere faccia la prova affinché si persuada”, sosteneva S. Teresa d’Avila. “Io presi per mio avvocato e patrono il glorioso s. Giuseppe e mi raccomandai a lui con fervore. Questo mio padre e protettore mi aiutò nelle necessità in cui mi trovavo e in molte altre più gravi, in cui era in gioco il mio onore e la salute dell’anima. Ho visto che il suo aiuto fu sempre più grande di quello che avrei potuto sperare...”( cfr. cap. VI dell’Autobiografia). Difficile dubitarne, se pensiamo che fra tutti i santi l’umile falegname di Nazareth è quello più vicino a Gesù e Maria: lo fu sulla terra, a maggior ragione lo è in cielo. Perché di Gesù è stato il padre, sia pure adottivo, di Maria è stato lo sposo. Sono davvero senza numero le grazie che si ottengono da Dio, ricorrendo a san Giuseppe. Patrono universale della Chiesa per volere di Papa Pio IX, è conosciuto anche come patrono dei lavoratori nonché dei moribondi e delle anime purganti, ma il suo patrocinio si estende a tutte le necessità, sovviene a tutte le richieste. Giovanni Paolo II ha confessato di pregarlo ogni giorno. Additandolo alla devozione del popolo cristiano, in suo onore nel 1989 scrisse l’Esortazione apostolica Redemptoris Custos, aggiungendo il proprio nome a una lunga lista di devoti suoi predecessori: il beato Pio IX, S. Pio X, Pio XII, Giovanni XXIII, Paolo VI.

Autore: Maria Di Lorenzo

lunedì 29 aprile 2019

Chagall, bellezza e libertà


BENEDETTO XVI - ARTE E PREGHIERA (2011)


BENEDETTO XVI - ARTE E PREGHIERA (2011)

UDIENZA GENERALE

Piazza della Libertà, Castel Gandolfo

Mercoledì, 31 agosto 2011 

Arte e preghiera

Cari fratelli e sorelle,

più volte ho richiamato, in questo periodo, la necessità per ogni cristiano di trovare tempo per Dio, per la preghiera, in mezzo alle tante occupazioni delle nostre giornate. Il Signore stesso ci offre molte occasioni perché ci ricordiamo di Lui. Oggi vorrei soffermarmi brevemente su uno di questi canali che possono condurci a Dio ed essere anche di aiuto nell’incontro con Lui: è la via delle espressioni artistiche, parte di quella “via pulchritudinis” – “via della bellezza” - di cui ho parlato più volte e che l’uomo d’oggi dovrebbe recuperare nel suo significato più profondo.
Forse vi è capitato qualche volta davanti ad una scultura, ad un quadro, ad alcuni versi di una poesia, o ad un brano musicale, di provare un’intima emozione, un senso di gioia, di percepire, cioè, chiaramente che di fronte a voi non c’era soltanto materia, un pezzo di marmo o di bronzo, una tela dipinta, un insieme di lettere o un cumulo di suoni, ma qualcosa di più grande, qualcosa che “parla”, capace di toccare il cuore, di comunicare un messaggio, di elevare l’animo. Un’opera d’arte è frutto della capacità creativa dell’essere umano, che si interroga davanti alla realtà visibile, cerca di scoprirne il senso profondo e di comunicarlo attraverso il linguaggio delle forme, dei colori, dei suoni. L’arte è capace di esprimere e rendere visibile il bisogno dell’uomo di andare oltre ciò che si vede, manifesta la sete e la ricerca dell’infinito. Anzi, è come una porta aperta verso l’infinito, verso una bellezza e una verità che vanno al di là del quotidiano. E un’opera d’arte può aprire gli occhi della mente e del cuore, sospingendoci verso l’alto.
Ma ci sono espressioni artistiche che sono vere strade verso Dio, la Bellezza suprema, anzi sono un aiuto a crescere nel rapporto con Lui, nella preghiera. Si tratta delle opere che nascono dalla fede e che esprimono la fede. Un esempio lo possiamo avere quando visitiamo una cattedrale gotica: siamo rapiti dalle linee verticali che si stagliano verso il cielo ed attirano in alto il nostro sguardo e il nostro spirito, mentre, in pari tempo, ci sentiamo piccoli, eppure desiderosi di pienezza… O quando entriamo in una chiesa romanica: siamo invitati in modo spontaneo al raccoglimento e alla preghiera. Percepiamo che in questi splendidi edifici è come racchiusa la fede di generazioni. Oppure, quando ascoltiamo un brano di musica sacra che fa vibrare le corde del nostro cuore, il nostro animo viene come dilatato ed è aiutato a rivolgersi a Dio. Mi torna in mente un concerto di musiche di Johann Sebastian Bach, a Monaco di Baviera, diretto da Leonard Bernstein. Al termine dell’ultimo brano, una delle Cantate, sentii, non per ragionamento, ma nel profondo del cuore, che ciò che avevo ascoltato mi aveva trasmesso verità, verità del sommo compositore, e mi spingeva a ringraziare Dio. Accanto a me c'era il vescovo luterano di Monaco e spontaneamente gli dissi: “Sentendo questo si capisce: è vero; è vera la fede così forte, e la bellezza che esprime irresistibilmente la presenza della verità di Dio. Ma quante volte quadri o affreschi, frutto della fede dell’artista, nelle loro forme, nei loro colori, nella loro luce, ci spingono a rivolgere il pensiero a Dio e fanno crescere in noi il desiderio di attingere alla sorgente di ogni bellezza. Rimane profondamente vero quanto ha scritto un grande artista, Marc Chagall, che i pittori per secoli hanno intinto il loro pennello in quell’alfabeto colorato che è la Bibbia. Quante volte allora le espressioni artistiche possono essere occasioni per ricordarci di Dio, per aiutare la nostra preghiera o anche la conversione del cuore! Paul Claudel, famoso poeta, drammaturgo e diplomatico francese, nella Basilica di Notre Dame a Parigi, nel 1886, proprio ascoltando il canto del Magnificat durante la Messa di Natale, avvertì la presenza di Dio. Non era entrato in chiesa per motivi di fede, era entrato proprio per cercare argomenti contro i cristiani, e invece la grazia di Dio operò nel suo cuore.
Cari amici, vi invito a riscoprire l’importanza di questa via anche per la preghiera, per la nostra relazione viva con Dio. Le città e i paesi in tutto il mondo racchiudono tesori d’arte che esprimono la fede e ci richiamano al rapporto con Dio. La visita ai luoghi d’arte, allora, non sia solo occasione di arricchimento culturale - anche questo - ma soprattutto possa diventare un momento di grazia, di stimolo per rafforzare il nostro legame e il nostro dialogo con il Signore, per fermarsi a contemplare - nel passaggio dalla semplice realtà esteriore alla realtà più profonda che esprime - il raggio di bellezza che ci colpisce, che quasi ci “ferisce” nell’intimo e ci invita a salire verso Dio. Finisco con una preghiera di un Salmo, il Salmo 27: “Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita, per contemplare la bellezza del Signore e ammirare il suo santuario” (v. 4). Speriamo che il Signore ci aiuti a contemplare la sua bellezza, sia nella natura che nelle opere d'arte, così da essere toccati dalla luce del suo volto, perché anche noi possiamo essere luci per il nostro prossimo. Grazie.

venerdì 26 aprile 2019

l'incredulità di Tommaso


SECONDA DOMENICA DI PASQUA


SECONDA DOMENICA DI PASQUA 

At 5, 12-16; Sal 117 ; Ap 1, 9-11.12-13.17-19; Gv 20, 19-31

Il Risorto viene a cercare i suoi nelle loro paure e nelle loro “chiusure” … li viene a cercare in quello spazio asfittico e colmo di terrori e di dubbi, in quello spazio di non-senso (“…mentre erano chiuse le porte per timore dei giudei”). Giovanni nel passo evangelico di oggi ci dice che Gesù entra a porte chiuse: è una notazione sottile e precisa. Lui è uscito dalla tomba, e quell’ingresso sbarrato dalla gran pietra è stato aperto … i suoi amici, però, sono ancora in una “tomba” fatta di paure, fallimenti, tradimenti, dubbi, incredulità (Maria di Magdala ha già incontrato il Risorto, ma loro non le hanno creduto!) … ora, la sera di quel giorno di risurrezione, Gesù va a liberarli!
Il Signore è risorto ma la sua vittoria e la sua risurrezione sono per noi … a Pasqua non si ricorda una gran vittoria individuale, non si ricorda, come dicevamo a Pasqua, che Dio s’è presa una rivincita sugli uomini cattivi che hanno crocefisso il Figlio, ma si celebra una risurrezione, una vittoria che desidera fortemente entrare nelle infinite porte chiuse di cui sono malate le nostre vite … Gesù vi entra con le sue piaghe! Che strano! La risurrezione non ha guarito quelle ferite? Perché il Risorto le ha ancora sul suo corpo? Qualcuno ha detto che è per rendersi riconoscibile, e per affermare una indubitabile continuità tra il Crocefisso ed il Risorto! E’ vero, ma mi sembra troppo poco! Mostra quelle ferite con cui – certo – lo riconoscono non come semplice “segno distintivo”, ma come segno dell’amore! Li ha amati così, “fino all’estremo” (cfr Gv 13,1).
Gesù entra in quello spazio chiuso e porta lì, proprio lì, le “cose” che aveva promesso: la gioia (cfr Gv 16,22), la pace (cfr Gv 14, 27), lo Spirito Santo (cfr Gv 15, 26-27).
E così vediamo che quando Gesù mostra le sue piaghe essi gioirono: gioiscono certo non per le piaghe in sé, ma per l’amore che leggono in esse; gioiscono perché quelle piaghe sono ormai gloriose, sono cioè narrazione di Dio e del suo Amore che davvero “pesa” (“gloria” vuol dire “peso”!). Le piaghe di Gesù sono narrazione di quanto noi “pesiamo” per Dio, pesiamo tanto per Lui da lasciarsi ferire per noi, e ferire di ferite che non scompaiono, di ferite che entrano nell’eterno di Dio perché davvero, come canta il Salmo “Eterno è il suo amore” (cfr Sal 136), si gioisce solo dall’essere amati! Per questo i discepoli gioiscono alla vista di quelle ferite.
Gesù, poi, entra dicendo semplicemente shalom … pace: se essi sono nella paura vedendo le loro vite in pericolo, se sono attanagliati dal non-senso apparente di tutto quel che è accaduto, Gesù dona loro la pace … è la pace biblica, la quale non è sospensione delle guerre, ma è pace-unificazione con se stessi, con il mondo, con Dio. La pace è il grande bene che rende uomo l’uomo! E’ dono pasquale perché essa si raggiunge solo se si trova il senso profondo del vivere e della storia, un senso che è dischiuso solo dal Cristo Risorto!
Ed ecco che poi soffia lo Spirito: è Colui che aveva promesso, è Colui che impedirà di essere orfani (cfr Gv 14,17); è Colui che porterà a pienezza quei doni pasquali della gioia e della pace; è Colui che, consegnato alla Chiesa in quel giorno pasquale, sarà causa di gioia e di pace perché porta la remissione dei peccati. Gesù lo soffia, lo dona ma i discepoli devono accoglierlo … non sono ricettori passivi dello Spirito; infatti Gesù dice loro: Accogliete lo Spirito santo(l’espressione greca è “làbete”, dal verbo “lambàno”). Lo Spirito è soffiato da Gesù Risorto perché, accolto,  trasformi quei paurosi,  chiusi ancora nel loro “sepolcro”, in testimoni di pace e di gioia. Ma come saranno testimoni? Solo in un modo: essendo portatori della remissione dei peccati … se non annunzieranno la remissione dei peccati non potrà esserci nel mondo né gioia vera e profonda, né pace radicale e duratura.
La Chiesa è posta nel mondo per essere luogo di perdono: troppe volte noi Chiesa ci siamo messi ad annunciare solo i peccati e non la remissione dei peccati. Pensiamoci: in questo modo non abbiamo portato né gioia né tanto meno pace … e non abbiamo mostrato neanche le piaghe gloriose di Gesù! Queste non vanno mostrate per accusare gli uomini, ma per salvare gli uomini raccontando loro Dio! Le piaghe di Gesù sono e restano gloriose per l’eternità perché sono le ferite che narrano di un Dio che s’è lasciato ferire dall’amore per le sue creature … di un Dio che così ci ha guariti e ci guarisce (cfr Is 53,5).
Nel testo dell’Evangelo di oggi vediamo proprio come quelle piaghe guariscono: infatti guariscono quei prigionieri paurosi e disorientati, per poi andare a cercare Tommaso e guarirlo dalla sua autosufficienza ed incredulità. Il Risorto va a cercare proprio lui, Tommaso! Le piaghe del Crocefisso non sono un amore generico; sono un amore che cerca i nostri singoli volti, le nostre singole e personali storie: che manchi Tommaso a quel primo incontro la sera di Pasqua non è, per Gesù, un fatto secondario o trascurabile … e così, otto giorni dopo, lo va a cercare con quelle ferite che, raccontando Dio, guariscono e portano gioia, pace, perdono. E da allora, di otto giorni in otto giorni, il Risorto viene a cercare i suoi: gli smarriti, gli infedeli, i distratti, ma anche i cercatori appassionati di Dio, gli innamorati di Lui … li va cercare per guarirli, per confermarli, per dare loro la forza dell’Evangelo … per dare loro quella forza che, paradossalmente, è capacità di essere deboli e feriti come Lui per amore del mondo.
Tommaso è nostra “icona” (il IV Evangelo dice che è detto Didimo, cioè “gemello”, gemello di ognuno di noi tentato di incredulità e di autosufficienza!): è il discepolo del dubbio ma anche, alla fine, della fede più audace! Tommaso è colui che chiede di mettere brutalmente il dito nelle ferite del Risorto, ma è anche colui che pronunzia la formulazione di fede cristologica più alta di tutto il Nuovo Testamento: Mio Signore e mio Dio! Tommaso arriva a comprendere che quelle mani ferite e quel fianco trafitto da una ferita mortale sono le mani ed il fianco di Dio! Per credere ad un Dio così non bastano le vie e gli strumenti “intelligenti” del razionale Tommaso, è necessario arrendersi dinanzi ad un Dio talmente altro ed impensabile che non può che essere il vero Dio!
Quando ci si arrende al Crocefisso è possibile la fede … e ci si arrende al Crocefisso quando si è visitati dalle sue piaghe gloriose! Quelle piaghe che “parlano” con la loro verità che è storia di un dolore assunto liberamente e per amore!
Tommaso percepisce che Gesù cercava proprio lui, l’incredulo, l’autosufficiente che pensava di stare al di sopra degli altri creduloni e deboli … sente che Gesù cercava proprio lui con quelle piaghe aperte, disponibili ad essere toccate purché lui si lasci vincere! Così Tommaso fu vinto … e, vinto, è divenuto “via” per tutti quelli che, come lui, nei secoli, crederanno di essere troppo intelligenti per credere, per arrendersi a qualcosa che travalica le vie del solito “buon senso” e del “credibile”!
Se l’ha fatto Tommaso può farlo ogni uomo: piegare il capo in un’obbedienza di fede che, da ora in poi, dovrà deporre la pretesa di vedere, di pesare, di quantificare, di dimostrare, di dedurre … una fede che è beatitudine perché è credere a quelle mani ferite e a quel fianco aperto, in cui si spalancano vie “incredibili” di perdono, di gioia, di pace!

La Pasqua è questo! 

P.Fabrizio Cristarella Orestano

martedì 23 aprile 2019

Chagal, le tavole della Legge


IL QUINTO COMANDAMENTO DEL DECALOGO : NON UCCIDERE


IL QUINTO COMANDAMENTO DEL DECALOGO : NON UCCIDERE

Il quinto comandamento prescrive di non uccidere. Il verbo ebraico vieta l'uccisione arbitraria e violenta di un innocente, chiunque egli sia, schiavo o libero. La vita umana viene dunque protetta da ogni violenza arbitraria.
Proibisce anche di ferire o arrecare un qualsiasi danno fisico ingiusto a se e al prossimo, sia direttamente che per mezzo di altri. Proibisce anche di offendere con parole ingiuriose e di volere il male degli altri. In questo comandamento è inclusa anche la proibizione di togliersi la vita.
 «La vita umana è sacra perché, fin dal suo inizio, comporta l’azione creatrice di Dio e rimane per sempre in una relazione speciale con il Creatore, suo unico fine […]. Nessuno, in nessuna circostanza, può rivendicare a sé il diritto di distruggere direttamente un essere umano innocente» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 2258).
 La vita è il dono più prezioso che il Signore ha dato all'uomo. Gli è stata affidata come un capitale da investire. La vita ha un valore immenso che solo l'uomo terreno possiede. Solo Dio ha il potere sulla vita e sulla morte.
Il quinto comandamento proibisce come gravemente peccaminoso l’omicidio diretto e volontario.
La vita umana deve essere rispettata e protetta in modo assoluto fin dal momento del concepimento
 Il quinto comandamento rispetta e tutela la vita umana per questo proibisce l’aborto diretto, cioè voluto come fine o come mezzo, costituisce sempre un disordine morale grave, in quanto uccisione deliberata di un essere umano innocente. Nessuna circostanza, nessuna finalità, nessuna legge al mondo potrà mai rendere lecito un atto che è intrinsecamente illecito, perché contrario alla legge di Dio, scritta nel cuore di ogni uomo, riconoscibile dalla ragione stessa, e proclamata dalla Chiesa. Il diritto inalienabile alla vita di ogni individuo umano innocente è un elemento costitutivo della società civile e della sua legislazione e come tale deve essere riconosciuto e rispettato sia da parte della società che da parte dell’autorità politica.
 Il quinto comandamento rispetta e tutela la vita umana per questo proibisce l’eutanasia. Per eutanasia si deve intendere un’azione o un’omissione che di natura sua e nelle intenzioni procura la morte, allo scopo di eliminare ogni dolore «L’interruzione di procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi può essere legittima. In tal caso si ha la rinuncia all’ accanimento terapeutico . Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 2278).
 Il quinto comandamento rispetta e tutela la vita umana per questo proibisce il suicidio. Il suicidio contraddice la naturale inclinazione dell’essere umano a conservare e a perpetuare la propria vita. Esso è gravemente contrario al giusto amore di sé. Preferire la propria morte per salvare la vita di un altro non è suicidio, ma piuttosto può costituire un atto di estrema carità.
 Il quinto comandamento rispetta e tutela la vita umana per questo proibisce lo scandalo ossia il comportamento che induce altri a compiere il male. Si può causare scandalo mediante commenti ingiusti, promozione di spettacoli, libri e riviste immorali, o seguendo mode contrarie al pudore, ecc.
 Il quinto comandamento rispetta e tutela la vita umana per questo proibisce anche le forme mascherate di uccisione quali la calunnia grave o la critica pungente che distrugge moralmente il prossimo o lo rende insicuro di sé.
 Il quinto comandamento promuove il rispetto per la salute del corpo fisica e psichica che è mezzo per servire Dio e gli uomini. Si rispetta la salute del corpo evitando ogni sorta di eccessi, l’abuso dei cibi, dell’alcool, del tabacco e dei medicinali. Coloro che, in stato di ubriachezza o per uno smodato gusto della velocità, mettono in pericolo l’incolumità altrui e la propria sulle strade, in mare, o in volo, si rendono gravemente colpevoli.
 Il trapianto di organi è legittimo e può essere un atto di carità se la donazione è pienamente libera e gratuita.
 Il quinto comandamento tutela il rispetto per i morti devono essere trattati con carità nella fede e nella speranza della risurrezione. La sepoltura dei morti è un’opera di misericordia corporale. «La Chiesa raccomanda vivamente che si conservi la pia consuetudine di seppellire i corpi dei defunti; tuttavia non proibisce la cremazione, purché non sia scelta per ragioni contrarie alla dottrina cristiana.
 Se agli "antichi" veniva detto "non uccidere", a chi è nuovo dentro perché pieno dello spirito di Cristo viene detto di amare la vita e nella sua integrità di spirito e nella sua dignità. Credere nella vita è ben di più che evitare di uccidere.

lunedì 22 aprile 2019

Re Davide


SALMO 143,1-8: A PREGHIERA DEL RE - BENEDETTO XVI (2006)


SALMO 143,1-8: A PREGHIERA DEL RE - BENEDETTO XVI (2006) 

Benedetto il Signore, mia roccia, che addestra le mie mani alla guerra, le mie dita alla battaglia.
Mia grazia e mia fortezza, mio rifugio e mia liberazione, mio scudo in cui confido, colui che mi assoggetta i popoli.
Signore, che cos’è un uomo perché te ne curi? Un figlio d’uomo perché te ne dia pensiero? L’uomo è come un soffio, i suoi giorni come ombra che passa.
Signore, piega il tuo cielo e scendi, tocca i monti ed essi fumeranno. Le tue folgori disperdano i nemici, lancia frecce, sconvolgili.
Stendi dall’alto la tua mano, scampami e salvami dalle grandi acque, dalla mano degli stranieri. La loro bocca dice menzogne e alzando la destra giurano il falso.
L’itinerario nel Salterio usato dalla Liturgia dei Vespri propone ai Vespri del giovedì della IV settimana la prima parte di un inno regale, il Salmo 143: la Liturgia, infatti, presenta questo canto suddividendolo in due momenti.
La prima parte (cf vv. 1-8) rivela in modo netto la caratteristica letteraria di questa composizione: il  Salmista ricorre a citazioni di altri testi salmici articolandoli in un nuovo progetto di canto e di preghiera.
Proprio perché il Salmo è di epoca successiva, è facile pensare che il re che viene esaltato abbia ormai i contorni non più del sovrano davidico, essendo la regalità ebraica conclusa con l’esilio babilonese del VI secolo a.C., bensì egli rappresenti la figura luminosa e gloriosa del Messia, la cui vittoria non è più un evento bellico-politico, ma un intervento di liberazione contro il male. Al «messia» – vocabolo ebraico che indica il «consacrato», come lo era il sovrano – subentra, così, il «Messia» per eccellenza, che, nella rilettura cristiana, ha il volto di Gesù Cristo, «figlio di Davide, figlio di Abramo» (Mt 1,1).
Una professione di umiltà
L’inno si apre con una benedizione, ossia con un’esclamazione di lode rivolta al Signore, celebrato con una piccola litania di titoli salvifici: egli è la roccia sicura e stabile, è la grazia amorosa, è la fortezza protetta, il rifugio difensivo, la liberazione, lo scudo che tiene lontano ogni assalto del male (cfr Sal 143,1-2). C’è anche l’immagine marziale del Dio che addestra alla lotta il suo fedele così che sappia affrontare le ostilità dell’ambiente, le potenze oscure del mondo.
Davanti al Signore onnipotente l’orante, pur nella sua dignità regale, si sente debole e fragile. Egli emette, allora, una professione di umiltà che è formulata, come si diceva, con le parole dei Salmi 8 e 38. Egli, sente, infatti, di essere «come un soffio», simile a un’ombra passeggera, esile e inconsistente, immerso nel flusso del tempo che scorre, segnato dal limite che è proprio della creatura (cf Sal 143,4).
Per combattere il male
Ecco, allora, la domanda: perché Dio si cura e si dà pensiero di questa creatura così misera e caduca? A questo interrogativo (cf v. 3) risponde la grandiosa irruzione divina, la cosiddetta teofania che è accompagnata da un corteo di elementi cosmici e di eventi storici, orientati a celebrare la trascendenza del Re supremo dell’essere, dell’universo e della storia.
Ecco monti che fumano in eruzioni vulcaniche (cf v. 5), folgori che sono simili a saette che disperdono i malvagi (cf v. 6), ecco le «grandi acque» oceaniche che sono simbolo del caos dal quale è però salvato il re ad opera della stessa mano divina (cf v. 7). Sullo sfondo rimangono gli empi che dicono «menzogne» e «giurano il falso» (cf vv. 7-8), una raffigurazione concreta, secondo lo stile semitico, dell’idolatria, della perversione morale, del male che veramente si oppone a Dio e al suo fedele.
Conoscere Dio
Noi ora, per la nostra meditazione, ci soffermeremo inizialmente sulla professione di umiltà che il Salmista compie e ci affideremo alle parole di Origene, il cui commento al nostro testo è giunto a noi nella versione latina di San Girolamo. 
«Il Salmista parla della fragilità del corpo e della condizione umana», perché «quanto alla condizione umana», l’uomo è un nulla. «Vanità delle vanità, tutto è vanità», disse l’Ecclesiaste. Ma torna allora la domanda stupita e riconoscente: «Signore, che cos’è l’uomo per esserti manifestato a lui?» [...] «Grande felicità per l’uomo, conoscere il proprio Creatore. In questo noi ci differenziamo dalle fiere e dagli altri animali, perché sappiamo di avere il nostro Creatore, mentre essi non lo sanno».
Vale la pena meditare un po’ queste parole di Origene, che vede la differenza fondamentale tra l’uomo e gli altri animali nel fatto che l’uomo è capace di conoscere Dio, il suo Creatore, che l’uomo è capace della verità, capace di una conoscenza che diventa relazione, amicizia. È importante, nel nostro tempo, che noi non dimentichiamo Dio, insieme con tutte le altre conoscenze che abbiamo acquisito nel frattempo, e sono tante! Esse diventano tutte problematiche, a volte pericolose, se manca la conoscenza fondamentale che dà senso e orientamento a tutto: la conoscenza di Dio Creatore.
Nel cuore della misericordia
Ritorniamo a Origene. Egli dice:
«Non potrai salvare questa miseria che è l’uomo, se tu stesso non la prendi su di te». «Signore, piega il tuo cielo e scendi».
La tua pecora sbandata non potrà guarire se non sarà messa sulle tue spalle... Queste parole sono rivolte al Figlio: «Signore, piega il tuo cielo e scendi»... Sei disceso, hai abbassato i cieli e hai steso la tua mano dall’alto, e ti sei degnato di prendere su di te la carne dell’uomo, e molti credettero in te» (Origene - Gerolamo, 74 omelie sul libro dei Salmi, Milano 1993, pp. 512-515). Per noi cristiani Dio non è più, come nella filosofia precedente il cristianesimo, una ipotesi ma è una realtà, perché Dio «ha piegato il cielo ed è sceso». Il cielo è Egli stesso, ed è sceso in mezzo a noi.
Giustamente Origene vede nella parabola della pecorella smarrita, che il pastore prende sulle sue spalle, la parabola dell’Incarnazione di Dio. Sì, nell’Incarnazione Egli è sceso e ha preso sulle sue spalle la nostra carne, noi stessi. Così la conoscenza di Dio è divenuta realtà, è divenuta amicizia, comunione. Ringraziamo il Signore perché «ha piegato il suo cielo ed è sceso», ha preso sulle sue spalle la nostra carne e ci porta sulle strade della nostra vita.
Il Salmo, partito dalla nostra scoperta di essere deboli e lontani dallo splendore divino, giunge alla fine a questa grande sorpresa dell’azione divina: accanto a noi c’è Dio-Emmanuele, che per il cristiano ha il volto amoroso di Gesù Cristo, Dio fatto uomo, fattosi uno di noi.

Benedetto XVI
L’Osservatore Romano, 12-01-2006

giovedì 18 aprile 2019

Via Crucis al Colosseo, meditazioni ed immagini, collegarsi con il link)


UFFICIO DELLE CELEBRAZIONI LITURGICHE 
DEL SOMMO PONTEFICE  

VIA CRUCIS
AL COLOSSEO

PRESIEDUTA DAL SANTO PADRE

BENEDETTO XVI

VENERDÌ SANTO 2006

MEDITAZIONI E PREGHIERE

di Sua Eccellenza Reverendissima 
Mons. ANGELO COMASTRI 

Vicario Generale di Sua Santità per la Città del Vaticano 
Presidente della Fabbrica di San Pietro 

© PFARRKIRCHEN STIFTUNG ST. LAMBERT SEEON

mercoledì 17 aprile 2019

Cristo nel Getsemani


BENEDETTO XVI - La preghiera di fronte all'azione benefica e sanante di Dio -Udienza 14.12.11


BENEDETTO XVI - La preghiera di fronte all'azione benefica e sanante di Dio -Udienza 14.12.11

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI

Mercoledì, 14 dicembre 2011

Cari fratelli e sorelle,

oggi vorrei riflettere con voi sulla preghiera di Gesù legata alla sua prodigiosa azione guaritrice. Nei Vangeli sono presentate varie situazioni in cui Gesù prega di fronte all’opera benefica e sanante di Dio Padre, che agisce attraverso di Lui. Si tratta di una preghiera che, ancora una volta, manifesta il rapporto unico di conoscenza e di comunione con il Padre, mentre Gesù si lascia coinvolgere con grande partecipazione umana nel disagio dei suoi amici, per esempio di Lazzaro e della sua famiglia, o dei tanti poveri e malati che Egli vuole aiutare concretamente.
Un caso significativo è la guarigione del sordomuto (cfr Mc 7,32-37). Il racconto dell’evangelista Marco – appena sentito – mostra che l’azione sanante di Gesù è connessa con un suo intenso rapporto sia con il prossimo - il malato -, sia con il Padre. La scena del miracolo è descritta con cura così: «Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: “Effatà”, “Apriti”» (7,33-34). Gesù vuole che la guarigione avvenga «in disparte, lontano dalla folla». Ciò non sembra dovuto soltanto al fatto che il miracolo deve essere tenuto nascosto alla gente per evitare che si formino interpretazioni limitative o distorte della persona di Gesù. La scelta di portare il malato in disparte fa sì che, al momento della guarigione, Gesù e il sordomuto si trovino da soli, avvicinati in una singolare relazione. Con un gesto, il Signore tocca le orecchie e la lingua del malato, ossia le sedi specifiche della sua infermità. L’intensità dell’attenzione di Gesù si manifesta anche nei tratti insoliti della guarigione: Egli impiega le proprie dita e, persino, la propria saliva. Anche il fatto che l’Evangelista riporti la parola originale pronunciata dal Signore - «Effatà», ossia «Apriti!» - evidenzia il carattere singolare della scena.
Ma il punto centrale di questo episodio è il fatto che Gesù, al momento di operare la guarigione, cerca direttamente il suo rapporto con il Padre. Il racconto dice, infatti, che Egli «guardando … verso il cielo, emise un sospiro» (v. 34). L’attenzione al malato, la cura di Gesù verso di lui, sono legati ad un profondo atteggiamento di preghiera rivolta a Dio. E l’emissione del sospiro è descritta con un verbo che nel Nuovo Testamento indica l’aspirazione a qualcosa di buono che ancora manca (cfr Rm 8,23). L’insieme del racconto, allora, mostra che il coinvolgimento umano con il malato porta Gesù alla preghiera. Ancora una volta riemerge il suo rapporto unico con il Padre, la sua identità di Figlio Unigenito. In Lui, attraverso la sua persona, si rende presente l’agire sanante e benefico di Dio. Non è un caso che il commento conclusivo della gente dopo il miracolo ricordi la valutazione della creazione all’inizio della Genesi: «Ha fatto bene ogni cosa» (Mc 7,37). Nell’azione guaritrice di Gesù entra in modo chiaro la preghiera, con il suo sguardo verso il cielo. La forza che ha sanato il sordomuto è certamente provocata dalla compassione per lui, ma proviene dal ricorso al Padre. Si incontrano queste due relazioni: la relazione umana di compassione con l'uomo, che entra nella relazione con Dio, e diventa così guarigione.
Nel racconto giovanneo della risurrezione di Lazzaro, questa stessa dinamica è testimoniata con un’evidenza ancora maggiore (cfr Gv 11,1-44). Anche qui s’intrecciano, da una parte, il legame di Gesù con un amico e con la sua sofferenza e, dall’altra, la relazione filiale che Egli ha con il Padre. La partecipazione umana di Gesù alla vicenda di Lazzaro ha tratti particolari. Nell’intero racconto è ripetutamente ricordata l’amicizia con lui, come pure con le sorelle Marta e Maria. Gesù stesso afferma: «Lazzaro, il nostro amico, si è addormentato; ma io vado a svegliarlo» (Gv 11,11). L’affetto sincero per l’amico è evidenziato anche dalle sorelle di Lazzaro, come pure dai Giudei (cfr Gv 11,3; 11,36), si manifesta nella commozione profonda di Gesù alla vista del dolore di Marta e Maria e di tutti gli amici di Lazzaro e sfocia nello scoppio di pianto – così profondamente umano - nell’avvicinarsi alla tomba: «Gesù allora, quando … vide piangere [Marta], e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente e, molto turbato, domandò: “Dove lo avete posto?”. Gli dissero: “Signore, vieni a vedere!”. Gesù scoppiò in pianto» (Gv 11,33-35).
Questo legame di amicizia, la partecipazione e la commozione di Gesù davanti al dolore dei parenti e conoscenti di Lazzaro, si collega, in tutto il racconto, con un continuo e intenso rapporto con il Padre. Fin dall’inizio, l’avvenimento è letto da Gesù in relazione con la propria identità e missione e con la glorificazione che Lo attende. Alla notizia della malattia di Lazzaro, infatti, Egli commenta: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato» (Gv 11,4). Anche l’annuncio della morte dell’amico viene accolto da Gesù con profondo dolore umano, ma sempre in chiaro riferimento al rapporto con Dio e alla missione che gli ha affidato; dice: «Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate» (Gv 11,14-15). Il momento della preghiera esplicita di Gesù al Padre davanti alla tomba, è lo sbocco naturale di tutta la vicenda, tesa su questo doppio registro dell’amicizia con Lazzaro e del rapporto filiale con Dio. Anche qui le due relazioni vanno insieme. «Gesù allora alzò gli occhi e disse: “Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato”» (Gv 11,41): è una eucaristia. La frase rivela che Gesù non ha lasciato neanche per un istante la preghiera di domanda per la vita di Lazzaro. Questa preghiera continua, anzi, ha rafforzato il legame con l’amico e, contemporaneamente, ha confermato la decisione di Gesù di rimanere in comunione con la volontà del Padre, con il suo piano di amore, nel quale la malattia e la morte di Lazzaro vanno considerate come un luogo in cui si manifesta la gloria di Dio.
Cari fratelli e sorelle, leggendo questa narrazione, ciascuno di noi è chiamato a comprendere che nella preghiera di domanda al Signore non dobbiamo attenderci un compimento immediato di ciò che noi chiediamo, della nostra volontà, ma affidarci piuttosto alla volontà del Padre, leggendo ogni evento nella prospettiva della sua gloria, del suo disegno di amore, spesso misterioso ai nostri occhi. Per questo, nella nostra preghiera, domanda, lode e ringraziamento dovrebbero fondersi assieme, anche quando ci sembra che Dio non risponda alle nostre concrete attese. L’abbandonarsi all’amore di Dio, che ci precede e ci accompagna sempre, è uno degli atteggiamenti di fondo del nostro dialogo con Lui. Il Catechismo della Chiesa Cattolica commenta così la preghiera di Gesù nel racconto della risurrezione di Lazzaro: «Introdotta dal rendimento di grazie, la preghiera di Gesù ci rivela come chiedere: prima che il dono venga concesso, Gesù aderisce a colui che dona e che nei suoi doni dona se stesso. Il Donatore è più prezioso del dono accordato; è il “Tesoro”, ed il cuore del Figlio suo è in lui; il dono viene concesso “in aggiunta” (cfr Mt 6,21 e 6,33)» (2604). Questo mi sembra molto importante: prima che il dono venga concesso, aderire a Colui che dona; il donatore è più prezioso del dono. Anche per noi, quindi, al di là di ciò che Dio ci da quando lo invochiamo, il dono più grande che può darci è la sua amicizia, la sua presenza, il suo amore. Lui è il tesoro prezioso da chiedere e custodire sempre.
La preghiera che Gesù pronuncia mentre viene tolta la pietra dall’ingresso della tomba di Lazzaro, presenta poi uno sviluppo singolare ed inatteso. Egli, infatti, dopo avere ringraziato Dio Padre, aggiunge: «Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato» (Gv 11,42). Con la sua preghiera, Gesù vuole condurre alla fede, alla fiducia totale in Dio e nella sua volontà, e vuole mostrare che questo Dio che ha tanto amato l’uomo e il mondo da mandare il suo Figlio Unigenito (cfr Gv 3,16), è il Dio della Vita, il Dio che porta speranza ed è capace di rovesciare le situazioni umanamente impossibili. La preghiera fiduciosa di un credente, allora, è una testimonianza viva di questa presenza di Dio nel mondo, del suo interessarsi all’uomo, del suo agire per realizzare il suo piano di salvezza.
Le due preghiere di Gesù meditate adesso, che accompagnano la guarigione del sordomuto e la risurrezione di Lazzaro, rivelano che il profondo legame tra l’amore a Dio e l’amore al prossimo deve entrare anche nella nostra preghiera. In Gesù, vero Dio e vero uomo, l’attenzione verso l’altro, specialmente se bisognoso e sofferente, il commuoversi davanti al dolore di una famiglia amica, Lo portano a rivolgersi al Padre, in quella relazione fondamentale che guida tutta la sua vita. Ma anche viceversa: la comunione con il Padre, il dialogo costante con Lui, spinge Gesù ad essere attento in modo unico alle situazioni concrete dell’uomo per portarvi la consolazione e l’amore di Dio. La relazione con l'uomo ci guida verso la relazione con Dio, e quella con Dio ci guida di nuovo al prossimo.
Cari fratelli e sorelle, la nostra preghiera apre la porta a Dio, che ci insegna ad uscire costantemente da noi stessi per essere capaci di farci vicini agli altri, specialmente nei momenti di prova, per portare loro consolazione, speranza e luce. Il Signore ci conceda di essere capaci di una preghiera sempre più intensa, per rafforzare il nostro rapporto personale con Dio Padre, allargare il nostro cuore alle necessità di chi ci sta accanto e sentire la bellezza di essere «figli nel Figlio» insieme con tanti fratelli. Grazie.

martedì 16 aprile 2019

La cena del Signore


SANTA MESSA «IN COENA DOMINI» NELL'ARCIBASILICA LATERANENSE OMELIA DI PAOLO VI


SANTA MESSA «IN COENA DOMINI» NELL'ARCIBASILICA LATERANENSE

OMELIA DI PAOLO VI

Giovedì Santo, 7 aprile 1966 

Fratelli e Figli! 
Signori ed Amici!

Perché siamo noi questa sera di Giovedì Santo riuniti in questa Basilica? La Nostra domanda non si riferisce ora al grande rito religioso, che stiamo celebrando, ma risale più indietro; cerca la ragione che ha dato origine in passato, e che adesso giustifica l’atto misterioso e solenne, che stiamo compiendo. Da che cosa deriva la nostra sinassi, cioè la nostra riunione ecclesiale, e quale ne è il motivo primitivo ed essenziale?
«FATE QUESTO IN MEMORIA DI ME»
Nessuno si stupisca per questa Nostra domanda, così semplice e di così facile risposta: nulla è più importante e nulla più fecondo di luce e di gaudio, che la rievocazione della causa iniziale della nostra celebrazione. Noi siamo qui, in questa fausta e pia ricorrenza del Giovedì Santo, per virtù d’una parola, due volte ripetuta dal Signore (cfr. 1 Cor. 11, 24-25), nell’ultima Cena, dopo che altre parole di preciso e immenso significato, quelle istitutive del sacrificio eucaristico, erano state pronunciate; e la parola che ora direttamente ci riguarda è questa: «Fate questo in memoria di Me» (Luc. 22, 19). Noi siamo riuniti questa sera per causa ed in ossequio di questa parola di Gesù Cristo; noi stiamo obbedendo ad un suo ordine, noi stiamo eseguendo una sua ultima volontà, noi stiamo rievocando, com’Egli ha voluto, la sua memoria.
È una cerimonia commemorativa la nostra. Noi vogliamo occupare il nostro spirito col ricordo di Lui, del nostro Fratello divino, del nostro sommo Maestro, del nostro unico Salvatore. La figura di Lui - oh, ne potessimo, noi così curiosi oggi delle immagini visive, averne le vere sembianze! - deve esserci davanti agli occhi dell’anima nelle forme che ci sono più care ed espressive, più umane e più ieratiche, Lui mite ed umile, Lui forte e grave, Lui, nostro Signore e nostro Dio (cfr. Io. 20, 28); dobbiamo in un certo senso, vederlo, sentirlo, ma soprattutto saperlo presente. La parola di Lui, il suo Vangelo, deve, come per incanto, salire dalla nostra subcoscienza, e risuonare tutta insieme al nostro spirito, come la ascoltassimo, come la potessimo in un atto solo tutta ricordare e comprendere: non è Lui la Parola di Dio fatto uomo, e perciò fatta nostra? E tutto l’alone immenso della profezia e della teologia, che lo circonda e lo definisce, e che a noi tanto lo avvicina e quasi di Lui c’investe e ci inebria, ed insieme ci umilia e ci abbaglia, noi lo dobbiamo contemplare questa sera, come quando ci lasciamo incantare dalla maestosa icone di Cristo sovrano, dominante dall’abside delle nostre antiche basiliche, pieno di interiorità e di potestà. Dobbiamo ricordarlo, questa sera, Lui il nostro Signore e Redentore. È un dovere di memoria, che stiamo compiendo. È la reviviscenza nei nostri spiriti della sua figura e della sua missione, che vogliamo in questo momento, più che in ogni altro, suscitare.
LA PASQUA PERENNE DEL SALVATORE
Ci facilita il compimento di questo dovere il pensare l’importanza che la memoria assume nella religione vera, positiva e rivelata, come la nostra. Essa si fonda su fatti concreti, che bisogna ricordare. Il loro ricordo forma il tessuto della fede e alimenta la vita spirituale e morale del credente. Tutto il racconto biblico si svolge sulla memoria di avvenimenti e di parole, che non devono dissolversi nel tempo, ma devono rimanere sempre presenti. Quella che noi chiamiamo oggi coscienza storica può farci comprendere qualche cosa circa la funzione della memoria nella tradizione sia dell’Antico che del Nuovo Testamento. Non possiamo dimenticare che la Cena stessa, durante la quale Gesù ordinò di tener viva la sua memoria mediante la rinnovazione di ciò ch’Egli aveva allora compiuto, era un rito commemorativo; era il convito pasquale, che doveva ripetersi ogni anno per trasmettere alle generazioni future il ricordo indelebile della liberazione del popolo ebraico dalla schiavitù dell’Egitto: «Habebitis autem hunc diem in monumentum et celebrabitis eam solemnem Domino in generationibus vestris cultu sempiterno» (Ex. 12, 14). L’Antico Testamento si svolge lungo il filo di fedeltà al ricordo di quella prima Pasqua liberatrice. Gesù, quella sera, sostituisce all’Antico il Nuovo Testamento: «Questo è il mio Sangue. Egli dirà, del Nuovo Testamento . . .» (Matth. 26, 28); all’antica Pasqua storica e figurativa Egli collega e fa succedere la sua Pasqua, anch’essa storica, definitiva questa, ma figurativa anch’essa d’un altro ultimo avvenimento, la parusia finale: «donec veniat» (1 Cor. 11, 26): memoria risolutiva e profetica è la Cena del Signore.
LA SS.MA EUCARISTIA ALIMENTO E VITA DEI CRISTIANI
Ma come questa memoria fedele e perenne di Cristo possa rinnovarsi e di quale contenuto essa sia piena ci è pur obbligo ripensare. Quel comando di Gesù: «Fate questo» è una parola creatrice, miracolosa: è una trasmissione d’un potere, ch’Egli solo possedeva; è l’istituzione d’un sacramento, il conferimento cioè del sacerdozio di Cristo ai suoi discepoli; è la formazione dell’organo costituente e santificante del Corpo mistico, la sacra gerarchia, resa capace di rinnovare il prodigio dell’ultima Cena.
E quale sia il prodigio dell’ultima Cena noi sappiamo. Il ricordo sarà realtà. Bisogna ripensare al momento e al modo con cui Cristo ha istituito l’Eucaristia. Essa è scaturita dal suo cuore nell’imminenza e nella chiaroveggenza della sua passione. Essa rappresenta tale passione e contiene Colui che l’ha sofferta. Gesù ha sigillato la sua presenza paziente e morente nei simboli - ormai non più altro che simboli e segni - del pane e del vino. Ha voluto essere ricordato così. Ha voluto, si può dire, sopravvivere e rimanere fra noi nel supremo suo atto d’amore, il suo sacrificio, la sua morte. Ha voluto rendersi presente, lungo il corso del tempo, fra noi nello stato simultaneo di sacerdote e di vittima, sostituendo alla sua presenza storica e sensibile quella non meno reale della presenza sacramentale, perché solo i credenti, solo i volontari della fede e dell’amore, potessero venire in comunione vitale con Lui. Gesù, sapendo di essere alla fine della sua presenza naturale sulla terra, ha fatto in modo che gli uomini non si dimenticassero di Lui. L’Eucaristia è appunto il memoriale perenne di Gesù Cristo. Celebrare l’Eucaristia vuol dire celebrare la sua memoria. Ed Egli ha voluto che questa forma singolarissima di ricordarlo, anzi di riaverlo presente, diventasse cibo, cioè alimento, cioè principio interiore d’energia e di vita, per le anime dei suoi veri seguaci.
La liturgia ben sa e bene ci insegna questa finalità del mistero eucaristico; e le dà un nome, che nel suono greco ed arcaico del vocabolo dice come sempre nei secoli, fin da principio, fin dal Vangelo così fu onorata l’Eucaristia; e cioè il nome di anàmnesi, che vuol appunto dire reminiscenza, rimembranza, e che trova il suo posto rituale immediatamente dopo la consacrazione del pane e del vino nel Corpo e nel Sangue di Cristo, in connessione e quasi a sviluppo ed a commento delle parole citate dal Signore stesso: «Fate questo in memoria di me»: è a questo punto ineffabile che la liturgia della Messa aggancia nuovamente la storia nostra al Vangelo con le famose parole: «Unde et memores . . ., perciò noi ricordando . . .».
ADORARE, RINGRAZIARE, AMARE CRISTO PRESENTE TRA NOI
Perciò, Fratelli e Figli, come il grande rito vuole, un grande sforzo di memoria a noi questa sera è domandato. Dobbiamo ricordare Gesù Cristo con tutte le forze del nostro spirito. Questo è l’amore che ora gli dobbiamo. Ricorda chi ama. La nostra grande colpa è l’oblio, è la dimenticanza. È la colpa ricorrente nella vicenda biblica: mentre Dio non si dimentica mai di noi . . . . «Potrà mai una donna dimenticarsi del suo bambino, da non sentire più compassione per il figlio delle sue viscere? . . .» (Is. 49, 15), noi ci dimentichiamo così facilmente di Lui. Siamo giunti a tanto, nel nostro tempo, da credere una liberazione lo scordarci di Dio, da volere scordarci di Lui; come fosse liberazione lo scordarci del sole della nostra vita! Noi spingiamo sovente la giusta distinzione dei vari ordini sia del sapere, che dell’azione, la quale non vuole confusione fra il sacro e il profano e rivendica a ciascuno la loro relativa autonomia, fino alla negazione dell’ordine religioso, e alla diffidenza e alla resistenza nei suoi confronti, per l’errata convinzione che nel laicismo radicale sia prestigio umano e vera sapienza. Così la dimenticanza di Cristo si fa abituale anche in una società che tanto da Lui ha ricevuto e tuttora riceve; e si insinua qualche volta anche nella comunità ecclesiale: «Tutti cercano, lamenta l’Apostolo, le cose proprie, non quelle di Gesù Cristo» (Phil. 2, 21).
Dobbiamo ricordarci invece di Lui, come Lui con la moltiplicata, silenziosa, amorosa presenza eucaristica si ricorda di noi, di ciascuno di noi. E se nella quotidiana celebrazione della Messa questa memoria si riaccende e risplende nelle nostre sacre assemblee e nel foro interiore delle nostre anime, quest’oggi un’ultima dimenticanza noi dobbiamo vincere, quella che l’abitudine produce e che rende la nostra memoria appena formale e insensibile. Oggi la pienezza della memoria si ravviva nella fede alla realtà del fatto eucaristico, nella meraviglia, nella riconoscenza, nell’amore: qui è il Cristo venuto, qui è il Cristo presente, qui è il Cristo che verrà; a Lui onore e gloria, oggi e per sempre.

lunedì 15 aprile 2019

Settimana Santa


BENEDETTO XVI - Meditazione sul significato del Triduo Pasquale (2006)


BENEDETTO XVI - Meditazione sul significato del Triduo Pasquale (2006)

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 12 aprile 2006

Cari fratelli e sorelle,

inizia domani il Triduo pasquale, che è il fulcro dell'intero anno liturgico. Aiutati dai sacri riti del Giovedì Santo, del Venerdì Santo e della solenne Veglia Pasquale, rivivremo il mistero della passione, della morte e della risurrezione del Signore. Questi sono giorni atti a ridestare in noi un più vivo desiderio di aderire a Cristo e di seguirlo generosamente, consapevoli del fatto che Egli ci ha amati sino a dare la sua vita per noi. Cosa sono, in effetti, gli eventi che il Triduo santo ci ripropone, se non la manifestazione sublime di questo amore di Dio per l’uomo? Apprestiamoci, pertanto, a celebrare il Triduo pasquale accogliendo l’esortazione di sant’Agostino: “Ora considera attentamente i tre giorni santi della crocifissione, della sepoltura e della risurrezione del Signore. Di questi tre misteri compiamo nella vita presente ciò di cui è simbolo la croce, mentre compiamo per mezzo della fede e della speranza ciò di cui è simbolo la sepoltura e la risurrezione” (Epistola 55, 14, 24: Nuova Biblioteca Agostiniana (NBA), XXI/II, Roma 1969, p. 477).   
Il Triduo pasquale si apre domani, Giovedì Santo, con la Messa vespertina “in Cena Domini”, anche se al mattino normalmente si tiene un’altra significativa celebrazione liturgica, la Messa del Crisma, durante la quale, raccolto attorno al Vescovo, l’intero presbiterio di ogni Diocesi rinnova le promesse sacerdotali, e partecipa alla benedizione degli oli dei catecumeni, dei malati e del Crisma, e così faremo domani mattina anche qui, in San Pietro. Oltre all’istituzione del Sacerdozio, in questo giorno santo si commemora l’offerta totale che Cristo ha fatto di Sé all’umanità nel sacramento dell’Eucaristia. In quella stessa notte in cui fu tradito, Egli ci ha lasciato, come ricorda la Sacra Scrittura, il “comandamento nuovo” - “mandatum novum” - dell'amore fraterno compiendo il gesto toccante della lavanda dei piedi, che richiama l’umile servizio degli schiavi. Questa singolare giornata, evocatrice di grandi misteri, si chiude con l’Adorazione eucaristica, nel ricordo dell’agonia del Signore nell’orto del Getsemani. Preso da grande angoscia, narra il Vangelo, Gesù chiese ai suoi di vegliare con Lui rimanendo in preghiera: “Restate qui e vegliate con me" (Mt 26,38), ma i discepoli si addormentarono. Ancora oggi il Signore dice a noi: “Restate e vegliate con me”. E vediamo come anche noi, discepoli di oggi, spesso dormiamo. Quella fu per Gesù l’ora dell’abbandono e della solitudine, a cui seguì, nel cuore della notte, l’arresto e l’inizio del doloroso cammino verso il Calvario. 
Centrato sul mistero della Passione è il Venerdì Santo, giorno di digiuno e di penitenza, tutto orientato alla contemplazione di Cristo sulla Croce. Nelle chiese viene proclamato il racconto della Passione e risuonano le parole del profeta Zaccaria: “Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto” (Gv 19,37). E il Venerdì Santo anche noi vogliamo realmente volgere lo sguardo al cuore trafitto del Redentore, nel quale - scrive san Paolo - sono “nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza” (Col 2,3), anzi “abita corporalmente tutta la pienezza della divinità” (Col 2,9), per questo l’Apostolo può affermare con decisione di non voler sapere altro “se non Gesù Cristo e questi crocifisso” (1 Cor 2,2). E’ vero: la Croce rivela “l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità” – le dimensioni cosmiche, questo è il senso - di un amore che sorpassa ogni conoscenza – l’amore va oltre quanto si conosce - e ci ricolma “di tutta la pienezza di Dio” (cfr Ef 3,18-19).Nel mistero del Crocifisso “si compie quel volgersi di Dio contro se stesso nel quale egli si dona per rialzare l’uomo e salvarlo – amore, questo, nella sua forma più radicale” (Deus caritas est, 12).La Croce di Cristo, scrive nel V° secolo il Papa san Leone Magno, “è sorgente di tutte le benedizioni, e causa di tutte le grazie” (Disc. 8 sulla passione del Signore, 6-8; PL 54, 340-342). 
Nel Sabato Santo la Chiesa, unendosi spiritualmente a Maria, resta in preghiera presso il sepolcro, dove il corpo del Figlio di Dio giace inerte come in una condizione di riposo dopo l’opera creativa della redenzione, realizzata con la sua morte (cfr Eb 4,1-13). A notte inoltrata inizierà la solenne Veglia pasquale, durante la quale in ogni Chiesa il canto gioioso del Gloria e dell’Alleluia pasquale si leverà dal cuore dei nuovi battezzati e dall’intera comunità cristiana, lieta perché Cristo è risorto e ha vinto la morte.  
Cari fratelli e sorelle, per una proficua celebrazione della Pasqua, la Chiesa chiede ai fedeli di accostarsi in questi giorni al sacramento della Penitenza, che è come una specie di morte e di risurrezione per ognuno di noi. Nell’antica comunità cristiana, il Giovedì Santo si teneva il rito della Riconciliazione dei Penitenti presieduto dal Vescovo. Le condizioni storiche sono certamente mutate, ma prepararsi alla Pasqua con una buona confessione resta un adempimento da valorizzare appieno, perché ci offre la possibilità di ricominciare di nuovo la nostra vita e di avere realmente un nuovo inizio nella gioia del Risorto e nella comunione del perdono datoci da Lui. Consapevoli di essere peccatori, ma fiduciosi nella misericordia divina, lasciamoci riconciliare da Cristo per gustare più intensamente la gioia che Egli ci comunica con la sua risurrezione. Il perdono, che ci viene donato da Cristo nel sacramento della Penitenza, è sorgente di pace interiore ed esteriore e ci rende apostoli di pace in un mondo dove continuano purtroppo le divisioni, le sofferenze e i drammi dell’ingiustizia, dell’odio e della violenza, dell’incapacità di riconciliarsi per ricominciare di nuovo con un perdono sincero. Noi sappiamo però che il male non ha l'ultima parola, perché a vincere è Cristo crocifisso e risorto e il suo trionfo si manifesta con la forza dell’amore misericordioso. La sua risurrezione ci dà questa certezza: nonostante tutta l’oscurità che vi è nel mondo, il male non ha l’ultima parola. Sorretti da questa certezza potremo con più coraggio ed entusiasmo impegnarci perché nasca un mondo più giusto. 
Questo auspicio formulo di cuore per tutti voi, cari fratelli e sorelle, augurandovi di prepararvi con fede e devozione alle ormai prossime feste pasquali. Vi accompagniMaria Santissima che, dopo aver seguito il Figlio divino nell’ora della passione e della croce, ha condiviso il gaudio della sua risurrezione.    

venerdì 12 aprile 2019

Domenica delle Palme


DOMENICA DELLE PALME


DOMENICA DELLE PALME

 Is 50, 4-7; Sal 21; Fil 2, 6-11; Lc 22,14-23,56

 Ognuno di noi è l’Adam fatto di no potenti a Dio e alle sue vie; la mano tesa dell’Adam dell’in-principio verso l’albero che proclamava il suo limite di creatura è storia di tutti i giorni; noi: una mano tesa a rapire per noi, per salvarci, per aver capacità di salvare la propria vita e di darle l’inebriante sapore della potenza senza limiti e senza barriere.
            La Passione di Cristo Gesù è argine alla deriva tremenda di ogni Adam. Gesù capovolge l’Adam, lo conduce al sogno di Dio; non in un in-principio di un’età dell’oro che non è mai esistita, ma verso un futuro inimmaginabile in cui la storia, la nostra storia può essere trasfigurata. Dobbiamo essere convinti che Cristo non è venuto a riportarci al  passato perduto, ma è venuto a portarci al futuro di Dio che è futuro dell’uomo e della storia.
            La storia della Passione, che quest’anno leggiamo nella redazione dell’Evangelista Luca, è storia di un radicale rifiuto, Gesù rifiuta fino in fondo di salvarsi con le proprie mani e si getta nelle mani del Padre; mani che non vede ma che nella fede sa che vi sono oltre la cortina buia e tenebrosa della morte.
            La Passione trasfigura la storia! Non bisogna aspettare l’alba di Pasqua per essere avvolti in questa trasfigurazione; lì, nel sepolcro nel giardino, il Padre porrà il sigillo del suo amen sul Figlio eletto e sui suoi passi d’amore nella storia; all’alba di Pasqua coglieremo il frutto meraviglioso ed inaudito di una vittoria che ci schiude una possibilità infinita di vita che vince davvero la morte!
            La Passione è però già trasfigurazione! Letta senza Gesù questa storia che oggi la Chiesa fa risuonare in tutte le assemblee di credenti, che così entreranno nella Grande Settimana, potrebbe essere una solita storia: orrore, ingiustizia, perfidia, avidità, gratuita malvagità, accanimento contro un uomo solo, assenza totale di pietà, cosificazione di un uomo, tradimenti, viltà, fughe, calcoli di potenti, folle manipolate … è tutto l’arsenale di Satana promesso a Gesù fin dalle prime pagine dell’Evangelo: il diavolo si allontanò da lui per tornare al tempo fissato (Lc 4,13); è tutto l’arsenale di male che ogni giorno l’uomo sperimenta da vittima e da carnefice, è tutto l’arsenale di odio e di rifiuto che appesta ancora oggi il nostro occidente “cristiano” (le virgolette sono d’obbligo!) fatto ormai di rifiuti, di particolarismi, di protezione dei propri interessi e perfino “dei sacri confini delle patrie” (incredibile!); è l’armamentario del Nemico che vuole solo una cosa: disumanizzare l’uomo! Nel racconto della Passione possiamo vedere che tutte le aberrazioni del cuore umano si concentrano contro Gesù; è il mistero del male annidato nel cuore della storia.
            Questo racconto della Passione sarebbe solo orrore se non ci fosse Gesù: lui trasforma tutto, trasfigura tutto … E fa questo solo con la misericordia e l’amore. Questo orrore è abitato dall’Amore di Dio mostrato a pieno a noi uomini in Gesù. Solo così esso diviene un Evangelo, una bella notizia! Dal pane spezzato come corpo dato e dal calice come sangue versato, fino all’estremo atto d’abbandono di quel Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito, è tutto dono di misericordia che trasforma gli orrori abitandoli di perdono! Tutto questo fino a quella vertigine che mai uomo religioso ha saputo pronunciare: Perdonali!
            Così la Passione è culla e origine di una storia nuova e trasfigurata … E’ una possibilità davvero offerta all’umanità, una possibilità di salvezza a caro prezzo (1Cor 6,20) data agli uomini per abitare anch’essi questa storia di amore e misericordia vicendevole.
            La Passione di Cristo, via di salvezza per la storia di ogni Adam; la Passione di Cristo, via da percorrere per i suoi discepoli; la Passione di Cristo è una consegna per noi che ci diciamo suoi discepoli.
            Questo Evangelo ci dice dove è la salvezza: ci si salva solo perdendo la vita: è il paradosso insostenibile dell’Evangelo, è la stoltezza e la follia (1Cor 1,25) dell’Evangelo … ma solo chi sostiene questo stolto e folle paradosso entra veramente in una sequela che lo salva e che, incredibilmente, salva il mondo.
            Con la Passione il cristiano sa come deve attraversare la storia: senza scorciatoie che evitano il Golgotha. Il cristiano sa dove attingere la vera gioia di una vita bella, buona e felice: nell’amore fino all’estremo (Gv 13,1), nella misericordia di Cristo sperimentata su di sé e perciò donata ancora.
            La Passione è una consegna che ci dà l’incredibile possibilità di salvare la storia; sì, lo possiamo, se abbiamo il coraggio di lasciarci immettere nell’Amore del Crocifisso. Tutto questo è dato e richiesto a noi cristiani: sanare con l’amore e la santità gli orrori della storia; le derive del mondo e quelle dolorosissime della Chiesa di Cristo possono essere sanate solo da uomini e donne che accolgono la consegna della Passione per essere altro! Per essere santi!
            Accoglieremo la santità, il gran sogno di Dio per noi, se accoglieremo la misericordia che ci salva, come il ladro appeso alla croce che si abbandona ad un perdono misericordioso che si getta alle spalle quell’orrore della storia che il ladro stesso aveva contribuito a costruire col suo coltello insanguinato e con la sua sete di oro. Quel ladrone, icona dell’Adam dell’in-principio che ruba e dà accesso alla morte, è redento e salvato dal nuovo Adam che non tende le mani all’albero per rapinare ma per farsi inchiodare all’albero della Croce per essere tutto dono!
            Entriamo così in questa Pasqua di quest’anno di grazia!
            Auguriamo a noi stessi e a tutti i credenti che in questi santi giorni le parole di Gesù non vengano ridette invano nelle nostre liturgie; che quelle parole ci spremano lacrime buone e ci conducano ad una gioia che non tema oscuramenti.
            Accogliamo il Signore che viene nelle nostre vite segnate dal male del mondo: Benedetto il Veniente nel nome del Signore! (Lc 19,38). Senza paura lasciamogli piantare la Croce nel nostro profondo, lasciamo che lì esploda l’Amore e la vita del Risorto!

 E’ ancora l’ora della Pasqua del Signore! 

martedì 9 aprile 2019

entrata di Gesù in Gerusalemme


OMELIA DI SUA SANTITÀ GIOVANNI PAOLO II - Domenica delle Palme, 9 aprile 1995


X GIORNATA MONDIALE DELLA GIOVENTÙ

OMELIA DI SUA SANTITÀ GIOVANNI PAOLO II - Domenica delle Palme, 9 aprile 1995

Piazza San Pietro 

"Benedetto colui che viene, il re, nel nome del Signore" (Lc 19, 38).

1. Oggi, Domenica di Passione o "delle Palme", desideriamo salutare Te, Signore Gesù Cristo, come Pellegrino. Tu giungi a Gerusalemme; vieni per la festa di Pasqua, vieni circondato da molti altri pellegrini.
Nell’Antico Testamento, Israele conservò sempre inscritta nella propria memoria la peregrinazione attraverso il deserto, sotto la guida di Mosè. Fu un’esperienza costitutiva per Israele, il popolo condotto da Dio dalla schiavitù d’Egitto al servizio del Signore (cf. Dt 26, 1-11 ). Mosè fece uscire la sua gente attraverso il Mar Rosso e, lungo un cammino durato quarant’anni, la guidò alla Terra promessa. Quando poi gli Israeliti si furono stabiliti nella patria loro assegnata da Dio, il ricordo della peregrinazione nel deserto divenne parte viva e dinamica del loro culto. 
Gli Ebrei erano soliti recarsi in pellegrinaggio a Gerusalemme in varie occasioni, ma soprattutto per la festa di Pasqua. Anche Gesù vi giunse come pellegrino nei giorni precedenti la Pasqua: Pellegrino della "Domenica delle Palme". E noi, riuniti qui in Piazza San Pietro, lo salutiamo come il Santissimo Pellegrino, che conferisce senso definitivo al nostro peregrinare.
Il primo pellegrinaggio di Gesù dodicenne da Nazaret a Gerusalemme non annunciava già tale compimento? Allora, giunto alla Città santa con la Madre e Giuseppe, Gesù si sentì chiamato a fermarsi nel Tempio, per "ascoltare e interrogare" (cf. Lc 2, 46 ) i dottori riguardo alle cose di Dio. Quel primo pellegrinaggio lo coinvolse profondamente nella missione che avrebbe segnato tutta la sua vita. Niente di strano, dunque, che quando fu ritrovato da Maria e Giuseppe nel Tempio, Egli abbia risposto in modo significativo al rimprovero rivoltogli dalla Madre: "Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?" ( Lc 2, 49 ). 
Negli anni che seguirono a quel misterioso avvenimento, Gesù, adolescente e poi uomo maturo, salì molte volte a Gerusalemme come pellegrino. Finché, nel giorno che oggi celebriamo, vi si recò per l’ultima volta. Quello della Domenica delle Palme fu, pertanto, un pellegrinaggio messianico in senso pieno, nel quale si compirono gli oracoli dei profeti, in particolare quello di Zaccaria, preannunziante l’ingresso del Messia in Gerusalemme in groppa ad un puledro d’asina (cf. Zc 9, 9 ), circondato da folle osannanti per aver riconosciuto in Lui l’Inviato del Signore. Proprio per questo, sulla strada che Gesù stava percorrendo, i discepoli e la gente stendevano i loro mantelli, gettavano rami di palma e d’ulivo e lo salutavano cantando con entusiasmo parole di fede e di speranza: "Benedetto colui che viene, il re, nel nome del Signore!" ( Lc 19, 38 ). 
Ciò avvenne prima della festa di Pasqua. Pochi giorni dopo, le grida di esultanza, che avevano accompagnato l’ingresso del Cristo pellegrino nella Città santa, si sarebbero mutate in un urlo rabbioso: "Crocifiggilo, crocifiggilo!" ( Lc 23, 21 ).
Abbiamo appena ascoltato il racconto della Passione del Signore secondo San Luca. Sappiamo che oggi Gesù di Nazaret sale a Gerusalemme per l’ultima volta. Anche per questo lo salutiamo in modo particolare come Pellegrino. 
È un Pellegrino straordinario, unico! Il suo peregrinare non è misurabile con categorie geografiche. Egli stesso ne parla col suo misterioso linguaggio: "Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo; ora lascio di nuovo il mondo, e vado al Padre" ( Gv 16, 28 ). Ecco la giusta dimensione del suo pellegrinaggio! E la Settimana Santa, che oggi iniziamo, rivela tutta "l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità" ( Ef 3, 18 ) del peregrinare di Cristo. 
Egli sale a Gerusalemme, perché si compiano in Lui tutte le profezie. Sale per abbassarsi e farsi obbediente fino alla morte e alla morte di croce, e per sperimentare, dopo lo spogliamento totale di se stesso, l’esaltazione da parte di Dio (cf. Fil 2, 8-9 ). 
Soltanto questa Settimana, in tutto l’anno liturgico, a buon diritto viene chiamata "Santa": in essa è contenuto il compimento del mistero di Cristo, Santissimo Pellegrino "unito in qualche modo ad ogni uomo" (Gaudium et Spes, 22), pellegrino che cammina nella nostra storia. Che cosa, infatti, si può dire di più illuminante di questo sul senso del peregrinare dell’uomo: "Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo; ora lascio di nuovo il mondo, e vado al Padre"? Non è proprio questa, in Cristo, la piena e definitiva dimensione di ogni umano peregrinare?
Per questa ragione la Domenica delle Palme è diventata, dieci anni or sono, il punto di riferimento centrale del grande e articolato pellegrinaggio dei giovani cristiani nel mondo intero. Esistono importanti motivi perché la Chiesa riconosca questa Domenica come la "Giornata dei giovani". Furono i giovani a correre incontro a Gesù che veniva a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Furono loro a stendere mantelli e rami sulla strada e a cantarGli: "Osanna al figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore!" ( Mt 21, 9 ). 
I giovani manifestarono così l’entusiasmo della loro giovanile scoperta, una scoperta che fino ad oggi, di generazione in generazione, essi continuano a sperimentare: Gesù è "la via, la verità e la vita" ( Gv 14, 6 ). Egli è Colui che conferisce il senso definitivo al pellegrinaggio terreno dell’uomo. Dice infatti: "Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo", e con queste parole indica l’inizio di tale itinerario. Soggiunge poi: "Lascio di nuovo il mondo, e vado al Padre", mostrando con ciò il termine del nostro camminare dietro a Lui.
Ecco perché, o Cristo, Santissimo Pellegrino della storia degli uomini, i giovani guardano a Te, che sei Via, Verità e Vita. Sul finire del secondo millennio cristiano, essi hanno intrapreso un grande pellegrinaggio, che, sotto il segno della Croce itinerante, li conduce lungo i sentieri della civiltà dell’amore. È un pellegrinaggio che si articola in molteplici livelli: parrocchiale, diocesano, nazionale, continentale e mondiale. Quest’oggi, in Piazza San Pietro, ci sono soprattutto i giovani della diocesi di Roma. Carissimi, vi saluto tutti. E insieme a voi saluto i giovani di ogni parte del mondo, che in tanti angoli della terra celebrano quest’oggi, in comunione con noi, la Giornata Mondiale dei Giovani. 
Guardando a voi qui presenti, come non evocare l’esperienza straordinaria dell’Incontro mondiale della gioventù svoltosi tre mesi fa a Manila, nelle Filippine? Il nostro sguardo corre anche al pellegrinaggio della gioventù europea a Loreto, in programma per il prossimo settembre; e più in là ancora, ci attende la celebrazione della Dodicesima Giornata Mondiale, a Parigi, nel 1997. 
Ti salutiamo, o Cristo, Figlio del Dio vivente, che ti sei fatto uomo e, come uomo, cammini con noi in pellegrinaggio attraverso la storia. Ti salutiamo, Divino Pellegrino, sulle strade del mondo! Davanti a Te stendiamo rami di palma e d’ulivo, come fecero un giorno a Gerusalemme i figli e le figlie d’Israele. Coinvolti da un medesimo slancio di fede e di speranza, anche noi esclamiamo: "Gloria a Te, Re dei secoli!".