venerdì 31 maggio 2019

Ascensione del Signore


ASCENSIONE DEL SIGNORE - omelia - 2 giugno 2019


ASCENSIONE DEL SIGNORE

At 1,1-11; Sal 46; Eb 9,24-28;10,19-23 opp. Ef 1,17-23; Lc 24,46-53

L’Ascensione del Signore è l’ora in cui, come dice Isaia (cfr Is 55, 10-11) la Parola torna a Dio dopo aver compiuto ciò per cui era stata mandata! Ha fecondato la terra degli uomini con il suo amore fino all’estremo, ci ha consegnato il Volto del Padre nella sua verità e bellezza senza le distorsioni delle religioni, ha dato i semi per il pane della vita. Ora torna al Padre dopo aver adempiuto la sua missione. Questo ritorno però non è un abbandono del mondo e della Chiesa nata dalla sua Pasqua … Luca, autore degli Atti, di cui oggi abbiamo letto l’inizio,e dell’Evangelo di cui oggi abbiamo letto la conclusione, ci narra questo mistero dell’Ascensione in due modi diversi e complementari.
E partiamo proprio dall’ultima pagina dell’Evangelo. È  una pagina colma di benedizioni!
L’Evangelo si era aperto con una benedizione mancata, quella del sacerdote Zaccaria, padre del Battista, che, reso muto dalla sua incapacità a fidarsi, non riesce a benedire il popolo in attesa all’esterno del Santuario; ora, nell’ultima pagina dell’Evangelo, quella benedizione sospesa allora scende su tutta l’umanità con abbondanza e pienezza e rende i discepoli del Cristo capaci di una lode benedicente a Dio; infatti il tutto si conclude con i discepoli che stanno sempre nel tempio lodando e benedicendo Dio.
Il Cristo risorto in questo giorno porta la nostra carne nel cielo, nel grembo di Dio; l’uomo finalmente trova la sua dimora; Gesù, uscito dalla terra dei sepolcri, porta la nostra umanità nella terra di vita eterna, nel grembo dell’Amore che è Dio! Da quel giorno benedetto che oggi celebriamo, la Pasqua giunge alla terra promessa e noi comprendiamo qual è la meta del nostro cammino nella storia; siamo chiamati a trasformare la storia con l’annunzio dell’Evangelo della remissione dei peccati (cfr Lc 24,47); noi discepoli di Gesù sappiamo che la patria è oltre la storia. Siamo chiamati ad amare la storia senza fuggirla ma sapendo di essere in essa pellegrini e forestieri (cfr 1Pt 2,11) e con lo sguardo capace di desiderare l’oltre. Tutto questo sarà possibile perché i discepoli del Cristo sono pieni della benedizione di Lui. Le mani di Gesù, levate sui suoi, sono l’ultima immagine di Lui che essi devono custodire; le mani del Cristo, trafitte per amore, che si levano a benedire: una benedizione su loro che sono il principio della Chiesa, una benedizione che si stende su tutta la storia; la prima volta, infatti, Luca scrive che Gesù li benedisse ma poi ribadisce questa benedizione usando un’altra forma verbale: nel benedire loro … una forma continuativa. Così Gesù ascende al cielo, nel benedire loro … è una benedizione che si prolunga per i secoli, che si estende sulla storia da parte di Colui che, uscito dalle strettoie del tempo e dello spazio, ora può essere presente in ogni tempo ed in ogni luogo. La benedizione, allora lo comprendiamo, è dichiarazione di presenza, di una presenza altra, una presenza sottratta ai sensi e ravvisabile solo nella fede. In Gesù Risorto che porta la nostra umanità (anche con le sue ferite!) nel grembo trinitario di Dio, si adempie allora in modo definitivo la promessa fatta dal Signore ad Abram all’inizio della storia della salvezza: In te si diranno benedette tutte le famiglie della terra (cfr Gen 12, 3b). Per mezzo di Gesù, figlio di Abram secondo la carne, davvero ogni famiglia della terra è benedetta, può sperimentare la presenza del Signore che ama e salva, la può sperimentare perché ormai la benedizione appartiene ad ogni popolo! Straordinario!
I due racconti di Luca ci mostrano che questa assenza-presenza del Signore Risorto inaugura un tempo nuovo in cui la Chiesa è invitata non solo a guardare in alto (in verità gli angeli del racconto di Atti chiedono ai discepoli di non fissarsi a guardare in alto) ma a compromettersi con la storia che attende un annuncio di salvezza e di liberazione; questo annunzio dal giorno dell’Ascensione occupa un frattempo che durerà fino a quando si vedrà tornare Gesù allo stesso modo in cui lo si è visto andare in cielo. Un frattempo che è carico allora di responsabilità per coloro che hanno sperimentato il suo amore e la sua misericordia.
L’Ascensione non è allora giorno di addio ma giorno di nuova presenza che genera responsabilità attiva e feconda.
Oggi forse l’ammonimento degli angeli dell’Ascensione andrebbe riformulato all’uomo del nostro tempo troppo dimentico di guardare al cielo. Vorrei osare questa riformulazione: Uomini di questa storia, perché non guardate più il cielo? Chiesa di Cristo perché non guardi più il cielo dove è entrato Cristo che da lì tornerà?
Chi non guarda più il cielo non è più neanche capace di portare alla storia le ragioni del cielo … Chi non guarda più il cielo non è capace di leggere a pieno la storia, la imprigiona nelle maglie dell’effimero, del transitorio; chi non guarda più il cielo si incatena ad una incapacità di cogliere il senso … troppi giorni restano privi di senso … chi non guarda più il cielo non è capace di vivere a pieno la storia e compromettersi in essa per le ragioni del cielo … e le ragioni del cielo sono tutte racchiuse nel corpo del Cristo, trafitto e glorioso, che, come scrive l’autore della Lettera agli Ebrei è assiso  nei cieli per intercedere in eterno per noi, Lui che è benedizione per tutte le genti. Le ragioni del cielo sono racchiuse in Lui e nel suo amore fino all’estremo, un amore che solo le ragioni del cielo possono sostenere … Dobbiamo dircelo con franca crudezza oggi il nostro occidente è malato di grettezza e di bieco egoismo perché ha smesso di guardare al cielo, si è fatto convincere di benessere da custodire con avarizia e noncuranza degli altri! Il nostro occidente con le sue scelte di morte e di difesa dei “propri confini” (che vergogna sena fine!) sta smarrendo l’umano! Noi discepoli della benedizione siamo disposti a lottare contro il “disumano” che avanza? Siamo disposti a difendere la carne dell’uomo che è per sempre carne di Dio a qualunque popolo, religione, terra o cultura appartenga? Se muore questa difesa dell’umano siamo indegni di celebrare l’Ascensione del Signore! 

P.Fabrizio Cristarella Orestano

mercoledì 29 maggio 2019

Ultima cena


PAPA FRANCESCO - Il cristiano è giovane sempre (28.5.19)


PAPA FRANCESCO - Il cristiano è giovane sempre (28.5.19)

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Martedì, 28 maggio 2019 

«O sei giovane di cuore, di anima, o non sei pienamente cristiano». L’omelia della messa celebrata da Papa Francesco a Santa Marta la mattina di martedì 28 maggio, è stata un vero e proprio inno alla vita, alla vitalità, alla «giovinezza dello Spirito», da contrapporre alla deriva stanca di tante persone “pensionate” nell’animo, abbattute dalle difficoltà e dalla tristezza perché «il peccato invecchia». Una ventata di gioia fondata sul «grande dono che ci ha lasciato Gesù»: lo Spirito Santo.
Punto di partenza della riflessione del Pontefice è stato il brano evangelico del giorno (Giovanni, 16, 5-11) che riportava uno stralcio del discorso di congedo agli apostoli durante l’ultima cena. In quell’occasione Gesù «dice tante cose», ma «il cuore di questo discorso è lo Spirito Santo». Il Signore, infatti, offre ai suoi amici una vera e propria «catechesi sullo Spirito Santo»: comincia col notare il loro stato d’animo — «Perché ho detto questo che me ne vado, la tristezza ha riempito il vostro cuore» — e «li rimprovera soavemente» perché, ha notato il Papa, «la tristezza non è un atteggiamento cristiano».
Il turbamento interiore degli apostoli — che, davanti al dramma di Gesù e all’incertezza sul futuro, «cominciano a capire il dramma della passione» — è accostabile alla realtà di ogni cristiano. A tale riguardo Francesco ha ricordato come nell’orazione colletta del giorno «abbiamo domandato al Signore che mantenga in noi la rinnovata giovinezza dello spirito», elevando così un’invocazione «contro la tristezza nella preghiera». È proprio questo, ha aggiunto, il punto: «Lo Spirito Santo fa che in noi ci sia sempre questa giovinezza, che si rinnova ogni giorno con la sua presenza».
Approfondendo tale concetto, il Pontefice ha ricordato: «Una grande santa ha detto che un santo triste è un triste santo; un cristiano triste è un triste cristiano: non va». Cosa significa? che «la tristezza non entra nel cuore del cristiano», perché egli «è giovane». Una giovinezza che si rinnova e che «gli fa portare sulle spalle tante prove, tante difficoltà». Cosa che — ha spiegato facendo riferimento alla prima lettura tratta dagli Atti degli apostoli (16, 22-34) — è accaduta, ad esempio, a Paolo e Sila che vennero fatti bastonare e incarcerare dai magistrati a Filippi. In quel frangente, ha detto il Papa, «entra lo Spirito Santo e rinnova tutto, fa tutto nuovo; anche fa giovane il carceriere».
Lo Spirito Santo, quindi, è colui «che ci accompagna nella vita, che ci sostiene». Come espresso dal nome che Gesù gli dà: «Paraclito». Un termine insolito, il cui significato spesso sfugge a molti. Su questo il Pontefice ha anche scherzato raccontando un breve aneddoto relativo a una messa da lui celebrata quando era parroco: «C’erano più meno 250-300 bambini, era una domenica di Pentecoste e quindi ho domandato loro: “Chi sa chi è lo Spirito Santo?”. E tutti: “Io, io, io!” – “Tu”: “Il paralitico”, mi ha detto. Lui aveva sentito “Paraclito” e non capiva cosa fosse» e così disse: «paralitico». Una buffa storpiatura che però, ha detto Francesco, rivela una realtà: «Tante volte noi pensiamo che lo Spirito Santo è un paralitico, che non fa nulla... E invece è quello che ci sostiene».
Infatti, ha spiegato il Pontefice, «la parola paraclito vuol dire “quello che è accanto a me per sostenermi” perché io non cada, perché io vada avanti, perché io conservi questa giovinezza dello Spirito». Ecco perché «il cristiano sempre è giovane: sempre. E quando incomincia a invecchiare il cuore del cristiano, incomincia a diminuire la sua vocazione di cristiano. O sei giovane di cuore, di anima o non sei pienamente cristiano».
Qualcuno potrebbe spaventarsi delle difficoltà e dire: «“Ma come posso...?”: c’è lo Spirito. Lo Spirito ti aiuterà in questa rinnovata giovinezza». Ciò non significa che manchino i dolori. Paolo e Sila, ad esempio, soffrirono molto per le bastonate ricevute: «dice il testo che il carceriere quando ha visto quel miracolo ha voluto convertirsi e li ha portati a casa sua e ha curato le loro ferite con olio... ferite brutte, forti...». Ma nonostante il dolore, essi «erano pieni di gioia, cantavano... Questa è la giovinezza. Una giovinezza che ti fa guardare sempre la speranza».
E come si ottiene questa giovinezza? «Ci vuole — ha detto il Papa — un dialogo quotidiano con lo Spirito Santo, che è sempre accanto a noi». È lo Spirito «il grande dono che ci ha lasciato Gesù: questo supporto, che ti fa andare avanti». E così, a chi dice: “Eh sì, Padre, è vero, ma lei sa, io sono un peccatore, ho tante, tante cose brutte nella mia vita e non riesco...», si può rispondere: «Va bene: guarda i tuoi peccati; ma guarda lo Spirito che è accanto a te e parla con lo Spirito: lui ti sarà il sostegno e ti ridarà la giovinezza». Perché, ha aggiunto, «tutti sappiamo che il peccato invecchia: invecchia. Invecchia l’anima, invecchia tutto. Invece lo Spirito ci aiuta a pentirci, a lasciare da parte il peccato e ad andare avanti con quella giovinezza».
Perciò Francesco ha esortato a lasciare da parte quella che ha definito la «tristezza pagana», spiegando: «Non dico che la vita sia un carnevale: no, quello non è vero. Nella vita ci sono delle croci, ci sono dei momenti difficili. Ma in questi momenti difficili si sente che lo Spirito ci aiuta ad andare avanti, come a Paolo e a Sila, e a superare le difficoltà. Anche il martirio. Perché c’è questa rinnovata giovinezza».
La conclusione dell’omelia è stata quindi un invito alla preghiera: «Chiediamo al Signore di non perdere questa rinnovata giovinezza, di non essere cristiani in pensione che hanno perso la gioia e non si lasciano portare avanti... Il cristiano non va mai in pensione; il cristiano vive, vive perché è giovane — quando è vero cristiano».

lunedì 27 maggio 2019

la preghiera del mattino


IL SALMO 94. DI PRIMA MATTINA, LODE E ASCOLTO,


IL SALMO 94. DI PRIMA MATTINA, LODE E ASCOLTO,

di Carlo Nardi • 

Almeno dalla Regola di san Benedetto (cap. 9) in poi il Salmo 94 nel breviario romano ci parla della notte già protesa al primo albeggiare. Apriva infatti il ‘mattutino’, la prima ora dell’ufficio divino, l’odierna ora della lettura. Sennò, è da premettere alle lodi, con la libertà di scegliere anche altri salmi adatti. Comunque, tra i cosiddetti invitatori, fra cui i Salmi 66 e 23.
Leggiamolo: Venete, esultiamo al Signore … È appunto un invito a lodare Iddio, anzi ad ‘aprire la bocca’, come si è detto immediatamente prima con un versetto del Salmo 50, il Miserere, penitenziale e insieme traboccante di allegrezza: «Signore, apri le mie labbra / e la mia bocca annuncerà la tua lode» (Sal 50,17). Il Salmo 94 invita ad una lode viva, esultante, ossia ‘saltellante’: sono salti di gioia, … per chi li può fare. Fa pensare che, insieme all’avanzarsi dell’alba, l’occhio spazi dai mari alla terraferma, e dal piano alle vette. Tutto è opera di Dio, da lodare nella natura che è sua creazione. E poi noi, con l’elezione a popolo di Dio, di un Dio pastore e guida. Perché la nostra dignità è nell’essere suoi.
Sennonché il Salmo ricorda episodi oscuri dell’esodo: i rimpianti per la schiavitù dell’Egitto, la paura del cammino nel deserto, il mettere Dio sotto accusa in una specie di processo. Il mugugno, la ‘mormorazione’, infatti prese campo a Meriba, il cui nome viene da rîb, che sa di lite. Fu un chiamare in causa Dio, con una ostilità che escluse il popolo ostinato dall’ingresso alla Terra promessa.
Difatti, c’è sempre il rischio di un fallimento totale, di una rovina per l’eternità. Lo suggerisce il Salmo nell’uso della preghiera della Chiesa, la quale nel salterio mattutino sembra sottolineare particolarmente la frase: Oh se ascoltaste oggi la sua voce! la ‘voce di Dio’, da ‘ascoltare oggi’. Un ascolto da non rimandare a domani, che non c’è automaticamente dato.
Invece, è certo il dilemma se entrare o non entrare nel riposo di Dio, ed è altrettanto certo che può dipendere anche dall’oggi. La liturgia del primo mattino c’insegna ad approfittare di ‘quest’oggi’, facendo eco alla Lettera agli Ebrei (cap. 3), che legge il Salmo in una prospettiva di eternità: «Impegniamoci ad entrare in quel ristoro: che nessuno piombi nella stessa forma di incredulità» (Ebr 3,11) di chi aveva diffidato di Dio.
La preghiera notturna di questo Salmo, opportunamente a memoria, può anche confortare le nostre preoccupate insonnie e conciliarci nel ristoro di un ascolto fiducioso di Dio, e così prepararci a un nuovo giorno.

venerdì 24 maggio 2019

la maldicenza


LA MALDICENZA - DALLA FILOTEA DI SAN FRANCESCO DI SALES


Capitolo XXIX

LA MALDICENZA - DALLA FILOTEA DI SAN FRANCESCO DI SALES

Il giudizio temerario causa preoccupazione, disprezzo del prossimo, orgoglio e compiacimento in se stessi e cento altri effetti negativi, tra i quali il primo posto spetta alla maldicenza, vera peste delle conversazioni. Vorrei avere un carbone ardente del santo altare per passarlo sulle labbra degli uomini, per togliere loro la perversità e mondarli dal loro peccato, proprio come il Serafino fece sulla bocca di Isaia.
Se si riuscisse a togliere la maldicenza dal mondo, sparirebbero gran parte dei peccati e la cattiveria. A chi strappa ingiustamente il buon nome al prossimo, oltre al peccato di cui si grava, rimane l'obbligo di riparare in modo adeguato secondo il genere della maldicenza commessa. Nessuno può entrare in Cielo portando i beni degli altri; ora, tra tutti i beni esteriori, il più prezioso è il buon nome. La maldicenza è un vero omicidio, perché tre sono le nostre vite: la vita spirituale, con sede nella grazia di Dio; la vita corporale, con sede nell'anima; la vita civile che consiste nel buon nome. Il peccato ci sottrae la prima, la morte ci toglie la seconda, la maldicenza ci priva della terza. Il maldicente, con un sol colpo vibrato dalla lingua, compie tre delitti.- uccide spiritualmente la propria anima, quella di colui che ascolta e toglie la vita civile a colui del quale sparla. Dice S. Bernardo che sia colui che sparla come colui che ascolta il maldicente, hanno il diavolo addosso, uno sulla lingua e l'altro nell'orecchio. Davide, riferendosi ai maldicenti dice: Hanno affilato le loro lingue come quelle dei serpenti.
Il serpente ha la lingua biforcuta, a due punte, come dice Aristotele; tale e quale è quella del maldicente, che con un sol morso ferisce e avvelena l'orecchio di chi ascolta e il buon nome di colui di cui parla male.
Per questo ti scongiuro, carissima Filotea, di non sparlare mai di alcuno, né direttamente, né indirettamente. Sta attenta a non attribuire delitti e peccati inesistenti al prossimo, a non svelare quelli rimasti segreti, a non gonfiare quelli conosciuti, a non interpretare in senso negativo il bene fatto, a non negare il bene che sai esistere in qualcuno, a non fingere di ignorarlo, tanto meno poi devi sminuirlo a parole; agendo in questo modo offenderesti seriamente Dio, soprattutto se dovessi accusare falsamente il prossimo o negassi la verità a lui favorevole; mentire e contemporaneamente nuocere al prossimo è doppio peccato.
Coloro che per seminare maldicenza fanno introduzioni onorifiche, e che la condiscono di piccole frasi gentili, o peggio di scherno, sono i maldicenti più sottili e più velenosi.
Protesto, dicono, che gli voglio bene e che per il resto è un galantuomo, ma, continuano, la verità va detta: ha avuto torto nel commettere quella perfidia; quella è una ragazza virtuosissima, ma si è lasciata sorprendere..., e simili piccole cornici!
Non capisci dov'è l'arte? Chi vuol scoccare una freccia, la tira più che può a sé, ma è soltanto per scagliarla con maggior forza: si può anche avere l'impressione che costoro tirino a sé la maldicenza, ma è soltanto per scoccarla con maggior sicurezza, per farla penetrare più a fondo nel cuore di coloro che ascoltano.
La maldicenza portata sotto forma di scherno è la più cattiva di tutte; fa pensare alla cicuta che, di per sé, non è un veleno molto forte, anzi ha un'azione lenta e facilmente vi si può porre rimedio, ma se viene '1 vino, è senza scampo; lo stesso è di una presa con maldicenza che, di natura sua, secondo il detto, entrerebbe da un orecchio e uscirebbe dall'altro e che invece penetra fortemente nella mente degli ascoltatori quando è presentata in un contesto di parole sottili e gioviali.
Dice Davide: Hanno il veleno dell'aspide sotto le loro labbra. La puntura dell'aspide è quasi impercettibile, e il suo veleno dà sulle prime un prurito gradevole, che allarga così il cuore e le viscere e favorisce così l'assorbimento del veleno, contro il quale non ci sarà più nulla da fare.
Non dire mai: Il tale è un ubriacone, anche se l'hai visto ubriaco davvero; quello è un adultero, perché l'hai visto in adulterio; è incestuoso perché l'hai sorpreso in quella disgrazia; una sola azione non ti autorizza a classificare la gente. Il sole si fermò una volta per favorire la vittoria di Giosuè e si oscurò un'altra volta per la vittoria del Salvatore; a nessuno viene in mente per questo di dire che il sole è immobile e oscuro.
Noè si ubriacò una volta; e così anche Lot e questi, in più, commise anche un grave incesto: non per questo erano ubriaconi, e non si può dire che quest'ultimo fosse incestuoso. E non si può dire che S. Pietro fosse un sanguinario perché una volta ha versato sangue, né che fosse bestemmiatore perché ha bestemmiato una volta.
Per classificare uno vizioso o virtuoso bisogna che abbia fatto progressi e preso abitudini; è dunque una menzogna affermare che un uomo è collerico o ladro, perché l'abbiamo visto adirato o rubare una volta soltanto.
Anche se un uomo è stato vizioso per lungo tempo, sì rischia di mentire chiamandolo vizioso.
Simone il lebbroso chiamò Maddalena peccatrice, perché lo era stata prima; mentì, perché non lo era più, anzi era una santa penitente; e Nostro Signore la difese. Quell'altro Fariseo vanesio considerava grande peccatore il pubblicano, ingiusto, adultero, ladro; ma si ingannava, perché proprio in quel momento era giustificato.
Poiché la bontà di Dio è così grande che basta un momento per chiedere e ottenere la sua grazia, come facciamo a sapere che uno, che era peccatore ieri, lo sia anche oggi? Il giorno precedente non ci autorizza a giudicare quello presente, e il presente non ci autorizza a giudicare il passato. Solo l'ultimo li classificherà tutti.
Non potremo mai dire che un uomo è cattivo senza pericolo di mentire. In caso che sia necessario parlare possiamo dire che ha commesso tale o tal'altra azione cattiva, che ha condotto una vita disordinata in tale periodo, che agisce male al presente; ma non è lecito da ieri tirare delle conclusioni per oggi, né da oggi per ieri, e ancor meno da oggi per domani.
Se è vero che bisogna essere molto attenti a non parlare mai male del prossimo, però bisogna anche guardarsi dall'estremo opposto, in cui cadono alcuni, i quali, per paura di fare della maldicenza, lodano e dicono bene del vizio.
Se ti imbatti in un maldicente senza pudore, per scusarlo, non dire che è una persona libera e franca; di una persona apertamente vanesia, non dire che è generosa e senza complessi; le libertà pericolose non chiamarle semplicità e ingenuità; non camuffare la disobbedienza con il nome di zelo, l'arroganza con il nome di franchezza, la sensualità con il nome di amicizia.
Cara Filotea, per fuggire il vizio della maldicenza, non devi favorire, accarezzare, e nutrire gli altri vizi; ma con semplicità e franchezza, devi dire male del male e biasimare le cose da biasimare; solo se agiamo in questo modo diamo gloria a Dio.
Fa però attenzione ed attienti a quello che ora ti dirò.
Si possono lodevolmente biasimare i vizi degli altri, anzi è necessario e richiesto, quando lo esige il bene di colui di cui si parla o di chi ascolta.
Facciamo degli esempi: supponi che in presenza di ragazze vengano raccontate delle licenziosità commesse da Tizio e da Caia: è una cosa senz'altro pericolosa; oppure supponi che si parli della dissolutezza verbale di un tale o di una tale, sempre esemplificando; o ancora di una condotta oscena: se io non biasimo chiaramente quel male, o, peggio, tento di scusarlo, quelle tenere anime che ascoltano, avranno la scusa per lasciarsi andare a qualche cosa di simile; il loro bene esige che, con molta franchezza, biasimi all'istante quelle sconcezze. Potrei riservarmi di farlo in un altro momento soltanto se sapessi di ricavarne sicuramente un miglior risultato togliendo allo stesso tempo importanza ai colpevoli.
P, necessaria anche un'altra cosa: per parlare del soggetto devo averne l'autorità, o perché sono uno di quelli più in evidenza nel gruppo; nel qual caso se non parlo, avrò l'aria di approvare il vizio: se invece nel gruppo non godo di molta considerazione, devo guardarmi bene dal fare censure.
Più di tutto Poi è necessario che io sia ponderato ed esatto nelle parole, per non dirne una sola di troppo: per esempio. se devo riprendere le eccessive libertà di quel giovanotto e di quella ragazza, perché chiaramente esagerate e pericolose, devo saper conservare la misura per non gonfiare la cosa nemmeno di un soffio.
Se c'è soltanto qualche sospetto, dirò soltanto quello; se si tratta di sola imprudenza, non dirò di più; se non c'è né imprudenza, né sospetto di male, ma soltanto materia perché qualche spirito malizioso faccia della maldicenza, non dirò niente del tutto o dirò soltanto quello che è,
Quando parlo del prossimo, la mia bocca nel servirsi della lingua è da paragonarsi al chirurgo che maneggia il bisturi in un intervento delicato tra nervi e tendini: il colpo che vibro deve essere esattissimo nel non esprimere né di più né di meno della verità.
Un'ultima cosa: pur riprendendo il vizio, devi fare attenzione a non coinvolgere la persona che lo porta. Ti concedo di parlare liberamente soltanto dei peccatori infami, pubblici e conosciuti da tutti, ma anche in questo caso lo devi fare con spirito di carità e di compassione, non con arroganza e presunzione; tanto meno per godere del male altrui. farlo per quest'ultimo motivo è prova di un cuore vile e spregevole.
Faccio eccezione per i nemici dichiarati di Dio e della Chiesa; quelli vanno screditati il più possibile: ad esempio, le sette eretiche e scismatiche con i loro capi. E’ carità gridare al lupo quando si nasconde tra le pecore, non importa dove.
Tutti si prendono la libertà di giudicate e censurare i governanti e parlar male di intere reazioni, lasciandosi guidare dalla simpatia: Filotea, non commettere quest'errore. Tu, oltre all’offesa a Dio, corri il rischio di scatenare mille rimostranze.
uando senti parlare male, se puoi farlo con fondatezza, metti in dubbio l'accusa; se non è possibile, dimostra compassione per il colpevole, cambia discorso, ricorda e richiama alla mente dei presenti che coloro i quali non sbagliano lo devono soltanto a Dio. Riporta in se stesso il maldicente con buone maniere; se sai qualche cosa di bene della persona attaccata, dilla.

mercoledì 22 maggio 2019

San Paolo Apostolo


PAPA FRANCESCO - Parole impazzite (5.12.2013)


PAPA FRANCESCO - Parole impazzite (5.12.2013)

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Giovedì, 5 dicembre 2013 

(da: L'Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIII, n. 280, Ven. 06/12/2013) 

Le «parole cristiane» svuotate della presenza di Cristo sono come parole impazzite, senza senso e ingannatrici che sfociano nell’orgoglio e nel «potere per il potere». È un invito a un «esame di coscienza» sulla coerenza tra il dire e il fare quello proposto da Papa Francesco nella messa celebrata giovedì mattina, 5 dicembre, nella cappella della Casa Santa Marta.
Prendendo spunto dalla liturgia odierna, il Pontefice ha ricordato che «molte volte il Signore ha parlato di questo atteggiamento», quello di conoscere la Parola senza però metterla in pratica. Come dice il Vangelo, Gesù «anche ai farisei rimproverava» di «conoscere tutto, ma di non farlo». E così «alla gente diceva: fate tutto quello che dicono, ma non quello che fanno, perché non fanno quello che dicono!». È la questione delle «parole staccate dalla pratica», parole che invece vanno vissute. Eppure «queste parole sono buone» ha avvertito il Papa, «sono belle parole». Ad esempio, «anche i Comandamenti e le beatitudini» rientrano fra queste «parole buone», così come anche «tante cose che Gesù ha detto. Noi possiamo ripeterle, ma se non ci portano alla vita non solo non servono, ma fanno male, ci ingannano, ci fanno credere che noi abbiamo una bella casa, ma senza fondamenta».
Nel passo evangelico di Matteo (7, 21.24-27), ha proseguito il Papa, il Signore dice che proprio colui «che ascolta la Parola e la mette in pratica sarà simile a quell’uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia». In fin dei conti si tratta, ha spiegato, di «un’equazione matematica: conosco la Parola — la metto in pratica — sono costruito sulla roccia». La questione essenziale però, ha precisato il Santo Padre, è «come la metto in pratica?». E ha sottolineato che proprio «qui sta il messaggio di Gesù: metterla in pratica come si costruisce una casa sulla roccia». E «questa figura della roccia si riferisce al Signore».
A questo proposito Papa Francesco ha richiamato il profeta Isaia che, nella prima lettura (26, 1-6), dice: «Confidate nel Signore sempre perché il Signore è una roccia eterna». Dunque, ha spiegato il Pontefice, «la roccia è Gesù Cristo, la roccia è il Signore. Una parola è forte, dà vita, può andare avanti, può tollerare tutti gli attacchi se questa parola ha le sue radici in Gesù Cristo». Invece «una parola cristiana che non ha le sue radici vitali, nella vita di una persona, in Gesù Cristo, è una parola cristiana senza Cristo. E le parole cristiane senza Cristo ingannano, fanno male».
Il Papa ha quindi ricordato lo scrittore inglese Gilbert Keith Chesterton (1874-1936) che «parlando sulle eresie» ha detto «che un’eresia è una verità, una parola, una verità che è diventata pazza». È un fatto, ha sottolineato il Pontefice, che «quando le parole cristiane sono senza Cristo incominciano ad andare sul cammino della pazzia». Isaia, ha proseguito, «è chiaro e ci indica qual è questa pazzia». Si legge infatti nel passo biblico: «Il Signore è una roccia eterna, perché egli ha abbattuto coloro che abitavano in alto, ha rovesciato la città eccelsa». Sì, «coloro che abitavano in alto. Una parola cristiana senza Cristo — ha aggiunto il Pontefice — ti porta alla vanità, alla sicurezza di te stesso, all’orgoglio, al potere per il potere. E il Signore abbatte queste persone».
Questa verità, ha spiegato, «è una costante nella storia della salvezza. Lo dice Anna, la mamma di Samuele; lo dice Maria nel Magnificat: il Signore abbatte la vanità, l’orgoglio di quelle persone che si credono di essere roccia». Sono «persone che vanno soltanto dietro una parola, senza Gesù Cristo». Fanno propria una parola che è cristiana «ma senza Gesù Cristo: senza il rapporto con Gesù Cristo; senza la preghiera con Gesù Cristo; senza il servizio a Gesù Cristo; senza l’amore a Gesù Cristo».
Per Papa Francesco «quello che il Signore oggi ci dice» è un invito a «costruire la nostra vita su questa roccia. E la roccia è Lui. Lo dice esplicitamente Paolo — ha precisato — quando si riferisce a quel momento nel quale Mosè colpì la roccia col bastone. E dice: la roccia era Cristo. Cristo è la roccia». Questa meditazione comporta, ha suggerito il Pontefice, «un esame di coscienza» che «ci farà bene». Un «esame di coscienza» che si può fare rispondendo a una serie di domande essenziali. Il Papa stesso le ha esplicitate: «Ma come sono le nostre parole? Sono parole sufficienti in se stesse? Sono parole che credono di essere potenti? Sono parole che anche credono di darci la salvezza? Sono parole con Gesù Cristo? Sempre è Gesù Cristo quando noi diciamo una parola cristiana?». Il Pontefice ha voluto nuovamente precisare di riferirsi espressamente «alle parole cristiane. Perché quando non c’è Gesù Cristo — ha detto — anche questo ci divide fra noi e fa la divisione nella Chiesa».
Papa Francesco ha concluso l’omelia chiedendo «al Signore la grazia di aiutarci in questa umiltà che dobbiamo avere: sempre dire parole cristiane in Gesù Cristo, non senza Gesù Cristo». E ha chiesto al Signore di aiutarci anche «in questa umiltà di essere discepoli, salvati, di andare avanti non con parole che, per crederci potenti, finiscono nella pazzia della vanità e nella pazzia dell’orgoglio». Che «il Signore — ha concluso — ci dia questa grazia dell’umiltà di dire parole con Gesù Cristo. Fondate su Gesù Cristo».

lunedì 20 maggio 2019

il Magnificat

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LA LEZIONE DI MARIA · 30 AGOSTO 2017


LA LEZIONE DI MARIA · 30 AGOSTO 2017

Si svolge dal 26 al 31 agosto l’annuale pellegrinaggio della diocesi di Roma a Lourdes. Vi partecipano oltre cinquecento fedeli, in maggioranza famiglie, provenienti anche da parrocchie delle diocesi suburbicarie. Alcuni pellegrini prima di raggiungere il santuario francese hanno fatto sosta a Barcellona dove hanno pregato per le vittime del recente attentato sulle Ramblas.
Mercoledì mattina i fedeli hanno partecipato alla Messa internazionale nella basilica sotterranea dedicata a San Pio X. La celebrazione è stata presieduta dal vicario generale della diocesi che ha tenuto l’omelia che pubblichiamo integralmente.
Per amare Gesù con il cuore di Maria sua madre dobbiamo prima di tutto sapere perché Dio ha amato Maria, perché ha posato lo sguardo su di lei. Ella stessa ce lo dice: «ha guardato l’umiltà della sua serva». L’umiltà è la più grande caratteristica di Maria. Perfino Lutero lo aveva capito e sottolineato. Nel testo biblico il termine greco dice piccolezza, bassezza. Un primo significato è sicuramente sociologico: Maria non era una vip, ma una donna galilea che tirava avanti cercando di farsi una vita dignitosa nella fedeltà alla legge. Anche il suo nome era ordinario (era diffusissimo allora). Tra l’altro non era un nome eroico: Giuseppe aveva il nome del grande patriarca figlio di Giacobbe, Gesù è contrazione di Giosuè il grande condottiero di Israele. E Maria? Niente glorie del passato. Anzi, la Maria più famosa era la sorella di Mosè che non era proprio una santa: una chiacchierona che calunniava il fratello!
Maria non era speciale, però era unica. Noi dobbiamo fare questa scoperta, una vera conversione: smettiamo di fare gli speciali, e scopriamoci unici davanti a Dio. L’umiltà di cui parla il Magnificat va anche riferita alla beatitudine della povertà: beati i poveri in spirito perché di essi è il Regno! Chi erano questi poveri al tempo di Gesù? Coloro che non potevano avanzare diritti ma vivevano per la bontà del datore di lavoro. Poveri erano i contadini a giornata, braccianti precari a vita. I poveri in spirito sono coloro che decidono di farsi precari davanti a Dio, cioè di dipendere ogni giorno da Lui senza avanzare pretese. I poveri del vangelo sono quelli che implorano «dacci oggi il nostro pane quotidiano».
Maria è umile dunque non solo perché non è speciale ma anche e soprattutto perché ha scelto lei di dipendere dal padre e di non avanzare pretese verso il figlio. Per questo motivo il cielo l’ha amata: ella era spiritualmente una precaria senza rivendicazioni!
Sant’Agostino scriveva che per fare il cristiano sul serio ci vogliono tre virtù: «primo, l’umiltà, secondo, l’umiltà, terzo l’umiltà». Sempre l’umiltà, o se volete, tre ambiti di umiltà. Quali? Verso l’io, il prossimo, la storia (abbiamo già visto l’umiltà di Maria verso l’Altissimo).
rima di tutto l’umiltà verso se stessi: non siamo supereroi e non possiamo violentare la vita costringendoci di essere all’altezza di risolvere tutti i problemi; mancanza di umiltà verso se stessi è anche intristirsi sognando stili di vita che non possiamo permetterci. Dire quello che siamo — e non quello che pretendiamo di essere — è umiltà. Siamo delle creature: confessiamolo. Siamo giustamente abituati a confessare i peccati. Ma impariamo anche a dire «sono solo una creatura».
Poi c’è l’umiltà verso il prossimo che è tanto grande: significa smettere di manipolare gli altri. Se io sono creatura anche l’altro ha il diritto di esserlo! Gli altri non esistono per diventare come li vogliamo noi. Il grande comandamento «ama il tuo prossimo come te stesso» va proprio in questa direzione. Il suo significato letterale è infatti «riconosci agli altri gli stessi diritti che hai tu». Gli altri hanno diritto di sbagliare, di arrabbiarsi, di ammalarsi...
Infine l’umiltà verso la storia. La storia non è il palcoscenico del mio personale eroismo, ma della santità di Dio. Essa contiene il racconto della sua fedeltà nei nostri confronti. Spesso invece la maltrattiamo con il vittimismo (la vita non mi ha dato questo e questo...) o la lamentela (dovevo fare strada io, e non questo, quest’altro buono a nulla): Maria né si lamenta né è vittima. Sta dritta in piedi sotto la croce.
L’umiltà che piace a Dio, che lo fa innamorare della creatura, è associata nel Magnificat ad un altro termine: «serva». Ha guardato l’umiltà della sua serva. Maria si attribuisce questo titolo «serva». Eccomi sono la serva del Signore. Nella Bibbia questo termine — riferito agli amici di Dio — non ha un significato dispregiativo: pensate al servo di Isaia che è eletto da Dio. Oppure ad un amministratore delegato di una grande casa (shalià in ebraico): anch’egli nella Bibbia è detto servo. Attualizzando, il servo è allora «la persona di fiducia» non un burattino senza testa. Maria è serva in questo senso: è la donna di fiducia di Dio. Dio si fida di Maria proprio perché è umile. L’arroganza non ispira fiducia, l’umiltà di chi vive nella verità sì!
Questa alleanza tra umiltà e affidabilità la troviamo nell’ultimo episodio del Vangelo di Giovanni: il Risorto chiede a Pietro: «mi ami tu più di costoro?» e Pietro risponde con umile verità: «Lo sai tu Signore come e quanto ti amo, tu conosci il mio tradimento e il mio amore». Questo realistico sentire di sé fa sì che Cristo scelga Pietro come l’uomo di fiducia: «Pasci le mie pecorelle». Pensate nella nostra cultura come sono diverse le cose: per noi un leader forte è uno che sa il fatto suo, che non sbaglia mai, che mostra i muscoli. Nella Chiesa il vero cristiano affidabile è chi si confessa peccatore, chi non finge, chi parla senza problemi della sua pochezza. «Quando sono debole, allora sono forte» scrive Paolo ai Corinzi. Per servire il Signore ed essere suoi affidabili amici specializziamoci in umiltà. Essa è la più grande competenza per lavorare nel Regno.

di Angelo De Donatis

venerdì 17 maggio 2019

"amatevi gli uni gli altri"


QUINTA DOMENICA DI PASQUA


QUINTA DOMENICA DI PASQUA

 At 14, 21b-27: Sal 144; Ap 21,1-5a; Gv 13, 31-33a.34-35

 In queste domeniche del tempo di Pasqua la contemplazione del mistero del Figlio di Dio crocefisso e risorto, il mistero di Gesù, Figlio dell’uomo che racconta nella sua carne il volto autentico di Dio, si dispiega con ampie volute in tutta la sua bellezza e in tutti i sui frutti.
            I testi della Santa Scrittura che oggi vengono proclamati in tutta la Chiesa ci fanno soffermare su un dono, anzi sul dono pasquale più autentico: il comandamento nuovo. Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amati, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Non è questa una legge ma un dono, un dono radicato però in un altro dono, nel dono di Gesù che consegna la sua vita in un amore fino all’estremo (cfr Gv 13,1). E’ un dono che ha radici profonde nel dono del Padre al mondo, un mondo tanto amato da Lui, un mondo per cui ha dato (lo stesso verbo che Gesù usa per dire che ci dà un comandamento nuovo) il suo Figlio Unigenito (cfr Gv 3, 16). Un dono che è un concreto consegnare la propria vita per amore…
            E’ necesario, infatti, notare che il comandamento nuovo è dato da Gesù solo dopo che Giuda fu uscito e lui non lo ha fermato; quell’amore, dunque, che Gesù dona ai suoi nel comandamento nuovo è ormai già reale e attuale in lui: Giuda sta precipitando nella notte del mondo in cui trascinerà anche Gesù che liberamente si lascerà afferrare dalle tenebre per raggiungere nell’amore ogni uomo che è nelle tenebre.
            Il comandamento è detto nuovo nel senso di definitivo, di ultimo; sì, è l’estremo dono di cui saranno capaci i discepoli per l’invio dello Spirito che Gesù promette (la prossima domenica ascolteremo questa promessa di Gesù nel quarto Evangelo). Lo Spirito ricorderà loro Gesù ed il suo donarsi, ricorderà loro che il volto di Dio è visibile solo nell’amore estremo di Gesù e comprenderanno che è quella l’unica via per narrare Dio al mondo.
            L’amore estremo di Gesù è un amore fedele che ama anche quell’amico che sta precipitando nella notte ed anche per lui si offre, quell’amore fedele non si spaventa dell’infedeltà e del tradimento, non si spaventa delle impressionanati debolezze degli uomini, ma tutti avvolge e tutti attira a sé (cfr Gv 12, 32). Questo amore è gloria  di Dio, è cioè narrazione, epifanìa del peso (questo il significato originario della parola ebraica) che Dio ha per Gesù e di contro del peso che Gesù ha per Dio… Per il IV Evangelo il mistero della Pasqua è mistero di gloria in quanto la croce è la via con cui il Figlio dice Padre! nell’amore offrendosi e la resurrezione è la via con cui il Padre dice Figlio! risuscitandolo.
            In questo movimento di amore e di gloria Gesù vuole che entriamo anche noi! Il comandamento nuovo è il dono che è porta a questo mistero tenerissimo della gloria. Solo amandosi i suoi discepoli saranno riconoscibili perché a lui somigliantissimi. Non saranno gli atteggiamenti pii o religiosi a dare identità ai discepoli di Gesù ma solo quell’amore che li fa simili al Signore e Maestro. E’ inutile cercare altrove l’identità cristiana, questa è possibile solo a chi accetta il dono dell’amore e vive nel comandamento nuovo.
            O la Chiesa di Cristo è questo o si smarrisce in mille e mille rivoli stravolti e stravolgenti che nulla hanno più di Cristo e che non hanno luce e sapore di definitivo ma avranno sempre il tanfo di morte del caduco e del transitorio. Quando i cristiani smarriscono il comandamento nuovo ammantano il transitorio di eterno e divengono idolatri delle opere delle loro mani e questo è tremendo. La parola di Gesù che questa domenica risuona in tutta la Chiesa è carezza sul cuore mostrandoci la semplicità estrema della via di Gesù! Via umanissima e perciò divina! Ecco l’uomo! dirà Pilato dinanzi al volto di Gesù sfigurato per amore; Ecco l’uomo dovrebbe poter dire il mondo con stupore e speranza dinanzi al volto d’amore dei discepoli di Gesù. Vorrei dire: innanzi al volto d’amore della Comunità dei discepoli di Gesù! Infatti – si badi bene – il comandamento nuovo riguarda l’amore all’interno della comunità dei discepoli; l’ultimo compito (mandatum novum!) è l’amore che i discepoli devono avere l’un l’altro! Solo se si amano tra loro i discepoli di Gesù potranno rendere conoscibile l’amore ai “tutti”! Il mandatum novum non riguarda l’amore universale ma l’amore intra-ecclesiale! Se ci si ama “dentro” la Chiesa e non in un modo generico ma “come” ha amato Gesù, cioè “dando la vita”, tutti gli uomini potranno sapere che c’è un modo nuovo di essere uomini, di vivere le relazioni, d concepire la storia e il senso della propria vita! L’identità cristiana – ripetiamolo con forza – non è data da nulla che non sia questo amore scambievole che racconta Dio! Solo così il mondo conoscerà il vero volto di Dio: attraverso una comunità di uomini e donne che si amano a costo di perdere la vita, che si amano nello stie paradossale e radicale di Gesù! Può amare il mondo e servirlo solo chi ha fatto l’esperienza di essere amato fino all’estremo, solo chi a partire da questo ha imparato ad amare i fratelli che hanno condiviso assieme questo essere amati dal Cristo … l’amore intra-ecclesiale è annunzio e scuola d’amore nello stile “folle” di Gesù!
            Così, solo così, si cammina nella storia verso quel nuovo cielo e nuova terra che, con infinita nostalgia d’eterno, canta Giovanni nel passo dell’Apocalisse che è proclamato oggi.
            Così, solo così, l’umanità si potrà presentare come sposa adorna e pronta  per il suo sposo.
            Così, solo così, solo nell’agàpe del comandamento nuovo la Chiesa sarà dimora del Dio-con-noi!
            Solo questa è la via per condurre umilmente la storia a quel giorno benedetto e nuovo (definitivo perché giorno senza tramonto) in cui il Signore tergerà ogni lacrima e ne abbatterà per sempre le atroci cause: la morte, il lutto, il lamento ed il dolore! Giorno benedetto in cui si abbracceranno l’infinita grazia di Dio e l’umile amore che la Chiesa ha saputo vivere a partire dal dono del Crocefisso Risorto.
           L’agàpe fa nuove tutte le cose!
            Gesù in questa via ha creduto, l’ha vissuta e l’ha cantata! Gesù l’ha sognata anche per noi: Vi do un comandamento nuovo, che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amati così amatevi anche voi gli uni gli altri.
Semplice!  Tremendamente semplice! Tanto semplice da far tremare!


P.Fabrizio Cristarella Orestano 

mercoledì 15 maggio 2019

la lotta di Giacobbe con l'angelo


PAPA FRANCESCO - Il mistero non cerca pubblicità - 20 dicembre 2013


PAPA FRANCESCO - Il mistero non cerca pubblicità -  20 dicembre 2013 

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Venerdì, 20 dicembre 2013 

(da: L'Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIII, n. 293, Sab. 21/12/2013) 

Il mistero del rapporto tra Dio e l’uomo non cerca la pubblicità, perché non lo renderebbe veritiero. Richiede piuttosto lo stile del silenzio. Sta poi a ciascuno di noi scoprire, proprio nel silenzio, le caratteristiche del mistero di Dio nella vita personale. A pochi giorni dal Natale, Papa Francesco ha proposto una forte riflessione sul valore del silenzio. E ha invitato ad amarlo e a cercarlo così come ha fatto Maria, la cui testimonianza ha rievocato nella messa celebrata stamani, venerdì 20 dicembre, nella cappella della Casa Santa Marta.
Una riflessione fondata sul passo del Vangelo di Luca proposto dalla liturgia odierna (1, 26-38), iniziando da «quella frase» che «ci dice tanto» rivolta dall’angelo alla Madonna: «La potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Lo Spirito Santo scenderà su di te» e che richiama anche il passo del Libro di Isaia (7, 10-14), proclamato come prima lettura nella celebrazione.
«È l’ombra di Dio — ha spiegato il Pontefice — che nella storia della salvezza sempre custodisce il mistero». È «l’ombra di Dio che accompagnò il popolo nel deserto». Tutta la storia della salvezza mostra che «il Signore ha sempre avuto cura del mistero. E ha coperto il mistero. Non ha fatto pubblicità del mistero». Infatti «il mistero che fa pubblicità di sé non è cristiano, non è mistero di Dio. È una finta di mistero». Proprio il passo evangelico odierno lo conferma, ha proseguito il Papa; infatti quando la Madonna riceve dall’angelo l’annuncio del Figlio «il mistero della sua maternità personale» rimane nascosto.
E questa è una verità che riguarda anche tutti noi. «Quest’ombra di Dio in noi, nella nostra vita» ha affermato il Pontefice, ci aiuta a «scoprire il nostro mistero: il nostro mistero dell’incontro col Signore, il nostro mistero del cammino della vita col Signore». Infatti «ognuno di noi — ha spiegato il Papa — sa come misteriosamente opera il Signore nel suo cuore, nella sua anima. E qual è la nube, la potenza, com’è lo stile dello Spirito Santo per coprire il nostro mistero. Questa nube in noi, nella nostra vita, si chiama silenzio. Il silenzio è proprio la nube che copre il mistero del nostro rapporto col Signore, della nostra santità e dei nostri peccati».
È un «mistero» che, ha proseguito, «non possiamo spiegare. Ma quando non c’è silenzio nella nostra vita il mistero si perde, va via». Ecco, allora, l’importanza di «custodire il mistero con il silenzio: quella è la nube, quella è la potenza di Dio per noi, quella è la forza dello Spirito Santo».
Papa Francesco ha quindi riproposto ancora, la testimonianza della Madonna che ha vissuto fino in fondo «questo silenzio» in tutta la sua vita. «Penso — ha detto il Pontefice — quante volte ha taciuto, quante volte non ha detto quello che sentiva per custodire il mistero del rapporto con suo Figlio». E ha ricordato che «Paolo VI nel 1964 a Nazareth ci diceva a tutti che abbiamo la necessità di rinnovare e rinforzare, di irrobustire il silenzio», proprio perché «il silenzio custodisce il mistero». Il Papa ha poi dato voce «al silenzio della Madonna ai piedi della croce», a ciò che passava per la sua mente come — ha ricordato — aveva fatto anche Giovanni Paolo II.
In realtà, ha precisato, il Vangelo non riporta alcuna parola della Madonna: Maria «era silenziosa, ma dentro il suo cuore quante cose diceva al Signore» in quel momento cruciale della storia. Probabilmente Maria avrà ripensato alle parole dell’angelo che «abbiamo letto» nel Vangelo riguardo a suo Figlio: «Quel giorno m’hai detto che sarà grande! Tu mi ha detto che gli darai il trono di Davide suo padre e che regnerà per sempre! Ma adesso lo vedo lì», sulla croce. Maria «con il silenzio ha coperto il mistero che non capiva. E con il silenzio ha lasciato che il mistero potesse crescere e fiorire» portando a tutti una grande «speranza».
«Lo Spirito Santo scenderà su di te, la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra»: le parole dell’angelo a Maria, ha detto ancora il Pontefice, ci assicurano che «il Signore copre il suo mistero». Perché «il mistero del nostro rapporto con Dio, del nostro cammino, della nostra salvezza non può essere messo all’aria, pubblicizzato. Il silenzio lo custodisce». Papa Francesco ha concluso la sua omelia con la preghiera che «il Signore ci dia a tutti la grazia di amare il silenzio, cercarlo, di avere un cuore custodito dalla nube del silenzio. E così il mistero che cresce in noi darà tanti frutti».

lunedì 13 maggio 2019

la bellezza del volto di Cristo


LA CORRISPONDENZA DEL CUORE NELL’INCONTRO CON LA BELLEZZA DEL CARDINALE JOSEPH RATZINGER


LA CORRISPONDENZA DEL CUORE NELL’INCONTRO CON LA BELLEZZA DEL CARDINALE JOSEPH RATZINGER

(archivio: settembre 2002)

Ogni anno, nella liturgia delle ore del tempo di Quaresima, torna a colpirmi un paradosso che si trova nei vespri del lunedì della seconda settimana del Salterio. Qui, l’una accanto all’altra, ci sono due antifone, una per il tempo di Quaresima, l’altra per la settimana santa. Entrambe introducono il salmo 44, ma ne anticipano una chiave interpretativa del tutto contrapposta. È il salmo che descrive le nozze del re, la sua bellezza, le sue virtù, la sua missione, e poi si trasforma in un’esaltazione della sposa. Nel tempo di Quaresima il salmo ha per cornice la stessa antifona che viene utilizzata per tutto il restante periodo dell’anno. È il terzo verso del salmo che recita: «Tu sei il più bello tra i figli dell’uomo, sulle tue labbra è diffusa la grazia». 
È chiaro che la Chiesa legge questo salmo come rappresentazione poetico-profetica del rapporto sponsale di Cristo con la Chiesa. Riconosce Cristo come il più bello tra gli uomini; la grazia diffusa sulle sue labbra indica la bellezza interiore della Sua parola, la gloria del Suo annuncio. Così, non è semplicemente la bellezza esteriore dell’apparizione del Redentore ad essere glorificata: in Lui appare piuttosto la bellezza della Verità, la bellezza di Dio stesso che ci attira a sé e allo stesso tempo ci procura la ferita dell’Amore, la santa passione (eros) che ci fa andare incontro, insieme alla e nella Chiesa Sposa, all’Amore che ci chiama. Ma il lunedì della settimana santa la Chiesa cambia l’antifona e ci invita a leggere il salmo alla luce di Is 53,2: «Non ha bellezza né apparenza; l’abbiamo veduto: un volto sfigurato dal dolore». Come si concilia ciò? Il «più bello tra gli uomini» è misero d’aspetto tanto che non lo si vuol guardare. Pilato lo presenta alla folla dicendo «Ecce homo» onde suscitare pietà per l’Uomo sconvolto e percosso al quale non è rimasta alcuna bellezza esteriore. Agostino, che nella sua giovinezza scrisse un libro sul bello e sul conveniente e che apprezzava la bellezza nelle parole, nella musica, nelle arti figurative, percepì assai fortemente questo paradosso e si rese conto che in questo passo la grande filosofia greca del bello non veniva semplicemente rigettata, ma piuttosto messa drammaticamente in discussione: che cosa sia bello, che cosa la bellezza significhi avrebbe dovuto essere nuovamente discusso e sperimentato. 
Riferendosi al paradosso contenuto in questi testi egli parlava di «due trombe» che suonano in contrapposizione e pur tuttavia ricevono i loro suoni dal medesimo soffio, dallo stesso Spirito. Egli sapeva che il paradosso è una contrapposizione, ma non una contraddizione. Entrambe le citazioni provengono dallo stesso Spirito che ispira tutta la Scrittura, il quale però suona in essa con note differenti e, proprio in questo modo, ci pone di fronte alla totalità della vera Bellezza, della Verità stessa. Dal testo di Isaia scaturisce innanzitutto la questione, di cui si sono occupati i Padri della Chiesa, se Cristo fosse dunque bello oppure no. Qui si cela la questione più radicale se la bellezza sia vera, oppure se non sia piuttosto la bruttezza a condurci alla profonda verità del reale. Chi crede in Dio, nel Dio che si è manifestato proprio nelle sembianze alterate di Cristo crocifisso come amore «sino alla fine» (Gv 13,1) sa che la bellezza è verità e che la verità è bellezza, ma nel Cristo sofferente egli apprende anche che la bellezza della verità comprende offesa, dolore e, sì, anche l’oscuro mistero della morte, e che essa può essere trovata solo nell’accettazione del dolore, e non nell’ignorarlo.
Una prima consapevolezza del fatto che la bellezza abbia a che fare anche con il dolore è senz’altro presente anche nel mondo greco. Pensiamo, per esempio, al Fedro di Platone. Platone considera l’incontro con la bellezza come quella scossa emotiva salutare che fa uscire l’uomo da se stesso, lo «entusiasma» attirandolo verso altro da sé. L’uomo, così dice Platone, ha perso la per lui concepita perfezione dell’Origine. Ora egli è perennemente alla ricerca della forma primigenia risanatrice. Ricordo e nostalgia lo inducono alla ricerca, e la bellezza lo strappa fuori dall’accomodamento del quotidiano. Lo fa soffrire. Noi potremmo dire, in senso platonico, che lo strale della nostalgia colpisce l’uomo, lo ferisce e proprio in tal modo gli mette le ali, lo innalza verso l’alto. Nel discorso di Aristofane del Simposio si afferma che gli amanti non sanno ciò che veramente vogliono l’uno dall’altro. È al contrario evidente che le anime di entrambi sono assetate di qualcos’altro che non sia il piacere amoroso. Questo “altro” però l’anima non riesce a esprimerlo, «ha solamente una vaga percezione di ciò che veramente essa vuole e ne parla a se stessa come un enigma». Nel XIV secolo, nel libro sulla vita di Cristo del teologo bizantino Nicolas Kabasilas si ritrova questa esperienza di Platone, nella quale l’oggetto ultimo della nostalgia continua a rimanere senza nome, trasformato dalla nuova esperienza cristiana.
Kabasilas afferma: «Uomini che hanno in sé un desiderio così possente che supera la loro natura, ed essi bramano e desiderano più di quanto all’uomo sia consono aspirare, questi uomini sono stati colpiti dallo Sposo stesso; Egli stesso ha inviato ai loro occhi un raggio ardente della sua bellezza. L’ampiezza della ferita rivela già quale sia lo strale e l’intensità del desiderio lascia intuire Chi sia colui che ha scoccato il dardo».
La bellezza ferisce, ma proprio così essa richiama l’uomo al suo Destino ultimo. Ciò che afferma Platone e, più di 1500 anni dopo, Kabasilas non ha nulla a che fare con l’estetismo superficiale e con l’irrazionalismo, con la fuga dalla chiarezza e dall’importanza della ragione. Bellezza è conoscenza, certamente, una forma superiore di conoscenza poiché colpisce l’uomo con tutta la grandezza della verità. In ciò Kabasilas è rimasto interamente greco, in quanto egli pone la conoscenza all’inizio. «Origine dell’amore è la conoscenza», egli afferma, «la conoscenza genera l’amore». «Occasionalmente» così prosegue «la conoscenza potrebbe essere talmente forte da sortire allo stesso tempo l’effetto di un filtro d’amore». Egli non lascia questa affermazione in termini generali. Com’è caratteristico del suo pensiero rigoroso, egli distingue due tipi di conoscenza: la conoscenza attraverso l’istruzione che rimane conoscenza, per così dire, «di seconda mano» e non implica alcun contatto diretto con la realtà stessa. Il secondo tipo, al contrario, è conoscenza attraverso la propria esperienza, attraverso il rapporto con le cose. «Quindi, fintanto che noi non abbiamo fatto esperienza di un essere concreto, non amiamo l’oggetto così come esso dovrebbe essere amato». 
La vera conoscenza è essere colpiti dal dardo della Bellezza che ferisce l’uomo, essere toccati dalla realtà, «dalla personale Presenza di Cristo stesso» come egli dice. L’essere colpiti e conquistati attraverso la bellezza di Cristo è conoscenza più reale e più profonda della mera deduzione razionale. Non dobbiamo certo sottovalutare il significato della riflessione teologica, del pensiero teologico esatto e rigoroso: esso rimane assolutamente necessario. Ma da qui, disdegnare o respingere il colpo provocato dalla corrispondenza del cuore nell’incontro con la Bellezza come vera forma della conoscenza, ci impoverisce e inaridisce la fede, così come la teologia. Noi dobbiamo ritrovare questa forma di conoscenza, è un’esigenza pressante del nostro tempo.
La vera conoscenza è essere colpiti dal dardo della Bellezza che ferisce l’uomo, essere toccati dalla realtà, «dalla personale Presenza di Cristo stesso» come dice Nicolas Kabasilas. L’essere colpiti e conquistati attraverso la bellezza di Cristo è conoscenza più reale e più profonda della mera deduzione razionale. Non dobbiamo certo sottovalutare il significato della riflessione teologica, del pensiero teologico esatto e rigoroso: esso rimane assolutamente necessario. Ma da qui, disdegnare o respingere il colpo provocato dalla corrispondenza del cuore nell’incontro con la Bellezza come vera forma della conoscenza, ci impoverisce e inaridisce la fede, così come la teologia. Noi dobbiamo ritrovare questa forma di conoscenza, è un’esigenza pressante del nostro tempo
A partire da questa concezione Hans Urs von Balthasar ha edificato il suo opus magnum dell’estetica teologica, della quale molti dettagli sono stati recepiti nel lavoro teologico, mentre la sua impostazione di fondo, che costituisce veramente l’elemento essenziale del tutto, non è stata affatto accolta. Questo non è, beninteso, semplicemente solo, o meglio, non è principalmente un problema della teologia, ma anche della pastorale che deve nuovamente favorire l’incontro dell’uomo con la bellezza della fede. Gli argomenti cadono così spesso nel vuoto perché nel nostro mondo troppe argomentazioni contrapposte concorrono le une con le altre, tanto che all’uomo viene spontaneo il pensiero, che i teologi medievali avevano così formulato: la ragione «ha un naso di cera», ossia la si può indirizzare, se solo si è abbastanza abili, nelle più svariate direzioni. Tutto è così assennato, così convincente, di chi dobbiamo fidarci? L’incontro con la bellezza può diventare il colpo del dardo che ferisce l’anima ed in questo modo le apre gli occhi, tanto che ora l’anima, a partire dall’esperienza, ha dei criteri di giudizio ed è anche in grado di valutare correttamente gli argomenti. Resta per me un’esperienza indimenticabile il concerto di Bach diretto da Leonard Bernstein a Monaco di Baviera dopo la precoce scomparsa di Karl Richter. Ero seduto accanto al vescovo evangelico Hanselmann. Quando l’ultima nota di una delle grandi Thomas-Kantor-Kantaten si spense trionfalmente, volgemmo lo sguardo spontaneamente l’uno all’altro e altrettanto spontaneamente ci dicemmo: «Chi ha ascoltato questo, sa che la fede è vera». In quella musica era percepibile una forza talmente straordinaria di Realtà presente da rendersi conto, non più attraverso deduzioni, bensì attraverso l’urto del cuore, che ciò non poteva avere origine dal nulla, ma poteva nascere solo grazie alla forza della Verità che si attualizza nell’ispirazione del compositore. E la stessa cosa non è forse evidente quando ci lasciamo commuovere dall’Icona della Trinità di Rublëv? Nell’arte delle icone, come pure nelle grandi opere pittoriche occidentali del romanico e del gotico, l’esperienza descritta da Kabasilas, partendo dall’interiorità, si è resa visibile e partecipabile. Pavel Evdokimov ha indicato in maniera così pregnante quale percorso interiore l’icona presupponga. L’icona non è semplicemente la riproduzione di quanto è percepibile con i sensi, ma piuttosto presuppone, come egli afferma, un «digiuno della vista». La percezione interiore deve liberarsi dalla mera impressione dei sensi ed in preghiera ed ascesi acquisire una nuova, più profonda capacità di vedere, compiere il passaggio da ciò che è meramente esteriore verso la profondità della realtà, in modo che l’artista veda ciò che i sensi in quanto tali non vedono e ciò che tuttavia nel sensibile appare: lo splendore della gloria di Dio, la «gloria di Dio sul volto di Cristo» (2Cor 4,6). Ammirare le icone, e in generale i grandi quadri dell’arte cristiana, ci conduce per una via interiore, una via del superamento di sé e quindi, in questa purificazione dello sguardo, che è una purificazione del cuore, ci rivela la Bellezza, o almeno un raggio di essa. 
Proprio così essa ci pone in rapporto con la forza della verità. Io ho spesso già affermato essere mia convinzione che la vera apologia della fede cristiana, la dimostrazione più convincente della sua verità, contro ogni negazione, sono da un lato i santi, dall’altro la bellezza che la fede ha generato. Affinché oggi la fede possa crescere dobbiamo condurre noi stessi e gli uomini in cui ci imbattiamo a incontrare i santi, a entrare in contatto con il Bello.
Ora però dobbiamo rispondere ancora ad un’obiezione. Abbiamo già respinto l’affermazione secondo cui quanto finora sostenuto sarebbe una fuga nell’irrazionale, nel mero estetismo. È vero piuttosto l’opposto: proprio così la ragione viene liberata dal suo torpore e resa capace di azione. Maggior peso ha oggi un’altra obiezione: il messaggio della bellezza viene messo completamente in dubbio attraverso il potere della menzogna, della seduzione, della violenza, del male. Può la bellezza essere autentica, oppure, alla fine, non è che un’illusione? La realtà non è forse in fondo malvagia? La paura che, alla fine, non sia lo strale del bello a condurci alla verità, ma che la menzogna, ciò che è brutto e volgare costituiscano la vera “realtà” ha angosciato gli uomini in ogni tempo. Nel presente ha trovato espressione nell’affermazione secondo cui dopo Auschwitz non si sarebbe più potuto fare poesia, dopo Auschwitz non si sarebbe più potuto parlare di un Dio buono. Ci si domanda: dov’era finito Dio quando funzionavano i forni crematori? Ora questa obiezione, per la quale esistevano motivi sufficienti ancora prima di Auschwitz, in tutte le atrocità della storia, indica in ogni caso che un concetto puramente armonioso di bellezza non è sufficiente. Non regge il confronto con la gravità della messa in discussione di Dio, della verità, della bellezza. Apollo, che per il Socrate di Platone era «il Dio» e il garante della imperturbata bellezza come «il veramente divino», non basta assolutamente più. In questo modo ritorniamo alle «due trombe» della Bibbia dalle quali eravamo partiti, al paradosso per cui di Cristo si può dire sia «Tu sei il più bello tra i figli dell’uomo», sia «Non ha apparenza né bellezza… il suo volto è sfigurato dal dolore». Nella passione di Cristo l’estetica greca, così degna di ammirazione per il suo presentito contatto con il divino, che pure le resta indicibile, non viene rimossa, bensì superata. L’esperienza del bello ha ricevuto una nuova profondità, un nuovo realismo. Colui che è la Bellezza stessa si è lasciato colpire in volto, sputare addosso, incoronare di spine – la Sacra Sindone di Torino può farci immaginare tutto questo in maniera toccante. Ma proprio in questo Volto così sfigurato appare l’autentica, estrema bellezza: la bellezza dell’amore che arriva «sino alla fine» e che, appunto in questo, si rivela più forte della menzogna e della violenza. Chi ha percepito questa bellezza sa che proprio la verità, e non la menzogna, è l’ultima istanza del mondo. Non la menzogna è «vera», bensì proprio la Verità. È per così dire un nuovo trucco della menzogna presentarsi come «verità» e dirci: al di là di me non c’è in fondo nulla, smettete di cercare la verità o addirittura di amarla; così facendo siete sulla strada sbagliata. L’icona di Cristo crocifisso ci libera da questo inganno oggi dilagante. 
Tuttavia essa pone come condizione che noi ci lasciamo ferire insieme a Lui e crediamo all’Amore, che può rischiare di deporre la bellezza esteriore per annunciare, proprio in questo modo, la verità della Bellezza. 
La menzogna conosce comunque anche un altro stratagemma: la bellezza mendace, falsa, una bellezza abbagliante che non fa uscire gli uomini da sé per aprirli nell’estasi dell’innalzarsi verso l’alto, bensì li imprigiona totalmente in se stessi. È quella bellezza che non risveglia la nostalgia per l’Indicibile, la disponibilità all’offerta, all’abbandono di sé, ma ridesta la brama, la volontà di potere, di possesso, di piacere. È quel tipo di esperienza della bellezza di cui la Genesi parla nel racconto del peccato originale: Eva vide che il frutto dell’albero era «bello» da mangiare ed era «piacevole all’occhio». La bellezza, così come ne fa esperienza, risveglia in lei la voglia del possesso, la fa ripiegare per così dire su se stessa. Chi non riconoscerebbe, ad esempio nella pubblicità, quelle immagini che con estrema abilità sono fatte per tentare irresistibilmente l’uomo ad appropriarsi di ogni cosa, a cercare il soddisfacimento del momento anziché l’aprirsi ad altro da sé? Così l’arte cristiana si trova oggi (e forse già da sempre) tra due fuochi: deve opporsi al culto del brutto il quale ci dice che ogni altra cosa, ogni bellezza è inganno e solo la rappresentazione di quanto è crudele, basso, volgare, sarebbe la verità e la vera illuminazione della conoscenza. E deve contrastare la bellezza mendace che rende l’uomo più piccolo, anziché renderlo grande e che, proprio per questo, è menzogna.
Chi non conosce la frase tante volte citata di Dostoevskij: «La Bellezza ci salverà»? Ci si dimentica però nella maggior parte dei casi di ricordare che Dostoevskij intende qui la bellezza redentrice di Cristo. Dobbiamo imparare a vederLo. Se noi Lo conosciamo non più solo a parole ma veniamo colpiti dallo strale della sua paradossale bellezza, allora facciamo veramente la Sua conoscenza e sappiamo di Lui non solo per averne sentito parlare da altri. Allora abbiamo incontrato la bellezza della Verità, della Verità redentrice. Nulla ci può portare di più a contatto con la bellezza di Cristo stesso che il mondo del bello creato dalla fede e la luce che risplende sul volto dei santi, attraverso la quale diventa visibile la Sua propria Luce. 

(Messaggio al XXIII Meeting 
per l’amicizia fra i popoli, Rimini, 21 agosto 2002) 

venerdì 10 maggio 2019

il buon Pastore


QUARTA DOMENICA DI PASQUA - DEL BUON PASTORE


QUARTA DOMENICA DI PASQUA - DEL BUON PASTORE

 At 13, 14.43-52; Sal 99; Ap 7,9.14b-17; Gv 10, 27-30

            La riflessione sul mistero pasquale continua questa domenica con l’ icona del buon pastore; quest’anno passa un brano brevissimo del decimo capitolo dell’evangelo di Giovanni, brano forse troppo breve che, estrapolato dal suo ampio contesto, rischia di aprire a discorsi generici e moralistici … magari di tipo vocazionale per l’uso invalso di fare di questa domenica un momento di preghiera per le vocazioni sacerdotali. Credo che bisogna leggere questo testo in una più ampia prospettiva, in un’ottica certamente rivelativa del volto di Dio mostrato in Gesù e nella sua croce e risurrezione.
            Il quarto Evangelo ha chiarissima questa prospettiva: Gesù è la narrazione, la spiegazione del Padre (Gv 1,18); questa narrazione sarà per Giovanni il motivo della condanna di Gesù: la verità che ha narrato è la sua identità di Cristo e di Figlio di Dio, egli è il Cristo perché è Figlio di Dio; sarà ucciso perche presenta un Cristo altro e un Dio altro rispetto a quello che si pensa. Gesù narra un Dio che non risponde alle attese e ai timori degli uomini; quello che Gesù narra con tutto se stesso non è un Dio potente che si impone e vince, che esonera i suoi dal dolore, dalla malattia e dalla morte; non è un Dio che assicura il funzionamento del mondo, un Dio “della natura” che provvede alla fecondità della terra, al benessere delle greggi, al contenimento dei fenomeni naturali che spaventano l’uomo … è certo Colui che tutto regge perché è il Creatore ma è il Dio della storia, che si fa storia con gli uomini che egli ama … è Signore perché si fa schiavo con gli schiavi (e questo fin dal tempo dell’Esodo era chiaro: è il Dio degli schiavi e non del Faraone!), è pastore perché agnello mansueto ed offerto. È salvatore perché perde la sua vita.
            Noi abbiamo idee ambigue sul Cristo, ma anche sulla vita, anche sulla morte … abbiamo idee falsate anche su Dio e di conseguenza anche sull’uomo; Gesù si presenta a noi come Colui capace di non di compiere le nostre attese che spesso si volgono verso orizzonti miopi e fallaci, ma di compiere le sue promesse! La promessa che questo Evangelo di oggi tratteggia è la promessa di una vicinanza straordinaria tra noi e Lui; una vicinanza che siamo capaci di cogliere perché è la vicinanza di chi si è fatto davvero nostro compagno nella sofferenza e nella morte, è la vicinanza di chi ci precede nel cammino di umanità, ci precede proprio come il pastore che nell’uso orientale procede sempre avanti al gregge. Bevendo il calice della nostra umanità dolente Gesù ha creato un legame indistruttibile ed assoluto con ogni essere umano. Ecco cosa rende la voce e la parola di questo pastore inconfondibili; chi appartiene al suo gregge le riconosce! Il battezzato ha dentro di sé come un senso ulteriore capace di riconoscere quella voce e quel volto ogni qual volta Gesù lo sfiora più da vicino … come il discepolo amato ha la vocazione di gridare E’ il Signore a quanti non sanno cercarlo e sono raggelati nelle loro infecondità (cfr Gv 21,7). Chi è capace di riconoscere la sua voce  appartiene al suo gregge, come Maria di Magdala che nel giardino riconosce la sua voce che la chiama per nome e non deve pretendere di afferrarlo con le proprie mani (Cfr Gv 20,17) ma deve cominciare a vivere nelle mani di Lui; in questo testo evangelico mi pare davvero straordinaria questa immagine delle mani di Cristo pastore, un’immagine che si dilata fino a mostrare altre mani ancora, quelle del Padre; mani che si sovrappongono in una rivelazione grandiosa che questa pagina giovannea ci consegna: Io ed il Padre siamo uno!  Abitando le mani del Figlio si abitano le mani del Padre!
            “Mano” indica la forza, il potere, la capacità di agire … le pecore dovranno passare attraverso uno scandalo che capovolge tutte le logiche di buon senso: dovranno capire che quella mano in cui si sono rannicchiate è potente perché ha scelto l’impotenza dell’ essere inchiodato ad una croce; quella  mano ferita per l’amore, dopo la Pasqua radunerà le pecore disperse, le stringerà a sé, le farà diventare suo gregge per sempre e nulla le potrà strappare da quella mano. E’ ancora la rivelazione di un paradosso incredibile di un amore più forte della morte, un amore che non è forte, come abbiamo capito a Pasqua, perché evita la morte ma perché l’attraversa. Gesù è pastore bello-buono perché nel suo agire paradossale dona la vita per le sue pecore, dona la vita perché esse abbiano la vita eterna!
            Tutto questo ha un terreno meraviglioso, un luogo caldo: la mano di Dio che la mano trafitta del Figlio ci ha narrato in una scandalosa alterità.
            Come non fidarsi di una mano trafitta per me? Dove trovare un luogo più sicuro se non in quelle mani? Lui, il Cristo, le mani per il gregge se l’è sporcate! nel suo sangue!
Affidarsi a quelle mani sarà per noi fonte ulteriore di vera conoscenza  del Dio narrato a pieno nella Pasqua di Gesù.

                               P.Fabrizio Cristarella Orestano